XR è ora nel pieno della sua maturità

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(Credits: Extinction Rebellion London FB)

Nella settimana del 15 ottobre 30mila persone hanno manifestato sotto la pioggia, per le strade di Londra, con Extinction Rebellion. Una gigantesca azione di disobbedienza civile che in tutto il mondo, riferisce XR nel comunicato stampa conclusivo di venerdì scorso, è costato l’arresto a 3mila civili. Nel nostro Paese, questi fatti non sono stati considerati una notizia ad esempio dal Tg La7 di Enrico Mentana, ma neppure da Lili Gruber e da Barbara Palombelli, le signore in Armani dei talk dell’ora di cena. Un vuoto democratico spaventoso e indecente. Ma procediamo per gradi. Dopo i due momenti topici del 30 ottobre 2018 e del 15 aprile 2019 questa terza azione di disobbedienza civile di massa ha dato inizio ad un atteggiamento mentale completamente nuovo nell’ambientalismo. E non solo in quello militante, attivo ( non tutti hanno potuto lasciato il lavoro per dormire in tenda a Vauxhall o a Trafalgar Square), ma sopratutto, e qui sta la vera novità, nell’ambientalismo spirituale di tutti coloro che sanno che non abbiamo più alternative se non innescare una rivolta civile. 

“Tempi difficili attendono la Gran Bretagna e il mondo. Tutti adesso ci troviamo di fronte ad una scelta, se unirci od optare per la divisione. Hanno manifestato in strada i nonni, donne che hanno allattato i loro figli davanti alla sede di Google, gruppi da tutto il Paese hanno occupato luoghi nell’intero quartiere di Westminster”. La intensità della partecipazione della società civile inglese è stata straordinaria: il movimento ha dimostrato, enorme lezione per l’Italia, la maturità dell’ambientalismo inglese, fatto di gente comune, motivata, seria, e non di cavalieri solitari in cerca di un pubblico o di uffici marketing personalizzati. Molti ragazzi in sedia a rotelle hanno partecipato alle manifestazioni, mostrando quanto grande sia ciò che ognuno di noi può fare con il poco che possiede.

Ma XR ha anche indicato una strada per i ragionamenti che ci attendono negli anni a venire. È giunto infatti il momento di instaurare parallelismi e paragoni molto scomodi e indigesti al perbenismo di comodo. Per quanto mi riguarda, ho parlato più volte delle somiglianze tra la burocrazia del consenso durante il periodo nazista e la attuale ignavia di massa (in Italia siamo all’anno zero) nei confronti del collasso del Pianeta. Due giorni fa sul profilo FB di XR London è stata caricata una fotografia storica, in bianco e nero, di un gruppo di indiani del Madras, India, ridotti a scheletri dalla fame. Si tratta della Grande Carestia del 1876-78, che coinvolse buona parte dell’India meridionale e fece 5 milioni e mezzo di morti. L’altopiano del Deccan fu colpito, in quegli anni, da una terribile siccità, ma le scelte politiche con cui le Autorità Coloniali Britanniche gestirono l’emergenza furono decisive per aumentare a dismisura le vittime. Lord Lytton, il viceré, approvò una massiccia esportazione di grano (320mila tonnellate) verso l’Inghilterra. In sintesi il poco cibo disponibile venne esportato. I fatti rientrano in quei piani di sfruttamento coloniale delle risorse indiane che il socio-antropologo Mike Davies ha definito “olocausti tardo-vittoriani”. 

L’opinione pubblica deve essere messa di fronte a questa verità: il cambiamento degli schemi climatici su cui abbiamo regolato la nostra capacità di produrre cibo, una volta alterati, compromettono la tenuta dei nostri sistemi alimentari (food chain). I grandi giornali, e spesso anche i piccoli giornali, tendono a ridimensionare il paragone con epoche storiche che consideriamo raccapriccianti per la loro violenza intrinseca e che pretendiamo ormai “superate” da una attitudine moderna al progresso. Sono letture manipolatorie della realtà odierna, tutelate in Italia dall’Ordine dei Giornalisti, che hanno lo scopo di ridimensionare la percezione storica della crisi ecologica, isolandola nel tempo e nello spazio, ascrivendola alla emotività sovra eccitata degli ambientalisti di professione, e sminuendone quindi la portata.

Gli esempi di questa complicità non mancano. Lo scorso 18 ottobre, Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo di Massimo Fini (“Si muore di suicidi e denatalità”), che a sua volta riprendeva un contributo uscito sul Corriere della Sera e firmato da Antonio Scurati: in entrambi si sosteneva l’insostenibile, ovvero la necessità di rimediare al crollo demografico occidentale, interpretato come una sciagura. Fini, purtroppo, non è nuovo a sparate del genere, visto che di recente, sempre sul Fatto, è uscito un suo editoriale delirante a favore dell’alimentazione carnivora (il 27 agosto: “L’estremismo della carne”). Sovrappopolazione e impossibilità di continuare ad abitare ancora a lungo su un Pianeta vivibile ingozzandosi di proteine animali non sono opinioni, sono dati di fatto scientifici. Questo modo di argomentare lo stato attuale del Pianeta, e sopratutto la necessità di tassare imballaggi di plastica, bistecche, junk food per provare, invece, a spostare soldi dalle industrie più distruttive a modelli produttivi innovativi, non è innocuo. Continua ad instillare nell’opinione pubblica il pregiudizio che tutto sommato le cose non sono così gravi, che prima o poi verrà fuori un piano B, e che la situazione climatica è abbastanza sotto controllo da motivare, questo sì in modo sostenibile, fiumi di riflessioni egocentriche. XR ha piantonato l’ingresso della BBC per chiedere una svolta ( basta invitare negazionisti, e preoccuparsi di verificare da chi sono sovvenzionati i Think Tank per cui lavorano gli esperti intervistati): consiglio di ascoltare il loro podcast ( su Apple Podcast o Spotify) del 13 ottobre intitolato “BBC tell the truth”. L’audio contiene anche una efficacissima, e impressionante, fiction dei messaggi di emergenza che la radio britannica dovrà presto trasmettere, se non riusciremo a innescare un cambio di passo storico sul collasso ecologico. In guerra, la radio serve per organizzare le evacuazioni, dare istruzioni sulle scorte di cibo, allertare i quartieri a rischio per le infiltrazioni di bande di terroristi e gente armata in cerca di acqua potabile. Ricordiamo che la BBC, al netto delle sue reticenze, è una eccellenza mondiale nell’informazione planetaria. Exemplum a maiore.

È chiaro che portare la protesta ad un livello critico come quello a cui abbiamo assistito negli ultimi dieci giorni suscita anche rabbia, indignazione, stupore, antipatia. La posizione di XR, diffusa sempre con il comunicato stampa di venerdì scorso, è esemplare: “Qualunque sia il vostro punto di vista, la ribellione ha suscitato conversazioni che non c’erano mai state. Eppure, questo autunno di rivolta è stato molto diverso da Aprile, dalla prima sollevazione. La risposta del Governo e delle Autorità (ndr, prima del 15 ottobre sono state sequestrate molte attrezzature e cucine da campo) ha significato che certi aspetti di impatto visivo, anche la gioia della ribellione, non erano più possibili. La confisca delle attrezzature per persone disabili ha reso poi il loro accesso decisamente più difficile. Moltissime conferenze già pianificate non hanno potuto aver luogo e moltissimi relatori non hanno potuto parlare, ed è stato tutto molto più complicato per centinaia di artisti che volevano intervenire. L’escalation negli ordini restrittivi della Polizia ha impedito la presenza di coloro che si trovavano nelle situazioni più vulnerabili. Non avrebbe potuto esserci la gioia di stare insieme che c’è stata ad Aprile. Eppure, grazie alla sincerità di cuore e alla creatività di tanta gente siamo stati in grado di adattarci, con successo, e di creare qualcosa di nuovo. Questa ribellione è stata diversa anche a ragione della maggiore varietà di persone e di aggregazioni sociali che hanno partecipato”. 

Una accesa polemica ha fatto seguito ad una aggressione avvenuta a Canning Town, Shadwell and Stratford, il 17 ottobre: un attivista non autorizzato da XR, ma che aveva espresso la sua adesione al movimento, è salito sul tetto di un vagone della metropolitana, a quell’ora della mattina affollatissima di pendolari che, per ragioni di reddito, non hanno altri mezzi per raggiungere il posto di lavoro, che non avrebbe pagato loro le ore di ritardo spese ad aspettare una risoluzione pacifica della manifestazione. Il dimostrante è stato aggredito e trascinato a forza giù dal tetto, rischiando il peggio. L’episodio ha dimostrato la fragilità assoluta di tutti noi, e in particolare modo delle fasce più deboli e peggio retribuite, dinanzi alla crisi ecologica. Per chi ha un pessimo impiego mal pagato ( non importa se in un ufficio o in un fast food) i blocchi sulle strade significano comprensibilmente disagio, rabbia e ingiustizia; ridotti a spettri dei protagonisti della democrazia che fu, ce la prendiamo però con un innocente. I veri colpevoli non sono gli ambientalisti, che, anzi, in Inghilterra – come in Francia e in Germania – sono gli unici a parlare delle ricadute sociali, sempre più inique, della distruzione del Pianeta. Responsabili sono invece le élite al potere, che da quasi 30 anni ormai promettono di farsi carico di un sistema economico insostenibile mentre, in separate stanze, firmano politiche accondiscendenti nei confronti dei big polluters. Il punto sulla faccenda di Canning Town, purtroppo, è che lo stesso organigramma produttivo che ci ha condotti al punto in cui siamo ha anche svuotato le società civili del diritto ad una vita migliore attraverso la protesta, l’azione sindacale, lo sciopero pacifico e continuativo. Siamo divenuti schiavi silenziosi, a cui non resta che obbedire per mangiare un tozzo di pane o perdere il lavoro come inutili Don Chisciotte di un mondo perfetto nella sua violenza istituzionalizzata. 

La posizione di XR su Canning Town ha un enorme rilevanza etica: “Come abbiamo visto l’altro ieri (ndr, il 17 ottobre) a Canning Town, Shadwell and Stratford, è chiaro che abbiamo bisogno di imparare ancora molto su come colmare questo divario. Non sempre ci riusciamo. Siamo consapevoli che, in questo viaggio, commetteremo e commentiamo degli errori. Come chiunque altro, siamo tutti esseri umani imperfetti che sono semplicemente parte di un sistema che distrugge il Pianeta così come distrugge chiunque altro. Sappiamo di fare cose che ogni giorno causano disordine nelle vita quotidiana della gente, ma lo facciamo per rendere tangibile la minaccia esistenziale che incombe su tutti noi, e questa gente ha ragione ad essere arrabbiata con noi. Ma molti di noi sono terrorizzati dinanzi al futuro che attende il Pianeta che amiamo. Non tutti sono con noi su questa questione della emergenza climatica ed ecologica e spesso sono le stesse voci marginalizzate ed escluse dalla società a non abbracciare Extinction Rebellion. Molti sono già talmente preoccupati dal ritirare avanti che il nostro messaggio sembra loro irrilevante. Non possono concepire di rischiare di farsi arrestare e di perdere due settimane di lavoro. È quindi arrivato il momento di fare uno sforzo concertato per ascoltarli. A prescindere dal fatto che decidano o meno di venire con noi. Per noi è importante che la gente trovi il proprio ruolo e la proprio voce in ciò che verrà, in un gruppo organizzato o in qualunque modo vada bene per loro. Questa emergenza non è separata dalla vita di ogni giorno, ci sono già persone che stanno morendo dall’altra parte del mondo (….) Agli abitanti di Londra dichiamo questo: ci dispiace di avervi causato disagio. Lo avevamo previsto, proprio perché abbiamo paura per ciò che amiamo. Per molti di noi Londra è la nostra casa, e ci teniamo quanto voi”. 

Se c’è una cosa che la settimana del 15 ottobre ha dimostrato è fino a che punto il collasso del Pianeta coinvolga ogni aspetto della quotidianità. Questo pone due problemi apertissimi: il primo, quale prezzo dovremmo pagare, in termini sociali, per spingere i governi ad agire in modo adeguato, e, secondo, se davvero l’attuale schema di civiltà possa essere riformato. 

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