Dobbiamo tutti diventare degli storici

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Un esercizio utile per capire quanto siamo dentro il nostro tempo, quanto cioè comprendiamo l’epoca in cui ci è capitato di stare su questo Pianeta, e fino a che punto ce ne sentiamo o meno protagonisti, è rivedere i film che ci hanno entusiasmato, e di cui conosciamo ogni dettaglio. I cult movie di cui sappiamo già la trama, in altre parole, sul cui intreccio abbiamo già letto di tutto, e che però, alla faccia dell’ormai impossibile effetto sorpresa, continuano ad inchiodarci alla poltrona davanti alla televisione. Questo è il caso, ad esempio di Titanic, il capolavoro (forse) di James Cameron, oggi uomo della National Geographic Society grazie alla sua impresa nella Fossa delle Marianne del 2012. Quando rivediamo per la centesima volta ( come ieri sera) un cult movie che conosciamo a memoria ci accorgiamo, immancabilmente, di qualche sfumatura che avevamo ignorato o sottovalutato. Qualcosa di nuovo fa breccia e pensiamo che il capolavoro stia tutto lì, nel fatto cioè che una sceneggiatura sia così ben calibrata da sprigionare nuovi significati nel corso del tempo. Ma le cose stanno in un modo completamente diverso.

I Greci non andavano a teatro per sapere come sarebbe finita la saga degli Atridi o se un certo eroe avrebbe pagato con la vita l’offesa recata agli Dei, e la loro invidia. Ci andavano perché la rilettura del testo fondamentale di un mito (la tragedia così come la interpretava un certo poeta) riservava loro una esperienza originale del reale e delle sue contraddizioni. Non è cioè la storia in se stessa che si modifica, ma il modo in cui noi (o i Greci) la osserviamo. Quando il presente già visto ci dice una parola mai ascoltata prima ciò avviene perché la nostra coscienza storica ha preso ad analizzare il reale con nuove categorie. Dentro di noi la capacità di comprendere le cose è mutata, si è ampliata, o si è contratta, si è rattrappita sulla noia o invece si è aperta all’impensato. 

È il richiamo del reale che modifica lo sguardo sulle cose del mondo. 

Ecco perché essere dei soggetti storici consapevoli della nostra epoca – una epoca di estinzione – significa aderire al principio di realtà, ossia ad un bisogno coraggioso di rispondere ai dati di fatto del presente, e non ad illusioni, proiezioni, vane speranze. Non possiamo essere presenti a noi stessi se non siamo presenti all’epoca in cui viviamo: non ci è dato essere individui capaci di progetti, cittadini informati e persone consapevoli al di fuori di una considerazione complessiva di questo XXI secolo, della crisi delle economie fondate sui combustibili fossili, del prezzo che la biosfera ha pagato per il nostro comfort di massa. La nostra singola, autonoma, preziosa esistenza è il punto di partenza di uno sguardo sul mondo davvero storico. 

Negli anni Venti del secolo scorso il pensiero europeo provò a ripensare attorno al problema dell’esistenza ( e cioè sostanzialmente il problema dell’essere qui, sul Pianeta) anche i problemi, ancora più insondabili e tragici, del buio sempre incombente sulla coscienza umana. Il sentimento, cioè, che l’essere umano sia in fondo così solo, mortale e fragile da non poter riscattare l’esistenza in un progetto coerente con l’essere del mondo. Eppure, si diceva, ci deve pur essere una via per cui un uomo può trovarsi in coerente sintonia con il resto delle cose viventi. Oggi queste domande sono più aperte che mai. La catastrofe ecologica intorno a noi dà forma alle nostre vite ( vi siete accorti di quanto costa un chilo di farina di castagne in questi giorni?), anche nel senso che il collasso della Terra, trovandoci vigili e pronti a comprendere, a esplorare, a sperimentare, nella nostra piccola vita quotidiana, ci impone il peso della Storia. Di una esistenza che sappia di se stessa e della propria epoca. 

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