Zambia, i leoni si spostano tra il Kafue e il Luangwa nonostante fattorie, villaggi e campi coltivati

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(un campione di pelle di quelli analizzati per la ricerca. Credits: Caitlin J. Curry)

Sta accadendo qualcosa ai leoni dello Zambia. Nel Paese ce ne sono circa 1200 su 200mila chilometri quadrati di savana. Non è poco, considerato che la specie ha perso ormai il 75% del suo home range originario. Ma lo studio sul DNA mitocondriale di 409 individui uscito su PLON ONE (Genetic analysis of African lions (Panthera leo) in Zambia support movement across anthropogenic and geographical barriers) ha dimostrato ancora una volta che per parlare seriamente del futuro del leone dobbiamo parlare del futuro dello spazio. Gli autori della ricerca, Caitlin Curry della Texas A&M University, Paula White della University of California e James Derr sempre della Texas A&M University, sono riusciti a documentare con analisi genetiche che i leoni dello Zambia sono già divisi in due sub-popolazioni, che corrispondono alle loro aree protette di residenza: la Luangwa Valley Ecosystem, nella parte orientale del Paese, e il Kafue National Park, ad occidente. Benché lontane e separate anche sotto il profilo genetico, tra queste due popolazioni c’è però una continuità. Alcuni leoni maschi si sono spostati tra il Luangwa e il Kafue aprendo la pista ad un flusso genico sorprendente che si riteneva impossibile viste le condizioni geografiche del territorio in questione.

Il Kafue è un “sistema” di aree sotto una qualche forma di protezione e regolamentazione giuridica, essendo circondato da un mosaico di game reserve ( Game Management Areas), come il Grande Kruger in Sudafrica. Tanto il Kafue quanto il Luangwa sono considerati “lion stronghold” e cioè popolazioni numericamente abbastanza numerose da essere cruciali per il futuro della specie perché ancora lontane dal rischio (fatale) di inbreeding. Nelle roccaforti si può ancora tentare un ragionamento di protezione della specie sui tempi lunghi. E però tutto quello che sta tra i due parchi nazionali è un “patchwork antropogenico di città e fattorie considerato inabitabile per i leoni”. 

L’evidenza della diversità delle due sub-popolazioni, nel complesso, è un risultato sicuramente prevedibile: come ogni altra specie anche le caratteristiche genetiche del leone tendono ad essere influenzate dalla caratteristiche geografiche dei propri habitat, e quindi a differenziarsi. Tutti i grandi felini altamente plastici, come il giaguaro e la tigre, sono stati capaci, nella loro lunga storia evolutiva, di colonizzare interi continenti. I leoni del deserto della Namibia hanno un adattamento specifico, così come lo avevano quelli della catena montuosa dell’Atlante, abituati al freddo e alla neve in inverno. Questo è il motivo fondamentale per cui il crollo numerico della specie negli ultimi venti anni ha assottigliato la diversità genetica della specie e quindi la possibilità di fronteggiate i cambiamenti ecosistemici dovuti al riscaldamento del Pianeta previsti per i prossimi decenni. Cambiamenti che modificheranno i landscape africani in cui, oggi, poche migliaia di leoni ancora prosperano. La ricerca conferma dunque che ogni habitat rimasto possiede caratteristiche irripetibili, un fattore determinante nel patrimonio genetico della popolazione di leoni che ci abita.

“La valle del Luangwa nello Zambia orientale è una propaggine del sistema della Grande Rift Valley. Questa regione sembra esercitare un effetto di isolamento geografico, come mostra la presenza di alcune possibili sottospecie endemiche, ad esempio lo gnu di Coockson (Connochaetes taurinus cooksoni) e (forse) la giraffa di Thornicroft (Giraffa camelopardalis thornicrofti) e una sottospecie di zebra endemica dello Zambia che ha un pattern di strisce unico (Equus quagga crawshayi)”, spiegano gli autori. Nell’intero Paese proprio la giraffa è presente solo nel Luangwa, il che rende questo parco fatalmente importante per la biodiversità della regione. 

Mentre il DNA mitocondriale (trasmesso dalla sola madre) non mostra evidenze di un flusso di geni tra le due sub-popolazioni, l’analisi dei geni nucleari suggerisce invece che ci sia un flusso genico dei maschi (male mediate gene flow). I geni delle femmine, che rimangono anche da adulte vicine al gruppo in cui sono nate e cresciute, confermano la presenza storica delle due popolazioni ciascuna nel proprio parco nazionale; mentre è invece chiaro che alcuni maschi, spostandosi attraverso la “terra di mezzo” di insediamenti umani e fattorie, hanno innescato un processo di rimescolamento genico, che corrisponde ad un arricchimento, sui tempi lunghi, di entrambe le popolazioni. 

I 446 campioni analizzati (peli, pelle, ossa, tessuti vari) sono stati forniti da The Zambia Lion Project (ZLP) e raccolti durante il periodo 2004-2012 insieme alla Zambia Wildlife Authority anche nelle game area contigue ai due parchi nazionali. 

Caitlin Curry, raggiunta via mail: “Sì, i leoni hanno bisogno di spazio per potersi spostare e richiedono molto di più di quanto forniscono loro le aree protette. Aver capito che i leoni si muovono nonostante le barriere che li costringono entro certi limiti è davvero importante per il futuro della conversazione. I leoni hanno infatti grandi home range e possono camminare anche per centinaia di migliaia di chilometri se non viene loro impedito. L’aumento dell’influenza umana ha frammentato l’habitat del leone con la conseguenza che la dispersione dei maschi è diminuita e così anche il flusso genico. Se le popolazioni rimangono del tutto isolate le une dalle altre, la diversità genetica diminuisce e si verificano le condizioni per la riproduzione tra consanguinei. Alla fine, questo conduce dritto ad un crollo della popolazione con effetti nocivi sulla salute. Bisogna mantenere il flusso genico, specialmente quando si tratta di una specie che deve poter contare su vasti territori”. 

La storia dei leoni dello Zambia ci dice che non sempre i conti degli esseri umani corrispondono alle reali necessità di una specie. L’ecologia reale di una specie può deludere le nostre aspettative, che quasi sempre vorrebbero definire matematicamente gli habitat senza tener conto della imprevedibilità della vita e anche del talento adattativo di predatori complessi e intelligenti come i grandi felini. 

( in Zambia è legale la caccia da trofeo; in teoria gli introiti e le revenues dovrebbero andare in parte anche alle comunità locali, ma pare che dal 2016 il circolo virtuoso di denaro contante si sia interrotto. Riporta infatti AFRICA GEOGRAPHIC: “In a statement (see end of article) issued to the media by the CRBs, communities have received no concession fees since 2016 and no hunting revenue since 2018. The statement points out that by law, the CRBs are entitled to 15% of the concession fees and 45% of the hunting revenue, while the chiefs who run the communities receive 5% of both. The CRBs use these funds to support employment of over 1,000 community scouts, community coordinators and bookkeepers, and to support community development projects (including the establishment of bore holes, schools and clinics) in the game management areas (GMAs)”. L’articolo completo a questo link. 

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