Il traffico di specie selvatiche è più ampio del previsto e coinvolge l’intero albero della vita

White-rumped Shama - Credit Gabby Salazar
(Uno sciama groppabianca in vendita in un mercato di Yogyakarta, Java, Indonesia)

Il commercio di specie selvatiche (per cibo di lusso, preparati della medicina tradizionale e animali da compagnia) rappresenta una delle cause più rilevanti di estinzione dei vertebrati su scala globale, e sta peggiorando, avverte uno studio appena uscito su SCIENCE (Global Widlife Trade Across the Tree of Life, 4 October 2019). Le stime complessive, elaborate sui dati disponibili per la IUCN e la Cites Red List, sono del 40-60% peggiori di quanto ci si aspettasse. Ogni anno, migliaia di piante ed animali selvatici vengono prelevati dai loro habitat per soddisfare una domanda di mercato definitiva dagli autori “insaziabile”. Il traffico illegale fattura dagli 8 ai 21 miliardi di dollari annui ed è uno dei business più ramificati e redditizi del mondo. 

“Il commercio di specie selvatiche coinvolge, in media, il 18% dei vertebrati rimasti sulla Terra. Il nostro censimento mostra che 5579 delle 31.745 specie di vertebrati vengono messi in commercio, con una percentuale più altra tra gli uccelli (23% su 10.278 specie) e tra i mammiferi (27% di 5420 specie) rispetto invece a quanto accade ai rettili (12% di 9563 specie) e agli anfibi (9% di 6484 specie)”. 

Da un punto di vista geografico, la mappa del traffico riserva delle sorprese. Da anni la preoccupazione dei ricercatori è concentrata sul sud est dell’Asia, ma ormai sono al centro del commercio anche il Sud America, l’Africa centrale e sud orientale, e addirittura l’Himalaya. Bisogna considerare che stiamo parlando degli ultimi bacini particolarmente ricchi di biodiversità di questi continenti, soprattutto per quanto riguarda gli uccelli, come è il caso delle Ande, per via di ciò che rimane della foresta Atlantica, e dell’Amazzonia orientale per gli anfibi. L’Africa, invece, e il Madagascar e pure l’Australia esportano maggiormente mammiferi catturati illegalmente. La caccia al “pet” esotico è una prerogativa dei tropici, ma ancora una volta raggiunge ormai l’Himalaya. 

Lo studio tuttavia riesce a gettare luce su un aspetto ancora più importante di questo tipo di traffico, di cui si parla troppo poco: “le specie emblematiche (ndr, come il rinoceronte o i grandi felini, o il pangolino) rappresentano solo una piccola, benché ben pubblicizzata, parte del commercio di specie animali. Se cambiano le preferenze culturali, il traffico di wildlife può molto rapidamente condurre una specie sino all’estinzione”. Questo avviene perché il mercato risponde al capriccio della moda e nessuna specie è davvero al sicuro. I flussi di denaro, e quindi la cattura, si spostano a seconda dei gusti dominanti, con un effetto di espansione della minaccia incontrollabile. Un esempio di tutto questo è la crescente richiesta del “casco” osseo simile all’avorio del bucero dall’elmo (Rhinoplax vigil), un uccello endemico della Malesia e dell’Indonesia. A partire dal 2012 ne sono finiti in vendita decina di migliaia e ora la specie è criticamente minacciata. In pratica, commercializzata fino all’estinzione. 

Il fatto che gli esseri umani non si facciano scrupoli nello sfruttare le specie che risultino eccentriche o particolari per i gusti di compratori benestanti delle megalopoli urbane del Pianeta ha però delle conseguenze macro-evolutive. In pratica, il commercio illegale di animali selvatici ha un impatto diretto sul futuro di intere famiglie animali, perché il prelievo funziona come una potatura selettiva dell’albero della vita. Quando una specie è esaurita, si passa tranquillamente ad una delle stessa famiglia, o dello stesso genere, con caratteristiche affini per il piumaggio, il pelo, il canto. Si insiste cioè sulla “prossimità evolutiva” delle specie, che, essendo simili da un punto di vista biologico, possono rimpiazzare senza troppe difficoltà i parenti già estinti. 

Java Sparrow - Credit Gabby Salazar
(Passeri di Java in vendita nel mercato di uccelli canori di Purwokerto, Java, Indonesia)

“A dispetto di uno sfruttamento molto vasto, gli esseri umani tendono a focalizzarsi su specifici individui dell’albero della vita, che possono essere indicati come significativi indicatori filogenetici nel commercio di animali selvatici attraverso tutti gli ordini (taxa). La mancanza di un prelievo casuale nel traffico illegale, sull’intero albero della vita animale, implica una particolare sensibilità per alcuni clade selezionati (ndr, un clade è un gruppo di specie con caratteristiche simili)”, aggiungono gli autori. “Abbiamo verificato che le specie con una grande massa corporea sono più commercializzate di quelle più piccole (…) e che quindi la probabilità di finire nella rete del commercio è positivamente correlata alla taglia dell’animale”. Ma soprattutto, bisogna tenere presente che “nel corso dei millenni, le società umane primitive hanno sempre insistito sulle specie molto grandi cacciando per la propria sussistenza, un comportamento che ha modificato gli schemi bio-geografici che osserviamo oggi nella stazza dei grandi animali del Pianeta. La nostra analisi mostra che questo schema continua ancora oggi, con gli umani moderni, grazie al commercio di specie selvatiche”. Questo significa che in Antropocene valgono ancora i modi di sfruttamento delle faune del Pianeta che, nel Pleistocene, hanno annientato la megafauna. Su di una piano strettamente ecologico, il carattere da super-predatore di Homo sapiens continua dunque ad esprimersi secondo modelli economici consolidati, sia nella Preistoria che nella storia propriamente detta. È il paradigma di estinzione, che corrisponde ad un inarrestabile, almeno finora, paradigma di espansione. 

Il riconoscimento dei tratti somatici maggiormente ricercati permette dunque di avanzare ipotesi attendibili sul rischio di commercializzazione di specie finora al sicuro: “Abbiamo identificato tra le 303 e le 3152 specie a rischio in conseguenza della loro similarità filogenetica con i loro conspecifici già sul mercato (….) Considerata la massa corporea, sono già a rischio tra le 11 e le 35 specie di mammiferi”. 

David P. Edwards, docente di Conservation Science alla University of Sheffield, Regno Unito, tra gli autori dello studio, sulle implicazioni che tutto questo ha sulla conservazione delle specie in un prossimo futuro: “Il commercio di specie selvatiche è uno dei maggiori driver della attuale crisi di estinzione, in tutto il mondo, e può rapidamente spostare una specie da una condizione di minaccia molto piccola ad un rischio di estinzione reale. Ad esempio, il verdino grande (ndr, un magnifico uccello verde smeraldo) era considerato con ‘minima preoccupazione’ dalla IUCN nel 2012, fino a quando questa specie vinse il concorso per uccelli canori President’s Cup in Indonesia. É stato inserito nella lista dei ‘minacciati’ sette anni dopo. Abbiamo bisogno di una più marcata attenzione sul commercio delle specie selvatiche all’interno della revisione degli Obiettivi di Aichi. Questo dovrebbe includere finanziamenti da parte dei governi per rafforzare il monitoraggio del commercio effettuato dalla IUCN, in modo da identificare i rischi più rapidamente. Ovvio, servirebbero molte più risorse per affrontare il commercio nei suoi vari aspetti, man mano che emergono, e per avere una comprensione più profonda di come potrebbe essere un prelievo sostenibile e legale. Sul modello, ad esempio, delle quote di pesca in Europa o delle quote di permesso di caccia sull’alce e l’orso negli Stati Uniti”. 

(Photo Credits: Brett Scheffers, Department of Wildlife Ecology and Conservation, University of Florida, tra gli autori dello studio).

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