Perché è così difficile credere che la sesta estinzione è reale?

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(Credits: Extinction Rebellion Deutschland FB)

Nel corso di questa ultima settimana l’opinione pubblica è stata costretta a confrontarsi con notizie inquietanti: la pubblicazione del Global Assessment IPBES sullo stato della biodiversità, ripreso eccezionalmente da molti telegiornali nazionali, ha forse per la prima volta posto dinanzi al comune sentire la realtà storica della sesta estinzione. Non per nulla il rapporto delle Nazioni Unite è stato assimilato, per importanza scientifica e peso politico, all’ultimo documento globale dell’IPCC del 2018. Ma se il cambiamento climatico è già da tempo una parola che qualche neurone lo accende, questo 2019 rimarrà forse negli Annali dell’Antropocene perché finalmente anche l’estinzione della fauna e della flora del Pianeta ha raggiunto il rango di notizia pubblica, e di impatto civile.

Ma c’è di più. Ad essere sul serio “pubblico”, ormai, e cioè visibile, udibile e discutibile, c’è, da ora in avanti, l’indifferenza con cui la maggior parte delle persone persiste nel non prendere misure, per quanto minuscole, per fronteggiare la crisi ecologica in cui siamo immersi fino al collo. Anzi, diciamola ancora più dura: nonostante la verità conclamata che la vita sta scomparendo attorno a noi con la stessa rapidità con cui i dinosauri se ne andarono per sempre dal Pianeta, la maggioranza dei cittadini continua, questa verità, ad eluderla, a scansarla, a considerarla, tutto sommato, forse, eccessiva.

Perché ?

Nell’epoca della “post-verità”, il non credere in nulla – lo scetticismo, l’ipercriticismo, il nichilismo – è considerato dai più una strategia di sopravvivenza quotidiana. Fregarsene del Pianeta aiuta a tollerare l’ingiustizia patita ogni giorno sul lavoro, nella vita privata, nelle frustrazioni esistenziali che la Modernità impone come riti di passaggio al pragmatismo e alla competizione perenni. Ne ho già abbastanza di mio, devo forse preoccuparmi del contesto? Ma la verità, oggi, è osteggiata anche perché possiede in sé la forza dirompente della norma, della Legge a cui non si può scappare: se ti diagnosticano una malattia seria, la verità ti obbliga a occuparti di te stesso e del tuo imminente futuro. Insomma, a sottometterti alla inevitabilità di condizioni ambientali e fisiche che non dipendono più solo dalla tua volontà. O dai tuoi sogni. Con la verità dell’estinzione funziona nello stesso modo: se la guardi in faccia, non puoi più pensare al tuo futuro come prima, perché non te lo puoi più permettere. Chiuso. La verità del collasso del Pianeta per moltissime persone è più indigesta della menzogna, della manipolazione e della deliberata distruzione del bene comune. 

Il rifiuto della verità significa anche respingere il dubbio che ci sia qualcosa di falso nelle certezze economiche su cui abbiamo costruito i nostri argini contro l’arrivo del Grande Inverno: la crescita economica, il mercato come risposta esistenziale ai bisogni umani, una demografia autarchica e narcisista. La critica al sistema consolidato, non importa quanto lacunoso e rapace, è vissuta da una parte consistente dell’opinione pubblica come una minaccia alla propria sopravvivenza psicologica. Ricordate nel film di David Cameron, Titanic, la reazione del costruttore del transatlantico in vestaglia di broccato, quando, in cabina di comando, gli fanno presente che il Titanic affonderà? Negazione. No, che non affonderà. È impossibile. Continuare a credere che la fine dell’Era dei Mammiferi sia fantascienza, permette di potersi ancora aggrappare a qualcosa. Permette cioè di riempire la propria vita con quel nulla-meglio-di-nulla a cui il Capitalismo Avanzato ha piegato le coscienze.

La verità, in questo XXI secolo, non è più oggetto di fede. Neppure quella scientifica, perché i dati che abbiamo in mano sono scienza tanto quanto le certezze ematochimiche con cui un cardiochirurgo opera a cuore aperto. Nel passato pre-rinascimentale l’uomo di fede si affidava alla verità per non tradire, insieme a se stesso, l’ordine del cosmo. Nell’era dell’estinzione, invece, la verità ha un effetto di disgregazione portentoso sui pensieri e sulle azioni. Questo è il punto zero dello scetticismo civile. E quindi, massimamente, il punto zero di una nuova etica ambientale. 

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Il Global Assessment IPBES: il collasso della biodiversità non ha precedenti storici e sta accelerando

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(Miniera di rame a cielo aperto, Spagna. Credits: Denis Zhitnik/shutterstock.com)

Verrà reso pubblico a Parigi tra 50 minuti il Biodiversity Global Assessment dell’IPBES (organismo indipendente che lavora in seno alle Nazioni Unite), un documento senza precedenti per vastità di dati raccolti e analizzati sullo stato di salute del nostro Pianeta, e sulle conseguenze delle logiche di sfruttamento intrinseche alla civiltà umana degli ultimi cinque secoli. Il Global Assessment ha ragionato su quanto è accaduto alla Terra negli ultimi 50 anni e cade in un momento di crescente tensione, a causa delle diseguaglianze sociali dei Paesi più ricchi e della volontà di dire finalmente basta pronunciata da movimenti radicali come Extinction Rebellion. Gli autori avvertono che “è in corso il pericoloso declino della natura, caratterizzato da tassi di estinzione delle specie viventi senza precedenti, e in fase di accelerazione”. Ormai 1 milione di specie è minacciata di estinzione, una condizione che non si è mai verificata prima nella storia umana. Inoltre, si legge sempre sul documento officiale dell’Assemblea Plenaria appena chiusa a Parigi, “la risposta attuale, su scala globale, è insufficiente e cambiamenti profondamente trasformativi sono necessari per recuperare e proteggere la natura”. In sostanza,“l’opposizione di interessi ben mascherati deve essere sopravanzata dal bene comune”. La professore Sandra Diaz, Argentina, ha parlato inoltre del legame tra noi e il Pianeta, che ci vincola a prendere una posizione antropologica e non solo scientifica sull’estinzione, sin nel cuore delle comunità civili e cittadine: “il contributo che la biodiversità e la natura offrono agli esseri umani sono la nostra eredità comune e la più importante rete di salvataggio dell’umanità. Ma abbiamo tirato questa rete sino al punto di rottura”. Va sottolineato che il Global Assessment è un documento costruito per gli attori politici, è cioè uno strumento utile a orientare la prassi politica nella direzione del bene di tutti. 

Sir Robert Watson, IPBES Chair, ha dichiarato: “La enorme chiarezza del Global Assessment IPBES ci presenta una fotografia sinistra. La salute degli ecosistemi da cui noi e ogni altra specie dipendiamo si sta deteriorando più rapidamente che mai. Stiamo distruggendo a poco a poco le fondamenta stesse delle nostre economie, delle nostre vite, della sicurezza alimentare, della salute e della qualità dell’esistenza in ogni angolo del mondo”. Sir Watson ha ricordato con insistenza che il margine di azione ancora in nostro potere c’è, ma che occorre una risposta generale, che coinvolge cioè ogni scala politica e geografica. Il “cambiamento verso la trasformazione” è “una riorganizzazione strutturale del sistema attraverso fattori tecnologici, economici e sociali, che includono anche i nostri paradigmi di valore e gli obiettivi”. Secondo il Global Assessment è indispensabile uscire dal modello della crescita economica, se vogliamo progettare sul serio ciò che da decenni chiamiamo sostenibilità. Crescita economica e sopravvivenza biologica sono insomma due modi di intendere il Pianeta incompatibili. 

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(Contadini spruzzano pesticidi in un campo di grano. Credits: Jinning Li/shutterstock.com)

In un comunicato stampa uscito domenica, Extinction Rebellion ha commentato: “Il Global Assessment diffonde un messaggio di grande forza: l’umanità è coinvolta in un genocidio di massa delle altre specie con cui condividiamo la nostra casa comune”. La dottoressa Alison Green, National Director (UK) di Scientists Warning e portavoce del movimento britannico ha aggiunto: “tra tutti quelli simili, questo è il rapporto che maggiormente ci condanna, perché rivela i nostri sostanziali ed estesi fallimenti nel fronteggiare la sempre più veloce perdita di biodiversità. Ci fa vergognare, e ci sciocca. Poco o nulla è stato intrapreso per contenere le esitazioni, la perdita di habitat e il recupero degli ecosistemi, entro limiti ecologici di sicurezza, all’interno di produzioni e consumi sostenibili”. 

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(Tartaruga embricata, Oceano Indiano, Maldive. Credits: Andrey Armyagov)

Vediamo allora i numeri del Global Assessment IPBES. Considerando i valori medi sul numero di individui di una popolazione, l’abbondanza di specie native nella maggior parte degli habitat terrestri è crollata del 20% a partire da inizio Novecento. Oltre il 40% degli anfibi, il 33% dei coralli che formano le barriere e oltre 1/3 dei mammiferi marini sono ormai minacciati. Il quadro non è ancora del tutto chiaro per gli insetti, ma probabilmente sono minacciati in una percentuale attorno al 10% di tutte le specie conosciute. Negli ultimi 5 secoli sono scomparsi dalla faccia della Terra almeno 680 specie di vertebrati; la rarefazione della biodiversità animale riguarda anche le specie domestiche, però. Nel 2016 era ormai andato perso il 9 % delle varietà di mammiferi selezionati nel corso del tempo a scopo alimentare e 1000 incroci sono oggi a rischio. Sono queste estinzioni, insieme a quelle della specie selvatiche che compromettono la tenuta delle reti trofiche negli ecosistemi ancora non convertiti ad agricoltura, che scrivono ipoteche molto preoccupanti sulla nostra capacità futura di produrre cibo per miliardi di persone. D’altronde, spiega il Global Assessment, se andiamo ad indagare su come si è espansa l’impronta umana sul Pianeta le risposte sono abbastanza intuitive: dagli anni ’70 il valore produttivo dei campi è cresciuto del 300%, l’abbattimento di alberi per ricavarne legname del 45%; a partire dal 1980, il prelievo di risorse rinnovabili e non, su scala globale, ogni anno, è stato di 60 miliardi di tonnellate. E le aree urbane sono più che raddoppiate dal 1992. 

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In sinergia con questi incrementi esponenziali – ricordiamo che il paradigma di estinzione è anche un paradigma di espansione – dai tempi del primo mandato Reagan alla presidenza degli Stati Uniti il nostro consumo di plastica è aumentato di 10 volte. Ogni dodici mesi buttiamo nelle acque del Pianeta, mari, oceani e fiumi, 300-400 milioni di tonnellate di metalli pesanti, solventi, fanghi tossici e altri residui industriali. I fertilizzanti agricoli hanno provocato 400 “zone morte” costiere, e cioè 245.000 chilometri quadrati anossici. Dal 1980 al 200 sono andati persi 100 milioni di ettari di foreste tropicali, a causa soprattutto dell’allevamento delle vacche da carne (America Latina, 42 milioni ettari) e delle piantagioni di olio di palma nel Sud Est dell’Asia (7,5 milioni di ettari). Una pressione abnorme motivata dunque dal nostro stile di vita e da ciò che riteniamo imprescindibile in una esistenza occidentale degna di essere vissuta. Nessuno, finora, ha davvero pagato il prezzo globale di queste convinzioni. Entro il 2050 verranno costruiti e asfaltati circa 25 milioni di chilometri di strade, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. E nel mondo sono già 2500 i conflitti armati che ruotano attorno ai combustibili fossili e alla lotta per l’acqua e il cibo quotidiani. A tutto questo vanno aggiunti gli effetti dinamici e non lineari dei cambiamenti climatici che già impattano anche sulla genetica delle faune: ormai la distribuzione del 47% dei mammiferi terresti, e di 1/4 degli uccelli, è già stata modificata dal riscaldamento del Pianeta. Il Global Assessment l’ha messo nero su bianco: gli Obiettivi di Aichi al 2020 non sono stati raggiunti. E 22 su 44 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sono compromessi dal collasso della biosfera. Significa fame, sete e morte per inedia per milioni di persone.

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(Gli effetti della deforestazione e dello slush and burn in una valle del Madagascar. Credits: Dudarev Mikhail/shutterstock.com)

Il Global Assessment identifica 5 driver fondamentali di questa condizione di civiltà, in ordine decrescente di intensità: 1) cambiamenti di uso nella terra e nei mari; 2) sfruttamento diretto degli organismi viventi; 3) cambiamento climatico, 4) inquinamento; 5) specie invasive non autoctone. Non ci sono dunque dubbi che gli attuali trend economici non ci porteranno da nessuna parte da qui al 2050, se non ad un ulteriore deterioramento della biosfera. Per invertire la rotta non serve solo un ragionamento economico, ormai è chiaro, ma anche, e con la massima urgenza, una riflessione antropologica e culturale. 

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(Kuta Beach, Bali. Credits: Maxim Blinkov/shuttestock.com)

In altre parole, le scienze sociali sono fondamentali per comprendere come siamo arrivati a questo punto e devono essere inserite nelle strategie di cambiamento: “La perdita di biodiversità risulta essere non soltanto una questione ambientale. Riguarda anche lo sviluppo, l’economia e la sicurezza, la società e le sue istanze morali. Occorre dunque una amministrazione integrata (di questi aspetti, NdR) e approcci che attraversino i diversi ambiti e che tengano conto degli effetti ridondanti della produzione del cibo e dell’energia, delle infrastrutture, della disponibilità di acqua potabile e della gestione delle coste, e infine della conservazione della biodiversità”. Il Global Assessment insiste cioè su un aspetto della crisi ecologica che finora non è stato adeguatamente studiato, e considerato, nella generale attenzione spasmodica per i numeri dell’economia e della conversione alle rinnovabili. Il collasso attuale è il prodotto storico della reciproca interazione tra demografia ed economica, sostenute entrambe da apparati ideologici e morali che costituiscono l’ossatura portante della civiltà a capitalismo avanzato. Questo è il motivo per cui il cambiamento necessario non può evitare le forche caudine di una profonda riflessione individuale e quindi collettiva sul nostro modello di società e di relazioni. Prof. Eduardo S. Brondízio, Brasile: “I fattori-chiave includono la crescita demografica e i consumi pro-capite; l’innovazione tecnologica, che in qualche ha caso ha diminuito e in altri accresciuto il danno alla natura; e, in modo davvero critico, la governance e la responsabilità giuridica. Lo schema che emerge è la connessione di ogni aspetto e la rifrazione a distanza della estrazione e produzione, che avvengono in un luogo del mondo per soddisfare esigenze di consumo lontanissime”. 

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(Donne malgasce di etnia Vezo a pesca, Madagascar. Credits: Sun Singer/shuttestock.com)

Audrey Azoulay, Director-General, UNESCO : “Le conoscenze attualmente in nostro possesso, conoscenze locali, indigene e scientifiche provano che abbiamo le soluzioni e perciò non ci sono più scuse: dobbiamo vivere su questo Pianeta in modo differente”. Per Azoulay anche le faune e la flora appartengono a quell’immenso e antico complesso di legami, simboli e vincoli biologici che la nostra specie ha chiamato cultura: “l’UNESCO è impegnato a promuovere la vita e la sua diversità, la solidarietà ecologica con le altre specie viventi, e a stabilite nuovi, equi e globali legami di collaborazione e solidarietà tra le generazioni, per la sopravvivenza futura dell’umanità”. 

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(Medicina tradizionale ayurvedica, India. Credits: Nila Newson/shutterstock.com)

Un richiamo ad una solidarietà antropologica il Global Assessment lo lancia anche a proposito delle popolazioni indigene rimaste, che occupano meno di 1/4 della superficie terrestre e che però sperimentano una coesistenza con gli habitat decisamente più efficace della nostra. Le loro aspettative sul futuro, il loro patrimonio di usi ed economie locali, deve appartenere alle strategie politiche dei prossimi decenni, in senso giuridico ed amministrativo. Ma conta soprattutto, in questa prima fase, riconoscere che la via Occidentale al possesso del Pianeta – inaugurata cinque secoli fa dall’impresa di Colombo nelle Americhe – non fu l’unica opzione vissuta da Homo sapiens. Ed è quindi arrivato il momento storico di porla in discussione, ammettendone i limiti e l’intrinseco gradiente di rischio. Nello sforzo del cambiamento ogni cittadino, a qualunque comunità appartenga, deve sentire la responsabilità verso i suoi simili, e i produttori di cibo ugualmente devono essere riconosciuti come responsabili di ciò che producono. Il valore assoluto della biodiversità deve cioè entrare a pieno diritto e ragione nella pianificazione politica e nella elaborazione, che è compito delle comunità civili, di una visione contemporanea del Pianeta e del ruolo che vi ha Homo sapiens. 

 

 

Il Biodiversity Global Assessment 2019 in uscita il 6 maggio

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Il prossimo 6 maggio verrò reso noto il Biodiversity Global Assessment 2019, una sintesi amplissima e dettagliata dello stato della natura, degli ecosistemi e della relazione tra la civiltà umana e il Pianeta in questo terzo millennio. Un lavoro gigantesco prodotto dall’IPBES – The Intergovernmental Science-Policy Plattform on Biodiversity and Ecosystem Service, un organismo di ricerca indipendente che fornisce studi di alto profilo scientifico per l’elaborazione di politiche ambientali solide ed efficaci nel proteggere le faune e gli habitat della Terra. L’IPBES è definito l’IPCC della biodiversità: i rapporto pubblicati sono del tutto paragonabili, per estensione e ricchezza di dati, a quelli dell’IPCC per il clima. E hanno lo stesso scopo: dire alle istituzioni parlamentari che cosa bisognerebbe fare per non scivolare nell’apocalisse climatica e biologica.

Hanno contribuito al Global Assessment del 6 maggio 150 esperti di profilo internazionale, che hanno fatto affidamento sui lavori e i dati raccolti da 250 colleghi di tutto il mondo. L’attesa attorno al documento è piuttosto tesa, per una serie di motivi dipendenti dalla mobilitazione internazionale a favore di una presa di coscienza collettiva sullo stato del Pianeta vivente. Per la prima volta, intanto, il Global Assessment ha esaminato e preso in considerazione, si legge nel comunicato stampa ufficiale, “le conoscenze dei popoli indigeni, le questioni che li coinvolgono e le loro priorità”. Lo scorso 1 maggio, del resto, ancora una volta Extinction Rebellion ha manifestato contro l’ambasciata brasiliana a Londra per protestare contro i programmi di ulteriore espansione del taglio di legname nella foresta amazzonica, e i connessi impatti sulle popolazioni amazzoniche indigene. 

Il 24 aprile il movimento inglese ha unito la propria voce a quella di due artisti e attivisti indigeni brasiliani, Daiara Tukano e Jaider Esbell, davanti al British Museum: “Insieme al Radical Anthropology Group, e come parte del loro tour europeo Indigenous Perspectives on Brazil – si legge sulla pagina Facebook di Extinction Rebellion – Daiara Tukano ha parlato degli abusi ambientali e della violazione dei diritti umani attualmente in corso, subiti dalle popolazioni indigene sotto questo governo brasiliano, e di come la loro lotta per l’esistenza sia una lotta per esistere. Più tardi alcune delle loro opere sono state proiettate sulla faccia del British Museum, un edificio di oscuro significato coloniale che è sponsorizzato dalla British Petroleum”. Nella fervente sollevazione europea contro l’inerzia politica sul collasso del Pianeta i musei stanno acquisendo una posizione politica senza precedenti. Lo si è capito a Parigi, quando Extinction Rebellion France ha occupato la hall del Museo di Storia Naturale di Parigi e il successivo 26 aprile, allorché Extinction Rebellion ha preso possesso del salone di ingresso del Museo di Kensington, sotto lo scheletro della enorme balenottera azzurra che simboleggia la fine imminente dell’Età dei Mammiferi. Templi dell’ingegno scientifico umano, tutti i nostri musei sono però stati edificati sul genocidio coloniale, sullo schiavismo e sull’appropriazione violenta degli habitat di continenti sconosciuti agli europei, come ha raccontato il mese scorso Sam Kean su SCIENCE nello spettacolare reportage Historians expose early scientits’ debt to the slave trade. Un altro indizio non più trascurabile di come la cultura stessa, in quanto patrimonio ereditato, sia oggetto politico in una epoca di estinzione. 

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(Credits: Extinction Rebellion Facebook)

I temi trattati dal Global Assessment comprenderanno dunque tutte le questioni oggi sul tavolo: quali debbano essere gli elementi chiave nella relazione tra uomo e natura di cui la politica è chiamata a tener conto; l’attuale stato della natura e i trend in corso, i fattori di cambiamento e il modo in cui la natura forgia le stesse comunità umane del terzo millennio; a che punto è la conservazione in riferimento agli Obiettivi di Aichi, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e l’accordo di Parigi sul clima del 2015; gli scenari verosimili, e soprattutto condivisi, di natura ed esseri umani da qui al 2050; mettere a fuoco gli scenari e le opzioni che potrebbero portare ad un futuro sostenibile; e infine affrontare il tabù della crescita demografica umana.

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Con Extinction Rebellion l’autocoscienza della rivolta è ormai azione di massa

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(Waterloo Bridge, Credits: Twitter streaming)

Extinction Rebellion ha tenuto. Il movimento è riuscito a mantenere in tensione l’opinione pubblica e la città di Londra per due settimane: dal 15 aprile scorso la necessità di una rivolta non violenta, ma pesantemente ostruttiva sui punti nevralgici del sistema economico-sociale che è ormai la nostra trappola, è azione di massa, disobbedienza critica, presa di posizione fisica di fronte all’imminenza del collasso ecologico. Jeremy Corbin ha annunciato che mercoledì prossimo il Labour sosterrà una mozione per votare in Parlamento la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale. Non esagerano gli attivisti di Extinction Rebellion che chiamano ad una mobilitazione di tutti i cittadini in un momento storico senza precedenti.

Si impone dunque qualche riflessione, alla vigilia di un rimescolamento di assetti e rendite di posizione all’interno dell’ambientalismo mondiale, che per 25 anni ha sostenuto, con la complicità indiretta dei media, la linea soft e oggi si trova invece di fronte alla rinascita di una categoria di realtà che credevamo smarrita nelle ceneri del tracollo europeo del 1945: la rivoluzione.

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Intanto, Extinction Rebellion ha posto forte e chiaro al centro della realtà questo fatto, che viviamo una epoca di rovine. La rapidità dei cambiamenti climatici e a maggior ragione l’estinzione della biodiversità terrestre – del nostro Pianeta come contesto vitale, ricordiamolo, in senso biologico, chimico e fisico – ci pongono cioè in quella condizione del tutto speciale che Hannah Arendt definì “il terrore della necessità”. In una tempesta perfetta di immiserimento economico, instabilità sociale e incertezza politica la comunità moderna tende a reagire affidandosi alle mani di colui che promette di poter arginare il terrore di un cataclisma collettivo con speranze megalomani, sosteneva la Arendt, riferendosi alle grandi dittature. Ma la Arendt riconosceva anche che il riconoscimento di una enorme minaccia comune è un innesco politico formidabile per grossi cambiamenti, che si tratta poi di governare o di subire. Extinction Rebellion, facendo appello alla verità delle cose, pone la società britannica dinanzi alla tremenda necessità di un risveglio brutale, e pragmatico. Il terrore della necessità, allora, è il porsi nelle condizioni psicologiche di sentire, fin dentro ogni fibra del proprio corpo e del proprio cervello pensante, che il pericolo è gravissimo, incombente e mortale. 

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Di qui il ragionamento politico di Extinction Rebellion non può che condurre ad una seconda figura antropologica intrinseca al nostro tempo, e alla ribellione: dobbiamo abituarci al deserto, alle rovine che ci circondano. Perché solo in questo modo è possibile aprire le porte ad una autocoscienza della rivolta. Nessuno si rivolta contro una dittatura se non avverte la condizione mostruosa di servilismo, annichilimento emotivo e impoverimento delle basilari condizioni di sopravvivenza materiale che quella dittatura gli ha imposto. La nostra dittatura è il capitalismo avanzato. Per i moltissimi giovani che hanno occupato il suolo londinese al Marble Arch, sul Waterloo Bridge, a Oxford Circurs e il lunedì di Pasqua anche la hall del Museo di Storia Naturale di Kensington questo significa dire finalmente basta ad una economia di promesse. Ormai è chiaro che i costrutti sociali e psicologici su cui si fondano la crescita e l’inserimento sociale nel nostro Occidente ricchissimo e rapace non sono più in grado di reggere il peso delle nuove generazioni. Per i giovani non rimarrà nulla. É cioè giunta a svelare il suo inganno quella “strategia della conservazione”, per dirla con Horckheimer e Adorno, che pretendeva un adeguamento totale dell’individuo alle ragioni razionali dell’efficiente meccanismo industriale e tecnologico moderno. In cambio di un inserimento sociale vantaggioso e psicologicamente sostenibile. I giochi sono invece fatti e il collasso della biosfera consegna ai giovani, e ai quarantenni, una verità decisamente più amara. Il sistema così come è non garantisce la conservazione dei singoli cittadini, ma solo la loro manovrabilità in un contesto politico-economico di manipolazione perenne. 

E nondimeno anche i vecchi e gli anziani hanno avuto un ruolo nelle due settimane di rivolta, un ruolo che forse nessuno si aspettava. Abbiamo osservato un nuovo tipo di vecchiaia, a Londra: gente che non va dal parrucchiere a tingersi i capelli per far finta di avere trenta anni, e che non trascorre il tempo a consumare la propria disillusione. Gente, invece, che vive fino in fondo, e cioè in una completezza etica, il grane dono che ha ricevuto in sorte dal Secolo Breve, dalla Grande Accelerazione e dai combustibili fossili: essere ancora in salute, camminare sulle proprie gambe, godere di una mattinata di sole. Insomma, avere ancora tempo per progettare. 

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Ancora una volta, dunque, la cultura europea – perché Extinction Rebellion è un movimento europeo e in nome di questa appartenenza europea, a differenza di 350.org di Bill McKibben, può dire ciò che ha detto e ottenere ciò che ottiene – pone la questione del tempo al centro del dilemma esistenziale e politico contemporaneo. Il tempo come progresso muore sul pink boat di Oxford Circus; ma morto è anche il passato orientativo e assiomatico dell’umanismo occidentale fatto di diritti civili, ceto medio e razionalità tecnologica; e allora, guardando alla responsabilità ecologica, come dobbiamo ormai porci nei confronti del nostro recente passato? Delle nostre colpe? Siamo messianicamente responsabili anche delle aspettative che ci hanno preceduti, come riteneva Walter Benjamin? Siamo cioè chiamati a dare risposte qui, oggi, alle pretese di cambiamento di 25 anni di promesse verdi buone come carta igienica del profitto? Non sappiamo ancora, è troppo presto, se dar ragione a Benjamin. Ma sappiamo che il modo in cui sceglieremo di gestire la cronologia del futuro, i decenni davanti a noi, ci inchiodano, nella misura etica più radicale possibile, alla nostra identità evolutiva. E quindi al legame indissolubile di ciascuno di noi con il Pianeta. 

Cosa dobbiamo aspettarci dal Rebellion Day del 15 aprile?

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(Credits: Extinction Rebellion France on FB)

Il Rebellion Day del prossimo 15 aprile segna l’inizio di una revisione dei presupposti su cui si pretende costruita la nostra Europa. Ne La dialettica dell’Illuminismo, l’opera geniale che già tutto dice sulle cause del collasso della biosfera, Max Horkheimer e Theodor Adorno rileggono la storia di Odisseo e delle Sirene. Odisseo sa che per sconfiggere la minaccia posta contro di lui dal potere arcaico del mito a nulla gli servirà una opposizione frontale. Nessuno può sopravvivere per davvero al canto delle Sirene. Ha bisogno di furbizia: “l’astuzia è sfida divenuta razionale”. 

Infatti, argomentano Horkheimer e Adorno, “Odisseo non tenta di seguire una altra via da quella che passa davanti all’isola delle Sirene. E non tenta neppure di fare assegnamento sul suo sapere superiore e di porgere libero ascolto alle maliarde, nell’illusione che gli basti come scudo la sua libertà”. La soluzione al dilemma – voler ascoltare, cedere alla lusinga del piacere naturale, al richiamo seduttivo della natura contro la cultura – sta nel vizio di forma del contratto mitico: non sta scritto da nessuna parte che non si possa ascoltare le sirene legati all’albero maestro. E quindi “proprio in quanto, tecnicamente illuminato, si fa legare, Odisseo riconosce la strapotenza arcaica del canto. Egli si china al canto del piacere, e lo sventa, così, come la morte (…) l’ascoltatore legato è attirato dalle Sirene come nessun altro. Solo ha disposto le cose in modo che, pur caduto, non cada in loro potere”. 

Nella lettura dei due francofortesi, l’astuzia di Odisseo rappresenta la ragione illuministica. La razionalità capace di mettere in equazione il mondo intero, che però continua a sentire l’irresistibile chiamata di quella natura che ha razionalmente soggiogato. Horkheimer e Adorno vedono cioè nel mito delle Sirene una forma preistorica del modo in cui la ragione che tutti siamo abituati da secoli a venerare ha raggiunto il culmine del suo potere: negando la natura, che però torna sempre come residuo non elaborato, come conto da pagare, come termine non mediato del gioco mai chiuso che è l’esistenza terrena del soggetto pensante, di Homo sapiens insomma. Odisseo si salva la pelle, ma non vuole salvarsi senza aver ascoltato, e non può rinunciare ad ascoltare, e quando la nave finalmente procede oltre egli porta nel cuore il rimpianto malinconico del piacere disatteso. Il nostro rampante “Illuminismo” ha sì plasmato a sua immagine e somiglianza il mondo, ma lo ha anche compromesso al punto da porre a rischio se stesso. La “ragione” di kantiana memoria, ci dicono Horkheimer e Adorno, è il fondamento di una struttura di dominio sociale ed ecologico insieme. Schiavi della razionalità assoluta, perché essere razionali ci avrebbe liberato dai vincoli della natura, siamo rimasti impigliati nelle conseguenze della razionalità. 

La storia di Odisseo e delle Sirene pone insomma, su più piani, la questione della libertà e se non sia o meno il caso di discutere su quanto la razionalità efficientissima della civiltà capitalistica eroda, invece, le libertà fondamentali degli esseri viventi, tutti, animali e persone. Ed è di libertà che parleremo infatti il 15 aprile prossimo durante il Rebellion Day, quando Extinction Rebellion bloccherà Londra per dare inizio ad un cambiamento nell’atteggiamento che siamo soliti riservare alla fine del nostro stesso Pianeta. È una ribellione. Non violenta, ma comunque un atto di ribellione.

Contro cosa, allora, siamo in rivolta il 15 aprile? Prima di tutto, contro l’inerzia, che è ormai una forma sofisticata di consenso programmato. La mostruosa efficienza del sistema produttivo ( e nella produzione vanno incluse anche le industrie del piacere, la pubblicità, l’editoria, lo spettacolo) ha forgiato il carattere e l’indole di noi tutti. Adeguarsi in silenzio sembra essere l’unico modo, a quanto pare, per sopravvivere. Ma la libertà di essere ciò che si desidera, e quindi la libertà di dissentire rispetto ai modelli dominanti, è il nucleo di ogni rivoluzione. Non possiamo aspirare ad un cambiamento se non aspirando alla nostra specifica forma di libertà. Alla nostra voce personale, autonoma. Le condizioni di distruzione della biosfera e dell’atmosfera sono le stesse che ci vogliono atrocemente non-liberi. Scegliere dunque di aderire alla ribellione con Extinction Rebellion significa scegliere la propria libertà. Ancora una volta, è evidente fino a che punto la causa della dignità umana sia una cosa sola con la causa della dignità delle faune e degli ecosistemi. La natura seducente che Odisseo sentiva in sé, e che però, uomo già moderno, doveva tenere a freno per riuscire a tornare a casa. 

Il secondo punto di rivolta sono le diseguaglianze sociali. Extinction Rebellion ha posto sin dall’inizio come strutturale alla propria attività la povertà crescente, la mancanza di un futuro economicamente stabile per chi oggi ha 30 anni, e la rovina dei precari 40enni che hanno pagato sulla propria pelle la rivoluzione globale digitale di epoca clintoniana. Si è liberi non solo quando si può vivere del proprio lavoro, ma anche quando quel lavoro non ti chiede un tributo di sangue, ossia un inquadramento totale, dittatoriale, all’ordine già scritto, già dato per storicamente definitivo. Questo ordine ormai solidificato, come se nulla al di fuori di esso potesse sussistere, è il collasso della biosfera. Libertà e giustizia sociale sono domande politiche la cui radice è quella stessa razionalità assoluta scritta nella logica del profitto che ha mandato a carte quarantotto il sistema climatico terrestre. 

Extinction Rebellion insiste: bisogna che i governi dicano la verità ai cittadini, su come siamo messi. E cioè ammettano che tutto ciò che ci era stato promesso (il benessere eterno, il progresso, la fine della storia) non si è realizzato. Perché non poteva realizzarsi essendo fondato sulla distruzione del Pianeta, ossia del contesto esistenziale e biologico, insieme, da cui l’umanità dipende. 

Il Rebellion Day del 15 aprile segna l’inizio del processo all’Acropoli di Atene

 

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Nell’ultimo post ho spiegato per quale motivo un ragionamento fondato sui “valori” possa essere fuorviante nel definire l’importanza degli habitat e delle specie, cioè, in una sola parola, del Pianeta su cui viviamo. Eppure, è innegabile che siamo tutti abituati a pensare per valori e che rivedere questo concetto – capire come ridare al Pianeta il diritto di esistere a prescindere da Homo sapiens – è ormai indispensabile.

Negli anni Novanta è stato introdotto un concetto nuovo nelle politiche di protezione degli ecosistemi : l’offsetting. Si trattava di una idea molto semplice dal punto di vista economico: attribuire valore all’aria, alle emissioni serra, alle foreste, agli habitat motivandone così la protezione, oppure inserendo un parametro ambientale reale in quotazioni di Borsa. Il carbon trade è una di queste opzioni: fare commercio legale, ben organizzato, di anidride carbonica; oppure piantare alberi dall’altra parte del mondo, mentre in patria si producono bottiglie di plastica. In termini molto pratici l’offsetting rispondeva al principio di compensazione: il danno prodotto può essere controbilanciato da azioni sostenibili. Senza entrare nel merito specifico di questi strumenti che, come il REDD+, il meccanismo di protezione delle foreste, hanno talvolta anche ben funzionato, oggi possiamo dire che questa impostazione, con buona pace del Green Marketing, non ha dato i risultati promessi. Non ci ha aiutato a cambiare paradigma, non ha ridotto le emissioni serra (siamo a 412 ppm) e il crollo di vertebrati e invertebrati ci porta già ad un possibilissimo scenario alla Blade Runner 2049. 

Che cosa non funziona nell’offsetting?

Il modo in cui trattiamo la biosfera dipende dalla considerazione che abbiamo degli esseri viventi che la abitano. Quindi prima di tradurre in azione politiche ambientali efficaci, in linea teorica, sarebbe auspicabile interrogarsi su quale concezione dei viventi sorregga queste ipotetiche soluzioni. Come quasi tutto ciò che abbiamo visto sinora, anche il “pagare per la Natura” è una conseguenza del modello di civiltà che ci ha condotti fino a questo punto. L’indagine preliminare, insomma, non dovrebbe riguardare la quantità di emissioni che possono essere quotate in Borsa, ma il fatto che queste stesse emissioni, svincolate dal loro contesto, non ci dicono nulla sulle strutture sociali e culturali che le hanno prodotte. Ogni elemento naturale – un lemure del Madagascar così come la CO2 – è ridotto ad oggetto quando è preso in considerazione sotto la lente di ingrandimento della civiltà a capitalismo avanzato, fondata, è bene ricordarlo, sul nostro passato greco – romano e cristiano. L’oggetto, in quanto pronto all’uso, non importa se con buone o cattive intenzioni, è tale proprio perché c’è un soggetto che lo manipola, lo lavora, lo trasporta altrove per scopi nuovi. Il nostro schema di esperienza del Pianeta è vincolato a questa lettura razionale del mondo: una lettura che pone la ragione trasformatrice e razionale come amministratore di tutti gli oggetti a disposizione.  Per questo Extinction Rebellion dice che bisogna dire la verità, e per questo il movimento si differenzia da tutti quelli che lo hanno preceduto.

In gioco c’è la visione che abbiamo di noi stessi e in definitiva, fa paura ad ammetterlo ma ci tocca farlo, il modo in cui stiamo su questo Pianeta da due millenni. La grande spinta in avanti degli ultimi cinque secoli ha intensificato un processo di espansione che, lo ricorda spesso anche Umberto Galimberti, era in fondo inscritto in noi dai tempi dell’acropoli di Atene. Heidegger provò a pensare su questa struttura culturale intrinseca all’Occidente discutendo, non a caso, del nichilismo europeo: “Quando si caratterizza qualcosa come valore, ciò che è così valutato viene ammesso solo come oggetto della stima umana. Ma ciò che qualcosa è nel suo essere non si esaurisce nella sua oggettività, e ciò tanto meno se l’oggettualità considerata ha il carattere del valore. Ogni valutazione, quando è una valutazione positiva, è una soggettivazione. Essa non lascia essere l’ente, ma lo fa valere solo come oggetto del proprio fare”. 

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La “soggettivazione” non è altro che il modo in cui abbiamo elaborato, secondo forme via via più complesse, l’uso della biosfera. Il suo presupposto, come intuì anche Karl Marx nella sua gigantesca lettura della storia dell’umanità, non è l’adozione di un modello economico industriale al posto di uno agricolo, anzi, questo avviene soltanto in un secondo momento. L’anno zero, per così dire, della soggettivazione del Pianeta (ossia considerare il Pianeta una estensione del soggetto umano) è il nucleo ancora vivo, se pur in crisi mortale, della cultura occidentale che ha posto gli effetti della poliedrica ragione umana come principio ontologico di tutto ciò che esiste. Tutto ciò che esiste, non importa che sia una tigre del Bengala o una foglia fossile, esiste perché è la ragione calcolante a porla. 

London Rebellion Day 15 aprile, cosa distingue Extinction Rebellion dai movimenti ambientalisti del passato

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A pochi giorni dal Rebellion Day del 15 aprile, ore 11, giorno in cui, a Londra, in Parlament Square, Extinction Rebellion darà il via ad una mobilitazione generale senza precedenti ( e cioè senza una data precisa per la fine delle proteste), considerate le proporzioni che molto probabilmente prenderà l’occupazione di suolo pubblico in punti nevralgici della città e nel pieno del caos Brexit, è utile capire perché, almeno agli osservatori attenti, Extinction Rebellion si distingue da ciò che abbiamo visto finora nell’attivismo internazionale. 

Per rispondere a questa domanda conviene riassumere i tre principi fondamentali che sono alla base del 15 aprile, e che travalicano i confini britannici: l’urgenza della dichiarazione dello stato di emergenza, la necessità di costituire assemblee popolari che vadano oltre la politica così come la conosciamo ormai nelle cosiddette democrazie, e, infine, dire la verità ai cittadini sullo stato reale di atmosfera e biosfera. Extinction Rebellion pone cioè la questione dei valori: a cosa siamo disposti a dare importanza, negando la realtà, in nome di cosa attribuiamo valore ai nostri scopi politici e, quindi, se la verità è un valore nel nostro Occidente a Capitalismo avanzato.

Perché dietro l’inerzia collettiva, il fallimento della politica e in definitiva il menefreghismo che circonda il collasso del Pianeta stanno, che ci piaccia o no, dei valori. Ossia il fatto che le nostre economie, che funzionano attraverso assemblee rappresentative, producono in modo efficiente in funzione di alcuni valori di riferimento, che plasmano anche noi signori e signori. I valori, appunto, di ciò che è cosa buona per il profitto e ciò che invece lo ostacola. I valori che ci vengono propinati ogni sera nei talk dell’ora di cena: la crescita, lo sviluppo, l’innovazione. I valori a cui tocca adeguarsi, altrimenti sei tagliato fuori dal lavoro, dalle professioni, dalla società stessa. 

La questione dei valori riguarda la questione dell’etica. Ma poiché un valore è tale solo in rapporto ad un elemento reale, che esiste, che sia una risorsa naturale inerte, come il petrolio, o una specie animale, non possiamo parlare di valori se non parliamo anche dell’esistenza di ciò a cui diamo valore. Siamo infatti abituati a concedere valore alle cose che per noi sono meritevoli di esistere, di avere un posto nella nostra visione delle cose. Mentre opponiamo indifferenza a ciò della cui esistenza non ci interessa. La questione dell’etica, ormai, riguarda cioè anche la questione dell’ontologia, termine filosofico che potremmo tradurre con “essere al mondo, esistere, respirare”. Questo è un passaggio che Extinction Rebellion pone a mio parere dall’inizio con fortissima convinzione. Non ci sarà una nuova etica finché non ci sarà una nuova ontologia. 

Bisogna mettere in discussione l’ontologia degli ultimi cinque secoli.

Prendiamo come esempio ciò che succede nella conservazione delle specie. Non tutti la pensano nello stesso modo, pur all’interno della stessa comunità scientifica. Fino a non molto tempo fa si discuteva degli strumenti migliori per individuare i trend di popolazione, il rischio di estinzione e quindi per elaborare i progetti più efficaci per proteggere le specie e i loro habitat. Oggi la cosiddetta New Conservation plaude alle regole del mercato e ne invoca il potere salvifico, perché dare “valore economico” agli ecosistemi e a qualunque forma vivente contengano sarebbe l’unico modo per motivarne la protezione; su un altro fronte stanno i convinti assertori del “valore” del Pianeta a prescindere da ogni interesse terzo, in quando ricchezza biologica insostituibile. I neo-conservazionisti tendono a schivare i rischi impliciti nel “per sempre” che l’estinzione presuppone: appoggiandosi alle dinamiche produttive del mercato, si sbarazzano della responsabilità ecologica (che, insegnava Hans Jonas, è diacronica) come di un orpello del passato pre-illuministico. L’efficienza della conservazione deve in fondo assimilarsi ed adeguarsi all’efficienza dei meccanismi di profitto. 

Ma affibbiare ad un ecosistema un valore economico equivale al riconoscimento del suo valore intrinseco? O invece non fa che ripetere un pensiero culturalmente ormai antico di secoli, secondo il quale ciò che esiste vale solo in funzione del valore che gli esseri umani, in quanto soggetti pensanti, attribuiscono loro? La storia europea, lo intuirono infine gli scrittori e i filosofi che vissero tra le due guerre mondiali, e quindi la storia di dominio che è stata imposta al resto del Pianeta ( con i costi umani e ambientali che sopportiamo oggi), è tutta qui: la pratica premeditata di un pensiero sul Pianeta che fosse sostanzialmente questo, pensare il Pianeta come prodotto razionale della ragione umana. Investendolo dunque di un “valore” che si modulava a seconda del gradiente di strumentalità che una specie, un popolo o un habitat offrivano. Per tornare dunque ad un principio di realtà freudianamente degno di questo nome, avverte Extinction Rebellion, occorre avere il coraggio di criticare la nostra concezione di ragione, che pone l’efficienza del sistema al di sopra della nostra stessa sopravvivenza. Siamo nel più razionale dei mondi possibili – la civiltà del calcolo, della tecnologia e della astrofisica signori e signori – che, però, è la più irrazionale delle epoche. Ecco perché il 15 aprile è il giorno della riflessione urlata, rivendicata e spiattellata in faccia a coloro che non vogliono vedere: la ragione ci impone, ormai, di rendersi conto che, come diceva Heidegger, “comprendere concettualmente significa esperire consapevolmente nella sua essenza ciò che si è nominato e quindi riconoscere in quale attimo della storia dell’Occidente noi stiamo”. 

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(Foto: Extinction Rebellion France via Facebook)