I leoni di Richard Lyddeker

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È il 1758 quando Linneo trova un posto per il leone nelle scienze naturali, e nella storia umana, coniando il nome di Panthera leo. Ma con buona pace del padre onorario della tassonomia, gli impavidi cacciatori, e i ruvidi esploratori britannici, del secolo successivo, aggiunsero a quel nome il peso delle osservazioni dirette nelle savane orientali bruciate dalla stagione secca, tornando a riferire in patria, nelle sale ombrose dei musei di storia naturale, notizie più variegate su un predatore magnifico, di cui abbiamo scritto il destino in modo impietoso.

Fino a tutti gli anni ’70 del secolo scorso c’erano 24 differenti nomi per Panthera leo. Gli studi genetici sul DNA mitocondriale hanno ridimensionato l’ansia descrittiva di quel periodo, lungo, della storia naturale. Oggi, infatti, si ritiene che solo il leone berbero (estinto) e il leone asiatico (glorificato dai fregi degli Hittiti oggi al British Museum di Londra eppure ridotto a 500 esemplari nel Gir, in India) siano delle sottospecie. In questo palinsesto geografico e genetico vastissimo, la storia dei leoni della provincia britannica del Capo, in Sudafrica, è particolarmente articolata e si incrocia, ancora una volta, con la suggestione impressa nelle menti e nei cuori degli esploratori dai grossi maschi dalla criniera nera. La criniera nera assomiglia a un indizio cruciale in una indagine investigativa. Spunta sempre sulle pagine ispessite e ingiallite dei tomi ottocenteschi in cui è scritta, per sempre, la storia di Panthera leo.

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Per dipanare i fili ingarbugliati di ciò che era ancora possibile vedere in Africa agli inizi del Novecento, bisogna partire dal nome. Il cosiddetto leone del Capo (Felis capensis) venne identificato nel 1830; ma nel 1842 H.Smith parlava di Felis leo melanochaitus o melanochoetus, e ne precisava di nuovo il range nella provincia del Capo di Buona Speranza (Fonte: Southern African Mammals 1758-1951, British Museum Natural History London). Nel 2006, un paper pubblicato su Conservation Genetics (Lost populations and preserving genetic diversity) fissa il nome in Panthera leo melanochaita definizione che circolava comunque nell’Ottocento. Da un punto di vista strettamente genetico, il leone del Capo non è separato dagli altri 20mila leoni africani esistenti. Molti di coloro che avvistavano il leone in quelle province vedevano maschi imponenti con la criniera folta e nera e pensarono che il leone del Capo dovesse essere un leone specifico del Capo con la criniera scurissima. Il capensis era anche melanochaitus.

 

Questa popolazione di leoni viveva nelle pianure interne del Sudafrica e ad occidente del Great Eastern Escarpement (che separa, in longitudine, i distretti occidentali, lungo la linea Capo-Kruger, dalle regioni centro orientali del Paese). Probabilmente questi leoni vennero sterminati tutti entro il 1850. Ma il colonialismo bianco aveva lasciato la sua impronta infame anche sulle faune del Capo, i cui leoni finivano in gabbia per allietare la buona società europea. L’Olanda possedette il Capo fino al 1814 quando gli Inglesi ne ottennero la sovranità definitiva, e la corona importava leoni per i serragli (menagerie) del re o dei dignitari di corte; nello zoo privato dello Stadtholder, Principe William V, ce ne erano diversi, tanto che il noto zoologo Peter Pallas che visitò l’Aja nel periodo 1763-67 poté descriverli a fondo. È molto probabile che anche i leoni dipinti da Rembrandt fossero leoni del Capo, osservati da dietro le sbarre nell’Olanda coloniale. I loro parenti del Maghreb, i leoni berberi, avevano subito una sorte simile, pure loro catturati per morire in uno zoo, e presto portati all’estinzione dalla caccia e dagli svaghi alla moda nelle città fredde e inospitali del Nord. Fu così che dopo circa un secolo (1700-1850) si cominciò a cercare leoni negli habitat più umidi dell’Africa Occidentale, e dell’India. Per tutte queste ragioni, non è escluso che oggi esemplari in cattività in Europa posseggano ancora la linea di discendenza del leone berbero, e di quello del Capo di Buona Speranza.

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Considerato che da un punto di vista strettamente genetico il leone del Capo non era separato dagli altri 20mila leoni africani esistenti ai giorni nostri, ma sapendo che gli attuali leoni del Sudafrica sono in parte stati reintrodotti, proprio in conseguenza dell’estinzione delle popolazioni locali di Felis capensis tra la metà dell’Ottocento e l’inizio Novecento; nella consapevolezza scientifica che le roccaforti storiche di Panthera leo nel Paese sono oggi solo 3 (il Grande Kruger NP, il Kgalagadi Transfrontier NP e la Greater Mapungubwe Transfrontier Conservation Area) rimane una domanda aperta, e cioè se qualcosa della eredità genetica dei leoni del Capo è effettivamente rimasto nel Sudafrica attuale sul lato del Kgalagadi, dove sopravvive il mito turistico dei “leoni criniera nera”, e sul lato delle game reserves che da questo parco transfrontaliero con il Botswana hanno ricevuto esemplari reintrodotti. Attualmente, non ci sono ricerche sul campo che possano fornire dati a proposito. Ma il vuoto che il commiato del Felis capensis si è lasciato alle spalle è condensato nella geografia frammentata e monca delle popolazioni di leoni “intensively managed” del Sudafrica del XXI secolo.

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Craig Packer ha dimostrato che la criniera nera non è un tratto ereditario. Dipende, invece, da una molteplicità di fattori intrinseci ed estrinseci. E così, possiamo essere sicuri che i maschi criniera nera del Kgalagadi non sono una eccezione. Dove ci porta, allora, la paleo-storia del leone? Di certo, ciò che noi sappiamo e possiamo ricostruire, guardando alla specie nella sua interezza, è che il tracollo della megafauna del Pleistocene e poi, in una sincronia fatale, l’espansione delle popolazioni umane, hanno indotto un collasso del range di Panthera leo in ogni direzione; sappiamo anche che i leoni del Pleistocene appartenevano ad un linea evolutiva diversa rispetto ai leoni attuali (Fonte: Conservation genetics, 2005 – Molecular genetic variation). Già negli studi condotti tra il 1987 e il 1997 è consolidata la consapevolezza che “le popolazioni più periferiche erano state ormai spazzate via in tempi storici”. Le variabili in gioco in questa condizione ecologica ormai riconosciuta sono sostanzialmente due. La prima è la contrazione catastrofica dei range disponibili, la seconda è la adattabilità ecologica di una specie come Panthera leo: un predatore di vertice, capace di adattarsi ad ambienti molto vari (come il giaguaro e la tigre, del resto). Infatti, come ogni specie di grossa taglia, dotata di un homerange molto ampio, anche i leoni mostrano una grande variabilità morfologica. Questo significa che più un predatore si è evoluto per occupare numerosi habitat, più aumenta la variabilità del suo fenotipo in quei tratti che risultano plastici, come appunto la criniera. Fino a soli 100 anni fa i leoni africani apparivano molto diversi perché erano molto numerosi. Il collasso della specie non è stato solo quantitativo, questo lo leggiamo spesso sui giornali, lo diamo per scontato ormai, è stato anche un collasso qualitativo. Le differenze regionali, l’adattamento ambientale e climatico, le caratteristiche intrinseche sono tutti fattori che si combinano tra loro nel produrre, alla fine, la ricchezza evolutiva di una specie, il modo in cui un grosso predatore si è espresso lungo tutta la sua storia millenaria. Basta osservare le mappe con i range perduti per chiedersi se il leone non sia ormai giunto alla fine del percorso che l’evoluzione gli ha assegnato negli ultimi 100mila anni.

Tra Ottocento e Novecento, in mancanza di riscontri genetici, gli errori di classificazione si susseguivano proprio sulla scorta delle osservazioni dirette. Le controversie tassonomiche abbondavano tra gli zoologi che si occupavano di felini, non erano affatto rare, e questo perché le differenze regionali, finanche quelle della colorazione del manto, inducevano talvolta a credere di essere di fronte a specie e non a varianti locali. La difficoltà di capire correttamente quale fosse lo home range del leone africano come specie, a prescindere dalle popolazioni locali, sarebbe stata superata solo con l’analisi genetica. Le macchie sono il tipo più comune di “connotato ornamentale” nella famiglia dei felini, ma il fatto che compaiono spesso in associazione con le striature ricorda che tutte le macchie attuali (le rosette del leopardo, le rosette che circondano una macchia nera nel giaguaro, le macchie aperte a nuvola del leopardo nebuloso e infine quelle evanescenti del leone africano) sono una variante di un prototipo ancestrale che si è poi evoluto lungo una filogenesi di spettacolare bellezza e diversità. Una filogenesi che i britannici al tempo della regina Vittoria definivano cosmopolitan.

Lo stesso Neuman, che aveva collaborato ad altri compendi a più autori su grandi mammiferi africani grazie alla sua specializzazione sui felini, a quanto scritto in un articolo uscito nel 1900 sui Zoologische Jahrbuecher di Jena, riteneva, sbagliando, che il leone masaico (Massai-Loewe, in tedesco) fosse una forma distinta rispetto al leone somalo (Somali-Loewe).  Un compendio del 1899 – cui contribuirono i migliori in campo in quel momento storico, tra cui il Lyddeker, il Kirby e lo stesso Neuman, e cacciatori come Selous  – edito da Arnold  A.J. Major e H.A.. Bryden ( Great and small games of Africa; an account of the distribution, habitats and natural history of the sporting manuals with personal hunting experience, London Rowland Limited 1899) raccoglie in una sintesi favorevolmente aperta a domande ancora inesplorate le conoscenze sui leoni africani date per attendibili al principio del nuovo secolo, un secolo che si sarebbe rivelato per loro fatale: “Non ci sono due pelli esattamente identiche nella forma. I leoni in genere sono più scuri delle leonesse, ma queste ultime trattengono sulla parte bassa delle zampe i segni distintivi (bars) e le macchie (spots) dell’età infantile dichiarando così la loro discendenza  da un antenato con una colorazione meno uniforme ( a less uniformrly – coloured ancestor). Qualche volta si incontrano anche  leoni senza un solo accenno di criniera; ma quando la criniera è presente, essa varia moltissimo in spessore e colore a seconda dell’individuo”. Il fotografo Deon de Villiers, che lavora in Botswana con Wilderness Safaris, è riuscito a scattare, nella Qorokwe Concession, una fotografia ad una leonessa che mostra, nelle zampe posteriori, esattamente questo tratto fenotipico, delle striature longitudinali sulle zampe posteriori.

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(Credits: Deon de Villiers)

Del resto, il Kirby, in questo stesso volume, aveva documentato pure una rarissima presenza di macchie sugli arti posteriori degli esemplari adulti: “i piccoli presentano striature trasversali e macchie fitte sugli arti. Questi specifici connotati vanno perduti con l’età adulta, e soltanto poche macchie rimangono nella parte bassa delle zampe negli individui maturi” (“litter are barred with transverse stripes and thickly spotted on the limbs. These marks are lost as they grow older, only a very few spots being retained on the lower limbs of adults”). A fine Ottocento si riteneva che il leone venisse da antenati striati proprio perché nei cuccioli queste striature erano ancora visibili.

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Queste testimonianze convergono tutte sul volume che Richard Lyddeker, il quale conosceva il lavoro di Kirby e vi faceva sempre riferimento nelle sue descrizioni, curò venti anni più tardi (The game animals of Africa) e di cui abbiamo già parlato. La convinzione che nelle leonesse adulte persistessero le macchie risaliva infatti ad un periodo ancora posteriore, se è vero che nel 1896 lo Handbook of Carnivora – con la sezione dei felini curata proprio da Richard Lyddeker – riferiva: “Faint spots sometimes observable  on the flanks and under parts of the adult, especially in the lioness”. Qualche anno dopo, Lyddeker, ragionando secondo criteri tassonomici, avrebbe ascritto questa particolarità al Felis leo masaica, cioè alle popolazioni dell’Africa orientale tedesca che comprendeva anche la Tanzania, e ovviamente l’odierno Serengeti. Lyddeker fornisce dunque nel 1908 una fotografia scattata ad un esemplare in cattività, allo Zoologischer Garten di Berlino. L’allora direttore dello Zoo, Ludwig Beck, che scattò la fotografia, aveva ricevuto un maschio il 2 luglio del 1896, mentre questa femmina era arrivata a Berlino il 3 agosto 1905. Entrambi gli animali erano stati registrati sul giornale interno del giardino come Uncia leo massaica Neuman. Ancora il Neuman dunque, su cui Lyddeker sapeva di poter contare.

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Major e Bryden (che aveva una vasta esperienza in Botwsana) erano comunque consapevoli che il panorama ecologico del leone africano era quanto mai vario, al punto che le generalizzazioni potevano falsare la comprensione dei tratti caratteristici della specie, che si esprimevano anche sul piano etologico: “I singoli leoni di un singolo distretto geografico differiscono grandemente nel temperamento; i leoni del dottor Livingstone e le bestie misteriose (uncanny beasts) di Jules Gérard sono creature completamente differenti”.

Nella seconda metà dell’Ottocento i grossi maschi competitivi con criniere scure e folte erano più numerosi di quanto non siano oggi, forse per ragioni micro-climatiche o magari anche per una migliore fittness delle popolazioni nel complesso. C’erano più leoni e meno persone, radicalmente meno persone di quante ce ne siano oggi, e quindi i leoni stavano meglio. L’assottigliamento della diversità genetica causato dalla restrizione degli habitat e poi il progressivo isolamento geografico delle popolazioni hanno portato il leone nella condizione che gli studi più aggiornati sulla defaunazione mostrano in modo chiarissimo: prima viene una perdita irreversibile a livello delle popolazioni, poi arriva l’estinzione. La storia registrata negli archivi, quindi, riscrive parte del dibattito odierno sulle riserve come unica chance per il futuro del leone in Africa. Il Sudafrica ha già molto da dire in proposito, essendo l’unica nazione africana ad avere tre categorie di leoni, e quindi tre ipotesi sul loro futuro: quelli selvaggi, quelli delle riserve (sotto stretto controllo riproduttivo) e quelli allevati per essere massacrati dai cacciatori di trofei occidentali (cunned lions). Ed è infatti la storia passata e contemporanea del Sudafrica che ci dice che se anche le riserve arginano adesso l’emorragia di una specie ben poco hanno a che vedere con la distribuzione geografica e la diversità genetica di un predatore capace di adattamenti su scala continentale. C’è pur stata un’epoca in cui l’esploratore italiano Vittorio Zammarano diceva della regione somala dei fiumi Ueli-Scebeli ciò che adesso possiamo dire solo del Botswana: “Non credevo, a dire il vero, che esistessero in Somalia dei leoni abituati, come le tigri in India, a passare le loro giornate negli acquitrini”.

 

La paleo-storia del leone africano è inscritta nelle nostre esperienze umane, insieme ai fori e ai solchi lasciati dai proiettili dei cacciatori, e poi anche alle stoppie dei campi di mais che hanno preso il posto delle savane. Ha scritto Jorge Louis Borges: “Un uomo si propose il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”. Noi ci siamo ormai incamminati in quel labirinto insieme al leone, ma procediamo ad occhi bendati e troppo sicuri del nostro senso dell’orientamento.

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Ringraziamenti: Wilderness Safaris, Enrico Muzio del Museo di Storia Naturale di Milano per il generoso e puntuale aiuto nella ricerca bibliografica e a tutto lo staff della Biblioteca del Museo

 

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Lagos, a story of disappearance by Andréas Lang – a conversation

 

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Lagos, a story of disappearance by Andréas Lang is a journey to the ultimate consequences of human enterprise on Earth. At a first glance, the vanishing, colonial past of Lagos is made of the clues slave trade left in city architecture; but afterward it becomes evident that its memory is wrapped into the daily life struggle of people. This happens in more than an aspect the sophisticated view of Andréas Lang discovered with a subtle and unconscious exploration of meanings. Where history meets the present Andréas unveils the very face of brutal exploitation, a sort of extinction – the total loss of historical identity – that is also a psychological exile.

Indeed, Andréas’ sensibility in telling Nigeria’s heritage, and arguably colonial legacy, reminds me of a pass of Beloved the masterpiece by Toni Morrison. In a rough translation it sounds so: places are always there. If a house burns, it disappeares, but the place – the image of the place – persists, and not only in memory but also in the world. What we can remember, Toni Morrison says, is an image swaying in our brain, and in front of our eyes. Colonialism is a footprint, just the same of carbon dioxide in the atmosphere or defaunation in the tropical forests all around Nigeria.  And if you’re brave enough to face the demons of the past, you realize that footprint is a restless vestige which takes future hostage. But Lagos Disappearance explores the footprint and shows how time and oblivion are real forces; time, indeed, is a power that shapes, or disintegrates, our human capability to cope with, to react. No one better than Friedrich Hoelderlin might give the meaning of it: “Doch, uns ist gegeben auf keiner Staette zu ruhn. Es schwinden, es fallen die leidenden Menschen, blindings von einer Stunde zur andern. Wie Wasser von Klippe zu Klippe geworfen, Jahr lang ins Ungewisse hinab”.  Being geworfen is the current status of humanity in Anthropocene’s new colonialist age marked by the anonymity of exploitation. So, this is a conversation about Lagos, and us.

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Andréas – It shows all the layers in Lagos. It looks like a mountain (the city landscape). It has an aestethic beauty for me. The story of the past and the story of the present, the sense of deception along with the ambulatory trait of African cities: the stones, the trash, some bowls and trees; and then, in the corner, you see the colonial building dated back to British times with its charachteristic peach color wall. Trash is always present in Africa. These pieces of civilization all around immediately connected with pollution and destruction. They’re very visible in Africa both in the urban and in the rural landscape. Even in natural enviroments wherever there’s a human settlement you immediately realize that something different is going on; you can detect the effects of civilization through plastic bags. Plastic shopping bags are free and if you buy only a banana, sellers give you one. Usually, people have no consciousness of environmental implications because survival on a daily base is a so imminent driving force. So, plastic is a part of urban and rural landscape.

Elisabetta: In some ways, plastic, too, is a foreign thing, an imported one, a colonial object now widespread. Plastic is a capitalistic object. You always pull the observers to think about the real nature of objects taken for granted. Objects are not always the same. Some of them are only Plunder, others are Altware, said G.W.Sebald who thought that Gottfried Keller described the golden age of a time when human relationships were not yet regulated by money.

Heinrich der Gruene, Sebald reports, was used to spend time in a dark lobby full of any kind of trash: zwecklose, veraltete, wunderliche Dinge. These objects tell the story of Capitalism, Sebald declaires: while capital runs all the time, “diese Dinge gehoeren der Daemmerung, sie sind ausserhalb des wirtschaftlichen Handels und darum sind sie nicht mehr Kommerz-Ware. Sie sind für die Ewigkeit geeignet.”  Maybe, we should ask ourselves which category is appropriate for plastic.

Andréas : Lagos is booming, it’s one of the few booming places in Africa. You can see an emerging bourgeoise, super luxury cars and even fastfoods along with boxes to keep hamburgers. In general people are very nice, very communicative and open. I met excellent people and made new friends, also with artists and photographers. It was also thanks to them that I got a deeper insight of whats going on in Lagos. If you consider the reactions of people to illegal demolitions – I found a video on youtube which I use in the exhibition – the locals present were really upset; they perfectly understood the scale of destruction and its intrinsic violence against the integrity of the community.

 

Elisabetta: There’s open yards all around and all the time…Archeological sites, new foundations, hard to identify what’s really lays above and under. But there’s also abandoned homes and buildings, lost clothes and the pointless plastic bags. Even books. I see not only a language of disappereance but also a permanent Aufloesung that has to do with the contemporary difficult to hold, keep and protect the past. In the sense you discovered in Lagos, it is also a consequence of Colonialism. Yet, the omnipresent garbage looks like the offal of time. I think time is a permanent hypothesis in your photos. The ongoing feeling of emptiness and disintegration, and its undisturbed ran we call progress. Walter Benjiamin identified history in Paul Klee’s Angelus Novus: the angel is a flying demon, with the face turned to the ruins of past; but beyond his shoulders, the wind of progress is so strong that he cannot close his wings. The progress, in Benjamin’s view, is this frightened Angelus who cannot resist the future but, at the same time, contemplates a complete destruction. The balance of history is totally unbalanced.

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Andréas: I dont really know what the original purpose of that building was, but to me there is something very Western in its appearance. I felt, it went along with my research: here, you have the past (maybe, glory and wealthy bourgeoise) but now it’s all gone. And with the handcarts in the front, loaded with petrol canisters, it becomes a very African scenario.

Elisabetta: Personally, I find this photo simply magnificent. There’s so much affliction….The building is sumptuous but it seems lonely. It’s obviously ancient, but I think it contains a sort of purity. At the same time, the entire building talks of the beauty of scars: it recalls that beauty tolerates scars. For me, it is a very impressive example of your “archeological narrative” just because the building is partially eroded by the past. Ancient ruins – Greek or Roman, especially for Europeans – dominate archeological celebration. But here you captured the living soul of modern archeology that is the troublesome coexistence of fragments and living objects.

Andréas: I think that what’s going on in the digital era is the loss of beauty. I have the impression that all these virtual parallels create a detachment from the real world in the sense of the estetics of the real world.

Elisabetta: I agree. And I do believe that is a relevant problem, too, in our awareness of the ecological decline we now face. Consider animal representation in social media and tourism industry (very expensive eco-safari as well): animals are depicted as iconic items, not as species. Their wildness is beauty on sale. Stephanie Rutherford assumes that defined “visual grammars” of wild nature is actually a form of government. Many part of conservation narrative is also so colonialist, so white. And it counts on a totally human point of view – an assessment of nature, not a way to stay in.

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Andréas: On top of the right building, you can see a fresco depicting the Yoruba people, the native people who were sent to Brazil and suffered from colonial slave trade. This fresco is a reminiscent of their culture when they decided to put it on a bulding in colonial style. In Nigeria, usually heritage is split among family members, so many times there are heritage problems, unresolved. Many buldings can survive in a limbo state, and this adds to the illegal demolition under way and corruption as well. The red gate with the big H has a very particular estetic. In Africa there’re so less visible traces of African history, not of the local folklore, but of the history. And now there’re the developers who sweep away what remains of the past.

Elisabetta: Last week eminent ecologists talked about the annihilation of biodiversity: we face a mass extinction era that is a sort of turning-life-into-nothing. What you say about Lagos is that the other side of planned and business-designed destruction is always the loss of past. When destruction becomes a chapter in the plot of history, history itself seems to implode. The present time is a battlefield where economic interests devour the possibility of past as a framework to write in your identity. I do believe that biological extinction shares this aspect of our reality (Dasein, you know) with the empowering power of economics on our life.

 

Andréas: People in Lagos are quite awake and seem very comfortable with trade and finance. I had the opportunity to visit stock exchange in Lagos, to film and take photographs. Its been quite an experience. There are many extremes in this megacity, great misery in contrast with big finance at work. There are two forces – poverty and business – and which one of them will prevail? They seem to work together in shaping the future of the nation, but it is definately shaky ground to look at Africa from a European perspective. Pasolini maybe realized something similar when he filmed his Notes towards an African Orestes and then abandoned his planned project where he wanted to place the greek tragedy Orestes in Africa.

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Andréas: It’s totally new colonialist. In Jean-Pierre Bekolo’s terms – colonialism is a virus and a disease that is still affecting Africa, but, more seriously, the body infected cannot be separated by the invader and vice versa. Polo is quite a symbolical remains of the British Empire and actually the British imported it in 19th century from their colony India and then exported it into the rest of their colonies. This Polo tournament was attended by wealthy Nigerians and western business men living in Lagos. The players were international, from Britain, Lebanon, Nigeria etc. I wanted to show the “backstage” of the tournament, where the social reality comes in, including the white horse. What really is Polo in an African country.

Elisabetta: I was thinking you described a white horse as a symbol of foreign and invasive entertainment. Maybe we might talk about “colonial animals”.

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Andréas: It is a sport stadium built by the government, especially for parades and national celebrations. Again something strange is going on here, they remind of the Napoleonic eagle and also eagles are typically european emblems. African dictators, like Bokassa for example, were using those same symbols of power.

Elisabetta: Another example of animal representation for the sake of a psychological invasion. Nigeria has a lot of species of raptors, but here on the roof top eagles are definitely European. I feel ambiguity in these eagles. In the Western imagination, eagles and hawks announce glory, but they can be also a symbol of the perils it implies or even a prophecy of ruin. I especially love the way Russian poet Aleksandr Blok, singing the plight of his country, questions the imminent future: till when does the kite fly? till when does the mother cry? Species become increasingly rare all around us and I perceive them, in your photos, as testimonies of our mistakes. Like the woody lion in your Eingang zur Chefferie.

ILPONTEDI NON RITORNO

Andréas : Not far from Lagos is the village of Badagry, it used to be a Portuguese port and slave trade center. It is the landing bridge on a small island with the so-called “the point of no return”, across from Badagry. The immanent cruelty of slave trade becomes quite tangible in these places and the people suffered unspeakable conditions on the slaveships. Those who survived the passage to the New World would never return to their homeland. For me, slavery has a likely cruelty and horror as the Holocaust did.

Elisabetta: I think you have been able to show that humanity cannot be really virgin and we constantly come across point of no returns, I mean crossing points; they tell us of the impossibility of a sort of human innocence. In your narrative Bilder, to me, you seem to ask about the meaning of life and for the place we should give to the past. A possibile answer I find, again, in Hoelderlin’s Hyperion perspective. Life is tracking. Tracking something we cannot properly grasp or see, but that is constantly with us.

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In Hoelderlin’s words: “Ich ziehe durch die Vergangenheit, wie ein Aehrenleser über die Stoppelaecker, wenn der Herr des Landes geerntet hat; da liest man jeden Strohhalm auf (…) Wie ein heulender Nordwind, faehrt die Gegenwart über die Blueten unsers Geistes und versengt sie im Entstehen”.

Aknowledgement: Andréas Lang’s project  came about in collaboration with Goethe Institute Lagos.

Credits for all photos: © Andréas Lang, Lagos/Nigeria 2017 – all rights reserved , no part of these images may be reproduced, stored or transmitted in any form or by any means, electronic, mechanical photo copying, or other-wise, without prior permission in writing from the copyright owner.

 

 

Humanity hotspot: Footprint di Valentina Canavesio

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(Foto: Benilde Terribile)

Quando si parla di popolazione umana, inevitabilmente, si mette sul tavolo una parola (popolazione) che svela in che modo, e con quali conseguenze, la disponibilità di energia fossile abbia cambiato la specie umana negli ultimi due secoli. Tecnologia, agricoltura moderna, farmacologia e chimica ci hanno consentito di imporre al Pianeta una demografia invasiva che rimette in discussione la nostra intera dimensione riproduttiva di specie. Un senso di colpa che finisce per diventare imbarazzante cortocircuito cognitivo, un disagio amaro per ciò che, in fondo, noi tutti siamo, questo è Footprint, il documentario della filmmaker Valentina Canavesio presentato di recente anche in Italia (al Festival Cinemambiente di Torino), un lavoro schietto che affronta la questione della demografia umana (siamo 7 miliardi e potremmo crescere di altri 2 entro il secolo) scavando nella identità femminile di oggi, in Messico, Pakistan, Kenya, Filippine. Il documentario racconta la storia della questione demografica, dagli ’60 (quando a Stanford gli studenti entusiasti delle ricerche di Paul Ehrlich fondavano lo ZPG MOVEMENT) fino alle infatuazioni cattoliche delle moderne Filippine dove l’attivista Carlos Celdran rischia il carcere per aver invocato l’urgenza dell’uso del preservativo. Il maggior pregio del documentario sta nel mostrare fuori da ogni retorica che la sovrappopolazione del Pianeta ci è già sfuggita di mano e che questa condizione demografica ha delle serissime implicazioni antropologiche. Implicazioni che riguardano le condizioni materiali, emotive e psicologiche in cui milioni di persone sono costrette a vivere nelle baraccopoli e nelle periferie suburbane del Pianeta.

 

“Ho cominciato guardando in faccia il tabù della popolazione, che esiste anche tra le organizzazioni ambientaliste, che non ne parlano. Quando affronti questo argomento, è come se stessi toccando le persone in qualcosa di molto personale; aggiungici che, spesso, anche il razzismo entra in discussione”, mi dice Valentina da New York. “La sfida di fare un film come questo è che, come regista, ero costretta a parlare di una situazione che è già adesso oltre il suo punto di rottura, che è già adesso molto critica. E naturalmente riguarda anche così da vicino le ingiustizie sociali, l’accesso alle risorse naturali sulla base della ricchezza sociale”. Il documentario mette infatti in lugubre sinfonia le due impronte ecologiche della nostra epoca, la “carbon obesity” tipica delle nazioni occidentali, e la “carbon starvation” dei paesi più poveri depredati dall’ordine economico mondiale: “Mi sono resa conto che anche parlare del consumismo è un grande tabù. Viviamo in una società obesa, dove comprare roba è ormai una abitudine, e dove l’imperativo del successo personale è predominante: avere sempre di più. In Occidente, è un enorme tabù dire alle persone, non dovresti avere una macchina grande, una grande casa e una potente lavastoviglie”. E infatti, nell’episodio girato a Mexico City una madre di famiglia che può comunque permettersi di comprare da una compagnia cittadina acqua potabile preziosamente custodita in grossi bidoni di plastica (i rubinetti della capitale spesso rimangono a secco) dice, con una sorta di timidezza, che sì, è importante poter lavare i piatti dopo il pranzo. Ma intanto in Europa, come fa notare il ricercatore svedese Hans Rosling in un dei passaggi più rivelatori del documentario, non si sogna più quello che si sognava una volta e questo ha, appunto, una carbon footprint: negli anni ’60 bastava una automobile, oggi tutti vogliono volare low cost.

 

Il capitolo più suggestivo del lavoro di Valentina Canavesio è però quello girato nella baraccopoli di Kibera, in Kenya. “È un posto fuori da ogni logica, folle. Eppure, qui ho visto persone così creative. Orgogliose, gente che non mostra semplicemente di essere, è evidente, povera. La madre che prepara i suoi bambini per mandarli a scuola, trovando qualcosa di positivo nella vita di ogni giorno. Ho trovato dignità a Kibera”. Dignità è la parola-guida di un viaggio di racconti semplici, ruvidi, carnali. Una donna sui 35 anni racconta di essere arrivata a Kibera per scelta: il marito era rimasto gravemente ferito in un incidente d’auto e dopo due settimane di ospedale era morto. In quanto donna, la legge le impediva di ereditare i beni del coniuge. Rimasta sola con i 4 figli è giunta qui “to consolate my spirit”, perché il contatto con le altre persone è sempre presente a Kibera, un concentrato di umanità dove si sta anche in 18 in una stanza, un ammasso di baracche che proteggono gli sforzi e la dolcezza di madri che, all’alba, si preoccupano prima di tutto che i figli abbiano i calzini a posto e possano andare a scuola. Perché la scuola può salvare la vita. In Kenya nel 1950 c’erano 6 milioni di persone che oggi sono 46. Le conseguenze di questa densità demografica vanno oltre l’ecologia, e si manifestano, ancora una volta, sulla pelle delle donne giovani. Quando hai 14 anni la sessualità è contagiosa, onnipresente, in un contesto sociale di giovanissimi. La contraccezione poco diffusa, costosa. La voglia di vivere, tantissima. Una ragazza dice a Valentina: “Io non voglio essere ignorante”, riferendosi alla necessità stringente di non avere una gravidanza indesiderata. E’ lei a fornire allo spettatore la prospettiva morale del problema demografico: ci siamo girati dall’altra parte per decenni, facendo finta che la vita fosse sempre comunque vita – come fece il Vaticano con Giovanni Paolo II nel 1994, alla UN Population Conference del Cairo, minacciando di togliere il sostengo economico della Chiesa agli ambulatori e ai presidi medici dell’Africa sub-sahariana se fosse passato l’obbligo di distribuire anticoncezionali – ma la realtà è che una demografia umana inarrestabile non uccide soltanto gli ecosistemi, uccide anche il diritto ad una esistenza decente.

 

Nel documentario della Canavesio è evidente che la pretesa cattolica che sul Pianeta ci sia posto per tutti si è rivelata storicamente falsa. L’estrema concentrazione di esseri umani rende un inferno la vita sulla Terra perché brucia le risorse naturali e perché altera l’assetto psicologico delle persone. Come ogni altra specie, anche noi abbiamo bisogno di un “home range”, uno spazio adeguato a sostenere lo sguardo sull’orizzonte: una baraccopoli riduce questo sguardo sino a fare della coesistenza gomito a gomito una devastante costrizione, una intimità sudata e disperata, da cui bisogna scappare. L’11 luglio scorso è stata una giornata epica per la questione: Londra ospitava la conferenza mondiale dell’alleanza FamilyPlanning2020 ((UK Government, UNFPA – United Nation Population Fund e la Bill & Melinda Gates Foundation), ma usciva anche in anteprima sulla stampa inglese un paper pubblicato sulla PNAS firmato da Paul Erlich, Rodolfo Dirzo e Gerardo Ceballos sul collasso delle faune del Pianeta: “While the biosphere is undergoing mass species extinction, it is also being ravaged by a much more serious and rapid wave of population declines and extinctions. In combination, these assaults are causing a vast reduction of the fauna and flora of the Planet. The resulting biological annihilation obviously will also have serious ecological, economic, and social consequences. Humanity will eventually pay a very high price for the decimation of the only assemblages of life that we know in the universe”, avvertono gli autori. Non esistono dubbi sulle cause di questa catastrofe davanti a cui da decenni si fa spallucce per non offendere nessuno: l’esplosione della demografia umana e l’iper-consumismo dei Paesi più ricchi. Paul Erlich lo ha scritto con franchezza su The Guardian: “Show me a scientist who claims there is no population problem and I’ll show an idiot (…) One should not to bee a scientist to know that human population growth and the accompaning increase in human consumption are the root cause of the sixth mass extinction we’re currently seeing. All you need to know is that every living being is evolved to have a set of habitats requirements”. Mentre succede tutto questo, “214 million women in the developing countries who want family planning still lack access to modern contrapception”, spiega Natalia Kanem Acting Executive Director dello UNFPA.

Uno degli obiettivi del documentario era mostrare che la teologia islamica è molto più aperta di quella cattolica a discutere la pianificazione familiare: in Pakistan (37 milioni di persone nel 1950, 192 nel 2015), un Iman dice davanti alla cinepresa “L’islam è per la qualità, non per la quantità”. Da qui, forse, si può provare a discutere del problema demografico di Homo sapiens.

 

The poetics of fragments in Andréas Lang : Nigerian Spurensuche at Landing Pages 

Some photographers have the power to far outstrip the borders they initially admit. Andréas  Lang is one of them. Who last winter saw in Berlin his Kamerun und Kongo – eine Spurensuche und Phantom Geographie at Museum of German history (an insight into German colonialism in Congo, Cameroon and CAR) probably will be no surprised by the photo he proposes for Landing Pages. A piece of the yet destroyed Illjo Bar, a Brazilian- styled historic building located near Tinubu Square in Lagos Island, Nigeria ; the remained pieces of it still keep “the blue and green painting from the former interior decoration” Lang explains, “the stones almost look like fragments with forest, lakes and rivers …and one of them (this one) had the likely shape with the borders of Nigeria”.


The fact is that this piece of the Nigerian past represents at best the poetics of fragments Lang is used to put in his African portraits. The green fragment unveils the hottest issue of our age – the Anthropocene and its grim side effect, the ecological crisis – that is legacy/inheritance pattern. The question the fragment arises is : what must we conserve of the past and why should we do it ? It’s a worldwide question, a global question. It seems that especially Europe struggles to provide an answer ; it is due to the simple evidence that European countries are rooted in inheritance as a matrix of meaning. But the conflict between past and present –    Andréas Lang reveals – is more acute in post colonial Africa where capitalism is rampant (despite of the emerging market for renewable energies ) and progress is at risk to be only an imported idea.

Somewhere where power beats, someone decided to destroy such an important building (Ilojo Bar recalls a terrible page of the history book, but, just the same, protected part of the identity of the Yoruba people) and from outside it is pointless. But considering the surrounding glass buildings all around, well, the observer can recognize a sort of fracture. This is the rift in the expected continuity between past and present, awareness and modernity, identity and consume. Fragments are not only fragments : they testify for the collapse of the past merging into the anonymous use of resources, human beings and time we call progress. The key to understand this Stimmung is the small, green piece of wall. What is really this fragment ? A specimen ? A fossil ? A testimony ?


These days ( Anthropocene ) the difference between fossils and living objects is totally collapsed. Many reasons are possible, but the main one is the extinct sense of time and space. The Brit philosopher Timothy Morton ( famous for his book Dark Ecology ) talks about hyperobjects to describe the ecological realities we are engaged in (climate change, for instance, and extinction as well). But it is not enough. Fragments are the very periphery of our time: and fragments, well, are fossils, relics, specimens, all the stuff survive the brutal cleanining led by economic power. But  Andréas Lang reached something deeper by saying these fragments look like maps with green forests and blue lake. Fossils (and devastated fragments of the past, too) are a strong metaphor for wilderness, reduced to patches of the ancient greatness. The increasing dismiss of the past affects the increasing abandonment of Nature. We forget the past because we forget Nature.

Yet, the green fragment contains also a deep sense of history, a sort of Sensucht. Michel Foucault assumed that to be historic are not only the objects but also the mindset (Weltanschauung) they drive. Contemporary fragments tell us our own history and the relevancy we are willing to give to landscape and time.

Credits for photos: Lagos – a story of dissapearance” © Andréas Lang, Lagos/Nigeria 2017

LANDING PAGES Andere Wege der photographischen Narration

 

Sylvia_Henrich,_Ruf der Su¦êdsee (copy & paste)_,from ÔÇ×Samoa SuiteÔÇ£,2006,Piezo Pigment Print,variable dimension

(Photo: Sylvia Henrich)

LANDING PAGES
Andere Wege der photographischen Narration

Flatform, Claudio Gobbi, Sylvia Henrich, Andréas Lang, Søren Lose, Marco Poloni and Noah Stolz, Norbert Wiesneth
curated by Eleonora Farina, Claudio Gobbi and Norbert Wiesneth

The group exhibition “LANDING PAGES – Andere Wege der photographischen Narration” presents international artists with new conceptual approaches to place and narrative. Most artists shown here start from biographical threads in their search for materials and traces that extend beyond the very experience of place: archive images, texts, films, interviews and objects that generate narrative strands which condense into complex, multi-perspectival assemblages. These, in turn, become individual world images (Individuelle Weltbilder).
“LANDING PAGES” is an ongoing exhibition format that seeks to highlight current approaches to photography. Through seven artistic positions, the exhibition presents the practice of a generation of artists who use the photographic medium to reflect on reality by reformulating narrative, scaling down the subjective gaze of the author as well as questioning the vision and the concept of seriality. These artists, born in the 60s and 70s, distance themselves from the mere depiction of the facts in order to build more complex scenarios. Together with the photographic camera they use a variety of media and sources, such as film and video recordings, texts and found images. In a similar way to screenwriters, they generate processes and construct fictions. These narratives are key moments of their artistic research based on news reports or historical and geographical data, that are interpreted obliquely. In a historical moment in which social responsibility is necessary but actually also inspirational, the artist is faced with the challenge of reframing contemporaneity from a geo-political and socio-anthropological perspective.

Claudio_Gobbi,_Ural Studies #1_,2011,Archival Pigment Print,95x64cm,edition 5+2AP,Courtesy_Studio Guenzani,Milan

(Photo: Claudio Gobbi)

The exhibition “LANDING PAGES – Andere Wege der photographischen Narration” is a collaboration between the association Peninsula e.V. (curators Eleonora Farina and Claudio Gobbi) and Projektraum | PhotoWerk Berlin (curator Norbert Wiesneth) and is hosted by the Kommunale Galerie Berlin: Hohenzollerndamm 176, 10713 Berlin.

July 14th – August 27th 2017
Opening: July 13th 2017 | 7 pm

S+©ren_Lose,_Ruin Solitude_ from _Pictures from Paradies_,2010,ink-jet print on Hahnemu¦êhle Baryta paper,64x75cm,edition 3+2AP,Courtesy_+ÿregaard Museum, Hellerup

(Photo: Soren Lose)

 

 

 

Spotted lions?

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I grandi cacciatori di inizio Novecento battevano l’Africa con un fiuto selvatico; le grandi savane occidentali e orientali erano per loro teatro di qualcosa che esplodeva davanti agli occhi dei colonizzatori bianchi: l’immensità dello spazio. Alcuni animali furono i protagonisti di una stagione iniqua della storia europea sul continente, una storia di disprezzo e ingiustizia, e però anche di esplorazioni spericolate, acritiche, arroganti, condotte da gente che raccoglieva notizie sugli animali senza le aspettative di un ricercatore, o la tenerezza di un ambientalista. Il leone è forse il più importante. “The roar is one of the most marked characteristics of the lions; and, when heard at night pealing through the forest, is inexpressibly grand – almost, if not quite, the most sublime sound in nature. When several lions are roaring in concert, near the listener, the volume of sound is tremendous, the air vibrating and the ground trembling. Heard amidst the uproar of a tropical night’s storm, when the litghting’s flash rends the sky in twain, leaving pitchy balckness behind, it is truly awe-inspiring”, scrisse F.Vaughan Kirby nel 1899 parlando del leone del Capo di Buona Speranza. Lo reincontreremo più avanti.

Sono pagine come queste che fecero nascere il “mito” del leone per gli Europei, un archetipo che non è ancora svanito e che sostiene l’illusione che i leoni siano ancora abbastanza numerosi da far vibrare le savane nelle notti di tempesta. Non è purtroppo così: la specie sta collassando ad una velocità difficilmente percepibile (il turismo in Tanzania, Kenya, Namibia, Botswana e Sudafrica è potentemente incentrato sulla presenza dei predatori): -43% in termini numerici negli ultimi venti anni, secondo il network Panthera, e soprattutto una perdita di habitat originario del 75%. Oggi, il detto romano “hic sunt leones” non è più un toponimo istintivo, ma un ricordo sfumato. Ma, fino a che punto sfumato? Dai tempi dei circhi imperiali del primo secolo dopo Cristo, sin dentro il regno della regina Vittoria nel Novecento, ad essere cambiato per sempre è solo il numero dei leoni africani o c’è qualche cosa in più?

Il film del 1996 The Ghost and the Darkness racconta la storia di due leoni maschi che attaccarono per mesi gli operai impegnati nella costruzione della Uganda Railway sul fiume Tsavo, in Kenya. Gli animali – stupendi – scelti dalla produzione avevano il tratto generalmente più apprezzato dai non esperti in un grosso maschio, e cioè la criniera: foltissima e marrone intenso. Un errore madornale, perché i maschi, in habitat molto caldi, possono avere criniere ridotte al minimo (erano così quelli del Cameroon e del Senegal rimasti ormai solo una leggenda orale). Ma la criniera è un indicatore fondamentale per numerosi aspetti fisiologici, ambientali e comportamentali della specie, come ha documentato Craig Packer in un quasi ventennale studio tra Serengeti e NgoroNgoro, in Tanzania (Science, VOL 297, 23 August 2002). Ai giorni nostri, nel Kgalagadi, tra Sudafrica e Botswana, le guide turistiche parlano di “leoni dalla criniera nera”, di cui Google riporta ottime fotografie. Il Kgalagadi fa parte di un enorme scacchiere geografico, che si estende su Sudafrica nord occidentale, Botswana e Zimbabwe occidentale ( lo Okavango-Hwange Ecosystem) che rappresenta il secondo bacino numericamente e geneticamente più consistente rimasto alla specie. Che tipo di variabilità fenotipica rimane in questo habitat ancora abbastanza integro da essere ormai insostituibile per il futuro delle grandi faune africane sotto l’equatore? Questa storia comincia proprio dai leoni criniera nera del Kgalagadi. Sono da soli? O i grandi reportage, in genere, sono focalizzati sui parchi nazionali più famosi dove i leoni presentano un colore più dorato, con criniere color cioccolato?

Craig Packer puntualizza che “gli effetti dell’ambiente sui tratti morfologici possono essere sostanziali, addirittura più decisivi degli effetti genetici e dei vantaggi riproduttivi”. La criniera, in particolare, è un tratto altamente plastico nel leone africano, molto sensibile alle temperature. Soprattutto, continua Packer “subspecies differences in mane characteristics may have a genetic component, but individual males can grow longer manes when moved to cooler habitats”. La criniera nera non è una eccezione: dipende dal livello di testosterone (più è scura, più alta è la quantità di ormone in circolo) e dall’età, ma in un adulto può addirittura variare mensilmente da un mese all’altro. E però non è un tratto ereditario (“we could find no measurable signs of inheritability”). L’importanza delle condizioni ambientali sul fenotipo fa sì che le criniere siano più scure negli habitat più freddi, aspetto che è stato ben documentato nel Serengeti e nel cratere di NgoroNgoro, hot spots contigui in cui però le differenze sono chiaramente osservabili: “The floor of the Crater is surrounded by cool highlands; the Serengeti woodlands are adjacent to the hot, humid Lake Victoria basin”, infatti “NgoroNgoro males have the darkest manes as adults, whereas those born in Serengeti woodlands have the shortest manes”. Per tutti i leoni, conclude Packer, vale che “mane are darker during the cooler months of the year, and males that reach adult size during hotter-than-average years mantained significantly shorter manes throughout their lives”.

 

Noi abbiamo perso gli habitat freddi del leone, che coincidevano sostanzialmente con il Nord Africa, e con la catena montuosa dell’Atlante. Nell’Ottocento, in queste regioni, il leone veniva chiamato il sultano dell’Atlante e anche il monarca dell’Africa. Un raccolta di memorie del 1856 – Gerard, the lion killer (New York, Derby and Jackson 1856, translated by Charles H. Whitehead)  – racconta cosa vide sulle colline di Zerazer e nella valle di Mahouna, attuale Algeria, il cacciatore francese Jules Gérard, che vi trascorse un decennio. La gente del posto, suffragata da testimonianze orali di europei, usava parlare di 3 tipi di leoni: uno nero, uno rossiccio o fulvo e un terzo grigio. Gli Arabi avevano 3 nomi diversi per questi felini (rispettivamente, el aldrea, el asfar, el zarzouri). Le differenze nel manto corrispondevano ad altrettante varianti comportamentali: il leone nero era quello più temuto, perché aveva una testa più possente, e anche le spalle e le zampe erano più robuste. La criniera era ugualmente nera, folta e molto lunga, tanto da scendere fino a terra. Secondo Gérard, questo leone non si spostava – come gli altri – ma rimaneva fino a tre decenni nello stesso posto, un lasso di tempo decisamente fantasioso visto che la vita media di un leone è attorno ai dieci anni. E’ molto probabile che i leoni su cui si intrecciavano immaginazione e mito fossero grossi maschi altamente competitivi come quelli descritti da Packer nel Serengeti. Il naturalista e biogeografo R.Lyddeker (membro della Zoological Society e curatore di paleontologia al Natural History Museum di Londra), nel suo ricchissimo compendio sui big games, le prede più ambite di ogni cacciatore britannico, siamo nel 1908, riassume e uniforma le altre fonti disponibili identificando il leone dalla criniera bruno scuro, foltissima, nel Felis leo barbara, e cioè il leone della terra dei Berberi, il Maghreb appunto. Non si trattava solo di voci, ma di conoscenze condivise. Anche Owen Lechter (Big hunting in North Western Rhodesia, London, John Long limited 1911), che partì dall’Inghilterra per la Rhodesia con il sogno (poi frustrato) di abbattere un maschio adulto, sapeva che, se avesse incontrato un leone nel bush, il felino non avrebbe avuto “such fine black manes as the North African lions”. Infatti, Owen era ben consapevole che “lions grow much finer manes in cold than in hot climates, and this may account for the absence of really  good manes in the majority of the Northeastern Rhodesian animals”.

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Questi esemplari dovevano nondimeno essere abbastanza frequenti da lasciar supporre che appartenessero ad una specie separata, e, d’altro canto, abbastanza maestosi da colpire i cacciatori occidentali che si scambiavano descrizioni omogenee, tanto quanto quelle odierne composte dalle foto dei turisti nelle savane orientali. Per gli inglesi e i francesi di inizio Novecento, il leone algerino era nero.

Quanto alla criniera nera, però, è pur vero che compariva un po’ dappertutto in Africa, forse più frequentemente di oggi. La sua presenza è registrata dai taccuini dei cacciatori anche in Rhodesia (rara, ma possibile), in Africa centrale e nella Colonia del Capo, dove era “enormously long, thick and black” (Lyddeker). Anche il leone del Capo si riteneva fosse una specie a parte (tra Ottocento e Novecento la classificazione tassonomica tendeva a privilegiare le differenze di fenotipo arrivando a classificare tutti i leoni africani in specie separate su base regionale), il Felis leo capensis, cacciato fino all’estinzione alle soglie del XX secolo. L’estirpazione del leone dal Capo è una storia cruenta, che ci dice come, sempre e ovunque, le premesse della conservazione siano state scritte nel passato, e che nessuna politica ambientale attuale è una carta intonsa e limpida. L’esperienza che gli esseri umani hanno consumato con gli animali è inesorabilmente storica. Scrive Lyddeker con una nota di amarezza: “The steady march of civilisation in South Africa has considerably limited the range of the lion; and as the vast herds of game upon which it depend for food have been swept away, it has been forced to retire into remoter regions. From much of the South Africa of Gordon Cumming it has vanished completely; while many parts of Mashona-Matabililand and the Transvaal will never again resound with its mighty voice. A few lions linger in Zuzuland, Swaziland, Amatongaland and the Libombo range; and they are still numerous in the wilder parts of Rhodesia, Ngamiland (NB, attuale Botswana, Okavango Delta, Moremi Game Reserve), Khamaland, along the Limpopo river, and in the Matamiri bush”. Ancora oggi, in alcune delle regioni elencate qui, la rimozione delle prede naturali del leone è un fattore di stress sempre più grave per la specie. Il bushmeat è il silent killer del leone africano secondo il network Panthera, e un recente studio fondato su una raccolta dati approfondita è appena uscito su Biological Conservation proprio sul delta dell’Okavango ( Illegal bushmeat hunters compete with predators and threaten wild herbivore populations in a global tourism hotspot, Biological Conservation 210 (2017) 233-242). Ciò che rimane della  “leggenda” dei leoni criniera nera è, forse, oggi, ristretta al Kgalagadi in avvistamenti abbastanza numerosi da diffondere sul web, e nei circuiti degli eco-safari, la voce della loro presenza (tswalu.com ad esempio). Certo, per ora mancano studi genetici in grado di dire di più su un tratto – la criniera nera – che è comunque inscritta nel fenotipo della specie.

Il capitolo sul leone di Ronald Nowak, un “classico” sui mammiferi, (Mammals of the World, The John Hopkins Press 1999) è basato sulla straordinaria mole di osservazioni raccolte nel Serengeti da George Schaller negli anni Settanta del secolo scorso. Trenta anni fa le variazioni di colore nel manto erano ancora evidenti: “The coloration varies widely, from light buff and silvery gray to yellowish red and dark ochraceous brown. The male’s mane is usually yellow, brown or reddish brown in yiunger animals, but tends to darken with age and may be entirley black”. Quel che sappiamo, grazie anche alla serie di dati analizzati da Craig Packer, è che il binomio temperatura/colore criniera ha un potenziale  notevolissimo nel determinare l’aspetto di un leone, e che il cambiamento climatico nei prossimi decenni ne testerà tutto il peso. In altre parole, in un futuro ormai imminente, anche questa condizione (oltre alla frantumazione degli habitat, al bracconaggio, al bushmeat) modificherà i leoni africani. Lo studio di Packer porta ad una conclusione che chiama in causa i cambiamenti ambientali che i sistemi a savana subiranno nei prossimi decenni: “Altough we could find no heritability in darkness, mate choice for dark manes might confer indirect genetic benefits as well as direct fitness effects. Heat appears to be the dominant ecological factor shaping the lion’s mane (…) Long term climate forecasts predict an increase of 1.3 °C to 4.6 °C in the region by the year 2080; thus manes are likely to become shorter and lighter in these populations”. Lungo una sequenza consequenziale sottilissima, eppure inderogabile, il petrolio e il carbone riusciranno infine a influire anche sull’aspetto del più grande felino africano.

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Nel manuale ufficiale della IUCN sui carnivori del Pianeta ( Handbook of the mammals of the world, 1.Carnivores, Lynx Edicion 2009, In Association with IUCN) si legge: “The coat patterns of juvenile lions chealrly show that this species also has rosettes (…) The basic function of coat pattern is clearly that of camouflage, and the differences between species can in most cases be explained in terms of habitat differences”. Chiunque abbia avuto l’opportunità di vedere da vicino un leone in un parco nazionale africano sa di cosa si sta parlando: evanescenti, le macchie dei giovani sub-adulti rimandano all’antenato comune  di tutti i felini,e allo schema primitivo del manto, che era maculato. Leopardi, ocelotti e giaguari portano ancora il testimone di questo paleo-capitolo dei loro legami genetici. Ma qui c’è anche dell’altro, perché gli autori si riferiscono a delle differenze ambientali che modellano il “camouflage” dei leoni. I cacciatori e gli esploratori del secolo scorso – le stesse fonti che ci hanno accompagnato nella scoperta dei leoni criniera nera del Nord Africa e del Serengeti – riferiscono notizie sbalorditive.

Nel 1914, Rowland Ward (Records of Big Games”, London, Rowland Ward Limited 1914, The Jungle, 167 Piccadilly) nota che “The East African lions (Felis masaica) is distinguished by the persistence in the adult, especially the female, of the chocolate spots of the cubs”. Anche Lyddeker riporta le stesse notizie, sottolineando che è soprattutto la femmina che ha la parte interna delle zampe posteriori “with large chocolate spots; and the lion is also spotted in much the same manner”. L’Africa orientale sotto dominio tedesco in quel periodo corrispondeva al Burundi, al Rwanda e alla Tanzania. Forse qualcosa di simile era stato scritto sui diari di viaggio anche in Abissinia e Somalia, se Lyddeker si può permettere di aggiungere che i leoni di queste regioni sono grigio-giallognoli, hanno grandi orecchie e una lunga coda e “often more or less spotted”.

Craig Packer, rispondendo via mail a questo interrogativo, se fosse davvero possibile che esistessero leoni maculati in Africa, non ritiene che queste notizie facciano riferimento ad un tipo di leone drammaticamente diverso da quelli che vivono oggi nei medesimi habitat: “Young lions have spots and these spots usually remain visible until they are about 2 years of age – but a few older animals retain their spots, especially on their flanks”. Philippe Bouché, un esperto di genetica della specie che fa ricerca nella W-Arli-Penjabi, l’area protetta transfrontaliera tra Burkina Faso e Niger in cui persiste l’ultima popolazione di leoni occidentali, conferma che “adult West African Lions, like any other lion don’t have spots. Maybe the author confound it with a leopard or a young lion”. Bouché aggiunge che il DNA ha rivelato che i leoni occidentali sono più strettamente imparentati con i leoni asiatici (di cui rimangono circa 600 in India) che con quelli dell’Africa sud-orientale. La mappa si infittisce, e perde forse chiarezza. I frammenti e le tracce del secolo scorso rendono opaca la realtà odierna, perché lasciano intuire un passato in qualche modo più variegato e ricco del nostro presente. Oggi il leone è minacciato, assediato, le sue popolazioni frammentate (Fences divide lion conservationists, by Traci Watson, 322 NATURE, vol 503, 21 November 2013). Ma la formula IUCN “a rischio di estinzione” (che non è ancora ufficiale per il leone) disseminata sui media di tutto il mondo non riesce più a descrivere la storia di una specie fino a 100 anni fa strepitosamente diversificata e capace di adattamenti ambientali eclettici che sono oggi un pallido ricordo. La chiude, la mette invece sotto chiave, nei confini pur indispensabili della tassonomia, che non possono però possedere più il sapore acre e aromatico delle colline blu di Muchiga, in Zimbabwe. Per quanto imprecise, frettolose o talvolta scorrette le note di un taccuino o di un vecchio diario – come una opera di letteratura di valore mediocre unica sopravvissuta al rogo di una immensa biblioteca antica – sono fotogrammi che danno la misura del tempo concesso ad una specie.

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(le foto di archivio sono state scattate al Museo di Storia Naturale di Milano)

 

 

Una specie abbandonata al proprio talento

“Con tutti i loro discorsi sul mondo moderno e sul fatto che simili manufatti andrebbero conservati nei musei, un po’ come quelli che preferirebbero che tutti i grizzly, i puma e i lupi fossero confinati negli zoo”.
Jim Harrison, La strada di casa

 

“Come un immenso naufragio, dopo che gli uragani si sono placati e i marinari fuggiti via e la carcassa della flotta frantumata giace irriconoscibile sul banco di sabbia, così stava Atene davanti a me, e le orfane colonne si levavano davanti a noi come nudi tronchi di un bosco che, la sera prima, ancora verdeggiava e, durante la notte, fu preda delle fiamme”.
Friedrich Hoelderlin, Iperione

 

Nel film epico di John Woo La battaglia dei tre regni il generale e condottiero Zhou Yu riunisce i suoi eserciti e si prepara a motivare le truppe in vista dello scontro con il nemico. Il simbolo del suo potere militare, e del suo prestigio, è una bacchetta di semplice legno coronata dalle piume di un uccello. Anche il suo alleato Zhuge Liang, che conosce le rotte dei venti, impartisce gli ordini con un ventaglio di piume di oca. Leggerissimo, eppure incontrovertibile. Ma Zhou You è anche un musicista. Durante l’adunata del suo esercito, improvvisamente, il suono di un flauto in bambù fa irruzione nel fruscio delle piume degli uccelli che dettano il ritmo della guerra. È un bambino a suonarlo. L’eleganza dello scettro di Zhou You, che interrompe la preparazione alla battaglia per ascoltare la canzone di un flauto, sta nell’ambiguità della nostra specie. Noi siamo guerra e poesia. Non sono affatto tratti contraddittori, ma, per così dire, mostruose virtù che ci hanno consentito di arrivare fino a qui – a ciò che Guido Chelazzi ha definito la “saturazione demografica del Pianeta” – e di costruire un nuovo tipo di eredità antropologica. Oggi, dall’altra parte del mondo, un Lakota Sioux innalza verso le pianure del North Dakota un mazzo conico di piume di uccello (la foto è stata pubblicata sul sito THEHOODWITCH.COM) atto eroico della difesa delle terre dei Nativi dal progetto Dakota Access Pipeline, un gigantesco oleodotto che è al centro della sollevazione indigena ambientalista di Standing Rock. Ancora piume, ancora potere.

Nell’interferenza ecologica con cui abbiamo imposto al Pianeta il nostro programma culturale il debito verso le faune è stato dimesso, l’appartenenza filogenetica sostituita da una proprietà esclusiva. I padri non contano più nulla. Negli ultimi due secoli abbiamo pianificato lo sfruttamento delle risorse naturali della Terra, ma la dimensione storica attuale ci parla di un passaggio di livello. L’Antropocene non è l’epoca dello sfruttamento della Natura, ma del suo possesso. Sta in questa svolta, vincolata all’impiego massiccio dei combustibili fossili che ci hanno garantito una straordinaria disponibilità energetica, e all’espansione delle biotecnologie, il significato antropologico delle forme contemporanee di distruzione economicamente redditizia delle faune. I legami di dipendenza culturale con ciò che chiamiamo wilderness si assottigliano, si fanno più fragili perché è l’identità stessa di questa Natura a perdere importanza. La Natura cui dovremmo prestare attenzione, però, non è una Natura idealizzata, ricondotta nell’alveo rassicurante dell’archetipo di Eden originario datato anni Settanta; la Natura su cui la conservazione gioca la sua partita – una partita che restringe sempre più il nostro margine di manovra – è semplicemente la vita come evento biologico. Heidegger chiamava tutto questo Lichtung, radura, lo spazio in cui l’essere è.

 

I meccanismi che presiedono alla proliferazione, e alla prosperità, della vita sul Pianeta sono storicamente determinati. Questo significa che la vita, come scoprì Charles Darwin, non è intelligibile all’interno di categorie mitologiche, moralistiche, utopistiche e religiose. La vita è decodificabile in senso storico. Spiega Telmo Pievani in La vita inaspettata: “Ciò che si vede in azione è un insieme di meccanismi e di fattori, di regole simili a leggi, di schemi ripetuti di dinamiche evolutive, il cui intreccio causale spiega sì adeguatamente a posteriori che cosa è successo e perché, ma che tuttavia non è tanto stringente da rendere il processo predeterminato. Allora, l’assenza di una direzione consegna l’evoluzione ad una interrelazione tra elementi causali e storici, funzionali e strutturali, che produce una molteplicità di storie possibili”. Il percorso storico che ha fatto di una sola specie, la nostra, la specie che ha letteralmente nelle proprie mani il destino della biosfera ci parla di un carattere, di una impronta, di una parabola evolutiva ben precise. Ma ci parla anche di scelte, perché questo stesso percorso è stato continuamente impedito da colli di bottiglia, passaggi imprevisti ed eventi fuori controllo. Se la contingenza è la caratteristica fondamentale del percorso evolutivo umano, oggi possiamo constatare, attraverso gli strumenti della indagine scientifica, che lo è anche la capacità di scegliere. Solo noi sembriamo essere stati capaci, scrive Telmo Pievani, “di inventare alternative nelle nostre teste anziché accettare la natura per come è”. Il piano della scelta, ci indica il nostro presente, non ha a che fare con gli strumenti di produzione tecnologica, e non riguarda quanto possiamo influenzare i processi naturali. Ciò che possiamo scegliere sta nella forma che la civiltà umana ha assunto. È il modo in cui ormai non pensiamo la Natura che detta le regole della produzione e dello sfruttamento. Il suono di un flauto può davvero interrompere l’avanzare di una guerra. O al contrario, innescarla.

Gli animali che abbiamo incontrato nella colonizzazione del Pianeta non sono stati soltanto risorse naturali cui attingere secondo modi progressivamente più complessi. Queste faune sono gli Altri, coloro con cui abbiamo condiviso la nostra avventura ecologica: siedono anche loro come eredi al tavolo dei negoziati su cui stiamo scrivendo il nostro testamento per le generazioni a venire. La domanda di una vita decente che i miserabili del Pianeta pongono ai Paesi industrializzati dichiara, però, che la protezione della wilderness è una questione umana. Di giustizia, di dignità e di equità. Gli spazi selvaggi ci riportano alla dimensione originaria dell’esperienza dell’esistere. Ci parlano di ciò che definisce l’umano. Questa esperienza è come il primo respiro di un bambino che viene al mondo: faticoso, pericoloso, pieno di muco e di incognite. La dignità dell’essere umano non può sussistere senza un legame con la vita, che diventa, questo sì, insostenibile, nell’inferno di una baraccopoli, in mezzo alla spazzatura, dove non c’è cibo e il ventre è gonfio. La causa della wildlife è la causa delle comunità umane che nel corso di milioni di anni hanno imparato ad essere umane accanto agli animali. Se perderemo le faune selvatiche, perderemo la nostra umanità. L’estinzione, allora, prenderà la forma di un esilio permanente dalla vita. Ciò che è nascosto nella crisi attuale è infatti la possibilità, sempre più concreta, che le forme attuali della civiltà umana prosciughino il legame ontologico con la vita intesa in senso biologico ed evolutivo. Il contesto che abbiamo attorno non ci dice solo che gli ecosistemi sono sotto stress, ma anche che si stanno dissolvendo come spazio reale in cui pensare noi stessi. La perdita di un sentimento di eredità equivale alla rinuncia ad un paesaggio esterno ed interno ad Homo sapiens.

L’aggiornamento della nostra carta di identità pone fine agli alibi, alle distorsioni e ai camuffamenti e fornisce l’occasione di costruire, finalmente, una concezione completa delle faune. Il tetto è crollato, ora posso vedere le stelle, recita un Haiku giapponese. Le altre specie sono, non possiamo più mentire a noi stessi, un elemento strutturante di questo racconto. L’estinzione, che nel corso del Novecento si è dimostrata un effetto collaterale della modernità tecnologica, è infatti anche una idea, una figura di civiltà, come ha mostrato Melanie Challenger: “Il conoscere l’estinzione ha alterato per sempre la percezione della storia naturale. Prima della industrializzazione, le persone si aspettavano di ereditare il mondo dei loro genitori; dopo il sorgere dell’industrializzazione, presero a prefigurarsi un futuro diverso da quello dei propri antenati, una ideologia a cui diede un certo contributo l’idea di estinzione. Uno dei cambiamenti epocali introdotti dalle tecnologie industriali degli anni della Guerra (la prima, NdA) fu che le persone presero a percepire l’estinzione delle forme di vita e dei modi di vita, dei paesaggi e delle culture come la norma piuttosto che come l’eccezione”. L’estinzione pone l’eredità del passato, che aveva dominato la cultura occidentale per secoli, in un modo radicalmente inedito.

L’evidenza dell’estinzione obbliga a chiudere con le motivazioni psicologiche che negli ultimi due decenni hanno pervaso l’intero dibattito ambientalista: l’idealizzazione, il deferimento della responsabilità, la seduzione del “museo della natura” (Ne è un esempio Documenting the World’s Animals, il progetto fotografico di Joel Sartori per National Geographic) come unica opzione rimasta, il primitivismo, la ingegnerizzazione delle specie come via di fuga dai disastri del presente, la fantasia che installare pale eoliche ovunque ripulisca il Pianeta e le nostre coscienze. L’affidarsi propagandistico alle tecnologie non fossili ostacola il lavoro del pensiero, che invece è chiamato ad elaborare le proprie azioni e a metterle in prospettiva. Non si tratta quindi di dimenticare o idealizzare il passato, di congelarlo o di farne una collezione tassonomica; ereditare vuol dire stare  in bilico tra la coscienza storica delle proprie origini e la spinta incessante al futuro, il vento che sempre soffia potente sulle ali dell’Angelus Novus di Walter Benjamin. La “frattura del tempo”, come la chiamò Hanna Arendt, consiste della continua pressione contrapposta di ciò che trascina verso il passato e di ciò che strattona verso il futuro. La vita non può mai prescindere da questo conflitto, che è originario, scritto dentro ogni forma di vita nel codice genetico della sua evoluzione. Il nostro carattere ecologico ci pone, di necessità, in questa condizione di equilibrismo permanente. La crisi costante è la cifra del nostro presente. Per questo la discussione sul futuro non può essere solo tecnica, deve essere anche ontologica.

L’evoluzione avviene e si propaga in un contesto (landscape). I processi di speciazione accadono nello spazio geografico e storico; in questo spazio hanno un fondamento i diritti della altre specie, e quindi anche i nostri interrogativi sull’avvenire, se un avvenire sostenibile sia possibile, e in che termini. Può esistere un avvenire successivo alla constatazione dei danni recati all’atmosfera e alla biosfera? Per due secoli – i duecento anni centrali della rivoluzione energetica del Pianeta – non ci è interessato osservare meglio le conseguenze dell’impiego di intere specie su scala industriale. Herman Melville ( aspetto molto ben raccontato nel documentario Into the Deep: America, Whaling and the World, by Ric Burns, edited by American Experience, Environment Collection tramesso in Italia da RaiStoria) si spinse molto avanti in questo percorso inquietante, ma morì dileggiato dai suoi contemporanei. Il Pequod, però, era il mondo industriale stesso, il nuovo mondo fondato sul capitale e sull’estirpazione di intere specie ridotte a carburante inerte. È solo con il sorgere del discorso ambientalista, post eventum, alla fine degli anni Settanta, che comincia a farsi strada il pensiero che ci sia una continuità strutturale tra i danni sistemici agli ecosistemi e il nostro modo moderno non solo di produrre, ma soprattutto di intendere l’esistenza. Lo sfruttamento biopolitico dell’estinzione mostra che il lato misconosciuto del capitalismo moderno è esistenzialista. È l’esistenza umana a rititarsi, a retrocedere, a perdere terreno nel discorso globale di estrazione e impiego delle risorse naturali. Oggi ci troviamo in una condizione ancora diversa, che pur nella preoccupante evidenza dei numeri ci espone ad una congiuntura temporale potenzialmente fertile. Archiviato il sentimento di colpa per il clima e le foreste, messo a fuoco, finalmente, che i disastri attuali stanno producendo una estinzione di massa, dato carburante alle energie rinnovabili, una percezione storica, non più mitologica, della realtà si apre un varco nella valutazione complessiva della crisi. Ora possiamo scoprirci eredi dell’atmosfera e della biosfera, una scoperta che avviene al futuro anteriore, per usare una espressione di Lacan. La rielaborazione del passato fonda la progettualità del futuro, in una continuità di mezzi e sostanza. Il lavoro dell’ereditare, per chiunque, può infatti avvenire solo coniugando la propria vita già vissuta (il passato) al futuro anteriore (fare del passato qualcosa di nuovo).

 

La domanda sulla eredità ha attraversato gli ultimi venti anni di dibattito ecologista, raggiungendo nella aspirazione alla condivisione degli oneri delle politiche di mitigazione del riscaldamento globale il proprio acme. La giustizia climatica ha potentemente chiamato in causa, nel corso dell’ultra ventennale lavoro negoziale della UNCCC (United Nations Conference on Climate Change), i diritti delle generazioni future. Anche la questione della protezione della biodiversità, nata, come la Convenzione sul Clima, in seno allo Earth Summit di Rio de Janeiro (1992), è da sempre intrinsecamente avviluppata in una richiesta di equità verso le comunità umane dei prossimi decenni. Questa impostazione, però, non è stata sufficiente ad elaborare una figura dell’eredità della civiltà fossile costruita sul carbone e sul petrolio. Infatti, durante questo stesso periodo, il legame con ogni forma di passato è andato frantumandosi sempre più. L’ascesa prodigiosa del capitalismo globale, la rivoluzione informatica e tecnologica, la costituzione progressiva di ceti medi ad alto tenore di consumi pro capite sono tutti passaggi di civiltà da cui la tradizione è stata espulsa come anacronismo. Infine, i cambiamenti strutturali che hanno investito le società avanzate negli ultimi tre decenni del Novecento hanno polverizzato l’idea che le risposte ai problemi di oggi potessero essere trovate nell’autorità o nel modello del passato, creando de facto una nuova condizione antropologica che tende a enfatizzare le potenzialità tecnologiche come unica via di uscita dai guai del presente. Il passato è morto.

 

Il pensiero psicoanalitico ha riflettuto molto su questi passaggi ed ha parlato di “eclissi del Padre”. Un percorso analogo, anche se sul fronte del patrimonio artistico e culturale, lo percorre con i suoi documentari (La vera natura di Caravaggio e La libertà di Bernini ) Tomaso Montanari, insieme al movimento Emergenza Cultura. Ma se entriamo nel dibattito sulla protezione delle specie questo stato d’animo collettivo ha portato a conseguenze ben peggiori dello smarrimento angosciato in cui moltissimi sembrano muoversi senza una bussola.  La negazione  e la rottura del legame filogenetico si sono portati dietro una clamorosa sottovalutazione delle condizioni generali della conservazione degli habitat. Un esempio stupefacente di questa impostazione sono i programmi di conservazione della tigre in India. Un rapporto recente del WWF (The Road ahead: protecting Tigers from Asia’s Infrastructure Development Boom) denuncia il programma di costruzione di infrastrutture, cioè strade, per 11.000 chilometri, previsto per i prossimi anni dal governo centrale, che isoleranno le une dalle altre tutte le “riserve” rimaste in cui sopravvive Panthera bengalensis. Nonostante i proclami internazionali sulla volontà del Paese di conservare il felino, la realtà è che la tigre non potrà rimanere in India in condizioni di habitat altamente frammentati, con popolazioni già molto ridotte di numero sempre più separate le une dalle altre. Più dello stato delle cose sul campo conta il fatto che la tigre è un gadget, un simbolo nazionale, una attrazione turistica, una icona. Incredible India. Mentre il suo statuto di specie scivola inevitabilmente verso il confinamento geografico e psicologico di grandi zoo. Le riserve.

 

Qui è all’opera non solo un antroprocentrismo di vecchia forma, ma soprattutto la dismissione del senso di appartenenza alla biosfera (il padre o meglio i padri). La civiltà umana attuale non si riconosce più nella continuità storica quanto piuttosto nella capacità inventiva dell’essere umano, che, per definizione, è infinita.  Tutto ciò che è “tradizione”  – traditum ossia passato da un prima ad un dopo – appare insensato, già visto, e quindi vincolo, zavorra nella progettazione del futuro. A partire dalla Rivoluzione energetica del XIX secolo la nostra derivazione dal mondo naturale sfuma in qualche cosa d’altro.  Scrive Hanna Arendt: “Forse soltanto adesso il passato si apre davanti a noi con inattesa freschezza, per dirci cose che nessuno finora aveva orecchie per ascoltare. Ma non si può negare che senza una tradizione saldamente radicata (e tale saldezza si è perduta già da alcune centinaia di anni) l’intera dimensione del passato risulta compromessa. Corriamo il rischio di dimenticare: e questo oblio, a parte i contenuti che potrebbero andar perduti, equivarrebbe, umanamente parlando, a restare privi della dimensione della profondità nell’esistenza umana. Infatti, memoria e profondità sono la stessa cosa, o meglio, l’uomo può raggiungere la profondità soltanto attraverso la memoria”.

Possiamo amministrare la wilderness in modo spericolato, ricreando le specie estinte, lasciandone moltissime altre, come ad esempio i grandi mammiferi e i predatori di vertice, sparire per sempre perché i loro habitat sono troppo ampi rispetto alle nostre pretese geografiche e demografiche? Cosa accadrà, se davvero andremo fino in fondo? I nostri strumenti tecnologici – i droni che sorvegliano le savane, l’inseminazione artificiale impiegata nel captive breeding, la rendicontazione informatica degli effetti della defaunazione – possono davvero mantenersi indipendenti, svincolati da ogni pensiero preesistente che ne limiti o sospenda l’utilizzo? Siamo ormai figli senza padri, una specie divenuta isolata da tutte le altre, con cui pur intratteniamo solidi legami di parentela genetica, una specie abbandonata al proprio talento ecologico di costruttrice di nicchia?

La risposta a queste domande, in realtà, sta nell’opera principe che ha modificato per sempre la nostra concezione del Pianeta (Weltanschauung), e cioè L’Origine delle specie di Charles Darwin. Il significato ultimo dell’evoluzione è il filo rosso che connette gli esseri viventi, la condizione primaria della vita sulla Terra. L’appartenenza ad una filogenesi comune, per Darwin, non dimostra soltanto come le specie sono diventate, nel corso del tempo profondo, ciò che sono oggi, ma anche l’intelaiatura fondamentale della vita biologica cui non è possibile sottrarsi. In altre parole, Darwin non ha semplicemente scoperto come funziona la vita; egli ha descritto l’orizzonte di senso della vita. “Se la fallacia naturalistica ci mostra come, nel bene e nel male, la natura non sia deposito né fondamento dei nostri valori morali – scrive Telmo Pievani in Creazione senza Dio – non è così sorprendente che molti evoluzionisti prediligano una visione epicurea dell’indifferenza dell’universo verso il destino umano come presupposto di emancipazione e di libertà nella propria ricerca personale del ‘senso’ da dare a questa storia. Qui risiede, ben oltre il compromesso timido della ‘doppia verità’, la sfida culturale del naturalismo, la possibilità, e non la necessità, che qualcuno possa muovere da questo presupposto di emancipazione per costruire sistemi morali autonomi, garanti di convivenza democratica e di solidarietà umana, che non abbiano bisogno di porre fondamento su alcun principio trascendente e rivelato. Per una volta, questa è la ‘differenza del laico’”. Qui possiamo rintracciare quale possa essere, in Antropocene, la bussola con cui orientare le politiche della Natura, il “Padre” di cui continuiamo ad avere bisogno. Jacques Lacan insegnò che il “Padre” è ciò che è in grado di veicolare un significato dello stare al mondo, ciò che è capace di passare l’idea che l’esistenza non è una partita in solitario, ma che, al contrario, ogni vita si gioca sempre all’interno di una storia. Sono proprio le altre specie a ricordarci che le cose stanno così: la biodiversità è questo contesto comune. La diversità delle specie rammenta che la vita dipende sempre da molteplici fattori (significanti) che determinano, condizionano, plasmano, interrompono, fratturano la proliferazione degli organismi. Heidegger definì la opposizione irriducibile tra il mondo come lo pianifichiamo noi, attraverso la tecnica (Gestell, cioè che è posto, costruito, progettato) e ciò che invece sussiste sempre a prescindere da noi pur essendo parte di noi (Lichtung): “L’è circola nel linguaggio come la parola più consunta e tuttavia regge pur sempre tutto il dire, non solo nel senso della comunicazione verbale (…) L’uniformità di questo è, consunto eppure mai esaurito, dietro l’identicità del suono e della forma della parola cela una ricchezza quasi impensata”. La biodiversità è.

 

Questo non ci costringe a diventare dei rigidi conservatori. Non siamo cioè stretti nel dilemma tra il rifiuto a priori dell’innovazione tecnologica come strumento di conservazione delle specie e una fantasia utopica di un Eden da riconquistare (la connettività indispensabile delle aree protette non ci restituirà comunque i paesaggi immensi di diecimila anni fa). Il riconoscimento della storia evolutiva è uno sguardo più aperto, meno pregiudiziale, sul mondo. Uno sguardo libero e però incantato. Gli esempi sono innumerevoli nella cronaca ambientale ed estremamente diversificati: i piloti del Solar Impulse, Bertrand Piccard e Andre Borschberg, o un giaguaro osservato oltre le sbarre di uno zoo (Alan Rabinowitz, tra i co-fondatori del network Panthera, tra i massimi esperti al mondo di grandi felini, ha raccontato pubblicamente della sua infanzia ed adolescenza segnate da problemi di linguaggio di ordine psicologico. La svolta nella sequenza di insuccessi scolastici e incertezze croniche venne dall’incontro con un giaguaro allo zoo di New York. Rabinowitz ha scritto la sua storia con Catia Thien in un libro illustrato, A boy and a jaguar (2014)) che insegna a parlare ad un ragazzo forse dislessico, o una gazza caduta dal nido che riaccende la vita in una famiglia devastata dal dolore (Penguin bloom: how a scruffy magpie saved a family, Instagram ) . È per trovare questa certezza – la vita è – che la gente va in Africa, o sulle montagne del Nord America. Ha scritto Ernst Juenger: “Ora siamo nell’incommensurato. Qui la sicurezza è minore, ma è maggiore la speranza di ottenere risultati. ‘Sentieri interrotti’ è una bella espressione socratica per disegnare questa situazione. Essa allude al fatto che ci troviamo fuori da strade sicure e dentro la ricchezza, nell’indifferenziato. Ciò comporta anche la possibilità di fallire”.

 

La paleo-derivazione della nostra specie e di tutte le altre specie da una storia comune trasforma la condivisione del Pianeta in una comunità; la nostra stessa esistenza è inserita in questo tessuto sociale ed evolutivo. Ma non possiamo più fermarci qui: le sfide dell’Antropocene impongono con particolare urgenza che il nostro essere figli venga interpretato in un modo molto più creativo di quanto gli ultimi due secoli di industrializzazione ci abbiamo suggerito. Per imparare a “parlare la lingua del leone”(speaking lion), come ha scritto su Science W.Adams, è indispensabile abituarsi a intrecciare suoni di fonetiche differenti, anche quando le dissonanze sembrano a tal segno stridule e cacofoniche da suggerire un non senso totale. “Qui, nel posto più selvaggio che avevo mai conosciuto (in Antartico, NdA) – ammette Melanie Challenger – dove la presenza umana era la più sottile possibile, il paesaggio mi parlava meno di un qualche remoto, indisturbato stato di natura in cui potremmo tornare di quanto mi raccontasse, invece, delle turbolente forze del cambiamento, della infaticabile azione del tempo che ha reso impossibile fermarsi e volgersi indietro”.

Non si danno efficaci politiche di conservazione senza un pensiero sulla Natura. E quindi è l’attuale assenza di un nuovo pensiero sulla Natura che mette in scacco il modo in cui pretendiamo di pianificarne la salvezza. La ricerca inesausta di ragioni sufficienti per proteggere gli ecosistemi è un sintomo della nostra incertezza forse più del nichilismo di un’epoca di consumi e saccheggi. Abbiamo però la sensazione che per trovare ciò che ci occorre non possiamo far conto sul margine di certezza che pretendiamo dal calcolo matematico e dal discorso scientifico. Può darsi che le risposte stiano altrove, e che proprio per questo sia così importante riuscire a capire a quali svolte del nostro cammino evolutivo imboccammo certe strade dalle conseguenze enormi. Da qualche parte permane la certezza che il senso del vivente sta nella possibilità che esista il vivente. La “riconquista pericolosa” dell’erede, che è chiamato ad essere figlio di suo padre pur dovendo abbandonare il padre, si gioca sulla ri-formulazione, ha scritto Massimo Recalcati.

 

La protezione delle specie oggi sta nel mezzo di una contraddizione evidentissima, eppure proprio per questo sostanzialmente misconosciuta. Lo spazio disponibile per tutti gli esseri viventi, dal più grande al più piccolo, è limitato su un Pianeta che non è senza confini geografici e planetari. Ciò nonostante, il sistema economico industriale su base capitalistica tende a pensare lo spazio come infinito, non solo perché le merci circolano sui mercati globali, ovunque, ma soprattutto perché si suppone che esistano sempre nuovi spazi in cui sviluppare business di vario genere, in ogni settore. Ma non è neppure tutto qui, perché se anche disponessimo di parchi nazionali transfrontalieri più estesi ci servirebbe uno sguardo nuovo sulle faune che li abitano per poter immaginare che cosa è esistere sul Pianeta.

Lo schema “long landscape” (paesaggio senza soluzione di continuità) suggerito da E.O.Wilson sottintende una concezione delle altre specie diversa rispetto a quella che abbiamo visto fino a questo momento e che non si esaurisce nella descrizione scientifica. Le specie dovrebbero cioè essere comprese storicamente, nella continuità dello spazio e del tempo. Il loro disporsi nello spazio e attraverso il tempo smonta l’ipotesi dei parchi nazionali come habitat: l’accadere storico non può essere confinato in porzioni di realtà, e di territorio disegnate a tavolino. Le specie storicamente intese sono invece una parte imprescindibile del concetto di Pianeta. Nel suo manifestarsi storicamente la Natura smette di essere Natura perché non è altro che lo spazio in cui il vivente si dispiega nel corso del tempo. La Natura oltre la Natura, allora. La storia prescinde dalla volontà consapevole di costruire una sequenza di gesta e di racconti tramandati dall’arte e dal linguaggio; è storia tutto ciò che, messo in sequenza, segna le forme e le condizioni del vivente. Non è storia solo la campagna di Dacia istoriata sulla Colonna Traiana. È storia la continuità del tempo attraverso gli avvenimenti che segnano la superficie del Pianeta, delle sue foreste e dei suoi oceani. Ed è storia l’accadere stesso dell’evoluzione che intreccia a sé piante, animali e uomini.

L’esploratrice Robyn Davidson, che attraversò da sola 1700 miglia di deserto austrialiano, parlò dell’unità di misura di questo tempo storico: “migliaia di anni pressati in un solo giorno ed interi eoni in ogni passo”. In questo tempo onnicomprensivo lo spazio fonde quantità e qualità. La Davidson scoprì che l’esperienza dello spazio è infatti inconscia: è la presenza degli Altri a far risuonare le distanze e fornire la comprensione necessaria a capire dove si è: la quercia del deserto, la traccia di un coleottero nella sabbia, il passaggio di un uccello nel cielo.  Qualcosa di analogo si trova nel lavoro Owl: A Year in the Lives of North American Owls del fotografo Paul Bannick. In questi territori, dove i legami originari tornano visibili, ciò che infine scopriamo è un immenso silenzio. Qualcosa ci ha preceduti, anche se non sappiamo più dargli un nome preciso. Sono i padri, probabilmente, la matrice comune in cui si risolve la domanda sulla provenienza del vivente.  Così, lo psicoanalista Alberto Antonio Semi racconta di una sua passeggiata nel bosco in cui si accorse che tutto taceva improvvisamente perché, come seppe più tardi, un gufo bianco aveva compiuto un volo di ricognizione al primo calare delle tenebre, molto prima della sua abituale uscita: “la sensazione è questa, che il silenzio sia venuto e poi se ne sia andato”. Semi si chiede che cosa sia davvero accaduto in quella pausa infinita: “Non un vuoto, un silenzio, non una mancanza, ma una presenza indecifrabile perché indicibile”. Il gufo bianco del bosco è un messaggero di ciò “che esiste anche prima di noi, al di fuori della nostra vocazione”, per questo è opportuno prestargli attenzione, se sorvola il bosco prima del tempo.