Per le donne che scrivono di clima ed estinzione il modello da seguire è Nike van Dinther

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Berlino, Germania, Europa continentale – Parliamoci chiaro: qualunque giornalista ambientale di sesso femminile vorrebbe essere una influencer del tipo di Nike van Dinther. Nike parla di moda e di biosfera. È vestita pazzescamente bene. Fattura. Quando apre bocca sul cambiamento climatico la gente ascolta. Diventare ciò che in Germania chiamano “Sinnfluencer”, e cioè persona magnetica da 80 K di follower, come Nike, è l’unico modo per una reporter donna di essere presa sul serio. Ma direi anche qualcosa di più: questa è l’unica strada sensata per parlare di CO2, animali in via di estinzione e foreste vergini. Cioè, non che devi solo pubblicare foto su Instagram, questo no. Ma se vuoi capire come ragionano le persone che si godono la vita e pretendere che loro (non gli ambientalisti, i vegani, i guru, gli attivisti) leggano i tuoi reportage, ti si spalanca davanti una sola opzione: lo stile inconfondibilmente mix up (serio e glamour) di Nike. Le donne che scrivono del Pianeta questo lo sanno, l’hanno capito, l’hanno vissuto: ma non hanno ancora il coraggio di dirlo apertamente.

Pensano che essere vestite così-così rafforzi la loro credibilità. E che l’eleganza screditi la loro professionalità. Risultato: non hanno neppure un centesimo del seguito che ha Nike van Dinther. E non fatturano un accidenti. 

Ci riflettevo qualche giorno fa, quando un collega che si occupa di sport mi parlava di un altro collega, senza immaginare che io lo conoscessi molto bene. Elogiandone i meriti, e a ragione, non si accorgeva che il personaggio in questione è un influencer. Uno di quelli che hanno cavalcato l’onda del successo adottando la tattica del nemico giurato delle politiche ambientali serie e progressiste: il narcisismo dominante. Insomma, non un uomo votato alla purezza dell’etica, ma al più banale sfruttamento dello status quo a proprio vantaggio. Scontato che quando sei un influencer li hai i soldi per 4 voli intercontinentali in un anno: non guadagni mica le cifre che ti pagano gli editori oggi. E noi donne? Mi chiedevo, davanti agli effetti stroboscopici di una carriera che non ha mai ipotizzato di contenere le proprie emissioni serra per il bene comune. Be’, noi donne ci vergogniamo di ammettere che ci piacerebbe tantissimo essere alla moda e non rinunciare alle nostre convinzioni ambientali. Siamo talmente abituate a dover scegliere tra una cosa e l’altra, senza appello, che non riusciamo a dire pubblicamente che il sacrificio auto-inflitto delle limitazioni verdi (niente Dior cosmetics, niente Celine, no Easy Jet at all) ci sta strettissimo. La verità è che, proprio in quanto donne, noi reporter ambientali potremmo diventare competitive solo se ci comportassimo da donne fino in fondo. 

E non sto affatto parlando di favoritismi sessuali. 

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Gli uomini si occupano di cambiamento climatico perché si occupano di economia. Di energia e di trasporti. Per questo il loro punto di vista sulla crisi ecologica emerge più facilmente. I colleghi maschi sono già preparati, grazie al loro pragmatismo, a raccontare esattamente ciò che i lettori e i direttori di testata sono disposti ad ascoltare. Le donne, invece, sollevano il velo di Maja. Sanno guardare le sfumature, gli anfratti dei business plan, le contraddizioni. Le donne sanno quale è la vera natura del cambiamento climatico perché da sempre sono chiamate a dover soddisfare una natura polimorfa. È attraverso il loro cervello e il loro corpo che hanno imparato tutta l’ambiguità del comportamento umano. Non ci saremmo innamorati dei combustibili fossili se non avessimo desiderato stare meglio rispetto alla vita dannata dei proletari della Manchester di metà Ottocento. La voglia di godere della vita è il motore interno della catastrofe climatica. Perché per avere una vita decente, serve tantissima energia. Questo ci ha dato il carbone, e adesso è arrivato il conto. Homo sapiens vuole stare meglio, non peggio, vuole godere se può godere, e il difficile è fargli fare un passo indietro quando può farne uno avanti. Le donne, sia gloria ad Arthur Schopnhauer, questo lo sanno, perché la specie ha affidato a loro l’onore della riproduzione insieme a tutto il canestro di talenti intellettuali che hanno anche gli uomini. 

Per questo siamo credibili davanti a noi stesse quando siamo vestite come Nike e intanto siamo impegnate a scrivere il miglior pezzo del mondo sulle politiche di annientamento delle faune del Pianeta. 

Se leggo Adorno con un paio di jeans da venti euro, non rappresento niente e nessuno se non un masochismo riduzionista. Passerò il resto della mia carriera a guadagnare venti euro a pezzo. Se invece cammino alla Brandeburger Tor con un golf di Celine comprato su Yoox dopo mesi di appostamento pre saldi mi sento abbastanza donna e abbastanza padrona della mia epoca per inviare una email da Berlino a quel tale direttore che non ha mai pubblicato un reportage dal Kreuzberg sulla malinconia del mondo estinto. 

Non è mancanza di coerenza. È realismo. È fame. È vita. È normalità. E qui chiudo il mio climax sul significato ipermoderno di Umanismo, un climax cominciato proprio a Berlino lo scorso febbraio. 

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