La cultura Han, e non il clima, ha deciso il destino delle megafauna cinese

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Che cosa è successo ai rinoceronti, agli elefanti, agli orsi e alle tigri della Cina orientale mentre si affermavano le dinastie di etnia Han, tra il X e il XVIII secolo? Sono stati spazzati via dalla espansione inarrestabile dalla crescente complessità sociale della raffinatissima cultura cinese. L’elaborazione culturale cinese, e non le fluttuazioni climatiche, è la causa della perdita totale di questi mammiferi nella Cina odierna.

È questa la conclusione a cui sono giunti un team di ricercatori cinesi e danesi in uno studio appena pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS (Long-term effects of cultural filtering on megafauna species distributions across China, by Shuqing N. Teng, Chi Xu, Licheng Teng e Jens.-Chistian Svenning). La ricerca ha preso in esame il destino – la diminuzione progressiva degli habitat – di 5 ordini (taxa) di specie di grandi mammiferi: l’elefante asiatico, i rinoceronti, l’orso nero asiatico, l’orso marrone e le tigri. I trend di popolazione di queste specie sono state ricostruiti attraverso l’analisi delle informazioni topografiche, storiche e geografiche dei distretti amministrativi della Cina lungo l’intero periodo studiato. Questi dati sono poi stati confrontati con quelli provenienti dai censimenti e quindi con gli scenari demografici che si sono via affermati man mano che l’agricoltura trasformava gli habitat e gli ecosistemi. 

“Il nostro studio fornisce evidenze dirette che l’evoluzione culturale, sin dall’antichità, ha superato il cambiamento climatico nello sbozzare gli schemi di diffusione della megafauna su ampia scala”, sostengono gli autori, “confermando la forte e crescente importanza dei processi socio-culturali sulla biosfera”. Se le specie animali sono state indispensabili per la costruzione della civiltà, è altrettanto vero che ne sono state le prime vittime. La cultura esercita cioè sulle specie animali un “effetto filtro (cultural filtering)”: decide della loro presenza, creando le condizioni per la loro estinzione locale, regionale e infine continentale. 

Questo studio conferma la crescente attenzione dell’ecologia per la storia, l’etnografia e l’antropologia. L’attuale condizione del Pianeta, infatti, è il prodotto di processi storici documentati dai sistemi di produzione delle civiltà (agricoltura e commercio) non meno che dalle idee con cui i popoli prendono possesso delle regioni in cui costruiscono la propria idea di impero. Nella Cina orientale, a partire dall’epoca che per noi europei coincide con l’insediamento continentale del potere carolingio, gli Han si differenziano dalle altre etnie cinesi attraverso la scelta di puntare tutto sull’agricoltura estensiva. Dal X secolo, la Cina comincia a trasformare così i propri paesaggi selvaggi in una forma di eredità naturale modellata dalla cultura, e che sarà passata alle generazioni successive in modo irreversibile. 

Da quel momento, i rinoceronti hanno subito una contrazione territoriale graduale, ma costante, fino a sparire alla metà del XX secolo; l’elefante sopravvive, ma non ad Oriente dell’immensa nazione cinese; gli orsi e le tigri sono riusciti a rimanere stabili fino alle soglie dell’Ottocento, per poi scivolare nell’oscurità perenne dell’estinzione. Il caso della tigre è particolarmente interessante, perché le sottospecie cinesi si sono rivelate molto più sensibili degli altri taxa alle oscillazioni climatiche degli ultimi secoli.  Erano meno numerose durante la cosiddetta Piccola Età Glaciale (1630-1953) e ancora oggi però sopravvivono nelle aree tropicali. È quindi probabile, secondo gli autori, che la tigre sia scomparsa per l’imperversare di una tempesta perfetta di clima e agricoltura. Durante il periodo più freddo le attività umane potrebbero aver rallentano in intensità, a causa delle temperature più rigide. Ma le registrazioni ufficiali degli ultimi 4 secoli di impero cinese (1400-1900) contengono testimonianze di un conflitto crescente, come accade oggi in Africa con il leone. Le tigri aggredivano più spesso i contadini e le autorità erano meglio disposte a ucciderle. 

Per gli autori l’incremento della complessità sociale in Cina fu possibile proprio grazie all’agricoltura, che divenne “il fondamento delle vite dei singoli individui e di tutta la società nel suo complesso”. E non è da sottovalutare il fatto che gli Han dimostrano una maggiore aggressività nell’uso delle risorse naturali rispetto ad altre etnie. 

Questo studio spinge in una direzione che probabilmente nel prossimo decennio acquisterà sempre più peso e attenzione nel dibattito sulla protezione delle specie. Il filtro culturale deve essere inserito nel modello di analisi classico della conservazione. E questo perché la cultura umana è la variabile imprevedibile, in continua evoluzione, che forma l’atteggiamento mentale nei confronti delle faune del Pianeta. E decreta dunque il loro diritto a morire, o sopravvivere: “Un esempio di questa questione è il declino della popolazione della tigre del Sud della Cina (Panthera tigris amoyensis), che è stato accelerato dalle campagne ‘contro le specie nocive’ degli anni ’50, che avevano come obiettivo proprio questa sottospecie. Si può però fare un confronto con un altro esempio, e cioè la forte espansione, negli ultimi decenni, delle specie di grandi mammiferi in tutta Europa dovuta a cambiamenti socio-culturali, inclusi lo sviluppo di politiche di conservazione e della regolamentazione della caccia, l’abbandono delle terre agricole e il supporto dell’opinione pubblica”.

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