Londra, parte dal Regno Unito l’era della Extinction Rebellion

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Il 31 ottobre scorso, a Westminster, Londra, è uscita allo scoperto Extinction Rebellion  un movimento rivoluzionario che ha dichiarato la disobbedienza civile nei confronti delle istituzioni britanniche, colpevoli, negli ultimi decenni, di non aver fatto nulla (come del resto tutti gli altri governi europei) contro i cambiamenti climatici e il collasso della biodiversità. Hanno firmato la Declaration of Rebellion anche 100 accademici inglesi, moltissimi professori emeriti nelle migliori università del Regno, e quindi del mondo. Nella settimana in cui sono usciti dati terrificanti sulla condizione ecologica del Pianeta ( il Living Planet del WWF e lo special report sulla wilderness pubblicato su Nature e di cui abbiamo già parlato) Extinction Rebellion ha chiesto lo stato di emergenza. La prima manifestazione pubblica del movimento ( la prossima, massiccia, il 17 novembre) si è conclusa con un centinaio di arresti. Tutti gli attivisti del movimento, proprio come accadde nell’America di Martin Luther King, sono infatti pronti ad affrontare il carcere pur di portare l’estinzione e il surriscaldamento del Pianeta, e quindi il Capitalismo, al centro del dibattito pubblico. Un atto di clamoroso coraggio, che nulla a che fare con il conformismo, e la complicità, di moltissime organizzazioni non governative, editori e partiti politici “verdi”, che in questi anni si sono ben guardati dal denunciare la compiacenza ipocrita della assemblee elettive della nazioni più ricche del Pianeta verso un’economia rapace e nichilista. Il 31 ottobre è cominciata a Londra l’era della Extinction Rebellion. Ne ho parlato con Acorn Anderson, da Bristol, che ha aderito al movimento, e mi ha spiegato perché stavolta, purtroppo, è tutto diverso. 

Alcune persone sostengono che la possibilità dell’estinzione sia a tal punto terrificante che è meglio guardare altrove e vivere una vita più o meno buona, senza badare a scenari drammatici. In anni recenti, il sistema ha potuto contare su una massiccia e pervasiva inerzia. Come Extinction Rebellion avete interrotto questa inerzia e vi siete alzati in piedi: che cosa vi ha motivate a dire NO e a decidere per una rivolta civile?

È vero che la gente trova molto difficile guardare alla possibilità di una estinzione e vuole continuare una vita ‘normale’, e questo crea una cultura dell’inerzia. Uno dei nostri obiettivi è fermare questa inerzia e sostenere le persone perché si sentano rafforzate a credere che ciò che è alla loro portata fare, e il modo in cui decidono di rispondere e di agire, può effettivamente fare la differenza. La nostra motivazione viene dal desiderio di proteggere e di aver caro quanto è rimasto – reports recenti hanno stabilito che il 57% della vita sulla Terra è già andato distrutto e che gli esseri umani stessi sono molto vicini ad un reale rischio di estinzione. Certo, questa situazione è molto difficile da considerare e produrrà sentimenti di dolore e anche di rabbia. Qualche volta è più semplice pretendere che l’estinzione non stia avvenendo. L’alternativa, che è voltare lo sguardo e considerare la catastrofe piuttosto che fare spallucce, richiede moltissimo coraggio, ma anche, in definitiva, un sentimento di speranza, che noi possiamo fare la differenza e proteggere ciò che rimane. Possiamo agire e agire è enormemente importante: le nostre vite ne risulteranno arricchite. Il governo ha fallito nel proteggerci e allora noi ci alziamo in piedi, diciamo NO, e creiamo qualcosa che è rappresentativo di ciò in cui crediamo.

La Declaration of Rebellion “dichiara che i vincoli del contratto sociale sono nulli e vuoti ormai”. Il contratto sociale è il fondamento della democrazia, nel senso che, storicamente, stabilì una sorta di reciprocità nel funzionamento della democrazia rappresentativa e della politica. A metà del XVIII secolo gli attivisti Britannici – i primi, in verità – invocarono la rottura del contratto sociale contro il commercio degli schiavi e l’economia schiavile. Pensa che stiamo entrando in una nuova era analoga ad altri periodi cruciali nella storia della politica?

Sì, stiamo entrando in una nuova era. La fine del mondo è stata prevista dagli scienziati ed è impossibile vedere nei nostri tempi un passaggio cruciale. Soltanto il tempo, del resto, ci darà cosa accadrà. Ci sono più crisi che stanno convergendo l’una sull’altra in questo momento. È un passaggio delicatissimo per gli esseri umani. Se anche diventiamo ‘carbon neutral’ ( Ndr, zero emissioni di CO2), c’è ancora la minaccia dell’abbattimento delle foreste. Ci sarebbe ancora la questione della plastica. Se tutto questo sia simile ad altre stagioni di attivismo, assolutamente sì, perché siamo un movimento che è partito dal basso, per poi salire, ma, onestamente, la posta in palio è ancora più alta, e più grande, di qualunque sfida abbiamo mai fronteggiato in passato. Stiamo chiamando ad una ribellione e stiamo chiedendo anche un governo rappresentativo (The People’s Assembly), per spostarsi dalla ‘democrazia’ corrotta e distruttiva che ci ha già messi in questo casino. La Storia ci mostra che l’azione diretta, non violenta è un modo per cambiare la narrativa corrente e per creare cambiamenti di lungo periodo. Ci sono ancora 100 persone tra noi che vogliono essere arrestate per ciò in cui credono. Abbiamo anche un sottogruppo di Rising Up UK, il Regenerative Culture. È il gruppo che si occupa del benessere dei membri e incoraggia la auto-responsabilità perché le persone si occupino di se stesse. Lo scopo è prevenire il burnout  e dar corpo ad una visione di attivismo forte e duraturo. 

Davanti al Parlamento alcuni attivisti hanno parlato delle diseguaglianza sociali ed economiche e della correlazione tra il collasso ecologico, il capitalismo rampante e l’impressionante crollo del ceto medio qui in Europa. Come puoi descrivere il modo in cui l’estinzione e la distruzione del sistema climatico terrestre danno forma alle nostre storie personali?

La correlazione tra il capitalismo, le ingiustizie sociali e il cambiamento climatico non può essere messa in discussione. Esiste. Il Capitalismo ha reso la natura un bene di consumo (commodification of nature) e ne ha impostato lo sfruttamento per profitto. Le radici del cambiamento climatico possono essere rintracciate nel colonialismo e nel neo-colonialismo, che distrugge le comunità, sfrutta le risorse in tutto il mondo per generare ricchezza a favore dell’Europa e l’1% dei ricchissimi del Pianeta. Se guardiamo alle nostre singole storie, molti di noi si accorgono che le loro priorità si stanno spostando sostanzialmente. Le persone scelgono sempre di più di focalizzare tempo ed energie che sarebbero altrimenti investite nel lavoro, o nella formazione, perché abbiamo un tempo talmente limitato da vivere, e allora a cosa serve una grande carriera, una casa, un diploma di livello? C’è molta tristezza in giro e questo deve motivare non a lasciarsi andare ad una spirale di intorpidimento, ma, al contrario, a raccogliere le energie e metterle nell’azione. Non c’è più valore negli oggetti, nei soldi, nello status sociale; invece, il sentirsi legati gli uni agli altri, in una comunità, creando così molta più bellezza, questo è un reale obiettivo per noi. Proviamo più amore, ed è questo a motivarci lungo il cammino. Questa è la risposta al fatto che ci saranno milioni di rifugiati ambientali; in un futuro nient’affatto lontano 1 persona su 6 sarà un rifugiato ambientale. Non vogliamo lasciare che la scarsità di cibo, la competizione, le tensioni sociali permettano alle destre, e ai fascismi, di essere considerati delle risposte alla crisi ! Vogliamo invece lavorare per un futuro di condivisione consapevole delle risorse, occuparci gli uni degli altri, perché siamo tutti sulla stessa barca, affonderemo o nuoteremo tutti insieme. 

Dall’Italia Extinction Rebellion appare come un miracolo. Nel mio Paese si discute pochissimo di cambiamento climatico in pubblico e il clima è costantemente trascurato nei grandi media hub. Se poi prendiamo l’estinzione, be’, la gente comune ti chiede che cosa esattamente intendi per ‘collasso della biodiversità’. L’estinzione è ben lontana dall’essere una categoria del pensiero o una realtà: dici estinzione e tutti pensano solo ai dinosauri. Credi che Extinction Rebellion possa segnare una pietra miliare nel dibattito politico sulla biodiversità?

Sì, lo speriamo. Ho appena letto un report sulla morte dell’ultimo rinoceronte bianco.Gli scienziati premono molto per riportare indietro questa creatura usando la fecondazione assistita con sperma precedentemente conservato, perché il rinoceronte è un animale iconico. E tutte le altre specie che non fanno notizia e per cui nessuno piange il canto funebre? L’estinzione, questa tragedia, è ampiamente taciuta e ignorata. La speranza è che le persone comincino a dar valore alle specie e che se ne parli molto di più, sia in politica che nelle occasioni pubbliche. 

La maggior parte delle persone – se solo provi ad affrontare questi argomenti – dice che fare sacrifici per la salvezza del Pianeta è una imposizione morale e che il nostro modo di vivere è il migliore di quanti gli esseri umani ne abbiano mai sperimentati lungo la loro storia. Come replichi?

Risponderei, e a che prezzo? E se la cosiddetta qualità della vita ci sta costando il pianeta, allora non rimarrà più nulla per sostenerla comunque – è come rubare tutto ciò che possiamo rubare, adesso, senza pensare alle ripercussioni per le prossime generazioni e per il nostro stesso futuro. Io e Cameron Harris stavamo proprio parlando del fatto che non ha senso parlare di sacrifico quando rifletti sul fatto che hai delle alternative. Intendo che vivere con la cognizione di ciò che è reale e non fittizio significa vivere in un modo decisamente più connesso e potente. Conversiamo con tantissime persone, che spesso coltivano il sogno di una vita più semplice e concreta, vivere in campagna, far crescere il proprio cibo, sentire un legame più stretto con la terra. Si ricordano di quando giocavano nei boschi da bambini e la gioia di questo piacere così semplice, e si augurano questo per i loro figli. È la trappola della vita moderna che ci spinge verso questo ideale. Molti aspettano di andare in pensione prima di godere appieno della tranquillità, della pace interiore, della semplicità. Solo che ovviamente il tempo rimasto a quel punto non è molto ! Il nostro suggerimento è di optare per la semplicità adesso. Non è una lotta faticosa e non si tratta di rinunciare nulla. Si ottiene così tanto in cambio. Non ultimo, si conquista la libertà. Una comunità, un sentimento di appartenenza, l’adesione ad un movimento che è per la salute del nostro bellissimo mondo. Fa sentire forti e umili sapere che si contribuisce a salvare il mondo. 

Il giornalismo libero è un grande problema in Italia: troppi giornali non sono indipendenti e si appoggiano a tychoon o compagnie private. George Monbiot di The Guardian ha sposato il movimento e partecipato alla manifestazione del 31 ottobre. È notevole. Quanto è importante per Extinction Rebellion l’appoggio dei giornalisti? Soprattutto i reporter indipendenti, che di solito lavorano free lance e hanno molta meno influenza?

Scriviamo comunicati stampa e invitiamo i media a ogni manifestazione. Geroge Monbiot è venuto perché sentiva l’importanza della manifestazione e hanno raccontato di noi giornalisti di idee simili alle sue. I media verranno quando si accorgeranno della importanza e della enormità di quello che sta uscendo. Purtroppo, anche in questo Paese la stampa e i media sono ancora controllati: il 31 ottobre, quando abbiamo fatto la Dichiarazione, la BBC ci ha ignorati, ma non il Guardian e l’Independent. E la voce si diffonde. Il 31 ottobre è stato solo l’inizio. Il Media Team è una parte rilevante del movimento: più i media ne parlano, meglio è, e questo include anche i reporter free lance e coloro che lavorano sulla cronaca locale. 

Sono convinta che viviamo nel Post-Umanismo. Le cause sono molte, ma ritengo che non pochi pensatori, ad esempio Max Horkheimer, avessero ragione sostenendo che la questione più scottante della Modernità è se l’essere umano può rimanere umano. La vostra chiamata all’azione è anche una esortazione a rimanere umani proteggendo le altre specie? È questo un passaggio di livello nel pensiero occidentale?

Questa è una domanda davvero interessante e potente. La metterei così, quale è il ruolo dell’essere umano su questo Pianeta? Siamo signori delle altre creature, legittimati a prendere ciò che ci appartiene, senza cura o compassione? Questa concezione sembra riflettere l’attuale pensiero occidentale, consciamente o meno. Oppure, siamo ambasciatori e protettori, incaricati di salvaguardare la vita, servitori di qualcosa di più grande inscritto nella vita e nella natura? Non siamo una coscienza che prova a salvare se stessa? Che cosa è umano? Vedo gli uomini come parte della natura, non separati da essa, ed è per questo che ho cambiato il mio nome in Acorn (ghianda) per sentire questo legame nel mio stesso corpo. Non è affatto semplice rimanere connessi con l’umanità in tempi ostili, ed quello che Extinction Rebellion invece chiama a fare. Sì, è un passaggio nel pensiero occidentale, che fino ad ora è coinciso con il prendere tutto senza badare alle conseguenze. È ora di svegliarsi e di passare ad un serio esame le nostre motivazioni e i nostri obiettivi. Hai mai sentito la leggenda del ‘fuoco dei bambini’?   Nessuna legge, nessuna decisione, niente di niente sarà approvato da questa assemblea che danneggi i bambini, lungo le 7 generazioni a venire. Una promessa di una semplicità e di una eleganza che fa a pezzi il nostro educatissimo cinismo. Qui si vede cosa davvero significa prendersi delle responsabilità e aver la vita in sacra considerazione, come ciò che maggiormente vale, imparare a crescere e ad evolversi fronteggiando le sfide con il cuore e la mente aperti. Questo è essere umani. Soprattutto, dobbiamo agire adesso, uscire da schemi vetusti ed essere ora umani nel modo migliore possibile. 

Monbiot ha detto, il 31 ottobre, che non possiamo aspettare le ONG perché hanno fallito contro il feticcio della crescita economica, del pari del governo. È una frase coraggiosa. È arrivato il momento di NO anche a potenti organizzazioni no profit che sembrano limitarsi a pubblicare report sull’estinzione e nulla di più?

Non è necessariamente un attacco contro queste ONG, ma una chiamata all’azione, a svegliarsi e a cambiare prospettiva. Abbiamo bisogno di ogni singolo individuo, ora e in futuro. Vacilliamo sul bordo di un abisso più grande di qualunque altro già vissuto. È un imperativo morale che le persone lo capiscano e che adeguino di conseguenza la loro risposta. Noi speriamo, e lavoriamo in questa direzione, per una mobilitazione sul livello di quella delle ultime guerre mondiali. Non un grammo di meno. È il momento di azioni coraggiose, e grandi, di voci pacifiche. La forza sta nella unità, stiamo provando a costruire un modello che dia speranza, ispirazione e motivazioni. Tutti dobbiamo trovare la nostra serenità, il nostro tipo di forza e le risorse per completare questo lavoro. 

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Conquistadores Adventum è la migliore lezione di storia trasmessa finora dalla Rai

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Quando una fiction funziona, Netflix o meno, il racconto produce una sensazione fisica, non importa quanti secoli siano passati dagli accadimenti messi in plot del XXI secolo. Ti senti addosso quello che passa sullo schermo. Questo è Conquistadores Adventum, una strepitosa serie tv spagnola, prodotta e voluta dalla Movistar +, che Rai Storia – non si capisce per quale motivo in sordina – trasmette il giovedì in prima serata dalle 21, con l’introduzione di Alessandro Barbero. 

Conquistadores Adventum racconta la storia dei primi decenni della scoperta e poi della conquista del cosiddetto Nuovo Mondo: dal 1492 al 1530. Decenni preparatori, decenni di prove generali di quella che Peter Linebaugh e Marcus Rediker hanno definito “l’impresa atlantica” e cioè l’avvio del meccanismo di espansione territoriale e coloniale durato due secoli e mezzo oggi chiamato Capitalismo. Astutamente, e con una notevole onestà intellettuale, gli autori fissano l’origine della storia dei Conquistadores nel campo dell’esercito spagnolo davanti a Granada, ultima roccaforte musulmana in terra ispanica. Isabella di Castilla passa in rassegna l’esercito, incita i suoi e dinanzi ad un soldato che le crolla ai piedi sconvolto dall’entusiasmo della crociata religiosa e dalla riverenza assoluta per una sovrana altrettanto assoluta, con atto di tenerezza dice: “avremo altre battaglie in cui la Spagna sarà vittoriosa”. Già la attende una conversazione con l’Italiano Colombo ( un super convincente Miguel Lago), che sa che le esplorazioni sono ispirazioni della divina saggezza a uomini audaci impegnati a far trionfare la gloria di Dio meno di quanto, invece, siano esercizio del potere di uomini su altri uomini: “Sua maestà deve avere il coraggio di regnare”. 

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Conquistadore Adventum è stata girato con una precisione documentaria al millimetro, tanto che la televisione spagnola ha parlato di un nuovo genere a metà tra la fiction e il documentario. Il casting, in particolare, è curato in modo direi artistico, fuori dai canoni gommosi di Hollywood: si son cercati, con una indagine evidentemente iconografica condotta in collezioni museali, volti e corpi di uomini dall’aspetto cinquecentesco, pittorico. I Conquistadores – Colombo, Fransisco Pizarro, Vasco Nunez de Balboa, Alonso de Ojeda – sono caratteri religiosi, barbuti, brutali. Sussurrano alla spada e alla croce traendo ardimento da un carattere per noi quasi inaccessibile. Oscuro.

L’oscurità è infatti l’atmosfera metafisica di Conquistadores. Colori tutti sul verde, sul blu, sul grigio, una monocromia che in qualche modo riflette la poca luce della foresta tropicale intatta in cui si addentrano gli Spagnoli, ma che è anche una metafora di altro. E questo altro è il principio stesso della civiltà occidentale, che gli autori sembrano aver messo in sceneggiatura più guardando a Nietzsche che a modelli come Nuovo Mondo di Terrence Malick. La nostra civiltà occidentale, che non riusciamo più a leggere se non entro schemi di matrice positivista importati dalla cultura di massa americana, non viene dalla luce, ma dal buio. Un buio che Conquistadores mostra in molte declinazioni, tutte efficacissime dal punto di vista cinematografico: il buio del totalmente ignoto, che era ovviamente paura fottuta ma anche adrenalina purissima e quindi motore a pieno regime per l’impresa; il buio della ferocia di caratteri puramente erotici come De Ojeda (l’ottimo Roberto Bonacini), il “demonio dagli occhi azzurri” devoto alla Vergine Maria, prototipo appunto nietzschiano di una volontà di potenza ambiguamente fusa con un desiderio di affermazione incomprensibile al suo stesso animo; il buio dei genocidi che verranno, che la conquista imponeva e voleva. Tutto questo fa riflettere lo spettatore europeo, che nello spettacolo avverte l’ingombrante sentimento di avere qualcosa di più di un lontano passato in comune con questi precursori oscuri dell’altrettanto oscura avanzata del capitalismo globale. 

La lingua di tutto questo fu lo spagnolo. I Conquistadores parlano uno spagnolo maestoso e terrificante. La sonorità scultorea, eburnea e tornita della lingua va purtroppo perduta in traduzione, ma chiunque volesse avere una sensazione fisica di cosa fu per l’Europa e poi per l’umanità intera arrivare oltre le colonne d’Ercole, Conquistadores Adventum lo deve vedere.

Prossima puntata giovedì 1 novembre ore 21 Rai Storia.
Qui alcuni video originali. 

Jurassic World – Il regno distrutto: al cospetto della genetica siamo tutti sudditi senza diritti

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Jurassic World – Il regno distrutto non è un film per bambini. E non per la violenza delle scene di caccia che coinvolgono predatori terrestri e acquatici di una ferocia fuori dall’immaginario, ma per la crudeltà inflitta agli animali. I teropodi di Isla Nublar soffrono moltissimo in questo film, che è il più completo della saga inaugurata 25 anni fa da Spielberg. Finalmente, il regista Cuan Antonio Bayona costruisce un racconto non solo azione e terrore – la paura senza nome che proviene da ciò che dovrebbe stare in un museo e invece viene di nuovo forzato alla vita – ma anche riflessione angosciata sulla disponibilità umana a negare i diritti delle altre specie. Ma non pensate che ci sia dell’ecologismo facile nel film, perché vi sbagliereste di grosso. La trama del Jurassic World è il business dell’estinzione: sfruttare le specie già consegnate al passato fossile per imitare Michelangelo giocando con le basi azotate del DNA (non basta più clonare un allosauro o un raptor, adesso bisogna mischiare il pool genetico di più teropodi per “migliorare” le loro caratteristiche adattative) o ripulirsi la coscienza dopo aver preteso la loro resurrezione in nome del progresso scientifico. 

Sono passati alcuni anni dal disastro del parco dei divertimenti su Isla Nublar, dove i bambini potevano “cavalcare” i piccoli di triceratopo come si fa sulle giostre. Claire Dearing ha fondato una NGO per la protezione dei dinosauri: affiancata da uno staff all’altezza di un militante green blog dotato di computer Apple, Claire tenta di convincere politici e simpatizzanti che bisogna salvare le specie in pericolo di Isa Nublar, evacuandole prima che il vulcano tornato in attività esploda. Già, ma spostarle dove? Non sarebbe meglio lasciarle al loro destino, ad una seconda estinzione di massa?

Così la pensa il matematico Ian Malcolm, che sul Jurassic Park ha sempre nutrito più di un dubbio. Stavolta Malcolm fa quello che gli ambientalisti non sanno fare, e cioè ragionare filosoficamente. Davanti ad una commissione del governo americano Malcolm dichiara che sì, i teropodi devono estinguersi, perché così si sono messe le cose per loro nel loro ecosistema. Ma c’è di più. Lasciati a se stessi su Isla Nublar, i dinosauri si sono ripresi il proprio habitat: “la loro presenza presuppone la nostra assenza”. I dinosauri se la cavano benissimo senza di noi, come le specie selvagge nei pochi habitat rimasti nel nostro mondo reale. Ma può un creatore onnipotente rinunciare alla propria “megalomania politica”? Se dinanzi alla prepotenza della tecnologia, dice Malcolm, ci siamo trovati impreparati ( antiquati, avrebbe glossato Guenther Anders), al cospetto della genetica dovremmo quanto meno sentire un bel brivido gelato lungo la spina dorsale, prima di applaudire, perché “la morte la conosciamo solo quando la abbiamo in faccia”. 

Il creatore è per definizione un despota. La libertà delle creatura è solo una utopia, come insegnano le religioni monoteiste. E quando Claire si trova davanti alla proposta di “traslocazione” di almeno 11 specie fuori da Isla Nublar grazie ai soldi e allo staff militare dell’erede di Hammond, Sir Lockwood, l’opzione ambientalista si svela per quello che è: una riserva per animali estinti in via di estinzione. Un altro parco, un altro recinto, un altro confine per mettere in sicurezza l’esito sfacciato – e quindi pericolosissimo – dell’ingegno umano. E’ su dettagli come questo che il Jurassic World gioca la sua partita di film impegnato. La cattura dei dinosauri su Isla Nublar mozza il fiato perché lo schermo rimanda la paura e lo sconcerto degli animali sedati, ingabbiati e sposati con gli elicotteri verso un altro mondo (la riserva): non vi ricorda forse i rinoceronti, i leoni e gli elefanti mezzo addormentati con il Fentalin e traslocati in parchi nazionali per ripopolare aree wild ormai vuote? O per salvarli dai bracconieri, dai trafficanti cinesi e della Borsa di New York?

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Naturalmente non esiste nessuna riserva per i dinosauri. Li attende una cantina buia (il sottosuolo della mente umana) con vani in calcestruzzo, uno per ogni animale. Gli animali saranno venduti in una asta da almeno 100 milioni di dollari a ricchi imprenditori, mafiosi, degenerati e politici di ogni Paese pronti a pagare per avere un giocattolo vivo che ha sconfitto il tempo geologico e la morte. Per Blu, il velociraptor femmina che ha condiviso il proprio imprinting con Owen Grant, il paleo-zoologo che riesce a comunicare con i predatori del Giurassico, il destino è ancora peggiore. L’imprevedibilità evolutiva l’ha resa speciale, e i genetisti al lavoro sul paleo-DNA vogliono sfruttarla al meglio. Per creare ciò che non è stato ancora creato. Un incesto tra specie. Owen e Claire a questo punto sono costretti a fare i conti con le loro stesse azioni: Claire aveva dato il permesso per la clonazione dell’Indominus, un predatore con i geni del T-rex e molto altro, un mostro ingovernabile e super intelligente. Owen si era prestato a sperimentare un training di addestramento con i raptor, rendendo di fatto Blu disponibile ad essere usata come arma biologica e incrociata con l’Indominus. 

Claire e Owen saranno costretti a muoversi in un mondo completamente sovvertito, plasmato da una nuova unità di misura della realtà, e cioè le possibilità insite in un laboratorio di genetica. L’estinzione siamo noi, non solo perché disponiamo dell’estinzione attraverso le nostre pretese sul Pianeta, ma anche perché estinguendo tutto ciò che riteniamo adeguato all’estinzione (le specie ormai inutili nei programmi biopolitici della civiltà)  estinguiamo noi stessi. La cantina buia frastornata dal ruggito del T-Rex e dell’Indoraptor, che non ha mai visto la luce del sole, è il nostro inconscio, l’apoteosi delle nostre pulsioni creative. La strada verso la libertà ha per i dinosauri il nome di una bambina che condivide con loro la sofferenza dell’essere stata creata. 

La insolita convivenza delle api con la Lamborghini. Con il Conapi al FICO di Bologna

img_4580.jpg(cartolina Conapi – dalla cartella stampa)

Parlare di api è oggi abbastanza di moda, ma poche persone, in un settore che sta subendo forti contratture di produzione a causa dei cambiamenti climatici (il miele di acacia è sempre più caro ed è ormai un proxy, un indicatore ambientale, di come le stagioni alle latitudini del centro-nord della Penisola siano alterate), lo fanno con la convinzione del Conapi, il Consorzio Italiano dei produttori. Lo scorso 18 maggio il marchio storico del Conapi, Mielizia, ha organizzato una giornata esplorativa delle proprie attività didattiche aperte al pubblico, e di alcuni prodotti appena usciti, in un “ambiente” nuovo per il Consorzio, il FICO Eataly World di Bologna. Il parco agroalimentare è stato presentato già nel 2017 come una sorta di miracolo italiano, vetrina di alto profilo per tradurre in scelte consapevoli un modo diverso di uso delle risorse del territorio e dei suoi animali da allevamento. In una giornata molto calda per un maggio stranamente piovoso – e come potrebbe essere altrimenti, con la cifra tonda di 410 ppm di CO2 in atmosfera – la visita al FICO è stata una sorta di test, che ha infine mostrato la dedizione coraggiosa del Conapi alla propria causa – un patto solidale tra api ed esseri umani – anche in contesti discutibili.

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Conapi è il primo produttore di miele biologico in Italia : il 45% dei soci sono biologici e tutti gli iscritti sono uniti nel sostenere una “agricoltura pulita” da pesticidi, erbicidi ed insetticidi di sintesi. Il suo marchio Mielizia vuol dire oltre 600 apicoltori e più di 90mila alveari in tutta Italia, ma anche un atteggiamento culturale verso il cibo. La guerra contro lo zucchero usato come additivo in ogni tipo di alimento è la punta di un iceberg. Il 24 maggio il Congresso Europeo sull’Obesità riunitosi a Vienna ha confermato la preoccupazione della WHO (World Health Organization): i bambini che abitano nei Paesi mediterranei sono per metà obesi e non sanno più cosa sia una dieta con pomodori, olive, pesce fresco, verdure.  Mielizia ha appena messo sul mercato un nuovo tipo di composta ( albicocca, fragola e mirtilli) senza zucchero, dolcificata con miele di Sulla. La composta non contiene neppure pectina, ed è a residuo zero di pesticidi. Molto meno dolce di una composta tradizionale di frutta, e molto più saporita. Nel corso della giornata al FICO, uno chef ha poi mostrato come il miele, quando è veramente buono, possa essere utilizzato in molte preparazioni gastronomiche che limitano il consumo di grassi saturi e arricchiscono scelte vegetariane: carciofi fritti conditi con maionese di soia (latte di soia, olio di girasole, miele di eucalipto e peperoncino piccante), polpette di ceci, riso rosso, alloro e miele di castagno, e pasta integrale con pomodori secchi e asparagi e miele di coriandolo. E questo è stato il nostro pranzo. Strepitoso (anche grazie a colleghi blogger molto brillanti).

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La presenza del Conapi a FICO, ci spiegano, rientra in una politica di “impegno etico e di divulgazione del valore dell’apicoltura, che va ben oltre la produzione di prodotto apistici (…) E’ una opportunità essere in questa sede, una vetrina per farci conoscere nel dettaglio e in profondità e mostrare cosa è la biodiversità italiana”. All’esterno del padiglione FICO è stata infatti costruita una piccola oasi per un alveare sperimentale, con tre arnie, e una comunità di api che verranno monitorate nel tempo. Le visite didattiche hanno un obiettivo nobile, e cioè mostrare la ingegnosità biologica dell’ape, un insetto antico 30 milioni di anni, che ha avuto un ruolo sostanziale nella affermazione della civiltà agricola umana. Lo sforzo progettuale del Conapi, qui, è però anche culturale, nel senso che osservare da vicino decine di api al lavoro dovrebbe fare di questo insetto un animale più familiare, più quotidiano, e quindi suscitare rispetto e una coscienza storica sull’importanza di specie evolutesi lungo milioni di anni insieme a noi. La biodiversità così come la vediamo ha richiesto tempi lunghissimi perché l’evoluzione scolpisse ciò che diamo per scontato, e nella dimenticanza collettiva di ritmi complessi, eppure intrecciati alle nostre giornate, il miele è biologia diventata racconto: cooperazione, solidarietà di gruppo, capacità di sacrificio, interazione con gli altri (piante, fiori, esseri umani).

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Il FICO è però altra cosa rispetto a tutte queste ragioni. Che questo vasto centro commerciale (dove hanno il loro bel posto nomi come Amadori, Granarolo e Balocco) possa essere una scuola di cultura ecologica, o green o sostenibile, attraverso il semplice atto dello scegliere cosa mangiare, è abbastanza complicato crederlo. All’ingresso, un totem di sponsorizzazione del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2018 ha recitato un po’ la parte che un ottimo cosmetico di Christian Dior ha in un giusto make up. Le imperfezioni si possono coprire solo fino a un certo punto. Nel martellio di una musica onnipresente e dell’ultima hit dello Stato Sociale, ho camminato in un padiglione simile ad un hangar votato alla vendita, e a questa soltanto. Il “reparto” informativo sugli animali esordisce con l’Arca di Noè, e le sue spiegazioni rimangono circoscritte alle specie addomesticate. Il motivo è abbastanza chiaro, quando si arriva alla fine del percorso, dove sta Hortus, una serra lontana anni luce dalle atmosfere di Interstellar, che espone lattughe reali e erbe aromatiche. Perché davanti ad Hortus c’è l’allestimento della Lamborghini: L’uomo e il futuro, recita lo slogan che ne rende ragione, spostando di botto l’attenzione del visitatore dal cibo al rumore acritico di un motore a scoppio.

Nei giorni del Festival dello Sviluppo Sostenibile una riflessione sul valore della natura sarebbe stato auspicabile, se non fosse che l’argomento centrale di questo dibattito – fare del valore di scambio un valore di coscienza – è costantemente ignorato nel discorso ambientale. Ma che in un posto votato, benché in modo eclettico e legittimamente articolato, alla cultura del mangiare bene perché produrre cibo equivale a impiantare sul Pianeta protocolli di prelievo e trasformazione di risorse organiche (animali, piante, DNA), la Lamborghini ardisca interpretare la direzione del futuro, be’ questo è piuttosto ridicolo dal punto di vista del giornalismo ambientale. Bisogna pensarla, questa Lamborghini al FICO, e prendendo le distanze dalle categorie di realtà (sostituzione di tecnologie fossili con tecnologie a energia rinnovabile) con cui l’ambientalismo militante e di successo fa sfoggio di se stesso. Le api non possono essere messe in sequenza logica con la Lamborghini, coesistere con l’idea che la Lamborghini veicola nel mondo, condividere con la Lamborghini un progetto sano di futuro. L’impegno qui a Bologna del Conapi e di Mielizia porta con sé un robusto realismo su quanto sia urgente ridefinire le relazione tra persone e animali, e può darsi che il FICO dia una mano in tal senso. Domanda apertissima, che vale la pena tenere aperta.

Mess with your values

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In un fine settimana ricco di appuntamenti elettorali sul continente, inaugura a Berlino (dal 3 marzo al 29 aprile 2018, alla n.b.k. Neue Berliner Kunstverein) la mostra Mess with your values. Ancora una volta viene dalla capitale tedesca una riflessione – molto variegata – su chi siamo oggi in Europa e su come il passato condizioni e formi la nostra coscienza collettiva. La domanda che gli 11 artisti esposti pongono, ognuno nel suo originale eclettismo, è se il patrimonio di convenzioni e codici che ci portiamo sulle spalle possano tornarci utili nell’affrontare i cambiamenti sociali che chiedono la nostra attenzione, e reclamano nuovi confini etici. La mostra è comunque un insight dentro la diversità artistica di Berlino: racconta l’incontro tra gruppi sociali differenti, la spinta al riconoscimento dell’uguaglianza dei generi e si interroga sul modo in cui le rotture con il codice aprano nuove opportunità di condivisione.

Tutti e 11 gli artisti (Yalda Afsah, Lars Bjerre, Jeremiah Day, Annette Frick, Katrin Frick, Katrin Glanz, Nadira Husain, Wilhelm Klotzek, Andréas Lang, Annika Larsson, Zoe Claire Miller, Katrin Winkler) sono stati premiati lo scorso anno dal Senato di Berlino per il valore pubblico del loro linguaggio artistico.

L’aspetto tuttavia più interessante della mostra sono le opere che appartengono alla “storiografia geografica”, cioè ad un tipo di investigazione narrativa del passato che sta acquisendo peso specifico ovunque si cerchi di integrare le testimonianze del passato con la conformazione geopolitica attuale del Pianeta. Già solo nell’ultima Berlinale s’è parlato per la prima volta del Rwanda grazie al regista Samuel Ishimwe, che ha scritto la sceneggiatura del suo documentario (il titolo è  Imfura ) in francese. In Germania questo sguardo consapevole e molto critico riguarda soprattutto il colonialismo dell’epoca guglielmina in Africa (ad esempio le lectures della Deutsche Photografische Akademie di Amburgo e soprattutto PHANTOM GEOGRAPHIE. Eine Spurensuche in Zentralafrika di Andréas Lang) e ha il pregio di spostare l’attenzione del pubblico da un focus esclusivo sul periodo nazista, per mobilitare invece l’attenzione sulle responsabilità profonde nei genocidi compiuti su suolo africano dalla civiltà europea nella sua totalità, con conseguenze ben visibili oggi nell’assetto economico di buona parte del continente, e nella sua devastante miseria. Per questo vediamo alla Neue Kunst Verein Katrin Winkler (già intervenuta alla Berlinale 2017 con Towards Memory) che lavora su come si forma la memoria collettiva a partire dalle tracce del genocidio degli Herero e dei Nama in Namibia (1904-1908). La Winkler combina gli elementi storici con immagini fotografiche telescopiche usate per misurare i raggi gamma. Nella sua installazione Ester Utjiua Muinjangue, presidente della Ovaherero Genocide Foundation, legge le poesie del Nesindano “Khoes” Namises su musiche di Cecilia Oletu Nghidengwa.

Mess with your values si inserisce in questo filone parlando dei legami tra società, territori e narrative, ossia il racconto più o meno indulgente ed autoassolutorio che le comunità sono disposte a concedersi in nome della coesione interna. Il “disordine” (mess) è allora una strategia creativa che rende possibile un nuovo sguardo sulla comunità, meno dogmatico anche quando si tratta di capire che il passato non è mai né ombra né fantasma – come pensava Romain Gary – ma forza attiva capace di scolpire continuamente i confini psicologici e culturali in cui viviamo ogni giorno, sulla metropolitana, in un caffè o nell’incontro con i nuovi europei sul treno per il Charlottenburg.

“Un freddo e piovoso inverno di rovine”

AutunnoTedesco

È uscito il 31 gennaio con Iperborea Autunno tedesco di Stig Dagerman, la raccolta dei reportage che lo scrittore svedese scrisse dalla Germania del 1946 ( Amburgo, Berlino, Hannover, Duesseldorf, Essen, Colonia, Francoforte, Heidelberg, Stoccarda, Monaco, Norimberga e Darmstadt) per raccontare che cosa ne era ora di milioni di tedeschi – “persone che ringraziano Dio di essere vive all’inferno” – dopo la disfatta del nazismo. Quest’opera di giornalismo letterario non è un libro che parla solo dei mesi spaventosi del 1946 in cui apparve chiaro – e Dagerman ebbe il coraggio di scriverlo – che la liberazione per mano degli Alleati non segnava una nuova primavera spirituale per la Germania annientata “dall’apatia e dal cinismo”; questo è un libro che parla della nostra Europa di oggi e lo fa attraverso un viaggio senza speranza, ma di pura constatazione, tra le macerie delle città tedesche. Le rovine tedesche definiscono il post nazismo, e oggi l’eco di quelle rovine definisce il nostro presente europeo. Le rovine parlano della nostra relazione con la memoria, il tempo e il futuro. Parlano della guerra civile europea, dei crimini che siamo stati capaci di commettere e della strada che abbiamo scelto di intraprendere (dal Piano Marshall in avanti) per lenire i sensi di colpa, dimenticare le responsabilità e disegnare un futuro che non fosse più europeo. La domanda che in questo principio di 2018 Autunno tedesco pone, proprio mentre la base della SPD, in Germania, si impegna via Twitter per sabotare nel modo più dialettico possibile, e cioè autenticamente democratico, la seconda, Grosse Koalition della signora Merkel , è se esista ancora una Europa con cui identificarsi in quanto Europei.

Bunker bui e maleodoranti

Ancora nell’ottobre del 1946, scrive e scopre Dagerman, milioni di tedeschi sono costretti a mettersi su treni semi distrutti per lasciare il sud del Paese dove avevano trovato rifugio dai bombardamenti e tornare nelle città del nord; ma l’unica unità abitativa disponibile, poiché tutto è stato distrutto, sono le cantine. Dagerman vive in una di queste fogne di cemento, con l’acqua alle caviglie, stufe che bruciano legna bagnata, e ne fa un mitologhema della fame, del freddo, del nulla che avvolge i tedeschi all’indomani della scoperta che tutto, dal 1933, era stato immondo e sbagliato. I colleghi della stampa accusavano lo svedese di “andare ad annusare nelle pentole” e di prestare scarsa attenzione ai proclami dei nuovi partiti socialdemocratico e cristiano democratico (CDU) sul valore della democrazia, ma Dagerman aveva compreso che “è un ricatto analizzare l’atteggiamento politico dell’affamato senza contemporaneamente analizzare la fame”. I tedeschi crepavano di freddo, i bambini tossivano con i buchi nei polmoni e nessuno, veramente nessuno, macilento e ossessionato dallo stomaco vuoto, aveva davvero pensieri utili a superare lo sguardo spaccato sulle rovine dei bombardamenti, sempre, ogni minuto e ogni giorno del post Reich, perché “la fame è una forma di deficienza”. Eppure, come nella Jungle alle porte di Calais, dove finiscono i sogni coloniali e post coloniali del capitalismo avanzato che se ne è fregato del cambiamento climatico per decenni, Berlino e Amburgo si sentono dire che “la gente nelle cantine ha il dovere di ricavare insegnamenti politici dall’umidità, dalla tubercolosi, dalla mancanza di cibo, vestiti e riscaldamento”. E questo Dagerman lo scrive senza negare una virgola di quanto sostenuto da Karl Jaspers: “Tutti noi siamo complici del fatto che, tra le premesse spirituali su cui poggiava la vita tedesca, era data la possibilità di un tale regime”.

 

Amburgo: l’odore acre e amaro di incendi estinti

“Ma se si è alla ricerca di primati, se si vuole diventare esperti in rovine, se si desidera un campionario di ciò che una città rasa al suolo può offrire in quanto a rovine, se si vuole vedere non una città in rovina ma un paesaggio di rovine, più desolato di un deserto, più selvaggio di una montagna e fantastico come un incubo angoscioso, allora c’è forse una sola città tedesca da visitare: Amburgo”. Negli ex quartieri di Hasselbrook e Landwehr ci sono “mucchi bianchi di vasche da bagno in frantumi” e una “enorme discarica di frontoni in pezzi”; la polverizzazione della civiltà urbana è una coltre di nebbia ideologica e sentimentale che raggiunge, dentro le menti e i cuori dei tedeschi sopravvissuti, un senso di impotenza, di nullificazione, di stordimento; è il vuoto della responsabilità morale che urla il suo vero fondamento, Dagerman lo capisce, che non sta certo nel didattico richiamo agli errori commessi ( come si pretende oggi nella Giornata della Memoria, ridotta ad un fumetto sulla vicenda di Anne Frank venduto in edicola), ma in un movimento ben più vasto di consapevolezza che scava fino alla complicità di ogni singolo individuo in quanto essere umano figlio della modernità. Perché la gente delle cantine, non tutta certo, ma moltissima, era gente come noi. E allora la penosa sensazione che queste pagine strepitose danno oggi è questa, che ciò che ci sfugge di quelle persone, perché non la accettiamo, è la loro totale somiglianza con noi. E che in questa somiglianza stia il cuore dell’Europa che solo raramente abbiamo imparato a guardare in faccia da quel 1946. Ad Amburgo infatti “è inutile perfino cercare i ricordi di vita umana. Solo i termosifoni si aggrappano ancora ai muri come grandi animali impauriti; per il resto tutto ciò che poteva prendere fuoco è sparito. Oggi c’è quiete, ma quando il vento soffia produce rumore nei caloriferi e tutto questo ex quartiere mortalmente silenzioso si riempie di uno strano suono martellante. Allora capita, a volte, che un calorifero si stacchi d’improvviso e cada, uccidendo qualcuno intento nella ricerca del carbone tra le viscere delle rovine. Cercare carbone, ecco una delle ragioni per cui la gente scende a Landwehr (…) i tedeschi parlano sarcasticamente delle rovine come delle uniche miniere di carbone che restano alla Germania”.

Da secoli in Europa le rovine sono testimonianza viva dei tempi antichi, capaci di trasmettere al corso del tempo le creazioni del genio umano e il suo tentativo di scalare l’infinito. Le rovine sono un patrimonio europeo, una carta di identità collettiva, ma oggi il vento che passa sui resti gloriosi del passato è bellicoso, e racconta, anche qui, dello scontro fratricida tra il capitale globale e una dimensione altra dell’esistenza, come va ripetendo Tomaso Montanari . Si potrebbe dire che buona parte del sentimento di sé dell’Europa coincida con il lungo viaggio di Hoelderlin/Iperione sulle tracce della Grecia classica. Preservare una continuità, fare delle rovine una ricchezza eterna. Eppure, l’Europa oggi assomiglia molto di più che alla Atene di Hoelderlin, alla torta fittizia che venne offerta a Dagerman in una villa borghese, in un parco abbandonato di Amburgo: “quella torta di cattivo pane tedesco offerta dall’avvocato e dallo scrittore è in realtà una torta simbolica, una torta liberale in cui la panna finta ha lo scopo di camuffare verità troppo amare. È indubbiamente una torta per i meno poveri. I più poveri non mangiano il pane in questo modo”. Una torta che di certo non avrebbe mai potuto mangiare l’ingegnere con un phd a Cambridge di 51 anni che lo scorso autunno è morto di povertà nel Wales, Regno Unito.

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Gli indesiderati

Nella Berlino “assiderata e affamata” sono visibili gli schemi generali che regolano la vita moderna, e che prevedono senza soluzione scarti umani a milioni. Il silenzio dei vecchi che nei tribunali per la denazificazione non sanno giustificarsi della propria ignavia rimbomba delle domande dei giovani: “avevamo 14 anni”, e poi “signor avvocato, permettetemi di dire che voi anziani che avete taciuto siete responsabili del nostro destino come una madre che lascia morire di fame suo figlio”. E le ex SS che ammettono “eravamo idealisti”. Le domande di questi giovani sono identiche a quelle poste dagli attivisti che dal 1992 tentano di porre i cambiamenti climatici sotto chissà quale riflettore politico. Altrove si muove l’animo umano, quando gli interessi personali, la timidezza all’azione morale e la propulsione economica all’espansione di desideri e ambizioni diventa biopolitica pura. Tutto può aspettare, compresa l’atmosfera, così come allora ci si poté rifiutare di aver paura di Hitler e di Heydrich. Tanto. Ci penserà qualcun altro. E mentre i genitori cercano i figli dispersi al fronte con cartelli appesi nelle stazioni sfondate dalle bombe, tutto quello che rimane della Germania è la lotta per le patate, per portarne il più possibile sul treno e poi alla famiglia, ma solo un sacco, perché se anche ne hai trovati tre sacchi, non c’è posto per tutte quelle patate nello scompartimento strapieno di profughi.

Per Dagerman tutti i poteri erano il Potere e in questo sembra aver intuito in anticipo di 60 anni il prezzo che l’Europa, attraverso la Germania, avrebbe pagato in nome della ricostruzione. Non abbiamo abbandonato affatto gli schemi biopolitici che portano alla catastrofe, al contrario. Il prezzo della ricostruzione non è stata una consapevolezza responsabile delle conseguenze delle azioni umane, ma una abiura della sondere Weg europea a totale favore del consumismo di importazione. I tedeschi più coraggiosi provarono a dire ad alta voce come si stavano mettendo le cose, ad esempio il giurista Frizt Bauer, che fu il vero artefice della cattura di Adolf Eichman e che non viene neppure menzionato nei programmi politicamente corretti di Rai Storia sulla Giornata della Memoria. Pur di non affrontare le vere dimensioni della colpa tedesca – cioè ammettere che si tratta di una colpa umana e non dotata di passaporto tedesco, e che simili azioni già le avevamo commesse in molti in Africa , Asia e Americhe – s’è accettata l’idea che basti un frigorifero per fare una civiltà, e un giorno del ricordo collettivo per instaurare comode definizioni del bene e del male. E così può accadere che il Goethe Institut di Milano metta in cantina i volumi delle poesie di Hoelderlin, come se l’Europa non potesse più dire nulla di se stessa se non in anglo-americano. Ciò che Dagerman già comprese è però ciò che anche Karl Jaspers comprese: “se noi ci mettiamo a indagare la nostra colpa fino alla sua fonte originaria, veniamo a trovarci di fronte all’umanità che nella forma tedesca ha assunto un modo caratteristico e terribile di diventare colpevole, ma che è una possibilità dell’uomo in quanto uomo”.

 

 

Scimmie clonate, vivere una vita già estinta 


Nel 2002 sul Monte Carmelo, in Israele, un team di paleontologi trova una mandibola visibilmente appartenente ad un ominide. Dopo anni di indagini per arrivare ad una datazione precisa la conferma è straordinaria : Homo sapiens, circa 170mila anni fa, il che significa che l’Out Of Africa potrebbe essere avvenuto quasi 40mila anni prima di quanto supposto finora. Questa notizia ne spiega una altra, e cioè l’annuncio della clonazione di due macachi in un laboratorio di bioingegneria in Cina. Due vicende che si spiegano una dentro l’altra, e che si completano a vicenda. Più a fondo scaviamo nel nostro passato evolutivo, più mostriamo disinteresse per il destino dei nostri parenti più prossimi ancora diffusi in brandelli di foresta su tre continenti . Più chiaro diventa il legame di parentela con gli antenati (i primati ) più siamo orgogliosi di potercene sbarazzare. La faccenda non riguarda solo interrogativi medici ed etici -è giusto sacrificare milioni di esseri viventi in laboratorio per sognare e conseguire l’immortalità ? – ma qualcosa di molto più pervasivo : la nostra identità di specie. Il nostro posto di specie in relazione a tutte le altre a cui il DNA ci lega, qui sì, per l’eternità.  

Il rapporto di parentela con le scimmie non è mai stato facile : Freud soleva dire che Darwin aveva strappato l’uomo alle sue fantasie narcisistiche attribuendone le origini ad un animale troppo simile a noi per non metterci in imbarazzo. L’identificazione era facile e per questo allarmante e paurosa. 
Mentre all’inizio della storia della biologia evolutiva moderna – durante i decenni centrali   dell’Ottocento, quando Darwin studiava la derivazione filogenetica delle specie – le collezioni naturalistiche delle principali città europee dimostravano l’ambizione umana di catalogare la natura e di comprenderla attraverso la comparazione, oggi i due macachi cinesi ( e la loro espressione terrorizzata ) ci parlano di un nuovo atteggiamento : il principio di riproduzione in serie. Le altre specie sono solo materiale da lavoro, i rapporti filogenetici uno strumento di implementazione della catena di montaggio. 
Quel che conta in questa storia di vita da laboratorio è la fine di ogni rispetto e riverenza nei confronti degli antenati, il taglio netto con il timore che annientare la dipendenza dal passato (la nostra storia evolutiva ) possa farci perdere la bussola. Homo sapiens ha costruito le sue civiltà sulla certezza del legame sociale, culturale e a volte addirittura religioso con gli antenati. Quando ha incluso tra di loro le scimmie antropomorfe ha imparato a dare valore alla natura. I due macachi ci dicono che tutto questo è un ricordo. Siamo già nel tempo oscuro di Blade Runner 2049 in cui il dolore di vivere coincide con la consapevolezza di essere stati creati e di non essere quindi mai nati.  E quindi già estinti. Privati di ogni legame evolutivo con un padre e una madre.