A chi fa comodo Fridays for Future

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(una shopping bag di Comme des Garcons in polipropilene, un derivato del petrolio, fabbricata in Vietnam e venduta alla Rinascente a 128 euro)

Vigliacchi di ogni genere hanno infine deciso di dire la loro sugli scioperi scolastici del venerdì, che avrebbero l’ingrato ma obbligato compito di risvegliare la coscienza civile assopita dallo shopping permanente sul fatto che si stanno sciogliendo Artico e Antartide. I più scettici, i più indifferenti, i più sdegnosi han deciso di sbattere in prima pagina i giovani rivoltosi, per far vedere che sì, si sono accorti che è una notizia. Alessandro Sallusti chiosa a StaseraItalia (Rete4): “Greta non vuole nemmeno i pannelli solari”. Enrico Mentana, che, a suo dire, fa un telegiornale tutto politico e quindi il Pianeta che cosa volete che c’entri, ieri ha raccontato del venerdì di protesta con la saggezza dei capelli bianchi: “Molti di quelli che criticano questi ragazzi negli anni ’60 erano in piazza con uno spirito di rivolta meno pacifico di quello di questi studenti”. Giampiero Mughini, sempre a StaseraItalia, ha elogiato il diritto all’aria condizionata come conquista di civiltà. Qualcosa è dunque cambiato davvero, se Mentana, che ha sempre ignorato Extinction Rebellion, si è accorto che siamo sull’orlo di un baratro? Non credo. Penso invece che l’attenzione di certo giornalismo dovrebbe mettere i dirigenti del Fridays for Future sul chi va là; se il potere, qualunque esso sia, ti fa la corte, è perché gli piaci troppo. Non gli dai fastidio, ha bisogno di te per continuare a fare le sue porcate. 

Fridays for Future è diventato, stiamo parlando del dibattito politico in Italia, un palcoscenico per l’ambientalismo ormai stereotipato, e sterile, che finalmente, aggrappandosi agli slogan di nuova generazione, riesce nell’impresa di darsi uno smalto fresco di fabbrica. Premessa obbligatoria per chi desideri continuare a leggere: le cose che dice Greta Thunberg sono sacrosante e se lei ha il privilegio di dirle alle Nazioni Unite fa bene a dirle. È anche comprensibile che una sedicenne parli con le lacrime in gola del suo futuro senza spazi selvaggi, branchi di balene e foreste boreali. Ma il modo in cui Fridays for Future si sta creando il suo spazio nel nostro Paese di ombre ne ha eccome, ombre che, probabilmente, hanno la le loro ragioni anche nella inevitabile immaturità adolescenziale di chi, vista la sua anagrafica, non può ancora avere una visione ben calibrata della situazione complessiva del Pianeta.

Parliamo intanto di come fa un movimento praticamente vergine a farsi conoscere (lasciamo perdere il miracolo dei social media: Extinction Rebellion lo ha dimostrato, serve un ufficio stampa professionista per piazzarsi nella testa della gente comune). A Milano il movimento ha accettato di essere rappresentato pro bono da Green Media Lab di via Savona, una agenzia di comunicazione di un certo prestigio che copre anche marchi come Patagonia. E che lavora a stretto giro con LifeGate, uno dei business più all’avanguardia nel far convivere sviluppismo capitalista, greenwashing e content marketing green. Lo scorso 24 maggio Fridays for Future Milano aveva già dato prova di ammiccare con compiacimento a questo tipo di retorica ambientalista molto pragmatica (perché continuare a parlare di sviluppo arricchisce il gradiente di modernità e moda dei manager all’avanguardia) partecipando ad una tavola rotonda in Triennale con Simone Molteni, direttore scientifico, appunto, di Lifegate. In quell’occasione Molteni disse: “L’incontro in Triennale è la prima occasione per passare da una pura protesta ad una fase costruttiva (…) Le aziende hanno una opportunità di dimostrare che possono cogliere l’occasione per essere veri agenti del cambiamento”. Tradotto: a neanche un anno dalla fondazione in terra di Svezia degli scioperi per il clima il movimento è già chiamato ( dall’alto dei poteri economici controllati dagli adulti, guarda caso) a passare dalla rabbia ai fatti, dalla protesta alla burocrazia, dalla occupazione degli spazi pubblici ai permessi di libera manifestazione. Che ci sia dell’ingenuità pazzesca nell’aver accettato un invito del genere, è fuori di dubbio. Mai si è visto nella storia dei partiti più o meno organizzati della dissidenza autentica una genesi così rapidamente degenerata in giocattolo di potere nelle mani dei soliti noti. Opporsi significa opporsi, e cioè avere il coraggio di dire, io non ci sto, e ne pago le conseguenze. Farsi accettare nei salotti eleganti della borghesia milanese (la stessa che prende voli intercontinentali a iosa) non esprime abilità nel negoziare, ma è invece un atto di clamorosa insufficienza politica. E il punto è proprio questo: bisogna maturare politicamente per esprimere una visione del mondo. Extinction Rebellion non è organizzata da un pugno di adolescenti con le magliette di Calvin Klein, ma da gente con i capelli bianchi come Roger Hallam. 

Sempre nella giornata di ieri Massimo Cacciari, uno dei pochi pensatori veri di questo Paese, persona coltissima, con pubblicazioni Adelphi e non Edizioni Ambiente, ha sputato fuori proprio questa opinione (per criticare il mondo bisogna sapere di cosa si sta parlando) in una intervista al corriere.it (Sciopero clima, Massimo Cacciari: “Se continuiamo ad affrontare i problemi alla Greta, siamo fritti”): “I problemi non si affrontano in termini ideologico-sentimental-patetico (…) Non è dicendo mi avete rubato i sogni che si affrontano i problemi. Piuttosto capendo i problemini che sfuggono totalmente alla bambina. Bisogna porsi il problema delle risorse disponibili. Se uno sviluppo economico è compatibile con l’ambiente”. La giornalista chiede dunque a Cacciari se non gli sembra che, comunque, Greta stimoli la nascita di una coscienza critica tra i suoi coetanei: “Ma non nascono così le coscienze critiche!  Lentamente, faticosamente, con la formazione. Greta dovrebbe andarci a scuola. Forse si renderebbe conto che lei è svedese, i ragazzi che scioperano sono europei, ma in piazza non ci sono né indiani, né cinesi, né brasiliani”. A dar addosso a Cacciari non è stato il solito negazionista di destra, ma Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club e di QualeEnergia, che su Twitter ha così commentato le parole di Cacciari: “Stavolta l’hai proprio tappata. Grande superficialità e distacco dalla realtà. Lasciali ai vari Feltri e a certo giornalismo supponente certi attacchi”. Equiparare Cacciari a Feltri è a dir poco ridicolo. Ma molto interessante è invece che un rappresentante noto dell’ambientalismo italiano si schieri a spada tratta contro un punto di vista non celebrativo sugli scioperi del venerdì. Sembra insomma che, adesso che una nuova icona, Greta Thunberg, è comparsa sulla scena a colmare un vuoto di rappresentatività simbolica, come ha scritto Diego Infante su LTECONOMY.IT, ancor meno di prima si possa discutere su che cosa davvero servirebbe per invertire la rotta contro l’iceberg.

Perché la questione vera non è quanti di questi giovani in piazza sappiano cosa è il cambiamento climatico, ma quanti sappiano da dove viene il cambiamento climatico. E cioè dal nostro stile di vita. Compreso il loro. La tonalità retorica essenziale dei venerdì di protesta è la responsabilità derogata agli adulti, ai grandi, alle multinazionali, che di certo hanno colpe molto serie. Ma le 415 ppm di CO2 in atmosfera stanno lì in conseguenza della nostra comodità di vita, del comfort elevato a categoria esistenziale di massa, e per smuoverci dalla poltrona del lusso fossile (riscaldamento, vestiti in poliammide, cibo al supermercato), signori e signori, servono sacrifici. Anche dei giovani, perché anche i giovani devono essere pronti a volere molto di meno di quanto sono stati educati a desiderare. Punto. In Italia i cambiamenti climatici sono sempre stati raccontati dal punto di vista degli ingegneri, degli economisti e dei climatologi. È totalmente mancata una interpretazione antropologica della condizione attuale del Pianeta. Si è aperta così una voragine sotto la casa dell’ambientalismo militante, che quasi sempre non sa di cosa parla perché non ha il coraggio di essere abbastanza radicale. È cioè di mettere sulle spalle di chiunque la responsabilità della propria esistenza a carburante fossile. 

Il secondo scivolone sulla saponetta Fridays for Future Milano l’ha fatto accettando che ieri in corteo ci andasse Beppe Sala, il Sindaco delle Olimpiadi Senza Neve. Sala ha reso noto che entro Natale inviterà in Consiglio Comunale a Palazzo Marino i giovani studenti e intervistato in manifestazione ha detto: “Noi non siamo contro la crescita, siamo contro la crescita illimitata. Con il buon senso un nuovo ambientalismo può funzionare e deve funzionare”. Apprendiamo dunque, per quanto già lo intuissimo, che Beppe Sala non conosce i dati più aggiornati sulla totale insufficienza del cosiddetto capitalismo green per affrontare il collasso della biosfera (rimando all’ottimo Why Growth Can’t Be Green di Jason Hickel pubblicato da foreingpolicy.com, che cita dati in peer review). È da tempo chiarissimo che Sala, dopo la furbissima impresa di Expo 2015 per nutrire il Pianeta, stia ora tentando di passare per un riformista illuminato, il liberale borghese degli scooter elettrici a noleggio che va bene per tutte le stagioni del politicamente corretto, le stagioni, per dirla in breve, che non hanno nulla a che spartire con la catastrofe del Pianeta perché la minimizzano da sempre. Come possa un movimento rivoluzionario accompagnarsi ad un politico della scaltrezza di Sala non è dato immaginarlo. Detta meglio: di nuovo ingenuità, o forse una punta di ambizione di protagonismo. 

Quando tutto è già franato, ognuno dice la sua perché si è accorto che il mondo è crollato mentre lui coltivava margherite e rose al Petit Trianon di Versailles. Nessun rivoluzionario è mai stato vezzeggiato dalla stampa ufficiale nella fase propulsiva della lotta, se non da quei giornali che si schierano, pagando di tasca propria, a favore dei rivoltosi. Se fino ad ora, fino a questa epoca di macerie e di rovine, la rivoluzione è stata appannaggio delle banche dell’ira, come la mette già Peter Sloterdiik, ossia di un capitale emotivo furibondo di risentimento e revanscismo pronto a esplodere con inaudita violenza prometeica, oggi invece, nel pieno della battaglia civile per salvare, forse, qualcosa del Pianeta vivente, il compito di ciascuno è tener viva la rabbia sana della rivolta. 

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