L’Inghilterra non lascerà mai l’Unione Europea

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Londra, Inghilterra – Entro gennaio 2020 l’Inghilterra uscirà dall’Unione Europea. Non è del tutto vero. Il voto di ieri consegna il Paese ai conservatori ad amplissima maggioranza ed è proprio per questo che il Regno Unito conferma la sua piena adesione all’Europa. Non l’Europa dei trattati e di Bruxelles, certo. Ma una Europa molto più vera e cogente, che ancora una volta ha dato prova del suo carattere. 

Con Boris Johnson vince infatti un partito che se ne frega del cambiamento climatico e del collasso del Pianeta, che considera la povertà una colpa e che incarna i due pilastri fondativi del Regno Unito. I due pilastri su cui l’Inghilterra ha eretto l’impresa economica di un intero continente: la cultura d’élite di Oxford e Cambridge e l’avidità. Esercitando senza alcuna pietà queste due virtù nazionali, l’Inghilterra ha dato il ritmo all’espansione europea del ‘700 e dell’800. Ognuno di noi in quanto europeo è figlio del Regno Unito.

Ha ragione Rob Watson, il corrispondente politico della BBC, che stamattina alle 6 da Londra parlava della Brexit come di una “cultural identity”. Non solo inglese, stiamocene certi.

L’Europa vuole e ama soltanto se stessa. È capace di improvvisi balzi e di rivoluzioni politiche rapidissime, come appunto dimostra il referendum a valanga sulla Brexit e adesso il voto a favore dei Tory. Niente di questo genere si è ma visto nelle politiche ambientali. E chi è abbastanza lucido da capirlo, lo capisca e taccia impietrito per le conseguenze di un simile spietato ardimento. Lo European Green New Deal è una bazzecola in confronto alla reazione di stampo bellico che occorrerebbe per fronteggiare la catastrofe. E la ragione di questa impostazione che sposta tutto al 2050, come se avessimo ancora una montagna di tempo per negoziare, è che il carattere europeo non può modificare la sua natura.

Un carattere fatto di velieri, di colonie, di carbone, di esplorazioni artiche, di pittura a olio. Un carattere che ben sopporta la convivenza di Cecil John Rhodes e di Carlo Linneo. I diritti umani e i genocidi. 

Il carattere europeo è il grande nemico. Il nemico di un cambio di civiltà che ci permetta di guardare in faccia la catastrofe ecologica. Un nemico che è dentro di noi.

La vera figura politica del prossimo decennio, su questo continente, è la coscienza europea. Avremo abbastanza coraggio per prenderla in considerazione senza moralismi d’accatto? Sapremo sottoporla ad un esame radicale e pronto alla rinuncia? Sono questi gli interrogativi che rendono questo tempo di incertezza sociale e di disintegrazione delle certezze economiche che sono state l’orgoglio europeo del secondo dopoguerra così simile al decennio 1920-1930. Anche allora la coscienza europea era in pieno travaglio. 

È vero. Un pericolo fascista sta facendo i suoi sporchi giochi attorno a noi, in ogni contrada della vecchia Europa. Ma non è il fascismo descritto da Antonio Scurati. È il rifiuto violento, di stomaco, e per questo ancora più crudele e ributtante, di affrontare la catastrofe della biosfera. In nome dello stesso io assoluto di Federico il Grande di Prussia, Maria Teresa d’Austria, Robespierre e Danton, Newton e Kant, Lenin e Churchill: l’Europa.

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