Autore: elisabettacorra

Il pericolo della nuova narrativa verde di Bruxelles

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Che cosa ci sia effettivamente in gioco nel futuro politico europeo è presto per dirlo, ma qualche segnale c’è. E va detto fuori dai denti, con tutta la schiettezza possibile: lo sforzo concertato di Bruxelles, in stretta collaborazione con i governi nazionali, è di rispondere alla crescente crisi sociale europea, e all’aggravarsi del collasso ecologico, con una nuova narrativa ecologista. Bisogna cioè ammantare il paradigma della crescita con un programma interventista sul piano sociale (asili nido, reddito di inclusione, salario minimo, tanto per rimanere a casa nostra) che disaccoppi la connessione tra catastrofe climatica e capitalismo avanzato. L’obiettivo è dare ossigeno all’Unione attraverso politiche comunitarie pur sempre espansive, che dovrebbero però permettere di guadagnare tempo e quindi di sedare, almeno in parte, il malcontento diffuso. In questo tentativo di riforma non riforma, di cui il discorso di ieri alla Camera di Giuseppe Conte è stato l’esempio italiano, la cosiddetta sostenibilità ambientale è uno specchietto per le allodole utile soprattutto ad ammiccare con scaltrezza a quelle porzioni di elettorato che nella stagione che fu votavano a sinistra, poi hanno virato sul M5S ed ora non sanno più che pesci pigliare sotto la pressione psicologica ed emotiva dei 45 °C gradi dell’Europa continentale nell’estate più calda di sempre. Con buona pace di Serge Latouche, siamo anni luce dalla decrescita. 

Enrico Giovannini si è lanciato in una danza di contraddizioni, fondando di fatto la nuova narrativa verde europea, in una intervista su Business Insider il 9 settembre scorso. Prima ha riconosciuto, Giovannini, che “ci vuole una rete di protezione che consenta agli ultimi di non rimanere ultimi”, e poi però ha continuato imperterrito a parlare di crescita, come si intravede in chiaro scuro nel titolo del suo libro manifesto Utopia sostenibile ( Laterza 2018). Il mantra del nuovo racconto di crescita orientato a nobilitare la crescita è questo, nelle parole di Giovannini: “Quello che chiamiamo oggi capitalismo è frutto di una scelta dei primi anni ’80”. Una boiata storica fragorosa, che tuttavia ha due obiettivi ben precisi, e mefistofelici: il primo è illudere l’opinione pubblica che il problema è recente, circoscritto e politicamente individuabile. In questo modo ci basta pensare che, apportate le necessarie correzioni agli errori disfunzionali di Tatcher e Reagan, potremo recuperare il tempo perduto e rimettere in traiettoria la nave. Il secondo obiettivo è già subdolo, perché ha l’intenzione palese di contraffare la storia del capitalismo a uso e consumo dello status quo. Lo stato attuale del capitalismo non nasce con i tailleur color pastello di Margaret Tatcher: è il prodotto finale di un processo storico lungo 5 secoli, il cui punto di origine è la rivoluzione atlantica di Colombo e Magellano, che rende possibile l’impresa. E cioè la fondazione e l’apertura di mercati globali. La costruzione, facciamo attenzione, di una strategia di manipolazione degli elettorati che abbia lo scopo finale di non modificare il capitalismo, e quindi, de facto, di non affrontare per nulla la crisi di estinzione e la catastrofe climatica, trova ora la sua leva di Archimede nella negazione dei rapporti storici che ci hanno condotto qui. 

L’equilibrio politico del nuovo Parlamento europeo, invece, e quindi anche dell’Italia, sta altrove. Due sono i mostri ingovernabili e ossessi di cui si ha il terrore, e che devono essere ammansiti ad ogni costo usando retoriche auto-assolutorie sulla crescita sostenibile: il sacrificio economico, che dovrebbe essere riversato con la forza di un uragano anche sui gruppi sociali già decimati da dieci anni di deregulation selvaggia in termini di austerità e salari da fame, gruppi sociali che magari hanno simpatie ecologiche, ma non sono più disposti ad ascoltare retoriche sulla riduzione delle emissioni serra quando hanno già pagato il prezzo più alto dello smantellamento di interi settori professionali, spostati, per chi ha risorse economiche e quindi imprenditoriali a sufficienza, sul web; e poi le indispensabili politiche patrimoniali       (tassazione degli offset), che finirebbero in un secondo con l’essere denunciate come politiche bolsceviche, responsabili di limitare la libertà repubblicana e civile ( in Italia, lo ha fatto capire Silvio Berlusconi nel riferire della posizione di Forza Italia al termine del primo giro di consultazioni a metà agosto).

La vera questione, signori e signori, è la questione della libertà. La protezione di ciò che rimane del Pianeta Terra, la nostra unica chance di non finire come in Blade Runner, è di piantarla con le illusioni democratiche e deciderci ad ammettere che dobbiamo ormai rinunciare alla libertà per sopravvivere. Una assunzione sconvolgente, perché il trauma della seconda guerra mondiale è ancora attualissimo in quasi tutti noi, che però, guarda caso, con una lucidità totale Thomas Aussheuer ha discusso proprio in Germania, su DIE ZEIT, lo scorso 4 settembre, nel saggio Der Teufel traegt Oeko, traducibile con “il demonio è ecologista”.

L’argomentazione di Aussheuer è ricca di riferimenti filosofici, ed è per questo che suona inquietante e brilla per verità. È inutile persistere nel leccare i piedi ad economisti di varia scuola: serve un pensiero filosofico per diagnosticare il labirinto in cui ormai ci siamo persi. Può anche risultare complicato spiegarlo all’opinione pubblica, ma va detto lo stesso. Secondo Aussheur, i Conservatori sono il partito politico, paradossalmente, che più può dirci sul dilemma ecologista, perché i Conservatori sono per il Liberismo e il Liberismo, ci piaccia o no, si fonda sul principio cardine della civiltà occidentale, e cioè l’esercizio della libertà individuale. Le categorie di cui parlano i Verdi – misura, giusto mezzo, auto-limitazione – non sono altro che socialismo in salsa verde: riduzioni della libertà di scelta, di impresa e di perseguimento della felicità. Sono insomma operazioni disumane, e contrarie alla civiltà. Disgraziatamente, spiega Aussheur ripercorrendo le tappe della disintegrazione del Pianeta Vivente, in queste idee c’è del vero. 

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“La cesura, annunciata dai climatologi, è epocale e nessuno lo dovrebbe sapere meglio degli Conservatori, con la loro lunga memoria (Langzeitgedächtnis) e il loro talento per un pensiero capace di prendere in considerazione grandi distanze temporali. Per tremila anni nessuno ha messo in discussione questo principio, e cioè che la posizione dell’uomo nel cosmo è salda. La Natura sorregge gli uomini e gli uomini danno completezza alla natura (vollendet) attraverso la Cultura, che ne è una parte. Il cosmo, così credeva Platone, contiene la matrice della vita giusta e le stelle ci mostrano la via. Ed anche quando il monoteismo ha sconvolto l’edificio cosmologico del nostro pensiero sul mondo, poiché ha posto la legge di Dio sopra la Natura, la libertà umana è rimasta ben adagiata all’interno dell’evento della creazione. La Natura è ospitale e viene incontro agli abitatori del mondo. Fino a giorni recentissimi. Nel Rinascimento si trovano per la prima volta le tracce, secondo ricercatori come Philip Descola o Bruno Latour, di ciò di cui oggi vediamo le conseguenze: la frattura tra Cultura e Natura. Il successo, questo è il rimprovero, diede alla testa di matematici, ingegneri, fisici, astronomi e artisti, ed essi fecero della libertà appena ottenuta un assoluto. D’ora in poi, il soggetto padrone di se stesso trionfa sulla creazione, mentre la Natura è soltanto materia morta, risorsa priva di scintilla divina”. 

Il problema imposto dal cambiamento climatico non ha nulla a che vedere con la scelta delle energie fossili, nel senso che non avremmo mai optato per uno sfruttamento intensivo del carbone e del petrolio se a monte non fossimo stati ispirati da un carattere genuinamente libero, che ci dettava una agenda per certi aspetti innaturale: 

“Da questi presupposti, ebbene sì, occidentali (abendlandisch), dal pensiero millenario della compenetrazione e del confronto reciproci tra Natura e Cultura, deriva lo shock cosmico del cambiamento climatico. Esso consiste non nella conoscenza che la Terra è indifferente alla scomparsa degli esseri umani, questo lo sapevamo già anche prima. Lo shock consiste nel fatto che la Natura ha assunto un tratto demonico (daemonish) e che si è dotata in modo radicale di un doppio volto (zweideutig). Demonico significa che l’elemento umano e l’elemento naturale, il prodotto-consapevolmente (Das Gemachte) e il non-prodotto-consapevolmente (Das Nichtgemachte) si influenzano l’uno con l’altro senza soluzione di continuità, ponendoci dinanzi ad un cupo enigma. Mostruosi tornado, estati roventi e soffocanti, alluvioni devastanti: quale è il tempo normale? E che come è invece il tempo del cambiamento climatico? In che misura, visto che l’uomo influenza il sistema terrestre, si dissolve il netto confine tra Natura e Cultura, e inoltre; in che modo, inoltre, soltanto gli esperti ritengono ormai di poter definire che cosa sia ancora la Natura-Natura (Naturnatur) e dove invece la civilizzazione ci ha messo del suo”. 

È quasi superfluo ricordare che qui Thomas Aussheur si fa forte delle posizioni di Theodor Adorno. Nonostante il nostro strapotere sul Pianeta, non saremo noi a dettare le condizioni del gioco a venire: perché la ragione strumentale, per poter diventare strumentale, e cioè dominio matematico sul mondo, ha provocato degli effetti domino proporzionali alla illusione di ridurre il Pianeta a logos.

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“Oggi la civilizzazione imprime il proprio nome nel libro della Natura; nei mari del mondo circolano tanti pezzi di plastica quante sono le stelle delle galassie e nei fiocchi di neve volteggia la microplastica di nostra produzione. I filosofi del Medioevo cercavano l’invisibile dietro il divisibile e in esso scoprivano la signoria della creazione. I Moderni, invece, ci scoprono solo la loro immondizia. Detto cinicamente: 500 anni dopo è scomparsa anche la grande frattura tra Natura e Cultura. E c’è di nuovo un Tutto, un tipo di Civilizzazione-Natura su scala cosmica (Zivilisationsnatur), una Modernità post Modernità. Questa epoca si chiama Antropocene”. 

Ecco quindi che un discorso sul clima non può che essere un discorso sulla libertà:

“Se la crisi climatica è della portata descritta dalla maggior parte dei climatologi, allora alla libertà non compete più definitivamente nessuna libera scelta, deve invertire la marcia, oppure, come la intendono altri: deve cambiare direzione. La libertà si trasforma in mancanza di libertà, dal momento che sotto le condizioni imposte dal riscaldamento del Pianeta e dell’estinzione delle specie sarebbe fissato, per l’azione politica, un unico obiettivo sempre più assoluto, incontrovertibile, e protratto nel tempo a venire. La libertà, allora, è vedere chiaro nello stato di necessità e risolversi a fronteggiare le conseguenze delle precedenti libere decisioni (Freiheitsentscheidungen): si profila un futuro, se il presente ci riuscirà, costruito per minimizzare gli effetti degli errori del passato. Questa sarà ancora libertà? E una politica senza alternative è ancora una politica? Possiamo anche parlarci chiaro. L’obbligo ad orientare ogni azione di governo alla stabilizzazione del sistema terrestre, è offensivo della libertà, che vuole perseguire il piacere di darsi da sola i propri obiettivi e pretende di scegliere da sé. Decade anche il concetto liberale di Autonomia, se si può scegliere solo il mezzo con cui ottenere obiettivi ecologici. E comunque sia rimane la minaccia che in caso di infrazione ne risulta una ancora più massicce limitazione della libertà, mentre un ritorno ad una Natura naturale priva di doppi significati non ci sarà. Rimangono soltanto i demoni”. 

Qualcuno potrebbe obiettare che importare nel discorso sul clima atmosfere mitologiche non aiuta a coltivare la necessaria chiarezza. Ritengo invece che, come per fortuna è ancora tipico delle classi colte tedesche, svolgere un ragionamento in sintonia con la tradizione del pensiero occidentale, e dei suoi lati più oscuri, sia molto utile per svegliarci dal sonno del giusto e inquadrare correttamente lo stato delle cose. Dovremmo diffidare dalla nuova narrativa ecologista in via di affermazione a Bruxelles, non solo perché fondata ancora sulla idea ottocentesca della crescita economica, ma anche perché, nello sforzo evidente di far stare il nuovo corso verde entro il collasso sistemico già in atto, dimentica per strada uno dei tratti più importanti di quella libertà che tanta devastazione ha sparso attorno a sé. E cioè il soggetto pensante, autonomo nelle sue decisioni, che si orienta nel mondo con una indipendenza di pensiero e di azione. Per quanto possa suonare sgradevole, siamo chiamati, prima ancora che a comprare würstel di soia, a pensare. 

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Serve passione per il reale

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(Photo Credit: Extinction Rebellion London FB)

Ho appena finito di seguire una preview della cerimonia di chiusura della Mostra del Cinema di Venezia. Nel guazzabuglio di lodi a Joaquin Phoenix per la sua interpretazione in Joker è spuntato, immancabile, un elogio del cinema impegnato eco-sostenibile. Una industria, in altre parole, che non si costringe solo in un applauso alle buone intenzioni di Leonardo di Caprio, ma fa sempre di più perché ogni produzione sia amica del Pianeta. Ormai queste smancerie ambientaliste suonano addirittura peggiori del negazionismo. Sono inutili, retoriche e dannose. Rafforzano il messaggio che anche questo settore sia consapevolmente coinvolto in una virata etica. Che ci vengano a spiegare come un film può essere eco-sostenibile, perché non lo abbiamo ancora capito.

Il cinema soddisfa l’economia dei desideri. E anche l’economia capitalista, in una civiltà a capitalismo avanzato come la nostra, è strutturalmente orientata sul soddisfacimento di spinte pulsioniali ed emotive destinate ad autodistruggersi nel giro di qualche ora. A un mese esatto dall’inizio della seconda sollevazione di massa di Extinction Rebellion a Londra e Berlino ( si parte il 7 ottobre) comincia a farsi strada, almeno sul web, la sensazione che siamo arrivati ad un punto di pericolo abbastanza terrificante da sputar fuori qualche verità più costruttiva della solita banalità ecosostenibile. Su questa linea d’onda, ad esempio, è la intervista video di Luca Mercalli su vice.com, in cui Mercalli dice apertamente che i cambiamenti climatici provocati dalla combustione delle risorse energetiche fossili hanno però anche delle cause di ordine filosofico: “Tutto questo lo abbiamo fatto noi. È colpa di tante cose, certamente lo stile di vita indotto dal capitalismo e dal consumismo lo ha accelerato. I desideri, le attività e anche la proliferazione della specie umana devono darsi dei limiti. Il problema è che non ci siamo dati un limite; quindi secondo me è un problema filosofico oltre che economico”.

La disponibilità energetica a basso costo, ci ha impiegato due secoli, ma alla fine il processo è giunto a piena maturazione, ha plasmato una antropologia che non ha precedenti. Non solo ha abrogato lo strapotere degli eventi naturali (della physis) come barriera invalicabile per l’intraprendenza umana, ma ha anche dato libero sfogo ad un esercizio della libertà del tutto inedito. Il concetto moderno di libertà è interamente dipendente dall’impiego dei combustibili fossili. Metterla in questo modo, come la mette spesso Fabio Balocco su Il Fatto Quotidiano, significa però ribaltare il paradigma ambientalista degli ultimi 25 anni. Bisogna cioè passare da un modello interpretativo “è tutta colpa dei combustibili fossili” ad un modello “siamo dentro uno schema di civiltà ben preciso”. Non stiamo certo parlando di pizza e fichi, perché, come ho già scritto più volte, i pilastri del giornalismo ambientale sono fissati sul dogma del primo modello, sulla scorta della lodevole ma insufficiente intenzione di spingere il più possibile sulle rinnovabili. 

Per innescare una svolta, il passaggio al secondo modello, più scomodo, certo, dello schema di civiltà, occorre un ripensamento critico anche dell’informazione ambientale. Bisogna ammettere che i cambiamenti graduali nell’implementazione di politiche energetiche e di riciclo dei materiali sono bazzecole rispetto alla velocità dell’azione necessaria, e non hanno mai condotto l’ambientalismo nei palazzi del potere. Questo è uno dei principi cardine di Extinction Rebellion, ripetuto come un mantra da Roger Hallam nel pamphlet “Common Sense for the 21st Century”. Il titolo fa riferimento a Thomas Paine che nel 1776 scrisse un libello rivolto alla popolazione americana, dicendo loro “ciò che privatamente già sapevano, ma che non avevano il coraggio di dire apertamente; che dovevano dichiarare l’indipendenza dalla corona britannica. Il pamphlet fu letto dal 10% della popolazione, eppure si ritiene che riuscì a tradurre in azione la volontà di molti Americani, che si risolsero a buttarsi nella totale incertezza politica”. 

Serve, dunque, che il giornalismo ambientale sostenga una decisa autocritica sociale, perché là dove non c’è la politica, ci sono le scelte individuali e dove non ci possono essere neppure queste scelte, perché non si hanno abbastanza soldi in tasca per comprare le mele biologiche, si può avere la dignità di una informazione onesta e veritiera attraverso la lettura di libri, giornali, voci indipendenti. In definitiva, serve una spietata “passione per il reale”, come la definisce Alain Badiou nella sua opera mirabile Il secolo. 

La passione per il reale è l’adesione incondizionata al bisogno storico del momento. Ed è, per Badiou, ma ormai non solo per lui, una figura epistemologica sostanziale del paradigma rivoluzionario. Questa estate a 40 gradi e oltre in Europa ci dice che può anche darsi che la gravità dell’apocalisse sia la negazione, in termini hegeliani, che il collasso del Pianeta ha infine prodotto per noi, e attraverso di noi. Ed è quindi possibile, allontanandoci per forza di realtà dalle analisi post marxiste e post 1989 sulla fine della storia, che il capitalismo sia effettivamente compiuto. Che, in altre parole, spetti al discorso sulla verità delle cose – che è nelle mani dei giornalisti – dismettere le narrative felici e abbracciare invece il corso degli eventi con la necessaria serietà e convinzione. 

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(Photo Credit: Extinction Rebellion Deutschland FB)

L’auto-censura è stata la malattia (quasi) mortale dell’ambientalismo

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(Photo Credit: Extinction Rebellion London FB)

Ieri mattina Rupert Read, un filosofo della East Anglia University che ha aderito ad Extinction Rebellion, ha twittato un articolo uscito su EcoWatch che avrebbe dovuto essere tradotto, stampato e distribuito come road map per tutte le parti politiche che, a Roma, s’apprestavano a partecipare al secondo giro di consultazioni per il nuovo governo. Il motivo è che “Systemic Change Driven by Moral Awakening is our only hope” di Richard Heinberg smaschera la faciloneria con cui, per la verità a corrente alternata, il collasso del Pianeta spunta nel discorso politico, e nelle parole affrettate dei suoi protagonisti italiani, o di talk shaw come StaseraItalia di Rete4, che con Giuseppe Brindisi ammicca continuamente al negazionismo climatico. Durante il G7 di Biarritz, Giuseppe Conte ha infatti pubblicato un post di ispirazione ecologista, che è stato ripreso da Il Fatto Quotidiano: “è fondamentale ridare slancio all’economia. Soprattutto al commercio, all’attività manifatturiera e agli investimenti (…) Abbiamo il dovere e la responsabilità di salvaguardare il pianeta, la sua biodiversità e i suoi oceani, mobilizzando maggiori finanziamenti pubblici e privati, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”. 

Come sempre gli è accaduto finora, ma come del resto è accaduto anche a Nicola Zingaretti nella sua lista di priorità strategiche in 10 punti, Conte confonde continuamente lo sviluppo sostenibile e la protezione del sistema climatico terrestre. O meglio: costruisce una consequenzialità causa-effetto sui due concetti che di fatto non esiste. Non possiamo affrontare la catastrofe climatica e le estinzioni in corso con la economia verde, o con lo sviluppo sostenibile fondato sulla crescita. Anzi, a ben guardare il fulcro della questione non è neppure il cambiamento climatico. La distruzione del clima olocenico è un sintomo di una condizione di civiltà che ha impiegato cinque secoli (dalla doppia impresa atlantica di Colombo nel 1492 e di Magellano nel 1519-1522) per imprimere sul Pianeta la condizione ecologica attuale. Ma il contributo di EcoWatch spiega anche perché i limiti dell’approccio economico sostenibile hanno incontrato negli ultimi venti anni sempre maggiore ostracismo ed ostilità, e non solo in politica, nella finanza e nelle grandi organizzazioni internazionali. Gli stessi ambientalisti, e, qui in Italia, buona parte della editoria impegnata a salvare il Pianeta, hanno sistematicamente tagliato fuori, escluso e censurato le voci critiche nei confronti dell’epica romantica delle rinnovabili. Faccio un solo esempio che vale per cento altri possibili: “Che cosa è successo nel XX secolo?” Del filosofo tedesco Peter Sloterdijk è uno dei saggi più completi e vasti in circolazione oggi  sulle cause della crisi ecologica, ma in Italia è stato pubblicato da Bollati Boringhieri e non certo da Edizioni Ambiente. Certo, per seguire Sloterdijk bisogna conoscere Kojeve, Badiou, Hegel, Heidegger, Latour. 

Richard Heinberg scrive: “Il nostro problema ecologico fondamentale non è il cambiamento climatico. È l’eccesso di richiesta (overshoot), di cui il riscaldamento globale è un sintomo. L’eccesso di richiesta è una questione sistemica. Nell’ultimo secolo e mezzo, quantità abnormi di energia fossile a basso costo hanno reso possibile la crescita rapida della estrazione di risorse, e quindi della loro lavorazione e del consumo. A loro volta, questi processi hanno alimentato l’aumento della popolazione, l’inquinamento e la perdita di habitat naturali insieme alla biodiversità”. Negli anni ’70 il movimento ecologista, scrive Heinberg, aveva tratto beneficio dal pensiero sistemico, che tendeva a privilegiare lo studio degli ecosistemi come inter-relazioni complesse di processi chimici, fisici e biologici dipendenti gli uni dagli altri. Questo approccio, però, è andato spegnendosi nel corso degli anni ’80, e proprio mentre il cambiamento climatico diventava realtà scientifica quantificabile. “Oggi, la maggior parte del reporting è focalizzato come un raggio laser sul cambiamento climatico e le sue correlazioni sistemiche con altri peggiori dilemmi ecologici (ad esempio la sovrappopolazione, le estinzioni delle specie, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, la perdita dello strato fertile superficiale del suolo e l’acqua potabile) sono raramente esplorati”. I partiti ambientalisti, fino ad Extinction Rebellion, hanno guardato il problema fuori dal suo contesto storico. Questo ha favorito il rafforzarsi di una visione irrealistica delle soluzioni possibili, che ha potenziato una immagine quasi mitologica delle rinnovabili confinando il collasso della biodiversità in un angolo marginale. E sostenendo, infine, che anche per recuperare o salvare gli habitat e le loro faune bastasse puntare sulla crescita economica verde, che è anche l’idea centrale degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.

Una disamina di fulminante chiarezza, e disperante precisione matematica, sul vizio intrinseco ad un ragionamento di crescita economica però verde la ha fornita Jason Hickel – poi ampiamente citato da George Monbiot su The Guardian – nel suo pezzo Why growth Can’t be Green, pubblicato da foreignpolicy.com. “Un team di scienziati condotti dalla ricercatrice tedesca Monika Dittrich sollevò per primo dei dubbi nel 2012. Il suo gruppo realizzò un sofisticato modello computerizzato per prevedere che cosa sarebbe successo all’uso globale delle risorse se la crescita economica fosse continuata lungo la sua traiettoria attuale, con un incremento di circa il 2-3% ogni anno. Ne emerse che il consumo umano delle risorse naturali ( inclusi la pesca, l’allevamento, il prelievo dalle foreste, i metalli, i minerali e i combustibili fossili) sarebbe salito da 70 miliardi di metri cubi per anno nel 2012 a 180 miliardi di metri cubi per anno nel 2050. Come punto di riferimento, un uso sostenibile delle risorse si assesta sui 50 miliardi di metri cubi di tonnellate per anno – una soglia di limite che abbiamo superato nel 2000. Il team di ricercatori ha quindi ricalibrato il modello per vedere che cosa sarebbe accaduto se ogni nazione sulla Terra, immediatamente, avesse adottato le migliori pratiche nell’uso efficiente delle risorse (una ipotesi estremamente ottimistica). I risultati miglioravano: il consumo di risorse sarebbe schizzato a 93 miliardi di metri cubi entro il 2050. Ma questa cifra è ancora ben al di sopra di quello che stiamo consumando già oggi. Infine, l’anno scorso (nel 2017) l’UNEP (Programma Ambientale delle Nazioni Unite) – che un tempo era il fan più entusiasta della crescita verde – ha aggiunto il suo peso specifico al dibattito. Ha infatti testato uno scenario con un prezzo sul carbonio alla cifra pazzesca di 573 dollari americani alla tonnellata, con in più lo schiaffone di una tassa sulle attività estrattive, e ha infine supposto che una rapida innovazione tecnologica avrebbe ricevuto un forte sostegno dai governi. E che cosa veniva fuori? Avremmo raggiunto la cifra di 132 miliardi di tonnellate entro il 2050”. 

In estrema sintesi: continuare a chiacchierare di crescita, e però verde, come sta facendo il Partito Democratico, significa indulgere nella diffusione di menzogne che invaghiscono l’opinione pubblica con il confortante convincimento che non servono sacrifici per sopravvivere, ma solo conversioni energetiche, sostituzioni tecnologiche e spostamenti di investimenti. Secondo Heinberg, il focus assoluto sui cambiamenti climatici isolati dal loro contesto storico è una conseguenza della assunzione di realtà che mettere la politica dinanzi alla enormità del compito demotiverebbe qualunque politico. Una seconda spiegazione è tuttavia più arguta, e si avvicina maggiormente al cuore della questione: “Forse molti scienziati che una volta riconobbero la natura sistemica della nostra crisi ecologica arrivarono alla conclusione che se riusciamo ad affrontare con successo questa crisi climatica una volta per tutte, saremo poi in grado di guadagnare tempo con tutto il resto (sovrappopolazione, estinzioni delle specie, depauperamento delle risorse e così via)”. Ma, procedendo in questo modo, s’è ottenuto un effetto collaterale che ha peggiorato il quadro generale, riducendo ancora il nostro margine di azione: “Se il cambiamento climatico può essere contestualizzato come un problema isolato risolvibile con una soluzione tecnologica, le menti degli economisti e degli attori politici possono continuare tranquillamente a pascolare su terreni a loro familiari”. Il riduzionismo climatico ha cioè portato ad un riduzionismo politico, che ha infine schiacciato la coscienza collettiva sull’opportunismo del momento. 

Sarebbe inutile negarci che l’ambientalismo ha avuto una responsabilità enorme in questa lettura della cose, perché ha preferito semplificare il messaggio piuttosto che dire la verità. Le rinnovabili e il cambiamento climatico sono diventati degli slogan utili a condensare quel poco di reattività civile che ancora, in Italia, circondava l’emergere sconcertante di enormi distruzioni ambientali. Pur di arrivare alle orecchie dei più si è caduti nella trappola fatale dei teorici dello sviluppo economico a qualunque costo: mettere in un cantuccio per specialisti o accademici la natura sistemica della crisi ecologica che è sostanzialmente una crisi di civiltà. 

Anche la maggior parte degli editori ha imboccato la scorciatoia del manuale, aiutando investitori, politici e opinion leader a far sempre e comunque filtrare il messaggio subliminale che un discorso alla Sloterdijk sulla biosfera fosse materia per vecchi parrucconi innamorati di Marc Bloch, che poco o nulla masticavano di genetica applicata o di statistica o di climatologia. Disgraziatamente, la complessità è a fondamento della realtà e la censura serve soltanto a spostare in avanti il momento in cui diventerà una faccenda di vita o di morta confrontarsi con società complesse del tutto impreparate a pagare il conto del loro stile di vita fondato sulla rapina, lo sperpero e valutazioni quanto meno immaginifiche sui limiti del Pianeta. Non solo è arrivato il tempo di pretendere dai nostri amministratori una certa competenza in materia ambientale, con numeri in peer review e non unti dalla benedizione dei potenti del forum di Davos; è arrivato anche il tempo, per giornalisti, intellettuali e blogger, di scrivere saggi e reportage votati alla complessità poetica e crudele del nostro Pianeta. 

L’estate in cui finì l’Olocene

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(Photo Credit: @Museo Egizio, Torino)

È cominciata con una confusione in cielo, sotto le nuvole. È cominciata con la notte che scende giù di botto, in pochi minuti, e cancella il nome della stagione scritta sul calendario. In una sorta di rappresentazione biblica, senza un Dio irato a cui appellarsi con speranzose suppliche, le tenebre soppiantano la luce dell’estate. E poi tutto il calore abnorme accumulato in giorni e giorni a quaranta gradi si tramuta in grandine, pioggia, e sgomento. Nell’estate che ha segnato la fine dell’Olocene – luglio è stato il mese più caldo mai registrato, come hanno confermato le rilevazioni satellitari europee del Copernicus Climate Change Service  il cielo sopra di noi s’è fatto impudico. È un impostore, perché ci parla dell’autunno, ma siamo invece in una estate che non abbiamo più il diritto di chiamare estate. 

Non è solo ansia climatica, depressione da global warming, o come preferiscono definirla i gruppi scelti di psichiatri di lingua inglese che s’affanno a spiegarci, guarda un po’, come il collasso del Pianeta indurrà sentimenti di scoramento estremi nelle nostre anime esauste. È il nuovo tipo di tifoni improvvisi che scende come una nemesi sulle città torride con una frequenza sempre più ravvicinata ed imprevedibile. Primo agosto, stazione centrale di Milano, regionale veloce delle ore 8 per Torino Porta Susa. Nella seconda heat wave di questo 2019, il sapore della desolazione è una noia impotente. Ovunque si respira l’aria viziata della disfatta climatica. 

Il fatto è che questa è l’estate del climate apartheid. Qui a Milano, mentre l’amministrazione comunale di Beppe Sala acclamava l’assegnazione delle Olimpiadi Invernali senza neve del 2026, la differenza razziale tra chi vive con un condizionatore e chi non vede l’ora di salire sulla metropolitana per stare almeno venti minuti al fresco la prima decade di luglio l’aveva già rivelata agli occhi indiscreti dei poveri. Quando il buio di un tifone tropicale a 415 ppm di CO2 si abbatte sulla città, il sottosuolo dei precari, dei sottopagati, degli scarti di vario genere e grado che prendono i mezzi pubblici, e la sera tornano nei loro appartamenti in affitto, non ha solo paura. Avverte gli insani scricchiolii della solitudine climatica totale. Perché non abbiamo tutti gli stessi diritti, nel post Olocene. Nel pieno di un tifone, dai finestrini del bus ATM,  le ville di Viale Lombardia, chiuse per ferie, annegate nei loro giardini privati, raccontano la storia meneghina di Milano a cui il sottosuolo non potrà mai accedere. La gente che sta sull’autobus ci va a fare le pulizie, in quelle dimore. Il clima, è solo soldi. Quelli che ti servirebbero per comprare un condizionatore, e succhiare energia, e aggravare il riscaldamento del globo, ma tu hai una vita di sette-otto decadi da consumare su questo Pianeta, mica una eternità per sentirti in colpa o inventare soluzioni alle sofferenze collettive. La gente che sta sull’autobus non ci va in vacanza. E allora sotto con gli effetti collaterali del tifone, che costringe i coloured del regime di apartheid energetico a diventare testimoni della catastrofe. Soldati richiamati alle armi. Soldati che non possono disertare, come fanno i ricchi, e che devono invece scivolare nelle retrovie della sconfitta sociale. Non lo avevamo ancora capito, ma è il cielo sopra di noi, da cui proviene il tifone, a sapere bene che cosa fare delle nostre vite. 

Questi programmi scritti da altri, e però ormai impliciti nelle esistenze degli uomini, e peggio va per i peggio messi quanto a risorse economiche, sono lo schema di massima della fine dei tempi. L’epoca attuale esaurisce se stessa nelle proprie rovine; poco assomiglia al tramonto dell’occidente di Oswald Spengler, Ludwig Klages e Max Scheler, se non altro perché nessuno si aspetta più un nuovo avvento o una rinascita dello spirito. Siamo nel punto preciso individuato da Cioran al principio degli anni ’50 del secolo scorso: “Per amore o per forza, subiremo l’esperienza di una eclisse storica, l’imperativo della confusione”. Gli ambientalisti stanno ovviamente dalla parte del per forza, pur tentando di non cedere alla forza delle cose già in atto, e di sottrarre alla forza un po’ del suo impeto a effetto domino. 

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(Photo Credit: Extinction Rebellion Twitter, Summer Uprising July 2019, Wales)

La nostra auto-rappresentazione del presente oscilla tra un ripiegamento totale ed egoistico sull’impresa personale, meschina od eroica che sia, e un titanismo della sconfitta, che può mirare solo ad una mutilata sopravvivenza. Con habitat ridotti a frammenti di un Pianeta che non esiste più, e specie condannate a smarrire nell’impronta ecologica umana il loro potenziale evolutivo. In fondo, è questo panorama artificiale, e cioè artefatto, che Extinction Rebellion consegna ai cuori puri e rivoltosi dell’Europa. Facciamo esperienza della fine di un sogno durato cinque secoli, diciamo addio al miracolo consegnato all’umanità dall’atto assoluto di Magellano, salutiamo la fatica immane, per seguire Peter Sloderdijk, con cui in millenni di storia abbiamo tentato di emanciparci dalla rassegnazione, dalla miseria e dalla morte, trovando nella economia globale del Pianeta il carburante che ci occorreva per smettere di sottomettersi a tutto in nome della imitato Christi. Adesso torniamo a subire, subiamo come bestie da soma, a milioni, il caldo invincibile e vendicativo dei 40 gradi Celsius: “le questioni onto-storiche decisive sono perciò: che cosa è propriamente ciò che viene verso di noi? – scrive Sloterdijk parafrasando gli anni Venti del secolo scorso – Che cosa avrà abbastanza forza da trascinarci con sé per una nuova convinzione?”. Nessuna ONG ha una risposta a questa domanda. 

Siamo in una guerra, una guerra nuova, è vero, ma pur sempre un conflitto. E forse è per questo che l’ode alla guerra del monumento ad Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, in Piazza Castello, a Torino, è così brutale agli occhi di un moderno. Il fondamentale spirito guerriero che ha forgiato le nostre comodità, l’adorabile sensazione di conforto che proviamo verso le conquiste energetiche della vita quotidiana, come il condizionatore e l’acqua calda della doccia, ci imbarazza. Noi siamo per i diritti civili e umani. Eppure, ecco che la tendenza aborrita a far la guerra per far pagare a qualcun altro la fame fondamentale dell’Occidente (la bio-economia europea, come la definisce lo Stockholm Resilience Centre di Stoccolma) torna a spuntare nei centri storici delle nostre città heritage, cioè in quei centri urbani che meglio raccontano lo spirito artistico e mitopoietico del nostro carattere. Le figure giganti di questo monumento hanno qualcosa di mostruoso e di dissonante, che ricorda, senza averlo mai voluto, la rassegnazione del tempo andato. Questa piazza si espone ai passanti e ai cittadini come un fantasma spogliato della vita trascorsa. I tanto decantati beni heritage si stanno trasformando in demoni muti, nonostante le campagne di marketizzazione del patrimonio. Non è rimasto quasi nessuno a conoscere la loro lingua, anche se tutti subiscono le conseguenze della loro ambizione. 

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Sono anche loro antenati di cui non importa più niente a nessuno. E così, scivolando dentro via Accademia delle Scienze, direzione Museo Egizio, mi viene in mente Toni Morrison: “La storia al confronto con la memoria, e la memoria a confronto con l’amnesia. Ricordare significa rimettere insieme, in collezione, i ricordi, ma anche restituire una forma alle parti di un corpo, di una famiglia e di un popolo che appartengono al passato. Ed era questa la immane e vischiosa fatica tra dimenticare e ricordare”. La morte del passato – condannare all’oblio la filogenesi delle specie che popolano il Pianeta – è un atteggiamento psicologico sostanziale della nostra epoca. E informa di sé pure la disinvoltura con cui abbiamo ridotto monumenti, opere d’arte e reperti a gadget di intrattenimento.

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Non c’è dunque da stupirsi se l’English Bookshop Rosa Luxemburg, e le sue vetrine zeppe di romanzi meravigliosi e di saggi illuminanti, qui nel cuore di Torino, abbia il fascino di una apparizione numinosa. Il posto di ritrovo perfetto per i sopravvissuti che godono ancora del privilegio di saper leggere, quel genere di persone che per moltissimo tempo si sono battuti, si sono aspettati un risveglio, una rottura con lo schema, un qualche tipo di risposta civile al disastro ecologico incombente, e che poi non hanno potuto che dichiararsi sconfitti. Già, ma sconfitti da cosa? Se gli uomini sono questo (edonisti forsennati privi ormai di un orizzonte ontologico realistico), possiamo essere sconfitti dal nostro stesso DNA? C’è ormai da chiedersi se possa essere sufficiente il principio guida delle nascenti scienze paleo-antropologiche del ‘700, che Stephen J. Gould usava ricordare contro ogni fanatismo metafisico: “Noi viviamo in una tensione essenziale e irresolubile fra la nostra unità con la natura e la nostra pericolosa unicità (…) Non possiamo fare niente di meglio che seguire il consiglio di Linneo, incarnato nella sua descrizione di Homo sapiens all’interno del suo sistema. Egli descrisse altre specie fondandosi sul numero delle dita, sulla mole corporea e sul colore. Per noi, in luogo dell’anatomia, scrisse semplicemente il precetto socratico: nosce te ipsum (conosci te stesso)”. 

Concedendo spazio ad un filo d’ironia, è il Libro dei Morti a dare il benvenuto ai visitatori dell’Egizio. Pur essendo una atea convinta, ho sempre percepito un inquietante disagio dinanzi alle manifestazioni scritte di una religiosità votata a tenere vigile il legame tra morti e vivi. Almeno in teoria, chiunque potrebbe leggere questo testo e ripetere il rito antico, spalancando la porta al tribunale di Anubi. La maledizione della scrittura, come nel film La Mummia, analoga però pure alle perplessità di Platone su uno stratagemma grafico dalle imprevedibili conseguenze sulle capacità mnemoniche degli eruditi, dubbi esternati dall’Ateniese nelle pagine del Fedro sull’Egitto e il mito di Theut. Rischi sconosciuti ai Papi che nel XV secolo cominciarono a concepire le collezioni, per meglio studiare e scrutare le cose del mondo. Presto eruditi ed aristocratici seguirono il loro esempio, costruendo da subito quella intimità pericolosa tra carabattole di un qualche pregio artistico e animali essiccati che in qualche secolo divenne una sconcertante impudicizia classificatoria: “Furono dei marinai portoghesi a portare in Europa, verso la fine del quindicesimo secolo, i primi feiticos, oggetti africani che si supponeva possedessero poteri misteriosi. Li troviamo soprattutto nelle camere delle meraviglie, assieme alle asce tomahawk o alle frecce indiane, a manufatti egiziani e a tamburi del Siam”, sintetizza Valentin Y. Mudimbe. 

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Ed ecco che collezionare anticaglie, oggetti preziosi e naturalistici divenne così importante per la incipiente modernità che Diderot, nell’Enciclopedia, ammise che i musei completano l’opera dell’uomo. Andò in modo simile anche a Torino, tant’è che dalla metà del ‘600 divenne motivo di vanto regale disporre di manufatti artistici concepiti altrove. Nel 1824 vennero esposte le prime antichità della Collezione Drovetti, ma, fatto ancora più significativo, accanto ai reperti egizi si dispose una sezione di storia naturale. È così, dai suoi albori, che l’Egizio siglò il vincolo estetico e storico fondamentale del pensiero moderno e scientifico, che dura ancora oggi. Le collezioni artistiche, del pari di quelle naturalistiche, raccontano il Mondo perché lo traducono in oggetto. Isolando il reperto diviene possibile costruire narrazioni storiche, che non hanno solo obiettivi ricostruttivi, e quindi archeologici o tassonomici, ma sono soprattutto funzionali ad appropriarsi del Pianeta e delle sue epoche geologiche secondo paradigmi epistemologici del tutto inediti. Nel XXI secolo il museo, qualunque museo, è uno dei simboli viventi più possenti e dinamici dell’estinzione. Assonanze prodigiose si intrecciano sulla mappa dell’Europa, quando ci si azzardi a ragionare sulla somiglianza originaria tra collezione artistica e collezione naturalistica. Il 1 settembre del 1948, il Consiglio Parlamentare incaricato di redigere la Costituzione della Germania Federale si riunì nel Museum Alexander Koenig di Bonn, che era un museo di scienze naturali, ma fu requisito e trasformato in ospedale militare già nel 1914. Nell’atrio stava una giraffa imbalsamata, coperta con drappi, in quel fatidico 1948, per la solennità dell’occasione che, solo apparentemente, non c’entrava nulla con la guerra civile europea e il dominio sul mondo naturale. 

Ma la frizione crescente, o, all’opposto, l’incontro poroso con le faune è un filo rosso, ancorché visibile, che i musei custodiscono in vista della nostra eternità. All’Egizio di Torino, ben introdotti dai vasi canopi del salone di ingresso, al primo piano, subito dopo la biglietteria, sono i felini a recitare per noi il ruolo che ebbero specie estinte nella porzione di Africa del Nord dipinta di geroglifici e bagnata dal Nilo. Le loro impronte, il profilo squadrato e astuto dei loro musi, sono tracce, avvolte nel silenzio, di una geografica che non esiste più. Questa pista sabbiosa, africana, raggiunge la sua destinazione finale dinanzi al letto di Kha, un letto in legno massello appartenente al tesoro di Kha, facoltoso architetto della 18° Dinastia ( 1425-1353 a.C. circa) che si fece seppellire con una maschera funebre in oro simile a quella di Tutankhamon. Ma Kha scelse di essere inumato anche con il suo letto, che ha le zampe di leone. Una Panthera leo persica, cioè la sottospecie di leone africana oggi estinta nella porzione nord orientale dell’Africa, nel Medio Oriente e in Grecia. Ridotta a 400-500 individui confinati nella foresta del Gir in India. Il vento dell’estinzione non aveva ancora cominciato a soffiare sulle popolazioni di leoni nel tempo della vita mortale di Kha. I leoni non popolavano solo il suo pantheon religioso, colonizzavano anche il suo tempo, il suo landscape, le sue giornate. Seguendo fin qui le orme di leone asiatico sulla pista sabbiosa si prova la desolante sensazione che Kha avesse conosciuto una specie di grande gatto vicina al punto di origine. L’epoca preistorica della nostra parabola umana, in altre parole, in cui convivevamo con le faune selvatiche, che erano soggetti della nostra esistenza, una epoca che anche per noi è ormai solo una memoria archetipica. Ipnotizzati e ammaliati dal potere dei numeri e delle analisi genetiche, ci siamo dimenticati che nei reperti archeologici e nelle opere d’arte dei musei stanno – dannatamente visibili – indizi concreti, icone, fissate sul mappamondo della storia, delle faune che abbiamo spazzato via dalla faccia della Terra.

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(Photo Credit: Panthera Press Office)

In questa estate di addii e di abbandoni, l’estate in cui abbiamo salutato per sempre il clima dell’Olocene, anche i gatti hanno il loro tardivo momento di agnizione e gloria. Il 7 giugno la Saudi Arabia’s Royal Commission for AlUla (RCU) e Panthera, il più importante network al mondo per la protezione dei big cats, hanno firmato un accordo che non ha precedenti per riportare indietro dall’abisso dell’estinzione ormai imminente il leopardo arabico (Panthera pardus nimr), una sottospecie di Panthera pardus che solo pochi decenni fa abitava l’intera penisola arabica: 20 milioni di dollari, una cifra che da sola è una follia, verranno investiti nei prossimi dieci anni in un programma di allevamento in cattività (nella captive breeding facility di Taif, Saudi Arabia) e di reinserimento allo stato selvaggio nella Saharaan Nature Reserve, 925 chilometri quadrati di habitat “restored” e cioè recuperato dalla desertificazione tagliando fuori le greggi di ovini e reinserendo le prede naturali del leopardo. I discendenti di questa popolazione, se mai ce ne saranno, se mai avranno imparato, dopo essere nati in gabbia, a cacciare, costituiranno il bacino genetico della specie rediviva human-design. Ma gli dei possono tornare indietro? Possono accettare di tornare, dopo che li abbiamo scacciati consapevolmente? O non hanno invece altra opzione che raggiungere gli antenati, i nostri e i loro, nei cimiteri del tempo profondo? Perché nel Pianeta reale, nelle radiose mattine africane, gli dei – leopardi e leoni – giungono senza preavviso, volendolo, tradendo ogni aspettativa e ogni programma scientifico. Nei musei, dove le loro effigie ammoniscono il visitatore che ogni specie persa è andata per sempre, gli dei non possono più presentarsi al nostro sguardo nell’aura del sorgere del sole. Sono diventati ricordo, frammento, libro, cultura. Non possiamo più parlare con loro. 

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(T-shirt fotografata sulla Metropolitana Lilla di Milano)

Mentre cominceremo presto a parlare, volenti o nolenti, con i giovani di origine africana che aspettano il tramonto seduti a bere birra sull’erba dei Giardini Sambuy, di fronte alla stazione di Porta Nuova. I pensionati, prosciugati dall’afa, sono usciti per una passeggiata e sembrano inebetiti da qualcosa che non riescono a comprendere, ma di cui hanno paura. Sui loro volti pallidi si legge una preoccupazione sorda a qualunque politica del cambiamento, la fragilità venuta fuori dalla consunzione ecologica delle risorse naturali che una manciata di decenni fa essi davano per scontate, come le pesche bianche sulle bancarelle dei mercati rionali di Torino, che ora sono quasi introvabili. 

Quando ancora esistevano le stagioni, non era possibile mangiare il tempo. Subivamo il vincolo del freddo e del caldo, scrutando il consesso degli astri notturni, come usava fare, in una epoca non troppo distante dagli anni mortali di Kha, la scolta dell’Agamennone di Eschilo. Nell’estate dei tifoni tropicali sotto un cielo autunnale, il cielo ci osserva impietrito. E intanto, il 2 agosto, il Pasta a Gogò di viale Abruzzi, Milano, ormai a due passi da Piazzale Loreto, offre ai suoi avventori, in un non più di due metri quadrati, dei quali uno sul marciapiede nella nube di particolati del traffico cittadino, il conforto fugace di una vaschetta di pasta made in Italy ridicolmente minuscola e americanizzata. Bisogna imparare a divorare qualunque cosa, per essere socialmente dotati di urbano buon senso, in questa disintegrazione dell’equilibrio atmosferico. Altrimenti, sei un estremista, un romantico, un poeta, un giornalista ambientale, tutti rompicoglioni per cui, vivaddio, la legislazione del climate apartheid ha già designato una collocazione giuridica adeguata insieme a extracomunitari, migranti, poveri, locatori e disoccupati. 

Piazzare ovunque rivenditori di cibo a buon prezzo, stipare le strade di occasioni per divorare le ore così come si metabolizza una forchettata di carbonara. Fino ad un certo punto, ci ha creduto fino in fondo, a questa dieta, anche Alex Peroni di RadioNumerOne, che, con una ironia non troppo simpatica, per mesi ha elogiato l’estate perenne dei trenta gradi ad ottobre. RadioNumerOne non ha mai fatto trasmissioni sul clima, anzi, grazie a Peroni, l’appuntamento quotidiano con le previsioni meteo delle 17.30, al timone della nave di Paolino Corazzon, è diventato un circo intitolato “domenica vogliamo il sole a qualunque costo, anche se non piove da tre mesi”. Eppure, la squadra della emittente di Bergamo ha cambiato direzione, alzando il naso, forse, al tipo di cielo che in questo 2 agosto si annuvola su Piazzale Loreto e assomiglia al grumo di vapore acqueo incattivito dei tifoni del sud est asiatico.  Adesso Peroni, alle 17.30, prega, tra il faceto e l’ironico, che non ci attendano altri giorni caldi alla Bangkok. La squadra di Peroni è probabile non lo sappia, ma ha inaugurato la stagione del cambiamento climatico definitivo, del limite meteorologico alla battuta, allo scherzo, alla sdrammatizzazione continua. Quel tempo, insomma, in cui a metà pomeriggio, come in un giallo horror-climatico alla Fred Vargas, c’è da aspettarsi il calare delle tenebre e si teme per la propria vita, e si agogna al ritorno a casa, dalla propria famiglia, o dal proprio gatto, che è poi la stessa cosa, non per vedere Netflix, ma per sentirsi al sicuro dal cielo sopra di noi. Il tempo del coprifuoco da grandine e diluvio, non del fine settimana e del ristorante su Grupon. Il tempo della paura e della colpa. 

Ma intanto, sono su un autobus che ci fa scendere al capolinea proprio nel preciso secondo in cui le 415 ppm di CO2 danno mostra di cosa siamo stati in grado di imporre al nostro Pianeta. Insieme a un gruppo di donne filippine come me vestite alla maniera della estate antica (t-shirt, per intenderci) sprofondo in un crollo termico di 10 Celsius. Raffiche spietate di vento e pioggia tagliente si abbattono sulla pensilina sotto cui cerchiamo di sfuggire all’aggressione del tifone. È l’urlo del Pianeta. Un grido senza più appelli, corti di giustizia, tribunale speciale per i diritti umani dell’Aja, panel IPCC, balle buoniste dei Verdi e di Legambiente e via discorrendo. C’è solo questa eruzione di energia termica, convertita in potenza sonora, ritrasformata in diluvio sull’asfalto caldo, e poi evaporata in una malinconia infinita che, nonostante tutto, raggiunge le parole profetiche di Felwine Sarr lette di ritorno da Torino: “Comincia un giorno nuovo, come sempre, sulla vita e il cammino della società. Una luce incerta cresce e illumina progressivamente i sentieri di chi cammina all’alba. Nelle ore diurne brillerà di molti fuochi sulle loro opere e sui loro fallimenti. Questo tempo di chiaroscuro è di innovazione, chi si impegna ha solo bisogno di un piccolo barlume di luce per intraprendere il viaggio, sono uomini di mezzo, intermediari. Conoscono la marcia necessaria, scolpiscono pietre per la stabilità degli edifici che verranno, e di cui non vedranno il compimento. Sanno di dover essere, adesso, all’altezza dei bisogni necessari all’avvento di un mondo che cercano di far accadere”.

Climate Change and Land IPCC, chi si prenderà la responsabilità di una svolta?

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Diciamo la verità, il rapporto IPCC presentato ieri a Ginevra alle ore 10 del mattino, Climate Change and Land, non ci ha detto nulla che non sapessimo già: “Il livello di rischio posto dai cambiamenti climatici dipende, contemporaneamente, dalla intensità del riscaldamento e dal modo in cui la popolazione, i consumi, la produzione e lo sviluppo tecnologico, insieme agli schemi di gestione delle terre, si evolvono”. Tradotto in conversazione da bar, è il modo in cui abbiamo scelto di vivere negli ultimi 50 anni che non solo ha prodotto l’aumento esponenziale della concentrazione di CO2 in atmosfera, ma che continua a peggiorare le cose. Perché non abbiamo nessuna intenzione di chiedere al timoniere di far virare la nave. Quello che però IPCC non dice, pur facendolo capire benissimo, è che l’intero modello economico in cui siamo prosperati nel Secondo Dopo Guerra non tiene più e che forse sarebbe ora di ammetterlo. Riconoscendo che culture indigene non bianche, non occidentali, massacrate dal colonialismo e modellate sul capitalismo avanzato ne sanno molto più di noi su come tirarci fuori dal fango di un Pianeta ben oltre i + 2 °C a fine secolo. 

Il report è il risultato di un lavoro immane commissionato dai Governi per capire meglio l’interazione tra il sistema climatico e la superficie terrestre e per la prima volta più della metà dei ricercatori che hanno raccolto e analizzato i dati proviene dai Paesi non occidentali (seguendo il pensiero di Felwine Sarr, che condivido, sarebbe ora che anche IPCC smettesse di usare l’espressione “in via di sviluppo”). Questo in concreto significa che il punto di vista delle nazioni più svantaggiate del Pianeta, almeno nel quadro economico a capitalismo avanzato – sono questi, per inciso, i Paesi in cui sono più devastanti gli effetti della trasformazione del clima dell’Olocene in qualcosa di completamente fuori scala da circa 3 milioni di anni –  è sempre più autorevole nella lettura della nostra situazione globale. Un cambio di visuale fondamentale, nell’ambito di ciò che Peter Sloterdijk ha definito “prospettive reversibili”: gli effetti collaterali della sperimentazione economica su scala oceanica, inaugurata dall’impresa di Colombo, e quindi l’affermazione di una economia planetaria avida di energia, ci pongono ormai faccia a faccia con la “inflazione delle aree trascurate”. Una area trascurata è, appunto, l’atmosfera satura di CO2. 

Oggi, avverte IPCC, l’agricoltura, le attività forestali e gli altri usi della terra “valgono per circa il 13% di emissioni di CO2, il 44% di metano (CH4), e l’82% di ossidi di azoto (N2O) prodotte annualmente dalle attività umane, su scala globale, nel periodo 2007-2016. Esse rappresentano quindi il 23% del totale netto delle emissioni serra antropogeniche”. Ma “ se includiamo anche le emissioni associate con le attività pre e post produzione dell’intero sistema di produzione alimentare globale, le emissioni arrivano al 21-37% del totale delle emissioni serra antropogeniche”. 

A partire dalla metà del XX secolo ad oggi si è cioè imposta una dieta che si mangia il Pianeta e che ha compromesso l’equilibrio climatico. L’imputato numero uno è l’allevamento di bestiame da carne. Attraverso le nostre pretese alimentari, sostenute da una demografia fuori controllo, abbiamo scritto una ipoteca mortale sulla possibilità futura – e parliamo di decenni – di produrre cibo. In questo report IPCC dice infatti chiaro che “la terra è una risorsa di importanza critica. La superficie terrestre deve rimanere produttiva per mantenere intatta la sicurezza alimentare mentre la popolazione aumenta e gli impatti negativi del clima sulla vegetazione si intensificano”. La copertura a vegetazione ( foreste, boschi, savane) assorbe infatti i gas serra, ma è anch’essa sotto stress a causa della alterazione dei pattern climatici (regime delle precipitazione, tassi di evaporazione, siccità severe e prolungate, incendi) e quindi “questo significa che ci sono dei limiti al contributo che la superficie terrestre può dare per affrontare i cambiamenti climatici, ad esempio attraverso la coltivazione di colture a scopo energetico e la riforestazione. Occorre tempo perché gli alberi e il suolo comincino ad immagazzinare carbonio efficacemente”. Attualmente essi riescono ad assorbire solo 1/3 delle emissioni fossili industriali. 

Chi dunque si prenderà l’onore politico di imporre a cittadini, costituzionalmente liberi di abusare del Pianeta, restrizioni alimentari serie e convincenti?

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Secondo Hans-Otto Pörtner, Co-Chair of IPCC Working Group II, è evidente che “il modo in cui possiamo gestire le risorse della terra in una direzione sostenibile ci può aiutare a combattere i cambiamenti climatici”. Si dovrebbe obiettare, per quanto tutto questo sia vero, che l’estate del 2019 ci ha consegnato una realtà molto più amara ad integrazione dei dati scientifici inoppugnabili: ossia che il collasso climatico non è un problema energetico, ma è un problema di civiltà ed è per questo che arrivare a decisioni concrete e applicabili right now è così bestialmente difficile. Purtroppo, lo stesso IPCC è da tempo avviluppato nella aporia fondamentale della nostra epoca, in cui la venerazione religiosa della verità scientifica agisce come un sedativo psicotropo proprio là dove, all’opposto, dovrebbe funzionare da eccitante. Anestetizza cioè la reattività delle società a capitalismo avanzato, che si appoggiano sulla certezza della disintegrazione del sistema climatico degli ultimi 10mila anni per glorificare la propria capacità di comprensione della fisica del cosmo ponendola in una teca di vetro. La contempliamo inebetiti, ma non abbiamo intenzione alcuna di porla all’interno di una messa in discussione dello status quo. È la paralisi del pensiero il limite interno dello stesso IPCC. 

“In un futuro con piogge più intense il rischio di erosione del suolo delle terre coltivate aumenta (…) circa 500 milioni di persone vivono già in aree che sperimentano la desertificazione”, spiega il report, senza tuttavia menzionare nemmeno una volta l’urgenza di misure di contenimento demografico condivise da tutti e pianificate in seno alle Nazioni Unite. E poi il permafrost, il cui scioglimento è tra i fattori degli spaventosi incendi della taiga, in Siberia: “Nuove conoscenze mostrano un aumento nel rischio di scarsità idrica nelle regioni aride, incendi dannosi, degradazione del permafrost e instabilità del sistema alimentare anche per un riscaldamento globale entro gli 1.5 ° Celsius”, ha detto Valérie Masson-Delmotte, Co-Chair of IPCC Working Group I. Del resto, ad oggi l’agricoltura accaparra il 70% dell’acqua potabile in uso. Per far crescere cioè vegetali e cereali, cereali che servono anche per nutrire le vacche da allevamento. 

I dati disponibili dal 1961 indicano che il consumo pro capite di oli vegetali e carne è più che raddoppiato: la quantità di calorie introdotte è cresciuta di circa 1/3 rispetto sempre alle abitudini precedenti. Questo si traduce in una erosione dei suoli fino a 100 volte superiore rispetto al tasso di rigenerazione dello strato fertile del terreno.  C’è poi un altro fenomeno di cui sentiremo parlare sempre più spesso negli anni a venire: il vegetation browning. Le foreste la cui capacità fotosintetica diminuisce a causa, ad esempio, dello stress idrico, diventano marroni, un cromatismo visibile dai satelliti. Sta già accadendo nel nord dell’Europa e dell’Asia (Siberia e Germania), in parte del Nord America, nell’Asia Centrale e addirittura nel Bacino del Congo. I cambiamenti climatici diminuiscono anche i tassi di crescita degli animali e quindi riducono la produttività delle economie pastorali, come sta già accadendo in Africa. Nelle regioni montuose dell’Asia e del Sud America, e nel continente africano, le popolazioni indigene hanno già suonato l’allarme. È alle loro osservazioni che dobbiamo l’altissimo margine di sicurezza sulla certezza che siamo in rotta di collisione con l’abisso. 

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E quindi molti gruppi di attivisti delle comunità indigene hanno parlato ieri alla pubblicazione del Climate and Land IPCC per rivendicare il loro coinvolgimento nella governance mondiale sui cambiamenti climatici. Ecco le loro voci.

Zeid Raad Al Hussein, member of The Elders, former UN High Commissioner for Human Rights: “Le comunità indigene hanno conoscenze ricche ed elaborate sul loro habitat. Questo fa di loro degli ottimi conservazionisti e dei guardiani della biodiversità, e dei soldati indispensabili per combattere contro il cambiamento climatico. Gli Stati, il settore privato e la società civile devono fare di tutto per assicurare pieno rispetto e protezione ai diritti delle genti indigene, inclusi i loro diritti alla terra, ai territori ed alle risorse, in accordo con gli standard stabiliti dalle leggi internazionali”. 

Victoria Tauli-Corpuz, UN Special Rapporteur on the Rights of Indigenous Peoples: “Salutiamo con soddisfazione il riconoscimento IPCC. Come chiunque cerchi di darsi un senso della crisi climatica, rafforzare i diritti degli indigeni e delle loro comunità è una soluzione che deve essere implementata adesso. Abbiamo bisogno, tutti, ogni membro delle Nazioni Unite, di abbracciare queste evidenze e di vedere nelle genti indigene dei partner nello sforzo comune di proteggere il Pianeta e di raggiungere lo sviluppo sostenibile”. 

Edna Kaptoyo, Indigenous Information Network (Africa)
“Per i popoli indigeni i sistemi di uso della terra e le pratiche connesse rispondono ad un approccio essenzialmente fondato sugli ecosistemi, all’interno di un sistema di valori che comprende che le risorse sono scarse nello spazio e nel tempo. I popoli indigeni hanno conservato per millenni le loro terre e le loro risorse per il benessere loro e dell’umanità. La protezione dei diritti sulla terra degli indigeni è importante per assicurare che essi continuino le pratiche conservative negli ecosistemi di foresta e nelle pianure, per contribuire a mitigare gli impatti del cambiamento climatico”. 

Sonia Guajajara, executive coordinator of Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (APIB): “La nostra esistenza è sempre stata minacciata quando sulle nostre terre è piombato il desiderio di possesso dei governi e delle corporation. Questi interessi ci uccidono o ci chiudono dietro le sbarre, in modo che la terra possa essere usata in un altro modo ed essere adeguata agli schemi predefiniti. Ora questo report è qui per riconoscere che noi dobbiamo essere protetti, insieme alle nostre foreste, e alle nostre terre, per il bene dell’intero mondo. Ma i nostri diritti devono essere rafforzati e così la nostra presenza sulle nostre terre. Il mondo sarà disposto ad ascoltarci?”. 

Hindou Oumarou Ibrahim of Mbororo People from Chad and founder of the Association for Indigenous Women and Peoples of Chad (AFPAT), also member of UNFCCC Local Communities and Indigenous Peoples Platform Facilitative Working Group: “Il Summit sul clima delle Nazioni Uniti – UNSG – del prossimo settembre sarà un grande momento per tutti gli esseri viventi…Sarà per me motivo di dolore se perderemo questa opportunità di rendere il mondo migliore, perché non voglio essere parte di una generazione che non si prende la responsabilità di una svolta. Non ho scelto di nascere in questo tempo, e proprio per questo non posso permettere a coloro che coloro che non sceglieranno di nascere dopo di me di patire le conseguenze delle nostre azioni”. 

(Photo Credits: IPCC Facebook Official Page)

La politica del giardino a CityLife, Milano, Europa, 40 gradi Celsius

 

 

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I giardini hanno qualcosa da raccontare sull’epoca in cui viviamo. 

Nel film Un’arida stagione bianca, nel Sudafrica dei primi anni Ottanta, l’afrikaner Benjamin Du Toit vive in una splendida, bianca, dimora coloniale e non sa nulla della segregazione razziale del suo Paese. Un giorno però il suo giardiniere di fiducia, Gordon Ngubene, gli dice che il figlio è sparito. Tutti lo conosco, è un bravo ragazzo, ma ha partecipato ad una manifestazione politica e da allora nessuno più sa dove sia finito. Du Toit all’inizio non ci crede, minimizza, dice a Gordon che sarà tutto uno scherzo, da giovani, di cose così, per il gusto della bravata e della indipendenza, se ne fanno, non c’è bisogno di metterci dentro il governo. Ma poi, su insistenza di Gordon, ci va pure lui alla polizia e il sospetto comincia a dettargli parole di verità. Un semplice giardiniere, il giardino ben curato di chi si fa i fatti suoi, di chi ha una posizione, benedetto Dio, e la vuol preservare, perché ne va fiero, lui se lo è meritato di stare in cima, socialmente parlando; il prato ben rasato e innaffiato di un ordine prestabilito chiamato apartheid, che però è qualcosa di più del governo di Pieter Botha, è l’organigramma spirituale cesellato sin nei minimi dettagli da una economia rapace ( la stessa che ha portato Inglesi e Olandesi al Capo di Buona Speranza a metà del XVII secolo) e legittimata nelle sue radici istituzionali. Quando la coscienza di Du Toit intuisce che forse sapere che l’apartheid esiste è più dignitoso che accondiscendere alla propria ignavia, la moglie lo pianta. Sarà mica che noi si debba perdere la rispettabilità sociale, ammettendo che i figli dei giardinieri li pestano fino a crepare nelle carceri pubbliche. 

Un’arida stagione bianca è un film che, ormai, danno di rado alla televisione. Ed è piuttosto ironico che a inserirlo in palinsesto sia LA7, l’emittente privata su cui Enrico Mentana dirige la redazione di informazione politica più ipertrofica e inutile del Paese. Ironico perché Mentana non ha mai speso energie nel raccontare la catastrofe climatica e come ha annunciato con orgoglio al suo pubblico alle otto di sera del 25 luglio 2019 – mentre metà Europa era a 40 gradi Celsius – “noi non siamo certo quelli che dicono che fa caldo quando fa caldo e che fa freddo quando fa freddo”. Insomma, su LA7 sì che ci lavorano persone serie, quelle che non crederebbero che il figlio di un giardiniere finisce ammazzato di botte perché è un nero con una coscienza politica. I giornalisti seri, che non discettano del clima, e che quindi non parlano, ovvio, neppure del climate apartheid. Bazzecole da sfigati ambientalisti, che non hanno ancora accettato l’onnipotenza della tecnologia. Il clima lo si raddrizza, il cibo lo si ingegnerizza, e pazienza se le faune dell’Olocene finiscono in aree protette con gli AK-47 accessibili solo ai super ricchi del Pianeta. Così va il mondo, e i giornalisti seguono il corso del mondo con implacabile pragmatismo realista. O no?

Mah. C’è un luogo a Milano in cui la politica del giardino, per dirla con Zygmunt Bauman, brilla sfavillante sotto la luce del sole in questa estate degli addii e del collasso climatico. E non è una bella cosa, perché ciò che Bauman ha scritto del giardino un po’ di paura dovrebbe farcela provare. Nel suo libro meno conosciuto, troppo sincero e scomodo, troppo poco alla Paolo Mieli per intenderci, Olocausto e Modernità, Bauman intanto ci dice che lo sterminio è figlio di ciò che più amiamo della modernità ( trasporti efficienti, apparati burocratici, amministrazione controllata della società e delle sue energie culturali) e poi che i regimi totalitari più crudeli del Novecento avevano il culto del giardino. La società intera deve essere un giardino perfetto, esteticamente rifinito e piacevole al gusto, senza parassiti di ogni sorta. E cioè senza intrusi, dissidenti, Ebrei, diversi di ogni specie. La società funziona per il bene collettivo se il giardino è in ordine. E un giardino in ordine piace a tutti, non è vero? La civiltà del collasso ecologico – con serena pace degli ambientalisti buoni per i salotti buoni, che ci rincoglioniscono da decenni con la narrativa dei combustibili fossili, come se l’approccio industriale moderno alle fonti fossili fosse questione da consiglio di amministrazione di qualche Corporation e non invece l’indirizzo preciso dell’Occidente, e cioè di quella tendenza che ancora oggi, grazie al Cielo, qui in Italia, Gianni Vattimo osa definire metafisica – adotta in pieno la politica del giardino. E nella nuova capitale della ricchezza del nostro Paese, la capitale delle Olimpiadi della neve senza neve, Milano, c’è un giardino molto famoso che la politica del giardino la incarna. Questo luogo è CitylIfe. Se vuoi sapere cosa è il climate apartheid vai a farti un giro a CityLife. 

La bellezza di questo distretto di Milano – incastonato tra Amendola Fiera, l’ex Fiera Campionaria e Piazza Sei Febbraio – è da rimanere allibiti. Bellezza paesaggistica, architettonica, floreale. CityLife è il primo progetto serio dell’intero quartiere in oltre dieci anni, serio perché ha dato qualcosa a chi abita qui intorno: un parco ameno di 173mila metri quadrati e 2000 alberi. Stendi un telo sul prato, tuffa lo sguardo nelle linee acquatiche dei condomini di Zaha Hadid e il sublime ti soffocherà di gioia. Tutto questo, temo, è stato però possibile perché CityLife SpA è una società controllata al 100 per cento da Generali Assicurazioni ed è quindi privata. Su questa sua identità Generali fonda la propria mission milanese: “un mix articolato di funzioni pubbliche e private”. Il 25 luglio, sotto una leggera e serica cappa di caldo torrido, verso le sette di sera, tutto il complesso sembrava addormentarsi dolcemente nel tramonto. L’armonia di colori, verde salvia, rosa cipria, giallo senape, trasportava lontano, sull’orizzonte, l’angoscia per il clima del Pianeta. Sembrava, davvero, che fosse ancora possibile augurarsi qualcosa di bello, come accadeva nelle sere d’estate trenta anni fa. Le estati estinte dei sogni, delle magliette bagnate, del lavoro sicuro e retribuito, di Venditti che canta Amici Mai.

Ma c’era qualcuno per cui il giardino era tutta una altra cosa. Nello shopping mall del primo piano, dirimpetto la lucidissima vetrata che offriva all’animo il sollievo delle praterie fiorite di CityLife, un paio di giovani africani, non più di 25 anni, attendeva il suo carico giornaliero. Erano dipendenti di Glovo, che aspettavano le ordinazioni in uno dei ristoranti più minimalisti e chic del mall, e cioè Bomaki. Bomaki è famoso perché ha partecipato a Quattro Ristoranti, il reality di Alessandro Borghese. Prima stava soltanto all’Arco della Pace, e adesso invece ha capito che può fatturare molto bene anche a CityLife. Come dargli torto. I due ragazzi africani assomigliavano a velocisti americani, ma erano africani, nati nella parte sbagliata del mondo, e sui loro volti stava quella ferocia affamata, instancabile, spietata che se non la avete ancora vista in faccia ai giovani di origine africana che stanno arrivando in Europa, vi consiglio di farci caso, perché saranno loro a vincere la partita per il futuro, tra qualche decennio, ed è giusto che sia così. Ho scattato una foto, da lontano, ma uno dei due se ne è accorto e mi ha chiesto di cancellarla immediatamente. Non voleva finire su un giornale. Non gliene frega niente della nostra voglia di documentare le sue sofferenze e la sua fatica da bestia da soma per i ricchi a cui porterà il sushi brasiliano di Bomaki. Non gliene importa niente che noi facciamo ideologia, filosofia o indignazione con l’unica forma di lavoro nella piantagione dell’uomo bianco che l’Antropocene gli ha riservato. La politica del giardino ha bisogno di lui, e lui questo lo sa, e ne vuole approfittare fintanto che la speranza di passare a qualcosa di meglio gli alberga nel petto con l’urlo di un tifone tropicale.

Io in questo giardino, lo scorso giugno, ho rischiato di essere arrestata perché ho provato a disegnare, con un gesso di colore viola, il simbolo di Extinction Rebellion sul selciato davanti al mall. Salvo poi scoprire, qualche settimana dopo, che ai bambini è permesso pasticciare con gli stessi gessetti, quei bambini a cui il collasso del Pianeta sta fottendo il futuro. Ma pazienza, questa è la politica del giardino: proteggere, assecondare, tutelare. Nella burocrazia della cura che uccide, per eccesso di bonomia e di ubbidienza, sono gli oppositori del regime ad essere nemici dei bambini, che vanno messi al primo posto soltanto come consumatori del mondo a venire. Bisogna insegnar loro che CityLife è un luogo buono e giusto, perché la mamma fa shopping. Del resto, l’ipocrisia ambientalista è consolidata a CityLife.

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(foto scattata il 29 giugno 2019 nella Piazza Tre Torri di CityLife)

È cominciato tutto nella tarda primavera del 2018, quando il National Geographic ha esposto qui le foto di Joel Sartore sulle specie in via di annientamento definitivo. Leopardi delle nevi, leoni, elefanti, primati, tartarughe, spuntavano dalla piazza Tre Torri di CityLife come degli estranei. Assomigliavano agli oppositori politici, esclusi dal corso del mondo, scomodi, indigesti, fastidiosi per il corso normale dello shopping di lusso. Ma, almeno, un vantaggio rispetto agli attivisti ambientali questi animali magnifici, che i clienti di CityLife hanno condannato a morte, lo avevano: una bellezza senza condizioni. I loro fenotipi plasmati da milioni di anni di evoluzione sconfiggevano, benché perduti, la banalità delle ragazze perfettamente truccate di Sefora, la nemesi diabolica delle donne che a CityLife cercano rimedi alla propria noia di esistere. 

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Il paradosso di questa parabola marcata a fuoco dal brand di Rupert Murdoch ( è il signor Rupert a possedere il National Geographic), assicurazione intoccabile, visto il peso della testata, della moralità dell’operazione, sta non solo nel fatto che l’annichilamento della biodiversità è il prodotto di quello stesso consumismo che ha il suo domicilio a CityLife, no; il paradosso di questa atmosfera iper-moderna di morte e negazione è l’acquiescenza del Comune di Milano, che ha rinunciato, per calcolo, a sostenere l’informazione pubblica, scientifica sul collasso del Pianeta, dimenticando il museo di storia naturale di corso Venezia alla sua polvere e ai suoi bagni che puzzano di piscio. Per poi farsene vanto, però, quando vien fuori che Cristiano Dal Sasso, ricercatore del Museo, è tra gli artefici delle scoperte del National Geographic sullo Spinosaurus Aegyptiachus. Se volete imparare qualcosa sull’estinzione, andate a CityLife, impresa privata convenzionata con il pubblico. Generali Assicurazioni sì che ha a cuore il Pianeta, lo si vede anche adesso che crepiamo a 40 gradi Celsius: a due passi da Bomaki, e dagli schiavi di Glovo, un orso polare di mattonifici Lego annuncia l’impegno del mall per la protezione della natura. E anche qui, ovvio, rispunta la zampa del National Geographic, il cui scopo è chiaro: “sensibilizzare i bambini in età scolare e le loro famiglie sulle minacce che mettono a rischio l’estinzione di questa specie”. 

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L’ipocrisia, oggi, è la miglior tattica di sopravvivenza. Lasciati integrare, lasciati assorbire, lasciati metabolizzare dalle buone intenzioni di chi pompa anidride carbonica a palla in atmosfera, con il tuo consenso informato, e poi finge di avere a cuore il destino dei tuoi figli. Non importa neppure più che stasera faccia così caldo da indurre le menti ancora vigili a intuire che cosa ci attende nei prossimi anni, alla faccia di tutte le rassicurazioni, in palese conflitto di interesse, sulla possibilità di rimanere entro un aumento globale delle temperature di + 2 °C. Non importa più, perché coloro che contano in questa società dei giardini sono gli esponenti della classe sociale dei dipendenti super pagati di Generali, che vedo uscire dai loro prestigiosi uffici amabilmente rinfrescati con elettricità fossile. La sicurezza flemmatica, ormai stanca, con cui s’avviano verso la fermata della metropolitana, accendono il cellulare, e una sigaretta; il comfort emotivo che emana dai loro abiti firmati, che neppure quando sono zuppi di sudore li rendono simili ai proletari sottopagati e precari che hanno di fianco, sulla Lilla. Questa aristocrazia del lavoro globale, universalizzato nelle pratiche di distruzione delle faune del Pianeta e dei loro habitat, questa schiatta di nobili socialmente adeguati alla democrazia, al perbenismo, al conformismo della crescita e del Vangelo, questa stirpe senza ispirazione e senza disperazione che è l’unica a cui fa riferimento la politica del giardino. Gli impiegati di Generali sì che possono votare Beppe Sala. Loro ci vanno a fare shopping, o a comprarsi il futon, la strategia anti heathwave suggerita dal Corriere della Sera. Sono loro i campioni vittoriosi della integrazione totale preconizzata da Theodor Adorno per la borghesia del post 1945. È questo tipo umano a 14 mensilità di cui Cioran disse, al principio degli anni Cinquanta: “Non più in grado di sostenere la dignità di essere difficile, sempre meno incline a soppesare la verità, si contenta di quelle che gli vengono offerte. Sottoprodotto del suo io, striscia ormai – demolitore infiacchito – davanti agli altari o a ciò che li sostituisce”. 

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Ci attende, lo hanno annunciato le Nazioni Unite, un climate apartheid. Sempre più il consesso umano sarà diviso in coloro che possono permettersi un condizionatore e una bistecca e l’oceano di poveri rassegnati non solo a morire di caldo, ma a percepire il dolore della fine del Pianeta. Perché quando ti viene negato il diritto civile ad un condizionatore, è attraverso il rombo della tua rabbia e la liquefazione della tua speranza di riscatto sociale che senti, allora per davvero, il dolore della fine. La straziante consapevolezza del tramonto che avanza, anche su CityLife, di una agonia che nessuno di noi è attrezzato a pensare. È in questo momento preciso che i fiori del giardino cominciano ad appassire. 

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La solitudine della Biblioteca Nazionale Braidense

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Allo scoccare del solstizio d’estate la biblioteca Braidense di Milano diventa inagibile. Quando le temperature esterne si assestano sui 30 gradi, un caldo soffocante e tropicale attanaglia i saloni asburgici della biblioteca, solleticando la malefica colonnina di mercurio a salire, salire, salire, fino a fissarsi, imperterrita, sui 40 gradi. Con un bel cento-per-cento di umidità – ma da dove diavolo può venire l’aria stantia e umida, in un santuario che custodisce carta, pergamena e mappe geografiche? Si soffoca, in Braidense, in estate. Soffocano i dipendenti, che stanno a boccheggiare sotto le deboli e inutili brezze dei ventilatori, e soffocano quei due, tre temerari che ancora si addentrano nel suo cuore abbandonato per prendere a prestito un saggio o un romanzo. Vestigia antiche, pure quelle, del tempo degli addii e del declino, come definisce la nostra epoca Apolline, la giovane geniale e devota al suicidio che nel film L’ultima Ora ha capito quanto sia inutile, pure per il figlio di un ricco, puntare ad un futuro inesistente su un Pianeta al collasso. 

Questa condizione in Braidense c’è da sempre, credo, ma io ne faccio esperienza da circa sei anni e mezzo, tanti sono i cicli delle stagioni da cui ho preso a frequentare la biblioteca e la sua cronica solitudine. Già, perché la Braidense, che evidentemente non è mai stata restaurata a dovere, o coibentata, e nemmeno, questo è chiaro, dotata di moderni impianti di condizionamento, giace stremata dalle temperature di un Pianeta a 415 ppm di CO2 in atmosfera nella più sordida, stolida e becera indifferenza. Ogni solitudine è marcata a fuoco dal sentimento che la propria dipartita sia solo una voce di bilancio per una agenzia di pompe funebri, ma la solitudine del patrimonio suona come una condanna senza appello. Non arriverà la telefonata salvifica dell’ultimo secondo.  

Non credo infatti che qui, nella celebratissima Milano dei super-ricchi che guadagnano almeno 500mila euro all’anno, sotto il giogo della tipica politica-non politica che ormai ha ridotto la vita culturale della nazione a una barzelletta, il problema della Braidense vuota e sola sia solo imputabile al Potere. E cioè alla mancanza di volontà di rendere una istituzione di questa importanza un luogo di sapere e di incontro, vitale, tanto quanto Corso Como e la Piazza Gae Aulenti, o il quadrilatero di tavolini all’aperto di Eataly. In questi sei anni e mezzo sono andata in Braidense a qualunque orario e sempre, instancabilmente, se eravamo in quattro al banco del prestito eravamo in tanti. In Braidense non ci va più praticamente nessuno a prender libri per legger qualcosa con sugo e costrutto, e allora non è priva di sentimento della realtà la domanda di chi si chiede perché dobbiamo pagare tasse per la sopravvivenza di un bene pubblico che pubblico, essendo disertato dai più, ha smesso di essere.

No, io credo che ce ne sia un altro di vuoto, qui. Ai cittadini milanesi, prima ancora che alla politica, non interessano i libri della Braidense. Per loro questo è un luogo spento, anzi, un luogo-non-luogo, un tempio dal quale gli dei si sono assentati epoche geologiche fa. La Braidense in estate è il punto di collisione, o meglio, di conflagrazione, tra il nuovo assetto climatico terrestre e la sabbia che il fiume prosciugato del legame con ciò che ci ha preceduti ha lasciato dietro di sé. In altre parole, la solitudine della Braidense ben rappresenta la morte del passato. La fine della derivazione come figura culturale condivisa e collettiva: la rottura con i padri, con gli antenati, con i Lari.

La morte del passato è la cifra dominante dell’epoca dell’estinzione. Si è già detto addio al sentimento di appartenenza ad un sostrato comune, alla autorità del pensiero, della poesia e della dignità umana; non ci sentiamo più figli dell’eredità storica e biologica che si chiama evoluzione, e che ci imporrebbe, se ce ne importasse qualcosa, una preoccupazione da dichiarazione di guerra per rimediare alla distruzione del sistema climatico terrestre.

Non siamo cioè dinanzi solo ad una avanzata politica dell’incuria e del degrado. Siamo di fronte all’interruzione del legame fondativo con ciò che ci ha preceduti: i libri hanno fatto la stessa fine dei grandi primati africani, tutti, ormai, ad un passo dall’estinzione. È l’ignoranza di un presente che si pretende onnisciente. 

Siamo, del resto, lo abbiamo appreso il mese scorso, la nazione europea con il più alto tasso di analfabetismo funzionale. Il 70% degli italiani legge un testo scritto, ma non è in grado di comprenderlo. Perciò ieri, che era il 20 luglio, anniversario a cinque decadi dello sbarco sulla Luna, Tomaso Montanari ha scritto: “La luna che vogliamo sta tutta in una fotografia scattata durante lo sgombero di Primavalle, a Roma. La foto di Rayane: che è nato in Italia da genitori marocchini (lei badante, lui venditore di cose vintage, a Porta Portese), ha undici anni e viveva in una casa occupata. E che in quello sgombero ha perso la sua gattina, ma non i suoi libri. Che ha portato fuori con sé, sfilando davanti alla polizia della Repubblica italiana con una dignità e una carica di futuro che non si vedevano da tanto tempo, sulla scena pubblica.La luna che vogliamo è un paese con un tasso di alfabetizzazione tale da non permettere che un numero rilevante di cittadini siano convinti che quella foto è una montatura dei giornalisti di sinistra”. 

La solitudine della Braidense, del pari del Pianeta sempre più caldo e dell’estinzione della biodiversità, sono una nostra responsabilità. E se è chiaro che viviamo ormai in un mondo di macerie, e che è con queste macerie che siamo costretti a confrontarci, rimane almeno in alcuni di noi quel colore europeo, quella Stimmung, che Friedrich Hoelderlin colse così bene sul finire del Settecento, come sempre gli accadeva, tornando con i suoi versi all’Atene dei Padri: “Ancora vive e regna e pensa l’anima / degli Ateniesi, silenziosa tra gli uomini, / se pure il saggio giardino di Platone/ non ha più verde lungo il fiume antico / e i bisognosi arano le ceneri / degli Eroi e l’uccello della notte / piange luttuoso sopra le colonne”.

Gli esseri umani hanno ancora diritto a riprodursi?

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(Photo Credit: Extinction Rebellion East London)

Può essere che Homo sapiens sia intrinsecamente inadatto alla propria sopravvivenza, sui tempi lunghi? C’è, nella nostra specie, un destino sofocleo che ci condanna a farci fuori in virtù del nostro stesso patrimonio genetico? Nella settimana appena finita s’è tornato a parlare di questo: chi siamo, come siamo diventati ciò che siamo oggi e se ciò che siamo non ci condanni ormai alla fine pianificata del nostro stesso contesto ecologico, il Pianeta Terra. Il 10 luglio sono stati pubblicati su Nature i risultati di un lunghissimo studio su di un frammento di cranio fossile rinvenuto in Grecia, nella grotta di Apadima, nel Peloponneso: si tratta di un Homo sapiens, datato a 210mila anni fa. Finora, però, le evidenze paleontologiche degli uomini anatomicamente moderni in Europa erano riconducibili, tutte, a non prima di 45mila anni fa. L’ultimo Out of Africa di Homo sapiens ( una specie sviluppatasi in Africa circa 300mila anni fa) poteva cioè essere fissato attorno a non prima di 70mila anni fa. Il cranio di Apadima sembra mettere a soqquadro questa teoria. Forse siamo arrivati in Europa molto prima di quanto immaginato. Forse abbiamo convissuto con i Neanderthal molto più a lungo di quanto sospettato. 

Poi, l’11 luglio, è arrivato il World Population Day delle Nazioni Unite. Siamo 7.7 miliardi di persone. E la questione demografica, come era prevedibile dopo decenni di ipocrisia, sta esplodendo nel dibattito scientifico sulla conservazione delle specie. Il presunto diritto umano a far figli è un tabù radicato nella visione stessa della crescita che abbiamo ereditato, in ogni campo del sapere, dalla portentosa svolta produttiva e commerciale del XVI secolo. Pensare fuori dal paradigma della crescita per una infinità di pensatori e scienziati sembra impossibile. Indicibile, ancorché inammissibile, che si invochi un contenimento delle nascite allo scopo, evidente per chiunque consideri il metodo galileiano uno strumento di indagine della realtà, di salvare il salvabile degli habitat rimasti. Sul numero 12 del mese di luglio di Science è stata pubblicata una lettera (“Conservation: Beyond Population Growth”) di riposta ad un paper uscito lo scorso 29 marzo, che, lavorando su dati raccolti lungo 4 decenni nel sistema Serengeti-Mara, tra Kenya e Tanzania, discuteva le conseguenze della costante, progressiva pressione demografica umana sulle faune di questo angolo abbastanza integro di savana africana. Il titolo del paper era Cross-boundary human impacts compromise the Serengeti-Mara ecosystem. Ecco, in sintesi, quanto scoperto dagli autori: “La crescita della popolazione umana nelle aree circostanti al territorio protetto, e le attività umane correlate, stanno spingendo e concentrando la wildlife nelle aree protette già definite in un modo che potrebbe portare ad un loro declino”. In pratica gli animali tendono a stare al centro del territorio del Serengeti e del Mara, il più lontani possibili da ciò che accade ai margini dei parchi nazionali. Per questo, secondo gli autori, bisogna estendere la porzione di spazio protetto per includere i corridoi di migrazione stagionale. Bisogna cioè dare più spazio alle faune. Nella Lettera danno la loro risposta ricercatori norvegesi, della Università di scienza e tecnologia di Trondheim e della Università di Scienze della Vita. È la Norvegia cioè che risponde ad un problema africano, teniamolo a mente. Secondo i norvegesi, i colleghi si sono concentrati “con miopia” sul fattore demografico, finendo con l’auspicare lo spostamento coatto di comunità di pastori e allevatori e delle loro culture tradizionali, e cioè suggerendo espropriazioni ideologiche violente, come già accaduto del resto al Masai Mara e nella stessa Tanzania, a Loliondo. 

Quale è il punto di questa faccenda? La giusta visuale sta a metà strada tra le due posizioni, purtroppo: l’enormità, fuori di ogni proporzione, della nostra spinta demografica ( e quindi agricola, culturale, energetica) ha ormai innescato un cortocircuito fatale. Lo spazio disponibile non è illimitato, e proprio per questo è incompatibile con le esigenze di tutti. La via che i fautori del partito “prima gli esseri umani, sempre” finiscono con il disegnare conduce alle riserve: ridurre anche i più grandi parchi nazionali a enormi zoo a fisiologia controllata, e cioè con tassi di riproduzione sotto stretta vigilanza, corridoi di migrazione interrotti, e concessioni turistiche da miliardi di dollari per le élite del Pianeta; la via, invece, che i sostenitori della fazione “salvare la magafauna africana” hanno in testa non può che collidere con il diritto alla vita di migliaia di persone, che continuano a nascere e a respirare e a mangiare e a reclamare terra. Chi, allora, ha più diritto di vivere e di riprodursi?

L’11 luglio, il World Population Day e il Margaret Pike Trust ha reso noto un Manifesto (Thriving Together: Environmental Conservation and Family Planning) che ho definito rivoluzionario: è scritto, su questo manifesto, chiaro e tondo che la conservazione delle specie è incompatibile con un ulteriore boom demografico umano: “Le comunità rurali impoverite nelle nazioni in via di sviluppo si trovavano davanti le più grandi barriere nell’uso e nell’accesso ai servizi di salute riproduttiva, inclusi gli anticoncezionali. Queste barriere impediscono alle donne di scegliere liberamente quando e se avere figli (…) Quando la pressione umana sugli ecosistemi, su scala locale o in sinergia con quanto accade globalmente, si intensifica, soffrono entrambi, la salute della comunità e la salute dell’ambiente. Spessissimo c’è una perfetta sovrapposizione tra le aree che patiscono il più grande bisogno di accedere ai servizi per la salute riproduttiva, e di migliorarli, e le aree più a rischio per la conservazione (…) la pianificazione del numero di figli, limitando la crescita demografica, allieva la pressione sulla wildlife”. Queste parole sono state sottoscritte da WCS, The Nature Conservancy, Jane Goodall Foundation, Born Free, tra gli altri 150 pesi massimi della protezione di ciò che resta del Pianeta Terra e delle sue faune. Moltissimi di loro lavorano da decenni in Africa. Non c’è il WWF, purtroppo. 

Facciamo allora il punto: una specie particolare di primate, soltanto una, si è evoluta, negli ultimi 300mila anni, in modo da sviluppare una potenzialità riproduttiva eccezionale, perché gli individui di sesso femminile entrano in estro ogni mese a partire dalla pubertà e per almeno 4 decenni. Questo tratto evolutivo, sommandosi alle caratteristiche culturali uniche della specie, la capacità di elaborare un pensiero astratto e di porsi interrogativi morali, ha creato una condizione fuori da ogni scala biologica conosciuta: divenuta troppo numerosa, questa specie si trova ora a interrogare con angoscia il suo proprio programma ecologico. Ha ancora diritto a riprodursi? 

Questa domanda etica non pertiene solo al campo della filosofia morale. Perché il rischio più pericoloso che corriamo è di interpretare questo dilemma solo dal punto di vista teoretico, scivolando così in un antropocentrismo tanto riduttivo quanto quello che vorremmo combattere. Come scrisse Stephen Jay Gould, non si può pretendere che Homo sapiens sia “solo” parte della natura, pur essendo egli un animale; nessun animale ha mai fatto ciò che abbiamo fatto noi (“osserviamo il paesaggio dal finestrino di un aereo”). È antropocentrico anche l’atteggiamento di chi vorrebbe assomigliare a qualunque costo ad un animale pur di sentirsi meno in colpa per il fatto di essere uomo. E del resto è antropocentrico anche iper-valorizzare la posizione di Homo sapiens nell’albero della vita e supporci tedofori di un “salto ontologico” o di una corsa alla perfezione che culmina nel volume del nostro encefalo. Io credo che Gould avesse ragione e che sia indispensabile capire, prima di ogni altro aspetto, che cosa la paleontologia ci dice di certo sull’evoluzione della nostra specie, sul piano ecologico che portiamo scritto nei nostri geni in quanto specie e non in quanto soggetti cartesiani. L’io cartesiano viene dopo, anzi, è solo una conseguenza della nostra identità di specie. Ogni specie è definita da vincoli evolutivi e genetici ed è su questi vincoli che gioca la sua partita. Noi siamo ciò che la nostra storia evolutiva ci ha concesso di diventare. 

L’evoluzione, infatti, procede secondo alcune regole, che abbiamo decodificato, e che non definiscono un copione deterministico della vita, ma segnano invece dei percorsi contingenti, come ha spiegato con grande chiarezza Telmo Pievani: “Ciò che si vede in azione è un insieme di meccanismi e di fattori, di regole simili a leggi, di schemi ripetuti di dinamiche evolutive, il cui intreccio causale spiega sì adeguatamente a posteriori che cosa è successo e perché, ma che tuttavia non è tanto stringente da rendere il processo predeterminato. Allora, l’assenza di una direzione consegna l’evoluzione ad una interrelazione tra elementi causali e storici, funzionali e strutturali, che produce una molteplicità di storie possibili”. Quando è in azione la selezione naturale, aggiunge Pievani, cominciano a funzionare in sincrono due “catene causali”, che sono indipendenti, ma si influenzano a vicenda. La prima è la catena eziologica della mutazione : ad ogni generazione si producono variazioni genetiche all’interno delle popolazioni di una specie, che subiscono, ed ecco la seconda catena eziologica di eventi, mutevoli condizioni ambientali. È la pressione selettiva dell’ambiente circostante, che ha come effetto finale la sopravvivenza differenziale degli organismi portatori di talune varianti. Tutto questo significa che la contingenza (imprevedibile) lavora in stretta collaborazione con vincoli ambientali, chimici e fisici (individuabili e cogenti). Le regole della partita sono in qualche modo scritte, ma non deterministiche; funzionano piuttosto in sinergia, dando esiti evolutivi originali, che finiscono con il dipendere anche da eventi stocastici, a random, come è accaduto per il meteorite del Cretaceo. Le stesse soluzioni adattative, che si esprimono in certe forme anatomiche e funzionali, non sono infinite, e questo spiega per quale motivo specie diverse, nel corso della loro evoluzione, hanno sviluppato adattamenti analoghi. 

C’è insomma un brogliaccio precostituito, su cui poi tempo, variazioni e caso compongono la loro speciale sinfonia. Anche noi siamo arrivati qui secondo questi identici schemi, gli schemi in cui è scritto il corso della vita sul Pianeta. Quello che da un certo punto in avanti ha fatto la differenza per i sapiens è stata, secondo Ian Tattersal, la “differenza cognitiva”, ossia il modo in cui solo noi eravamo in grado di elaborare le informazioni: costruendo alternative ipotetiche, ma possibili, alla realtà così come la affrontavamo e guardavamo. Usando cioè il pensiero astratto per progettare mondi diversi. Per usare, letteralmente, il Pianeta a nostro esclusivo vantaggio. 

Per questo, se in via ipotetica potessimo tornare indietro nel tempo, parte del nuovo copione potrebbe assomigliare a quello in via di esaurimento: “Questo è il modo in cui l’evoluzione funziona, nelle sue linee guida, che consistono nel vincolare gli organismi a percorsi familiari di adattamento. Possiamo non essere completamente sicuri di dove andremmo a finire se riavvolgessimo il nastro del tempo, ma la strada disponibile che conduce allo sviluppo di organismi in evoluzione è lungi dall’essere senza limiti. E così, forse, gli uomini non farebbero una altra volta la loro comparsa, ma è probabile che qualunque mondo differente prenda il nostro posto, un po’ assomiglierebbe al nostro”, hanno scritto James S. Horton e Tiffany Taylor su The Conversation. 

Riprendendo, allora, le domande da cui siamo partiti, a mio parere non è scientificamente corretto affrontare la questione morale, contemporanea, del diritto alla riproduzione scostandosi di 360 gradi dal nostro programma di specie, isolando cioè il problema della sovrappopolazione da un ben più ampio problema di autocoscienza ecologica. Se infatti potessimo circoscrivere il danno che la nostra specie ha consapevolmente imposto al Pianeta ad una mera decisione culturale, all’individualismo moderno, ad esempio, non ci troveremmo nel pieno di una crisi ecologica, ma di una crisi di coscienza. Invece, la catastrofe climatica e la sesta estinzione di massa sono l’esplicazione storica, in buona misura, di un carattere ecologico, il nostro, che risponde primariamente ad un intrinseco meccanismo di espansione. Per Homo sapiens allargare senza sosta i confini del proprio “spazio vitale”, sia esso tecnologico, virtuale o ambientale, è una spinta non solo atavica, ma genetica. Qui emerge la terribile inquietudine tragica del nostro tempo. Possiamo, grazie alla elaborazione culturale, rivedere questo programma? Possiamo cioè limitare ciò che siamo in vista della nostra sopravvivenza? O non possiamo, ed è questo il motivo fondante per cui il consenso attorno all’emergenza ecologica continua ad essere preoccupazione di una minoranza politica, che finora ha imposto pochissimo all’agenda politica globale? Hanno cioè ragione gli anti-ambientalisti, che reclamano il diritto assoluto ad essere uomini? Chi corrisponde meglio alla identità di specie di Homo sapiens, noi o loro?

È Rosa Luxemburg a capire per prima l’Antropocene

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(Troy Cochrane, a sinistra, ed Etienne Turpin, a destra)

Non di rado gli anticipatori, del pari dei profeti, fanno una brutta fine: la capacità di veder lungo non è quasi mai una buona arma per essere benvoluti dai propri coetanei. E infatti così fu anche per Rosa Luxemburg, la filosofa tedesca che venne ammazzata il 15 gennaio del 1919 dai Freikorps, a Berlino. La Luxembourg era marxista convinta e proprio per questo, probabilmente, spinse il suo sguardo sul nascente Capitalismo nelle terre angoscianti dell’antropologia, e non solo dell’economia. L’intervento più sorprendente del seminario sull’Antropocene voluto dal Goethe Institut e dalla HKW di Berlino in Triennale lo scorso 3 luglio lo ha tenuto il filosofo Etienne Turpin, designer, pensatore e co-fondatore dello User Group GmbH. Turpin ha vasti interessi e si è occupato delle piantagioni di olio di palma a Sumatra, in Indonesia. E il significato antropocenico di queste piantagioni ( mitologhemi ed unità di misura della realtà identiche alla piantagione di cotone della Virginia del XVII secolo e alla nave per il trasporto degli schiavi sulla rotta triangolare dal Golfo di Guinea al Nuovo Mondo) Turpin lo ha esplorato a partire da una intuizione di Rosa Luxemburg. 

La Luxembrug aveva infatti compreso, ha spiegato Turpin, che la natura intrinseca del capitalismo è il principio di accumulazione, e di espansione. Questi due estremi dell’azione umana si combinano perfettamente tra loro, dando origine a fenomeni di accrescimento sulla scala della storia: al principio del Novecento, Luxemburg poteva nominarne con certezza due, l’esplorazione di nuovi continenti e il colonialismo, cioè l’appropriazione pianificata di terre vergini per impiantarvi la produzione.

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La piantagione di olio di palma in Sumatra è la geografia contemporanea di questo meccanismo, che si auto-riproducerà fino ad implodere in se stesso, probabilmente in conseguenza del progressivo riscaldamento del Pianeta. Secondo Turpin, e a ragione, come è tipico in Antropocene, “stiamo tutti interagendo con Sumatra, anche se non ci siamo mai stati”, perché quando mangiamo biscotti impastati con olio di palma o ci facciamo una doccia con bagnoschiuma, nove-su-dieci stiamo usando, a mezzo mondo di distanza, non solo il frutto della palma da olio, ma anche un intero processo economico e distruttivo, di cui siamo il capitolo finale. Anzi, con il nostro semplice gesto diamo una mano al processo stesso: contribuiamo ad aumentare il valore del frutto della palma da olio. Questo passaggio – la velocità impressionante in cui un valore viene convertito, right now, in altro valore ancora più pesante in Borsa – corrisponde alla linfa vitale dell’economia a cui diamo il nome di Antropocene. Questo modello economico non esaurisce l’uso di una risorsa nella sua trasformazione industriale, no; ne amplifica la sostanza intrinseca attribuendole valori culturali che sono anche valori monetari e che finiscono con il diventare valori sociali. Ma non basta: l’economia antropocenica, così operando, modifica lo status originario della risorsa naturale, sia essa vegetale o animale, trasportando una specie in un contesto ontologico completamente diverso da quello biologico iniziale. 

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Lo schema di espansione intuito dalla Luxemburg diventa allora una fondamentale chiave di lettura del nostro tempo, perché non possiamo illuderci di intervenire con mezze misure, o con negoziati, su una capacità intrinseca di propagazione che valica i confini del profitto per arrivare ad alterare le condizioni di vita sul Pianeta. Quel che maggiormente conta, nel dibattito sul clima, è che questo stesso dibattito rischia di esaurirsi in una utopia priva di principio di realtà. Ciò che finora cinque secoli di modernità – intendendo nel 1492, come dice Todorov, la linea di demarcazione nettissima tra un prima e un dopo, e cioè con l’inizio dell’impresa atlantica, poiché “la conquista dell’America annuncia e fonda la nostra attuale identità” – ci hanno consegnato è la prova provata che i grandi cambiamenti non avvengono mai attraverso la diplomazia. E a maggior ragione non avvengono secondo le belle maniere dalla diplomazia quando la posta in gioco è l’assetto complessivo di una civiltà. Se c’è un errore madornale compiuto dall’ambientalismo negli ultimi 25 anni è stata la presunzione di interpretare la questione ecologica come una transizione energetica; nulla di più falso e fuorviante per l’opinione pubblica. La catastrofe ecologica, l’Antropocene, è il risultato perfetto delle premesse di una civiltà, la nostra occidentale, dalle radici elleniche, che trova nella scoperta del Nuovo Mondo una apertura di senso senza precedenti alla propria fame di espansione. Questo tratto culturale totalmente imbarazzante lo ha messo in cinema, con stupefacente talento e chiarezza, Israel Del Santo nella sua serie Conquistadores Adventum ( trovi su questo blog, nel mese di dicembre 2018, una lunga intervista a Del Santo in esclusiva per l’Italia). Nelle motivazioni psicologiche consce e archetipiche degli esploratori spagnoli, non importa quanto ci vergogniamo ad ammetterlo, siamo tutti, senza eccezione, dei Conquistadores. Ed è per questo che la ultra-modernità di uomini come Colombo, Hojeda, Balboa e Magellano la riformulerà Goethe nella seconda parte del Faust. Questo è l’Antropocene. 

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Una piantagione di palma da olio non è statica. Altera il paesaggio, nota Turpin, per dare ancora più benzina al processo. Bisogna far fuori l’intero paesaggio-ecosistema di Sumatra perché il processo raggiunga il suo apice oltre Oceano, e ricominci a macinare profitti nelle megalopoli urbane del III millennio. Per questo Troy Cochrane, brillante economista della York University, ha chiosato il ragionamento di Turpin in questi termini: “Non esiste la crescita economica, ma solo una continua trasformazione di valore, sul piano biologico da un lato, e su un piano antropologico dall’altro, nelle città, nel pensiero, nella cultura”. E dunque “la crescita è unicamente una valutazione complessiva, una sintesi, un assessment”, di qualcosa di molto più grande. La crescita è molto più pericolosa e ramificata di quanto appaia dai tg della sera: la crescita è una funzione della potenza. Questo significa che l’implementazione della crescita economica, ormai automatica, è una prodigiosa produzione di potenza su scala globale, che lungo migliaia di correnti di mercato, e dei corrispondenti contesti sociali, plasma senza sosta il Pianeta e gli esseri umani. 

La domanda dunque che deriva da queste premesse è duplice, e l’ha posta sul tavolo, durante il seminario, il geologo Colin Waters: è possibile interrompere questo processo? O continuare lungo questa traiettoria è in qualche modo “naturale”? Superando infatti le ricerche in corso in campo geologico per definire, a prove certe, i siti del Pianeta che, da un punto di vista stratigrafico, ci dimostrino che non siamo più in Olocene, ma in Antropocene; ponendo da parte questo dibattito molto tecnico, non è invece più fecondo, da un punto di vista teoretico, come ha suggerito nel pomeriggio Anselm Franke, chiederci se “la percezione di una nuova epoca non sia in parte soltanto culturale”?

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(Armin Linke, Carceri di Invenzione)

Se cioè l’intero assetto di civiltà in cui siamo immersi è ormai costituito come un accumulo di processi autonomi, e auto-distruttivi, a essere centrale non è tanto la definizione scientifica di Antropocene, quanto piuttosto il suo esito finale in estinzione. L’estinzione stessa appare sotto la luce ormai chiarissima di un “piano di specie”, di un “programma ecologico” e in definitiva di un destino di Homo sapiens. Può anche darsi, come suggerisce Franke, che il nome concordato dalla comunità scientifica internazionale – siamo in Antropocene signori e signori ! – possa darci quel sentimento di stabilità a cui aneliamo, un appiglio per l’angoscia del presente; ma rimane che l’effetto più a lungo termine dell’alterazione di atmosfera e biosfera sia soprattutto un collasso della nostra identità di specie. Giungendo a compimento, siamo giunti al capolinea. 

Ecco perché a mio parere Anselm Franke ed Etienne Turpin propongono, con i loro ragionamenti, una stessa identica prospettiva: la fine della metafisica del soggetto. L’Antropocene è cioè il momento storico in cui il potentissimo apparato concettuale della civiltà occidentale, il soggetto pensante che pone il Pianeta, implode in se stesso: “L’imparzialità è impossibile quando ti accorgi che la questione ecologica sta attraversando te stesso, è parte di te ha detto Franke – Non c’è più solo un esterno a cui addossare la colpa di tutto, a cui far riferire tutto; l’Antropocene cambia la soggettività e pone l’individuo in relazioni di responsabilità da cui non riesce ad uscire”. 

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Alla cronaca del seminario va tuttavia aggiunta una nota. Broken Nature, la mostra che fa da cornice alla giornata del 3 luglio, è stata sponsorizzata da ENI, che di mestiere si occupa di combustibili fossili. Anche la giornata del 3 luglio dunque dovrebbe aprire la discussione sul conflitto di interessi tra colossi del potere economico fossile e i quattrini, tantissimi, che costoro da decenni investono in prestigiose istituzioni culturali. Ovunque. È giusto continuare così? È giusto parlare di collasso del Pianeta con i soldi dell’ENI? L’Inghilterra se lo chiede da mesi, con una certa asprezza, perché da mesi lo chiede al Governo e ai diretti interessati Exinction Rebellion. A febbraio il gruppo BP OR NOT BP ha occupato il salone centrale del British Museum (la BP finanzia il British); a giugno lo stimato attore Mark Rylance si è dimesso dalla Royal Shakespeare Company che ha come sponsor ufficiale la BP; il 18 giugno Extinction Rebellion ha incontrato Sir Michael Dixon, il direttore del Natural History Museum di Kensington, Londra, per chiedere di cancellare la cena di gala del 20 giugno del Petroleum Group della Geological Society (il nome spiega da solo di cosa si occupano questi signori che finanziano uno dei musei di storia naturale più importanti del mondo); il 5 luglio cinque artisti vincitori del Turner Prize hanno chiesto alla National Portrait Gallery di rinunciare ai soldi della BP. 

Anche questo è Antropocene. Ma forse su questo dovremmo recuperare, dai bauli antichi dimenticati in soffitta, un po’ di etica e, forse, denunciare la difficoltà di trovare fondi puliti e veri mecenati per le opere dell’ingegno, che siano pittura, arte contemporanea, o giornalismo libero. 

– fine seconda parte

L’Antropocene ha trasformato il tempo in energia

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(Armin Linke – Carceri di Invenzione)

Mercoledì scorso, grazie al Goethe Institut Mailand, la Triennale ha ospitato una intera giornata di studio e confronto sull’Antropocene. Il 3 luglio era infatti in Triennale il giorno dedicato alla nazione tedesca, nel più ampio contesto della mostra Broken Nature, arricchita dalle installazioni video ( Carceri di Invenzione) del berlinese Armin Linke, impegnato dal 2013, con la Haus der Kulturen der Welt – HKW, ad investigare che cosa sia l’Antropocene, e per quale motivo questa nostra epoca abbia già segnato una frattura irreparabile con quanto fino ad ora siamo stati abituati a considerare “umano” e “biologico”. Era dunque presente in Triennale anche una folta delegazione proprio dalla HKW, direttamente dal Tiergarten della capitale tedesca, con un impressionante know-how filosofico non solo sul concetto di Antropocene, ma sull’intera metafisica della modernità. 

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Sin dal 2012, con l’inaugurazione dello Anthropozaen-Projeckt, la HKW di Berlino si è imposta come il luogo migliore in Europa per elaborare le nuove categorie di realtà, in termini storici ed estetici, adeguate a rappresentare l’Antropocene, nella piena consapevolezza che l’attuale assetto ecologico del Pianeta “sposta l’Antropocene dai confini della geologia entro la sfera propriamente culturale”. Ma il 3 luglio, come fosse un destino, non cadeva a caso per questo seminario, di spessore del tutto inedito, per vastità di punti di analisi, nell’asfittico dibattito milanese sul futuro del Pianeta. Soltanto un giorno prima, il 2 luglio, si insediava a Bruxelles il rinnovato parlamento europeo, che può contare sullo storico 20.5 % di consensi raccolto dai Verdi in Germania alle scorse consultazioni continentali di maggio. La Germania è, in questo passaggio più che mai, la nazione europea che ha più carte in mano nella forse impossibile partita di trasformare il modello europeo fossile, a carbone e petrolio, in un modello adeguato alle caratteristiche emergenziali dell’Antropocene. E questo perché, molto hegelianamente, c’è coscienza collettiva nel Paese sull’urgenza di una svolta antropologica, e non solo energetica. Nel pensare l’Antropocene, il compito che la cultura europea ha davanti coincide dunque con il ripensare l’Europa, e l’Occidente.

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La interdipendenza tra ciò che accade al sistema Pianeta e il funzionamento dei trend economici e sociali, generalmente assente dalle cronache quotidiane sulla crisi migratorie e finanziarie, è invece, lo ha ricordato con estrema chiarezza Bernd Scherer, il direttore della HKW, il punto di innesco dei cambiamenti sempre più rapidi che abbiamo imposto alla Terra a partire dal 1950. Il fattore cruciale di tutto questo è l’energia fossile, che, però, ha spiegato con notevole profondità teoretica Scherer, non ha permesso solo di superare il limite della barriera fotosintetica (immettendo nel sistema terrestre più energia di quanta il sistema stesso, attraverso i processi fotosintetici, ne teneva in circolazione nelle epoche pre-industriali), e quindi di avere a disposizione una quantità abnorme di “calore fossile” per far crescere la popolazione umana e le sue pretese. Ciò che i fossili ( carbone e petrolio) hanno fatto per noi è stato sovvertire la nostra relazione con il tempo. Bruciando i fossili abbiamo consumato il passato del pianeta Terra, consegnando l’eredità geologica e biologica del Pianeta ( il Carbonifero) al presente del capitalismo. Ma il presente del profitto industriale moderno ha il potere, di trasformare il futuro, dal momento che il credito finanziario proietta il guadagno in un domani matematicamente calcolabile. E lo fa pompando CO2 in atmosfera, e quindi consegnando alle generazioni a venire, e tutte le altre specie, gli effetti collaterali della propria espansione, uno scenario assolutamente ultra-marxista.

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(Armin Linke – Carceri di Invenzione)

Nelle parole di Scherer: “Abbiamo letteralmente tradotto il tempo in energia” e di conseguenza “viviamo nel qui ed ora, ma il passato e il futuro sono simultaneamente presenti in ogni singolo momento. Ora, adesso, è un concetto estensivo, che si muove avanti e indietro, in una corsa senza sosta”. Il presente assoluto ha cioè fagocitato l’intero corso del tempo, in termini geologici ed ecologici. Secondo Scherer, questo ci conduce a comprendere che non siamo più nelle condizioni di parlare della storia umana secondo parametri storiografici classici. La storia umana, ormai, non può essere separata dalla storia dei sistemi chimico-fisici che determinano l’assetto del Pianeta. Una simile “rivoluzione copernicana” scompagina anche la consueta separazione consensuale tra discipline, imponendo, come ha detto Anselm Franke, brillante giovane direttore della sezione film e arti visive della HKW, un “cambio di paradigma intellettuale totale”. E questo perché ragionare in termini antropocenici obbliga a riscrivere l’intera identità umana. 

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Facendo riferimento alla special exhibition della HKW The Whole Earth – California and the disappearance of the Outside (2013), Franke ha sottolineato come lo sguardo esterno dell’equipaggio dell’Apollo sul nostro Pianeta, dal suolo lunare, abbia dato inizio ad uno stato d’animo “bipolare” nella coscienza che noi umani abbiamo della Terra. La relazione con la “natura” diventa tecnologica, possibile attraverso la cibernetica e le scienze informatiche, ma è questa stessa alienazione percettiva che genera un sentimento di appartenenza ecologica. Per Franke, questi aspetti esperienziali hanno un impatto estetico di sicura efficacia, perché contribuiscono a costruire “degli schemi narrativi”, e cioè uno storytelling su cosa è il Pianeta Terra. L’esistenza del Pianeta, in Antropocene, non vale cioè di per se stessa, non ha una sua autonomia concettuale, ma scivola sempre di più verso una interpretazione formale mediata dalla cultura umana. Qui si innesta, a mio parere, il dilemma enorme non solo del consenso pubblico ad intraprendere serie misure di protezione ambientale ( come faccio a capire che se prendo l’aereo venti volte l’anno contribuiscono a rendere il Pianeta invivibile ?), ma soprattutto il dilemma della metafisica occidentale: esiste ancora il sentimento di esistenza del Pianeta a prescindere dalle azioni di Homo sapiens? Senza di noi, nella nostra coscienza, esiste l’esistenza del Pianeta? O tutto è ente?

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(Armin Linke – Carceri di Invenzione)

Per tutte queste ragioni, mi pare, John Palmesino, architetto e co-fondatore dell’Anthropocene Observatory, ha potuto affermare che “l’Antropocene è un concetto di confine” e porre quindi l’attenzione sullo schema fondamentale e sostanziale di questa nuova epoca: l’espansione. Là dove Malthus individuava nella demografia umana il tallone di Achille della civiltà, oggi stanno i combustibili fossili: essi sostengono l’espansione dell’economia, ma condizionano anche in modo radicale la politica e riescono a farlo, dentro i Parlamenti, perché plasmano conflitti sulle risorse naturali che hanno implicazioni sociali. Pur nel silenzio generale, tutta la politica odierna è condizionata dall’espansione del capitalismo fossile. Ogni rivoluzione, per Palmesino, segna un punto di non ritorno: fu così per Galileo, ed è così per ogni rivoluzione energetica. La riflessione di Palmesino ha raggiunto un orizzonte sofocleo, perché è riuscita a mostrare quanto la condizione umana attuale sia tragica nel significato greco del termine, e cioè senza di via di uscita, inscritta in un ordine inarrestabile delle cose, nella ragione intrinseca, per quanto distruttiva, della costituzione stessa della realtà: “Siamo scioccati dalla nostra incapacità di fuggire dalla nostra specializzazione, ma proviamo anche un sentimento di rimorso e quindi un desiderio di espiazione per la nostra volontà di esplorare. Un punto di non ritorno è anche il fatto che solo attraverso la tecnologia che ci ha condotti fino a qui possiamo comprendere dove ci troviamo adesso, siamo cioè avviluppati in una mediazione costante con il Pianeta, e possiamo contare solo sulla interazione tra mediazioni complesse”. Mentre i rifiuti della espansione finiscono in atmosfera, la natura “ha smesso da un pezzo di essere selvaggia, ed è diventata invece un portafoglio in mano nostra”. Il cambiamento climatico non è, allora, soltanto una condizione successiva alla Prima Guerra Mondiale, o alla Seconda Guerra Mondiale; è invece una escalation, sostiene Palmesino, che dovrebbe farci dichiarare il caos climatico per arrivare ad una pace vera. Questa pace non è militare, e non è nemmeno un ritorno all’idillio campestre, ma una “pace con noi stessi”. L’ontologia dell’Antropocene impone cioè, come ho scritto più volte qui e su La Stampa, una nuova etica. Ed entrambe presuppongono un ripensamento della nostra identità di specie. 

– fine prima parte

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