Mese: dicembre 2019

Vivremo presto in un mondo popolato di fantasmi

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Soltanto lo scorso inverno, a Berlino, ho compreso quanto avesse ragione Romain Gary quando diceva che gli ebrei, nella capitale tedesca, sono ancora dappertutto, non se ne sono mai andati, non sono mai scomparsi. La Shoah non ha fatto che confermare la loro presenza. Perché i fantasmi non cambiano indirizzo di residenza per un esorcismo della storia, o del potere, o dei nuovi vincitori. Prendono invece possesso stabile degli edifici in cui un tempo hanno vissuto esistenze felici e gioiose, infestandoli con quella peculiare malattia della civiltà che prende il nome di perenne senso di colpa per crimini ormai irrimediabili.

È andata così. Appena fuori dal mio appartamento berlinese, non potei fare un passo verso il supermercato che già ero inciampata nei due tasselli in ottone, che, nel selciato del marciapiede, ricordano Alice e Brigitte Erb. Abitavano qui, al civico 13 della Niderbarmin, sono state deportate ad Auschwitz nel 1943 e lì uccise. Solo quando i loro nomi sono emersi dalla nebbia anonima di un qualunque tardo pomeriggio berlinese, proprio accanto alla casa dove nei giorni successivi avrei trovato conforto dal freddo e protezione dalla notte, mi sono accorta che il nome stesso della nostra via, Niderbarmin, era un nome ebraico e non tedesco.

Anche i nazisti sono ancora ovunque a Berlino, alla faccia della Berlinale di Cinema e di altre mille voci di contemporanea democrazia di idee e fantasia. Anche questo lo misi a fuoco in una freddissima mattina ventosa, allo Spandau. Appena scesa dalla metropolitana, notai una piccola libreria che esponeva all’esterno libri e pubblicazioni scontate. Tra gli album colorati per i bambini spuntava il saggio di Annette Hinz-Wessels sulla Operazione T4. L’eliminazione sistematica degli handicappati che fu la prova generale dello sterminio degli Ebrei. Questo crimine fu pianificato al civico 4 della Tiergartenstrasse, nel cuore del Tiergarten, un parco e un luogo che oggi sembra suggerire solo il desiderio spregiudicato di sedere su una panchina e leggere i versi di Hoelderlin. Aprii il libro per una sorta di curiosità ipnotica. Ed eccolo, subito, a pagina 41. Il dottor Goebbels, fotografato mentre teneva un comizio il 25 agosto del 1934 al Lustgarten. Fu una fucilata, una interruzione simultanea del principio di realtà. Eccolo, il ministro della propaganda. È lui. Non se ne è mai andato. È qui intorno, gira ovunque, come un cane che fiuta la preda. Supponiamo, poveri noi, di esserci sbarazzati di questi assassini perché sono organicamente morti. Ma ciò che ci hanno mostrato di noi stessi, quello non scompare. La catastrofe ecologica è qui per ricordarcelo, che i fantasmi non evaporano con un atto di ragione. 

Perché stiamo trasformando l’intera biosfera in un mondo popolato di fantasmi. Gli spettri azzittiti, silenziati, annichiliti di migliaia di specie estinte. Se riusciremo nell’impresa di spazzare via la biodiversità ancora allo stato selvatico, ci rimarranno i ricordi spettrali del Pianeta che fu. Gli animali diventeranno totem impotenti, non potremo più evocarli o riportarli indietro, non possederanno più nessun fascino e nessun potere taumaturgico. Gli animali diventeranno come gli antenati sepolti nei cimiteri indiani in Dakota di cui scrive Louise Eldrich. Irraggiungibili.

Ecco perché penso che Berlino sia la città più importante d’Europa in cui farci un esame di coscienza storico tarato sulla realtà. Ed ecco perché credo che una riflessione onesta sui genocidi potrebbe aiutarci non poco a rimettere in carreggiata un ambientalismo ormai asfittico. Arrivederci al 2020. 

La cultura Han, e non il clima, ha deciso il destino delle megafauna cinese

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Che cosa è successo ai rinoceronti, agli elefanti, agli orsi e alle tigri della Cina orientale mentre si affermavano le dinastie di etnia Han, tra il X e il XVIII secolo? Sono stati spazzati via dalla espansione inarrestabile dalla crescente complessità sociale della raffinatissima cultura cinese. L’elaborazione culturale cinese, e non le fluttuazioni climatiche, è la causa della perdita totale di questi mammiferi nella Cina odierna.

È questa la conclusione a cui sono giunti un team di ricercatori cinesi e danesi in uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS (Long-term effects of cultural filtering on megafauna species distributions across China, by Shuqing N. Teng, Chi Xu, Licheng Teng e Jens.-Chistian Svenning). La ricerca ha preso in esame il destino – la diminuzione progressiva degli habitat – di 5 ordini (taxa) di specie di grandi mammiferi: l’elefante asiatico, i rinoceronti, l’orso nero asiatico, l’orso marrone e le tigri. I trend di popolazione di queste specie sono state ricostruiti attraverso l’analisi delle informazioni topografiche, storiche e geografiche dei distretti amministrativi della Cina lungo l’intero periodo studiato. Questi dati sono poi stati confrontati con quelli provenienti dai censimenti e quindi con gli scenari demografici che si sono via affermati man mano che l’agricoltura trasformava gli habitat e gli ecosistemi. 

“Il nostro studio fornisce evidenze dirette che l’evoluzione culturale, sin dall’antichità, ha superato il cambiamento climatico nello sbozzare gli schemi di diffusione della megafauna su ampia scala”, sostengono gli autori, “confermando la forte e crescente importanza dei processi socio-culturali sulla biosfera”. Se le specie animali sono state indispensabili per la costruzione della civiltà, è altrettanto vero che ne sono state le prime vittime. La cultura esercita cioè sulle specie animali un “effetto filtro (cultural filtering)”: decide della loro presenza, creando le condizioni per la loro estinzione locale, regionale e infine continentale. 

Questo studio conferma la crescente attenzione dell’ecologia per la storia, l’etnografia e l’antropologia. L’attuale condizione del Pianeta, infatti, è il prodotto di processi storici documentati dai sistemi di produzione delle civiltà (agricoltura e commercio) non meno che dalle idee con cui i popoli prendono possesso delle regioni in cui costruiscono la propria idea di impero. Nella Cina orientale, a partire dall’epoca che per noi europei coincide con l’insediamento continentale del potere carolingio, gli Han si differenziano dalle altre etnie cinesi attraverso la scelta di puntare tutto sull’agricoltura estensiva. Dal X secolo, la Cina comincia a trasformare così i propri paesaggi selvaggi in una forma di eredità naturale modellata dalla cultura, e che sarà passata alle generazioni successive in modo irreversibile. 

Da quel momento, i rinoceronti hanno subito una contrazione territoriale graduale, ma costante, fino a sparire alla metà del XX secolo; l’elefante sopravvive, ma non ad Oriente dell’immensa nazione cinese; gli orsi e le tigri sono riusciti a rimanere stabili fino alle soglie dell’Ottocento, per poi scivolare nell’oscurità perenne dell’estinzione. Il caso della tigre è particolarmente interessante, perché le sottospecie cinesi si sono rivelate molto più sensibili degli altri taxa alle oscillazioni climatiche degli ultimi secoli.  Erano meno numerose durante la cosiddetta Piccola Età Glaciale (1630-1953) e ancora oggi però sopravvivono nelle aree tropicali. È quindi probabile, secondo gli autori, che la tigre sia scomparsa per l’imperversare di una tempesta perfetta di clima e agricoltura. Durante il periodo più freddo le attività umane potrebbero aver rallentano in intensità, a causa delle temperature più rigide. Ma le registrazioni ufficiali degli ultimi 4 secoli di impero cinese (1400-1900) contengono testimonianze di un conflitto crescente, come accade oggi in Africa con il leone. Le tigri aggredivano più spesso i contadini e le autorità erano meglio disposte a ucciderle. 

Per gli autori l’incremento della complessità sociale in Cina fu possibile proprio grazie all’agricoltura, che divenne “il fondamento delle vite dei singoli individui e di tutta la società nel suo complesso”. E non è da sottovalutare il fatto che gli Han dimostrano una maggiore aggressività nell’uso delle risorse naturali rispetto ad altre etnie. 

Questo studio spinge in una direzione che probabilmente nel prossimo decennio acquisterà sempre più peso e attenzione nel dibattito sulla protezione delle specie. Il filtro culturale deve essere inserito nel modello di analisi classico della conservazione. E questo perché la cultura umana è la variabile imprevedibile, in continua evoluzione, che forma l’atteggiamento mentale nei confronti delle faune del Pianeta. E decreta dunque il loro diritto a morire, o sopravvivere: “Un esempio di questa questione è il declino della popolazione della tigre del Sud della Cina (Panthera tigris amoyensis), che è stato accelerato dalle campagne ‘contro le specie nocive’ degli anni ’50, che avevano come obiettivo proprio questa sottospecie. Si può però fare un confronto con un altro esempio, e cioè la forte espansione, negli ultimi decenni, delle specie di grandi mammiferi in tutta Europa dovuta a cambiamenti socio-culturali, inclusi lo sviluppo di politiche di conservazione e della regolamentazione della caccia, l’abbandono delle terre agricole e il supporto dell’opinione pubblica”.

Il cambiamento climatico è un romanzo incompiuto

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Basilea, Svizzera, Europa – Nella considerazione inattuale intitolata Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Nietzsche scrisse che ciò che è vivo, ciò che aspira ad essere vivo e non ridotto ad apatia ed inerzia, deve possedere una atmosfera. Una “misteriosa sfera vaporosa” che nasconde e protegge. Si tratta di una illusione, di un effetto emotivo, Nietzsche lo sapeva, ma sapeva anche che in questa atmosfera si nasconde la forza propulsiva di ogni vita, e cioè il sentimento della sorpresa. Chi è curioso del mondo, si lascia sorprendere dal mondo. Avverte il mistero del mondo, che è una sua illusione, ma che lo incanta e lo spinge ad esplorare la geografia dello spirito e dei continenti.

I contemporanei di Nietzsche pensavano di potersi sbarazzare di queste chiacchiere antiche, così le giudicavano, grazie alla scienza. Per loro, la storia stessa non era altro che una scienza del già accaduto. Nietzsche commiserava questo storicismo e vi opponeva invece la forza chirurgica dell’oblio. Chiudersi in un presente creativo, che non si sente epigono di nessuno. Ancora oggi, l’idea che abbiamo della storia, e cioè del nostro XXI secolo, è decisiva nel fallimento di una azione politica globale sul cambiamento climatico. Anzi, dovremmo ammettere che se ieri a Torino c’erano 17 gradi Celsius, il 25 dicembre, la ragione è che il cambiamento climatico non è mai diventato né storico né storicizzato. Semplicemente, non è mai diventato una narrazione.

Al tempo di Nietzsche, lo storicismo era una narrazione, poderosa anche, ed era per questo che Nietzsche la detestava. Lo storicismo non era altro che una venerazione totale per un passato immobile, un oggetto di culto religioso. A forza di adorare i padri, i figli erano diventati degli impostori impotenti come Amleto, che non sa quasi più nemmeno come si chiama di nome e di cognome. Naturalmente Nietzsche aveva la sua personale adorazione per i grandi nomi del passato, ma riteneva anche che la vita potesse continuare a macinare grandezza solo infischiandone del già fatto. 

Qualche decennio più tardi fu un altro tedesco, Walter Benjamin, a spingersi ancora più oltre nella interpretazione della storia e della propria epoca, sgombrando il campo dai dubbi rimasti nel rifugio alpino di Sils Maria. Benjamin comprese che la modernità, il primo Novecento per intenderci, aveva infine imboccato una via opposta a quella ancora battuta nei giorni mortali di Nietzsche. Il Novecento chiudeva i conti con il passato attraverso le sue nuove tecnologie di massa, il cinema e la fotografia. Svaniva l’epoca dell’aura, e cioè del potere intrinseco alle invenzioni artistiche e intellettuali di condensare in modo magnifico le intuizioni più dirompenti dello sguardo umano sul mondo. E sorgeva invece sulla linea dell’orizzonte il tempo dello shock, cioè della sorpresa, della novità, della riproducibilità in serie dell’effetto di stupore improvviso. 

Ma in una epoca dello shock nessun avvenimento può, alla lunga, conservare il proprio significato più autentico. Nessuna disgrazia, nessuna novità, nessun evento bellico o economico può tenere il passo con l’incalzare, alle sue spalle, di qualcosa di ancora più nuovo. La fine dell’aura apre forse le porte alla produzione industriale della modernità antropologica, ma predispone l’umanità a perdere il sentimento della realtà nuda, cruda, atroce, impellente, urgente. La stessa spietata realtà che Nietzsche identificava con la spinta psicologica propulsiva della civiltà. 

Il cambiamento climatico è esattamente quel tipo di realtà nietzschiana che noi non siamo più in grado di considerare reale. 

Già all’inizio degli anni Ottanta, il cambiamento climatico è condannato a smarrirsi come un fiume nel deserto. Ad evaporare nella mente dei più, a sbiadire sino a diventare un vocabolario insulso e pallido di termini quali sostenibilità, riscaldamento globale, emissioni serra, green economy, green new deal. Il cambiamento climatico non è mai maturato e non è mai cresciuto: è ancora oggi ciò che era 40 anni fa, uno sconosciuto, indigesto al sentire comune di una civiltà che pretende lo shock, e non sa cosa farsene dell’aura.

E qui si innesta la ridicolaggine priva di ogni mordente ed efficacia di movimenti come il Fridays for Future ( quante centinaia di giovani hanno deciso di farsi bocciare pur di gridare il loro sdegno contro l’irresponsabilità dei potenti?), delle Sardine (nichilismo è una parola troppo abusata, e insufficiente, per descrivere il nulla del loro presunto manifesto) e della narrazione, quella sì stucchevole ma ben architetta, sorta attorno a Greta Thunberg. Non c’è aura nelle discussioni su questa giovane ragazzina svedese, ma solo il vuoto di idee di movimenti ambientalisti che non hanno il sentimento né del passato né del presente. Sono figli del tempo della replicazione incontrollata di curiosità effimere, di prodotti di consumo, di effetti scenici. Non riuscendo a vedere il proprio tempo, gli ambientalisti smarriscono per strada tutti gli obiettivi dell’ambientalismo. E l’ambientalismo stesso rimane un oggetto senza forma, una narrazione senza plot, un romanzo incompiuto. Uno shock, di cui domani già nessuno si interessa più. 

Per le donne che scrivono di clima ed estinzione il modello da seguire è Nike van Dinther

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Berlino, Germania, Europa continentale – Parliamoci chiaro: qualunque giornalista ambientale di sesso femminile vorrebbe essere una influencer del tipo di Nike van Dinther. Nike parla di moda e di biosfera. È vestita pazzescamente bene. Fattura. Quando apre bocca sul cambiamento climatico la gente ascolta. Diventare ciò che in Germania chiamano “Sinnfluencer”, e cioè persona magnetica da 80 K di follower, come Nike, è l’unico modo per una reporter donna di essere presa sul serio. Ma direi anche qualcosa di più: questa è l’unica strada sensata per parlare di CO2, animali in via di estinzione e foreste vergini. Cioè, non che devi solo pubblicare foto su Instagram, questo no. Ma se vuoi capire come ragionano le persone che si godono la vita e pretendere che loro (non gli ambientalisti, i vegani, i guru, gli attivisti) leggano i tuoi reportage, ti si spalanca davanti una sola opzione: lo stile inconfondibilmente mix up (serio e glamour) di Nike. Le donne che scrivono del Pianeta questo lo sanno, l’hanno capito, l’hanno vissuto: ma non hanno ancora il coraggio di dirlo apertamente.

Pensano che essere vestite così-così rafforzi la loro credibilità. E che l’eleganza screditi la loro professionalità. Risultato: non hanno neppure un centesimo del seguito che ha Nike van Dinther. E non fatturano un accidenti. 

Ci riflettevo qualche giorno fa, quando un collega che si occupa di sport mi parlava di un altro collega, senza immaginare che io lo conoscessi molto bene. Elogiandone i meriti, e a ragione, non si accorgeva che il personaggio in questione è un influencer. Uno di quelli che hanno cavalcato l’onda del successo adottando la tattica del nemico giurato delle politiche ambientali serie e progressiste: il narcisismo dominante. Insomma, non un uomo votato alla purezza dell’etica, ma al più banale sfruttamento dello status quo a proprio vantaggio. Scontato che quando sei un influencer li hai i soldi per 4 voli intercontinentali in un anno: non guadagni mica le cifre che ti pagano gli editori oggi. E noi donne? Mi chiedevo, davanti agli effetti stroboscopici di una carriera che non ha mai ipotizzato di contenere le proprie emissioni serra per il bene comune. Be’, noi donne ci vergogniamo di ammettere che ci piacerebbe tantissimo essere alla moda e non rinunciare alle nostre convinzioni ambientali. Siamo talmente abituate a dover scegliere tra una cosa e l’altra, senza appello, che non riusciamo a dire pubblicamente che il sacrificio auto-inflitto delle limitazioni verdi (niente Dior cosmetics, niente Celine, no Easy Jet at all) ci sta strettissimo. La verità è che, proprio in quanto donne, noi reporter ambientali potremmo diventare competitive solo se ci comportassimo da donne fino in fondo. 

E non sto affatto parlando di favoritismi sessuali. 

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Gli uomini si occupano di cambiamento climatico perché si occupano di economia. Di energia e di trasporti. Per questo il loro punto di vista sulla crisi ecologica emerge più facilmente. I colleghi maschi sono già preparati, grazie al loro pragmatismo, a raccontare esattamente ciò che i lettori e i direttori di testata sono disposti ad ascoltare. Le donne, invece, sollevano il velo di Maja. Sanno guardare le sfumature, gli anfratti dei business plan, le contraddizioni. Le donne sanno quale è la vera natura del cambiamento climatico perché da sempre sono chiamate a dover soddisfare una natura polimorfa. È attraverso il loro cervello e il loro corpo che hanno imparato tutta l’ambiguità del comportamento umano. Non ci saremmo innamorati dei combustibili fossili se non avessimo desiderato stare meglio rispetto alla vita dannata dei proletari della Manchester di metà Ottocento. La voglia di godere della vita è il motore interno della catastrofe climatica. Perché per avere una vita decente, serve tantissima energia. Questo ci ha dato il carbone, e adesso è arrivato il conto. Homo sapiens vuole stare meglio, non peggio, vuole godere se può godere, e il difficile è fargli fare un passo indietro quando può farne uno avanti. Le donne, sia gloria ad Arthur Schopnhauer, questo lo sanno, perché la specie ha affidato a loro l’onore della riproduzione insieme a tutto il canestro di talenti intellettuali che hanno anche gli uomini. 

Per questo siamo credibili davanti a noi stesse quando siamo vestite come Nike e intanto siamo impegnate a scrivere il miglior pezzo del mondo sulle politiche di annientamento delle faune del Pianeta. 

Se leggo Adorno con un paio di jeans da venti euro, non rappresento niente e nessuno se non un masochismo riduzionista. Passerò il resto della mia carriera a guadagnare venti euro a pezzo. Se invece cammino alla Brandeburger Tor con un golf di Celine comprato su Yoox dopo mesi di appostamento pre saldi mi sento abbastanza donna e abbastanza padrona della mia epoca per inviare una email da Berlino a quel tale direttore che non ha mai pubblicato un reportage dal Kreuzberg sulla malinconia del mondo estinto. 

Non è mancanza di coerenza. È realismo. È fame. È vita. È normalità. E qui chiudo il mio climax sul significato ipermoderno di Umanismo, un climax cominciato proprio a Berlino lo scorso febbraio. 

Acqua potabile e leoni, le due priorità dell’Africa nel 2020

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Burkina Faso, Africa occidentale – Le premesse delle crisi umanitarie ed ecologiche  del 2020 sono già visibili nelle regioni al confine del Sahel, sotto il deserto del Sahara. A meno di due settimane dalla fine di questo 2019 lo ISS ( Institute for Security Studies, finanziato anche dalla Unione Europea) disegna una mappa chiara della disintegrazione della coesione sociale in numerose azioni africane sotto l’onda d’urto dei cambiamenti climatici. “L’Africa meridionale e il continente nella sua interezza devono aspettarsi eventi climatici estremi come il ciclone Idai e il ciclone Kenneth, più frequenti e più intensi. Stiamo soltanto ora cominciando a capire che cosa questo significa per le migrazioni di massa (in Sudafrica, le ripetute e violente esplosioni di xenofobia sono un segnale allarmante); la capacità di produrre energia (la siccità ha lasciato la diga di Kariba al minimo storico, compromettendo la generazione di energia dello Zimbabwe e dello Zambia, con conseguenti tagli diffusi alla distribuzione); la politica (è solo una coincidenza che il partito di governo della Namibia abbia sofferto la perdita più significativa di voti nel mezzo di una siccità?); e la salute (ambienti più caldi aumenteranno il rischio di malaria?)”. Questo il quadro generale secondo Jason Allison di ISS. 

Ma non è tutta questione di CO2. È finalmente arrivato il momento di pagare il conto della demografia umana. 

Lo stress idrico sarà una delle ipoteche aperte sulla stabilità politica dell’Africa occidentale. Il WRI (World Resource Institute) ha disegnato una mappa (We Predicted Where Violent Conflicts Will Occur in 2020. Water Is Often a Factor) delle tensioni già evidenti per l’acceso all’acqua dolce che consenta di prevedere dove, nei mesi a venire, sono più probabili scontri armati. L’alterazione dei pattern climatici stagionali si è saldata con un incremento demografico che è diventato una miccia accesa nel focolaio di tensioni etniche sempre latenti in Mali. Ecco cosa dice il Rapporto: “La popolazione del Mali è cresciuta molto rapidamente. A Bamako, la capitale, la densità demografica è triplicata negli ultimi 20 anni (…) La competizione crescente per le risorse naturali peggiora le rivalità etniche e contribuisce a far aumentare la violenza tra agricoltori e pastori”. Sulla mappa dei prossimi 12 mesi l’acqua è un punto di domanda politico anche in Burkina, Niger, Ghana, Benin, Nigeria, Costa d’Avorio. 

In pochi hanno il coraggio di ammettere, negli organismi che presiedono la governance mondiale, che la demografia è già oggi una minaccia alla sicurezza. La Planetary Securuty Initiative ( un think tank citato dal WRI) ha denunciato la pericolosità della situazione del Mali con una schiettezza: “Una devastante esplosione di violenza a Moptu ha calamitato l’attenzione sulle divisioni etniche e la radicalizzazione. Tuttavia il ruolo della pressione sulle risorse naturali è la causa prima del conflitto e il punto di partenza per soluzioni che continuano ad essere trascurate (…) Come documentato da un briefing del 2017 del Planetary Security Initiative la crescita della popolazione e il cambiamento climatico hanno giocato un ruolo sostanziale nel preparare un terreno fertile per i conflitti in Mali. Nelle parole di un accademico: man mano che la demografia cresce, diminuisce il bush”. 

E senza il bush, o la savana, o le praterie di erbe ad alto fusto, sparisce anche l’acqua: “Se vuoi continuare ad immettere acqua nell’agricoltura, devi mantenere il paesaggio che produce la pioggia”, ha detto Kaddu Sebunya del comitato direttivo della African Wildlife Foudation. Un concetto di basilare fisiologia ecologica che purtroppo anche milioni di Europei ignorano. In Africa, paesaggio significa però una cosa sola: leoni. 

Senza i leoni, gli ecosistemi africani collasseranno: un processo che è già in corso. Mai come in questo passaggio storico la specie simbolo del continente ci dice che nessuna strategia geopolitica sarà efficace nei prossimi decenni senza tenere in conto la variabile della biodiversità. E la stessa Africa non può fare a meno di confrontarsi con il problema dell’estinzione del leone. Questa è la conclusione a cui è giunto un rapporto speciale, The Lion Economy, redatto dal Lion Recovery Fund di Peter Lindsey e quindi sovvenzionato dalla Leonardo di Caprio Foundation. 

“La conservazione del leone non è solo una questione che coinvolge coloro che lavorano nella conservazione, bensì chiunque abbia interesse in un futuro sostenibile e vitale per l’Africa. Le popolazioni di leoni stanno crollando e sono già scomparse da molti Paesi. Nel tentavo di costruire intere economie e di portare fuori della povertà molte persone, i governi sono riluttanti a spendere più soldi per la conservazione, perché ci vedono uno spreco a svantaggio di esigenze più pressanti. Ma questi stessi governi ignorano i seri problemi ambientali che fronteggia il continente. L’Africa sta già sperimentando la perdita di servizi ecosistemici; e, cosa ancora peggiore, la maggior parte dei Paesi sono poco resilienti nei confronti del cambiamento climatico”. 

I leoni sono predatori di vertice e quindi è dalla loro presenza che dipende la salute dell’ecosistema: i processi chimici che garantiscono ai nutrienti di passare dagli animali alle piante, e infine all’uomo; la disponibilità di acqua potabile, la riduzione del rischio di disastri come le alluvioni, grazie alla stabilizzazione del clima, lo stoccaggio di carbonio nelle piante e una copertura vegetazionale integra. The Lion Economy descrive molto bene la attuale condizione dei leoni e delle persone sul continente. Gli uni dipendono dalle altre. Perché questa relazione possa produrre futuro per entrambi il leone deve tornare ad occupare i progetti, i sogni, le visioni dei decenni che verranno. 

Kaddu Kiwe Sebunya, Chief Executive Officer, African Wildlife Foundation: “I leoni non sopravviveranno al XXI secolo soltanto con la buona volontà. E non sopravviveranno neppure rimanendo il centro nevralgico delle vacanze per visitatori stranieri di alto livello sociale, o fungendo da trofeo per la caccia. La sopravvivenza del leone dipende dall’Africa stessa. Questo significa concentrarsi sul grande valore culturale che i leoni hanno nella società africana per costruire consenso attorno alla importanza della loro persistenza allo stato selvatico. Detto pragmaticamente, dipende dalla gente, dai governi e dall’industria riconoscere che la preoccupazione attorno alla sopravvivenza del leone non è una rievocazione di un passato romantico, ma il simbolo di un intero comparto di altri valori che rischiano di scomparire per sempre insieme ai leoni”.

Se l’Africa del 2030 sarà edificata soltanto sulle aspirazioni di sviluppo socio-economico, ed è questa la traiettoria imboccata, il patrimonio unico dei paesaggi africani sarà perduto, insieme a ciò che resta di civiltà antiche che hanno condiviso se stesse con questo felino straordinario.  Le proposte del think tank che sostiene “the lion economy” è di potenziare il finanziamento della conservazione dei paesaggi ancora selvaggi introducendo dei meccanismi di pagamento dei servizi ecosistemici. È un approccio che assomiglia molto a quello del REDD+ e del carbon market, entrambi rivelatisi finora insufficienti per disinnescare una economia in continua espansione. Ma alle soglie del 2020 le informazioni sulla insofferenza sociale di molti Paesi africani sembrano indicare che è arrivato il momento di considerare l’identità e la coscienza africane come elementi imprescindibili delle economie di domani. Il prossimo decennio, in poche e semplici parole, dovrebbe essere anche un decennio di ispirazione e di valori, non solo di un modello ibrido di profitto ricalcato sull’Occidente. 

L’Inghilterra non lascerà mai l’Unione Europea

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Londra, Inghilterra – Entro gennaio 2020 l’Inghilterra uscirà dall’Unione Europea. Non è del tutto vero. Il voto di ieri consegna il Paese ai conservatori ad amplissima maggioranza ed è proprio per questo che il Regno Unito conferma la sua piena adesione all’Europa. Non l’Europa dei trattati e di Bruxelles, certo. Ma una Europa molto più vera e cogente, che ancora una volta ha dato prova del suo carattere. 

Con Boris Johnson vince infatti un partito che se ne frega del cambiamento climatico e del collasso del Pianeta, che considera la povertà una colpa e che incarna i due pilastri fondativi del Regno Unito. I due pilastri su cui l’Inghilterra ha eretto l’impresa economica di un intero continente: la cultura d’élite di Oxford e Cambridge e l’avidità. Esercitando senza alcuna pietà queste due virtù nazionali, l’Inghilterra ha dato il ritmo all’espansione europea del ‘700 e dell’800. Ognuno di noi in quanto europeo è figlio del Regno Unito.

Ha ragione Rob Watson, il corrispondente politico della BBC, che stamattina alle 6 da Londra parlava della Brexit come di una “cultural identity”. Non solo inglese, stiamocene certi.

L’Europa vuole e ama soltanto se stessa. È capace di improvvisi balzi e di rivoluzioni politiche rapidissime, come appunto dimostra il referendum a valanga sulla Brexit e adesso il voto a favore dei Tory. Niente di questo genere si è ma visto nelle politiche ambientali. E chi è abbastanza lucido da capirlo, lo capisca e taccia impietrito per le conseguenze di un simile spietato ardimento. Lo European Green New Deal è una bazzecola in confronto alla reazione di stampo bellico che occorrerebbe per fronteggiare la catastrofe. E la ragione di questa impostazione che sposta tutto al 2050, come se avessimo ancora una montagna di tempo per negoziare, è che il carattere europeo non può modificare la sua natura.

Un carattere fatto di velieri, di colonie, di carbone, di esplorazioni artiche, di pittura a olio. Un carattere che ben sopporta la convivenza di Cecil John Rhodes e di Carlo Linneo. I diritti umani e i genocidi. 

Il carattere europeo è il grande nemico. Il nemico di un cambio di civiltà che ci permetta di guardare in faccia la catastrofe ecologica. Un nemico che è dentro di noi.

La vera figura politica del prossimo decennio, su questo continente, è la coscienza europea. Avremo abbastanza coraggio per prenderla in considerazione senza moralismi d’accatto? Sapremo sottoporla ad un esame radicale e pronto alla rinuncia? Sono questi gli interrogativi che rendono questo tempo di incertezza sociale e di disintegrazione delle certezze economiche che sono state l’orgoglio europeo del secondo dopoguerra così simile al decennio 1920-1930. Anche allora la coscienza europea era in pieno travaglio. 

È vero. Un pericolo fascista sta facendo i suoi sporchi giochi attorno a noi, in ogni contrada della vecchia Europa. Ma non è il fascismo descritto da Antonio Scurati. È il rifiuto violento, di stomaco, e per questo ancora più crudele e ributtante, di affrontare la catastrofe della biosfera. In nome dello stesso io assoluto di Federico il Grande di Prussia, Maria Teresa d’Austria, Robespierre e Danton, Newton e Kant, Lenin e Churchill: l’Europa.

Nelle proto-scimmie europee gli indizi sulle origini della crisi ecologica

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Baviera, Germania – I notai lo sanno bene: occorre conoscere la storia di una famiglia, prima di redigere un testamento. Qualunque discorso ecologista sull’eredità che gli uomini e le donne di oggi lasceranno ai loro posteri non può che partire dal passato, se intende essere credibile: in poche e semplici parole, se non ci mettiamo di buona lena a capire chi erano i nostri antenati, non riusciremo mai a focalizzare l’enormità della sfida ambientale. 

Eppure, da 25 anni gli ambientalisti parlano solo di debito climatico. Saranno le prossime generazioni a dover pagare il prezzo della nostra ignavia politica. Oggi, intanto, verrà  presentato a Bruxelles lo European Green New Deal, il piano di risposta alla crisi ecologica del nuovo Parlamento Europeo. L’obiettivo politico è ridimensionare la portata del debito ambientale. I negoziati della Convenzione delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico (UNFCCC), da parte loro, sono sempre stati rivolti al futuro. Solo in via stereotipata documenti, dichiarazioni e sintesi finali han fatto cenno, in oltre due decenni, alla responsabilità dell’Occidente nella industrializzazione a carbone. Troppo poco. Questa storia del clima non comincia nell’Ottocento.

La paleontologia è un alleato formidabile nella comprensione della catastrofe climatica. I paleontologi raccolgono indizi sulla nostra identità e, di conseguenza, sul perché siamo diventati i “signori del Pianeta”. Il mese scorso i risultati di una scoperta eccezionale sono stati pubblicati su NATURE (A new Miocene ape and locomotion in the ancestor of great apes and humans): nell’Allgäu (Baviera, Germania) un team internazionale ha rinvenuto i resti di una nuova specie di scimmia fossile, Danuvius guggenmosi. Questa specie, vissuta nel tardo Miocene, attorno agli 11 milioni di anni fa, combina gli adattamenti anatomici delle scimmie bipedi e di quelle capaci di appendersi con le braccia ai rami degli alberi. Per questo, secondo i ricercatori autori dello studio, Danuvius “potrebbe fornire il modello dell’antenato comune tra grandi scimmie ed esseri umani”. Danuvius è un driopiteco, un gruppo di scimmie su cui da qualche anno si concentrano le ipotesi di David R. Begun, paleo-antropologo dell’Università di Toronto, Canada, e co-autore dello studio di NATURE. Begun ritiene che le soluzioni anatomiche sviluppate dalle scimmie europee del tardo Miocene siano state cooptate dalle paleo-scimmie africane, giungendo, su linee temporali ed evolutive lunghe dieci milioni di anni, alla struttura osteo-articolare delle australopitecine. Il vero pianeta delle scimmie è il saggio appassionante (Edizioni Hoepli) in cui David R. Begun racconta la storia delle scimmie del Miocene. Ci sono voluti qualcosa come 15 milioni di anni perché, attraverso più linee di derivazione, emergesse la nostra specie. Siamo una opzione tra migliaia di altre opzioni. Non siamo perfetti, e non siamo neppure la migliore specie tra tutte le specie comparse sul Pianeta. È per questo che gestiamo molto male la nostra presenza sulla Terra. Non siamo cioè in grado di venire a patti con il rischio esistenziale: la minaccia più grave all’espansione delle nostra intelligenza. 

In questo 2019 è stato messo in commercio anche un videogioco (ideato su una consulenza scientifica accurata ed affidabile) sulla incerta partita dell’evoluzione dei nostri antenati: Ancestors. La regola di gioco più astuta scelta dagli sviluppatori nasconde anche uno degli aspetti didattici più seri di Ancestors: il clan di ominidi che non sia riuscito a tramandare ai piccoli quanto imparato nella ricerca del cibo e nelle strategie di sopravvivenza contro i predatori soccombe, si estingue, e il giocatore non può passare al livello successivo. Non c’è insomma futuro senza passato. L’immane cantiere dell’evoluzione, i cui mattoni sono i geni e i piani anatomici fondamentali di ogni specie, è costantemente in movimento, verso un futuro che non è tale finché qualcosa di nuovo riesce ad affermarsi; ma lavora sui materiali disponibili, non crea nulla da zero. Ecco perché la parabola dei driopitechi, delle australopitecine e degli ominidi dovrebbe metterci in guardia, con il suo strapotere di storytelling. Qualunque rivoluzione ambientalista sarà limitata da ciò che è a disposizione sul Pianeta. Le batterie per veicoli elettrici hanno bisogno di litio, e le miniere di litio sono altamente inquinanti. Le pale eoliche off shore disturbano le migrazioni e l’etologia dei grandi mammiferi marini. Le installazioni di milioni di pannelli solari tolgono altro spazio alle specie selvatiche e al rewilding. 

Si discute molto in questi anni su cosa ormai significhi essere padri e essere figli. Sappiamo che il figlio che voglia farsi una vita sua e diventare davvero indipendente non butta dalla finestra tutti gli insegnamenti del padre, ma sa reinterpretarli in qualcosa di nuovo. I nostri lontani antenati sono parte del nostro modo di sentirsi così speciali. Ci dicono fino a che punto possiamo essere umani, quali conseguenze comporta essere umani e se possiamo progettare delle variazioni sul tema in questo XXI secolo. Nessun negoziato sul clima privo di questo sguardo sul tempo profondo – e quindi sulla natura umana – potrà mai funzionare. Perché continuerà a discutere in astratto di questioni la cui origine sta nelle pieghe più intime e recondite del nostro modo di concepire noi stessi. 

Caso Hallam: la civiltà non è un antidoto alla barbarie. È fatta di barbarie

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Amburgo, Germania – Una diagnosi corretta è indispensabile. Nessuna patologia può essere risolta senza l’aiuto di un corretto inquadramento clinico. Per la coscienza vale lo stesso. In assenza di un esame critico sui propri disastri esistenziali, l’essere umano continua a vagare nel buio di illusioni e fraintendimenti, di autoinganni e di autoassoluzioni. E siccome storia e cultura sono il prodotto dell’azione umana, dovremmo abituarci a un serio esame di noi stessi anche quando si discute del futuro del Pianeta, dello stato del mondo alle soglie del 2020 e delle nostre responsabilità collettive. Il caso Roger Hallam, accusato in tralice dal settimanale tedesco DIE ZEIT di essere un antisemita, e di aver così aperto una serissima ipoteca sulla credibilità di Extinction Rebellion, è emblematico. Le affermazioni di Hallam, la posizione di DIE ZEIT, la replica dei movimenti in Inghilterra e in Germania, non riguardano infatti solo la questione ambientalista (chi, come e con quali strumenti dovrebbe organizzare una pressione politica efficace sui governi), ma anche il futuro dell’Europa. Della coscienza europea.

Il consenso per le destre xenofobe cresce ovunque sul continente. La senatrice a vita Liliana Segre deve vivere sotto scorta, minacciata da balordi antisemiti che probabilmente non hanno neppure mai letto un rigo di Isaac Bashevis Singer o di Aharon Appelfeld. Questo degrado civile non è soltanto preoccupante, è la conseguenza diretta di una disgregazione dello spirito di comunità che credevamo invincibile dopo il 1945. Purtroppo, proprio come ammisero da subito molti osservatori, la civiltà non è un antidoto alla barbarie, ma è fatta di barbarie.  Vale a dire che la nostra storia umana è densa di apocalissi di crudeltà e di atrocità pianificate nelle stanze del potere, che, tutte insieme, hanno dato forma, consistenza e direzione al mondo così come lo vediamo e lo abitiamo oggi. Non possiamo isolare il concetto di “storia” in una teca di vetro di teorie, ma dobbiamo invece dare più spazio possibile alla constatazione e alla discussione, per prenderci le nostre responsabilità. Questa prospettiva antropologica è inevitabile là dove simpatie neofasciste progettano di deformare la lettura del presente. Ed è proprio qui che l’impegno etico nel demolire la volgarità neofascista incontra il dovere di denunciare il collasso del Pianeta. C’è infatti una sovrapposizione, un punto di incontro storico, tra i fatti mostruosi della Seconda Guerra Mondiale e della Conferenza di Wannsee e la traiettoria di civiltà che ci ha condotti al collasso di biosfera e atmosfera. L’umanità si è mossa lungo una direzione precisa oltre un secolo fa, attraverso una spinta di espansione industriale ed economica che ha ridotto il Pianeta a terra da saccheggio. Una spinta biopolitica: popoli, genti, esseri umani in carne ed ossa diventano materiale per rivoluzioni, sogni deliranti, rinnovamenti genetici. Bisogna cambiare l’uomo, per dominare il mondo. Un principio prima di tutto economico, alla radice della svolta energetica fossile di inizio Ottocento, non meno che delle idee di Trotskij sull’importanza metafisica della tecnologia e della supremazia della macchina contro la natura. Al volgere del 1939, l’espansione è il minimo comune denominatore della civiltà occidentale. Ipotizzo che possa essere questo il contesto storico di cui Roger Hallam ha parlato con Hannah Knuth. 

È probabile che DIE ZEIT abbia deciso di calcare la mano sulla intervista (peraltro brevissima e pubblicata nelle ultime pagine del giornale) a ragione delle tensioni interne nel Paese con AfD e dopo l’allarme istituzionale deciso a Dresda il mese scorso contro i neonazisti. Rimane il fatto che l’articolo è tendenzioso e manca esattamente di questo, di un ragionamento storico complessivo sulla coscienza europea. In un momento di fortissima instabilità sociale, un movimento ambientalista radicale non è solo una protesta di strada, ma l’esplosione di problemi stratificati, datati, storici. Bisogna andare a vedere dove nasce in Europa l’esigenza di dire basta a uno schema socio-economico che ci ha impiegato cinque secoli per giungere a maturazione. Il genocidio è un capitolo variegato di questo processo. 

Scrive la Knuth: “L’obiezione che l’Olocausto non sia paragonabile con altre terribili uccisioni di massa (Voelkermord), non gli sovviene. Hallam si oppone all’osservazione che, mentre molti uomini hanno senz’altro commesso il male, l’Olocausto si trova però in una posizione del tutto a sé stante (Alleinstellungsmerkmal). Che cosa dire di quest’uomo? Perché è così coinvolto con l’Olocausto?”. La posizione di Hallam è infatti questa: “Ci sono diversi dibattiti sulla questione, se l’Olocausto rappresenti o meno una tipologia eccezionale di genocidio (einzigartig) (…) So che c’è questa convinzione in Germania. Tuttavia io, con tutto il rispetto, non sono d’accordo”. Hallam qui si riferisce alla discussione storiografica sulla definizione di genocidio. La Knuth è costretta di conseguenza ad ammettere: “Non si può ascrivere né la forma né il contenuto delle affermazioni di Hallam ad una scarsa istruzione (Bildung). Fino a poco tempo fa, Hallam lavorava infatti al King’s College di Londra con un dottorato sulla disobbedienza civile”. 

Hallam non ha negato la Shoah. Ha detto che nella storia umana ci sono stati molti genocidi, diversi, ma simili all’’Olocausto. Questa non è una affermazione antisemita. Procedendo però nella lettura del pezzo della Knuth si intuisce che la faccenda è politica ed Extinction Rebellion, che finora si è contraddistinta per trasparenza, non può chiudere la discussione con l’annuncio di un procedimento di verifica a carico di Hallam. Il movimento ha smosso la coscienza europea dopo anni di inerzia ambientalista e ora deve prendersi la responsabilità del proprio radicalismo, e cioè della schiettezza con cui cui ha chiesto di dire la verità sullo stato del Pianeta. D’ora in avanti, secondo la Knuth, gli attivisti di XR, “devono portare questo peso, che uno dei loro fondatori relativizza la distruzione pianificata (Ausloeschung) degli Ebrei come un avvenimento tra altri con una curiosa consapevolezza della propria missione (mit einem merkwurdigen Sedungsbewusstsein). Se con queste esternazioni Hallam abbia assicurato al cambiamento climatico maggiore significato (Bedeutung), o se egli stia invece cercando di ottenere titoli a caratteri cubitali, o se se sia semplicemente un antisemita, non è dato apprenderlo nella fattoria del Galles (ndr, dove è avvenuta l’intervista). L’attenzione, questo è sicuro, riaccesa, sarà dirottata dalla minaccia che incombe sul Pianeta alla sua persona e alla sua tesi. Rientrano nel gruppo di coloro che sono d’accordo con lui quelli che negano le cause antropiche del cambiamento climatico”. Vale a dire, secondo la Knuth, che chiunque legga nello schema genocidiario un comportamento ripetibile delle comunità umane è anche un negazionista climatico. Una tesi assurda, e anche abbastanza ridicola. “I contemporanei che vedono nel movimento per il clima solo figure sinistre, che non credono nella democrazia aperta e liberale, vedranno ora i loro sospetti confermati. Questa sarà la conseguenza (Wirkung) più amara della strampalata ribellione di Hallam”. C’è ben altro in gioco, purtroppo. 

Nel momento in cui entra in carica la nuova Commissione Europea con un piano clima (European Green Deal) che Greenpeace ha già definito, in un comunicato stampa del 29 novembre, “ad impatto minimo sul contrasto all’emergenza climatica”, il negazionismo non è prerogativa di chi inserisce l’Olocausto nella più ampia storia europea e mondiale; è invece “l’amara conseguenza” di un atteggiamento politico molto diffuso, che continua a tenere in vita modelli economici autodistruttivi. Il negazionismo è l’attitudine umana ad andare fino in fondo con i propri crimini. Nelle parole di Franziscka Achtemberg di Greenpeace Eu: «Si tratta di un programma ampio (ndr, lo European Green Deal), per fortuna assai distante dell’agenda di deregulation della commissione Junker, ma basta guardare oltre i titoli per vedere che le misure proposte sono deboli, parziali o del tutto assenti. Rispondere alla crisi ecologica e ambientale richiede un ripensamento fondamentale del sistema economico che per decenni ci ha portato inquinamento, distruzione ambientale e sfruttamento delle persone. Questo piano appena scalfisce la superficie di un sistema marcio”, ha detto Franziscka Achtemberg di Greenpeace Eu. 

PS – A corollario di questa conversazione sul genocidio, sarebbe auspicabile che la collega di DIE ZEIT e i benpensanti rileggessero quanto Karl Jaspers scrisse nel suo saggio La questione della colpa (pubblicato in Italia da Cortina nel 1996). Una raccolta di riflessioni sulla colpa della Germania che Jaspers dedusse da consultazioni pubbliche tenutesi nel 1945, a cui parteciparono persone di ogni tipo. Jaspers ebbe il coraggio di dire questo: “Se noi ci mettiamo ad indagare la nostra colpa fino alla sua fonte originaria, veniamo a trovarci di fronte all’umanità che nella forma tedesca ha assunto un modo caratteristico di diventare colpevole, ma che è una possibilità dell’uomo in quanto uomo”.

A Natale siamo tutti un po’ di destra

 

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Milano, Italia – Il panettone rende tradizionalisti. Ostili al progresso. Nostalgici del buon tempo antico ( l’Ottocento) in cui la neve ammantava le città annerite dal carbone. Nelle case, però, un pino vero decorato con candele di cera, arance e bacche rosse riuniva vecchi e bambini attorno al più borghese dei valori umani nell’Europa industriale: la famiglia. Mentre i politici di destra ci ricordano nei talk televisivi del dopo cena che il progresso tecnologico è incompatibile con il pauperismo degli ambientalisti, e che quindi la tassa sulla plastica è una corvée medievale, il marketing natalizio ha cominciato la sua battaglia di stagione. Con armi obsolete: immagini rassicuranti di cavallucci a dondolo, orsetti di pezza, slitte, casette in legno. Non c’è un solo dettaglio del brand Natale che possa essere venduto senza un appello subliminale, romantico e malinconico insieme, ad un’epoca ormai idealizzata, quella che di solito siamo soliti definire con una una massima moralista: “Si stava meglio quando si stava peggio”. Anche un rossetto di Dior o una felpa di Kenzo con il muso a stampa della tigre in via di estinzione funzionano come oggetti del desiderio solo se inseriti in un quadro più grande: il Natale del cuore, dell’affetto e della riconoscenza. 

La verità è che, quando si tratta del Natale, non siamo mai stati moderni, parafrasando il titolo di un famoso saggio di Bruno Latour del 1991. Latour, alle soglie dello Earth Summit di Rio de Janeiro, culla dei successivi negoziati per il clima, osava già dire che gli esseri umani sono capacissimi di tenere insieme la fisica quantistica con la superstizione. Non c’è affatto bisogno di pretendersi “moderni”, in contrapposizione con i meno evoluti dei secoli oscuri e primitivi; la catastrofe ecologica è anzi la dimostrazione che pur godendo del picco assoluto di ingegno tecnologico siamo sempre così ingenui e infantili da pensare di cavarcela senza un Pianeta che ci faccia da casa. Non esiste problema ambientale che non sia questo groviglio di emozioni, testardaggine, effetti collaterali, sottovalutazione dei limiti biologici in nome del progresso.

Ecco, allora, che non riusciamo a gioire delle festività natalizie se non illudendoci di poter ancora albergare nei nostri cuori il calore domestico delle epoche oscure, in cui, certo, solo a Natale c’erano in tavola mandarini e tacchini ripieni, ma quanto era confortante sentire per un sol giorno che bontà e onestà sono sentimenti utili a sopravvivere in questo mondo. Il paradosso è che questo atteggiamento lo condividono anche le persone che Jeff Sparrow, su The Guardian, ha chiamato gli “eco-fascisti”: “coloro che difendono i propri privilegi climatici, e con violenza, contro immigrati, ambientalisti e progressisti”. Insomma, i benpensanti con un ricco conto in banca che non vogliono rinunciare a nessun privilegio (carne, abiti, viaggi in aereo) per salvare tutti gli altri. Costoro, sempre dediti a difendere il progresso quando si tratta di difendere il libero mercato, si schierano contro i progressisti in maglietta Patagonia, che, invece, considerano davvero “progredito” soltanto il pensiero storicamente legittimato dalla crisi climatica. 

Entrambi sognano il Natale che non c’è più, inghiottito dal capitalismo avanzato; solo che gli eco-fascisti non hanno ben chiaro che un mondo a + 4 gradi Celsius di aumento medio delle temperature globali renderà qualunque tipo di Natale, anche il più tradizionale, impossibile, in un contesto di crescenti tensioni sociali e civili. Ma la destra mena vanto di difendere la famiglia, e quindi scegliendo il progresso per non ridurre di un boccone il pasto dei propri figli preferisce condannare alla fame i giovani del 2050. Invece, gli attivisti più o meno dichiarati in maglietta Patagonia forse riusciranno a raccogliere energie spirituali per convincere gli scettici che, per davvero, un Natale tradizionale (con poca roba, per farla breve) era davvero Natale. Il loro obiettivo è cioè titanico: riformulare il progresso togliendogli l’allure del continuo rinnovamento interno. 

C’è un libro sottovalutato che parla del cambiamento climatico ( l’ascesa del carbone, l’affermarsi del carattere capitalista, le conseguenze spirituali del nuovo regime energetico) e che quindi parla del Natale. A Christmas Carrol di Charles Dickens. Dickens inventò il Natale moderno. Ci riuscì perché in una Londra nera di carbone il 25 dicembre era il simbolo della speranza. Quella stessa speranza che poi, diventata capriccio, ci ha condannati alla distruzione del sistema climatico terrestre. Una ruota della fortuna che, al suo ultimo capitolo, rovescia la ricerca della felicità nella lotta contro la catastrofe. L’aveva intuito anche questo un altro pensatore contemporaneo, Alain Finkielkraut, accusato di essere di destra e quindi amatissimo da Il Foglio di Claudio Cerasa, nel suo libro Noi, i moderni, mostrò con dovizia di storie ( russe, tedesche, francesi, inglesi), spostandosi sul fronte ambientalista, quante atrocità abbiamo commesso perché l’orologio della storia ci incoronasse signori del progresso. Per essere progressisti, abbiamo buttato nella pattumiera la nostra umanità. Non è forse questa realtà un incubo da cui cerchiamo di tenerci lontani aggrappandoci al sogno di un Natale all’antica?