Il pericolo della nuova narrativa verde di Bruxelles

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Che cosa ci sia effettivamente in gioco nel futuro politico europeo è presto per dirlo, ma qualche segnale c’è. E va detto fuori dai denti, con tutta la schiettezza possibile: lo sforzo concertato di Bruxelles, in stretta collaborazione con i governi nazionali, è di rispondere alla crescente crisi sociale europea, e all’aggravarsi del collasso ecologico, con una nuova narrativa ecologista. Bisogna cioè ammantare il paradigma della crescita con un programma interventista sul piano sociale (asili nido, reddito di inclusione, salario minimo, tanto per rimanere a casa nostra) che disaccoppi la connessione tra catastrofe climatica e capitalismo avanzato. L’obiettivo è dare ossigeno all’Unione attraverso politiche comunitarie pur sempre espansive, che dovrebbero però permettere di guadagnare tempo e quindi di sedare, almeno in parte, il malcontento diffuso. In questo tentativo di riforma non riforma, di cui il discorso di ieri alla Camera di Giuseppe Conte è stato l’esempio italiano, la cosiddetta sostenibilità ambientale è uno specchietto per le allodole utile soprattutto ad ammiccare con scaltrezza a quelle porzioni di elettorato che nella stagione che fu votavano a sinistra, poi hanno virato sul M5S ed ora non sanno più che pesci pigliare sotto la pressione psicologica ed emotiva dei 45 °C gradi dell’Europa continentale nell’estate più calda di sempre. Con buona pace di Serge Latouche, siamo anni luce dalla decrescita. 

Enrico Giovannini si è lanciato in una danza di contraddizioni, fondando di fatto la nuova narrativa verde europea, in una intervista su Business Insider il 9 settembre scorso. Prima ha riconosciuto, Giovannini, che “ci vuole una rete di protezione che consenta agli ultimi di non rimanere ultimi”, e poi però ha continuato imperterrito a parlare di crescita, come si intravede in chiaro scuro nel titolo del suo libro manifesto Utopia sostenibile ( Laterza 2018). Il mantra del nuovo racconto di crescita orientato a nobilitare la crescita è questo, nelle parole di Giovannini: “Quello che chiamiamo oggi capitalismo è frutto di una scelta dei primi anni ’80”. Una boiata storica fragorosa, che tuttavia ha due obiettivi ben precisi, e mefistofelici: il primo è illudere l’opinione pubblica che il problema è recente, circoscritto e politicamente individuabile. In questo modo ci basta pensare che, apportate le necessarie correzioni agli errori disfunzionali di Tatcher e Reagan, potremo recuperare il tempo perduto e rimettere in traiettoria la nave. Il secondo obiettivo è già subdolo, perché ha l’intenzione palese di contraffare la storia del capitalismo a uso e consumo dello status quo. Lo stato attuale del capitalismo non nasce con i tailleur color pastello di Margaret Tatcher: è il prodotto finale di un processo storico lungo 5 secoli, il cui punto di origine è la rivoluzione atlantica di Colombo e Magellano, che rende possibile l’impresa. E cioè la fondazione e l’apertura di mercati globali. La costruzione, facciamo attenzione, di una strategia di manipolazione degli elettorati che abbia lo scopo finale di non modificare il capitalismo, e quindi, de facto, di non affrontare per nulla la crisi di estinzione e la catastrofe climatica, trova ora la sua leva di Archimede nella negazione dei rapporti storici che ci hanno condotto qui. 

L’equilibrio politico del nuovo Parlamento europeo, invece, e quindi anche dell’Italia, sta altrove. Due sono i mostri ingovernabili e ossessi di cui si ha il terrore, e che devono essere ammansiti ad ogni costo usando retoriche auto-assolutorie sulla crescita sostenibile: il sacrificio economico, che dovrebbe essere riversato con la forza di un uragano anche sui gruppi sociali già decimati da dieci anni di deregulation selvaggia in termini di austerità e salari da fame, gruppi sociali che magari hanno simpatie ecologiche, ma non sono più disposti ad ascoltare retoriche sulla riduzione delle emissioni serra quando hanno già pagato il prezzo più alto dello smantellamento di interi settori professionali, spostati, per chi ha risorse economiche e quindi imprenditoriali a sufficienza, sul web; e poi le indispensabili politiche patrimoniali       (tassazione degli offset), che finirebbero in un secondo con l’essere denunciate come politiche bolsceviche, responsabili di limitare la libertà repubblicana e civile ( in Italia, lo ha fatto capire Silvio Berlusconi nel riferire della posizione di Forza Italia al termine del primo giro di consultazioni a metà agosto).

La vera questione, signori e signori, è la questione della libertà. La protezione di ciò che rimane del Pianeta Terra, la nostra unica chance di non finire come in Blade Runner, è di piantarla con le illusioni democratiche e deciderci ad ammettere che dobbiamo ormai rinunciare alla libertà per sopravvivere. Una assunzione sconvolgente, perché il trauma della seconda guerra mondiale è ancora attualissimo in quasi tutti noi, che però, guarda caso, con una lucidità totale Thomas Aussheuer ha discusso proprio in Germania, su DIE ZEIT, lo scorso 4 settembre, nel saggio Der Teufel traegt Oeko, traducibile con “il demonio è ecologista”.

L’argomentazione di Aussheuer è ricca di riferimenti filosofici, ed è per questo che suona inquietante e brilla per verità. È inutile persistere nel leccare i piedi ad economisti di varia scuola: serve un pensiero filosofico per diagnosticare il labirinto in cui ormai ci siamo persi. Può anche risultare complicato spiegarlo all’opinione pubblica, ma va detto lo stesso. Secondo Aussheur, i Conservatori sono il partito politico, paradossalmente, che più può dirci sul dilemma ecologista, perché i Conservatori sono per il Liberismo e il Liberismo, ci piaccia o no, si fonda sul principio cardine della civiltà occidentale, e cioè l’esercizio della libertà individuale. Le categorie di cui parlano i Verdi – misura, giusto mezzo, auto-limitazione – non sono altro che socialismo in salsa verde: riduzioni della libertà di scelta, di impresa e di perseguimento della felicità. Sono insomma operazioni disumane, e contrarie alla civiltà. Disgraziatamente, spiega Aussheur ripercorrendo le tappe della disintegrazione del Pianeta Vivente, in queste idee c’è del vero. 

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“La cesura, annunciata dai climatologi, è epocale e nessuno lo dovrebbe sapere meglio degli Conservatori, con la loro lunga memoria (Langzeitgedächtnis) e il loro talento per un pensiero capace di prendere in considerazione grandi distanze temporali. Per tremila anni nessuno ha messo in discussione questo principio, e cioè che la posizione dell’uomo nel cosmo è salda. La Natura sorregge gli uomini e gli uomini danno completezza alla natura (vollendet) attraverso la Cultura, che ne è una parte. Il cosmo, così credeva Platone, contiene la matrice della vita giusta e le stelle ci mostrano la via. Ed anche quando il monoteismo ha sconvolto l’edificio cosmologico del nostro pensiero sul mondo, poiché ha posto la legge di Dio sopra la Natura, la libertà umana è rimasta ben adagiata all’interno dell’evento della creazione. La Natura è ospitale e viene incontro agli abitatori del mondo. Fino a giorni recentissimi. Nel Rinascimento si trovano per la prima volta le tracce, secondo ricercatori come Philip Descola o Bruno Latour, di ciò di cui oggi vediamo le conseguenze: la frattura tra Cultura e Natura. Il successo, questo è il rimprovero, diede alla testa di matematici, ingegneri, fisici, astronomi e artisti, ed essi fecero della libertà appena ottenuta un assoluto. D’ora in poi, il soggetto padrone di se stesso trionfa sulla creazione, mentre la Natura è soltanto materia morta, risorsa priva di scintilla divina”. 

Il problema imposto dal cambiamento climatico non ha nulla a che vedere con la scelta delle energie fossili, nel senso che non avremmo mai optato per uno sfruttamento intensivo del carbone e del petrolio se a monte non fossimo stati ispirati da un carattere genuinamente libero, che ci dettava una agenda per certi aspetti innaturale: 

“Da questi presupposti, ebbene sì, occidentali (abendlandisch), dal pensiero millenario della compenetrazione e del confronto reciproci tra Natura e Cultura, deriva lo shock cosmico del cambiamento climatico. Esso consiste non nella conoscenza che la Terra è indifferente alla scomparsa degli esseri umani, questo lo sapevamo già anche prima. Lo shock consiste nel fatto che la Natura ha assunto un tratto demonico (daemonish) e che si è dotata in modo radicale di un doppio volto (zweideutig). Demonico significa che l’elemento umano e l’elemento naturale, il prodotto-consapevolmente (Das Gemachte) e il non-prodotto-consapevolmente (Das Nichtgemachte) si influenzano l’uno con l’altro senza soluzione di continuità, ponendoci dinanzi ad un cupo enigma. Mostruosi tornado, estati roventi e soffocanti, alluvioni devastanti: quale è il tempo normale? E che come è invece il tempo del cambiamento climatico? In che misura, visto che l’uomo influenza il sistema terrestre, si dissolve il netto confine tra Natura e Cultura, e inoltre; in che modo, inoltre, soltanto gli esperti ritengono ormai di poter definire che cosa sia ancora la Natura-Natura (Naturnatur) e dove invece la civilizzazione ci ha messo del suo”. 

È quasi superfluo ricordare che qui Thomas Aussheur si fa forte delle posizioni di Theodor Adorno. Nonostante il nostro strapotere sul Pianeta, non saremo noi a dettare le condizioni del gioco a venire: perché la ragione strumentale, per poter diventare strumentale, e cioè dominio matematico sul mondo, ha provocato degli effetti domino proporzionali alla illusione di ridurre il Pianeta a logos.

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“Oggi la civilizzazione imprime il proprio nome nel libro della Natura; nei mari del mondo circolano tanti pezzi di plastica quante sono le stelle delle galassie e nei fiocchi di neve volteggia la microplastica di nostra produzione. I filosofi del Medioevo cercavano l’invisibile dietro il divisibile e in esso scoprivano la signoria della creazione. I Moderni, invece, ci scoprono solo la loro immondizia. Detto cinicamente: 500 anni dopo è scomparsa anche la grande frattura tra Natura e Cultura. E c’è di nuovo un Tutto, un tipo di Civilizzazione-Natura su scala cosmica (Zivilisationsnatur), una Modernità post Modernità. Questa epoca si chiama Antropocene”. 

Ecco quindi che un discorso sul clima non può che essere un discorso sulla libertà:

“Se la crisi climatica è della portata descritta dalla maggior parte dei climatologi, allora alla libertà non compete più definitivamente nessuna libera scelta, deve invertire la marcia, oppure, come la intendono altri: deve cambiare direzione. La libertà si trasforma in mancanza di libertà, dal momento che sotto le condizioni imposte dal riscaldamento del Pianeta e dell’estinzione delle specie sarebbe fissato, per l’azione politica, un unico obiettivo sempre più assoluto, incontrovertibile, e protratto nel tempo a venire. La libertà, allora, è vedere chiaro nello stato di necessità e risolversi a fronteggiare le conseguenze delle precedenti libere decisioni (Freiheitsentscheidungen): si profila un futuro, se il presente ci riuscirà, costruito per minimizzare gli effetti degli errori del passato. Questa sarà ancora libertà? E una politica senza alternative è ancora una politica? Possiamo anche parlarci chiaro. L’obbligo ad orientare ogni azione di governo alla stabilizzazione del sistema terrestre, è offensivo della libertà, che vuole perseguire il piacere di darsi da sola i propri obiettivi e pretende di scegliere da sé. Decade anche il concetto liberale di Autonomia, se si può scegliere solo il mezzo con cui ottenere obiettivi ecologici. E comunque sia rimane la minaccia che in caso di infrazione ne risulta una ancora più massicce limitazione della libertà, mentre un ritorno ad una Natura naturale priva di doppi significati non ci sarà. Rimangono soltanto i demoni”. 

Qualcuno potrebbe obiettare che importare nel discorso sul clima atmosfere mitologiche non aiuta a coltivare la necessaria chiarezza. Ritengo invece che, come per fortuna è ancora tipico delle classi colte tedesche, svolgere un ragionamento in sintonia con la tradizione del pensiero occidentale, e dei suoi lati più oscuri, sia molto utile per svegliarci dal sonno del giusto e inquadrare correttamente lo stato delle cose. Dovremmo diffidare dalla nuova narrativa ecologista in via di affermazione a Bruxelles, non solo perché fondata ancora sulla idea ottocentesca della crescita economica, ma anche perché, nello sforzo evidente di far stare il nuovo corso verde entro il collasso sistemico già in atto, dimentica per strada uno dei tratti più importanti di quella libertà che tanta devastazione ha sparso attorno a sé. E cioè il soggetto pensante, autonomo nelle sue decisioni, che si orienta nel mondo con una indipendenza di pensiero e di azione. Per quanto possa suonare sgradevole, siamo chiamati, prima ancora che a comprare würstel di soia, a pensare. 

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