Mese: ottobre 2019

Forse in Botswana le origini di Homo sapiens (e della libertà)

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Il 28 ottobre è uscito su Nature ( “Human origins in a southern African palaeo-wetland and first migrations”) uno studio paleonantropologico estremamente suggestivo: la culla geografica di tutti gli esseri umani moderni sarebbe in Botswana, in una area oggi collocabile tra il delta del fiume Okavango e le regioni aridissime dei Makgadikgadi Salt Pans, al centro del deserto del Kalahari. Homo sapiens così come lo conosciamo, la specie, cioè, in grado di colonizzare e dominare tutto il Pianeta, non sarebbe nata nell’Africa Orientale, ma in Botswana. I nostri progenitori sarebbero dunque una piccola comunità di cacciatori raccoglitori di 200mila anni fa geneticamente affini ai Khoisan, o boscimani, che in poche migliaia ancora abitano il Botswana centrale e meridionale. Questo studio, che ha immediatamente suscitato dibattito e non sempre consenso tra gli esperti, non si basa sulla comparazione di reperti fossili, ma sulla analisi del mitogenoma, ossia del dna mitocondriale di 1217 individui appartenenti a diversi gruppi etnici africani. 

Il dibattito sul tassello numero uno del puzzle evolutivo umano attraversa una fase particolarmente fertile di ipotesi. E incrocia la discussione sul futuro del Pianeta, aggiungendo elementi di peso filosofico alla ricostruzione della nostra identità primaria, che è poi quella di specie. Questo è il motivo principale per cui vale la pena parlarne senza indugi, salvaguardando tutta la complessità dell’argomento. 

Nel suo articolo su Scientific American sulle novità dal Botswana, Richard Conniff ha ricordato un secondo studio, pubblicato sempre su Nature ( il 10 settembre scorso: “Deciphering African late middle Pleistocene hominin diversity and the origin of our species”). Gli autori avvertono che “le origini di Homo sapiens rimangono oggetto di controversia. L’estensione dello schema geografico della diversità morfologica fra gli ominidi africani nel periodo centrale del tardo Pleistocene è in parte sconosciuta, fatto che preclude una definizione precisa dei limiti di variabilità dei primi Homo sapiens e della interpretazione dei fossili presi uno per uno”. Sappiamo cioè ancora molto poco non solo dei primi Sapiens, ma dei contesti geografici in cui si sono evoluti e se tra le singole popolazioni ci fossero delle differenze. Il processo evolutivo che ha condotto a noi, questo pare chiaro, fu complesso ed esistettero, nel contesto africano, linee di derivazione diverse: non tutte contribuirono a dare origine ad Homo sapiens. “Sulla base dei fossili disponibili, Homo sapiens sembra essere nato dalla confluenza di popolazioni-fonte dell’Africa meridionale e orientale, mentre i fossili nordafricani potrebbero rappresentare una popolazione che confluì per ibridazione nei Neandertal durante la fase mediana del tardo Pleistocene”. In generale, la cornice teorica sulla questione dell’origine dei Sapiens è stata profondamente modificata, si legge in questo studio, non solo dalle ultime scoperte, ma anche da diverse tecniche analitiche, compresa la paleo-genetica. Secondo l’ipotesi che colloca in Botswana la culla della nostra specie, ci furono due grandi migrazioni, entrambe collegate ad alterazioni climatiche, che spinsero i Sapiens verso altre regioni del continente: la prima, 130mila anni fa, verso nord-est, in una fase più umida; e la seconda, attorno ai 110mila anni fa, verso il sud ovest. I fossili rimangono però indizi fondamentali nella ricostruzione di un passato cruciale per tutto il Pianeta ed è sulla non sufficiente considerazione dei resti fossili (e della loro provenienza), a tutto vantaggio delle evidenze genetiche, che, ad esempio Ian Tattersall – raggiunto via email – esprime i suoi dubbi sulla rilevanza complessiva dell’ipotesi Botswana. Dice Tattersall: “Ritengo molto probabile che gli esseri umani moderni siano i discendenti di una piccola popolazione ancestrale collocata in Africa. Il Botswana potrebbe andare bene, come molti altri luoghi. Ma a questa distanza nel tempo, e sapendo che le popolazioni umane tendono a spostarsi e a mischiarsi, è inverosimile che quanto è registrato nel dna mitocondriale potrà decidere in via definitiva questo interrogativo”. 

Quando osserviamo le grandezze temporali in gioco nelle linee di discendenza che hanno prodotto prima le scimmie antropomorfe del Miocene, poi le australopitecine, quindi Homo erectus e poi, in qualche luogo e per qualche motivo, Homo sapiens, la immensità del tempo geologico ed evolutivo ci sommerge. Quasi trenta milioni di anni per giungere agli ultimi diecimila in cui è cambiata letteralmente ogni cosa. Eppure, è proprio in questa enorme distanza spazio-tempo che possiamo provare a comprendere quanto casuale e imprevista sia stata la nostra comparsa, in mezzo a specie che ci assomigliavano, ma che non erano “umani” nel senso che attribuiamo a questa parola. La sensazione quasi istintiva di potere che proviamo oggi quando contempliamo gli altri animali è solo un prodotto secondario della nostra evoluzione. Molto più semplicemente, se ci guardiamo alle spalle, possiamo ricostruire occasioni adattative e soluzioni anatomiche che, come negli esperimenti condotti in un grande laboratorio, hanno infine tentato la sorte con Homo sapiens. L’incertezza scientifica, la sostanziosa mancanza di fossili, che grava sui passaggi cruciali di questa storia evolutiva, può anche rappresentare un vuoto fondamentale della nostra coscienza. Ci sono molte lacune nella nostra identità, non sappiamo tutto di noi e quindi siamo costretti a fare i conti con dubbi morali sempre più enigmatici sul posto che occupiamo sul Pianeta e sulle scelte che compiamo.  Siamo coinvolti nel nostro stesso buio, in una tenebra che è emozionante, e che però dà anche le vertigini. Abbiamo imparato ad essere radicalmente liberi, ma non sappiamo con precisione da dove ci venga questa passione per la libertà. 

Quello che, invece, sappiamo è che le indagini paleontologiche sulle origini umane ci pongono faccia a faccia con gli antenati. Specie estinte che stanno sulla nostra linea di derivazione, padri fondatori, generazioni di pionieri (come i pittori della grotta di Chauvet di 36mila anni fa): tutti soggetti, ossia protagonisti, di un passato che non smette di dare forma al nostro presente attraverso i vincoli biologici della nostra identità più profonda. Dal punto di vista morale dunque, oltre che scientifico, non esiste discorso sul futuro che non sia anche un discorso sul passato. 

Il pensiero africano contemporaneo ci può essere di grande aiuto per inquadrare correttamente il ruolo della evoluzione nella definizione delle nostre attuali responsabilità, perché in molti pensatori africani è ancora vivo un problema teoretico che in Europa consideriamo (a torto) superato, ossia il problema di dove mettere il passato, di come dargli valore senza rinnegare il futuro. L’economista e filosofo senegalese Felwine Sarr esplora spesso questi argomenti e anzi li pone al centro del movimento di rinnovamento della coscienza collettiva africana. Come è facilmente intuibile, l’analisi della condizione culturale e psicologica delle nazioni africane è segnata dalla frattura coloniale. Ma Sarr ragiona in realtà su di un aspetto della questione del passato che coinvolge tutti noi uomini e donne del XXI secolo su di un piano di responsabilità storica sottovalutato in Europa. Qualunque passato umano è ormai costellato di delitti e atrocità, in ogni continente. Proprio per questo, sostiene Sarr, “la condizione della vera crescita e della creatività si deve ancorare al diventare più antichi e anche più nuovi. Su questo rapporto il lavoro di memoria, di storia, di riconciliazione con le multiple fonti della propria identità ma anche recupero e riordino è imperioso”. 

È un discorso africano, è vero, che però, seguendo la sollecitazione di Wole Soynka a chiedersi che cosa l’Africa possa fare per il mondo oggi, può avere una sua coerenza anche per noi e mostrarci una strada. Un discorso sugli antenati ( paleo-antropologico e genetico) è indispensabile, se vogliamo provare a costruire un discorso nuovo sul Pianeta, i suoi animali, i suoi habitat e il suo futuro. È, per citare ancora Soynka, “self apprehension”: capire se stessi appropriandosi di se stessi. In un prisma temporale. 

Avvertenza: per tutti gli interessantissimi dubbi sulla ipotesi Botswana Richard Conniff mi ha consigliato di leggere questa analisi uscita su The Atlantic. 

 

Dobbiamo tutti diventare degli storici

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Un esercizio utile per capire quanto siamo dentro il nostro tempo, quanto cioè comprendiamo l’epoca in cui ci è capitato di stare su questo Pianeta, e fino a che punto ce ne sentiamo o meno protagonisti, è rivedere i film che ci hanno entusiasmato, e di cui conosciamo ogni dettaglio. I cult movie di cui sappiamo già la trama, in altre parole, sul cui intreccio abbiamo già letto di tutto, e che però, alla faccia dell’ormai impossibile effetto sorpresa, continuano ad inchiodarci alla poltrona davanti alla televisione. Questo è il caso, ad esempio di Titanic, il capolavoro (forse) di James Cameron, oggi uomo della National Geographic Society grazie alla sua impresa nella Fossa delle Marianne del 2012. Quando rivediamo per la centesima volta ( come ieri sera) un cult movie che conosciamo a memoria ci accorgiamo, immancabilmente, di qualche sfumatura che avevamo ignorato o sottovalutato. Qualcosa di nuovo fa breccia e pensiamo che il capolavoro stia tutto lì, nel fatto cioè che una sceneggiatura sia così ben calibrata da sprigionare nuovi significati nel corso del tempo. Ma le cose stanno in un modo completamente diverso.

I Greci non andavano a teatro per sapere come sarebbe finita la saga degli Atridi o se un certo eroe avrebbe pagato con la vita l’offesa recata agli Dei, e la loro invidia. Ci andavano perché la rilettura del testo fondamentale di un mito (la tragedia così come la interpretava un certo poeta) riservava loro una esperienza originale del reale e delle sue contraddizioni. Non è cioè la storia in se stessa che si modifica, ma il modo in cui noi (o i Greci) la osserviamo. Quando il presente già visto ci dice una parola mai ascoltata prima ciò avviene perché la nostra coscienza storica ha preso ad analizzare il reale con nuove categorie. Dentro di noi la capacità di comprendere le cose è mutata, si è ampliata, o si è contratta, si è rattrappita sulla noia o invece si è aperta all’impensato. 

È il richiamo del reale che modifica lo sguardo sulle cose del mondo. 

Ecco perché essere dei soggetti storici consapevoli della nostra epoca – una epoca di estinzione – significa aderire al principio di realtà, ossia ad un bisogno coraggioso di rispondere ai dati di fatto del presente, e non ad illusioni, proiezioni, vane speranze. Non possiamo essere presenti a noi stessi se non siamo presenti all’epoca in cui viviamo: non ci è dato essere individui capaci di progetti, cittadini informati e persone consapevoli al di fuori di una considerazione complessiva di questo XXI secolo, della crisi delle economie fondate sui combustibili fossili, del prezzo che la biosfera ha pagato per il nostro comfort di massa. La nostra singola, autonoma, preziosa esistenza è il punto di partenza di uno sguardo sul mondo davvero storico. 

Negli anni Venti del secolo scorso il pensiero europeo provò a ripensare attorno al problema dell’esistenza ( e cioè sostanzialmente il problema dell’essere qui, sul Pianeta) anche i problemi, ancora più insondabili e tragici, del buio sempre incombente sulla coscienza umana. Il sentimento, cioè, che l’essere umano sia in fondo così solo, mortale e fragile da non poter riscattare l’esistenza in un progetto coerente con l’essere del mondo. Eppure, si diceva, ci deve pur essere una via per cui un uomo può trovarsi in coerente sintonia con il resto delle cose viventi. Oggi queste domande sono più aperte che mai. La catastrofe ecologica intorno a noi dà forma alle nostre vite ( vi siete accorti di quanto costa un chilo di farina di castagne in questi giorni?), anche nel senso che il collasso della Terra, trovandoci vigili e pronti a comprendere, a esplorare, a sperimentare, nella nostra piccola vita quotidiana, ci impone il peso della Storia. Di una esistenza che sappia di se stessa e della propria epoca. 

Cos’è l’estinzione? Solitudine

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È troppo poco sostenere che l’estinzione sia soltanto la perdita irreversibile del patrimonio biologico del nostro Pianeta. Troppo poco, perché la parola stessa, patrimonio, rimanda a qualcosa di ben più intimo dei freddi dati statistici. Estinguere significa prima di tutto perdita assoluta, trovare il nulla là dove, invece, si sospettava di poter recuperare un senso. Gli esseri umani sembrano trovarsi particolarmente a proprio agio nella scoperta del potere immenso dell’oblio e della collera impotente della nostalgia. Per gli umani la consapevolezza di ciò che non potrà mai più tornare è una ispirazione. Tantissime volte è bastato questo per scrivere capolavori della letteratura, per osare indagini sulla arcaicità delle emozioni fondamentali prodotte nel nostro cervello, e dipingere quadri che riproducono in modo stupefacente la realtà vista da noi. Possiamo senz’altro dire che una consistente porzione della percezione orgogliosa che abbiamo della nostra specie dipenda da questa tendenza a far tesoro della perdita, trasformandola in un anelito pressoché infinito al sublime. Siamo così innamorati della forza creatrice del sentimento della perdita che ne ignoriamo quasi sempre gli effetti collaterali. Ma una perdita è definitiva. Ed è per questo che se abbiamo fatto di tutto per separarci da qualcosa o da qualcuno, dalle foreste ad esempio, o dalle tigri siberiane, non avremo solo il criticabile diritto di tessere orazioni funebri ed elogi della bellezza scomparsa; ci ritroveremo, soprattutto, immersi fino al collo in una nuova dimensione storica ed esistenziale che stava nelle premesse implicite della possibilità della perdita. L’estinzione è esattamente questo: una inedita epoca storica, in cui, ormai, la coscienza della perdita permea ogni angolo della nostra esperienza del mondo, lasciandoci soli con sentimenti che mai avremmo immaginato di provare nei confronti della nostra famiglia tassonomica. L’estinzione è dappertutto. È un colore, una nebbia sottile che non si dirada mai completamente, una atmosfera di inquietudine e senso di colpa, che assomiglia molto ai sentimenti esistenzialisti che coinvolsero la società europea all’indomani dell’armistizio della Prima Guerra Mondiale. Quando scoprimmo, in altre parole, in che cosa consisteva esattamente il nostro essere moderni. 

Wolfram Eilenberger (Il tempo degli stregoni) ha ricostruito in modo estremamente lucido e preciso quel passaggio storico, mostrando che lo sconvolgimento della Grande Guerra aveva preso possesso in pianta stabile delle menti più illuminate degli anni ’20, le quali erano alle prese, tanto nel campo della logica quanto in quello della filosofia, con domande brutali sulla coesistenza ontologica, negli esseri umani, di un vuoto autodistruttivo e di una inarrestabile fame di affermazione storica. Perché gli umani continuano a rimanere aggrappati al desiderio di conquista, di costruzione di imperi, di espansione economica, se dentro di loro alberga un abisso esistenziale fatto dello stesso materiale disperato, insano ed esplosivo di cui sono fatti i peggiori istinti bellici? Come si può rimanere umani quanto l’esistenza, è chiaro, è un essere per la morte, o, nel migliore dei casi, un non senso inscritto nelle stesse impressionanti strutture del linguaggio? Quando l’esistenza stessa diventa un problema, allora l’essere umano è costretto ad interrogarsi sulla tenuta complessiva del suo mondo. Oggi viviamo qualcosa di assolutamente analogo. L’estinzione, aggravata dalla catastrofe climatica, ci interroga sulla ragionevolezza delle società avanzate del XXI secolo, e sulla coerenza biologica del nostro posto su un Pianeta che abbiamo in buona parte distrutto. 

Scrive a questo proposito Ian Tattersal, il grande paleoantropologo americano del Natural History Museum di New York: “Quando gli esseri umani moderni hanno raggiunto l’Europa, i Neandertal hanno ceduto il passo. Quando si sono spinti nell’Asia meridionale è stato Homo erectus a sparire, anche se in una fase altrettanto recente proliferava nel suo ultimo avamposto insulare dell’Asia sudorientale. Lo stesso è accaduto, un po’ di tempo dopo, nel caso degli sfortunati Hobbit di Flores e probabilmente anche in varie località dell’Africa poco studiate, dove altri ominidi erano riusciti a sopravvivere ai rigori dello stadio MIS 4 ( ndr, una delle fasi più fredde del Pleistocene). C’era davvero qualcosa di speciale nei nuovi invasori. Fin dall’inizio dell’evoluzione umana il mondo ha ospitato diverse specie di ominidi nello stesso tempo, e talvolta molte di esse coabitavano nel medesimo ambiente. Ma quando i nostri antenati hanno abbandonato l’Africa il mondo è diventato rapidamente una monocoltura ‘umana’. Questo particolare ci insegna qualcosa di importante su noi stessi: non soltanto siamo incapaci di tollerare la competizione, ma possediamo anche mezzi incomparabili per esprimere e imporre tale intolleranza. È una riflessione da tenere bene a mente, visto che continuiamo a perseguire con violenza i nostri più stretti parenti, con il rischio di portarli all’estinzione”. 

La monocoltura umana è il Pianeta del nostro presente, abitato da quasi 8 miliardi di persone, con 1 milione di specie in estinzione e i grandi mammiferi confinati in habitat sotto assedio. Che significato ha questa condizione storica? Io credo che il nucleo più autentico dell’estinzione sia la solitudine. Non solo perché estinguendo tutte le altre specie animali e vegetali non rimarrà nessun altro essere vivente con cui condividere l’esperienza del Pianeta; completamente soli, finiremo con il guardarci allo specchio con un sentimento di sgomento e di alienazione, e vedremo in noi stessi una tautologia autoreplicante.  Questo tipo di solitudine è già tra noi, ne possiamo udire gli scricchiolii. 

Non è dunque l’orrore a dominare il nostro sentimento della fine della natura, come sembra suggerire anche il lungo excursus Appetite for Extinction pubblicato dal magazine on line (italianissimo) NOT (not.neroeditions.com) e scritto da Tommaso Guariento. Il ragionamento dell’autore parte da una recensione dell’acclamata serie HBO sull’incidente nucleare di Chernobyl. Moltissime persone che ignorano cosa sia l’IPCC hanno invece seguito questa storia televisiva sovietica con un entusiasmo che mai metterebbero nell’informarsi sulla estinzione di massa ormai alle porte. Infatti, spiega Guariento, “anche senza spingere troppo sulla sovrainterpretazione, è abbastanza chiaro che questa serie funziona come una specie di monito verso la catastrofe climatica che stiamo vivendo. In particolare, la contrapposizione fra volontà di verità del discorso scientifico e volontà di potere della prassi politica torna, in forma mutata, nell’epoca dell’Antropocene”. Facendo riferimento a numerosi studi ( ad esempio del prestigioso Breakthrough Institute) l’autore sostiene la tesi che Homo sapiens sia, per ragioni cognitive inscritte nella nostra stessa evoluzione, incapace di immaginare la propria fine, ma che proprio per questo la rappresentazione dell’apocalisse della natura “continua ad affascinarci e a catturare le nostre limitate riserve di attenzione”. D’altronde, “ormai è troppo tardi per pensare razionalmente a un futuro che preservi le stesse forme di vita del nostro presente”. Per Guariento, dunque, la fiction apocalittica ha un suo ruolo ben preciso nella strategia psicologica con cui le persone comuni tentano di scendere a patti con il disastro ambientale: “da un lato, mentre il clima globale sembra essere uscito dai suoi cardini, le finzioni apocalittiche come Chernobyl consumano la nostra attenzione, che potrebbe essere rivolta alla ricerca immediata di soluzioni collettive. Dall’altro, all’interno delle finzioni noi incontriamo l’aspetto orrido del Reale, e, come sostiene Matteo Meschiari, ci esercitiamo per futura sopravvivenza in un mondo devastato e inospitale”. 

Questa interpretazione, fondata sulla rielaborazione del grande tema spettacolare della “fine del mondo”, è a mio parere molto riduttiva. L’estinzione è una condizione dannatamente concreta, non solo perché già adesso negli ecosistemi risparmiati all’agricoltura le popolazioni animali sono sempre più rarefatte, ma soprattutto perché noi viviamo in una epoca di estinzione. E questo significa che l’intera nostra vita quotidiana, il nostro pensiero su noi stessi e il mondo, sono plasmati dal declino della vita biologica. Siamo nella storia del XXI secolo esattamente come siamo nella storia dell’estinzione. Non possiamo tirarci fuori dall’obbligo di appartenente a questa epoca, che ci impone una responsabilità prima di tutto esistenziale. A dispetto dell’individualismo tipico degli stili di vita contemporanei, ognuno di noi è figlio dell’Antropocene. Può fregarsene, non poterci fare nulla, ma la sua esistenza emotiva e spirituale è condizionata dal tempo dell’estinzione. E cioè, in parole da bar, dalla perdita, dall’abbandono e dalla solitudine. Ciascuna di queste condizioni la imponiamo alle faune del Pianeta e imponendola agli animali e alle piante la imponiamo anche a noi stessi. 

Per tutte queste ragioni, se vogliamo rispondere alla domanda, ma, allora, che cosa è l’estinzione, dobbiamo metterci in cammino. La ricerca di una risposta a questa domanda assomiglia ad una pista incerta, e spesso interrotta, in una foresta, o nel caos urbano di una megalopoli, che ancora protegge, qua e là, qualche edificio storico ormai allestito a museo, soffocato nei particolati, abbandonato a se stesso. Su questa pista ci sono frammenti, fossili, reperti, quadri, archivi, elementi sparsi in attesa di qualcuno che sappia dare loro un nome. Il racconto dell’estinzione non può che procedere per frammenti, perché viviamo in una epoca di rovine, ma proprio per questo è in qualunque esperienza umana (artistica, letteraria, tecnologica, poetica, scientifica) che possiamo identificare le tracce del presente in disfacimento. 

 

XR è ora nel pieno della sua maturità

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(Credits: Extinction Rebellion London FB)

Nella settimana del 15 ottobre 30mila persone hanno manifestato sotto la pioggia, per le strade di Londra, con Extinction Rebellion. Una gigantesca azione di disobbedienza civile che in tutto il mondo, riferisce XR nel comunicato stampa conclusivo di venerdì scorso, è costato l’arresto a 3mila civili. Nel nostro Paese, questi fatti non sono stati considerati una notizia ad esempio dal Tg La7 di Enrico Mentana, ma neppure da Lili Gruber e da Barbara Palombelli, le signore in Armani dei talk dell’ora di cena. Un vuoto democratico spaventoso e indecente. Ma procediamo per gradi. Dopo i due momenti topici del 30 ottobre 2018 e del 15 aprile 2019 questa terza azione di disobbedienza civile di massa ha dato inizio ad un atteggiamento mentale completamente nuovo nell’ambientalismo. E non solo in quello militante, attivo ( non tutti hanno potuto lasciato il lavoro per dormire in tenda a Vauxhall o a Trafalgar Square), ma sopratutto, e qui sta la vera novità, nell’ambientalismo spirituale di tutti coloro che sanno che non abbiamo più alternative se non innescare una rivolta civile. 

“Tempi difficili attendono la Gran Bretagna e il mondo. Tutti adesso ci troviamo di fronte ad una scelta, se unirci od optare per la divisione. Hanno manifestato in strada i nonni, donne che hanno allattato i loro figli davanti alla sede di Google, gruppi da tutto il Paese hanno occupato luoghi nell’intero quartiere di Westminster”. La intensità della partecipazione della società civile inglese è stata straordinaria: il movimento ha dimostrato, enorme lezione per l’Italia, la maturità dell’ambientalismo inglese, fatto di gente comune, motivata, seria, e non di cavalieri solitari in cerca di un pubblico o di uffici marketing personalizzati. Molti ragazzi in sedia a rotelle hanno partecipato alle manifestazioni, mostrando quanto grande sia ciò che ognuno di noi può fare con il poco che possiede.

Ma XR ha anche indicato una strada per i ragionamenti che ci attendono negli anni a venire. È giunto infatti il momento di instaurare parallelismi e paragoni molto scomodi e indigesti al perbenismo di comodo. Per quanto mi riguarda, ho parlato più volte delle somiglianze tra la burocrazia del consenso durante il periodo nazista e la attuale ignavia di massa (in Italia siamo all’anno zero) nei confronti del collasso del Pianeta. Due giorni fa sul profilo FB di XR London è stata caricata una fotografia storica, in bianco e nero, di un gruppo di indiani del Madras, India, ridotti a scheletri dalla fame. Si tratta della Grande Carestia del 1876-78, che coinvolse buona parte dell’India meridionale e fece 5 milioni e mezzo di morti. L’altopiano del Deccan fu colpito, in quegli anni, da una terribile siccità, ma le scelte politiche con cui le Autorità Coloniali Britanniche gestirono l’emergenza furono decisive per aumentare a dismisura le vittime. Lord Lytton, il viceré, approvò una massiccia esportazione di grano (320mila tonnellate) verso l’Inghilterra. In sintesi il poco cibo disponibile venne esportato. I fatti rientrano in quei piani di sfruttamento coloniale delle risorse indiane che il socio-antropologo Mike Davies ha definito “olocausti tardo-vittoriani”. 

L’opinione pubblica deve essere messa di fronte a questa verità: il cambiamento degli schemi climatici su cui abbiamo regolato la nostra capacità di produrre cibo, una volta alterati, compromettono la tenuta dei nostri sistemi alimentari (food chain). I grandi giornali, e spesso anche i piccoli giornali, tendono a ridimensionare il paragone con epoche storiche che consideriamo raccapriccianti per la loro violenza intrinseca e che pretendiamo ormai “superate” da una attitudine moderna al progresso. Sono letture manipolatorie della realtà odierna, tutelate in Italia dall’Ordine dei Giornalisti, che hanno lo scopo di ridimensionare la percezione storica della crisi ecologica, isolandola nel tempo e nello spazio, ascrivendola alla emotività sovra eccitata degli ambientalisti di professione, e sminuendone quindi la portata.

Gli esempi di questa complicità non mancano. Lo scorso 18 ottobre, Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo di Massimo Fini (“Si muore di suicidi e denatalità”), che a sua volta riprendeva un contributo uscito sul Corriere della Sera e firmato da Antonio Scurati: in entrambi si sosteneva l’insostenibile, ovvero la necessità di rimediare al crollo demografico occidentale, interpretato come una sciagura. Fini, purtroppo, non è nuovo a sparate del genere, visto che di recente, sempre sul Fatto, è uscito un suo editoriale delirante a favore dell’alimentazione carnivora (il 27 agosto: “L’estremismo della carne”). Sovrappopolazione e impossibilità di continuare ad abitare ancora a lungo su un Pianeta vivibile ingozzandosi di proteine animali non sono opinioni, sono dati di fatto scientifici. Questo modo di argomentare lo stato attuale del Pianeta, e sopratutto la necessità di tassare imballaggi di plastica, bistecche, junk food per provare, invece, a spostare soldi dalle industrie più distruttive a modelli produttivi innovativi, non è innocuo. Continua ad instillare nell’opinione pubblica il pregiudizio che tutto sommato le cose non sono così gravi, che prima o poi verrà fuori un piano B, e che la situazione climatica è abbastanza sotto controllo da motivare, questo sì in modo sostenibile, fiumi di riflessioni egocentriche. XR ha piantonato l’ingresso della BBC per chiedere una svolta ( basta invitare negazionisti, e preoccuparsi di verificare da chi sono sovvenzionati i Think Tank per cui lavorano gli esperti intervistati): consiglio di ascoltare il loro podcast ( su Apple Podcast o Spotify) del 13 ottobre intitolato “BBC tell the truth”. L’audio contiene anche una efficacissima, e impressionante, fiction dei messaggi di emergenza che la radio britannica dovrà presto trasmettere, se non riusciremo a innescare un cambio di passo storico sul collasso ecologico. In guerra, la radio serve per organizzare le evacuazioni, dare istruzioni sulle scorte di cibo, allertare i quartieri a rischio per le infiltrazioni di bande di terroristi e gente armata in cerca di acqua potabile. Ricordiamo che la BBC, al netto delle sue reticenze, è una eccellenza mondiale nell’informazione planetaria. Exemplum a maiore.

È chiaro che portare la protesta ad un livello critico come quello a cui abbiamo assistito negli ultimi dieci giorni suscita anche rabbia, indignazione, stupore, antipatia. La posizione di XR, diffusa sempre con il comunicato stampa di venerdì scorso, è esemplare: “Qualunque sia il vostro punto di vista, la ribellione ha suscitato conversazioni che non c’erano mai state. Eppure, questo autunno di rivolta è stato molto diverso da Aprile, dalla prima sollevazione. La risposta del Governo e delle Autorità (ndr, prima del 15 ottobre sono state sequestrate molte attrezzature e cucine da campo) ha significato che certi aspetti di impatto visivo, anche la gioia della ribellione, non erano più possibili. La confisca delle attrezzature per persone disabili ha reso poi il loro accesso decisamente più difficile. Moltissime conferenze già pianificate non hanno potuto aver luogo e moltissimi relatori non hanno potuto parlare, ed è stato tutto molto più complicato per centinaia di artisti che volevano intervenire. L’escalation negli ordini restrittivi della Polizia ha impedito la presenza di coloro che si trovavano nelle situazioni più vulnerabili. Non avrebbe potuto esserci la gioia di stare insieme che c’è stata ad Aprile. Eppure, grazie alla sincerità di cuore e alla creatività di tanta gente siamo stati in grado di adattarci, con successo, e di creare qualcosa di nuovo. Questa ribellione è stata diversa anche a ragione della maggiore varietà di persone e di aggregazioni sociali che hanno partecipato”. 

Una accesa polemica ha fatto seguito ad una aggressione avvenuta a Canning Town, Shadwell and Stratford, il 17 ottobre: un attivista non autorizzato da XR, ma che aveva espresso la sua adesione al movimento, è salito sul tetto di un vagone della metropolitana, a quell’ora della mattina affollatissima di pendolari che, per ragioni di reddito, non hanno altri mezzi per raggiungere il posto di lavoro, che non avrebbe pagato loro le ore di ritardo spese ad aspettare una risoluzione pacifica della manifestazione. Il dimostrante è stato aggredito e trascinato a forza giù dal tetto, rischiando il peggio. L’episodio ha dimostrato la fragilità assoluta di tutti noi, e in particolare modo delle fasce più deboli e peggio retribuite, dinanzi alla crisi ecologica. Per chi ha un pessimo impiego mal pagato ( non importa se in un ufficio o in un fast food) i blocchi sulle strade significano comprensibilmente disagio, rabbia e ingiustizia; ridotti a spettri dei protagonisti della democrazia che fu, ce la prendiamo però con un innocente. I veri colpevoli non sono gli ambientalisti, che, anzi, in Inghilterra – come in Francia e in Germania – sono gli unici a parlare delle ricadute sociali, sempre più inique, della distruzione del Pianeta. Responsabili sono invece le élite al potere, che da quasi 30 anni ormai promettono di farsi carico di un sistema economico insostenibile mentre, in separate stanze, firmano politiche accondiscendenti nei confronti dei big polluters. Il punto sulla faccenda di Canning Town, purtroppo, è che lo stesso organigramma produttivo che ci ha condotti al punto in cui siamo ha anche svuotato le società civili del diritto ad una vita migliore attraverso la protesta, l’azione sindacale, lo sciopero pacifico e continuativo. Siamo divenuti schiavi silenziosi, a cui non resta che obbedire per mangiare un tozzo di pane o perdere il lavoro come inutili Don Chisciotte di un mondo perfetto nella sua violenza istituzionalizzata. 

La posizione di XR su Canning Town ha un enorme rilevanza etica: “Come abbiamo visto l’altro ieri (ndr, il 17 ottobre) a Canning Town, Shadwell and Stratford, è chiaro che abbiamo bisogno di imparare ancora molto su come colmare questo divario. Non sempre ci riusciamo. Siamo consapevoli che, in questo viaggio, commetteremo e commentiamo degli errori. Come chiunque altro, siamo tutti esseri umani imperfetti che sono semplicemente parte di un sistema che distrugge il Pianeta così come distrugge chiunque altro. Sappiamo di fare cose che ogni giorno causano disordine nelle vita quotidiana della gente, ma lo facciamo per rendere tangibile la minaccia esistenziale che incombe su tutti noi, e questa gente ha ragione ad essere arrabbiata con noi. Ma molti di noi sono terrorizzati dinanzi al futuro che attende il Pianeta che amiamo. Non tutti sono con noi su questa questione della emergenza climatica ed ecologica e spesso sono le stesse voci marginalizzate ed escluse dalla società a non abbracciare Extinction Rebellion. Molti sono già talmente preoccupati dal ritirare avanti che il nostro messaggio sembra loro irrilevante. Non possono concepire di rischiare di farsi arrestare e di perdere due settimane di lavoro. È quindi arrivato il momento di fare uno sforzo concertato per ascoltarli. A prescindere dal fatto che decidano o meno di venire con noi. Per noi è importante che la gente trovi il proprio ruolo e la proprio voce in ciò che verrà, in un gruppo organizzato o in qualunque modo vada bene per loro. Questa emergenza non è separata dalla vita di ogni giorno, ci sono già persone che stanno morendo dall’altra parte del mondo (….) Agli abitanti di Londra dichiamo questo: ci dispiace di avervi causato disagio. Lo avevamo previsto, proprio perché abbiamo paura per ciò che amiamo. Per molti di noi Londra è la nostra casa, e ci teniamo quanto voi”. 

Se c’è una cosa che la settimana del 15 ottobre ha dimostrato è fino a che punto il collasso del Pianeta coinvolga ogni aspetto della quotidianità. Questo pone due problemi apertissimi: il primo, quale prezzo dovremmo pagare, in termini sociali, per spingere i governi ad agire in modo adeguato, e, secondo, se davvero l’attuale schema di civiltà possa essere riformato. 

La Germania (e l’Europa) mandano in pensione il Faust di Goethe

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Tra gli animali in via di estinzione andranno presto annoverati anche i lettori di Goethe. Dal 2021 nel Nordrhein Westfalia il Faust, avverte un editoriale uscito lo scorso 13 ottobre sulla edizione on line del settimanale DIE ZEIT, sarà fuori dal canone di opere letterarie indispensabili per conferire l’Abitur. Sì a Lessing, Kleist e Schiller, ma non al capolavoro di Goethe. In Germania, l’Abitur è l’esame che bisogna sostenere al termine di un percorso scolastico analogo al liceo, ma molto più serio e impegnativo, ed è indispensabile per accedere all’università. Finora l’Abitur è stata una garanzia di una formazione scolastica di alto livello, e di tutto rispetto. Il dibattito scolastico tedesco è ovviamente federale, non ci riguarda, ma questa decisione getta una lunga ombra sul destino dell’Europa, sulla strada che abbiamo imboccato e sulle conseguenze collettive che ne deriveranno. E la questione, diciamolo subito, non riguarda affatto né malinconie nazionaliste, né simpatie politiche di destra, né passioni malsane per una identità intrisa di orgoglio farlocco. Qui la questione riguarda la scelta di tutelare il diritto delle nuove generazioni ad acquisire strumenti critici fondamentali a comprendere il presente, che, guarda caso, non è certo epoca tranquilla e confortevole, ma aperta ad un esperimento mortale senza precedenti storici che prende la forma della catastrofe ecologica.

Ci sono molte visioni, e opinioni, su ciò che andrebbe intrapreso per aumentare il consenso dell’opinione pubblica attorno alla emergenza climatica, e alla crisi di estinzione. Le ipotesi si spostano dalla militanza attiva, alla disobbedienza civile, alla disponibilità costante di informazioni attendibili sui mezzi di informazione, anche qualora emittenti televisive ed editori siano controllati da gruppi economici compromessi con i settori dei combustibili fossili e la loro rete di interessi sovranazionali. Ma ciò su cui raramente si discute è la rilevanza assoluta di una istruzione robusta nella capacità personale di mettere a fuoco la catastrofe. 

In Italia, come ha ricordato di recente il giurista Sabino Cassese a Piazza Pulita, ci sono 30 milioni di persone che sono analfabeti funzionali, ossia uomini e donne (anche giovani) privi delle competenze linguistiche e concettuali necessarie per leggere un libro e scrivere in linguaggio essenziale che cosa hanno fatto in un qualunque giorno lavorativo. Il problema, tuttavia, esiste anche in Europa, ed è stato il filosofo francese Alain Finkielkraut a meglio inquadrare questa tendenza generale. In una trasmissione radiofonica del 2007 (pubblicata in Italia per Spirali Edizioni con il titolo Che cosa è la Francia ?) Finkielkraut discusse, con diversi ospiti, del problema della fine dell’ammirazione per il passato, e della sua aura ispiratrice, nelle menti e nei cuori delle nuove generazioni. Il punto di partenza della sua indagine era lo scollamento evidente, nella società francese, tra i modelli classici della Repubblica, modelli civici e politici, e il tessuto sociale disoccupato, di origine musulmana, o semplicemente di classe operaia autoctona, che non trova più nessun motivo di appeal né in Racine né in Hugo né in De Gaulle. Gli ospiti di Finkielkraut intessono, puntata dopo puntata, un dialogo sconcertante su una nuova condizione culturale europea e francese: la disidratazione del pensiero critico e il crollo del principio di realtà, nutriti da un disinteresse pressoché totale per opere dell’ingegno, pittoriche e letterarie, considerate paccottiglia noiosa e ormai muta. È in altre parole quella condizione che qui, su Tracking Extinction, io ho definito più volte morte del passato. 

Nel corso del programma lo storico Pierre Nora la descrisse così:  “C’è una sorta di solidarietà tra passato e avvenire. Gli schemi di intelligibilità del passato erano un tempo funzione della prescienza o del presentimento che si aveva dell’avvenire. Potevano quindi essere gli schemi della restaurazione, quelli del progresso o quelli della rivoluzione. Questi tre schemi di intelligibilità del passato sono diventati tutti ampiamente caduchi. ” Era d’accordo il semiologo Paul Thibaud: “Oggi l’avvenire è ciò che difendiamo contro il passato. Il paradosso del nostro tempo è che faccia a faccia con il passato c’è un certo rifiuto del debito”. Di nuovo Pierre Nora: “Si può parlare di una crisi della filiazione. Abbiamo la sensazione di essere brutalmente tagliati fuori e separati dal passato. Forse non c’è mai stata una rottura simile nella storia dell’umanità, salvo al momento del Rinascimento o della fine dell’Antichità. Un tempo sapevamo di chi eravamo figli, mentre oggi siamo figli di tutto e di nessuno”. E quindi Finkielkraut: “Credo si potrebbe tornare ancora una volta a Renan per chiarire ulteriormente la distinzione tra nazione storica e nazione memoriale. Eredità e progetto nel contempo, la prima associa la presenza del passato (avere fatto grandi cose insieme) alla preoccupazione dell’avvenire (volerne fare ancora). La seconda disattiva l’eredità rendendo il passato al passato e ostentandolo come puro spettacolo”. 

Anche la messa in pensione del Faust di Goethe è destinata a funzionare come una operazione politica orientata a disinnescare la bomba del pensiero critico. Le opere complesse hanno questo vantaggio, permettono di riconoscere la propria complessità di esseri umani, e quindi la difficoltà intrinseca nei processi decisionali. Sapersi corruttibili, fragili ed enormemente avidi, ossia umani, è indispensabile per affrontare l’esperienza del mondo in un modo emotivamente maturo. Il pensiero critico proviene dalla comprensione della complessità irriducibile delle cose del mondo. Se leggiamo il Faust, ci accorgiamo che questi elementi sono calibrati in una alchimia poetica non solo potente, ma archetipica e moderna: Faust non è un uomo alla ricerca di qualcosa che non gli appartiene, ma che pur desidera. Al contrario, è uno stimato scienziato e medico che però vuole di più ed è disposto a vendere l’anima al Demonio pur di mettere a tacere la frustrazione insaziabile di non sapere tutto, di non potere tutto. Quando gli riesce, con il maleficio satanico, di diventare quasi onnipotente non esita a suggerire a Mefistofele di sbarazzarsi di due poveri vecchi che con la loro capannuccia e i loro tigli in fiore gli impediscono di costruire una torre che svetti sopra il cielo del cosmo. Altro che un vecchio dalla rinomata rispettabilità professionale in piena crisi di mezza età, che finisce con il sedurre, in puro stile MeToo una ragazza di una classe sociale decisamente inferiore alla sua, come lo descrive lo ZEIT parafrasando il riassunto che ne farebbero gli adolescenti tedeschi di oggi. Questo è il manager di una corporation strafatto di cocaina con un caveaux zeppo di capolavori, come il Virgil di Tornatore in La migliore offerta. 

Oggi istituzioni culturali e ministeri dell’istruzione sono impegnati a svilire l’istruzione perché sanno benissimo che annientare il pensiero tragico (ossia lo sguardo smagato, dialettico sul mondo) è la formula indiretta della costruzione di una obbedienza inattaccabile. I giovani italiani e tedeschi non leggono Faust, forse, non perché Faust sia obsoleto, ma perché si insegna loro che il sublime è faccenda da profumeria e cosmesi, da Instagram insomma, e non dimensione neuropsicologica del loro cervello altamente complesso. Lo scopo ultimo della semplificazione è relegare nell’oblio il carattere faustiano di Homo sapiens, per non doverci accorgere che, su questo Pianeta, siamo diventati dei mostri. Perché anche in questo orrore c’è del sublime: una specie tra specie, che fino a 40mila anni fa conviveva con qualcuno di diversissimo da noi, il Neanderthal, noi, signori e signori, una specie figlia di una alchimia enigmatica di clima, geni e puro caso, che però ha disintegrato il suo stesso contesto vitale. Senza neanche bisogno di Satana. 

XR, La dignità è politica allo stato puro

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Se c’è una parola che descrive al meglio i primi quattro giorni della ribellione internazionale di Extinction Rebellion in Inghilterra, in Francia e in Germania è questa: dignità. Di solito la dignità è un atteggiamento mentale che viene ricondotto alla integrità interiore di un individuo, alla sua disponibilità a non rinunciare al rispetto di sé in nome del beneficio altrui. Possiamo però affermare che l’aggravarsi della crisi ecologica ha ormai indotto una rapida riformulazione della dignità umana: oggi, ha dignità chi ha deciso di ribellarsi, ossia di assumere una visione di se stesso e del mondo aggiornata al XXI secolo. Una visione del mondo, è indispensabile ripeterlo, storica. Coerente, in altre parole, con la nostra epoca, che è l’unica che ci è toccato in sorte di vivere. E a cui apparteniamo. Non esiste responsabilità storica al di fuori di un sentimento di sé fondamentalmente storico. Si diventa responsabili della propria condotta solo quando si comprende che la propria epoca storica è il prodotto di azioni, intendimenti e scelte. È cioè opera umana. La dignità dei rivoltosi di Londra e Parigi è radicata in questo principio politico. 

La dignità è politica allo stato puro: fomenta il senso critico, getta il seme dell’indignazione, fortifica la reattività alle menzogne propagandistiche della politica ufficiale (obiettivi climatici derogabili al 2050 o anche 2100, insofferenza per il disaccoppiamento degli investimenti verdi dalle voci di spesa e quindi dalle necessità di pareggio della prossima legge di Bilancio).  Ma avere un atteggiamento dignitoso oggi significa soprattutto voler vedere le cose per come sono e non insistere in una vanità di facciata, che relega le informazioni scientifiche sul collasso del Pianeta a pettegolezzo rompiscatole. L’opposto della dignità, lo dimostrano gli attivisti di Extinction Rebellion, è la superficialità storicamente alienata. 

In UK sono già state arrestate almeno 1000 persone, tra cui un 95enne. Il 10 ottobre è avvenuto l’impensabile (talvolta ciò che non si ha neppure l’ardire di desiderare è invece ciò di cui si avrebbe massimamente bisogno): gli attivisti inglesi hanno bloccato il salone delle partenze del City Airport di Londra, si sono arrampicati sul tetto del terminal e uno di loro è riuscito anche a filmarsi mentre ostacolava le operazioni di imbarco passeggeri su un volo di linea. Un campione sportivo para-olimpico, James Brown, si è seduto in cima ad un aereo della British Airways che avrebbe dovuto partire per lo Sciphol di Amsterdam. A Parigi, da 4 giorni, qualche decina di francesi è accampata allo Chatelet, nel centro di Parigi, con attrezzature igieniche di fortuna e cucine da campo. A Berlino l’occupazione pacifica di suolo pubblico è cominciata lunedì alle 4 e mezza di mattina nel cuore del Tiergarten, attorno alla Siegessaeule (Grosser Sterne) e prosegue con la tattica dello sciame di dimostranti che compaiono a piccoli gruppi in giro per la capitale, usando la messaggistica in tempo reale di Telegram. Molti civili hanno portato ai manifestanti tè caldo e generi di prima necessità ( fa già freddo a Berlino, e piove). 

Sappiamo, in Europa, che il tempo del realismo non è quasi mai il tempo della politica ufficiale, se non a vicende belliche avviate. Ma lo è per la rivoluzione, invece, che, per quanto a lance spezzate, infiacchita dal consumismo di 7 decenni di doping antropologico, è quanto mai attuale nella misura in cui la sua alternativa è un totale annientamento della vita degna di essere vissuta. Perché dobbiamo essere molto chiari, potremo ancora vivere, certo, in un mondo sempre più caldo, ma bisogna essere consci che ci riusciremo solo con il coltello tra i denti. Proprio in questi giorni lo Environmental Audit Committee del Parlamento inglese, come riferisce Extinction Rebellion, ha espresso “una profonda preoccupazione sull’impatto dell’innalzamento dei prezzi del cibo per le fasce più poveri e vulnerabili della popolazione in Inghilterra, e la compiacenza del governo su questa questione”. Un paio di esempi piuttosto eloquenti: in Francia, è in corso una crisi della cipolla ( la varietà pregiata Cévennes). A causa delle piogge eccessive i raccolti sono diminuiti del 30%. Nel 2018 la Lettonia, sempre a causa del crollo nella produzione delle cipolle, aveva dichiarato uno stato di emergenza. L’autunno 2018 e l’inverno 2019 sono stati la stagione della crisi del cavolo cappuccio ( i crauti, per intenderci) in Germania. Troppa siccità. 

Intanto, la IUCN Species Survival Commission (il network mondiale più importante che riunisce 9000 esperti nella conservazione delle specie), nel corso della riunione plenaria di Abu Dhabi (6-9 ottobre) ha lanciato un nuovo appello perché ci si renda conto che l’estinzione della biodiversità va presa sul serio: “Ci rivolgiamo ai governi, ai donatori istituzionali e alla società civile affinché siano attuate misure di emergenza per salvare le specie a maggior rischio di estinzione (…) perché sia riconosciuto il legame tra il rischio naturale e il rischio finanziario”. Infine, “ci rivolgiamo a ogni individuo, soprattutto ai giovani, perché prendano una posizione e si alzino in piedi per parlare per la salvezza di tutte le specie”. 

A differenza dei cambiamenti climatici, abbiamo a disposizione un sostantivo che denota uno stato d’animo molto preciso per dire che cosa è l’estinzione: solitudine. Una sconfinata distesa di miliardi di esseri umani, come ha scritto E.O.Wilson; ma, soprattutto, il silenzio terrificante dell’unica specie rimasta condannata a guardarsi allo specchio, trovandoci solo il proprio volto, senza più il conforto del confronto con l’altro. Cioè, in parole da bar, con la ricchezza polimorfa della vita. 

 

Il traffico di specie selvatiche è più ampio del previsto e coinvolge l’intero albero della vita

White-rumped Shama - Credit Gabby Salazar
(Uno sciama groppabianca in vendita in un mercato di Yogyakarta, Java, Indonesia)

Il commercio di specie selvatiche (per cibo di lusso, preparati della medicina tradizionale e animali da compagnia) rappresenta una delle cause più rilevanti di estinzione dei vertebrati su scala globale, e sta peggiorando, avverte uno studio appena uscito su SCIENCE (Global Widlife Trade Across the Tree of Life, 4 October 2019). Le stime complessive, elaborate sui dati disponibili per la IUCN e la Cites Red List, sono del 40-60% peggiori di quanto ci si aspettasse. Ogni anno, migliaia di piante ed animali selvatici vengono prelevati dai loro habitat per soddisfare una domanda di mercato definitiva dagli autori “insaziabile”. Il traffico illegale fattura dagli 8 ai 21 miliardi di dollari annui ed è uno dei business più ramificati e redditizi del mondo. 

“Il commercio di specie selvatiche coinvolge, in media, il 18% dei vertebrati rimasti sulla Terra. Il nostro censimento mostra che 5579 delle 31.745 specie di vertebrati vengono messi in commercio, con una percentuale più altra tra gli uccelli (23% su 10.278 specie) e tra i mammiferi (27% di 5420 specie) rispetto invece a quanto accade ai rettili (12% di 9563 specie) e agli anfibi (9% di 6484 specie)”. 

Da un punto di vista geografico, la mappa del traffico riserva delle sorprese. Da anni la preoccupazione dei ricercatori è concentrata sul sud est dell’Asia, ma ormai sono al centro del commercio anche il Sud America, l’Africa centrale e sud orientale, e addirittura l’Himalaya. Bisogna considerare che stiamo parlando degli ultimi bacini particolarmente ricchi di biodiversità di questi continenti, soprattutto per quanto riguarda gli uccelli, come è il caso delle Ande, per via di ciò che rimane della foresta Atlantica, e dell’Amazzonia orientale per gli anfibi. L’Africa, invece, e il Madagascar e pure l’Australia esportano maggiormente mammiferi catturati illegalmente. La caccia al “pet” esotico è una prerogativa dei tropici, ma ancora una volta raggiunge ormai l’Himalaya. 

Lo studio tuttavia riesce a gettare luce su un aspetto ancora più importante di questo tipo di traffico, di cui si parla troppo poco: “le specie emblematiche (ndr, come il rinoceronte o i grandi felini, o il pangolino) rappresentano solo una piccola, benché ben pubblicizzata, parte del commercio di specie animali. Se cambiano le preferenze culturali, il traffico di wildlife può molto rapidamente condurre una specie sino all’estinzione”. Questo avviene perché il mercato risponde al capriccio della moda e nessuna specie è davvero al sicuro. I flussi di denaro, e quindi la cattura, si spostano a seconda dei gusti dominanti, con un effetto di espansione della minaccia incontrollabile. Un esempio di tutto questo è la crescente richiesta del “casco” osseo simile all’avorio del bucero dall’elmo (Rhinoplax vigil), un uccello endemico della Malesia e dell’Indonesia. A partire dal 2012 ne sono finiti in vendita decina di migliaia e ora la specie è criticamente minacciata. In pratica, commercializzata fino all’estinzione. 

Il fatto che gli esseri umani non si facciano scrupoli nello sfruttare le specie che risultino eccentriche o particolari per i gusti di compratori benestanti delle megalopoli urbane del Pianeta ha però delle conseguenze macro-evolutive. In pratica, il commercio illegale di animali selvatici ha un impatto diretto sul futuro di intere famiglie animali, perché il prelievo funziona come una potatura selettiva dell’albero della vita. Quando una specie è esaurita, si passa tranquillamente ad una delle stessa famiglia, o dello stesso genere, con caratteristiche affini per il piumaggio, il pelo, il canto. Si insiste cioè sulla “prossimità evolutiva” delle specie, che, essendo simili da un punto di vista biologico, possono rimpiazzare senza troppe difficoltà i parenti già estinti. 

Java Sparrow - Credit Gabby Salazar
(Passeri di Java in vendita nel mercato di uccelli canori di Purwokerto, Java, Indonesia)

“A dispetto di uno sfruttamento molto vasto, gli esseri umani tendono a focalizzarsi su specifici individui dell’albero della vita, che possono essere indicati come significativi indicatori filogenetici nel commercio di animali selvatici attraverso tutti gli ordini (taxa). La mancanza di un prelievo casuale nel traffico illegale, sull’intero albero della vita animale, implica una particolare sensibilità per alcuni clade selezionati (ndr, un clade è un gruppo di specie con caratteristiche simili)”, aggiungono gli autori. “Abbiamo verificato che le specie con una grande massa corporea sono più commercializzate di quelle più piccole (…) e che quindi la probabilità di finire nella rete del commercio è positivamente correlata alla taglia dell’animale”. Ma soprattutto, bisogna tenere presente che “nel corso dei millenni, le società umane primitive hanno sempre insistito sulle specie molto grandi cacciando per la propria sussistenza, un comportamento che ha modificato gli schemi bio-geografici che osserviamo oggi nella stazza dei grandi animali del Pianeta. La nostra analisi mostra che questo schema continua ancora oggi, con gli umani moderni, grazie al commercio di specie selvatiche”. Questo significa che in Antropocene valgono ancora i modi di sfruttamento delle faune del Pianeta che, nel Pleistocene, hanno annientato la megafauna. Su di una piano strettamente ecologico, il carattere da super-predatore di Homo sapiens continua dunque ad esprimersi secondo modelli economici consolidati, sia nella Preistoria che nella storia propriamente detta. È il paradigma di estinzione, che corrisponde ad un inarrestabile, almeno finora, paradigma di espansione. 

Il riconoscimento dei tratti somatici maggiormente ricercati permette dunque di avanzare ipotesi attendibili sul rischio di commercializzazione di specie finora al sicuro: “Abbiamo identificato tra le 303 e le 3152 specie a rischio in conseguenza della loro similarità filogenetica con i loro conspecifici già sul mercato (….) Considerata la massa corporea, sono già a rischio tra le 11 e le 35 specie di mammiferi”. 

David P. Edwards, docente di Conservation Science alla University of Sheffield, Regno Unito, tra gli autori dello studio, sulle implicazioni che tutto questo ha sulla conservazione delle specie in un prossimo futuro: “Il commercio di specie selvatiche è uno dei maggiori driver della attuale crisi di estinzione, in tutto il mondo, e può rapidamente spostare una specie da una condizione di minaccia molto piccola ad un rischio di estinzione reale. Ad esempio, il verdino grande (ndr, un magnifico uccello verde smeraldo) era considerato con ‘minima preoccupazione’ dalla IUCN nel 2012, fino a quando questa specie vinse il concorso per uccelli canori President’s Cup in Indonesia. É stato inserito nella lista dei ‘minacciati’ sette anni dopo. Abbiamo bisogno di una più marcata attenzione sul commercio delle specie selvatiche all’interno della revisione degli Obiettivi di Aichi. Questo dovrebbe includere finanziamenti da parte dei governi per rafforzare il monitoraggio del commercio effettuato dalla IUCN, in modo da identificare i rischi più rapidamente. Ovvio, servirebbero molte più risorse per affrontare il commercio nei suoi vari aspetti, man mano che emergono, e per avere una comprensione più profonda di come potrebbe essere un prelievo sostenibile e legale. Sul modello, ad esempio, delle quote di pesca in Europa o delle quote di permesso di caccia sull’alce e l’orso negli Stati Uniti”. 

(Photo Credits: Brett Scheffers, Department of Wildlife Ecology and Conservation, University of Florida, tra gli autori dello studio).