Perché è indispensabile (oggi più che mai) leggere Peter Handke

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Quando lo scorso ottobre è stato annunciato il premio Nobel per la letteratura a Peter Handke un coro di polemiche ha in un battere di ciglia offuscato le motivazioni dell’Accademia Svedese per un riconoscimento che va ben oltre la contingenza della critica. Queste motivazioni al conferimento del Nobel ci dicono che Handke ha vinto “per l’efficacia di un lavoro che con semplicità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell’esperienza umana”. Che cosa vuol dire che Handke ha camminato nelle periferie della vita umana? 

Fino a questa stagione di un Nobel per la letteratura diventato una guerra di critiche e disgusto (secondo alcuni Handke sarebbe una sorta di raffinatissimo fascista, viste le sue posizioni sulla Serbia e le guerre nei Balcani) non avevo mai letto con attenzione nessuno dei suoi libri. Ma in tempi di rivisitazione della nostra imbarazzata coscienza europea, che appena adesso s’attarda a prendere in considerazione le proprie responsabilità non tedesche in svariate forme di genocidio in giro per il mondo, non fa mai male soffermarsi su di un autore controverso. Da dove cominciare? Un po’ per caso, un po’ alla ricerca della sua voce originale in tedesco, ho ascoltato Handke nel trailer di un film documentario (“Bin im Wald, kann sein, pass Ich mich verspaete” ossia, Se sono nel bosco, è possibile che tardi un po’) che gli è stato dedicato qualche anno fa e che fu presentato al Festival del Cinema di Locarno. 

Un vecchio di 73 anni, magro, dallo sguardo azzurro e vigile, che passeggia nel bosco della sua casa in campagna. Un vecchio che prende appunti con la matita, disegna, raccoglie funghi. Un vecchio elegante, bello, che scrive di piccole cose con la stessa precisione poetica con cui sceglie ogni sostantivo delle sue frasi dense, appiccicate alla morbidezza dei suoi gesti. Questa luminosa semplicità, che proviene da una intelligenza vivissima, m’è subito sembrata una epifania di qualcosa che non esiste più nella nostra Europa, una condizione del nostro spirito continentale di cui Peter Handke è uno degli ultimi, meravigliosi vecchi. Quel modo, insomma, di stare al mondo che una volta si chiamava Bildung in lingua tedesca, e che non era, fino agli ’60 del secolo scorso, niente altro che la ruvida, brutale certezza che i giovani li si tira grandi con la letteratura. Insegnando loro a guardare il mondo, ossia ad allenare la mente sull’osservazione poetica delle cose. E forse dovremmo, giusto appunto, ricordarci che poesia non è solo comporre versi, ma fermarsi sulle piccole pieghe, sulle increspature, sui fruscii, sugli scricchiolii. Handke questo lo fa da sempre, perché ha imparato a farlo, perché lo sa fare come solo un genio può arrivare a farlo, e perché è uno degli ultimi europei che sanno guardare il mondo con lo sguardo di Goethe. Tra il 1832 e il 1833, allo sfiorire della sua vita, Goethe scrisse di se stesso: “Nato per vedere/Chiamato a guardare (Zum Sehen geboren/ Zum Schauen bestellt). Bestellen in tedesco significa che qualcosa, o qualcuno, è formato in modo da stare in una certa posizione. Si è umani, scrisse Goethe per se stesso e per i posteri, quando si dà voce allo sguardo sul mondo, che possiamo guardare perché siamo fatti per accorgerci del mondo, per stupircene. Questo è il modo in cui Peter Handke scrive. Ed è per questo che la sua prosa ha esplorato le periferie dell’anima umana. In periferia la vita è grezza, essenziale, spoglia. 

Oggi il modo alla Handke, diciamo così, è in via di disfacimento, anzi, potremmo dire che è ormai quasi incomprensibile alle nuove generazioni, a cui è stato invece insegnato, sui banchi di scuola, che stare al mondo in modo poetico frega la carriera, e che imparare a leggere è tutto sommato strumentale, non indispensabile. E tuttavia, la penuria di capacità di osservazione degli elementi naturali e umani conduce ad uno stato di miseria divorante: la incapacità attuale, collettiva, di massa, di mettere a fuoco la catastrofe ecologica. 

Chi fa scorrere lo sguardo, silenzioso e in attesa, sul Pianeta, sui boschi, sugli animali, sulle carpe del Danubio nel mercato di Belgrado, si accorge che il Pianeta sta morendo. Si pone domande sul destino delle specie animali. Ha dentro di sé, un individuo del genere, il cosmo, e non la home page di Amazon. 

E infatti la scrittura di Peter Handke è un programma politico, ossia un modo di vivere intero, in cui c’è coerenza tra atti e intenzioni, tra sentimento dell’esistenza e volontà critica: “Del mio viaggio attraverso la Serbia ho scritto come da sempre scrivo i miei libri, le mie opere letterarie: un narrare lento, interrogante; ogni capoverso tratta e narra un problema, di rappresentazione, di forma, di grammatica – di verosimiglianza estetica; e questo, come da sempre in ciò che scrivo, dalla prima all’ultima parola” (Premessa di Eine winterliche Reise zu den Fluessen Donau, Save, Morawa und Drina oder Gerechtigkeit fuer Serbien). Per gli stessi motivi, mi pare, nel viaggio in Serbia (non ho letto una sola parola fascista in questo capolavoro), sulla Drina, Handke scrive, polemizzando giustamente con il perbenismo sciatto del giornalismo pressapochista: “Il mio lavoro è un altro. Registrare i fatti bruti, e va bene. Per una pace comunque c’è bisogno di una cosa ancora diversa, che non sia da meno dei fatti. Adesso tiri fuori la poetica? Sì, se viene intesa come l’esatto contrario della nebulosità. O, invece di ‘poetica’, diciamo meglio l’elemento unificante, avvolgente – l’impulso alla rimembranza collettiva come unica possibilità di riconciliazione, per la seconda, comune infanzia. E come? Quanto ho annotato qui era destinato, oltre a questo o quel lettore tedesco, anche a questo o quel lettore in Slovenia, Croazia, Serbia, in base all’esperienza che proprio seguendo il tortuoso percorso della registrazione di determinate cose secondarie, comunque molto più efficace che attraverso il martellamento dei fatti principali, si risveglia quel ricordo collettivo, quella seconda infanzia comune. ‘In quel punto del ponte c’è stata per anni una asse traballante’ – ‘Sì, te ne sei accorto anche tu?’ ‘In un punto sotto il matroneo si sentiva l’eco dei passi’ – ‘Sì, te ne sei accorto anche tu?’. Oppure semplicemente deviare dalla prigionia, di noi tutti, nelle chiacchiere della storia e dell’attualità verso un presente incomparabilmente più fecondo: ‘Guarda, adesso nevica. Guarda, lì giocano dei bambini’ (l’arte della deviazione; l’arte come deviazione essenziale). E così là sulla Drina sentii la necessità di far danzare un sasso sull’acqua, lanciandolo  verso la sponda bosniaca (solo che poi non ne trovai neanche uno)”.

Ecco perché a mio parere Peter Handke va letto, e alla svelta. Con la sua prosa Handke protegge le cose e gli elementi, lo spazio e il tempo. Ovunque attorno a noi la profondità delle epoche ormai trascorse, secoli di storie e di atrocità, di missioni impossibili e di una salvezza sempre agognata si intrecciano in un racconto eterno che è il mondo: “Non era nostalgia di casa. Non era quello ad attrarre là. Le bancarelle del latte, anche se ormai da tempo erano fuori servizio, marcite, distrutte o crollate; i fienili, anche se il fieno, quello di tantissimi anni prima, era muffito e guasto; le capanne nei campi, anche se l’ultima delle brocche per il sidro che da sempre vi erano riposte era stata ridotta in cocci dal gelo dell’inverno e nessun topo di campagna avrebbe più cercato di scovare le croste di pane ormai pietrificate o le cotenne di speck trasformate in cuoio: ebbene, tutti quei luoghi tranquilli erano ancora lì, aspettavano qui, in me e accanto a me, e in particolare tutt’intorno a me. Può darsi che la loro esistenza non fosse più così concreta, tangibile e ‘riconoscibile’ come era un tempo, ma forse proprio per questo essa risultava meno vulnerabile alle attuali circostanze – tanto più capace di resistere, perfino di opporre una maggiore resistenza ( tratto da Saggio sul luogo tranquillo, Versuch ueber den Stillen Ort). 

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