Animali da copertina

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Ci sono molti modi per privare qualcuno della sua storia. Per convincerlo che si è sempre sbagliato sul proprio conto, e che d’ora in avanti la biografia che gli verrà imposta dovrà essere l’unica fonte attendibile di informazioni sul proprio passato. Si è sempre fatto così, nelle grandi dittature. Sta accadendo anche alle specie animali, sempre più spesso spinte sul confine di un anonimato che porta però inciso il brand di Homo sapiens. Specie che non hanno più diritti sul Pianeta: sono ormai human being reliant, come si dice nelle pubblicazioni scientifiche. Il loro futuro, la loro storia appunto, la possiamo scrivere soltanto noi adesso, perché senza il nostro aiuto (tutela delle aree protette del mondo) non sopravviverebbero all’urto di bracconieri, gente affamata, trafficanti di pelli, ossa e denti, zampe e pellicce, imprenditori della carne da allevamento e via discorrendo. 

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Molti marchi autorevoli ( glamour) di moda lo sanno benissimo già da un po’. Perciò sono orientati a usare immagini di specie animali per interpretare lo stato d’animo della stagione. Un carattere, una mission aziendale, e soprattutto una suggestione psicologica decisamente attuale: cucirsi addosso lo spirito della natura selvaggia, l’anima irriducibile dell’animale non addomesticato. Non è, credo, solo una scelta commerciale, o una scelta di campagne pubblicitarie a grosso impatto. Man mano che gli animali diventano sempre più rari, l’animale domestico prende il sopravvento sull’immaginario collettivo, sintesi accomodante di ogni preoccupazione per le sorti dei non umani. Il cugino selvatico finisce quindi con l’avere un effetto dirompente, quando appare, in una epifania surreale, fra le vetrine dei negozi, sui tram, agli angoli delle metropoli surriscaldate, inquinate e sovraffollate di umani. Sembra davvero di imbattersi in lui in una foresta. Effetti scenici, che la pubblicità sa usare benissimo.

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Escluso dal suo habitat ( serviva a noi), condannato a sparire (non ci serve), l’animale selvatico rinasce come valore estetico assoluto: diventa icona, un attimo prima di essere consegnato all’album dei ricordi delle scienze naturali. Anche fare di una specie il testimonial di un brand ci dice quanto poco importanti siano per noi gli animali, ma ci informa anche sul potere di suggestione degli ultimi animali rimasti sulle nostre coscienze intorpidite. La loro solitudine, perché stanno scomparendo dal Pianeta, è una lontanissima eco del nostro genio artistico, quello di Chauvet per intenderci. Senza di loro, non saremmo mai diventati artisti. Non avremmo mai immaginato di immaginare il mondo. 

(Gorilla occidentale e orso grizzly fotografati rispettivamente sul numero di Novembre di Marie Claire Italia e sulla vetrina del negozio KWAY a Milano; il gorilla compare anche nella seconda vetrina della boutique monomarca, sempre a Milano, Galleria Vittorio Emanuele)

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