Nelle proto-scimmie europee gli indizi sulle origini della crisi ecologica

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Baviera, Germania – I notai lo sanno bene: occorre conoscere la storia di una famiglia, prima di redigere un testamento. Qualunque discorso ecologista sull’eredità che gli uomini e le donne di oggi lasceranno ai loro posteri non può che partire dal passato, se intende essere credibile: in poche e semplici parole, se non ci mettiamo di buona lena a capire chi erano i nostri antenati, non riusciremo mai a focalizzare l’enormità della sfida ambientale. 

Eppure, da 25 anni gli ambientalisti parlano solo di debito climatico. Saranno le prossime generazioni a dover pagare il prezzo della nostra ignavia politica. Oggi, intanto, verrà  presentato a Bruxelles lo European Green New Deal, il piano di risposta alla crisi ecologica del nuovo Parlamento Europeo. L’obiettivo politico è ridimensionare la portata del debito ambientale. I negoziati della Convenzione delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico (UNFCCC), da parte loro, sono sempre stati rivolti al futuro. Solo in via stereotipata documenti, dichiarazioni e sintesi finali han fatto cenno, in oltre due decenni, alla responsabilità dell’Occidente nella industrializzazione a carbone. Troppo poco. Questa storia del clima non comincia nell’Ottocento.

La paleontologia è un alleato formidabile nella comprensione della catastrofe climatica. I paleontologi raccolgono indizi sulla nostra identità e, di conseguenza, sul perché siamo diventati i “signori del Pianeta”. Il mese scorso i risultati di una scoperta eccezionale sono stati pubblicati su NATURE (A new Miocene ape and locomotion in the ancestor of great apes and humans): nell’Allgäu (Baviera, Germania) un team internazionale ha rinvenuto i resti di una nuova specie di scimmia fossile, Danuvius guggenmosi. Questa specie, vissuta nel tardo Miocene, attorno agli 11 milioni di anni fa, combina gli adattamenti anatomici delle scimmie bipedi e di quelle capaci di appendersi con le braccia ai rami degli alberi. Per questo, secondo i ricercatori autori dello studio, Danuvius “potrebbe fornire il modello dell’antenato comune tra grandi scimmie ed esseri umani”. Danuvius è un driopiteco, un gruppo di scimmie su cui da qualche anno si concentrano le ipotesi di David R. Begun, paleo-antropologo dell’Università di Toronto, Canada, e co-autore dello studio di NATURE. Begun ritiene che le soluzioni anatomiche sviluppate dalle scimmie europee del tardo Miocene siano state cooptate dalle paleo-scimmie africane, giungendo, su linee temporali ed evolutive lunghe dieci milioni di anni, alla struttura osteo-articolare delle australopitecine. Il vero pianeta delle scimmie è il saggio appassionante (Edizioni Hoepli) in cui David R. Begun racconta la storia delle scimmie del Miocene. Ci sono voluti qualcosa come 15 milioni di anni perché, attraverso più linee di derivazione, emergesse la nostra specie. Siamo una opzione tra migliaia di altre opzioni. Non siamo perfetti, e non siamo neppure la migliore specie tra tutte le specie comparse sul Pianeta. È per questo che gestiamo molto male la nostra presenza sulla Terra. Non siamo cioè in grado di venire a patti con il rischio esistenziale: la minaccia più grave all’espansione delle nostra intelligenza. 

In questo 2019 è stato messo in commercio anche un videogioco (ideato su una consulenza scientifica accurata ed affidabile) sulla incerta partita dell’evoluzione dei nostri antenati: Ancestors. La regola di gioco più astuta scelta dagli sviluppatori nasconde anche uno degli aspetti didattici più seri di Ancestors: il clan di ominidi che non sia riuscito a tramandare ai piccoli quanto imparato nella ricerca del cibo e nelle strategie di sopravvivenza contro i predatori soccombe, si estingue, e il giocatore non può passare al livello successivo. Non c’è insomma futuro senza passato. L’immane cantiere dell’evoluzione, i cui mattoni sono i geni e i piani anatomici fondamentali di ogni specie, è costantemente in movimento, verso un futuro che non è tale finché qualcosa di nuovo riesce ad affermarsi; ma lavora sui materiali disponibili, non crea nulla da zero. Ecco perché la parabola dei driopitechi, delle australopitecine e degli ominidi dovrebbe metterci in guardia, con il suo strapotere di storytelling. Qualunque rivoluzione ambientalista sarà limitata da ciò che è a disposizione sul Pianeta. Le batterie per veicoli elettrici hanno bisogno di litio, e le miniere di litio sono altamente inquinanti. Le pale eoliche off shore disturbano le migrazioni e l’etologia dei grandi mammiferi marini. Le installazioni di milioni di pannelli solari tolgono altro spazio alle specie selvatiche e al rewilding. 

Si discute molto in questi anni su cosa ormai significhi essere padri e essere figli. Sappiamo che il figlio che voglia farsi una vita sua e diventare davvero indipendente non butta dalla finestra tutti gli insegnamenti del padre, ma sa reinterpretarli in qualcosa di nuovo. I nostri lontani antenati sono parte del nostro modo di sentirsi così speciali. Ci dicono fino a che punto possiamo essere umani, quali conseguenze comporta essere umani e se possiamo progettare delle variazioni sul tema in questo XXI secolo. Nessun negoziato sul clima privo di questo sguardo sul tempo profondo – e quindi sulla natura umana – potrà mai funzionare. Perché continuerà a discutere in astratto di questioni la cui origine sta nelle pieghe più intime e recondite del nostro modo di concepire noi stessi. 

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