La London Review of Books accusa di nazismo chi osa parlare di sovrappopolazione e dei diritti delle popolazioni native

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(Photo Credit: Extinction Rebellion London, manifestazione del 24 agosto 2019 per protestare contro i roghi nella foresta Amazzonica)

Chi parla di sovrappopolazione umana, di demografia insostenibile e dell’inferno che attende le decine di milioni di uomini e donne che abiteranno le megalopoli di domani su un Pianeta con estati a 50 gradi risponde ad una ideologia politica di tipo nazista, e per questo simpatica ai suprematisti bianchi. È questa la tesi sconcertante pubblicata dalla London Review of Books lo scorso 6 settembre nell’articolo Green and White Nationalism? firmato da Elizabeth Chatterjee. In questo editoriale l’autrice si dichiara convinta che anche l’attenzione per i gruppo etnici in minoranza  – come gli Indios dell’Amazzonia, gli Hadzabe della Tanzania, i San del Kalahari – sia per gli ambientalisti un abile trucco per mascherare un primitivismo più vicino al Nazismo che al riconoscimento di civiltà non occidentali. 

La Chatterjee compila infatti un elenco di nefandezze storiche che a suo dire l’ambientalismo avrebbe commesso alleandosi con il razzismo istituzionalizzato, e quindi considerando gli ecosistemi ancora integri (wilderness) prima un privilegio dei bianchi ai danno dei nativi, e poi un diritto dei benpensanti e dei bennati a danno di masse di poveri confinati nelle periferie dell’ignoranza e del degrado ecologico. Che la netta separazione tra terre selvagge da conservare a qualunque costo, previa espulsione delle popolazioni indigene, sia stato un capitolo del pensiero ecologista sul Pianeta non è in discussione. Ma ricondurre un passaggio storico ad una ideologia dominante e attuale è a dir poco fuorviante: “Il legame tra ambientalismo e razzismo non è nuovo. I romantici avvocati della wilderness antica spesso cercavo di escluderne le popolazioni native in stato di povertà – scrive la Chatterjee – Madison Grant, che collaborò alla fondazione del Bronx Zoo, del Glacier National Park e della Save the Redwoods Leaugue, era anche autore di un trattato sulla eugenetica intitolato The Passing of the Great Race (1916)”. 

Il problema demografico, emerso negli anni Sessanta e Settanta, sarebbe quindi un corollario del razzismo eugenetico, e ancora una volta il nemico numero uno è Paul Ehrlich, professore emerito a Stanford, che nel 1968 pubblicò The Population Bomb e “dipinse New Dehli come un inferno, predicendo che centinaia di milioni di persone sarebbero morte di stenti”. Evidentemente Elizabeth Chatterjee ignora la siccità devastante che non solo questa estate ha ridotto in ginocchio il Chennai, in India, ma che ormai, come ha spiegato il World Resources Institute, è solo un sintomo di un gravissimo stress idrico che ormai affligge 17 nazioni del mondo: “attraverso una nuova modellistica idrogeologica, il WRI ha scoperto che il prelievo di acqua, su scala globale, è più che raddoppiato dagli anni ’60 a causa del crescere della domanda – e che non ci sono segnali di un rallentamento di questa domanda”. Siamo oltre 4 miliardi in più rispetto agli anni ’60.

Il corrente tasso di estinzione delle specie superiore di 10mila volte al normale livello di scomparsa ( il background extinction rate) non è sufficiente, per la London Review of Books, per considerare seriamente la proporzione tra il numero di esseri umani che nascono e muoiono sulla Terra e la relazione di continuità tra lo spazio che accaparriamo per noi e quello che rimane per gli animali. Chatterjee cita poi con disgusto il saggio di Garrett Hardin The Tragedy of the Commons, che Science pubblicò nel dicembre del 1968. Hardin “dichiarava che la libertà di riprodursi è intollerabile e che quindi solo la coercizione avrebbe potuto prevenire il collasso ecologico”. I limiti della libertà sono ormai oggetto di investigazione filosofica, come ho scritto qualche giorno fa commentando il lungo editoriale uscito su Die Zeit domenica scorsa ( Teufel traegt Oeko). Anche un intellettuale altrimenti piuttosto avverso alla sensibilità di sinistra come Peter Sloderdijk ha espresso platealmente la tesi, nel saggio Cosa è successo nel XX secolo ? secondo cui l’approdo finale della crisi climatica, ormai irreversibile, potrebbe essere una dittatura nera e verde al tempo stesso. Nera, perché un regime è pur sempre un regime; verde, perché quando arriveremo alla fine dei trend biologici in atto non avremo più possibilità alcuna di scelta. A quel punto, sarà allora chiaro, del tutto paradossalmente ma non meno realmente, che il prezzo ultimo della libertà assoluta di disporre di noi stessi come ci aggrada è la perdita radicale della libertà in nome della sopravvivenza. La questione della coercizione, e del necessario arretramento della democrazia, non ha dunque nulla a che vedere con gli estremismi, i fascismi, il Nazismo o chissà quale altra tendenza politica genocidiaria, come invece sembra suggerire l’autrice. Si tratta invece di inquadrare storicamente il rischio di dover rinunciare alla democrazia sotto la pressione insostenibile degli esiti ultimi del nostro esercizio della libertà, ossia di una imbarazzante critica della ragione che già Adorno, nel lontanissimo 1946, pose come problema centrale della modernità. 

Per Chatterjee “ il mainstream verde ha un problema: ha stretto alleanza con l’ideologia senza radici del globalismo, esemplificata dall’accordo di Parigi, come ha notato Paul Kingsnorth”. E quindi i Verdi di ogni dove si sarebbero trovati di fronte alla necessità di rafforzare “il sentimento del luogo e dell’appartenenza”, sposando le popolazioni indigene non bianche un tempo lasciate ai loro ghetti. Ecco allora che vanno finalmente bene i Lakota Sioux di StandingRock, come fonte di rinnovata ispirazione. E qui la Chatterjee compie il miracolo logico di un articolo surreale: “Una generazione più giovane di ambientalisti ha respinto una tale enfasi sulla autenticità e sull’appartenenza a un luogo come irrevocabilmente macchiata dai legami con Heidegger e per estensione con il Nazismo”. La prova di queste affiliazioni sarebbe che anche uno psicopatico come Anders Behring Breivik, che nel 2011, in una isola vicino Oslo, uccise 77 persone, si diceva d’accordo con il ritorno alla natura. Ma non basta: siccome anche Marine Le Pen ha dichiarato, a ridosso delle elezioni europee dello scorso maggio, che “i confini sono il più grande alleato dell’ambiente (…) e che chi ha radici nella propria casa è un ecologista, mentre il nomade non si cura dell’ambiente perché non ha patria”, allora i Verdi di ogni partito han da badare a se stessi. Non lo sanno, ma potrebbero nutrire simpatie naziste. 

Un pressappochismo di tal fatta è veramente impressionante e risponde al bisogno dei negazionisti, perché chi nega che la demografia umana sia una faccenda delle più scottanti va a braccetto con coloro che negano il riscaldamento del Pianeta, di screditare le analisi più imbarazzanti sullo stato delle cose con pastoni di informazioni vere, ma prive di correlazioni storiche coerenti con il contesto odierno. Ma forse qui bisogna invece andare a prendere altrove gli estremi del ragionamento. La London Review of Books è una rivista di raffinata cultura letteraria, e c’è da chiedersi quanti di chi vi scrive non abitino a Islington, Kensigton e via discorrendo, lontani anni luce dalle maleodoranti baraccopoli con stronzi che galleggiano in acqua delle megalopoli sul Golfo di Guinea o in India. Oggi è nazista ignorare la necessità urgentissima di parlare di una riduzione delle nascite, perché persistendo in questa forma di negazionismo si condannano milioni di bambini a vivere in condizioni dinanzi alle quali dovremmo tutti desiderare di avere un appartamento nella Los Angeles di Blade Runner 2049. 

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