Mese: ottobre 2019

La Germania (e l’Europa) mandano in pensione il Faust di Goethe

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Tra gli animali in via di estinzione andranno presto annoverati anche i lettori di Goethe. Dal 2021 nel Nordrhein Westfalia il Faust, avverte un editoriale uscito lo scorso 13 ottobre sulla edizione on line del settimanale DIE ZEIT, sarà fuori dal canone di opere letterarie indispensabili per conferire l’Abitur. Sì a Lessing, Kleist e Schiller, ma non al capolavoro di Goethe. In Germania, l’Abitur è l’esame che bisogna sostenere al termine di un percorso scolastico analogo al liceo, ma molto più serio e impegnativo, ed è indispensabile per accedere all’università. Finora l’Abitur è stata una garanzia di una formazione scolastica di alto livello, e di tutto rispetto. Il dibattito scolastico tedesco è ovviamente federale, non ci riguarda, ma questa decisione getta una lunga ombra sul destino dell’Europa, sulla strada che abbiamo imboccato e sulle conseguenze collettive che ne deriveranno. E la questione, diciamolo subito, non riguarda affatto né malinconie nazionaliste, né simpatie politiche di destra, né passioni malsane per una identità intrisa di orgoglio farlocco. Qui la questione riguarda la scelta di tutelare il diritto delle nuove generazioni ad acquisire strumenti critici fondamentali a comprendere il presente, che, guarda caso, non è certo epoca tranquilla e confortevole, ma aperta ad un esperimento mortale senza precedenti storici che prende la forma della catastrofe ecologica.

Ci sono molte visioni, e opinioni, su ciò che andrebbe intrapreso per aumentare il consenso dell’opinione pubblica attorno alla emergenza climatica, e alla crisi di estinzione. Le ipotesi si spostano dalla militanza attiva, alla disobbedienza civile, alla disponibilità costante di informazioni attendibili sui mezzi di informazione, anche qualora emittenti televisive ed editori siano controllati da gruppi economici compromessi con i settori dei combustibili fossili e la loro rete di interessi sovranazionali. Ma ciò su cui raramente si discute è la rilevanza assoluta di una istruzione robusta nella capacità personale di mettere a fuoco la catastrofe. 

In Italia, come ha ricordato di recente il giurista Sabino Cassese a Piazza Pulita, ci sono 30 milioni di persone che sono analfabeti funzionali, ossia uomini e donne (anche giovani) privi delle competenze linguistiche e concettuali necessarie per leggere un libro e scrivere in linguaggio essenziale che cosa hanno fatto in un qualunque giorno lavorativo. Il problema, tuttavia, esiste anche in Europa, ed è stato il filosofo francese Alain Finkielkraut a meglio inquadrare questa tendenza generale. In una trasmissione radiofonica del 2007 (pubblicata in Italia per Spirali Edizioni con il titolo Che cosa è la Francia ?) Finkielkraut discusse, con diversi ospiti, del problema della fine dell’ammirazione per il passato, e della sua aura ispiratrice, nelle menti e nei cuori delle nuove generazioni. Il punto di partenza della sua indagine era lo scollamento evidente, nella società francese, tra i modelli classici della Repubblica, modelli civici e politici, e il tessuto sociale disoccupato, di origine musulmana, o semplicemente di classe operaia autoctona, che non trova più nessun motivo di appeal né in Racine né in Hugo né in De Gaulle. Gli ospiti di Finkielkraut intessono, puntata dopo puntata, un dialogo sconcertante su una nuova condizione culturale europea e francese: la disidratazione del pensiero critico e il crollo del principio di realtà, nutriti da un disinteresse pressoché totale per opere dell’ingegno, pittoriche e letterarie, considerate paccottiglia noiosa e ormai muta. È in altre parole quella condizione che qui, su Tracking Extinction, io ho definito più volte morte del passato. 

Nel corso del programma lo storico Pierre Nora la descrisse così:  “C’è una sorta di solidarietà tra passato e avvenire. Gli schemi di intelligibilità del passato erano un tempo funzione della prescienza o del presentimento che si aveva dell’avvenire. Potevano quindi essere gli schemi della restaurazione, quelli del progresso o quelli della rivoluzione. Questi tre schemi di intelligibilità del passato sono diventati tutti ampiamente caduchi. ” Era d’accordo il semiologo Paul Thibaud: “Oggi l’avvenire è ciò che difendiamo contro il passato. Il paradosso del nostro tempo è che faccia a faccia con il passato c’è un certo rifiuto del debito”. Di nuovo Pierre Nora: “Si può parlare di una crisi della filiazione. Abbiamo la sensazione di essere brutalmente tagliati fuori e separati dal passato. Forse non c’è mai stata una rottura simile nella storia dell’umanità, salvo al momento del Rinascimento o della fine dell’Antichità. Un tempo sapevamo di chi eravamo figli, mentre oggi siamo figli di tutto e di nessuno”. E quindi Finkielkraut: “Credo si potrebbe tornare ancora una volta a Renan per chiarire ulteriormente la distinzione tra nazione storica e nazione memoriale. Eredità e progetto nel contempo, la prima associa la presenza del passato (avere fatto grandi cose insieme) alla preoccupazione dell’avvenire (volerne fare ancora). La seconda disattiva l’eredità rendendo il passato al passato e ostentandolo come puro spettacolo”. 

Anche la messa in pensione del Faust di Goethe è destinata a funzionare come una operazione politica orientata a disinnescare la bomba del pensiero critico. Le opere complesse hanno questo vantaggio, permettono di riconoscere la propria complessità di esseri umani, e quindi la difficoltà intrinseca nei processi decisionali. Sapersi corruttibili, fragili ed enormemente avidi, ossia umani, è indispensabile per affrontare l’esperienza del mondo in un modo emotivamente maturo. Il pensiero critico proviene dalla comprensione della complessità irriducibile delle cose del mondo. Se leggiamo il Faust, ci accorgiamo che questi elementi sono calibrati in una alchimia poetica non solo potente, ma archetipica e moderna: Faust non è un uomo alla ricerca di qualcosa che non gli appartiene, ma che pur desidera. Al contrario, è uno stimato scienziato e medico che però vuole di più ed è disposto a vendere l’anima al Demonio pur di mettere a tacere la frustrazione insaziabile di non sapere tutto, di non potere tutto. Quando gli riesce, con il maleficio satanico, di diventare quasi onnipotente non esita a suggerire a Mefistofele di sbarazzarsi di due poveri vecchi che con la loro capannuccia e i loro tigli in fiore gli impediscono di costruire una torre che svetti sopra il cielo del cosmo. Altro che un vecchio dalla rinomata rispettabilità professionale in piena crisi di mezza età, che finisce con il sedurre, in puro stile MeToo una ragazza di una classe sociale decisamente inferiore alla sua, come lo descrive lo ZEIT parafrasando il riassunto che ne farebbero gli adolescenti tedeschi di oggi. Questo è il manager di una corporation strafatto di cocaina con un caveaux zeppo di capolavori, come il Virgil di Tornatore in La migliore offerta. 

Oggi istituzioni culturali e ministeri dell’istruzione sono impegnati a svilire l’istruzione perché sanno benissimo che annientare il pensiero tragico (ossia lo sguardo smagato, dialettico sul mondo) è la formula indiretta della costruzione di una obbedienza inattaccabile. I giovani italiani e tedeschi non leggono Faust, forse, non perché Faust sia obsoleto, ma perché si insegna loro che il sublime è faccenda da profumeria e cosmesi, da Instagram insomma, e non dimensione neuropsicologica del loro cervello altamente complesso. Lo scopo ultimo della semplificazione è relegare nell’oblio il carattere faustiano di Homo sapiens, per non doverci accorgere che, su questo Pianeta, siamo diventati dei mostri. Perché anche in questo orrore c’è del sublime: una specie tra specie, che fino a 40mila anni fa conviveva con qualcuno di diversissimo da noi, il Neanderthal, noi, signori e signori, una specie figlia di una alchimia enigmatica di clima, geni e puro caso, che però ha disintegrato il suo stesso contesto vitale. Senza neanche bisogno di Satana. 

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XR, La dignità è politica allo stato puro

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Se c’è una parola che descrive al meglio i primi quattro giorni della ribellione internazionale di Extinction Rebellion in Inghilterra, in Francia e in Germania è questa: dignità. Di solito la dignità è un atteggiamento mentale che viene ricondotto alla integrità interiore di un individuo, alla sua disponibilità a non rinunciare al rispetto di sé in nome del beneficio altrui. Possiamo però affermare che l’aggravarsi della crisi ecologica ha ormai indotto una rapida riformulazione della dignità umana: oggi, ha dignità chi ha deciso di ribellarsi, ossia di assumere una visione di se stesso e del mondo aggiornata al XXI secolo. Una visione del mondo, è indispensabile ripeterlo, storica. Coerente, in altre parole, con la nostra epoca, che è l’unica che ci è toccato in sorte di vivere. E a cui apparteniamo. Non esiste responsabilità storica al di fuori di un sentimento di sé fondamentalmente storico. Si diventa responsabili della propria condotta solo quando si comprende che la propria epoca storica è il prodotto di azioni, intendimenti e scelte. È cioè opera umana. La dignità dei rivoltosi di Londra e Parigi è radicata in questo principio politico. 

La dignità è politica allo stato puro: fomenta il senso critico, getta il seme dell’indignazione, fortifica la reattività alle menzogne propagandistiche della politica ufficiale (obiettivi climatici derogabili al 2050 o anche 2100, insofferenza per il disaccoppiamento degli investimenti verdi dalle voci di spesa e quindi dalle necessità di pareggio della prossima legge di Bilancio).  Ma avere un atteggiamento dignitoso oggi significa soprattutto voler vedere le cose per come sono e non insistere in una vanità di facciata, che relega le informazioni scientifiche sul collasso del Pianeta a pettegolezzo rompiscatole. L’opposto della dignità, lo dimostrano gli attivisti di Extinction Rebellion, è la superficialità storicamente alienata. 

In UK sono già state arrestate almeno 1000 persone, tra cui un 95enne. Il 10 ottobre è avvenuto l’impensabile (talvolta ciò che non si ha neppure l’ardire di desiderare è invece ciò di cui si avrebbe massimamente bisogno): gli attivisti inglesi hanno bloccato il salone delle partenze del City Airport di Londra, si sono arrampicati sul tetto del terminal e uno di loro è riuscito anche a filmarsi mentre ostacolava le operazioni di imbarco passeggeri su un volo di linea. Un campione sportivo para-olimpico, James Brown, si è seduto in cima ad un aereo della British Airways che avrebbe dovuto partire per lo Sciphol di Amsterdam. A Parigi, da 4 giorni, qualche decina di francesi è accampata allo Chatelet, nel centro di Parigi, con attrezzature igieniche di fortuna e cucine da campo. A Berlino l’occupazione pacifica di suolo pubblico è cominciata lunedì alle 4 e mezza di mattina nel cuore del Tiergarten, attorno alla Siegessaeule (Grosser Sterne) e prosegue con la tattica dello sciame di dimostranti che compaiono a piccoli gruppi in giro per la capitale, usando la messaggistica in tempo reale di Telegram. Molti civili hanno portato ai manifestanti tè caldo e generi di prima necessità ( fa già freddo a Berlino, e piove). 

Sappiamo, in Europa, che il tempo del realismo non è quasi mai il tempo della politica ufficiale, se non a vicende belliche avviate. Ma lo è per la rivoluzione, invece, che, per quanto a lance spezzate, infiacchita dal consumismo di 7 decenni di doping antropologico, è quanto mai attuale nella misura in cui la sua alternativa è un totale annientamento della vita degna di essere vissuta. Perché dobbiamo essere molto chiari, potremo ancora vivere, certo, in un mondo sempre più caldo, ma bisogna essere consci che ci riusciremo solo con il coltello tra i denti. Proprio in questi giorni lo Environmental Audit Committee del Parlamento inglese, come riferisce Extinction Rebellion, ha espresso “una profonda preoccupazione sull’impatto dell’innalzamento dei prezzi del cibo per le fasce più poveri e vulnerabili della popolazione in Inghilterra, e la compiacenza del governo su questa questione”. Un paio di esempi piuttosto eloquenti: in Francia, è in corso una crisi della cipolla ( la varietà pregiata Cévennes). A causa delle piogge eccessive i raccolti sono diminuiti del 30%. Nel 2018 la Lettonia, sempre a causa del crollo nella produzione delle cipolle, aveva dichiarato uno stato di emergenza. L’autunno 2018 e l’inverno 2019 sono stati la stagione della crisi del cavolo cappuccio ( i crauti, per intenderci) in Germania. Troppa siccità. 

Intanto, la IUCN Species Survival Commission (il network mondiale più importante che riunisce 9000 esperti nella conservazione delle specie), nel corso della riunione plenaria di Abu Dhabi (6-9 ottobre) ha lanciato un nuovo appello perché ci si renda conto che l’estinzione della biodiversità va presa sul serio: “Ci rivolgiamo ai governi, ai donatori istituzionali e alla società civile affinché siano attuate misure di emergenza per salvare le specie a maggior rischio di estinzione (…) perché sia riconosciuto il legame tra il rischio naturale e il rischio finanziario”. Infine, “ci rivolgiamo a ogni individuo, soprattutto ai giovani, perché prendano una posizione e si alzino in piedi per parlare per la salvezza di tutte le specie”. 

A differenza dei cambiamenti climatici, abbiamo a disposizione un sostantivo che denota uno stato d’animo molto preciso per dire che cosa è l’estinzione: solitudine. Una sconfinata distesa di miliardi di esseri umani, come ha scritto E.O.Wilson; ma, soprattutto, il silenzio terrificante dell’unica specie rimasta condannata a guardarsi allo specchio, trovandoci solo il proprio volto, senza più il conforto del confronto con l’altro. Cioè, in parole da bar, con la ricchezza polimorfa della vita. 

 

Il traffico di specie selvatiche è più ampio del previsto e coinvolge l’intero albero della vita

White-rumped Shama - Credit Gabby Salazar
(Uno sciama groppabianca in vendita in un mercato di Yogyakarta, Java, Indonesia)

Il commercio di specie selvatiche (per cibo di lusso, preparati della medicina tradizionale e animali da compagnia) rappresenta una delle cause più rilevanti di estinzione dei vertebrati su scala globale, e sta peggiorando, avverte uno studio appena uscito su SCIENCE (Global Widlife Trade Across the Tree of Life, 4 October 2019). Le stime complessive, elaborate sui dati disponibili per la IUCN e la Cites Red List, sono del 40-60% peggiori di quanto ci si aspettasse. Ogni anno, migliaia di piante ed animali selvatici vengono prelevati dai loro habitat per soddisfare una domanda di mercato definitiva dagli autori “insaziabile”. Il traffico illegale fattura dagli 8 ai 21 miliardi di dollari annui ed è uno dei business più ramificati e redditizi del mondo. 

“Il commercio di specie selvatiche coinvolge, in media, il 18% dei vertebrati rimasti sulla Terra. Il nostro censimento mostra che 5579 delle 31.745 specie di vertebrati vengono messi in commercio, con una percentuale più altra tra gli uccelli (23% su 10.278 specie) e tra i mammiferi (27% di 5420 specie) rispetto invece a quanto accade ai rettili (12% di 9563 specie) e agli anfibi (9% di 6484 specie)”. 

Da un punto di vista geografico, la mappa del traffico riserva delle sorprese. Da anni la preoccupazione dei ricercatori è concentrata sul sud est dell’Asia, ma ormai sono al centro del commercio anche il Sud America, l’Africa centrale e sud orientale, e addirittura l’Himalaya. Bisogna considerare che stiamo parlando degli ultimi bacini particolarmente ricchi di biodiversità di questi continenti, soprattutto per quanto riguarda gli uccelli, come è il caso delle Ande, per via di ciò che rimane della foresta Atlantica, e dell’Amazzonia orientale per gli anfibi. L’Africa, invece, e il Madagascar e pure l’Australia esportano maggiormente mammiferi catturati illegalmente. La caccia al “pet” esotico è una prerogativa dei tropici, ma ancora una volta raggiunge ormai l’Himalaya. 

Lo studio tuttavia riesce a gettare luce su un aspetto ancora più importante di questo tipo di traffico, di cui si parla troppo poco: “le specie emblematiche (ndr, come il rinoceronte o i grandi felini, o il pangolino) rappresentano solo una piccola, benché ben pubblicizzata, parte del commercio di specie animali. Se cambiano le preferenze culturali, il traffico di wildlife può molto rapidamente condurre una specie sino all’estinzione”. Questo avviene perché il mercato risponde al capriccio della moda e nessuna specie è davvero al sicuro. I flussi di denaro, e quindi la cattura, si spostano a seconda dei gusti dominanti, con un effetto di espansione della minaccia incontrollabile. Un esempio di tutto questo è la crescente richiesta del “casco” osseo simile all’avorio del bucero dall’elmo (Rhinoplax vigil), un uccello endemico della Malesia e dell’Indonesia. A partire dal 2012 ne sono finiti in vendita decina di migliaia e ora la specie è criticamente minacciata. In pratica, commercializzata fino all’estinzione. 

Il fatto che gli esseri umani non si facciano scrupoli nello sfruttare le specie che risultino eccentriche o particolari per i gusti di compratori benestanti delle megalopoli urbane del Pianeta ha però delle conseguenze macro-evolutive. In pratica, il commercio illegale di animali selvatici ha un impatto diretto sul futuro di intere famiglie animali, perché il prelievo funziona come una potatura selettiva dell’albero della vita. Quando una specie è esaurita, si passa tranquillamente ad una delle stessa famiglia, o dello stesso genere, con caratteristiche affini per il piumaggio, il pelo, il canto. Si insiste cioè sulla “prossimità evolutiva” delle specie, che, essendo simili da un punto di vista biologico, possono rimpiazzare senza troppe difficoltà i parenti già estinti. 

Java Sparrow - Credit Gabby Salazar
(Passeri di Java in vendita nel mercato di uccelli canori di Purwokerto, Java, Indonesia)

“A dispetto di uno sfruttamento molto vasto, gli esseri umani tendono a focalizzarsi su specifici individui dell’albero della vita, che possono essere indicati come significativi indicatori filogenetici nel commercio di animali selvatici attraverso tutti gli ordini (taxa). La mancanza di un prelievo casuale nel traffico illegale, sull’intero albero della vita animale, implica una particolare sensibilità per alcuni clade selezionati (ndr, un clade è un gruppo di specie con caratteristiche simili)”, aggiungono gli autori. “Abbiamo verificato che le specie con una grande massa corporea sono più commercializzate di quelle più piccole (…) e che quindi la probabilità di finire nella rete del commercio è positivamente correlata alla taglia dell’animale”. Ma soprattutto, bisogna tenere presente che “nel corso dei millenni, le società umane primitive hanno sempre insistito sulle specie molto grandi cacciando per la propria sussistenza, un comportamento che ha modificato gli schemi bio-geografici che osserviamo oggi nella stazza dei grandi animali del Pianeta. La nostra analisi mostra che questo schema continua ancora oggi, con gli umani moderni, grazie al commercio di specie selvatiche”. Questo significa che in Antropocene valgono ancora i modi di sfruttamento delle faune del Pianeta che, nel Pleistocene, hanno annientato la megafauna. Su di una piano strettamente ecologico, il carattere da super-predatore di Homo sapiens continua dunque ad esprimersi secondo modelli economici consolidati, sia nella Preistoria che nella storia propriamente detta. È il paradigma di estinzione, che corrisponde ad un inarrestabile, almeno finora, paradigma di espansione. 

Il riconoscimento dei tratti somatici maggiormente ricercati permette dunque di avanzare ipotesi attendibili sul rischio di commercializzazione di specie finora al sicuro: “Abbiamo identificato tra le 303 e le 3152 specie a rischio in conseguenza della loro similarità filogenetica con i loro conspecifici già sul mercato (….) Considerata la massa corporea, sono già a rischio tra le 11 e le 35 specie di mammiferi”. 

David P. Edwards, docente di Conservation Science alla University of Sheffield, Regno Unito, tra gli autori dello studio, sulle implicazioni che tutto questo ha sulla conservazione delle specie in un prossimo futuro: “Il commercio di specie selvatiche è uno dei maggiori driver della attuale crisi di estinzione, in tutto il mondo, e può rapidamente spostare una specie da una condizione di minaccia molto piccola ad un rischio di estinzione reale. Ad esempio, il verdino grande (ndr, un magnifico uccello verde smeraldo) era considerato con ‘minima preoccupazione’ dalla IUCN nel 2012, fino a quando questa specie vinse il concorso per uccelli canori President’s Cup in Indonesia. É stato inserito nella lista dei ‘minacciati’ sette anni dopo. Abbiamo bisogno di una più marcata attenzione sul commercio delle specie selvatiche all’interno della revisione degli Obiettivi di Aichi. Questo dovrebbe includere finanziamenti da parte dei governi per rafforzare il monitoraggio del commercio effettuato dalla IUCN, in modo da identificare i rischi più rapidamente. Ovvio, servirebbero molte più risorse per affrontare il commercio nei suoi vari aspetti, man mano che emergono, e per avere una comprensione più profonda di come potrebbe essere un prelievo sostenibile e legale. Sul modello, ad esempio, delle quote di pesca in Europa o delle quote di permesso di caccia sull’alce e l’orso negli Stati Uniti”. 

(Photo Credits: Brett Scheffers, Department of Wildlife Ecology and Conservation, University of Florida, tra gli autori dello studio).