ESCLUSIVA – L’impatto umano sulle specie minacciate si estende ormai sull’84% della Terra

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(Niassa, Mozambico: pratica dello slush and burn, abbatti e brucia, per liberare terreni adatti all’agricoltura)
È appena uscita su PLOS BIOLOGY (“Hotspots of human impact on threatened terrestrial vertebrates”la prima analisi globale degli impatti delle attività umane su 5.475 specie minacciate calcolata sulla aree geografiche di distribuzione di queste specie. Lo studio ha cioè verificato in quali regioni del Pianeta gli otto principali fattori di distruzione delle biodiversità si sovrappongono alla presenza di popolazioni animali a rischio di estinzione. Gli autori hanno preso in considerazione 1277 mammiferi, 2.120 uccelli e 2.060 anfibi, identificando gli “hotspot” della Terra, ossia le regioni dove la biodiversità è maggiormente sotto pressione, e anche i “cool spot”, le zone-rifugio, dove invece specie più resilienti hanno maggiori possibilità di sopravvivere nei decenni a venire.  

Comprendere secondo quali schemi spaziali e geografici la pressione umana coincide con le specie maggiormente sensibili al risciò di estinzione è determinante per pianificare gli sforzi di conservazione. E per stilare l’elenco, purtroppo, delle priorità. Mappare le minacce alla biodiversità non è sufficiente: bisogna capire, questo l’intento dello studio, dove l’intensità del disturbo umano coincide con la presenza di una popolazione cruciale per la sopravvivenza a lungo termine di una specie. 

Moreno Di Marco, ricercatore presso il CSIRO Land & Water, EcoSciences Precinct, di Brisbane Australia e alla Sapienza di Roma, co-autore della mappatura, spiega: “Nell’approccio che abbiamo utilizzato le specie minacciate sono osservate in correlazione spaziale con i processi distruttivi che le minacciano e a cui esse sono sensibili. L’associazione spaziale innesca un impatto sulla specie che si trova a fronteggiare insieme una o più minacce. Uno hotspot è una area in cui questi impatti, che agiscono sulla specie, possono essere individuati: un alto numero di specie che coesistono con un alto numero di minacce prodotte dall’uomo. Invece i cool spot sono quelle aree che ospitano sì un alto numero di specie minacciate ma in assenza delle minacce che sono direttamente collegate a loro, e perciò funzionano come rifugi”. 

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I risultati di questo studio sono, ancora una volta, molto cupi: “In media, il 38% del range di distribuzione di una specie è sottoposto agli effetti di uno e più fattori di minaccia. I mammiferi sono il gruppo tassonomico più colpito, il 52% del loro home range è ormai soggetto a minacce di forte impatto. Preoccupante è che un quarto di tutte le specie considerate subisce le conseguenze di una qualche minaccia su più del 90% del proprio areale. Solo un terzo di tutte le specie è al sicuro”. I driver di distruzione presi in considerazione sono quelli ufficiali della “Impronta umana”, la human footprint, riconosciuti dalla IUCN e pubblicati nel 2016 su Nature: edifici e costruzioni, campi coltivati, pascoli, la densità demografica umana, le luci notturne, le ferrovie, le strade a larga percorrenza come le autostrade, il traffico marittimo. Insomma, il complesso delle attività commerciali e industriali che sostengono gli insediamenti umani in continua espansione. 

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(Credits: WCS by Paul Mulondo)

“L’impatto umano sui vertebrati già minacciati è ubiquo e si estende sull’84% della superficie terrestre. Ci sono forti variazioni spaziali, con un picco allarmante nell’Asia del Sud Est, e anche negli hot spot gli effetti differiscono tra gruppi tassonomici distinti. La Malesia è il punteggio più alto sulla media calcolata (125 specie colpite), seguita dal Brunei e da Singapore (rispettivamente 124 e 112)”. Le foreste tropicali umide a latifoglie del sud est del Brasile e Indonesia si collocano al secondo posto fra i biomi maggiormente disturbati. L’Europa e il Centro America emergono come hot spot globali soprattutto per i mammiferi e per gli anfibi. L’impatto sugli uccelli è omogeneo, con picchi di interferenza grave nel sud est Asia e anche del sud est del Sudamerica. Le mangrovie hanno la più alta proporzione di specie compromesse (61-3%), seguite dalle foreste temperate a latifoglie e le foreste miste (60.7%). Di contro, come è intuibile, la tundra e la foresta boreale ha le percentuali più basse (14.6% e 29%, rispettivamente). 

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(Tsavo, Kenya)

Un punto molto interessante dello studio è la coesistenza, all’interno, di una stessa area geografica di specie minacciate e di specie invece che in quella area hanno trovato un rifugio, un cool spot in gergo tecnico. Una condizione che riguarda l’80% del Pianeta. Il rischio di estinzione è infatti una funzione sinergica tra le caratteristiche intrinseche di una specie e il tipo di minaccia presente. In altre parole, non tutte le specie rispondono in maniera identica ad una stessa minaccia a ragione del proprio tipo di adattamento e dei propri tratti ecologici. Ad esempio, in Sudafrica i grandi felini, come i leoni, hanno grosse difficoltà, mentre un felino di medie dimensioni, il serval, rivela uno studio recente condotto in un impianto petrolchimico a 130 chilometri da Johannesburg, prospera nelle aree industriali dismesse: “Questo è un buon esempio. In generale, una strada o una ferrovia possono avere effetti devastanti per i mammiferi che tentano di attraversale, ma non per gli uccelli che le volevano sopra – dice James Allan, tra gli autori della ricerca uscita su PLOS BIOLOGY, della School of Earth and Environmental Sciences, University of Queensland, Australia, un esperto nella mappatura degli habitat wild – Oppure, considera i pascoli, in Africa: i grandi mammiferi come i leoni e gli erbivori come le zebre possono coesistere con le mandrie, ma gli anfibi delle pozze d’acqua no. Gli hot spot e i cool spot si susseguono l’uno con l’altro in conseguenza della ricchezza di specie: dove ci sono molte specie, osserviamo che l’impatto delle minacce studiate è simultaneo su molte di esse e che tante altre invece ne sono al riparo. Questo si osserva bene in Brunei, che ha la media più alta come rifugio di specie: è incredibilmente ricco e quindi le sue foreste risultano meno compromesse delle loro analoghe in Malesia e Indonesia”. Tra questi rifugi ci sono la Liberia, in Africa, per i mammiferi e gli anfibi, e le Ande, in Sud America, dove sopravvive, in popolazioni frammentate, il magnifico gatto andino (Leopardus jacobita): “Abbiamo incluso moltissimi felini nel nostro studio, perché sono quasi tutti ormai minacciati”, spiega Allan. 

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(Western Ghats, India)

Aggiunge Moreno di Marco: “Nella nostra ricerca abbiamo scoperto che queste aree sono sia hot spot che cool spot per diverse specie. Si tratta di aree molto ricche, ma su cui insistono solo alcune minacce specifiche con effetti diretti sulle specie, come ad esempio la caccia eccessiva, e non invece la perdita di habitat.  Qui, molte specie minacciate sono in declino ma ci sono anche altre specie in difficoltà che possono vivere senza la pressione di minacce per loro significative”. 

Le implicazioni di questo censimento sulla conservazione sono piuttosto importanti. Di nuovo, si pone l’accento sul fatto, cruciale eppure sistematicamente ignorato, che “la frammentazione riduce la proiezione di habitat particolarmente adatti alla distribuzione di certe specie, riducendo i loro movimenti e aumentando il loro rischio di estinzione”. Due punti sono determinati sul futuro: primo, gli sforzi di protezione daranno benefici se terranno conto dei rifugi di biodiversità rimasti e, secondo, questi stessi rifugi sono i luoghi critici perché le specie sviluppino gli adattamenti loro richiesti da un Pianeta in rapidissima trasformazione. 

 

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La Demokratische Stimme è la nuova voce della Germania

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(La Demokratische Stimme alla Porta di Brandeburgo lo scorso 9 settembre. FB Page)

Al tramonto dell’era Merkel il fermento politico in Germania ribolle. Ma ai confini delle stanze del potere, fuori dei grandi partiti, è la questione ambientale a funzionare come coagulante per le nuove forze in campo. Acerbe, eppure dotate di quella travolgente spinta a capire il mondo e i problemi del XXI secolo che solo la gioventù può esprimere. Il più originale di questi movimenti – già in comunione di intenti ideali con Extinction Rebellion e Friday for Future – è la Demokratische Stimme – Aufstand der Jugend (Voce Democratica – Sollevazione della Gioventù, una NGO), che il 25 gennaio scorso ha manifestato a Berlino nella sua seconda uscita pubblica. Simon Hoffmann, leader del gruppo, ha letto il Manifesto della Demokratische Stimme, un testo appassionante e accusatorio che parla del presente politico come di un “ospedale dei diritti umani”: i basilari diritti delle nuove generazioni sono chiusi in un manicomio di decisioni politiche, orientate a perpetuare gli schemi criminali che hanno distrutto biosfera e atmosfera. I giovani, si legge nel Manifesto, sono tagliati fuori dalla democrazia, perché non hanno né diritto a partecipare al discorso pubblico sul futuro (Mitsprache) né a contribuire alla definizione di questo futuro (Mitgestaltungsrecht): “Il sistema ci tratta coi piedi (…) paghiamo per una festa a cui però non siamo stati invitati”. Il Manifesto considera inoltre la sesta estinzione di massa – in corso – come un tema politico di primissimo piano. E allora, dicono i giovani, “è nostro dovere come cittadini della Terra” reagire.

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(Dalla manifestazione del 9 settembre 2018, FB Page)

Il 9 settembre 2018 il Movimento era alla porta di Brandeburgo con una manifestazione- performance di rottura (per modi, stile e intenti) altamente provocatoria: i giovani portavano sulle spalle in vere e proprie lettighe ricchi signori in pelliccia e abiti tipo Gucci, intenti a contare migliaia di banconote. I miliardari, alla fine sconvolti dalla loro stessa voracità senza limiti, distruggono il denaro e chiedono ai giovani di ballare tutti insieme. L’obiettivo del movimento è una assemblea pubblica, aperta ai giovanissimi, del tipo di quella, con potere consultivo, chiesta da Extinction Rebellion UK. In altre parole, un cambiamento storico nell’attuale assetto delle democrazie parlamentari europee: uno Jugendrat (Consiglio della Gioventù). Ne ho parlato proprio con Simon Hoffmann.

Da quanto avete fatto vedere negli ultimi mesi a Berlino, è finita una stagione di indifferenza alla politica.

“Democrazia e rivoluzione sono connessi l’uno con l’altra. Solo un anno fa abbiamo assistito alla rivolta delle donne, con il movimento MeToo, adesso qui in Europa c’è una altra rivoluzione: i ragazzi e gli adolescenti entrano in politica. Giovani e politica non sono più in contraddizione. E questo perché la posta in gioco è semplicemente la possibilità di averlo, un futuro. È ingiusto che i settantenni e gli ottantenni decidano come sarà un tempo che di fatto non vivranno. È davvero un passaggio di grande impatto, che finalmente si chieda che i ragazzi votino, che abbiano accesso al potere decisionale”. 

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(Campagna contro il caro affitti di Berlino – Museo FHXB, Kreuzberg)

Nel vostro Manifesto c’è un tema politico completamente nuovo, e cioè l’eredità. Vi chiedete come si possa sentirsi giovani in una società che si incarica di distruggerlo, invece, il futuro.

“Sì, l’eredità – cosa abbiamo ricevuto e cosa lasceremo a chi verrà dopo di noi – è un nuovo tema politico e lo è perché siamo tutti connessi. Pensa a Friday For Future, ma anche ai fermenti in corso dall’altra parte del mondo, in Sudafrica per esempio, contro l’establishment. C’è il sentimento che tutti facciamo parte di un unico contesto. I giovani stanno diventano saggi. Ed è importante capire che nessuno è solo. Il movimento è su scala mondiale. Per questo noi della Demokratische Stimme abbiamo chiamato le nostre campagne, e il nostro motto, You Move : la gioventù che si solleva è una e una sola. Nella testa abbiamo il sogno di un futuro decente. 

Parlando di programmi, come traduci in azione questa visione?

Vogliamo dare un impulso ad una riscrittura della democrazia. Per questo abbiamo elaborato un programma in 5 punti, una Visione del Mondo, tanti quanti sono le dita di una mano. Una concezione olistica di quello che abbiamo davanti, del Pianeta e delle persone, della natura e del clima”. 

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(Campagna contro il cari affitti a Berlino)

Parlami di questi cinque punti. E perché soltanto i giovani, a tuo parere, ci possono costruire sopra un futuro.

“Il primo punto è fondamentale e riguarda l’educazione, che deve essere libera da influenze esterne. Oggi nelle scuole vige una sorta di dittatura, disegnata ad hoc per trasformare gli studenti in consumatori. Non si pongono domande e la propria autenticità finisce perduta. Io paragono la gioventù al bozzolo di una farfalla: le ali, per come siamo messi oggi, non potranno mai volare. Ed è qui che si inceppa ogni idea di un futuro. Perché devi considerare questo, che ogni nuovo trend sociale e politico comincia dai giovani, e che ognuno di noi ha un suo specifico potenziale. Se queste energie fresche, inedite, vengono spente sul nascere, lo status quo è garantito, ma se si mettono insieme, c’è un climax di cambiamento”. 

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(Karl Marx Allee, Berlino: campagna contro il caro affitti)

Intendi che qui occorre un cambio di rotta, che la cultura stessa va rimessa in discussione sotto la categoria di futuro?

“Sì, infatti il secondo punto è il sostegno totale alla cultura dei giovani. La gioventù è il motore del cambiamento. Qui in Germania siamo ricchi perché attorno ci sono tantissimi poveri. Pensa solo all’Africa, al neocolonialismo. È come ai tempi di Hitler: abusiamo di altri Paesi a nostro totale beneficio. Certo, accogliamo moltissimi rifugiati, ma la maggior parte finisce a svolgere lavori pagati pochissimo. Solo a Berlino ci sono 10mila senza tetto. La nostra politica economica è ricalcata su quella americana, e di fatto ci accontentiamo di vedere il mondo così come lo vedono gli USA. Bisogna cambiare prospettiva: una concezione del mondo davvero globale, e quindi una lotta globale per sopravvivere. Come individui, come esseri umani, abbiamo tre livelli di responsabilità: noi stessi, le persone che ci stanno a cuore e ci sono vicine, e chiunque possa entrare in contatto con noi, e cioè l’intero Pianeta Terra compresa la natura. Dobbiamo farci la nostra strada a prescindere dai diktat che vengono dagli adulti, e questo significa preferire l’autenticità di ogni essere umano al Capitalismo. Ai miei coetanei che vivono di shopping e di iPhone io dico, sono capace di sentimenti, per quale motivo devo eliminarli facendomi di droghe e di telefonini?”.

La rivoluzione è stata, per tutto il Novecento, una dimensione politica a sé stante. Oggi, secondo te, la democrazia e la rivoluzione possono fondersi l’una dentro l’altra?

“Sì, il terzo punto per noi ha a che fare con la democrazia e con la rivoluzione. Noi lo chiamiamo Cre-revolution: la rivoluzione deve essere creativa, perché deve partire dall’interno delle persone e superare l’impostazione patriarcale in cui viviamo oggi. Il quarto punto, poi, riguarda le risorse e la proprietà. Chi di noi ha il diritto di decidere quante risorse naturali gli spettano? E d’altronde, perché qualcuno deve poter accaparrare le risorse del Pianeta solo in nome della propria disponibilità finanziaria? Ogni persona ha diritto, invece, a condividere le risorse naturali con tutti gli altri viventi: noi proponiamo un quantitativo di risorse basico, fondamentale. E il presupposto è che nessuno può dirsi proprietario di ciò che proviene dal Pianeta. Piuttosto, le risorse le prendiamo a prestito. Lo sfruttamento attuale, pensa all’Africa, è invece disegnato sullo sfruttamento. Pertiene ai diritti umani fondamentali sapere quanto è mio diritto consumare. La Cre-revolution sarà la nostra prossima campagna”. 

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(Warschauer Strasse, Berlino: “L’odio non porta a nulla, Dio non ti aiuta, non fa alcuna differenza di chi sei innamorato, è sempre uguale )

Tutto questo presuppone un cambiamento radicale del sistema economico mondiale.

“Attualmente, viviamo costretti dai vincoli di un sistema economico monetario, e cioè fondato sulla moneta. Bisogna elaborare nuove forme di credito, e questo è il quinto punto, per avere una alternativa allo strapotere della moneta. Il denaro di per se stesso è un cancro e va smantellato per ricostruire un ordine differente. 

Tu hai 22 anni: quale è la tua storia personale, come sei arrivato a queste conclusioni, da cittadino tedesco e del mondo?

“Sono cresciuto a contatto con la natura, vicino ai boschi, senza telefonino. È ho avuto la fortuna di frequentare una scuola che valorizzava i talenti creativi dei bambini e la loro fantasia. Ho studiato cinematografia e storytelling e il mio più imminente progetto è girare un documentario su Aufstand Der Jugend. Quando ho scoperto cosa succedeva per via dei cambiamenti climatici, sono rimasto allibito. Non è facile essere tedesco: per molti la Germania è un modello di regole e di efficienza, ma viviamo in una condizione di propaganda modellata sul modello americano. Potevo allinearmi, seguire il corso delle cose, e provare a diventare ricco anche io. Ma non era ciò che volevo. Davanti alla miseria del continente africano, del Sud America e alla povertà di posti come l’Indonesia, mi sento un tedesco bianco che ha delle responsabilità precise per quello che succede. Sono partito da qui”. 

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(Simon Hoffman al centro, insieme ad alcuni manifestanti. FB Page)

 

Che cosa è Umanismo?

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La Ostbahnhof si rannicchia sotto il ponte della sopraelevata che taglia di netto l’ultimo tratto della Pariser Kommune Strasse, risucchiata nell’amalgama grigio di un cielo spoglio, in un inverno incerto e insicuro. Palazzi a quindici piani, di un giallo e di un azzurro scoloriti, svettano verso l’alto, con una aria stupefatta. Dall’altra parte della Pariser, un Konditorei improvvisato sembra emanare anche dall’esterno l’odore di polvere dei fiori finti e dei dolci troppo zuccherati. Uno squallore enigmatico penetra questo angolo di Berlino, ovunque volgo lo sguardo, lo stesso sconforto indecifrabile delle migliori sceneggiature de Il Commissario Schumann, la serie tv che ha dato popolarità a Christian Berkel. In questi giorni Berkel è al quattordicesimo posto della “classifica best seller dello Spiegel” con il suo biopic Der Apfelbaum. Un altro tuffo nella memoria imbarazzante di una nazione che, nonostante tutto e tutti, oggi ha rimasticato se stessa fino a darsi un futuro. Vanno fortissimo in Germania, questo genere di libri. E ottengono l’effetto opposto delle intenzioni degli editori. Rafforzano infatti quel sentimento di destino che si respira in ogni angolo di Berlino, capitale della Germania unita, una cognizione perennemente malinconica di umanità ferita e umanità colpevole. Il destino nostro, di noi Europei e di noi umani, adesso, nel 2019, al cospetto di un nuovo soggetto politico: il collasso del Pianeta.
L’autista del bus numero 242 direzione Friedrichshain mi conferma con un cenno che il biglietto è valido. Ha la faccia consunta di una metropoli usurata da una economia onnipotente. Quest’uomo percorre un tragitto identico miliardi di volte all’anno, non ha vie di fuga, facendo così della ripetizione, suo malgrado, in una alleanza mortifera con i pneumatici del suo bus, una micidiale forza di erosione del mondo. Come gli assassini del Commissario Schumann, maciullati dai propri conflitti interiori. Ci assomigliano quei soggetti da fiction, penso, mentre l’autobus procede sulla Wedekind Strasse, immergendosi fra i palazzi in stile sovietico della DDR, che oggi invece sono solo venature più scure di quel blocco di marmo che è la Berlino europea. Qui, esattamente un secolo fa, si costruivano barricate per difendere la Repubblica di Weimar. La gente voleva essere libera e cioè umana. Che ne è stato di quella libertà, se Angela Merkel definisce le proteste dei giovani contro l’inerzia di politiche climatiche autentiche una interferenza dei Russi via Facebook? Was ist Humanismus? Che cosa è, ormai, l’umanismo, mi chiedo in un febbraio senza neve a Berlino, Europa. 

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Sulla Max Gabriel Strasse, che costeggia la Boxhagener Platz, incontro qualche giovane ubriaco, che impugna la bottiglia di birra come fosse la mano di una fidanzata. Gente triste in uno dei Paesi più ricchi d’Europa. Negli anni ’90 lo storico Francis Fukuyama scrisse che la storia era finita. Aveva torto, la storia è piuttosto in decomposizione. Scivoliamo in un putridume di sentimenti e di intenzioni (dove andare? E per cosa?), che si manifesta nella sequenza di ristoranti vegani, vietnamiti, thailandesi, shabby chic della Simon Dach Strasse. L’esotismo di una noia incontenibile che si sa già invincibile ogni benedetto fine settimana. È così che funziona, ormai, il Capitalismo avanzato. Nulla basta mai davvero, e non sarebbe così se potessimo ancora contare su di una semplice minestra calda al termine di una giornata di lavoro, come la mela cotta nella stufa che Walter Benjamin, da bambino, aspettava con trepidazione prima di recarsi a scuola. La vita di noi uomini si è espansa fino a scoppiare. Sì, lo squallore della nostra tristezza può esistere anche in Boxhagener Platz. Un pastone emotivo di indifferenza – il fastidio con cui la padrona di casa mi consegna le chiavi dell’appartamento sulla Niederbarminstrasse – e di opulenta indigenza. Un demone, insomma. L’unico demone del nostro XXI secolo, che rende qualunque altro terrore una bazzecola da film di Hollywood. 

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In mezzo alle macerie della Germania, sotto tutto il peso della sua personale compromissione politica, Martin Heidegger scrisse, nella Lettera sull’Umanismo, che “Umanismus è questo: è meditare e curarsi che l’uomo sia umano e non inumano, cioè al di fuori della sua essenza”. Ma ogni sfumatura possibile si gioca proprio sul fronte dell’essenza, perché se noi uomini siamo ciò che siamo, può anche darsi che la nostra disumanità ci contraddistingua molto al di là delle nostre aspettative umanistiche. Il 14 ottobre del 1915 le donne berlinesi, esasperate dalla carestia, saccheggiarono i negozi della Boxhagener Platz. Fu il proprietario di una latteria ad accendere la miccia della rivolta, dicendo alle sue clienti: “Presto mangerete succo di aringa e merda come fossero leccornie e il burro vi costerà 6 marchi all’oncia”. Di lì ad un anno le rape avevano sostituito i cereali, le patate e la carne. Nella conflagrazione della Grande Guerra, e nella folgorante caparbietà degli uomini che, per instaurare la Repubblica, fecero la rivoluzione a Berlino nel Novembre 1918, si osservò all’opera quella dichiarazione fulminante di Hoelderlin, che l’uomo abita questa Terra pieno di doti, eppure secondo poesia. Dentro la poesia. Perché la rivoluzione stessa nasce dalla poesia. Se poesia è ascolto della voce del mondo, allora anche la politica che cambia le cose risponde alla sua originaria voce poetica. C’è un richiamo, fatto di realtà, che dovrebbe motivare le nostre scelte, ma, in fondo, quando esco sulla Frankfurther Strasse per scendere in metropolitana, e mi trovo davanti i due palazzi gemelli di Stalin,  e rammento che qui e poco più avanti, nel marzo del 1919, a Weberwiese, sulla Lange Strasse all’incrocio con la Karl Marx Allee, c’erano le barricate innalzate dai comunisti che sostenevano lo sciopero generale; quando rifletto su questa gente che voleva la rivoluzione, che venne presa a fucilate dai Freikorps con autorizzazione governativa, gente che rispondeva ad una voce interiore fatta di giustizia, pane e dignità, ecco, l’umanismo mi sembra una virtù corruttibile, che pur nutrendosi del richiamo della realtà non di sola realtà può vivere. “Ma se l’humanitas è così essenziale al pensiero dell’essere – si chiedeva Heidegger –  non è allora necessario completare l’ontologia con l’etica?”.

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Del resto, la Frankfurther, “la prima strada socialista della Germania”, è enorme, vuota, dominata da austeri edifici sovietici, squadrati, governativi, che incombono sul passante con uno sguardo senza appello. Queste sensazioni sul potere, il potere che annichilisce, non finiscono con il tramonto delle dittature; sono invece consustanziali a qualunque ordine delle cose si pretenda definitivo, scritto una volta per sempre. Il fatto che sia ormai evidente una catastrofica alterazione del sistema climatico terrestre rafforza nei più lo spegnersi degli istinti rivoluzionari. Ciò che già vediamo compiuto non merita neppure la spesa della reazione. È puro fastidio. Una nuova forma di negazionismo, lo definisce Extinction Rebellion Deutschland.

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Anna Seghers, che fu testimone della vittoria del Nazismo, fece dire a Geschke, il socialdemocratico protagonista del suo romanzo Die Toten bleiben jung ( I morti rimangono giovani, edito in Italia da Mimesi): “Ed era questa la radice del suo dolore: non credeva più a nulla. Ci vuole molta forza per fare qualcosa in cui si crede. Sia la pazienza per far progredire a poco a poco gli uomini, magari con pentimenti ed errori, ma costantemente, o sia il sovvertimento improvviso, in cui si impegna tutto, l’esperienza e la vita. Ci vuole tanta forza per fare qualcosa in cui si crede. Ma anzitutto ci vuole una forza terribile per credere davvero a qualcosa”. Questi palazzi ex DDR spiano dentro le nostre coscienze, perché sanno che il nostro sistema sociale ed economico è gemello del loro. Le super-democrazie, dotate di efficienti reti metropolitane, hanno deciso di ignorare i cambiamenti climatici perché questo è, cosa credete, il migliore dei mondi possibili. Come si diceva nella DDR. L’estinzione ha dunque, ora è chiaro, una sua completezza, una sua perfezione interna. La nostra impresa è compiuta. Contempliamola pure. Ma allora, il potere democratico, quando fa a pezzi la biosfera con voto parlamentare, è ancora una forma sofisticata di umanismo?

Sotto una pioggia torrenziale, attraverso i sentieri fangosi del Monbijou park: la cupola barocca del Bode Museum davanti a me è la bussola scintillante di un esperimento umanistico senza precedenti a Berlino. Sono le 11 di mattina, e i Berlinesi si alzano tardi la domenica: il Bode è silenzioso, come raccolto in meditazione. Dal 27 ottobre 2017 il museo ospita l’Africa Occidentale e Centrale: 80 capolavori che appartengono al Museo Etnologico – attualmente chiuso e in attesa della sua nuova sede, lo spettacolare Humbold Forum, nel ricostruito palazzo imperiale –  stanno accanto ai loro corrispettivi italiani e centro-europei del tardo Medioevo e del Rinascimento. L’allestimento porta il titolo di Unvergleichbar ( “Non confrontabile”): “un dialogo diretto attorno ai grandi temi dell’umanità: il potere e la morte, la bellezza e l’identità, la giustizia e il ricordo”. Uomini africani ed europei, gli dei cristiani e  gli antenati ancora vivi sul fiume Congo, si guardano in faccia. E sfidano il visitatore. La Germania ha ormai avviato un percorso di rivalutazione storiografica del proprio passato coloniale. Lo scorso 12 dicembre un folto gruppo di accademici tedeschi ha firmato un appello, pubblicato da Die Zeit, sulla restituzione delle opere d’arte africane di fatto rubate in epoca imperiale. Una presa di posizione che fa seguito alle conclusioni della Commissione Speciale voluta da Emmanuel Macron in Francia, e del rapporto finale firmato da Felwine Sarr e Bénédicte Savoy. “Anche noi reputiamo la restituzione – hanno scritto i ricercatori tedeschi – , così come una disponibilità generale a restituire, una premessa indispensabile per superare il problema del riconoscimento negato e dell’assenza di reciprocità (…) la restituzione e perciò la memoria storica hanno sempre a che fare anche con le questioni della colpa e della giustizia, della morale e della ingiustizia, in modo a tal punto importante che, benché lo si possa dimenticare, gli oggetti raccontano ancora oggi storie dotate di una risonanza profonda, in divenire (…)”. Il legame con il nostro presente è strutturale: “Dovremmo, in generale, cogliere l’occasione che questa discussione ci offre: la possibilità, mettendoci a confronto con questi oggetti, di strappare all’oblio coloniale una storia comune lunga secoli, in molti casi anche brutale e segnata dalla violenza, e di assumerci invece la responsabilità di come questa storia finisce con l’essersi impigliata con il nostro presente e con il nostro futuro”. Nello splendore dorato delle sue sale, in una atmosfera di terso raccoglimento, il Bode apre prospettive per nulla di meno che una “Neugestaltung der Gegenwart”, una riformulazione del presente. 

Che questo avvenga qui, sull’Isola dei Musei, non è affatto causale, perché questa porzione di Berlino è patrimonio dell’umanità e a qualche decina di metri in linea d’aria c’è il Pergamo Museo, forse la più spettacolare rappresentazione plastica di ciò che proprio Heidegger chiamò metafisica. Il punto zero in cui si intravede qualcosa della civiltà occidentale che conteneva il seme cattivo della sua stessa fine, quel seme eclettico e spietato che in Africa Occidentale e Centrale si mise al lavoro conducendoci al nostro XXI secolo. La metafisica ci appartiene. Oggi, genti africane del Sahel sono in movimento verso l’Europa, spinte dagli effetti sinergici dei cambiamenti climatici e della defaunazione. Mi viene in mente Minna, la protagonista tedesca del romanzo di Romain Gary Le radici del cielo. In quanto tedesca, violentata dai Russi all’ingresso dell’Armata Rossa nella capitale del Reich nell’aprile del ’45, Minna sposa la causa di Morel, un idealista che è disposto a tutto per proteggere la wilderness africana e i suoi elefanti, con questa motivazione: “es war aber doch ganz natuerlich dass ein Mensch aus Berlin bei him war, nicht?” (era del tutto naturale che con lui ci fosse qualcuno di Berlino, no?). Già.

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Ed è così che nell’inconfondibile odore di legno e stucco della nostra esausta Europa, io e la dea Ihervbu ( XVI-XVII secolo, Regno del Benin-Nigeria) ci guardiamo negli occhi. Parliamo una lingua di solitudine. Perché lei se ne sta in un salone bianco, che pretende di essere senza peccato, e invece sussurra delle operazioni di pulizia che sono implicite nell’apparato ideologico che lo ha voluto al mondo, santuario di forza e di genio artistico, che ha spodestato la dea. È sicura di sé Ihervbu, certo, ma ormai sola in questo museo del lontano nord, come la Regina Madre Iyoba che è costretta a condividere la sua bellezza con un altro coro in legno, su cui i teschi della morte banchettano attorno al moralismo cristiano.

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Eccola qui la compiutezza dell’estinzione: la solitudine dei reperti, il loro isolamento. È la perfezione di una parte di umanità, l’Occidente, che raggiungendo il suo apice ha condannato a morte tutti gli altri. Uomini e animali. Aristotele avrebbe considerato buona parte della storia del mondo una bestemmia, se solo avesse saputo che quando la potenza diventa atto, be’, cambia nome ed è solo estinzione. Su questo vuoto che avanza Africa ed Europa sono ormai terribilmente vicine. In piena età coloniale, a metà Ottocento, sul fiume Chiloango, oggi Repubblica Democratica del Congo, un artista sconosciuto scolpì nel legno un Mangaaka, un demone possente capace di catalizzare su di sé ogni male e ingiustizia, trafitto di chiodi, un demone incaricato di pagare il fio al posto della sua tribù, tenendo lontani i bianchi.

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Questi europei scaltri, che mancavano di già di un cordone ombelicale che invece le nazioni africane tenevano al riparo dalla consunzione del tempo, e cioè l’intimità con gli antenati. In Cameroon, nella regione di Bangwa, il re Fosia era conservato nel tesoro reale: presente, concreto, custodiva il ricordo dei primi legislatori.

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(Ritratto commemorativo del re Fosia, Cameroon, Bangwa, XIX secolo) 

La maggior parte della collezione sta al piano meno uno del Bode, che un visitatore con saggia ironia definisce “Keller”, e cioè cantina. Una enorme mappa geografica dell’Africa riporta i nomi delle civiltà estinte e sterminate e sembra una apparizione magica, un memorandum sconcertante, quel genere di notizie che ti fanno esclamare con gioia e con rabbia, non ne sapevo nulla ! 

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Giunta qui, sulle rive del Congo e del Niger, ammetto che il capitolo cristiano, le opere intrise di fede cattolica e protestante, mi interessano sempre meno. Stucchevoli, esorbitanti e presuntuose. Invece, due teste imperiali, una tardo romana dalla Turchia e l’altra nigeriana, personificano l’opposizione ferrea, nella società civile, tra chi ritiene di avere diritto al mondo e chi invece, oggi, nel 2019, con crescente angoscia si chiede, dove è ancora Mondo. Dove è ancora Umanismo. 

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(Scultura memoriale di un re, Bangu, Cameroon, XIX secolo)

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Più tardi, sedendo nel caffè del Bode, sotto la cupola, riordino le idee. So di aver camminato io stessa, senza averne avuto coscienza, in mezzo agli spiriti. Qui al Bode, qui in Africa Occidentale, è come avere gli dei, gli antenati e i demoni alle porte. Come se fossero arrivati, un esercito di idee e di persone post platoniche, post Mito della Caverna. È tutto vero, invece. Non avremmo mai pensato che sarebbero arrivati, che avrebbero potuto arrivare. E questo perché quasi tutti abbiamo vissuto fino a 70 anni senza mai chiederci quale prezzo spirituale abbiamo pagato per avere ciò che abbiamo. A forza di parlare del Nazismo nessuno si ricorda più di quanto è stato cruciale il periodo 1870-1900 per plasmare ciò che, oggi, chiamiamo: NOI.

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(Figura commemorativa con due gemelli. Bangwa, Cameroon, XIX secolo. I gemelli erano considerati figure pericolose, poteri né buoni né cattivi. Il dignitario qui rappresentato è estremamente forte perché riesce ad avere ragione di de gemelli, che siedono al suo cospetto. Per questo è un uomo della Legge) 

È come se avessimo vissuto l’Ottocento e il Novecento al buio. Qualcuno, nelle foreste tropicali, combatteva per noi, ma a casa, in patria, nessuno conosceva il nome del nemico. Ora, un esercito sconosciuto è alle porte. E non sappiamo che cosa dire. Ma non può che essere così, perché lo schema di espansione vecchio di cinque secoli in cui siamo stati allevati e cresciuti è imperniato su un continuo rinnovamento. Ciò che non serve più è superfluo, e viene abbandonato. Non si poteva che abbandonarli, gli antenati. Achinua Achebe, in Nigeria, lo aveva capito prima dei nostri movimenti ambientalisti.

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(Figura commemorativa Byeri, Cameroon, Fang-Ntumu o Ngumba del XIX o XX secolo)

Gli antenati possono persistere solo in una civiltà tradizionale, che sopravvive perché vive in continuità con le generazioni precedenti. Ma se spingo, invece, in avanti, se voglio pro-gredire, cioè camminare oltre il sentiero già battuto, gli antenati diventano inutili. Devo rompere totalmente con il passato, e scegliere di estinguere senza posa, anno dopo anno, ciò che sta dietro di me. Per queste ragioni l’umanismo europeo è stato una forma di estinzione programmata.

È dunque vera la frase di Heidegger secondo cui “l’essenza dell’agire è il portare a compimento”. Il significato estremo, eppure storico, dell’umanismo è stato condurre a compimento la spinta in avanti. Far coincidere l’uomo che cammina in avanti con il Pianeta. Fino al punto che del Pianeta nulla rimane se non Homo sapiens. Questo è il destino che si respira a Berlino, questo colore tipico berlinese di cupezza e nostalgia, il silenzioso marrone di Georg Trakl, un destino che scivola furtivo e seducente lungo i vagoni della S5, verso il Wedding, e poi sul Westhafen, e poi la sera, al tramonto, sulla strada di casa, sul ponte della Warschauer. Lo incontro ancora in un caffè sulla Hobrechstrasse, al Kreuzberg. Una grande stufa a legna riscalda un interno arredato con mobili degli anni Cinquanta e Sessanta. È il tipico locale della città, fuori non gli daresti un euro, ma una volta all’interno la durezza prussiana si fa sentimento dell’infinito travaglio umano, questa sensazione pesante, onerosa, eppure anche dolce, e quindi tedesca, dei mali dell’uomo e delle sue piccole gioie. Se è dal poco che emergono, come risorse straordinarie, le nostre migliori virtù, come possiamo proteggerle in questa epoca di eccessi e di onnipotenza?

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Voglio provare a cercare una risposta al FHXB, il Friedrichshain – Kreuzberg Museum. Una mostra interattiva – Freiden, Freiheit, Brot ! – racconta i giorni di caos della Repubblica di Weimar attraverso le storie del quartiere. Nei volti in bianco e nero dei protagonisti è ancora visibile l’impronta della voglia di libertà. Nel 1919 i tedeschi abbandonavano la monarchia, osando pensare un futuro tedesco che però rifiutasse i principi dell’elmo prussiano. Per farlo, nonostante i pesanti tomi di filosofia socialista e marxista su cui avevano consumato giovinezza e vita, i rivoluzionari dovettero affrontare un rischio totale. Il rischio di finire nella pattumiera della Storia. Questo genere di pericolo è umanista. È il carattere del Faust di Goethe quando al momento del patto col Diavolo Faust afferma “sono pronto a non tremare di fronte allo schianto del naufragio”. Perché il fondo di ogni azione politica è esistenziale: senza una domanda brutale sul significato della vita il pensiero politico perde sostanza, e scopo.

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E questo tipo di politica, la democrazia, è stata una conquista della modernità umanista. Arrivo al Charlottenburg, per visitare la reggia degli Hohenzollern, con un certo anticipo sull’orario di apertura e prendo un caffè in una piccola pasticceria turca. Su un giornale della domenica precedente mi imbatto in un articolo su Aby Warbug, che passò per il Museo Etnologico di Berlino nel 1896 con lo scopo di approfondire i suoi studi antropologici sui Navajo del New Mexico. 

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Già allora, leggo, il Koenigliche Museum si era dato il compito di raccogliere i tesori dell’umanità, prima che l’industrializzazione e la colonizzazione li distruggessero per sempre. Il direttore, Philipp Wilhelm Adolf Bastian, riteneva che indispensabili fossero non tanto opere di supremo valore estetico, quanto piuttosto i manufatti della vita quotidiana, che restituivano gli aspetti psicologici dei popoli. Bastian si muoveva in aperta rottura con lo storico Carl Einstein, che più tardi avrebbe paragonato le sculture africane con quelle del Rinascimento. L’apparizione di Warburg in questa mattina di foschia suona quasi come un segno profetico. Warburg era convinto che la separazione tra discipline e saperi non avesse ragion d’essere; al contrario, lo studio dell’ingegno umano conduceva il ricercatore su piste invisibili, ma solidissime, di risonanze e allitterazioni geografiche, temporali e filosofiche. L’uomo lo si capisce uscendo dal dogmatismo, sosteneva Warburg, e accettando invece la sfida di percorsi enigmatici. Credo che Warburg, insieme poi a Ernst Cassirer, abbia intuito ciò che oggi consideriamo una conquista dell’ecologismo, e cioè che le civiltà sono sin dall’inizio in una sorta di intimità con il Pianeta. E se il Pianeta è uno, una è anche la specie che lo ha abitato e interpretato nella cultura. Nella prima sala del Castello un video ripercorre le fasi di costruzione del Charlottenburg: il suono delle sirene della contra-aerea annuncia che siamo nel 1945 e l’agonia di Berlino è iniziata. 

 

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Ho ancora nelle orecchie questo fischio risoluto quando salgo al primo piano, nella stanza ovale, proprio sotto la cupola, al cui centro è esposto l’elmo prussiano con la punta d’acciaio, simbolo degli Hohenzollern da sempre. Ne avevo fotografato una intera collezione nella Cittadella, a Spandau, ma questo pezzo unico è davvero terrificante. Sprigiona per intero la cultura della guerra nei termini riservati alla questione da Nietzsche. Nietzsche ha compiuto una lettura del “destino dell’essere” di portata identica a Marx, forse addirittura superiore, perché la dimensione tragica del destino vi è già segnata; non ci illusioni o utopie, c’è invece una coscienza lucidissima del potere sul mondo come espressione di diritto ad esistere (Angriff) e, quindi, anche come auto-annientamento (Selbst-Vernichtung). Qui, nella reggia dei deposti Hohenzollern, davanti al sorriso sarcastico di Guglielmo II, mi appare evidente che se non si capisce questo, non si può elaborare una nuova etica ecologica. 

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Là in fondo, dirimpetto il viale d’ingresso, il principe ereditario Albrecht von Preussen, guarda verso il castello, la sua casa, per l’eternità. Quest’uomo, di quella austera bellezza teutonica in uniforme che per noi europei sarà sempre la virilità par excellence dei romanzi ottocenteschi, è di una umanità straziante. Ed è sul suo volto che si comprende Nietzsche. La totale impotenza della potenza. Inadatta a perpetuare se stessa nel momento stesso in cui sa di esistere. Nietzsche questo lo sapeva. Umanismo è l’impotenza della potenza. Fintanto che, in quanto Europei, ci siamo sentiti onnipotenti, non ci potevamo accorgere di come la nostra spietatezza fosse anche la nostra tomba. E questa tomba, prima ancora che il disastro ecologico fosse palese, era la morte senza nome dei bambini figli di operai e contadini che, a inizio ‘900, perdevano la vita in soffitte umide e scure divorate dal carbone. Il bambino, della serie di Kaethe Kollwitz “Weaver Aufstand” (1893-1897), già in pace, messo al caldo dai suoi genitori sotto tutte le trapunte che possedevano, e il padre, a sinistra, in un cantuccio, con la testa di un secondo figlio nascosta nel suo abbraccio, e la madre essiccata dalle lacrime. 

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Per discutere dell’alba di un simile destino umano ho appuntamento con Martin Maischberger, il direttore delle Collezioni Antiche dello Stato del Brandeburgo, nel suo ufficio sulla Am Lustgarten. La Gigantomachia sull’Altare di Pergamo, il gioiello dell’Isola dei Musei, ho l’impressione, racchiude molte possibili risposte alle domande sulla attualità dell’idea di umanismo, che ha formato l’Europa in un arco temporale di due millenni. La tempesta della battaglia tra Giganti e Dei, rappresentata nel fregio che corre lungo l’altare maggiore, portò ordine nel caos, incoronando la guerra come strumento di organizzazione della realtà. Fu tra le spire di quei serpenti, sulle criniere di quei leoni che imparammo a governare la notte e il giorno, trasformando il Pianeta, e gli ecosistemi, nel nostro Cosmo. È un giorno di confusione anche a Berlino, a causa di un imprevisto sciopero della metropolitana. Non posso che arrivare in ritardo, ma il dottor Maischberger mi accoglie nel suo studio con una cortesia di altri tempi. Entriamo immediatamente nella questione, perché il Pergamo Museo è chiuso, anche lui in attesa della fine (prevista ormai per il 2030) di lunghissimi lavori di riallestimento: un unico “rettangolo” di edifici che unirà dal punto di vista tanto architettonico quanto storico Pergamo, l’Egitto, il vicino Oriente e l’arte Islamica. “Il Masterplan sull’Isola dei Musei risale al 1999, quando l’Isola venne dichiarata dall’Unesco patrimonio mondiale dell’Umanità”, spiega Maischberger. “Ancora nel 1999 il Neues Museum, che farà parte del nuovo assetto, era in rovina, c’erano tetti provvisori e due idee di ricostruzione opposte. È prevalsa l’idea di Chipperfield di tenere solo ciò che era ancora in piedi”. La storia delle collezioni del Brandeburgo comincia nel 1648, ma è devastata dagli eventi della Seconda Guerra Mondiale, che hanno finito con l’imporre sui muri e sulle opere d’arte una riflessione complessiva sul significato del passato nella cultura Europea. Nel 1943 l’Altes Museum venne distrutto e solo nel 1958 molte sculture greche e romane trovarono una nuova casa al Charlottenburg. Il Pergamo Museo, che era stato inaugurato nel 1930, fu riaperto tra il 1954 e il 1955. Nel 1995 molte antichità sottrarre come bottino di guerra dall’Armata Rossa fecero ritorno a Berlino riunificata dal settore est della DDR. Chiedo al dottor Maischberger se non sia sotto i nostri occhi una sorta di “archeologia metafisica del passato”, che va ben oltre il godimento estetico di opere d’arte magnifiche, che stanno a fondamento del concetto che abbiamo di noi stessi come Europei: “Sì, è una definizione che può andar bene. La gestione della distanza culturale e geografica non è semplice, non è scontata, si pone sempre, di nuovo. Non c’è una sola risposta all’interrogativo sul passato: bisogna non stancarsi di rifletterci, non pretendere che la questione sia chiusa”. Il destino dell’altare di Pergamo è scritto nella storia del colonialismo imperiale tedesco a partire dal 1870; a quell’epoca il Reich era in ottimi rapporti con gli Ottomani e le campagne di scavo procedevano con un mutuo accordo di scambio dei reperti: “L’Altare fu dato alla Germania con una decisione ufficiale e su fondamenti giuridici solidi. Berlino non viveva più la stagione del classicismo, molto in voga nel periodo 1830-1840. Era piuttosto il momento del colonialismo. Si tentava di recuperare, in competizione con Parigi e Londra per le grandi collezioni museali”. Spostare un edificio monumentale come l’Altare di Pergamo significò “far nascere qualcosa di nuovo”. Se l’aura, come la intendeva Benjiamin, ossia la irriproducibilità dell’atto artistico vincolato, nella sua perfezione di significato, alla tradizione che lo aveva immaginato e realizzato, fissandolo in un momento preciso del divenire e proprio per questo accentuandone all’estremo il carattere filogenetico, non poteva più sussistere, nel 1930, con la ricostruzione dell’Altare, qui a Berlino accadde un passaggio epocale nella coscienza europea: “Nacque la architettura esterna in interni”, come la definisce Maischberger. Il capolavoro ellenistico perdeva per sempre la sua ragione di esistere in un contesto geografico, reale, non era più cioè soggetto degli Annali del mondo antico, ma diventava testimonianza assoluta, attraverso la meraviglia della Gigantomachia, del carattere originario del destino occidentale. Oggetto di contemplazione, frammento, appunto, metafisico, di un passato lontanissimo che tuttavia è per il nostro presente di distruzione ecologica un testamento fatale. 

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Intanto, però, mentre la Gigantomachia giace chiusa al pubblico nel suo silenzio millenario, s’è deciso, mi spiega Maischberger, per un museo provvisorio aperto nel novembre dell’anno scorso, che ospiti il piccolo fregio di Telefo e le statue che stavano sul tetto dei lati lunghi dell’altare: il Panorama, un cono alto 30 metri, che riproduce alla perfezione i “panorami” di inizio Novecento: un “nastro” dipinto da Yadegar Asisi che riproduce la acropoli di Pergamo nel 129 d.C., restituendo in una vertiginosa verosimiglianza i colori, i rumori e la vitalità della rocca ellenistica. È verso il Panorama che ci incamminiamo, commentando anche l’operazione straordinaria sull’Africa del Bode Museum: “Lo Humboldt Forum aprirà il confronto con il continente sconosciuto. C’è questo paradosso, stiamo ricostruendo un castello barocco, per poi inserirci un nuovo museo, che sarà quindi molto di più di ciò che fu il museo etnografico. Un luogo di dialogo ispirato alle due nature, così differenti, proprio dei due fratelli von Humboldt: Wilhelm, di formazione classica,  e Alexander, l’esploratore cosmopolita appassionato di culture extra-europee”. Questa è l’Europa. La capacità umanistica di cercare gli opposti, di perseguire convivenze scandalose, di far fuori l’oscuro tacciandolo di ridicola barbarie, e poi, anche, di inglobarlo fino a risucchiarne la natura. 

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Attraversiamo a piedi l’Isola, camminando lungo il porticato dorico della Alte Nationalgalerie e poi la James Simon Galerie, che formerà uno dei lati del rettangolo sulle civiltà del Mediterraneo e del Vicino Oriente, insieme a Pergamo. Nel nostro scambio di mail di dicembre, avevo accennato a Maischberger alcune riflessioni sull’urgenza di rileggere opere come l’Altare alla luce di quanto sta accadendo al Pianeta, fuori dunque da una logica strettamente archeologica. Il legame con il passato è sempre più sfilacciato: abbandoniamo il sentimento di appartenenza alle figure sociali e culturali che per secoli ci hanno fatto da antenati. Un processo che prosegue dal Rinascimento, con l’avanzare del progresso tecnologico. L’estinzione dell’attaccamento filogenetico motiva in profondità l’indifferenza per le sorti della biosfera. Nella Lettera, Heidegger scrisse: “Nominare una cosa è chiamarla per nome. Ancora più originariamente è chiamarla nella parola (…) nel nominare, chiediamo a ciò che è presente di venire (…) ciò che chiama ci affida il pensiero come nostra determinazione essenziale”. L’origine del pensiero è il Mondo. È per questo che pensare la nostra storia su questo Pianeta equivale a restituire il dono di ciò che abbiamo ereditato. Ma una simile prospettiva è lontana anni luce da ciò che, nella cruda realtà dei fatti, siamo disposti a fare, per noi e per il Pianeta Terra. 

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“Qualche giorno fa, durante una visita guidata, mi hanno chiesto, ma come fate a spiegare a qualcuno che non sia uno specialista, chi è Afrodite? – continua Maischberger – Certo, queste storie non sono più presenti fra noi. Però abbiamo ancora queste rappresentazioni straordinarie dell’essere umano, come Pergamo, dotate di una grande forza estetica e anche metafisica. Il passato esiste ancora, ma come dimensione spirituale. La Gigantomachia è un archetipo: vecchie autorità e nuove autorità entrano in conflitto. E poi la questione del governo del mondo. Il potere stesso è cosmogonia, il potere crea il mondo, propio come gli elementi naturali, l’acqua, l’aria, la terra e l’acqua”. E gli animali, che ruolo hanno nel caos che diventa ordine? “Il cane molosso seguace di Artemide sta dalla nostra parte, accanto agli dei contro i Giganti. Non c’è ancora una frattura così netta tra le faune e gli umani”. 

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Mentre saliamo la scala che conduce lo spettatore in quota, all’interno del Panorama, il mondo antico, ricostruito nel suo apogeo, si sfalda. Irrimediabilmente lontano, anche per chi, come me, gli ha dedicato dieci anni di studi. Ma è proprio in questo abisso che il destino dell’Occidente, ossia i 5 secoli di espansione economica capitalistica che abbiamo alle spalle, trova un suo lucore. Umanismo è consapevolezza di una via tracciata consapevolmente e inconsapevolmente. È progetto ecologico scritto nei geni, danza infinita tra il caso e il pensiero: “Se e come esso ci appaia, se e come Dio e gli dèi, la storia e la natura entrino nella radura dell’essere, si presentino e si assentino, non è l’uomo a deciderlo”, scrive Heidegger. 

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Qualche giorno dopo, passeggio sotto un sole insolitamente caldo: passo oltre la Comenius Platz e arrivo sulla Marklewskistrasse. I portoni dei condomini sovietici sono avvolti in una ombra vellutata, in contrasto totale e nero con la luce sfolgorante che ha già fatto sbocciare i bucaneve sulla terra nuda di un giardino. Se l’umanismo, agli albori della nostra Abendland, la terra della sera, e cioè l’Occidente, era dar corso all’essenza dell’uomo, allora per davvero non può esserci, a questo punto della faccenda, una etica senza una ontologia. Siamo umani quando siamo ciò che siamo, senza nasconderci dietro la nevrosi, la religione o l’utopia. Ora il problema dell’umanismo è superare il carattere tragico inscritto in Homo sapiens, riuscire ad elaborare una indole post-evolutiva, che ci insegni a sopravvivere dentro il Pianeta e non al di là delle savane in cui imparammo il nostro nome. 

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Sulla Wedekind incontro una famiglia tipicamente berlinese. Le due bambine, una di 8 e l’altra di 10 anni, con le trecce biondissime e le giacche a vento fucsia, ascoltano con attenzione il padre, un uomo magro e atletico sui 50 anni, con i capelli lunghi e un giaccone in pelle da punk. La madre, anche lei vestita sportiva e coloratissima, conduce una bicicletta: ha un viso maturo, sereno, struccato. Un uomo e una donna che hanno l’aria di non aver fantasticato fantasie narcisistiche pretendendo l’impossibile da se stessi e dagli altri.

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Che sia così la vita, anche dopo la DDR, anche dopo che tutto è cambiato di nuovo per la Germania, la passeggiata del sabato mattina con le proprie figlie e la propria moglie. Le strade segnate dal nostro cuore sono umanismo. Behausung si dice in tedesco, stare a casa in un luogo. La stessa parola che, al termine della Lettera, sceglie Heidegger per descrivere che cosa significa scoprire la propria umanità: dimorare nell’esistere del Pianeta Terra. 

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Il Botswana intende reintrodurre l’abbattimento selettivo degli elefanti

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Nei giorni scorsi il governo del Botswana ha ricevuto da una commissione interna un documento di raccomandazione che auspica la reintroduzione dell’abbattimento selettivo dei branchi di elefanti. È un passaggio inaspettato per un Paese che negli ultimi 25 anni è stato leader indiscusso nella protezione indiscriminata degli ultimi habitat selvaggi della regione, compreso il Delta dell’Okavango. Se la legge dovesse passare, la conservazione dei grandi mammiferi africani riceverebbe un colpo durissimo, forse irreversibile. Pubblico il comunicato stampa ufficiale di Derek Joubert per Great Plains: Joubert, Explorer in Residence insieme alla moglie Beverly per la National Geographic Society, è un eroe che ha dedicato la sua esistenza alla protezione dei leoni e dei leopardi del Botswana. Great Plains è una organizzazione non governativa attraverso la quale i Joubert hanno promosso un turismo altamente sostenibile i cui proventi finiscono in modo equo alle popolazioni locali. È possibile sottoscrivere una petizione per fare pressione sul governo del Botswana cliccando qui. 

“Il nostro meraviglioso Botswana è tenuto sotto assedio da gruppi lobbistici. Ieri un documento di orientamento è stato sottoposto al Governo per introdurre una serie di raccomandazioni nell’uso delle faune selvatiche, insieme ad alcuni suggerimenti: aprire di nuovo alla pur ampiamente criticata caccia sia agli elefanti che alla wildlife in generale;  l’abbattimento selettivo di un consistente numero di elefanti (culling); l’implementazione di industrie adeguate a trattare le carcasse degli elefanti uccisi per trasformare la carne in cibo per animali domestici; aumento del numero delle recinzioni (fences) e di conseguenza interruzione dei corridoi già effettivi che consentono il libero spostamento delle faune. 

In un primo momento ho pensato che fosse l’annuncio, un po’ crudele, di un pesce di Aprile, ma in realtà nessuno oggi ha voglia di ridere. Ho dato un nome a questo ‘documento bianco’ : se la legge passerà io credo che debba essere battezzata Botswana’s Blood Law. 

Per quanto riguarda noi, stiamo cercando di capire che cosa questo significhi per Great Plains, per gli sforzi che mettiamo nella conservazione, ed anche per i nostri partner, ospiti e amici. È difficile da ammettere, ma non riesco a credere che nessun governo al mondo, a parte il Botswana, che sia conosciuto nel mondo per la sua moderazione e per le sue politiche ben informate, potrebbe adottare una politica del genere. Ho già visto abbastanza elefanti abbattuti da delinquenti. Non ho bisogno di vederne ancora, a migliaia, uccisi dal nostro stesso governo. So quali danni fanno le recinzioni, ne servono di meno, non di più. Ho passato la vita a sostenere l’esigenza di definire corridoi connessi l’uno all’altro, perché la scienza è molto chiara a proposito: sono stati già Darwin e Wallace, con la biogeografia, a dimostrare che più piccola è l’isola, più è rapido il tasso di estinzione. La legge di sangue che il Botswana si appresta ad approvare renderà reale ognuno di questi effetti negativi. Faremo sentire la nostra voce contro tutto questo, con tutta la forza che abbiamo. Lo farò personalmente, come CEO di questa compagnia, per la nostra Fondazione, come grande investitore in Botswana e insieme a Great Plains, che agirà nello stesso modo. 

La comunità globale, e anche la nostra comunità qui, in Botswana, è qualcosa di meglio di tutto questo; la nostra etica a Great Plains è interamente fondata sulla cura. Cura per le comunità, con cui dividiamo i profitti e le entrate, per i nostri ospiti e collaboratori, cura per l’ambiente e tutto ciò che contiene. Nulla, invece, in questo documento, riguarda la cura. Va in una direzione completamente opposta ed è per questo che, con questo comunicato stampa, noi dichiariamo la nostra ferma opposizione alla proposta. La nostra promessa è che faremo qualunque cosa sia in nostro potere, nei termini della legalità, perché questa legge di sangue non passi”. 

Clima, pane ed elezioni europee: Berlino, febbraio 2019

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In questo inverno europeo con un febbraio dalle temperature già primaverili, ed imminenti elezioni per il parlamento comunitario di Bruxelles, un nuovo, devastante soggetto politico è ormai sulla scena. Molto più disturbante del populismo, che, anzi, ne è un sintomo: il collasso della biosfera. Non più tardi del 21 febbraio, la FAO ha pubblicato un rapporto – Biodiversity for food and agricolture – sulla connessione tra il crollo dei sistemi trofici terrestri, dovuti all’estinzione delle popolazioni di specie chiave come gli impollinatori, e la nostra possibilità di produrre cibo: negli ultimi 20 anni il 20% della superficie coltivabile della Terra ha perso fertilità; sono in declino il 63% delle piante, l’11% degli uccelli e il 5% dei pesci e dei funghi. In termini semplicissimi, il fatto che i pipistrelli siano in estinzione ha conseguenze dirette sul fatto che gli scaffali del supermercato siano pieni di scatole e confezioni di alimenti commestibili. 

La crisi alimentare è un incubo che a partire dal secondo dopo guerra l’Occidente ha dato per sconfitto. Troppa fame s’era vista in Europa nei decenni precedenti. John Maynard-Keynes, l’economista del circolo di Bloomsbury che nel 1918 partecipò, insieme alla Delegazione Britannica, alle prime fasi dei negoziati di Versailles per definire il Trattato di pace con la Germania, discusse del peso che la disponibilità di derrate alimentari ebbe nello sforzo bellico tedesco e nelle sue, improbabili, possibilità di successo. Maynard -Keynes discusse anche del fatto che riparazioni di guerra inique avrebbero innescato un problema generale di privazione alimentare che, infine, sarebbe diventato miccia incendiaria per i nazionalisti. Per i populisti, diremmo oggi. Quando una nazione dipende dall’importazione di cibo oltre la propria capacità produttiva, la carestia è una probabilità concreta. Così fu per la Germania del Kaiser, in cui già nell’ottobre del 1915 le donne del quartiere berlinese di Friedrichshain organizzarono accese rivolte per il pane. Ma Keynes, nella sua analisi delle “conseguenze economiche della pace” di Versailles, aveva preso in considerazione anche l’eccesso di popolazione come fattore di crisi interna, dalle implicazioni sicure ancorché non lineari sulla stabilità interna di un sistema economico e politico: lo spettro di Malthus. Da sempre, anche se ce lo siamo dimenticati, la fame è un soggetto politico. E poiché i cambiamenti climatici e l’estinzione delle forme di vita del Pianeta riguardano, ahimè, da vicinissimo la capacità stessa di ricavare cereali dalla terra, ci troviamo, come Europei, di nuovo al centro di una tempesta  di proporzioni apocalittiche che riguarda il pane. 

Nell’anniversario della fondazione della Repubblica di Weimar (1919-2019), la Germania e Berlino, sede del dominio finanziario tedesco sulla EU, sono al centro della tempesta. Il Bundestag ha deciso l’uscita dal carbone (la Kohleaufstieg) per il 2038, data incompatibile con gli obiettivi climatici pur sottoscritti nel 2015 a Parigi; la foresta di Hambach, agorà di scontri violenti con gli ambientalisti, è “congelata” fino al 2020. Il Paese, intanto, non sta a guardare ed è percorso da fortissimi fermenti politici giovanili, che pretendono un cambio di rotta serio: Extinction Rebellion e la Demokratische Stimme sono i più radicali. A Berlino, la drammatica carenza di alloggi e il caro affitti motiva un discorso pubblico al vetriolo per il diritto alla casa: ovunque in città annunci, proclami e slogan stanno appiccicati su muri e piloni della luce a denunciare la condizione di miseria di migliaia di cittadini tedeschi. 

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(Berlino, giugno del 1945: donne fanno la fila per le patate)

Queste voci chiedono di svegliarsi dal sonno del giusto, alla società civile in primis. E di cominciare a prendere in serissima considerazione ciò che anche parte degli economisti ormai ammette. Il 9 febbraio un articolo uscito su FORBES.COM ( Unless it changes, Capitalism will starve humanity by 2050) poneva lo stesso interrogativo degli attivisti tedeschi: “Come possiamo aspettarci di nutrire così tante persone ( ndr: i 10 miliardi di individui che ci si aspetta abiteranno il Pianeta entro il 2050) mentre, al tempo stesso, esauriamo le risorse naturali rimaste?”. Una domanda cui Maynard – Keynes avrebbe dato il suo assenso. FORBES cita il libro di due professori di economia, Christopher Wright e Daniel Nyberg (Climate Change, Capitalism and Corporations ) uscito l’autunno scorso, che è molto chiaro al proposito: “Il nostro libro mostra come le grandi Corporation siano in grado di continuare a investire in comportamenti sempre più distruttivi per l’ambiente oscurando il nesso tra una crescita economica senza fine e il peggioramento della distruzione ambientale”. La lotta per canoni di affitto equi e proporzionati ai salari è una eco contemporanea delle grida per il pane nel freddissimo inverno del 1915, al Kreuzberg. La crisi europea è già una crisi di civiltà. E di umanità. 

La BBC ha inserito nel suo palinsesto web una nuova serie di contributi sul futuro dell’umanità, chiedendosi se noi non si sia per caso di già sulla strada per un collasso di civiltà. L’impegno del broadcaster britannico, che pubblicherà anche micro saggi del Centre for the Study of Existential Risk della Università di Cambridge, segue una linea editoriale inedita: “la serie fa un passo indietro rispetto al ciclo chiuso delle notizie del giorno e allarga invece l’angolo visuale oltre l’immediato presente. La società moderna soffre di un consunzione temporale, come ha detto la sociologa Elise Boulding. Vivendo alla prese con un presente che ti mozza il respiro per l’impegno mentale che richiede, non rimangono energie per immaginare il futuro, sostiene la Boulding. Deep Civilization esplorerà cosa veramente ha avuto peso lungo l’intero arco della storia umana e che cosa questo significa per noi e per i nostri discendenti”. Lo stesso giornalismo ambientale, insomma, ha bisogno, urgente, di un lavoro di scavo filologico per mettere in risonanza i diversi aspetti, interrelati, della crisi del XXI secolo. 

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In discussione c’è in sostanza il nostro stesso modello di civiltà. Lo ha spiegato con grande chiarezza su MEDIUM.COM ((Extinction Rebellion isn’t about climate) Stuart Basden, tra i fondatori di Extinction Rebellion: “Quando un autobus sta viaggiando con una certa velocità verso una persona, la sua traiettoria è chiara: finirà addosso a quella persona. Superato un certo punto, diventa inevitabile. Ed è precisamente la situazione in cui ci troviamo noi adesso, considerando l’accelerazione dei cambiamenti climatici. Abbiamo l’autobus addosso. Le nostre vite stanno per cambiare. E non sappiamo ancora se riusciremo a sopravvivere (…) Sono qui per dire che XR non riguarda il clima. La distruzione del clima è soltanto un sintomo di un sistema tossico che ha ormai infettato i modi in cui ci costruiamo relazioni tra noi essere umani e il resto delle forme di vita. Una condizione che è stata esacerbata da quando la cosiddetta civiltà europea si è diffusa in tutto il globo attraverso la violenza e la crudeltà di 600 anni di colonialismo (…) Dobbiamo curare le cause di questa infezione, non soltanto alleviare i sintomi. Focalizzarsi sulla distruzione del clima (il sintomo) senza presentare attenzione alle ideologie tossiche (le cause) che ne sono il presupposto è una forma di negazionismo”. 

La domanda che sta a fondamento di queste riflessioni è, se possibile, ancora più inquietante: in che modo e in che senso possiamo ancora definirci umani dopo esserci scoperti capaci di distruggere il Pianeta? In Europa, patria dell’umanismo, cioè della visione moderna dell’individuo capace di darsi obiettivi di giustizia, equità e dispiegamento delle sue migliori qualità inventive ed artistiche, l’umanismo è ancora vivo? Oppure no, e il vuoto che sperimentiamo nelle politiche ambientali è invece la nullificazione di ciò che fino ad oggi abbiamo considerato umano? Nei giorni scorsi ero a Berlino per scoprire che cosa ne è stato della nostra idea di umanismo. E per cercare le tracce della nostra umanità oggi sotto accusa. 

ESCLUSIVA – Israel Del Santo su Conquistadores Adventum, “Se Ojeda fosse stato inglese, avremmo già visto 200 film su di lui”

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Le discussioni sulla identità storica europea sono oggi roventi. Non c’entra solo la politica, in questo conflitto tra l’idea di nazione, il futuro di decisioni urgenti che per forza di cose dovremo prendere in modo condiviso su problemi globali, come i cambiamenti climatici, e la generale percezione che molto di ciò che abbiamo ereditato si stia atrofizzando. La civiltà occidentale si trova ormai a dover pagare il conto di uno schema di espansione antico di cinque secoli. Come scrisse Maynard Keynes nel suo saggio sulle conseguenze economiche della pace di Versailles, nel 1919, un intero modello economico giunge ormai al termine, esauritosi per effetto combinato delle sue dinamiche interne e della crisi ecologica. Israel Del Santo, con Conquistadores Adventum, è riuscito a raccontare i caratteri fondamentali, archetipici, degli europei di inizio Cinquecento che sono, realmente, i fondatori non solo dell’Europa moderna,  e del suo schema di espansione, ma anche della intrinseca attitudine europea a dare forma al mondo intero. Ecco la seconda parte della nostra conversazione. 

Genocidi ed appropriazione di territori ancora vergini. Conquistadores rende ogni passaggio a tinte grigie, e non bianche o nere. Qui non c’è nessuna traccia di propaganda, in un senso o nell’altro. Concordi?
Sono molto chiaro su questo punto: Conquistadores è ben lungi dall’essere propaganda, e non sai come apprezzo che in Italia tu la veda così. Molti in Spagna, nostalgici per un impero idealizzato (come tutti gli imperi), considerano Conquistadores una serie anti-patriottica che osa parlare male di quei gloriosi conquistatori spagnoli che hanno conquistato il mondo.

Tutto ciò che questi uomini ‘hanno fatto di sbagliato’, lo considerano parte della ‘leggenda nera anti-spagnola’ e tutto ciò che invece  ‘hanno fatto bene’, viene celebrato come parte della ‘leggenda rosa spagnola’. Ma né la leggenda nera era così scura, né la leggenda rosa era così rosa. È a metà che sta Conquistadores.

Conquistadores non è anti-spagnolo, infatti non è contro nulla. Anzi, noi non pensiamo nemmeno che fosse la Spagna la protagonista di quel periodo storico. La Spagna, come la conosciamo ora, non esisteva neppure. Appena esisteva il regno di Castiglia. Su quelle navi viaggiavano uomini dalle molte origini: Magellano era portoghese, Colombo genovese, Pigafetta fiorentino. Le barche si nutrivano, per così dire, di marinai portoghesi e persino di norvegesi ! I giudizi sul male e sul bene non mi interessano. Spettano allo spettatore. 

Come in tutte le storie in cui è l’essere umano il protagonista, c’erano i buoni, i cattivi, i meschini, i nobili di cuore, i codardi, i brutti e i belli. Credere che tutti i conquistatori fossero gentiluomini di bell’aspetto che pensavano solo a costruire università nel Nuovo Mondo è, a dire il meno, un modo di pensare infantile. La realtà è che questi uomini non erano una ONG. E molti diranno: la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo non esisteva ancora, certo che no, non esisteva ancora; ma c’era il ‘Non uccidere’ e il ‘Non rubare’, e quegli uomini, se leggevano qualcosa, leggevano la Bibbia. 

E a proposito della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, basta un’occhiata alla volontà testamentaria della regina Isabella di Castilla per rendersi conto che in questa conquista c’era anche preoccupazione per gli uomini e le donne che vivevano in quelle terre appena scoperte: ‘Ordino che siano trattati come esseri liberi, come fratelli’. Questo è il testamento lasciato dalla regina.

Credere che tutti i conquistatori si attenessero a questo ordine, fa parte, ancora una volta, di un pensiero infantile, capriccioso e partigiano.

Durante lo sviluppo della sceneggiatura e nella raccolta della documentazione, abbiamo sempre mantenuto una premessa: la Spagna di Franco è la stessa di quella di Federico Garcia Lorca, così come la Spagna della conquista è quella di Pizarro, di Pedrarias,  di Fray Bartolomé de las Casas e della regina Isabella. 

Magellano è un titano. Il suo carattere è oscuro, forte e ambiguo. Ma comunque titanico. Magellano ha mostrato come noi Europei abbiamo imparato ad essere grandi. Osò navigare nell’Oceano Pacifico. Gli esseri umani devono per forza non avere scrupoli per essere capaci di simili imprese?
Un uomo molto imprudente. Se qualcuno avesse avvertito la spedizione di Magellano del freddo che avrebbero sofferto per mesi sulla costa della Patagonia, pur di raggiungere le terre delle spezie tanto agognate,  se lui avesse compreso in anticipo che quel mare completamente nuovo così a sud sembrava tranquillo, ma non lo era affatto, e non si poteva quindi attraversarlo in due settimane, ci volevano mesi … Se gli avessero detto che per sopravvivere sarebbero stati costretti a mangiare segatura e cuoio bollito … Se Magellano avesse intuito che solo 11 di quei marinai sarebbero riusciti a tornare a casa, ormai senza denti…non sarebbe mai partito.

È stata la capacità di questi uomini di affrontare l’ignoto a renderli esseri giganteschi. Magellano ed Elcano non hanno battuto il guinness dei primati: infatti, non furono semplicemente i primi a circumnavigare la terra, a fare il giro del mondo. Furono molto di più. La loro impresa, senza che neppure lo sospettassero, era la prova definitiva che il nostro Pianeta era davvero una sfera. Ma dimostrarono anche che tutti i mari sono interconnessi, e che quindi possono essere navigati. Hanno aperto la porta e gli occhi ad una umanità desiderosa di sapere quanto lontano potesse spingersi. Hanno verificato che tutte le mappe erano sbagliate, perché la maggior parte del nostro Pianeta è blu, essendo i suoi mari giganteschi. E soprattutto, che, proprio per queste ragioni, tutti gli abitanti del globo potevano comunicare attraverso gli oceani. L’idea stessa di globalizzazione è stata creata in quei gusci di noce delle navi di Magellano. 

E tutto questo grazie ad una squadra che, benché portasse bandiera spagnola, sembrava piuttosto una commissione delle Nazioni Unite: il capitano portoghese, il cronista italiano, l’equipaggio spagnolo, norvegese, francese e persino uno schiavo della Malesia che si rivelò essere il primo essere umano ad andare in giro per il mondo. Penso che dipenda da lui se questo viaggio mantiene ancora oggi un record. E non sorprende che, non essendo un europeo, non fosse il suo nome a finire scritto nei libri di Storia con lettere dorate. La Storia è sempre stata molto classista. 

Magellano, interpretato brillantemente da Denis Gómez, era un uomo oscuro, un capitano che non impartisce mai ordini direttamente ai suoi marinai. Una personalità di ferro capace di sostenere ogni tipo di disgrazia a vantaggio dell’impresa e del bene dei suoi uomini. Elcano deve essere stato un velista straordinario e del resto senza Pigafetta, il cronista della spedizione, nessuno avrebbe saputo assolutamente nulla, perché senza i suoi scritti non avremmo ricordato nessuno di questi uomini. 

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L’ignoto non è solo la geografia del nuovo mondo, nel tuo film, ma anche la verità più intima dell’animo umano. Noi stessi sembriamo emergere da un oceano di spinte emotive sconosciute e da passioni che hanno finito con il dar forma al mondo intero. Era tua intenzione far uscire questi aspetti?
Pigafetta scrisse nel suo diario di bordo: ‘Nessuno negli anni a venire si avventurerà a navigare in questi mari’. Vale a dire, non avevano la visione globale di quelli che sarebbero venuti dopo le loro scoperte. Non potevano averlo. Miguel Diaz de Espada, co-sceneggiatore di Conquistadores insieme a me, ci ripeteva in continuazione queste domande: Che cosa ha portato questi uomini a intraprendere spedizioni di questo tipo? Quali sentimenti si portarono dietro dall’altra parte del globo?

È meraviglioso scoprire che ognuno di loro aveva motivazioni molto diverse. Pigaffetta era quasi il primo turista nella storia, visto che si era imbarcato con Magellano per fame di avventure e per imparare cose nuove. Elcano era sommerso dai debiti in Spagna, Magellano ha voluto dimostrare che era in grado di trovare la rotta per la Cina, Pizarro sognava di conquistare un impero, Cabeza de Vaca voleva tornare indietro vivo, Cortés era già considerato uno di quei cavalieri dei libri che ebbero così tanto successo in Europa. C’è solo una cosa su cui tutti sono d’accordo: verso l’Occidente, verso l’ignoto, c’è qualcosa di meglio, più grande e più dorato del luogo da cui provengono. Pochissimi morirono conoscendo l’importanza della loro impresa. Probabilmente nessuno.

In Balboa vediamo fino a che punto il coraggio possa essere ambiguo. Era un criminale, ma anche un uomo libero, un esploratore, un blend di libido e guerra. La parte tenebrosa del carattere luminoso di un esploratore. Parlami di lui e della prima storia d’amore del Nuovo Mondo.
Balboa è un meraviglioso esempio di come è stata la conquista e degli uomini che l’hanno edificata, e sicuramente è morto senza immaginare che anche oggi avremmo parlato di lui. Quando lascia casa sua, non ha in mano niente, neppure un cognome, perché Balboa è un cognome che si dà e si prende, era il nome di un castello vicino alla città dell’Estremadura dove era cresciuto. Un altro soldato, uno dei tanti fan del vino che si gioca a dadi quel poco che sta vincendo. Uno dei tanti che arrivano in Spagna ingannati con le storie del Nuovo Mondo. Tutti sognano che nel mezzo di quelle giungle ci sia un tesoro con il proprio nome scritto in lettere d’oro. Ma Balboa non è disposto a tornare a mani vuote. Non c’è nulla che incoraggia un avventuriero più della triste prospettiva di tornare a casa sullo stesso percorso e con gli stessi vestiti con cui ha era partito; quindi, senza nulla da perdere, Balboa è in grado di iniziare come clandestino e finire come capitano. 

Sfortunatamente, non è abbastanza, e non c’è un buon spagnolo che gli possa perdonare tale impudenza: si nasce capitano, non lo si diventa. Anche se Balboa dimostra che non è affatto così. Balboa dimostra come in questa conquista, quando la corona sta progettando qualcosa, niente funziona, ma se invece 40 spagnoli con poco da perdere e una grande dose di coraggio, sicuramente ‘con cojones, si mettono insieme, be’ sono capaci di qualunque cosa . La scoperta del Pacifico non è un’importante pietra miliare storica per la Spagna, è qualcosa che riguarda tutta l’umanità. In quei primi 30 anni dopo la scoperta, l’essere umano scopre, grazie a un gruppo di miserabili come Balboa, com’è fatto il mondo su cui abita. 

Che il mondo è rotondo, che è molto più grande di quanto avresti immaginato, che è abitato da più popoli e razze che non avresti nemmeno osato nominare. Balboa scopre il più grande oceano del nostro pianeta! 60.000 anni di evoluzione dell’essere umano e tutto questo viene scoperto in soli 30 anni. Questa è, per me, la grandezza di queste azioni. Non è un disco volante, né solo un eroe spagnolo, è ‘un grande passo per l’umanità’. Una volta ho chiesto al mio carissimo amico lo scrittore William Ospina, che ammiro molto, se possiamo confrontare la scoperta dell’America con il momento in cui forse cammineremo su Marte per la prima volta. Mi ha risposto: sì, se scoprissimo che Marte è abitato. 

Anauyansi, la donna di Balboa, che bellezza di attrice, vero? C’erano molte Anauyansi nella vita di Balboa, temo che non fosse la prima né l’ultima. Ma in Conquistadores abbiamo voluto insistere in modo molto chiaro su un punto che distingue gli spagnoli dal resto dei colonizzatori europei. I britannici, i belgi, i francesi, gli italiani, tutti protagonisti di grandi conquiste, uomini di potere, ma nessuno è stato si è unito con le persone che abitavano quei nuovi mondi. Certo, gli spagnoli furono lenti nello stringere relazioni sessuali con le popolazioni native, così come tardarono a scendere dalla nave. Anauyansi è una leggenda, una bella storia basata però su una realtà concreta, e cioè che in quel momento nacque una nuova razza da due fiumi molto diversi. Non è successo in India, o in Congo, o in Sudan o in Eritrea, o negli Stati Uniti o in Australia, o in Mali o in Angola. Invece, in tutta l’America Latina c’erano molti Balboa e molte Anauyansi.

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Che cosa possiamo imparare da questi uomini superbi, enormi in ogni aspetto della loro vita?
Posso dirti cosa abbiamo imparato noi: immagina una serie sui conquistatori, convinci i direttori delle aziende a fidarsi della tua idea, raccogli i soldi per tirare fuori l’opera. Tutto mi sembrava un’impresa enorme come quella di Colombo, Pizarro o Magallano, quando non avevano né barche né uomini per prendere il mare. È inevitabile arrivare a porsi le stesse domande: ma per cosa? Sei veramente disposto a soffrire ciò che devi subire? Ne varrà la pena? Anche se alla fine del viaggio ti viene tagliata la testa? La risposta per noi è stata facile: se loro non si sono tirati indietro, non ci tireremo indietro neppure noi. Pedro de Alvarado, un uomo che spero tu possa incontrare nella seconda stagione, è morto nel bel mezzo di una battaglia schiacciato dal suo stesso cavallo. Quando i suoi uomini andarono ad aiutarlo, uno di loro gli chiese: Signore, cosa fa male? E lui rispose: L’anima .. La mia anima fa male.
Ojeda è un uomo ancora più contemporaneo. Nel modo in cui lo hai raccontato, anticipa addirittura il Faust di Goethe nelle sue attitudini di uomo completamente moderno. Avidità e fame di ciò che è radicalmente nuovo. Cosa pensi di lui?
È il mio personaggio preferito, penso di non poterlo nascondere, ed è stato anche scritto apposta per quell’attore, Roberto Bonacini. Un vero mostro. Ojeda è quel personaggio dimenticato dalla Storia che quando lo trovi pensi che sia stato nascosto in attesa che tu lo trovi. Nessuno si ricordava di lui, neppure gli storici erano in grado di dirmi più di due frasi su quell’uomo .. Ma la sua storia è enorme. Quando abbiamo provato a vendere questo progetto alla televisione, ricordo che lo portavo sempre ad esempio: non solo era presente durante la conquista di Granada, ma dicono che da solo si introdusse in una fortezza musulmana, aprendo le porte, in modo che il resto del suo esercito potesse prendere il forte. Non contento di ciò, prima di aprire la porta, si inchinò ai suoi difensori !

Andò in America come capitano, per ordine espresso della regina, accompagnando Colombo, catturò Caonabo, un indiano coraggioso, in un modo disgustoso, come si suol dire, dandogli dei braccialetti che si rivelarono essere catene. Nel suo successivo viaggio verso terre sconosciute aveva a bordo un tale Amerigo Vespucci e un tale Francisco Pizarro! Mandò in rovina tutte le sue missioni sulla terraferma, il suo carattere era così disastroso che Juan de la Cosa morì a causa sua. Ojeda affrontò anche il primo pirata dei Caraibi, molto prima, secoli prima di Jack Sparrow .. Non c’è personaggio come lui nella Storia, te lo giuro, se Ojeda fosse stato inglese, avremmo già visto più di 200 film su di lui. La sua catarsi con gli indiani … La sua morte, da solo, sepolto a faccia in su, con la bocca aperta, per pagare i suoi peccati per l’eternità .. Ojeda è un tesoro troppo ricco per un singolo sceneggiatore. E sì, hai ragione, non è il cavaliere errante del Medioevo, è il meraviglioso ladro che ammiriamo tanto ai nostri tempi.

Come possiamo confrontarci, oggi, con i conquistatori di quei 30 anni?

È quasi impossibile confrontare la scala di valori di uno di quegli uomini con la scala di valori degli uomini e delle donne di oggi.Penso che sia ciò che ammiriamo di più di loro, ciò che meno capiamo. Coraggio, onore, gloria. Sono le parole più sacre per un conquistatore del XVI secolo, sono motivi per morire. Ma se a qualcuno di noi fosse chiesto di stilare un elenco dei 10 valori che riteniamo più importanti nella vita, nessuno di noi metterebbe in elenco questi tre. E, naturalmente, non moriremmo per qualcosa di così insignificante. Loro, con tutte le loro contraddizioni, avevano qualcosa che abbiamo perso molto tempo fa: un motivo per morire.

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ESCLUSIVA – Conquistadores Adventum di Israel Del Santo scava fino al midollo della civiltà

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Per comprendere come siamo arrivati al punto in cui si trova oggi la civiltà è indispensabile andare a scavare fin nel midollo dell’attitudine umana alla conquista. È quello che è riuscito a fare Israel Del Santo, il poliedrico regista spagnolo che ha diretto lo sceneggiato Conquistadores ( trasmesso lo scorso autunno su Rai Storia ), una epica di otto puntate sui primi trenta anni della scoperta del Nuovo Mondo. Conquistadores racconta questa storia – al centro di numerosi revisionismi, anche in conseguenza della crescente consapevolezza di vivere in una epoca di estinzione di massa – come nessuno prima aveva mai avuto il coraggio di raccontarla. La conquista spagnola delle Americhe appartiene al disagio della civiltà; anzi, mostra addirittura che l’inquietudine dell’espansione geografica, psicologica e infine coloniale è a tal punto inscritta nei nostri geni che ogni giudizio morale appare sempre, purtroppo, un orpello inutile post eventum. È questo il dramma della nostra specie. Tragedia ed eroismo, in queste otto puntate strepitose, compongono un unico carattere umano, dinanzi al quale diventa molto difficile non fremere di ammirazione e di orrore. In quanto esseri umani, che ci piaccia o no, siamo tutti molto simili ai Conquistadores. Ne ho parlato con Israel Del Santo – cineasta generoso e di gran spirito – in una lunga intervista in esclusiva per l’Italia. 

Dove avete girato in Sud America?
Le riprese di Conquistadores sono state un’esperienza davvero impressionante per tutti noi che ne abbiamo fatto parte. Non è stata, per niente, un lavoro cinematografico tradizionale. In nessun momento abbiamo considerato la possibilità di filmare la conquista in un luogo diverso dalla giungla. Gran parte di questa squadra veniva dal mondo del documentario e aveva avuto la fortuna di trascorrere molto tempo in luoghi meravigliosi come la foresta pluviale amazzonica. Volevamo sfruttare la nostra esperienza girando in luoghi estremi e mettendo alla prova la nostra conoscenza  delle tribù che li abitano per creare questa fiction. Abbiamo costruito un campo nel mezzo della giungla, un luogo lontano dalla civiltà, senza internet o telefono, e lì abbiamo vissuto per mesi, noi, una troupe cinematografica,  insieme a  indiani, cavalli, cani da guerra, spagnoli con la barba … Cioè, qualcosa non molto lontano da quello che avrebbe dovuto essere un campo spagnolo nel sedicesimo secolo. Amazonasfilmcamp, come lo abbiamo ribattezzato noi. Un luogo che invito tutti a conoscere. Tutto nella serie è reale. Le barche sono repliche esatte delle caravelle usate da quei marinai (grazie alla Nao Victoria Foundation); gli indiani, sono indiani parlano ancora le loro lingue, ed hanno pochi contatti con gli estranei; i castelli e le chiese sono fatti di pietra, i villaggi di canne, i fiumi sono fiumi, la giungla è la giungla e la Patagonia è la Patagonia. Abbiamo girato nel sud dell’Argentina, in Patagonia, nel sud della Spagna, a Palos de la Frontera, in Estremadura da cui provengono quasi tutti i conquistatori, nel nord della Spagna, in Cantabria, Navarra e Aragona. Avevamo la giungla, avevamo barche dell’epoca e la Spagna è piena di castelli e chiese del sedicesimo secolo. Non ci restava che cominciare a girare!

Uno degli aspetti notevoli di Conquistadores sono i suoi attori. Sembrano usciti da ritratti di Velasquez e in generale dalla pittura spagnola del Cinquecento. Avete fatto un casting considerando la bellezza specifica e la presenza fisica degli uomini spagnoli di quell’epoca?

Conquistadores non è una serie fatta di attori, ma una serie fatta di personaggi. Non stavamo cercando grandi nomi, stavamo cercando esattamente Pizarro, Balboa, Cristoforo Colombo. Perciò abbiamo fatto un casting lungo un anno, che ha esaminato più di 500 persone di nazionalità molto diverse, non solo spagnoli. José Sisenando, Francisco Pizarro, per esempio, non è un attore. O non lo è stato fino a Conquistadores. Lavora in una fabbrica. Ma non c’è nessuno che possa reincarnare Pizarro come lui. Durante le riprese, tutti gli attori si sono presi cura dei propri vestiti, hanno pulito la pelle dei loro mantelli e protetto le loro armi in modo che non arrugginissero. Hanno dovuto lottare  contro le zanzare come il resto dei membri del team, e come sicuramente fecero Colombo, Cortés o Magellano.

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Tutti gli attori si sono lasciati crescere i capelli e la barba per un anno intero prima di dar vita ai loro personaggi: il sudore che impregnava le loro camice, le croste sulla pelle, tutto ciò che succede quando si passa troppo tempo su una barca o nel mezzo della giungla.

Abbiamo cambiato l’iconografia e l’immagine che gli spagnoli avevano dei conquistatori. Se nel gennaio del 1492 uomini barbuti e vestiti con il metallo di una armatura di 30 chili prendono la città di Granada, come è possibile che solo sei mesi dopo, quando le tre caravelle di Colombo raggiungono il Nuovo Mondo, questi stessi uomini sono ben rasati, con capelli e vestiti ben curati più tipici del Rinascimento che della fine del Medioevo? No, la moda non è cambiata così velocemente, soprattutto considerando il fatto che gran parte degli scopritori e dei conquistatori furono esattamente gli stessi che avevano preso Granada: Colón, Ponce de León, Ojeda, Pedrarias Dávila. 

Vi siete avvalsi della consulenza di etnografi esperti ?
Sono molto contento del lavoro che abbiamo svolto con le popolazioni indigene che hanno partecipato alla serie: Tucano, Ticuna, Sateré Mawé, Apuriná. Tutti si esprimono nella loro lingua, provando così che questi idiomi ancora oggi appartengono agli stessi alberi linguistici dei dialetti parlati un tempo dalle tribù menzionate dai conquistatori nelle loro cronache. Il loro aspetto, le decorazioni sui corpi, le pitture, i costumi: ogni dettaglio è stato curato per avvicinarci il più possibile alle descrizioni di quelle genti giunte ai nostri giorni. Per girare la scena del primo incontro tra europei e nativi, abbiamo tenuto il gruppo degli spagnoli separati dalla tribù che li avrebbe ricevuti fino al momento dell’azione. Si sono incontrati così per la prima volta davanti alla cinepresa. Non abbiamo avuto bisogno di fornire agli indiani molte linee guida. Chiedevamo loro solo una cosa: di comportarsi  come i nonni dei nonni dei loro bisnonni avrebbero fatto, vedendo quelle barche avvicinarsi alla spiaggia.

Molte tribù erano spesso feroci e disorientate tanto quanto i conquistatori. Nel suo film non c’è spazio per una ammirazione superficiale per il ‘buon selvaggio’.
Se devo scegliere tra il selvaggio buono e il selvaggio crudele, scelgo il primo. Non nascondo l’amore che provo per loro. Abbiamo vissuto insieme per molto tempo, con molte tribù diverse, e anche se la teoria del buon selvaggio non si avvicina alla realtà, nemmeno quella del selvaggio crudele lo è. Abbiamo applicato la logica, il comportamento naturale che possiamo intuire avesse ciascuna tribù prima dell’apparizione di quegli esseri barbuti e metallici e, soprattutto, ci siamo basati sulle descrizioni fornite dai cronisti su ciascuno di questi incontri.

Conquistadores è un epos cantato con poche parole. La sceneggiatura è sintetica e i dialoghi ridotti al minimo. Poche parole, che proprio per questo restituiscono l’enormità dei paesaggi che questi Europei videro in assoluto per la prima volta. Come è riuscito a creare questa integrazione tra le brevi conversazioni e la sua regia che definirei maestosa?
Tutto nel Nuovo Mondo era grande agli occhi di un europeo: i fiumi erano giganteschi, le tempeste enormi, gli alberi avrebbero potuto essere stati piantati da giganti, i gatti del Nuovo Continente erano giaguari e i rettili coccodrilli con denti aguzzi. Le descrizioni lasciateci da quegli uomini sono piene di misticismo, superstizione e poesia. Non avevano nemmeno le parole giuste per raffigurarsi una terra così diversa da quella da cui provenivano. Non è sorprendente che pensassero di vedere draghi, sirene, amazzoni o città coperte d’oro. Prima ancora che i nostri personaggi cominciassero a parlare, avevamo già degli ingredienti meravigliosi in modo che potessero esprimere ciò che sentivano.

Aveva intenzione di girare un film o un documentario? Perché il risultato finale è a metà strada tra i due generi.
Non credo molto nella differenza tra finzione e documentario. Al giorno d’oggi, gli elementi narrativi che costituiscono un genere sono quasi gli stessi. Ma la realtà è diversa: siamo stati incaricati di girare un documentario e abbiamo deciso di fare un film. La nostra missione era quella di salvare il meglio del documentario per rendere il film il più realistico possibile.

Conquistadores ci dà una immagine talmente originale della grandezza della Spagna: che tipo di Spagna voleva offrire al pubblico?
Lo spagnolo alla fine del XV secolo si considera l’erede della Roma imperiale e crede di essere superiore a tutto ciò che lo circonda: al portoghese, all’inglese, al francese e, naturalmente, anche agli indiani. È questa convinzione che motiva un gruppo di soli 40 uomini ad addentrarsi in qualsiasi giungla, attraversare un continente inesplorato e raggiungere l’Oceano Pacifico.

Noi usiamo ancora molto una espressione che definisce molto bene lo spagnolo per così dire allattato con il ferro, e cioè ‘Per cojones’. Non è facile tradurre il suo significato, soprattutto perché lo usiamo per rispondere a molti atti che qui non possiamo spiegare. Mettiamola così: Perché entreremo in quella giungla? Perché sì, per dimostrare semplicemente il nostro valore, “per le palle” .. Perché se io lo faccio, tu non puoi tirarti indietro e mi seguirai. 

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Ho studiato in profondità il carattere degli spagnoli. Non siamo poi molto cambiati da allora. L’invidia, per darti un esempio: se uno spagnolo trionfa, il resto degli spagnoli non tarderà a cercare i suoi difetti e inizierà a criticarlo. Se Antonio Banderas si reca a Hollywood per girare un film, immediatamente cento spagnoli diranno “Come si chiama quel Banderas, che è così poco bravo? Abbiamo tagliato la testa di Balboa poco dopo che aveva scoperto un nuovo oceano, il più grande della terra … Colombo è morto solo e abbandonato, Hernán Cortés era praticamente un mendicante, Pizarro assassinato dagli spagnoli, Ojeda, Elcano … Tutti la stessa fine. Uccisi da una freccia, o da noi.  Nessuno è riuscito davvero a godere della gloria che tanto cercava. Pure io, da una parte mi auguro che Conquistadores abbia molto successo in Italia, ma, d’altra parte, come spagnolo, temo che se ciò accade, mi taglieranno la testa !

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Qui il link ai disegni originali dello scenografo Matteo Mariotti