Conapi, crolla la produzione di miele 2017


Ancora una volta e’ Conapi ( Consorzio Nazionale Apicoltori ) a dire forte e chiaro come stanno le cose per quanto riguarda la produzione di miele in Italia, in rapporto a due fattori che funzionano in sinergia tra loro : cambiamenti climatici ( e in particolare la disastrosa estate secchissima e torrida che abbiamo alle spalle ) e l’uso di pesticidi ed erbicidi. Il rapporto nazionale sulla produzione 2017 e’ inquietante: ancora – 30% per il miele di acacia ( il 2016 era già stato definito disastroso) che rispetto al 2015 e’ addirittura -70%, mentre la produzione di tiglio dell’Emilia Romagna è quasi azzerata. L’andamento della produzione non è omogeneo dal punto di vista geografico perché sembra di poter dire che in alta collina e in montagna le condizioni sono migliori ( tiglio e castagno ). Il 2017 però segna l’inizio di una tendenza tutta da investigare : il numero degli alveari aumenta, ma diminuisce la media di raccolto per ogni singola famiglia di api. Secondo Diego Pagani, presidente di Conapi, “si ipotizza una diminuzione complessiva di produzione del 70% rispetto alle potenzialità degli apiari in campo, una previsione legata anche ad una minore spinta produttiva delle api riscontrata negli ultimi anni”. Inutile negare che nel nostro Paese rispetto alle medie degli anni passati qualcosa sta cambiando, e in peggio. Nonostante l’inerzia sui piani di adattamento ai cambiamenti climatici, la primavera molto calda ha alterato il decorso fisiologico degli alveari, colpiti dalle gelate di aprile (improvvise), e poi compromessi – soprattutto nel caso dell’acacia al nord  – da una estate rovente, mostrando che gli effetti tangibili del riscaldamento globale sono già evidentissimi. Qualche dato : tenendo come riferimento gli ultimi tre anni, l’acacia nel 2017 ha raggiunto il minimo storico e passa dalle 705 tonnellate del 2015 alle 265 t. del 2016, fino alle 198 t. di quest’anno, confermando le percentuali di – 30% rispetto al 2016 e -70% rispetto al 2015; tengono invece gli agrumi in progressivo incremento dal 2015. Conapi – presentando questi numeri a Milano lo scorso 6 novembre – conferma un impegno onesto, e molto raro, a raccontare al pubblico notizie non solo vere ma per nulla edulcorate sulla condizione ecologica delle api in Italia. In tempi di devastanti conflitti di interessi su faccende green è confortante sapere che non tutto il green business ha un retro pensiero.  
 
 

 

 

 

 

 

 

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Oslo, addio a Ibsen

Aeroporto internazionale di Gardemoer, Oslo, Norvegia, al crepuscolo. E’ il primo di settembre e l’aria fresca del nord agogna il freddo nebbioso dell’autunno. Il boing della flotta Norvegian Air accanto a noi porta impressa sulla coda una gigantografia di Linneo in parrucca settecentesca. La compagnia di bandiera ha dedicato ogni aereo ad un illustre uomo, o donna, di origine scandinava che abbia fatto grandi cose per il suo Paese e per il mondo intero. Il padre della moderna tassonomia nelle scienze naturali è un presagio. Questo non è un settembre come tutti gli altri: con alle nostre spalle l’estate più torrida di sempre per almeno metà del globo terrestre, il cambiamento climatico ci è esploso in faccia, prendendoci a schiaffi con temperature e siccità da far disperare per un futuro vivibile su un Pianeta con temperature medie globali entro questo secolo di + 2,9 gradi Celsius. La Norvegia prospera sulle sue riserve petrolifere. Però è anche il Paese in cui esploratori eccentrici dell’animo umano hanno visto lungo sul peso che l’angoscia ha nella nostra capacità di prendere buone decisioni al momento opportuno, o di rinunciare su tutta la linea per torbida vigliaccheria. Mollare la presa per sopravvivere, come nel film Gravity, quando Sandra Bullock tiene aggrappato a sé George Clooney, in bilico sulla immensità dell’universo, con un nastro di metallo leggero come carta velina, e lui dice a lei, perché sa che in due non possono farcela, sa che lei deve abbandonarlo per avere una chance, “Devi imparare a lasciar andare”. Ma gli esseri umani non cambiano facilmente, rimangono aggrappati alle loro illusioni e fanno marcire le loro nevrosi fino all’esito fatale. Il riscaldamento globale non modifica l’impostazione psicologica che sorregge le nostre economie di mercato, non è mai diventato storia collettiva, sentita nella pancia e nella testa delle persone comuni. Siamo alla fine di qualcosa, a cui però, a differenza di Linneo, non siamo in grado di dare un nome preciso, e rimaniamo paralizzati in attesa di vedere come andrà. 
Il FlytoGet, il treno superveloce che porta dal Gardemoer al centro città, corre per le campagne ondeggianti sotto un velo leggero di oscurità, chilometri di campi di cereali simili a decrepite spugne color ocra punteggiate di buchi e da abitazioni in legno rosso vivo. Contrade che appaiono più placide di quanto probabilmente non siano perché vengo dal sud del continente spazzato da una estate a 40 gradi. Contrade diventate ricche grazie alle risorse petrolifere. L’opulenza è il lato più imbarazzante del cambiamento climatico, il suo vero carburante, talmente radicale da aver prodotto negli esseri umani un nuovo tipo di esilio per cui non serve aver perduto il passaporto. Kierkegaard, che come dice Andrew Graham Dixon era il “naturalista di una società sull’orlo dell’abisso”, ci aveva visto giusto su questo carattere antropocenico con stupefacente anticipo: “Dovunque vi sia un avvenimento, ci sei anche tu. Nella vita ti comporti come nella folla, ti spingi fino nel folto, cerchi, se possibile di essere buttato sopra gli altri, in modo da poter stare sopra, e, una volta lassù, cerchi di accomodarti meglio che puoi; nello stesso modo ti fai portare attraverso la vita. Ma quando la folla è dileguata, quando l’avvenimento è finito, ti trovi di nuovo all’angolo della via a guardare il mondo (…) La facoltà dello spirito che veramente ti manca è la memoria, cioè, non la memoria per questa o quella cosa, per le idee, le facezie o i giochi dialettici, mi guardo bene da affermarlo, ma ti manca la memoria per la tua vita intima, per quello che in essa hai vissuto”. Ai nostri tempi, s’è escogitata una definizione brillante, di mercato, per questo carattere: frequent flyer. Accumulare miglia, punti, Paesi, timbri sul passaporto, emissioni serra (l’aviazione civile è esclusa dall’Accordo di Parigi sul clima) e poi, non sapere più esattamente dove si stia andando, con la sola certezza che un unico luogo in cui stare non basta più per proteggersi dalla propria solitudine. Ma che la solitudine globale stessa può almeno farti diventare uno che ha migliaia di followers su FB. Bruciare carburante fossile per nutrire vite fossili. Ogni nozione di patria è insufficiente, se, come ammise Kierkegaard, “vuoi saziare la fame del dubbio che è in te a prezzo dell’esistenza”. 


Il 5 marzo del 1900 Spettri di Ibsen venne finalmente rappresentato al Teatro Nazionale. L’opera era scandalosa per l’epoca, perché suscitava troppi sensi di colpa e vergogna, ma la sua eco non è ancora finita in Norvegia. Le onde di rifrazione, però, non sono quelle che ci si potrebbe aspettare, non hanno cioè a che fare con lo sconvolgimento delle convenzioni borghesi. Lo scrittore Dag Solstad si è spinto molto oltre. Nel suo romanzo La notte del professor Andersen un affermato docente di letteratura dell’Università di Oslo, uno specialista della drammaturgia di Ibsen, pensa che il passato sia ormai liquefatto: “C’è qualcosa nel nostro tempo che non ci rende particolarmente interessati a quel che è stato prima di noi, e in ogni caso molto meno di quanto noi pretendiamo. Ha a che fare con la modernità. E deve essere cominciato presto, perché entrambi sapremmo qualcosa dei bisnonni, se i nostri genitori fossero stati interessati a raccontarci di loro”. Il professor Andersen confessa ad un collega che la sua stessa ignoranza per il secolo precedente “mi spaventa molto più del fatto di non avere figli”. 
La nuova angoscia nordica è la stessa che serra in una morsa gli ambientalisti, soprattutto dopo la vittoria di Trump nelle elezioni americane. Per come sono messi gli habitat e gli ecosistemi, non parliamo delle specie animali, la modernità dà prova di non sentirsi legata ad una qualche filogenesi naturale. Ibsen camminava ogni giorno lungo la Karl Johans Gate, aggiustava l’orologio davanti agli edifici dell’Università e poi procedeva verso il caffè dove pranzava con pane e aringhe. Quel percorso oggi, alle otto e mezza di mattina, è squallido e triste. I magazzini Paleet sono ancora chiusi, i camerieri di pub dal raffazonato stile americano spazzano porzioni di moquette rossiccia e consunta, un minimarket con un bancomat per carte Mastercard serve caffé e un assortimento untissimo di noodles, involtini, paste fritte. Il gestore è un immigrato nero dai modi spicci e gentili, che probabilmente non fa nemmeno caso all’anonimo junk food esposto sotto il registratore di cassa che ha sostituito il merluzzo e il nasello pescati nei fiordi. Il sushi giapponese a Oslo è una specie invasiva. Ed è per via di questo anonimato senz’anima – eppure del tutto commestibile – che è quasi impossibile trovare una ragione per la presenza, dietro l’angolo, sulla Universitetsgata, della Galleria Nazionale dove stanno alcune delle opere più grandiose di Edvar Munch. Perché Munch è ancora qui con noi? Ma soprattutto, per diventare adulti adattati al proprio ambiente, ci serve ancora ammirare i suoi quadri? Sul tetto dell’edificio compatto di inizio Novecento quattro arpie pattugliano l’orizzonte, proteggendo tesori di colori e forme, ma impotenti nel contrastare l’avanzare del sentimento di frantumazione del passato di cui parla Solstad. E che effettivamente cammina per le strade di Christiania, come di quelle di ogni metropoli dell’Occidente. 


Ma chi è smarrito sa che è pur esistito un posto che poteva chiamare “casa”. Ho l’impressione che per noi, oggi, ci sia anche questo – una sorta di anelito antico ad una compattezza psicologica che ci regali un posto sul Pianeta – nella pittura di Edvar Munch, soprattutto nelle serie di paesaggi di Skogen (Foresta) che sono esposti nel museo a lui intitolato nel distretto di Toyen, a nord ovest di Oslo. Il cielo è cupo, un dromedario spaesato osserva il traffico nel recinto sterrato di un circo che ha piantato le tende e parcheggiato le roulotte proprio di fronte al Munchmuseet. Oltre la strada, sulla collina del parco di Ola Nar, un gruppo di atleti americani e britannici è chiamato a raccolta da un team coach per una gara di corsa campestre. Il parco confina con un bosco di latifoglie ad alto fusto, mentre il sentiero che lo attraversa apre la vista sui condomini residenziali a quattro piani della Sofienbergata. Case ordinate, senza recinzioni, in attesa dello sbocciare della domenica mattina dopo una settimana di lavoro. Alberi vecchi di decenni stanno immobili nel vento freddo. C’è anche l’attrezzatura per un barbecue all’aperto, alcune sedie di ferro, una bottiglia di accelerante per il fuoco con l’etichetta ammorbidita dalla pioggia. Le nubi scorrono nel cielo, si fa d’improvviso più buio, un giovane uomo con uno chignon sulla nuca, una t-shirt e un paio di bermuda esce dal portone tenendo per mano il suo bambino di un paio d’anni. I rami degli alberi sibilano, c’è un gracidare di cornacchie. Queste case hanno una loro rassicurante, elegante monotonia; dietro i vetri delle finestre senza tende singole lampade abajour spuntano dal nulla, come se fossero post-it della famosa disperazione del Nord. 


Ma è la nave vichinga del Viking Ship Museum a Bigdoy ad avere qualcosa da dire sull’impronta ecologica umana, e su queste abajour. Il vascello di Gokstad, costruito nel IX secolo del Medioevo cristiano, appartiene per davvero a quella dimensione dell’umano che Juenger chiamava “epoca eroica”, pensando non tanto al valore delle imprese compiute, ma alla capacità di tollerare il dolore implicito nell’azione. Uno shop di gadget e paccottiglia made in China invade per intero l’atrio del museo, che è diventato un tempio pagano dell’ammirazione hollywoodiana per i Vichinghi. Il profilo crudele e chirurgico della chiglia in legno, sul cui bordo si snoda una iconografia popolata di animali, e non di déi gelosi e solitari, rinnova l’interrogativo di Solstad: a che diavolo serve, per noi, per le nostre vite occidentali, preservare una bellezza del genere? Simile ad un gigantesco animale artificiale, fatto per l’oceano e dell’oceano, questa nave, oggi, la si capisce solo aprendo una sedia da campeggio e mettendosi a guardare un breve documentario proiettato sulle pareti e il soffitto del Museo. 


E’ una epica, una saga: la nave, carica di guerrieri, salpa verso l’ignoto. Nei lontani califfati arabi vende schiavi cristiani in cambio di argento, e probabilmente grossi felini selvatici che potrebbero essere ghepardi o leopardi, fonte di ispirazione per gli arredi funebri dei capi più carismatici. Tra la gente presente scorre la stessa curiosità elettrizzata, sexy, che ha fatto il successo della serie Vikings. Tutti si sentono addosso il passo baldanzoso del guerriero che esce di scena dopo aver saccheggiato un monastero scozzese e che inevitabilmente, mi pare, tende però a confondersi per noi con Conon McGregor. Ma questo è spettacolo, non storia. Questo è Netflix una gelida sera di inverno in una opulenta città dell’Europa continentale, con una pizza congelata nel forno, non il modo in cui eravamo prima. E che ci ha portati a ciò che siamo adesso. Mi viene in mente la signora Alving negli Spettri di Ibsen, secondo atto: “Qualcosa di quegli spettri. Quando ho sentito Regine e Osvald là dentro è stato come vedere degli spettri davanti a me. Ma io credo quasi che noi tutti siamo spettri, pastore Manders. Non è solo ciò che abbiamo ereditato da padre e madre, che ritorna in noi. E’ ogni specie di vecchie, morte opinioni e ogni genere di vecchie, morte credenze e cose simili. Esse non vivono in noi; ma intanto sussistono e non riusciamo a sbarazzarcene. Basta prendere un giornale e leggerlo, ed è come se gli spettri strisciassero tra le righe. Devono esistere spettri per tutto il paese. Devono essere fitti come la rena, mi sembra. E per questo abbiamo tutti così pietosamente paura della luce”. L’acqua infine inghiotte la nave, che diventa una costellazione. Fine del divertimento. Estinti anche gli spettri. Esilio con in mano un biglietto aereo. Colonna sonora: Fade away di Susanne Sudfor. 

“Il nostro rapporto con il passato è segnato da una profonda indifferenza, anche se diciamo il contrario, anche se siamo sinceri quando sosteniamo – dice il professor Andersen – che si tratta di valori inalienabili, ma a cui siamo legati solo dal senso del dovere (…) non è l’opera di Ibsen che rappresentiamo, è la sua fama”. Ma il peggio deve ancora venire per Andersen: “A volte, dopo aver letto e studiato Spettri, per esempio, mi capita di pensare: ma come, era tutto qui? (…) Non mi scuote, non mi sconvolge. Non nel modo in cui sconvolse il pubblico quando fu rappresentato la prima volta, come un evento contemporaneo. Non è sopravvissuto in me con l’autentica forza sconvolgente che aveva un tempo, perciò come posso compiere il mio dovere sociale, che è di trasmettere questo dramma alle nuove generazioni?”. Scavando nel dubbio, Andersen arriva a intuire che nel suo nichilismo è la radice stessa della drammaturgia occidentale, il teatro greco, ad essersi essiccata: “Solo cent’anni ci separano dal quel turbamento, che per tutta la storia dell’umanità (dal V secolo a.C.) è stato una condizione essenziale per una vita ricca di significato, e non siamo più capaci di afferrarlo. Così vicini, e tuttavia esclusi. È finita. Siamo esclusi da una delle possibilità più originali, più sostanziali della natura umana, documentata per almeno 2500 anni? Se questo è vero, vuol dire che sta nascendo una nuova tipologia umana e io, che lo voglia o no, ne sono un rappresentante, e anche i miei studenti, e nemmeno lo sanno”. A questo punto è Solstad ad arrivare alle più logiche conclusioni: “Pensò allo scintillio dei loro occhi quando, partendo da Ibsen, li aveva portati indietro nella storia fino alla mitica Grecia, individuando connessioni. E dopo aver fatto notare loro quel ‘turbamento’ si erano messi a confrontare Spettri, il dramma di Ibsen del 1880, con una tragedia di Sofocle, per vedere in che modo potesse rivelarsi (…) Il professor Andersen provava compassione per i suoi studenti e si chiedeva se non fosse arrivato il momento di farsi avanti e dichiarare apertamente i suoi sospetti: che l’individuo intellettuale, riflettente e letterato era fuori dal gioco”. Non è forse lo stesso tipo di ironia che il nostro secolo rivendica contro le pretese ambientaliste di lasciare sul Pianeta un posto per le specie selvatiche? Non è forse l’eredità di cui sta parlando Andersen dello stesso tipo difeso dal fronte ecologista – il patrimonio letterario della civiltà umana, la filogenesi e l’evoluzione delle forme di vita ? Sì. Eccome.


È questa continuità che non riusciamo più ad afferrare, annientata nelle smorfie dei turisti che si scattano un selfie davanti all’Urlo di Munch, alla Galleria Nazionale. Ma per Munch, la vita era un vecchio che contempla un albero fiorito sulle cui radici siedono due fanciulle con lo sguardo rivolto verso l’alto. Le sue foreste, le numerose forme in cui dipinse gli alberi dal 1904 al 1929 (chiome simili a nuvole, robusti rami decorati da foglie ovoidali, tronchi sprofondati nell’erba alta e rigogliosa, oppure carichi di pomi rosso corallo, e coni compatti e morbidi) raccontano gli alberi della sua epoca. Seguendo un destino analogo a quello degli animali domestici, anche gli alberi sono cambiati in Antropocene. Delle floride foreste di Munch, che inghiottono spontaneamente gli esseri umani, siamo ora ad una ipotesi di alberi, penso camminando per le vie strette di Gamlebyen, l’antica Oslo, sotto le cui fondamenta stanno abbazie medievali e chissà quanto altro. Nei nostri giardini decidiamo noi che cosa debba svettare in altezza, anche gli alberi, come i cani e i gatti li vogliamo a modo nostro, e mozziamo loro i rami più alti e ingombranti, perché fanno ombra sulle migliaia di automobili delle nostre città. Munch non conosceva l’angoscia di perderli, gli alberi, gli uomini e le donne delle sue tele ci sprofondavano dentro, non c’era paura di non avere mai più il profilo di una foresta primaria sul bordo dell’orizzonte, ma solo alberi piantumati, domesticati, selezionati. Nella serie Skogen, le macchie di colore accanto agli alberi erano come orsi giganti, capaci di proteggere teneramente anche l’anima difficile di Munch. Elm forest in Winter. E noi invece scattiamo selfie.

Eppure, c’è tutto un movimento in corso a Oslo, che punta alla sintesi tra passato, presente e futuro, che sbatte contro gli edifici storici giallo zafferano, azzurro e rosso in ristrutturazione a Gamlebyen. Il clima architettonico è austero, come una poesia russa recitata ad alta voce per scongiurare il freddo e la solitudine; ma l’effetto di contrasto con i grattacieli del Bar Code sulla Dronning Eufemias Gate assolutamente spettacolare. Tre epoche storiche condensate in un solo sguardo. Il tempo che ritrova una sua unità di misura stabile, concreta, affidabile. 


Gli orti urbani dei bambini delle scuole elementari, con striminzite zucchine piantate in cassette di compensato di legno, e i colossi scintillanti dei gruppi finanziari globali, dove chi ha i soldi veri, e chi ha un lavoro di successo (leggi: stipendi indifferenti all’impatto ecologico di attività oltre oceano) gode tutto quello che il nostro tempo può concedere di godere ai mortali. Lo specchio di acqua del Ladergarden, e un gruppo di anitre arruffate, la riduzione in formato skyline del fiordo di tre secoli fa. Un pub chiuso sulla Oslogate, un edificio turchese amareggiato dallo scorrere delle generazioni, e da una quantità di amori finiti che sono passati per questa strada in cui c’è anche un asilo frequentato da bambini musulmani figli di genitori nati nel Corno d’Africa. La nave, nonostante tutto, può solcare di nuovo l’oceano. 

New hopes for leopards in Nigeria

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It was supposed that leopard was been extirpated in the Yankari Game Reserve, a savannah woodland habitat in the North Western of Nigeria, but recently camera traps captured some amazing images of it, giving hope for the species in the most human-populated country of Central – Eastern Africa. Andrew Dunn works for WCS in Nigeria and comments on the good news with cautious optimism: “We just assumed that leopard was extinct from that game reserve, Yankari, but it wasn’t in all of the country. In Yankari the last sighting has been in 1986. It’s a good news for leopard but it is not surprising because it’s very adaptable, nocturnal, and I think it has been present in Yankari all the time”. Hunting is declined recently in this part of the country, but it was high for long time (leopard skin is still required in the South for ceremonies and cultural items); here like in many other African country the plight of cats is the catastrophic loss of suitable habitat. In 2016 the global assessment for leopard published on PeerJ revealed that leopard (considering all the subspecies) now occupies only 25-37% of its historic range (from 1750 onwards); and only 3 subspecies (among them, Panthera pardus that lives in Yankari) account for 97% of the extant home-range.

“In Nigeria human population is booming and so there’s not lot of wildlife outside protected areas, the bushmeat”, and the subsequent prey depletion for carnivores, “is a huge iusse like in the most Central African countries; but, more important, Yankari is isolated, it is only a green island. Farms and maize crops come to the edge of the reserve; I don’t know how many leopards are now in, but if well protected they can improve. Yankari is large enough to support a viable population in the coming decades”. In Yankari survive also a small number of lions (maybe 25), spotted and striped hyena, serval and caracal.

Conservation is not easy in Nigeria. The country has an enormous human population and national parks are underfunded. Nigeria has a reputation of rich nation and, Andrew Dunn says, has not the financial support for conservation of, for instance, Cameroon: “it’s a struggle, that’s why we have small stories of success”. But the comeback of leopard might change how common people look at wildlife. Middle class has more opportunities to watch documentaries on natural world and National Geographic Channel is an option for many: for the first time the leopard of Yankari appeared on social media. In the future, the big issue for still-wild ecosystems, and Yankary too, is the increasing number of livestock. According to Dunn, fences could be a reasonable solution to protect wildlife and keep cows outside the game reserve. But for Nigeria, the Half Earth vision is already too bold.

(photos: thanks to Andrew Dunn)

 

 

I leoni di Richard Lyddeker

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È il 1758 quando Linneo trova un posto per il leone nelle scienze naturali, e nella storia umana, coniando il nome di Panthera leo. Ma con buona pace del padre onorario della tassonomia, gli impavidi cacciatori, e i ruvidi esploratori britannici, del secolo successivo, aggiunsero a quel nome il peso delle osservazioni dirette nelle savane orientali bruciate dalla stagione secca, tornando a riferire in patria, nelle sale ombrose dei musei di storia naturale, notizie più variegate su un predatore magnifico, di cui abbiamo scritto il destino in modo impietoso.

Fino a tutti gli anni ’70 del secolo scorso c’erano 24 differenti nomi per Panthera leo. Gli studi genetici sul DNA mitocondriale hanno ridimensionato l’ansia descrittiva di quel periodo, lungo, della storia naturale. Oggi, infatti, si ritiene che solo il leone berbero (estinto) e il leone asiatico (glorificato dai fregi degli Hittiti oggi al British Museum di Londra eppure ridotto a 500 esemplari nel Gir, in India) siano delle sottospecie. In questo palinsesto geografico e genetico vastissimo, la storia dei leoni della provincia britannica del Capo, in Sudafrica, è particolarmente articolata e si incrocia, ancora una volta, con la suggestione impressa nelle menti e nei cuori degli esploratori dai grossi maschi dalla criniera nera. La criniera nera assomiglia a un indizio cruciale in una indagine investigativa. Spunta sempre sulle pagine ispessite e ingiallite dei tomi ottocenteschi in cui è scritta, per sempre, la storia di Panthera leo.

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Per dipanare i fili ingarbugliati di ciò che era ancora possibile vedere in Africa agli inizi del Novecento, bisogna partire dal nome. Il cosiddetto leone del Capo (Felis capensis) venne identificato nel 1830; ma nel 1842 H.Smith parlava di Felis leo melanochaitus o melanochoetus, e ne precisava di nuovo il range nella provincia del Capo di Buona Speranza (Fonte: Southern African Mammals 1758-1951, British Museum Natural History London). Nel 2006, un paper pubblicato su Conservation Genetics (Lost populations and preserving genetic diversity) fissa il nome in Panthera leo melanochaita definizione che circolava comunque nell’Ottocento. Da un punto di vista strettamente genetico, il leone del Capo non è separato dagli altri 20mila leoni africani esistenti. Molti di coloro che avvistavano il leone in quelle province vedevano maschi imponenti con la criniera folta e nera e pensarono che il leone del Capo dovesse essere un leone specifico del Capo con la criniera scurissima. Il capensis era anche melanochaitus.

 

Questa popolazione di leoni viveva nelle pianure interne del Sudafrica e ad occidente del Great Eastern Escarpement (che separa, in longitudine, i distretti occidentali, lungo la linea Capo-Kruger, dalle regioni centro orientali del Paese). Probabilmente questi leoni vennero sterminati tutti entro il 1850. Ma il colonialismo bianco aveva lasciato la sua impronta infame anche sulle faune del Capo, i cui leoni finivano in gabbia per allietare la buona società europea. L’Olanda possedette il Capo fino al 1814 quando gli Inglesi ne ottennero la sovranità definitiva, e la corona importava leoni per i serragli (menagerie) del re o dei dignitari di corte; nello zoo privato dello Stadtholder, Principe William V, ce ne erano diversi, tanto che il noto zoologo Peter Pallas che visitò l’Aja nel periodo 1763-67 poté descriverli a fondo. È molto probabile che anche i leoni dipinti da Rembrandt fossero leoni del Capo, osservati da dietro le sbarre nell’Olanda coloniale. I loro parenti del Maghreb, i leoni berberi, avevano subito una sorte simile, pure loro catturati per morire in uno zoo, e presto portati all’estinzione dalla caccia e dagli svaghi alla moda nelle città fredde e inospitali del Nord. Fu così che dopo circa un secolo (1700-1850) si cominciò a cercare leoni negli habitat più umidi dell’Africa Occidentale, e dell’India. Per tutte queste ragioni, non è escluso che oggi esemplari in cattività in Europa posseggano ancora la linea di discendenza del leone berbero, e di quello del Capo di Buona Speranza.

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Considerato che da un punto di vista strettamente genetico il leone del Capo non era separato dagli altri 20mila leoni africani esistenti ai giorni nostri, ma sapendo che gli attuali leoni del Sudafrica sono in parte stati reintrodotti, proprio in conseguenza dell’estinzione delle popolazioni locali di Felis capensis tra la metà dell’Ottocento e l’inizio Novecento; nella consapevolezza scientifica che le roccaforti storiche di Panthera leo nel Paese sono oggi solo 3 (il Grande Kruger NP, il Kgalagadi Transfrontier NP e la Greater Mapungubwe Transfrontier Conservation Area) rimane una domanda aperta, e cioè se qualcosa della eredità genetica dei leoni del Capo è effettivamente rimasto nel Sudafrica attuale sul lato del Kgalagadi, dove sopravvive il mito turistico dei “leoni criniera nera”, e sul lato delle game reserves che da questo parco transfrontaliero con il Botswana hanno ricevuto esemplari reintrodotti. Attualmente, non ci sono ricerche sul campo che possano fornire dati a proposito. Ma il vuoto che il commiato del Felis capensis si è lasciato alle spalle è condensato nella geografia frammentata e monca delle popolazioni di leoni “intensively managed” del Sudafrica del XXI secolo.

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Craig Packer ha dimostrato che la criniera nera non è un tratto ereditario. Dipende, invece, da una molteplicità di fattori intrinseci ed estrinseci. E così, possiamo essere sicuri che i maschi criniera nera del Kgalagadi non sono una eccezione. Dove ci porta, allora, la paleo-storia del leone? Di certo, ciò che noi sappiamo e possiamo ricostruire, guardando alla specie nella sua interezza, è che il tracollo della megafauna del Pleistocene e poi, in una sincronia fatale, l’espansione delle popolazioni umane, hanno indotto un collasso del range di Panthera leo in ogni direzione; sappiamo anche che i leoni del Pleistocene appartenevano ad un linea evolutiva diversa rispetto ai leoni attuali (Fonte: Conservation genetics, 2005 – Molecular genetic variation). Già negli studi condotti tra il 1987 e il 1997 è consolidata la consapevolezza che “le popolazioni più periferiche erano state ormai spazzate via in tempi storici”. Le variabili in gioco in questa condizione ecologica ormai riconosciuta sono sostanzialmente due. La prima è la contrazione catastrofica dei range disponibili, la seconda è la adattabilità ecologica di una specie come Panthera leo: un predatore di vertice, capace di adattarsi ad ambienti molto vari (come il giaguaro e la tigre, del resto). Infatti, come ogni specie di grossa taglia, dotata di un homerange molto ampio, anche i leoni mostrano una grande variabilità morfologica. Questo significa che più un predatore si è evoluto per occupare numerosi habitat, più aumenta la variabilità del suo fenotipo in quei tratti che risultano plastici, come appunto la criniera. Fino a soli 100 anni fa i leoni africani apparivano molto diversi perché erano molto numerosi. Il collasso della specie non è stato solo quantitativo, questo lo leggiamo spesso sui giornali, lo diamo per scontato ormai, è stato anche un collasso qualitativo. Le differenze regionali, l’adattamento ambientale e climatico, le caratteristiche intrinseche sono tutti fattori che si combinano tra loro nel produrre, alla fine, la ricchezza evolutiva di una specie, il modo in cui un grosso predatore si è espresso lungo tutta la sua storia millenaria. Basta osservare le mappe con i range perduti per chiedersi se il leone non sia ormai giunto alla fine del percorso che l’evoluzione gli ha assegnato negli ultimi 100mila anni.

Tra Ottocento e Novecento, in mancanza di riscontri genetici, gli errori di classificazione si susseguivano proprio sulla scorta delle osservazioni dirette. Le controversie tassonomiche abbondavano tra gli zoologi che si occupavano di felini, non erano affatto rare, e questo perché le differenze regionali, finanche quelle della colorazione del manto, inducevano talvolta a credere di essere di fronte a specie e non a varianti locali. La difficoltà di capire correttamente quale fosse lo home range del leone africano come specie, a prescindere dalle popolazioni locali, sarebbe stata superata solo con l’analisi genetica. Le macchie sono il tipo più comune di “connotato ornamentale” nella famiglia dei felini, ma il fatto che compaiono spesso in associazione con le striature ricorda che tutte le macchie attuali (le rosette del leopardo, le rosette che circondano una macchia nera nel giaguaro, le macchie aperte a nuvola del leopardo nebuloso e infine quelle evanescenti del leone africano) sono una variante di un prototipo ancestrale che si è poi evoluto lungo una filogenesi di spettacolare bellezza e diversità. Una filogenesi che i britannici al tempo della regina Vittoria definivano cosmopolitan.

Lo stesso Neuman, che aveva collaborato ad altri compendi a più autori su grandi mammiferi africani grazie alla sua specializzazione sui felini, a quanto scritto in un articolo uscito nel 1900 sui Zoologische Jahrbuecher di Jena, riteneva, sbagliando, che il leone masaico (Massai-Loewe, in tedesco) fosse una forma distinta rispetto al leone somalo (Somali-Loewe).  Un compendio del 1899 – cui contribuirono i migliori in campo in quel momento storico, tra cui il Lyddeker, il Kirby e lo stesso Neuman, e cacciatori come Selous  – edito da Arnold  A.J. Major e H.A.. Bryden ( Great and small games of Africa; an account of the distribution, habitats and natural history of the sporting manuals with personal hunting experience, London Rowland Limited 1899) raccoglie in una sintesi favorevolmente aperta a domande ancora inesplorate le conoscenze sui leoni africani date per attendibili al principio del nuovo secolo, un secolo che si sarebbe rivelato per loro fatale: “Non ci sono due pelli esattamente identiche nella forma. I leoni in genere sono più scuri delle leonesse, ma queste ultime trattengono sulla parte bassa delle zampe i segni distintivi (bars) e le macchie (spots) dell’età infantile dichiarando così la loro discendenza  da un antenato con una colorazione meno uniforme ( a less uniformrly – coloured ancestor). Qualche volta si incontrano anche  leoni senza un solo accenno di criniera; ma quando la criniera è presente, essa varia moltissimo in spessore e colore a seconda dell’individuo”. Il fotografo Deon de Villiers, che lavora in Botswana con Wilderness Safaris, è riuscito a scattare, nella Qorokwe Concession, una fotografia ad una leonessa che mostra, nelle zampe posteriori, esattamente questo tratto fenotipico, delle striature longitudinali sulle zampe posteriori.

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(Credits: Deon de Villiers)

Del resto, il Kirby, in questo stesso volume, aveva documentato pure una rarissima presenza di macchie sugli arti posteriori degli esemplari adulti: “i piccoli presentano striature trasversali e macchie fitte sugli arti. Questi specifici connotati vanno perduti con l’età adulta, e soltanto poche macchie rimangono nella parte bassa delle zampe negli individui maturi” (“litter are barred with transverse stripes and thickly spotted on the limbs. These marks are lost as they grow older, only a very few spots being retained on the lower limbs of adults”). A fine Ottocento si riteneva che il leone venisse da antenati striati proprio perché nei cuccioli queste striature erano ancora visibili.

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Queste testimonianze convergono tutte sul volume che Richard Lyddeker, il quale conosceva il lavoro di Kirby e vi faceva sempre riferimento nelle sue descrizioni, curò venti anni più tardi (The game animals of Africa) e di cui abbiamo già parlato. La convinzione che nelle leonesse adulte persistessero le macchie risaliva infatti ad un periodo ancora posteriore, se è vero che nel 1896 lo Handbook of Carnivora – con la sezione dei felini curata proprio da Richard Lyddeker – riferiva: “Faint spots sometimes observable  on the flanks and under parts of the adult, especially in the lioness”. Qualche anno dopo, Lyddeker, ragionando secondo criteri tassonomici, avrebbe ascritto questa particolarità al Felis leo masaica, cioè alle popolazioni dell’Africa orientale tedesca che comprendeva anche la Tanzania, e ovviamente l’odierno Serengeti. Lyddeker fornisce dunque nel 1908 una fotografia scattata ad un esemplare in cattività, allo Zoologischer Garten di Berlino. L’allora direttore dello Zoo, Ludwig Beck, che scattò la fotografia, aveva ricevuto un maschio il 2 luglio del 1896, mentre questa femmina era arrivata a Berlino il 3 agosto 1905. Entrambi gli animali erano stati registrati sul giornale interno del giardino come Uncia leo massaica Neuman. Ancora il Neuman dunque, su cui Lyddeker sapeva di poter contare.

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Major e Bryden (che aveva una vasta esperienza in Botwsana) erano comunque consapevoli che il panorama ecologico del leone africano era quanto mai vario, al punto che le generalizzazioni potevano falsare la comprensione dei tratti caratteristici della specie, che si esprimevano anche sul piano etologico: “I singoli leoni di un singolo distretto geografico differiscono grandemente nel temperamento; i leoni del dottor Livingstone e le bestie misteriose (uncanny beasts) di Jules Gérard sono creature completamente differenti”.

Nella seconda metà dell’Ottocento i grossi maschi competitivi con criniere scure e folte erano più numerosi di quanto non siano oggi, forse per ragioni micro-climatiche o magari anche per una migliore fittness delle popolazioni nel complesso. C’erano più leoni e meno persone, radicalmente meno persone di quante ce ne siano oggi, e quindi i leoni stavano meglio. L’assottigliamento della diversità genetica causato dalla restrizione degli habitat e poi il progressivo isolamento geografico delle popolazioni hanno portato il leone nella condizione che gli studi più aggiornati sulla defaunazione mostrano in modo chiarissimo: prima viene una perdita irreversibile a livello delle popolazioni, poi arriva l’estinzione. La storia registrata negli archivi, quindi, riscrive parte del dibattito odierno sulle riserve come unica chance per il futuro del leone in Africa. Il Sudafrica ha già molto da dire in proposito, essendo l’unica nazione africana ad avere tre categorie di leoni, e quindi tre ipotesi sul loro futuro: quelli selvaggi, quelli delle riserve (sotto stretto controllo riproduttivo) e quelli allevati per essere massacrati dai cacciatori di trofei occidentali (cunned lions). Ed è infatti la storia passata e contemporanea del Sudafrica che ci dice che se anche le riserve arginano adesso l’emorragia di una specie ben poco hanno a che vedere con la distribuzione geografica e la diversità genetica di un predatore capace di adattamenti su scala continentale. C’è pur stata un’epoca in cui l’esploratore italiano Vittorio Zammarano diceva della regione somala dei fiumi Ueli-Scebeli ciò che adesso possiamo dire solo del Botswana: “Non credevo, a dire il vero, che esistessero in Somalia dei leoni abituati, come le tigri in India, a passare le loro giornate negli acquitrini”.

 

La paleo-storia del leone africano è inscritta nelle nostre esperienze umane, insieme ai fori e ai solchi lasciati dai proiettili dei cacciatori, e poi anche alle stoppie dei campi di mais che hanno preso il posto delle savane. Ha scritto Jorge Louis Borges: “Un uomo si propose il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”. Noi ci siamo ormai incamminati in quel labirinto insieme al leone, ma procediamo ad occhi bendati e troppo sicuri del nostro senso dell’orientamento.

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Ringraziamenti: Wilderness Safaris, Enrico Muzio del Museo di Storia Naturale di Milano per il generoso e puntuale aiuto nella ricerca bibliografica e a tutto lo staff della Biblioteca del Museo

 

Lagos, a story of disappearance by Andréas Lang – a conversation

 

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Lagos, a story of disappearance by Andréas Lang is a journey to the ultimate consequences of human enterprise on Earth. At a first glance, the vanishing, colonial past of Lagos is made of the clues slave trade left in city architecture; but afterward it becomes evident that its memory is wrapped into the daily life struggle of people. This happens in more than an aspect the sophisticated view of Andréas Lang discovered with a subtle and unconscious exploration of meanings. Where history meets the present Andréas unveils the very face of brutal exploitation, a sort of extinction – the total loss of historical identity – that is also a psychological exile.

Indeed, Andréas’ sensibility in telling Nigeria’s heritage, and arguably colonial legacy, reminds me of a pass of Beloved the masterpiece by Toni Morrison. In a rough translation it sounds so: places are always there. If a house burns, it disappeares, but the place – the image of the place – persists, and not only in memory but also in the world. What we can remember, Toni Morrison says, is an image swaying in our brain, and in front of our eyes. Colonialism is a footprint, just the same of carbon dioxide in the atmosphere or defaunation in the tropical forests all around Nigeria.  And if you’re brave enough to face the demons of the past, you realize that footprint is a restless vestige which takes future hostage. But Lagos Disappearance explores the footprint and shows how time and oblivion are real forces; time, indeed, is a power that shapes, or disintegrates, our human capability to cope with, to react. No one better than Friedrich Hoelderlin might give the meaning of it: “Doch, uns ist gegeben auf keiner Staette zu ruhn. Es schwinden, es fallen die leidenden Menschen, blindings von einer Stunde zur andern. Wie Wasser von Klippe zu Klippe geworfen, Jahr lang ins Ungewisse hinab”.  Being geworfen is the current status of humanity in Anthropocene’s new colonialist age marked by the anonymity of exploitation. So, this is a conversation about Lagos, and us.

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Andréas – It shows all the layers in Lagos. It looks like a mountain (the city landscape). It has an aestethic beauty for me. The story of the past and the story of the present, the sense of deception along with the ambulatory trait of African cities: the stones, the trash, some bowls and trees; and then, in the corner, you see the colonial building dated back to British times with its charachteristic peach color wall. Trash is always present in Africa. These pieces of civilization all around immediately connected with pollution and destruction. They’re very visible in Africa both in the urban and in the rural landscape. Even in natural enviroments wherever there’s a human settlement you immediately realize that something different is going on; you can detect the effects of civilization through plastic bags. Plastic shopping bags are free and if you buy only a banana, sellers give you one. Usually, people have no consciousness of environmental implications because survival on a daily base is a so imminent driving force. So, plastic is a part of urban and rural landscape.

Elisabetta: In some ways, plastic, too, is a foreign thing, an imported one, a colonial object now widespread. Plastic is a capitalistic object. You always pull the observers to think about the real nature of objects taken for granted. Objects are not always the same. Some of them are only Plunder, others are Altware, said G.W.Sebald who thought that Gottfried Keller described the golden age of a time when human relationships were not yet regulated by money.

Heinrich der Gruene, Sebald reports, was used to spend time in a dark lobby full of any kind of trash: zwecklose, veraltete, wunderliche Dinge. These objects tell the story of Capitalism, Sebald declaires: while capital runs all the time, “diese Dinge gehoeren der Daemmerung, sie sind ausserhalb des wirtschaftlichen Handels und darum sind sie nicht mehr Kommerz-Ware. Sie sind für die Ewigkeit geeignet.”  Maybe, we should ask ourselves which category is appropriate for plastic.

Andréas : Lagos is booming, it’s one of the few booming places in Africa. You can see an emerging bourgeoise, super luxury cars and even fastfoods along with boxes to keep hamburgers. In general people are very nice, very communicative and open. I met excellent people and made new friends, also with artists and photographers. It was also thanks to them that I got a deeper insight of whats going on in Lagos. If you consider the reactions of people to illegal demolitions – I found a video on youtube which I use in the exhibition – the locals present were really upset; they perfectly understood the scale of destruction and its intrinsic violence against the integrity of the community.

 

Elisabetta: There’s open yards all around and all the time…Archeological sites, new foundations, hard to identify what’s really lays above and under. But there’s also abandoned homes and buildings, lost clothes and the pointless plastic bags. Even books. I see not only a language of disappereance but also a permanent Aufloesung that has to do with the contemporary difficult to hold, keep and protect the past. In the sense you discovered in Lagos, it is also a consequence of Colonialism. Yet, the omnipresent garbage looks like the offal of time. I think time is a permanent hypothesis in your photos. The ongoing feeling of emptiness and disintegration, and its undisturbed ran we call progress. Walter Benjiamin identified history in Paul Klee’s Angelus Novus: the angel is a flying demon, with the face turned to the ruins of past; but beyond his shoulders, the wind of progress is so strong that he cannot close his wings. The progress, in Benjamin’s view, is this frightened Angelus who cannot resist the future but, at the same time, contemplates a complete destruction. The balance of history is totally unbalanced.

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Andréas: I dont really know what the original purpose of that building was, but to me there is something very Western in its appearance. I felt, it went along with my research: here, you have the past (maybe, glory and wealthy bourgeoise) but now it’s all gone. And with the handcarts in the front, loaded with petrol canisters, it becomes a very African scenario.

Elisabetta: Personally, I find this photo simply magnificent. There’s so much affliction….The building is sumptuous but it seems lonely. It’s obviously ancient, but I think it contains a sort of purity. At the same time, the entire building talks of the beauty of scars: it recalls that beauty tolerates scars. For me, it is a very impressive example of your “archeological narrative” just because the building is partially eroded by the past. Ancient ruins – Greek or Roman, especially for Europeans – dominate archeological celebration. But here you captured the living soul of modern archeology that is the troublesome coexistence of fragments and living objects.

Andréas: I think that what’s going on in the digital era is the loss of beauty. I have the impression that all these virtual parallels create a detachment from the real world in the sense of the estetics of the real world.

Elisabetta: I agree. And I do believe that is a relevant problem, too, in our awareness of the ecological decline we now face. Consider animal representation in social media and tourism industry (very expensive eco-safari as well): animals are depicted as iconic items, not as species. Their wildness is beauty on sale. Stephanie Rutherford assumes that defined “visual grammars” of wild nature is actually a form of government. Many part of conservation narrative is also so colonialist, so white. And it counts on a totally human point of view – an assessment of nature, not a way to stay in.

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Andréas: On top of the right building, you can see a fresco depicting the Yoruba people, the native people who were sent to Brazil and suffered from colonial slave trade. This fresco is a reminiscent of their culture when they decided to put it on a bulding in colonial style. In Nigeria, usually heritage is split among family members, so many times there are heritage problems, unresolved. Many buldings can survive in a limbo state, and this adds to the illegal demolition under way and corruption as well. The red gate with the big H has a very particular estetic. In Africa there’re so less visible traces of African history, not of the local folklore, but of the history. And now there’re the developers who sweep away what remains of the past.

Elisabetta: Last week eminent ecologists talked about the annihilation of biodiversity: we face a mass extinction era that is a sort of turning-life-into-nothing. What you say about Lagos is that the other side of planned and business-designed destruction is always the loss of past. When destruction becomes a chapter in the plot of history, history itself seems to implode. The present time is a battlefield where economic interests devour the possibility of past as a framework to write in your identity. I do believe that biological extinction shares this aspect of our reality (Dasein, you know) with the empowering power of economics on our life.

 

Andréas: People in Lagos are quite awake and seem very comfortable with trade and finance. I had the opportunity to visit stock exchange in Lagos, to film and take photographs. Its been quite an experience. There are many extremes in this megacity, great misery in contrast with big finance at work. There are two forces – poverty and business – and which one of them will prevail? They seem to work together in shaping the future of the nation, but it is definately shaky ground to look at Africa from a European perspective. Pasolini maybe realized something similar when he filmed his Notes towards an African Orestes and then abandoned his planned project where he wanted to place the greek tragedy Orestes in Africa.

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Andréas: It’s totally new colonialist. In Jean-Pierre Bekolo’s terms – colonialism is a virus and a disease that is still affecting Africa, but, more seriously, the body infected cannot be separated by the invader and vice versa. Polo is quite a symbolical remains of the British Empire and actually the British imported it in 19th century from their colony India and then exported it into the rest of their colonies. This Polo tournament was attended by wealthy Nigerians and western business men living in Lagos. The players were international, from Britain, Lebanon, Nigeria etc. I wanted to show the “backstage” of the tournament, where the social reality comes in, including the white horse. What really is Polo in an African country.

Elisabetta: I was thinking you described a white horse as a symbol of foreign and invasive entertainment. Maybe we might talk about “colonial animals”.

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Andréas: It is a sport stadium built by the government, especially for parades and national celebrations. Again something strange is going on here, they remind of the Napoleonic eagle and also eagles are typically european emblems. African dictators, like Bokassa for example, were using those same symbols of power.

Elisabetta: Another example of animal representation for the sake of a psychological invasion. Nigeria has a lot of species of raptors, but here on the roof top eagles are definitely European. I feel ambiguity in these eagles. In the Western imagination, eagles and hawks announce glory, but they can be also a symbol of the perils it implies or even a prophecy of ruin. I especially love the way Russian poet Aleksandr Blok, singing the plight of his country, questions the imminent future: till when does the kite fly? till when does the mother cry? Species become increasingly rare all around us and I perceive them, in your photos, as testimonies of our mistakes. Like the woody lion in your Eingang zur Chefferie.

ILPONTEDI NON RITORNO

Andréas : Not far from Lagos is the village of Badagry, it used to be a Portuguese port and slave trade center. It is the landing bridge on a small island with the so-called “the point of no return”, across from Badagry. The immanent cruelty of slave trade becomes quite tangible in these places and the people suffered unspeakable conditions on the slaveships. Those who survived the passage to the New World would never return to their homeland. For me, slavery has a likely cruelty and horror as the Holocaust did.

Elisabetta: I think you have been able to show that humanity cannot be really virgin and we constantly come across point of no returns, I mean crossing points; they tell us of the impossibility of a sort of human innocence. In your narrative Bilder, to me, you seem to ask about the meaning of life and for the place we should give to the past. A possibile answer I find, again, in Hoelderlin’s Hyperion perspective. Life is tracking. Tracking something we cannot properly grasp or see, but that is constantly with us.

CIMITERO

In Hoelderlin’s words: “Ich ziehe durch die Vergangenheit, wie ein Aehrenleser über die Stoppelaecker, wenn der Herr des Landes geerntet hat; da liest man jeden Strohhalm auf (…) Wie ein heulender Nordwind, faehrt die Gegenwart über die Blueten unsers Geistes und versengt sie im Entstehen”.

Aknowledgement: Andréas Lang’s project  came about in collaboration with Goethe Institute Lagos.

Credits for all photos: © Andréas Lang, Lagos/Nigeria 2017 – all rights reserved , no part of these images may be reproduced, stored or transmitted in any form or by any means, electronic, mechanical photo copying, or other-wise, without prior permission in writing from the copyright owner.

 

 

Humanity hotspot: Footprint di Valentina Canavesio

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(Foto: Benilde Terribile)

Quando si parla di popolazione umana, inevitabilmente, si mette sul tavolo una parola (popolazione) che svela in che modo, e con quali conseguenze, la disponibilità di energia fossile abbia cambiato la specie umana negli ultimi due secoli. Tecnologia, agricoltura moderna, farmacologia e chimica ci hanno consentito di imporre al Pianeta una demografia invasiva che rimette in discussione la nostra intera dimensione riproduttiva di specie. Un senso di colpa che finisce per diventare imbarazzante cortocircuito cognitivo, un disagio amaro per ciò che, in fondo, noi tutti siamo, questo è Footprint, il documentario della filmmaker Valentina Canavesio presentato di recente anche in Italia (al Festival Cinemambiente di Torino), un lavoro schietto che affronta la questione della demografia umana (siamo 7 miliardi e potremmo crescere di altri 2 entro il secolo) scavando nella identità femminile di oggi, in Messico, Pakistan, Kenya, Filippine. Il documentario racconta la storia della questione demografica, dagli ’60 (quando a Stanford gli studenti entusiasti delle ricerche di Paul Ehrlich fondavano lo ZPG MOVEMENT) fino alle infatuazioni cattoliche delle moderne Filippine dove l’attivista Carlos Celdran rischia il carcere per aver invocato l’urgenza dell’uso del preservativo. Il maggior pregio del documentario sta nel mostrare fuori da ogni retorica che la sovrappopolazione del Pianeta ci è già sfuggita di mano e che questa condizione demografica ha delle serissime implicazioni antropologiche. Implicazioni che riguardano le condizioni materiali, emotive e psicologiche in cui milioni di persone sono costrette a vivere nelle baraccopoli e nelle periferie suburbane del Pianeta.

 

“Ho cominciato guardando in faccia il tabù della popolazione, che esiste anche tra le organizzazioni ambientaliste, che non ne parlano. Quando affronti questo argomento, è come se stessi toccando le persone in qualcosa di molto personale; aggiungici che, spesso, anche il razzismo entra in discussione”, mi dice Valentina da New York. “La sfida di fare un film come questo è che, come regista, ero costretta a parlare di una situazione che è già adesso oltre il suo punto di rottura, che è già adesso molto critica. E naturalmente riguarda anche così da vicino le ingiustizie sociali, l’accesso alle risorse naturali sulla base della ricchezza sociale”. Il documentario mette infatti in lugubre sinfonia le due impronte ecologiche della nostra epoca, la “carbon obesity” tipica delle nazioni occidentali, e la “carbon starvation” dei paesi più poveri depredati dall’ordine economico mondiale: “Mi sono resa conto che anche parlare del consumismo è un grande tabù. Viviamo in una società obesa, dove comprare roba è ormai una abitudine, e dove l’imperativo del successo personale è predominante: avere sempre di più. In Occidente, è un enorme tabù dire alle persone, non dovresti avere una macchina grande, una grande casa e una potente lavastoviglie”. E infatti, nell’episodio girato a Mexico City una madre di famiglia che può comunque permettersi di comprare da una compagnia cittadina acqua potabile preziosamente custodita in grossi bidoni di plastica (i rubinetti della capitale spesso rimangono a secco) dice, con una sorta di timidezza, che sì, è importante poter lavare i piatti dopo il pranzo. Ma intanto in Europa, come fa notare il ricercatore svedese Hans Rosling in un dei passaggi più rivelatori del documentario, non si sogna più quello che si sognava una volta e questo ha, appunto, una carbon footprint: negli anni ’60 bastava una automobile, oggi tutti vogliono volare low cost.

 

Il capitolo più suggestivo del lavoro di Valentina Canavesio è però quello girato nella baraccopoli di Kibera, in Kenya. “È un posto fuori da ogni logica, folle. Eppure, qui ho visto persone così creative. Orgogliose, gente che non mostra semplicemente di essere, è evidente, povera. La madre che prepara i suoi bambini per mandarli a scuola, trovando qualcosa di positivo nella vita di ogni giorno. Ho trovato dignità a Kibera”. Dignità è la parola-guida di un viaggio di racconti semplici, ruvidi, carnali. Una donna sui 35 anni racconta di essere arrivata a Kibera per scelta: il marito era rimasto gravemente ferito in un incidente d’auto e dopo due settimane di ospedale era morto. In quanto donna, la legge le impediva di ereditare i beni del coniuge. Rimasta sola con i 4 figli è giunta qui “to consolate my spirit”, perché il contatto con le altre persone è sempre presente a Kibera, un concentrato di umanità dove si sta anche in 18 in una stanza, un ammasso di baracche che proteggono gli sforzi e la dolcezza di madri che, all’alba, si preoccupano prima di tutto che i figli abbiano i calzini a posto e possano andare a scuola. Perché la scuola può salvare la vita. In Kenya nel 1950 c’erano 6 milioni di persone che oggi sono 46. Le conseguenze di questa densità demografica vanno oltre l’ecologia, e si manifestano, ancora una volta, sulla pelle delle donne giovani. Quando hai 14 anni la sessualità è contagiosa, onnipresente, in un contesto sociale di giovanissimi. La contraccezione poco diffusa, costosa. La voglia di vivere, tantissima. Una ragazza dice a Valentina: “Io non voglio essere ignorante”, riferendosi alla necessità stringente di non avere una gravidanza indesiderata. E’ lei a fornire allo spettatore la prospettiva morale del problema demografico: ci siamo girati dall’altra parte per decenni, facendo finta che la vita fosse sempre comunque vita – come fece il Vaticano con Giovanni Paolo II nel 1994, alla UN Population Conference del Cairo, minacciando di togliere il sostengo economico della Chiesa agli ambulatori e ai presidi medici dell’Africa sub-sahariana se fosse passato l’obbligo di distribuire anticoncezionali – ma la realtà è che una demografia umana inarrestabile non uccide soltanto gli ecosistemi, uccide anche il diritto ad una esistenza decente.

 

Nel documentario della Canavesio è evidente che la pretesa cattolica che sul Pianeta ci sia posto per tutti si è rivelata storicamente falsa. L’estrema concentrazione di esseri umani rende un inferno la vita sulla Terra perché brucia le risorse naturali e perché altera l’assetto psicologico delle persone. Come ogni altra specie, anche noi abbiamo bisogno di un “home range”, uno spazio adeguato a sostenere lo sguardo sull’orizzonte: una baraccopoli riduce questo sguardo sino a fare della coesistenza gomito a gomito una devastante costrizione, una intimità sudata e disperata, da cui bisogna scappare. L’11 luglio scorso è stata una giornata epica per la questione: Londra ospitava la conferenza mondiale dell’alleanza FamilyPlanning2020 ((UK Government, UNFPA – United Nation Population Fund e la Bill & Melinda Gates Foundation), ma usciva anche in anteprima sulla stampa inglese un paper pubblicato sulla PNAS firmato da Paul Erlich, Rodolfo Dirzo e Gerardo Ceballos sul collasso delle faune del Pianeta: “While the biosphere is undergoing mass species extinction, it is also being ravaged by a much more serious and rapid wave of population declines and extinctions. In combination, these assaults are causing a vast reduction of the fauna and flora of the Planet. The resulting biological annihilation obviously will also have serious ecological, economic, and social consequences. Humanity will eventually pay a very high price for the decimation of the only assemblages of life that we know in the universe”, avvertono gli autori. Non esistono dubbi sulle cause di questa catastrofe davanti a cui da decenni si fa spallucce per non offendere nessuno: l’esplosione della demografia umana e l’iper-consumismo dei Paesi più ricchi. Paul Erlich lo ha scritto con franchezza su The Guardian: “Show me a scientist who claims there is no population problem and I’ll show an idiot (…) One should not to bee a scientist to know that human population growth and the accompaning increase in human consumption are the root cause of the sixth mass extinction we’re currently seeing. All you need to know is that every living being is evolved to have a set of habitats requirements”. Mentre succede tutto questo, “214 million women in the developing countries who want family planning still lack access to modern contrapception”, spiega Natalia Kanem Acting Executive Director dello UNFPA.

Uno degli obiettivi del documentario era mostrare che la teologia islamica è molto più aperta di quella cattolica a discutere la pianificazione familiare: in Pakistan (37 milioni di persone nel 1950, 192 nel 2015), un Iman dice davanti alla cinepresa “L’islam è per la qualità, non per la quantità”. Da qui, forse, si può provare a discutere del problema demografico di Homo sapiens.

 

The poetics of fragments in Andréas Lang : Nigerian Spurensuche at Landing Pages 

Some photographers have the power to far outstrip the borders they initially admit. Andréas  Lang is one of them. Who last winter saw in Berlin his Kamerun und Kongo – eine Spurensuche und Phantom Geographie at Museum of German history (an insight into German colonialism in Congo, Cameroon and CAR) probably will be no surprised by the photo he proposes for Landing Pages. A piece of the yet destroyed Illjo Bar, a Brazilian- styled historic building located near Tinubu Square in Lagos Island, Nigeria ; the remained pieces of it still keep “the blue and green painting from the former interior decoration” Lang explains, “the stones almost look like fragments with forest, lakes and rivers …and one of them (this one) had the likely shape with the borders of Nigeria”.


The fact is that this piece of the Nigerian past represents at best the poetics of fragments Lang is used to put in his African portraits. The green fragment unveils the hottest issue of our age – the Anthropocene and its grim side effect, the ecological crisis – that is legacy/inheritance pattern. The question the fragment arises is : what must we conserve of the past and why should we do it ? It’s a worldwide question, a global question. It seems that especially Europe struggles to provide an answer ; it is due to the simple evidence that European countries are rooted in inheritance as a matrix of meaning. But the conflict between past and present –    Andréas Lang reveals – is more acute in post colonial Africa where capitalism is rampant (despite of the emerging market for renewable energies ) and progress is at risk to be only an imported idea.

Somewhere where power beats, someone decided to destroy such an important building (Ilojo Bar recalls a terrible page of the history book, but, just the same, protected part of the identity of the Yoruba people) and from outside it is pointless. But considering the surrounding glass buildings all around, well, the observer can recognize a sort of fracture. This is the rift in the expected continuity between past and present, awareness and modernity, identity and consume. Fragments are not only fragments : they testify for the collapse of the past merging into the anonymous use of resources, human beings and time we call progress. The key to understand this Stimmung is the small, green piece of wall. What is really this fragment ? A specimen ? A fossil ? A testimony ?


These days ( Anthropocene ) the difference between fossils and living objects is totally collapsed. Many reasons are possible, but the main one is the extinct sense of time and space. The Brit philosopher Timothy Morton ( famous for his book Dark Ecology ) talks about hyperobjects to describe the ecological realities we are engaged in (climate change, for instance, and extinction as well). But it is not enough. Fragments are the very periphery of our time: and fragments, well, are fossils, relics, specimens, all the stuff survive the brutal cleanining led by economic power. But  Andréas Lang reached something deeper by saying these fragments look like maps with green forests and blue lake. Fossils (and devastated fragments of the past, too) are a strong metaphor for wilderness, reduced to patches of the ancient greatness. The increasing dismiss of the past affects the increasing abandonment of Nature. We forget the past because we forget Nature.

Yet, the green fragment contains also a deep sense of history, a sort of Sensucht. Michel Foucault assumed that to be historic are not only the objects but also the mindset (Weltanschauung) they drive. Contemporary fragments tell us our own history and the relevancy we are willing to give to landscape and time.

Credits for photos: Lagos – a story of dissapearance” © Andréas Lang, Lagos/Nigeria 2017