Cos’è l’estinzione? Solitudine

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È troppo poco sostenere che l’estinzione sia soltanto la perdita irreversibile del patrimonio biologico del nostro Pianeta. Troppo poco, perché la parola stessa, patrimonio, rimanda a qualcosa di ben più intimo dei freddi dati statistici. Estinguere significa prima di tutto perdita assoluta, trovare il nulla là dove, invece, si sospettava di poter recuperare un senso. Gli esseri umani sembrano trovarsi particolarmente a proprio agio nella scoperta del potere immenso dell’oblio e della collera impotente della nostalgia. Per gli umani la consapevolezza di ciò che non potrà mai più tornare è una ispirazione. Tantissime volte è bastato questo per scrivere capolavori della letteratura, per osare indagini sulla arcaicità delle emozioni fondamentali prodotte nel nostro cervello, e dipingere quadri che riproducono in modo stupefacente la realtà vista da noi. Possiamo senz’altro dire che una consistente porzione della percezione orgogliosa che abbiamo della nostra specie dipenda da questa tendenza a far tesoro della perdita, trasformandola in un anelito pressoché infinito al sublime. Siamo così innamorati della forza creatrice del sentimento della perdita che ne ignoriamo quasi sempre gli effetti collaterali. Ma una perdita è definitiva. Ed è per questo che se abbiamo fatto di tutto per separarci da qualcosa o da qualcuno, dalle foreste ad esempio, o dalle tigri siberiane, non avremo solo il criticabile diritto di tessere orazioni funebri ed elogi della bellezza scomparsa; ci ritroveremo, soprattutto, immersi fino al collo in una nuova dimensione storica ed esistenziale che stava nelle premesse implicite della possibilità della perdita. L’estinzione è esattamente questo: una inedita epoca storica, in cui, ormai, la coscienza della perdita permea ogni angolo della nostra esperienza del mondo, lasciandoci soli con sentimenti che mai avremmo immaginato di provare nei confronti della nostra famiglia tassonomica. L’estinzione è dappertutto. È un colore, una nebbia sottile che non si dirada mai completamente, una atmosfera di inquietudine e senso di colpa, che assomiglia molto ai sentimenti esistenzialisti che coinvolsero la società europea all’indomani dell’armistizio della Prima Guerra Mondiale. Quando scoprimmo, in altre parole, in che cosa consisteva esattamente il nostro essere moderni. 

Wolfram Eilenberger (Il tempo degli stregoni) ha ricostruito in modo estremamente lucido e preciso quel passaggio storico, mostrando che lo sconvolgimento della Grande Guerra aveva preso possesso in pianta stabile delle menti più illuminate degli anni ’20, le quali erano alle prese, tanto nel campo della logica quanto in quello della filosofia, con domande brutali sulla coesistenza ontologica, negli esseri umani, di un vuoto autodistruttivo e di una inarrestabile fame di affermazione storica. Perché gli umani continuano a rimanere aggrappati al desiderio di conquista, di costruzione di imperi, di espansione economica, se dentro di loro alberga un abisso esistenziale fatto dello stesso materiale disperato, insano ed esplosivo di cui sono fatti i peggiori istinti bellici? Come si può rimanere umani quanto l’esistenza, è chiaro, è un essere per la morte, o, nel migliore dei casi, un non senso inscritto nelle stesse impressionanti strutture del linguaggio? Quando l’esistenza stessa diventa un problema, allora l’essere umano è costretto ad interrogarsi sulla tenuta complessiva del suo mondo. Oggi viviamo qualcosa di assolutamente analogo. L’estinzione, aggravata dalla catastrofe climatica, ci interroga sulla ragionevolezza delle società avanzate del XXI secolo, e sulla coerenza biologica del nostro posto su un Pianeta che abbiamo in buona parte distrutto. 

Scrive a questo proposito Ian Tattersal, il grande paleoantropologo americano del Natural History Museum di New York: “Quando gli esseri umani moderni hanno raggiunto l’Europa, i Neandertal hanno ceduto il passo. Quando si sono spinti nell’Asia meridionale è stato Homo erectus a sparire, anche se in una fase altrettanto recente proliferava nel suo ultimo avamposto insulare dell’Asia sudorientale. Lo stesso è accaduto, un po’ di tempo dopo, nel caso degli sfortunati Hobbit di Flores e probabilmente anche in varie località dell’Africa poco studiate, dove altri ominidi erano riusciti a sopravvivere ai rigori dello stadio MIS 4 ( ndr, una delle fasi più fredde del Pleistocene). C’era davvero qualcosa di speciale nei nuovi invasori. Fin dall’inizio dell’evoluzione umana il mondo ha ospitato diverse specie di ominidi nello stesso tempo, e talvolta molte di esse coabitavano nel medesimo ambiente. Ma quando i nostri antenati hanno abbandonato l’Africa il mondo è diventato rapidamente una monocoltura ‘umana’. Questo particolare ci insegna qualcosa di importante su noi stessi: non soltanto siamo incapaci di tollerare la competizione, ma possediamo anche mezzi incomparabili per esprimere e imporre tale intolleranza. È una riflessione da tenere bene a mente, visto che continuiamo a perseguire con violenza i nostri più stretti parenti, con il rischio di portarli all’estinzione”. 

La monocoltura umana è il Pianeta del nostro presente, abitato da quasi 8 miliardi di persone, con 1 milione di specie in estinzione e i grandi mammiferi confinati in habitat sotto assedio. Che significato ha questa condizione storica? Io credo che il nucleo più autentico dell’estinzione sia la solitudine. Non solo perché estinguendo tutte le altre specie animali e vegetali non rimarrà nessun altro essere vivente con cui condividere l’esperienza del Pianeta; completamente soli, finiremo con il guardarci allo specchio con un sentimento di sgomento e di alienazione, e vedremo in noi stessi una tautologia autoreplicante.  Questo tipo di solitudine è già tra noi, ne possiamo udire gli scricchiolii. 

Non è dunque l’orrore a dominare il nostro sentimento della fine della natura, come sembra suggerire anche il lungo excursus Appetite for Extinction pubblicato dal magazine on line (italianissimo) NOT (not.neroeditions.com) e scritto da Tommaso Guariento. Il ragionamento dell’autore parte da una recensione dell’acclamata serie HBO sull’incidente nucleare di Chernobyl. Moltissime persone che ignorano cosa sia l’IPCC hanno invece seguito questa storia televisiva sovietica con un entusiasmo che mai metterebbero nell’informarsi sulla estinzione di massa ormai alle porte. Infatti, spiega Guariento, “anche senza spingere troppo sulla sovrainterpretazione, è abbastanza chiaro che questa serie funziona come una specie di monito verso la catastrofe climatica che stiamo vivendo. In particolare, la contrapposizione fra volontà di verità del discorso scientifico e volontà di potere della prassi politica torna, in forma mutata, nell’epoca dell’Antropocene”. Facendo riferimento a numerosi studi ( ad esempio del prestigioso Breakthrough Institute) l’autore sostiene la tesi che Homo sapiens sia, per ragioni cognitive inscritte nella nostra stessa evoluzione, incapace di immaginare la propria fine, ma che proprio per questo la rappresentazione dell’apocalisse della natura “continua ad affascinarci e a catturare le nostre limitate riserve di attenzione”. D’altronde, “ormai è troppo tardi per pensare razionalmente a un futuro che preservi le stesse forme di vita del nostro presente”. Per Guariento, dunque, la fiction apocalittica ha un suo ruolo ben preciso nella strategia psicologica con cui le persone comuni tentano di scendere a patti con il disastro ambientale: “da un lato, mentre il clima globale sembra essere uscito dai suoi cardini, le finzioni apocalittiche come Chernobyl consumano la nostra attenzione, che potrebbe essere rivolta alla ricerca immediata di soluzioni collettive. Dall’altro, all’interno delle finzioni noi incontriamo l’aspetto orrido del Reale, e, come sostiene Matteo Meschiari, ci esercitiamo per futura sopravvivenza in un mondo devastato e inospitale”. 

Questa interpretazione, fondata sulla rielaborazione del grande tema spettacolare della “fine del mondo”, è a mio parere molto riduttiva. L’estinzione è una condizione dannatamente concreta, non solo perché già adesso negli ecosistemi risparmiati all’agricoltura le popolazioni animali sono sempre più rarefatte, ma soprattutto perché noi viviamo in una epoca di estinzione. E questo significa che l’intera nostra vita quotidiana, il nostro pensiero su noi stessi e il mondo, sono plasmati dal declino della vita biologica. Siamo nella storia del XXI secolo esattamente come siamo nella storia dell’estinzione. Non possiamo tirarci fuori dall’obbligo di appartenente a questa epoca, che ci impone una responsabilità prima di tutto esistenziale. A dispetto dell’individualismo tipico degli stili di vita contemporanei, ognuno di noi è figlio dell’Antropocene. Può fregarsene, non poterci fare nulla, ma la sua esistenza emotiva e spirituale è condizionata dal tempo dell’estinzione. E cioè, in parole da bar, dalla perdita, dall’abbandono e dalla solitudine. Ciascuna di queste condizioni la imponiamo alle faune del Pianeta e imponendola agli animali e alle piante la imponiamo anche a noi stessi. 

Per tutte queste ragioni, se vogliamo rispondere alla domanda, ma, allora, che cosa è l’estinzione, dobbiamo metterci in cammino. La ricerca di una risposta a questa domanda assomiglia ad una pista incerta, e spesso interrotta, in una foresta, o nel caos urbano di una megalopoli, che ancora protegge, qua e là, qualche edificio storico ormai allestito a museo, soffocato nei particolati, abbandonato a se stesso. Su questa pista ci sono frammenti, fossili, reperti, quadri, archivi, elementi sparsi in attesa di qualcuno che sappia dare loro un nome. Il racconto dell’estinzione non può che procedere per frammenti, perché viviamo in una epoca di rovine, ma proprio per questo è in qualunque esperienza umana (artistica, letteraria, tecnologica, poetica, scientifica) che possiamo identificare le tracce del presente in disfacimento. 

 

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