TRAFFIC, venti compagnie ittiche stanno decimando le popolazioni di squali e razze negli oceani del Pianeta

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Nonostante la storica decisione della CITES, all’ultima conferenza delle parti tenutasi a Ginevra (Cop 18) lo scorso agosto, di listare gli squali mako in Red List, limitandone così la caccia e il commercio, uno studio speciale di TRAFFIC – An overview of major shark traders, catchers and Species di  Nicola Okes e Glenn Sant- pubblicato oggi presenta ancora un quadro complessivo estremamente drammatico per il futuro degli squali, e delle razze, del Pianeta. Gli autori hanno monitorato – si legge nel report – le 20 più importanti compagnie specializzate nella cattura di fauna ittica del mondo e le tendenze che i prodotti derivati dalla carcasse di squalo hanno seguito in due periodi di tempo, dal 1990 al 2003 e poi dal 200o al 2007. I dati raccolti hanno permesso di meglio analizzare quanto è successo nell’ultimo decennio considerato, dal 2007 al 2017.

Ogni anno vengono catturate quasi 600mila tonnellate cubiche di questi animali marini ogni anno, e a spartirsi il bottino sono soltanto 20 compagnie, colossi globali della pesca e del commercio ittico: l’80% del pescato di queste compagnie nel periodo 2007-2017: “quasi l’80% delle catture  è avvenuto nell’Oceano Atlantico e nei mari adiacenti, il 33% nel Pacifico (soprattutto centro occidentale) il 27% nell’Oceano Indiano. 

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I passaporti di questi venti colossi della pesca grossa a squali e razze sono sorprendentemente vari, e in ordine di milioni di tonnellate cubiche di pescato: Indonesia, Spagna, India, Messico, Stati Uniti, Argentina, Taiwan, Malesia, Brasile, Nigeria, Nuova Zelanda, Portogallo, Francia, Giappone, Pakistan, Iran, Peru, Corea, Yemen, Ecuador. L’Indonesia è al primo posto con oltre 110 milioni di tonnellate cubiche. 

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Stiamo parlando di un gruppo di specie particolarmente sensibile al rischio di estinzione. La pesca globale analizzata nel report riguarda 153 specie e 28 gruppi tassonomici (squali, razze e chimere insieme), di fatto una enormità che insiste su una condizione generale di queste famiglie tassonomiche già decimate nei decenni passati. Il 17% degli squali e delle razze è listato in Red List come “criticamente minacciato”, “in pericolo” e “vulnerabile”; a ciò va aggiunto che un altro 13% è ormai “quasi minacciato” e che i dati a disposizione non sono completi e attendibili per il 47% delle specie. In numeri, 14 specie di squali e 27 specie di razze sono in Appendix II, e possono ormai essere catturati solo attraverso il sistema di permessi CITES. “Gli squali sono particolarmente vulnerabili all’over-fishing a causa della loro crescita molto lenta – spiega TRAFFIC – una maturità completa che arriva relativamente tardi e una bassa fecondità. La loro grande distribuzione territoriale e la natura migratoria pongono ulteriori difficoltà nello sforzo di implementare misure efficaci per prevenire il loro eccessivo sfruttamento. Soltanto il 23% delle specie di quali e di razze è considerato a bassa preoccupazione dalla Red List, la proporzione più bassa tra tutte le specie di vertebrati”. 

Alla faccia di molte nobili dichiarazioni di intenti – la Cina ne ha bandito l’importazione nel 2011, con un crollo di mercato dell’80% – la zuppa a base di pinne di squalo continua ad essere, nell’Asia orientale, una preparazione gastronomica estremamente popolare e ricercata, sopratutto nelle occasioni di festa e nelle cerimonie, riferisce TRAFFIC. Secondo dati FAO queste abitudini alimentari c’erano già negli anni Cinquanta, ma, in aggiunta ai gusti asiatici, quello che sta davvero cambiando sono le rotte commerciali della carne di squalo e di razza: “Su scala globale, le flotte di pesca industriale e artigianale riforniscono i mercati in Asia di pinne di squalo e di razza; invece, la carne di questi stessi squali viene sempre di più dirottata lungo canali di approvvigionamento separati, che alimentano la crescente domanda in Europa e Sud America”. 

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Tra il 2000 e il 2016 “una media di 16.177 milioni di tonnellate cubiche per anno di prodotti derivati dallo squalo sono stati importati in questa regione asiatica per un valore complessivo di 294 milioni di dollari. L’importatore più cospicuo è Hong Kong ( 9.069 milioni di tonnellate / anno), seguito dalla Malesia – riporta sempre TRAFFIC – (2.556 milioni di tonnellate/anno), dalla Cina continentale (1.868 milioni di tonnellate/anno) e infine da Singapore (1.587 milioni di tonnellate/anno).

“Un certo numero di specie protette dai regolamenti CITES sono prese in considerazione in questo rapporto, e tra di esse c’è lo squalo argenteo ( Carcharhinus falciformis) e lo squalo blu ( Prionace glauca). Nel solo 2017 ne sono stati cacciati, di quello blu, 103.528”. Al di là delle comprensibili raccomandazioni per un uso maggior sostenibile della carne di squalo, di cui la cornice giuridica CITES costituisce un efficace strumento internazionale, rimane da chiedersi se sia mai possibile, con questi numeri, puntare a una pesca che abbia davvero caratteristiche compatibili con la sopravvivenza di 28 gruppi tassonomici. Sono infatti indici di proporzione che, da sole, bastano a dare l’idea di una estinzione di massa più che plausibile. La fame di proteine animali è in crescita in un Pianeta sovrappopolato di esseri umani, una condizione ecologica de facto insostenibile che va a sommarsi a mode gastronomiche probabilmente accettabili con qualche miliardo di esseri umani in meno seduti a tavola. 

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(Vicino Wolf Island, Galapagos Islands. Photo: Daniel Versteeg / WWF)

Photo Credit: TRAFFIC.

 

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