Mese: dicembre 2019

Nelle proto-scimmie europee gli indizi sulle origini della crisi ecologica

IMG_6429

I notai lo sanno bene: occorre conoscere la storia di una famiglia, prima di redigere un testamento. Qualunque discorso ecologista sull’eredità che gli uomini e le donne di oggi lasceranno ai loro posteri non può che partire dal passato, se intende essere credibile: in poche e semplici parole, se non ci mettiamo di buona lena a capire chi erano i nostri antenati, non riusciremo mai a focalizzare l’enormità della sfida ambientale. 

Eppure, da 25 anni gli ambientalisti parlano solo di debito climatico. Saranno le prossime generazioni a dover pagare il prezzo della nostra ignavia politica. Oggi, intanto, verrà  presentato a Bruxelles lo European Green New Deal, il piano di risposta alla crisi ecologica del nuovo Parlamento Europeo. L’obiettivo politico è ridimensionare la portata del debito ambientale. I negoziati della Convenzione delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico (UNFCCC), da parte loro, sono sempre stati rivolti al futuro. Solo in via stereotipata documenti, dichiarazioni e sintesi finali han fatto cenno, in oltre due decenni, alla responsabilità dell’Occidente nella industrializzazione a carbone. Troppo poco. Questa storia del clima non comincia nell’Ottocento.

La paleontologia è un alleato formidabile nella comprensione della catastrofe climatica. I paleontologi raccolgono indizi sulla nostra identità e, di conseguenza, sul perché siamo diventati i “signori del Pianeta”. Il mese scorso i risultati di una scoperta eccezionale sono stati pubblicati su NATURE (A new Miocene ape and locomotion in the ancestor of great apes and humans): nell’Allgäu (Baviera, Germania) un team internazionale ha rinvenuto i resti di una nuova specie di scimmia fossile, Danuvius guggenmosi. Questa specie, vissuta nel tardo Miocene, attorno agli 11 milioni di anni fa, combina gli adattamenti anatomici delle scimmie bipedi e di quelle capaci di appendersi con le braccia ai rami degli alberi. Per questo, secondo i ricercatori autori dello studio, Danuvius “potrebbe fornire il modello dell’antenato comune tra grandi scimmie ed esseri umani”. Danuvius è un driopiteco, un gruppo di scimmie su cui da qualche anno si concentrano le ipotesi di David R. Begun, paleo-antropologo dell’Università di Toronto, Canada, e co-autore dello studio di NATURE. Begun ritiene che le soluzioni anatomiche sviluppate dalle scimmie europee del tardo Miocene siano state cooptate dalle paleo-scimmie africane, giungendo, su linee temporali ed evolutive lunghe dieci milioni di anni, alla struttura osteo-articolare delle australopitecine. Il vero pianeta delle scimmie è il saggio appassionante (Edizioni Hoepli) in cui David R. Begun racconta la storia delle scimmie del Miocene. Ci sono voluti qualcosa come 15 milioni di anni perché, attraverso più linee di derivazione, emergesse la nostra specie. Siamo una opzione tra migliaia di altre opzioni. Non siamo perfetti, e non siamo neppure la migliore specie tra tutte le specie comparse sul Pianeta. È per questo che gestiamo molto male la nostra presenza sulla Terra. Non siamo cioè in grado di venire a patti con il rischio esistenziale: la minaccia più grave all’espansione delle nostra intelligenza. 

In questo 2019 è stato messo in commercio anche un videogioco (ideato su una consulenza scientifica accurata ed affidabile) sulla incerta partita dell’evoluzione dei nostri antenati: Ancestors. La regola di gioco più astuta scelta dagli sviluppatori nasconde anche uno degli aspetti didattici più seri di Ancestors: il clan di ominidi che non sia riuscito a tramandare ai piccoli quanto imparato nella ricerca del cibo e nelle strategie di sopravvivenza contro i predatori soccombe, si estingue, e il giocatore non può passare al livello successivo. Non c’è insomma futuro senza passato. L’immane cantiere dell’evoluzione, i cui mattoni sono i geni e i piani anatomici fondamentali di ogni specie, è costantemente in movimento, verso un futuro che non è tale finché qualcosa di nuovo riesce ad affermarsi; ma lavora sui materiali disponibili, non crea nulla da zero. Ecco perché la parabola dei driopitechi, delle australopitecine e degli ominidi dovrebbe metterci in guardia, con il suo strapotere di storytelling. Qualunque rivoluzione ambientalista sarà limitata da ciò che è a disposizione sul Pianeta. Le batterie per veicoli elettrici hanno bisogno di litio, e le miniere di litio sono altamente inquinanti. Le pale eoliche off shore disturbano le migrazioni e l’etologia dei grandi mammiferi marini. Le installazioni di milioni di pannelli solari tolgono altro spazio alle specie selvatiche e al rewilding. 

Si discute molto in questi anni su cosa ormai significhi essere padri e essere figli. Sappiamo che il figlio che voglia farsi una vita sua e diventare davvero indipendente non butta dalla finestra tutti gli insegnamenti del padre, ma sa reinterpretarli in qualcosa di nuovo. I nostri lontani antenati sono parte del nostro modo di sentirsi così speciali. Ci dicono fino a che punto possiamo essere umani, quali conseguenze comporta essere umani e se possiamo progettare delle variazioni sul tema in questo XXI secolo. Nessun negoziato sul clima privo di questo sguardo sul tempo profondo – e quindi sulla natura umana – potrà mai funzionare. Perché continuerà a discutere in astratto di questioni la cui origine sta nelle pieghe più intime e recondite del nostro modo di concepire noi stessi. 

Caso Hallam: la civiltà non è un antidoto alla barbarie. È fatta di barbarie

IMG_2688

Una diagnosi corretta è indispensabile. Nessuna patologia può essere risolta senza l’aiuto di un corretto inquadramento clinico. Per la coscienza vale lo stesso. In assenza di un esame critico sui propri disastri esistenziali, l’essere umano continua a vagare nel buio di illusioni e fraintendimenti, di autoinganni e di autoassoluzioni. E siccome storia e cultura sono il prodotto dell’azione umana, dovremmo abituarci a un serio esame di noi stessi anche quando si discute del futuro del Pianeta, dello stato del mondo alle soglie del 2020 e delle nostre responsabilità collettive. Il caso Roger Hallam, accusato in tralice dal settimanale tedesco DIE ZEIT di essere un antisemita, e di aver così aperto una serissima ipoteca sulla credibilità di Extinction Rebellion, è emblematico. Le affermazioni di Hallam, la posizione di DIE ZEIT, la replica dei movimenti in Inghilterra e in Germania, non riguardano infatti solo la questione ambientalista (chi, come e con quali strumenti dovrebbe organizzare una pressione politica efficace sui governi), ma anche il futuro dell’Europa. Della coscienza europea.

Il consenso per le destre xenofobe cresce ovunque sul continente. La senatrice a vita Liliana Segre deve vivere sotto scorta, minacciata da balordi antisemiti che probabilmente non hanno neppure mai letto un rigo di Isaac Bashevis Singer o di Aharon Appelfeld. Questo degrado civile non è soltanto preoccupante, è la conseguenza diretta di una disgregazione dello spirito di comunità che credevamo invincibile dopo il 1945. Purtroppo, proprio come ammisero da subito molti osservatori, la civiltà non è un antidoto alla barbarie, ma è fatta di barbarie.  Vale a dire che la nostra storia umana è densa di apocalissi di crudeltà e di atrocità pianificate nelle stanze del potere, che, tutte insieme, hanno dato forma, consistenza e direzione al mondo così come lo vediamo e lo abitiamo oggi. Non possiamo isolare il concetto di “storia” in una teca di vetro di teorie, ma dobbiamo invece dare più spazio possibile alla constatazione e alla discussione, per prenderci le nostre responsabilità. Questa prospettiva antropologica è inevitabile là dove simpatie neofasciste progettano di deformare la lettura del presente. Ed è proprio qui che l’impegno etico nel demolire la volgarità neofascista incontra il dovere di denunciare il collasso del Pianeta. C’è infatti una sovrapposizione, un punto di incontro storico, tra i fatti mostruosi della Seconda Guerra Mondiale e della Conferenza di Wannsee e la traiettoria di civiltà che ci ha condotti al collasso di biosfera e atmosfera. L’umanità si è mossa lungo una direzione precisa oltre un secolo fa, attraverso una spinta di espansione industriale ed economica che ha ridotto il Pianeta a terra da saccheggio. Una spinta biopolitica: popoli, genti, esseri umani in carne ed ossa diventano materiale per rivoluzioni, sogni deliranti, rinnovamenti genetici. Bisogna cambiare l’uomo, per dominare il mondo. Un principio prima di tutto economico, alla radice della svolta energetica fossile di inizio Ottocento, non meno che delle idee di Trotskij sull’importanza metafisica della tecnologia e della supremazia della macchina contro la natura. Al volgere del 1939, l’espansione è il minimo comune denominatore della civiltà occidentale. Ipotizzo che possa essere questo il contesto storico di cui Roger Hallam ha parlato con Hannah Knuth. 

È probabile che DIE ZEIT abbia deciso di calcare la mano sulla intervista (peraltro brevissima e pubblicata nelle ultime pagine del giornale) a ragione delle tensioni interne nel Paese con AfD e dopo l’allarme istituzionale deciso a Dresda il mese scorso contro i neonazisti. Rimane il fatto che l’articolo è tendenzioso e manca esattamente di questo, di un ragionamento storico complessivo sulla coscienza europea. In un momento di fortissima instabilità sociale, un movimento ambientalista radicale non è solo una protesta di strada, ma l’esplosione di problemi stratificati, datati, storici. Bisogna andare a vedere dove nasce in Europa l’esigenza di dire basta a uno schema socio-economico che ci ha impiegato cinque secoli per giungere a maturazione. Il genocidio è un capitolo variegato di questo processo. 

Scrive la Knuth: “L’obiezione che l’Olocausto non sia paragonabile con altre terribili uccisioni di massa (Voelkermord), non gli sovviene. Hallam si oppone all’osservazione che, mentre molti uomini hanno senz’altro commesso il male, l’Olocausto si trova però in una posizione del tutto a sé stante (Alleinstellungsmerkmal). Che cosa dire di quest’uomo? Perché è così coinvolto con l’Olocausto?”. La posizione di Hallam è infatti questa: “Ci sono diversi dibattiti sulla questione, se l’Olocausto rappresenti o meno una tipologia eccezionale di genocidio (einzigartig) (…) So che c’è questa convinzione in Germania. Tuttavia io, con tutto il rispetto, non sono d’accordo”. Hallam qui si riferisce alla discussione storiografica sulla definizione di genocidio. La Knuth è costretta di conseguenza ad ammettere: “Non si può ascrivere né la forma né il contenuto delle affermazioni di Hallam ad una scarsa istruzione (Bildung). Fino a poco tempo fa, Hallam lavorava infatti al King’s College di Londra con un dottorato sulla disobbedienza civile”. 

Hallam non ha negato la Shoah. Ha detto che nella storia umana ci sono stati molti genocidi, diversi, ma simili all’’Olocausto. Questa non è una affermazione antisemita. Procedendo però nella lettura del pezzo della Knuth si intuisce che la faccenda è politica ed Extinction Rebellion, che finora si è contraddistinta per trasparenza, non può chiudere la discussione con l’annuncio di un procedimento di verifica a carico di Hallam. Il movimento ha smosso la coscienza europea dopo anni di inerzia ambientalista e ora deve prendersi la responsabilità del proprio radicalismo, e cioè della schiettezza con cui cui ha chiesto di dire la verità sullo stato del Pianeta. D’ora in avanti, secondo la Knuth, gli attivisti di XR, “devono portare questo peso, che uno dei loro fondatori relativizza la distruzione pianificata (Ausloeschung) degli Ebrei come un avvenimento tra altri con una curiosa consapevolezza della propria missione (mit einem merkwurdigen Sedungsbewusstsein). Se con queste esternazioni Hallam abbia assicurato al cambiamento climatico maggiore significato (Bedeutung), o se egli stia invece cercando di ottenere titoli a caratteri cubitali, o se se sia semplicemente un antisemita, non è dato apprenderlo nella fattoria del Galles (ndr, dove è avvenuta l’intervista). L’attenzione, questo è sicuro, riaccesa, sarà dirottata dalla minaccia che incombe sul Pianeta alla sua persona e alla sua tesi. Rientrano nel gruppo di coloro che sono d’accordo con lui quelli che negano le cause antropiche del cambiamento climatico”. Vale a dire, secondo la Knuth, che chiunque legga nello schema genocidiario un comportamento ripetibile delle comunità umane è anche un negazionista climatico. Una tesi assurda, e anche abbastanza ridicola. “I contemporanei che vedono nel movimento per il clima solo figure sinistre, che non credono nella democrazia aperta e liberale, vedranno ora i loro sospetti confermati. Questa sarà la conseguenza (Wirkung) più amara della strampalata ribellione di Hallam”. C’è ben altro in gioco, purtroppo. 

Nel momento in cui entra in carica la nuova Commissione Europea con un piano clima (European Green Deal) che Greenpeace ha già definito, in un comunicato stampa del 29 novembre, “ad impatto minimo sul contrasto all’emergenza climatica”, il negazionismo non è prerogativa di chi inserisce l’Olocausto nella più ampia storia europea e mondiale; è invece “l’amara conseguenza” di un atteggiamento politico molto diffuso, che continua a tenere in vita modelli economici autodistruttivi. Il negazionismo è l’attitudine umana ad andare fino in fondo con i propri crimini. Nelle parole di Franziscka Achtemberg di Greenpeace Eu: «Si tratta di un programma ampio (ndr, lo European Green Deal), per fortuna assai distante dell’agenda di deregulation della commissione Junker, ma basta guardare oltre i titoli per vedere che le misure proposte sono deboli, parziali o del tutto assenti. Rispondere alla crisi ecologica e ambientale richiede un ripensamento fondamentale del sistema economico che per decenni ci ha portato inquinamento, distruzione ambientale e sfruttamento delle persone. Questo piano appena scalfisce la superficie di un sistema marcio”, ha detto Franziscka Achtemberg di Greenpeace Eu. 

A Natale siamo tutti un po’ di destra

IMG_6529

Il panettone rende tradizionalisti. Ostili al progresso. Nostalgici del buon tempo antico ( l’Ottocento) in cui la neve ammantava le città annerite dal carbone. Nelle case, però, un pino vero decorato con candele di cera, arance e bacche rosse riuniva vecchi e bambini attorno al più borghese dei valori umani nell’Europa industriale: la famiglia. Mentre i politici di destra ci ricordano nei talk televisivi del dopo cena che il progresso tecnologico è incompatibile con il pauperismo degli ambientalisti, e che quindi la tassa sulla plastica è una corvée medievale, il marketing natalizio ha cominciato la sua battaglia di stagione. Con armi obsolete: immagini rassicuranti di cavallucci a dondolo, orsetti di pezza, slitte, casette in legno. Non c’è un solo dettaglio del brand Natale che possa essere venduto senza un appello subliminale, romantico e malinconico insieme, ad un’epoca ormai idealizzata, quella che di solito siamo soliti definire con una una massima moralista: “Si stava meglio quando si stava peggio”. Anche un rossetto di Dior o una felpa di Kenzo con il muso a stampa della tigre in via di estinzione funzionano come oggetti del desiderio solo se inseriti in un quadro più grande: il Natale del cuore, dell’affetto e della riconoscenza. 

La verità è che, quando si tratta del Natale, non siamo mai stati moderni, parafrasando il titolo di un famoso saggio di Bruno Latour del 1991. Latour, alle soglie dello Earth Summit di Rio de Janeiro, culla dei successivi negoziati per il clima, osava già dire che gli esseri umani sono capacissimi di tenere insieme la fisica quantistica con la superstizione. Non c’è affatto bisogno di pretendersi “moderni”, in contrapposizione con i meno evoluti dei secoli oscuri e primitivi; la catastrofe ecologica è anzi la dimostrazione che pur godendo del picco assoluto di ingegno tecnologico siamo sempre così ingenui e infantili da pensare di cavarcela senza un Pianeta che ci faccia da casa. Non esiste problema ambientale che non sia questo groviglio di emozioni, testardaggine, effetti collaterali, sottovalutazione dei limiti biologici in nome del progresso.

Ecco, allora, che non riusciamo a gioire delle festività natalizie se non illudendoci di poter ancora albergare nei nostri cuori il calore domestico delle epoche oscure, in cui, certo, solo a Natale c’erano in tavola mandarini e tacchini ripieni, ma quanto era confortante sentire per un sol giorno che bontà e onestà sono sentimenti utili a sopravvivere in questo mondo. Il paradosso è che questo atteggiamento lo condividono anche le persone che Jeff Sparrow, su The Guardian, ha chiamato gli “eco-fascisti”: “coloro che difendono i propri privilegi climatici, e con violenza, contro immigrati, ambientalisti e progressisti”. Insomma, i benpensanti con un ricco conto in banca che non vogliono rinunciare a nessun privilegio (carne, abiti, viaggi in aereo) per salvare tutti gli altri. Costoro, sempre dediti a difendere il progresso quando si tratta di difendere il libero mercato, si schierano contro i progressisti in maglietta Patagonia, che, invece, considerano davvero “progredito” soltanto il pensiero storicamente legittimato dalla crisi climatica. 

Entrambi sognano il Natale che non c’è più, inghiottito dal capitalismo avanzato; solo che gli eco-fascisti non hanno ben chiaro che un mondo a + 4 gradi Celsius di aumento medio delle temperature globali renderà qualunque tipo di Natale, anche il più tradizionale, impossibile, in un contesto di crescenti tensioni sociali e civili. Ma la destra mena vanto di difendere la famiglia, e quindi scegliendo il progresso per non ridurre di un boccone il pasto dei propri figli preferisce condannare alla fame i giovani del 2050. Invece, gli attivisti più o meno dichiarati in maglietta Patagonia forse riusciranno a raccogliere energie spirituali per convincere gli scettici che, per davvero, un Natale tradizionale (con poca roba, per farla breve) era davvero Natale. Il loro obiettivo è cioè titanico: riformulare il progresso togliendogli l’allure del continuo rinnovamento interno. 

C’è un libro sottovalutato che parla del cambiamento climatico ( l’ascesa del carbone, l’affermarsi del carattere capitalista, le conseguenze spirituali del nuovo regime energetico) e che quindi parla del Natale. A Christmas Carrol di Charles Dickens. Dickens inventò il Natale moderno. Ci riuscì perché in una Londra nera di carbone il 25 dicembre era il simbolo della speranza. Quella stessa speranza che poi, diventata capriccio, ci ha condannati alla distruzione del sistema climatico terrestre. Una ruota della fortuna che, al suo ultimo capitolo, rovescia la ricerca della felicità nella lotta contro la catastrofe. L’aveva intuito anche questo un altro pensatore contemporaneo, Alain Finkielkraut, accusato di essere di destra e quindi amatissimo da Il Foglio di Claudio Cerasa, nel suo libro Noi, i moderni, mostrò con dovizia di storie ( russe, tedesche, francesi, inglesi), spostandosi sul fronte ambientalista, quante atrocità abbiamo commesso perché l’orologio della storia ci incoronasse signori del progresso. Per essere progressisti, abbiamo buttato nella pattumiera la nostra umanità. Non è forse questa realtà un incubo da cui cerchiamo di tenerci lontani aggrappandoci al sogno di un Natale all’antica?