Le microplastiche di La Roche-Posay sul SOCIAL CAMPER con il nome del Comune di Milano

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Il 4 giugno scorso, alle ore 10.25 circa del mattino, faceva tappa in Piazza Gramsci, a Milano, il SOCIAL CAMPER, una iniziativa itinerante di informazione sulla salute, e sull’importanza della prevenzione, di Lloyds Farmacia. Il camper – che è in tour su Milano dal 17 aprile e che proseguirà poi a Prato e Bologna – consiste di uno stand aperto al pubblico, con uno spazio espositivo per volantini informativi, e una vetrina di prodotti, formulazioni cosmetiche e farmaci, proprio come sul banco di una farmacia tradizionale. I temi conduttori di quest’anno sono la pelle sensibile e la protezione dal sole per prevenire il melanoma. Il Comune di Milano si è offerto di collaborare con il Social Camper, come appare chiaramente scritto sul “colofon” del progetto, dove stanno anche i nomi dei tre sponsor: Sandoz, Nestlé e La Roche-Posay, marchio del Gruppo L’Oréal che utilizza microplastiche, e in particolare il polietilene. 

Il Social Camper è un progetto voluto da Lloyds Farmacia del Gruppo Admenta e proposto dall’agenzia di comunicazione Energie Sociali Jesurum all’Assessorato Politiche Sociali, Salute e Diritti del Comune di Milano, attraverso il Bando del Welfare, aperto a chiunque voglia sottoporre alla valutazione dell’Assessorato iniziative in linea con gli obiettivi di salvaguardia e valorizzazione della salute pubblica della città. Energie Sociali Jerusum si è data il compito di trovare un pool di sponsor che rendessero il progetto economicamente fattibile trovando così in La Roche-Posay uno dei tre soggetti finanziatori. 

Il polietilene è una sostanza polimerica sintetica, non organica, e non biodegradabile, sotto forma di particelle insolubili in acqua del diametro pari o inferiore a 5 millimetri. Appartiene dunque alla categoria chimica delle microplastiche. 

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Il polieteliene, presente in almeno due formulazioni La Roche-Posay – Hydraphase Intense Legere (Trattamento Reidratante 24 h Riempitivo) e Idraphase Intense Roche (Trattamento Reidratante 24 h Riempitivo) – è una microplastica, che però in Italia può ancora essere utilizzata in cosmetica perché non rientra nelle due categorie di “sfere” che saranno messe al bando nel nostro Paese a partire dal 2020, e già fuori legge in Inghilterra dal gennaio 2019: i detergenti, i gel lavanti, i dentifrici, shampoo e qualunque formulazione implichi il risciacquo in acqua e naturalmente gli esfolianti. In Inghilterra, Greenpeace UK aveva denunciato, nelle fasi preparatorie della Legge per il divieto sulle microplastiche, esattamente questo rischio, il fatto cioè che il bando non doveva coinvolgere solo i prodotti da risciacquo diretto, escludendo quindi le creme, i solari, e i cosmetici (make-up): “I sondaggi del Governo sul comparto delle microsfere (ndr, di plastica) ha mostrato che una larga parte della popolazione lava via il make-up e i prodotti di skincare, giù nel flusso di acqua corrente. Eppure, mentre alcuni di questi tipi di prodotti è stato dimostrato contengono come ingrediente microplastiche, potrebbero essere esclusi e finire fuori dal bando sulle microsfere proposto dal Governo”. La legge passata in Inghilterra, benché ampia, non copre ancora l’intera gamma di prodotti cosmetici con microplastiche, come ha ammesso con la BBC il 9 gennaio 2018 Chris Flower della Cosmetic, Toiletry and Perfumery Association (CTPA): “Ci sono ancora ingredienti nella maggior parte dei cosmetici leave-on che potrebbero essere definiti come plastica. In termini di quantità, rappresentano circa il 2% della relativamente piccola quantità delle sfere di plastica reale (real plastic) nei prodotti da risciacquo”. 

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Va detto, dunque, che, anche nel caso del polietilene, stiamo parlando di una plastica che è ancora legale impiegare in parte della filiera dell’industria cosmetica. E tuttavia, il fatto che sia legale non significa che non sia plastica, e neppure che non esistano evidenze scientifiche del danno ambientale che può provocare. Nel caso delle creme con questo ingrediente, che cosa succede al polietilene quando mi lavo la faccia? Perché due vie sono possibili: o la pelle lo assorbe, insieme ad altri principi attivi, e quindi mi ritrovo la plastica nell’organismo, oppure la pelle non lo può assorbire e quando mi lavo la faccia il polietilene finisce giù nel lavandino, e poi nel mare e poi nell’oceano. 

Plastic in Cosmetics – Are we polluting the environment through our personal care?” é un report pubblico dell’UNEP, l’agenzia delle Nazioni Uniti per la Protezione dell’Ambiente, commissionato dal Global Programme of Action for the Protection of the Marine Environment from Land-based Activities (GPA) nel 2015. In questo documento si legge: “Un totale di 4360 tonnellate di sfere di microplastica sono state utilizzate in Europa nel 2012, nei Paesi membri più la Norvegia e la Svizzera, stando a Comestics Europe, che si è focalizzata sull’uso delle sfere di microplastica, con le sfere di polietilene che rappresentano il 93% del totale”. Il polietilene ha una consistenza cerosa: “le cere di polietilene non sono solubili in acqua, sono materiali solidi con punti di fusione al calore ben al di sotto del massimo termico delle acque marine e perciò rientrano nella definizione di rifiuto in microplastica”. 

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Il polietilene ha diverse proprietà, ed è per questo che non viene utilizzato solo nei detergenti, ma anche nei cosmetici e nella dermocosmesi: è abrasivo, può formare un “film” sulla pelle, controllare la viscosità di una formula, e agire come “legante” di polveri, come nelle ciprie. In questo documento l’UNEP definisce gli ingredienti plastici “potenziali inquinanti ambientali”, facendo riferimento a letteratura scientifica approvata in peer review: “attraverso il risciacquo e l’immissione nelle acque correnti le microplastiche da PCCPs – personal care and cosmetici products – possono raggiungere gli ambienti marini, viaggiare liberamente, galleggiare o rimanere sospesi nella colonna d’acqua. Una volta là, si mixano con microplastiche ‘secondarie’, che provengono dalla rottura di plastiche di dimensioni maggiori, proprio come fanno le microplastiche ‘primarie’, che non sono frammenti ma prodotti di manifattura, come i particolati a pellet e materiali industriali, emesse da altre fonti”. Il dubbio che i particolati di plastica entrino, a questo punto, in catena alimentare cominciano ad esserci dal 2013. 

È stato dimostrato, riporta l’UNEP, che gli invertebrati marini  e i vertebrati terresti assorbono microplastica: la microplastica è stata trovata nelle procellarie, nelle aragoste, nei mitili, e nei sedimenti marini del Pianeta. Benché la nanotoxicologia su queste sostanze sia ancora agli inizi, ciò che sappiamo comprende indizi sulla possibilità che la microplastica superi la barriera placentare nei mammiferi, induca la risposta infiammatoria dei tessuti, alteri il metabolismo. Lo scorso gennaio la tossicologa Rosemary Waring ha rilasciato una intervista alla SPIEGEL in cui, tra molte cose preoccupanti, dice, a proposito della destinazione ultima della microplastica: “Non sappiamo veramente dove finisca, ma in alcuni animali marini queste particelle è stato visto si accumulano nel cervello, nel fegato e in altri tessuti”. E da dove viene questa microplastica? Ecco cosa risponde la Waring: “Da molte fonti, ad esempio dalla rottura di pezzi più grossi, dall’abrasione dei pneumatici, dalle microsfere dei cosmetici e dai vestiti in fibre sintetiche”. Si stima che entro il 2025 ci saranno negli oceani  250 milioni di tonnellate di plastica. Questo vuol dire tutta la plastica, compreso ogni singolo millimetro di polietilene. Secondo la Waring, considerato che moltissima ricerca deve ancora essere fatta per capire cosa succederà ai nostri organismi che vanno riempiendosi di plastica, dovrebbe valere un saggio principio di precauzione. E cioè chiudere la produzione, in toto. 

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Sulla questione del polietilene nelle creme La Roche-Posay questo è la posizione di L’Oreal Italia, attraverso il responsabile stampa Filippo De Caterina: “

“Sulle microplastiche siamo perfettamente in linea, anzi siamo stati addirittura in anticipo, rispetto alla posizione presa dal Legislatore, che ne impedisce l’utilizzo come ingredienti di cosmetici da risciacquo e scrub.  In entrambe le tipologie di prodotto secondo la norma italiana del 2017 le microplastiche verranno bandite a partire dal 2020, ma noi abbiamo già da alcuni anni provveduto alla loro sostituzione con ingredienti ecocompatibili. Vorrei segnalare che la cosmetica è uno dei pochi settori che abbia una regolazione in questo campo e ne siamo felici. Le microplastiche contenute nei prodotti da risciacquo e scrub secondo gli esperti possono entrare nel ciclo delle acque, come confermato anche dalla Ocean Conference delle Nazioni Unite nel 2017. Secondo gli stessi esperti  le microplastiche contenute in prodotti non da risciacquo non rientrano nel ciclo delle acque. il polietilene è una microplastica ma nelle creme che non si risciacquano alla luce delle attuali conoscenze di esperti e legislazione, non è causa di problemi di carattere ambientale. Quanto alla sicurezza dei consumatori, tutti i nostri prodotti sono sottoposti a centinaia di test per garantirne l’innocuità per la salute e l’efficacia. Se possibile  sui prodotti venduti in farmacia siamo ancora più attenti perchè si rivolgono a persone con la pelle sensibile. I nostri prodotti sono sicuri, perché testati e perché corrispondono a tutte le normative vigenti, che noi rispettiamo totalmente. E continueremo a rispettare in ogni caso. Se un domani il Legislatore dovesse porre ulteriori limiti nell’utilizzo delle microplastiche ci adegueremo prontamente, rispettosi come sempre delle indicazioni normative.”

Per quanto riguarda la Ocean Conference delle Nazioni Unite (oceanconference.un.org) del 2017, le cose non stanno esattamente così. Nel documento Concept Paper, partnership dialogue 1 – Adressing Marine Pollution, si legge, a pagina 3: “Per quanto riguarda la salute umana, uno Studio dell’UNEP sta stabilito che le microplastiche nel cibo di orine marina attualmente non rappresenta un rischio per la salute umana, benché molte incertezze persistano. E tuttavia, lo stesso studio aggiunge che rimane molta incertezza circa i possibili effetti delle particelle di nano-plastica, che sono capaci di attraversare la barriera cellulare”. 

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Il SOCIAL CAMPER porta però anche il nome del Comune di Milano, e in particolar modo di un Assessorato che dovrebbe occuparsi del bene collettivo. Ebbene, l’Assessorato ignorava il problema delle microplastiche connesso allo sponsor La Roche-Posay: “Innanzitutto ti ringraziamo per la segnalazione, che prenderemo in seria considerazione nel valutare la situazione. Ti faccio presente, però, che il Comune non è l’organizzatore dell’iniziativa del social camper. La collaborazione è basata su una proposta che il Comune ha ricevuto da Energie sociali Jesurum Lab tramite lo strumento del bando welfare e che ha giudicato condivisibile nelle finalità. Tuttavia, lo sviluppo del progetto e il rapporto con gli sponsor non vengono curati dal Comune che rimane impegnato con diverse iniziative nel combattere l’emergenza climatica”, mi scrive via mail in una nota ufficiale l’ufficio stampa interno all’Assessorato. 

Più articolata, invece, la posizione di Michela Jesurum di Energie Sociali Jesurum, che ha fatto da tramite tra Lloyds Farmacia e il Comune di Milano: “Abbiamo realizzato il CAMPER attraverso il ‘bando del welfare’ dell’Assessorato alle politiche sociali, attraverso il quale chiunque può presentare un progetto che poi viene valutato da una Commissione, a costo zero per il Comune. Io mi occupo di quello, di progetti pubblico-privato, che rispondono agli obiettivi del pubblico, quindi delle Giunte, o di qualsiasi soggetto interessato a divulgare un concetto. Il mio compito è coinvolgere delle aziende che possono metterlo a terra. L’obiettivo in questo caso è evidente, è quello di divulgare la prevenzione in diversi ambiti. Quello che noi facciamo in genere, al di là di questa iniziativa, è di cercare di portare le iniziative sia nel centro delle città sia nelle periferie, che di solito sono meno toccate da queste iniziative private. Il primo passo è cercare che le aziende coinvolte operino sia nel centro delle città che nelle periferie. Dopo di che, in questo caso lo abbiamo fatto con Lloyds Farmacia, che è un mio cliente. 

Loro facevano già un camper, hanno un camper: uno dei macro-obiettivi dell’Assessorato alla salute è di divulgare la prevenzione in diversi ambiti, con diversi target. Ne no parlato con Lloyds, lo abbiamo presentato ed è passato. Evidentemente, per mettere il progetto a terra, ci sono delle aziende private che sostengono i costi dei giri, dell’allestimento, del personale. In questo caso, La Roche-Posay Italia, Nestlè Skin Health con Cetaphil e Sandoz. Le dico la verità, lo ignoravamo, però le dico anche una cosa per oggettiva trasparenza – come dire, lavoro con aziende che in termini di corporate siano aziende con degli obiettivi, con dei prodotti, per me condivisibili, non lavorerei per le armi, per il fumo – per me è assolutamente impossibile conoscere tutti i componenti dei prodotti delle aziende che coinvolgo in progetti di pubblico privato, è una cosa che non è nelle mie capacità, diciamo. Peraltro i componenti di tutti i prodotti naturalmente rispondono alle normative italiane ed europee. Un controllo sull’azienda lo faccio; per quanto mi riguarda il Gruppo L’Oréal mi sembra un gruppo che in termini di gestione dell’azienda, di approccio al mercato e di comportamento con i dipendenti, si comporta in maniera etica. 

Il tema ambientale è chiaramente da tutti noi condiviso ma ogni volta che si implementa un progetto e si coinvolgono delle aziende a mio parere la selezione deve rispondere a dei canoni etici che non possono essere riconducibili ai singoli componenti di tutti i prodotti. Non è una giustificazione, ma una spiegazione. L’Oréal collabora con tutte le istituzioni del mondo. L’obiettivo era portare avanti dei concetti di prevenzione e questo è stato fatto. L’obiettivo del SOCIAL CAMPER non è parlare di prodotti: il tema che viene portato avanti dal camper in questo caso è un tema legato alla salute della pelle, all’idratazione e alla protezione solare. Credo che la verità stia nel mezzo, perché qui c’è un grande tema, il tema del pubblico – privato, il tema di riuscire a portare a tutta la città alcune iniziative, in tutte le città, andare in zone dove di solito le aziende non vanno, e se non ci fosse il privato non sarebbe sempre possibile”.

Ci sono invece delle domande a cui un sano dibattito ambientale, politico e civile dovrebbe provare a dare una risposta: mangeremmo una insalata di plastica verde, se la vedessimo a occhio nudo? Spalmeremmo la pelle di nostro figlio con una crema gel di plastica turchese o rosa o arancione, se vedessimo a occhio nudo le molecole di plastica? 

Può una istituzione pubblica non verificare con attenzione gli sponsor coinvolti in un progetto che parla, appunto, di salute? Il principio di precauzione non dovrebbe essere uno strumento di governo della cosa pubblica e del nostro modo di fare impresa? È giusto accettare i soldi privati di enormi gruppi industriali per costruire progetti magari socialmente meritevoli, nel campo dell’arte ad esempio – la BP in Inghilterra – o addirittura della salute pubblica? L’integrità fisica e psichica delle persone, il diritto alla salute, non dovrebbe essere protetto in modo coerente, anche con rigida coerenza se necessario? Come si fa a parlare di prevenzione quando si offre allo sguardo curioso del cittadino, e alla sua legittima fiducia nelle istituzioni pubbliche, creme con dentro la plastica? Possiamo davvero ignorare un ingrediente su tutti gli altri, un aspetto della realtà su tutti gli altri, solo perché non si vede a occhio nudo? Possiamo insomma continuare a fare ciò che abbiamo fatto per decenni, scegliere il business purché sia? E infine, quale è la coerenza ecologica di questa amministrazione comunale, al di là della propaganda del 15 marzo e della stretta di mano con Fridays for Future?

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Sul clima Ciampi si sarebbe schierato con Greta Thunberg

IMG_6194(le crisi geopolitiche e ambientali – ampiamente ignorate – attualmente in corso, dalla mostra Broken Nature, Triennale Milano)

Carlo Azeglio Ciampi avrebbe consegnato a Greta Thunberg una onorificenza al merito, e lo avrebbe fatto perché non gli sarebbe risultato difficile, a questo punto della faccenda climatica, comprendere l’entità del rischio che pende sulle nostre teste. Martedì scorso RaiStoria ha trasmesso in prima serata la puntata del programma “Buonasera Presidente” dedicata a Ciampi, Presidente della Repubblica dal 1999 al 2006. Come pochi sanno, Ciampi, a capo della Banca d’Italia per numerosi anni prima di essere eletto Capo dello Stato, non era affatto laureato in economia, ma in filologia classica, e cioè in greco e in latino. Nel corso del programma, gli autori hanno chiesto alla figlia Gabriella quale fosse il segreto di suo padre, uomo di rispettabilissima intelligenza e di acuto intuito sulle cose del presente. Gabriella Ciampi ha risposto che suo padre sapeva cogliere i particolari degli eventi, si accorgeva dei dettagli e capiva come minuscoli fatti potessero influenzare grandi avvenimenti; secondo Gabriella Ciampi questo talento veniva a Ciampi proprio dalla sua formazione classica, che lo aveva educato alla “cura del frammento”. Infatti, tutte le testimonianze scritte del mondo antico sono giunte a noi in stato frammentario, mutile o incomplete, e per ricollocarle nel loro giusto posto occorre imparare a ricostruire un contesto. Capacità logiche, pensiero induttivo, connessione tra tracce e indizi lontani nello spazio e nel tempo, ovvero, in una parola, comprensione dei fatti e quindi della realtà.

Dall’altra parte dell’oceano atlantico, il magazine americano VOX ha pubblicato su YouTube un video divulgativo (lo trovi qui), molto preciso, sul Green New Deal, la carta programmatica di 14 pagine con cui la nuova generazione di politici americani, guidati da Alexandra Ocasio Cortez, chiede al Congresso degli Stati Uniti una svolta epocale nella conversione da una economia fossile ad una economia verde, e cioè logicamente compatibile con i limiti biologici e fisici del Pianeta. Benché chiunque, da un documento su cui i giornali in lingua inglese discutono da mesi, avrebbe potuto aspettarsi, entrando nel merito dell’argomento, che il testo esordisse con complicate valutazioni di macroeconomia – il costo della transizione energetica, ad esempio – il primo punto del Green New Deal non è affatto il costo della CO2 in una ipotetica carbon tax. Il primo punto è la “comprensione” della catastrofe climatica, cioè il fatto che prima ancora di affrontarla, la distruzione del sistema climatico terrestre, bisogna capire che esiste, che è reale e che appartiene alla nostra epoca. Tutt’altro che scontato, visto che in Italia Matteo Salvini ancora sostiene che non si può fermare il Paese per salvare l’ambiente, e che in Inghilterra Boris Johnson, molto vicino alle posizioni contro-ecologiche di Trump, ha già vinto il primo round di votazioni all’interno del suo partito per diventare il nuovo leader dei Tories. 

Comprendere non significa leggere dei numeri su report zeppi di statistiche, ma saper mettere insieme ciò che si vede con ciò che si sa. “Nato per vedere, posto-qui per osservare” (Zum sehen geboren, Zum schauen bestellt), scrisse Goethe nel 1833, poco prima di morire: nel suo umanismo post romantico, Goethe intendeva, con queste parole, che l’essere umano viene al mondo per vedere il mondo, e per trovarsi, nei confronti di questo sguardo, nella posizione dell’osservatore attento, dotato, proprio per questo, di un solido sentimento di realtà. Comprensione e individuazione della realtà, cioè del Pianeta, sono una cosa sola nell’essere, autenticamente, uomini. Per questo, la comprensione politica, pragmatica, dei fatti presuppone una capacità intellettiva di decodificazione degli avvenimenti. La furbizia di una certa amministrazione propagandistica della cosa pubblica non è comprensione, nel senso di Goethe e della Ocasio Cortez, ma solo sfruttamento becero e ignorante della emotività collettiva. 

E la comprensione è costruita sui dettagli. Come riuscire a capire che magiare la carne ogni santo giorno è causa del fatto che, in queste settimane, nel Rajasthan, India, le temperature sono di 47 gradi Celsius e che il 1 giugno nel deserto di Churu, stessa regione, siamo arrivati – uso il plurale volutamente, perché ci riguarda tutti – a 50.6 gradi Celsius? Il rapporto IPBES le ha definite “tele-connessioni”, i cluster di cause ed effetti a cascata che hanno origine in punti diversi del globo, pur essendo le une dipendenti dalle altre in stretta consequenzialità. Si riesce a capirla questa cosa quando si opta per un esercizio di comprensione alla maniera classica di Ciampi: sguardo di insieme a partire da informazioni locali, circoscritte, puntuali.

I detective lo fanno di mestiere. Lavorano su particelle di fatti e di azioni su cui nessuno spenderebbe un minuto del suo tempo. Nella terza puntata della serie britannica The Fall, la investigatrice e super consulente della polizia di Belfast Stella Gibson, alias Gillian Anderson, nel corso del briefing alla sua squadra, dà un solo consiglio ai colleghi: “dettagli, dettagli, dettagli”. 

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Dal 5 giugno su Telegram un nuovo Canale dedicato all’estinzione

 

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Dal 5 giugno scorso Tracking Extinction – il tema conduttore di questo blog – è anche su Telegram: ogni giorno pubblico una breve nota audio di commento, riflessione o informazione sulla crisi ecologica. Il nuovo canale sarà soprattutto uno spazio di commento e di analisi della condizione antropologica in cui ci troviamo, perché la nostra è una epoca di estinzione: che cosa significa essere testimoni della Sesta Estinzione? Per quale motivo, oggi, è così essenziale comprendere la portata del passaggio storico che stiamo vivendo? In che modo l’estinzione affligge la nostra vita quotidiana?

Perché l’estinzione è ormai fatto politico, sociale, culturale. Alla Triennale di Milano è in corso, fino al 1 settembre, la mostra Broken Nature. Nonostante i presupposti dell’allestimento tendino a privilegiare il punto di osservazione del design sullo stato del Pianeta ( e quindi la capacità della creatività umana di elaborare nuove strategie di uso delle risorse naturali), la vocazione intima della esposizione è paleontologica. L’estinzione è infatti, ormai, un tratto sostanziale della civiltà che Homo sapiens ha imposto al Pianeta. Perciò, ogni alterazione, ogni intervento artificiale ad alto impatto, come ad esempio la proliferazione delle plastiche e delle microplastiche, finisce con il diventare una caratteristica ereditaria della Terra stessa. In altre parole, il nostro Pianeta eredita anche i nostri errori, le nostre meravigliose invenzioni, le nostre approssimazioni spericolate. Non sappiamo dove questa linea di discendenza ci condurrà. Eppure, il sentimento di sconforto, perdita e abbandono che pervade questa mostra è il “colore” stesso dell’estinzione, una condizione originale dell’Antropocene. Ogni giorno, su Telegram, darò spazio a questo backstage della crisi ecologica. 

Tyrrhenian Sea Plastic Tour - Capraia Island, Corsica
Mayday Tour Plastica - Isola di Capraia e Corsica
(Photo Credits: Greenpeace, Tour MayDaySOSPlastica)

Nonostante tutto questo, nel nostro Paese ancora si stenta a riconoscere il collasso della biosfera, che è ben lungi dall’essere un problema percepito come urgente. Repubblica ha appena celebrato a Bologna il rito della RepIdee, una sfilata di nomi notissimi del cosiddetto e presunto establishment di intellettuali impegnati sul fronte dei diritti civili. Nessuno di loro ha però sentito il bisogno, in questi ultimi mesi, dopo i rapporti IPCC e IPBES, di prendere una posizione sull’estinzione e sui cambiamenti climatici. Manca in sostanza una riflessione corale, pubblica, costante sulla verità, che, anch’essa, pertiene al diritto dei cittadini di sapere cosa sta accadendo al contesto vitale da cui traiamo cibo, aria, acqua. Mentre abbonda l’ipocrisia moralistica, del voler parlare della tragedia delle genti africane in fuga dalla carestia escludendo però valutazioni sulla questione ambientale, come ha giustamente scritto in più occasioni Fabio Balocco. Tracking Extinction su Telegram ( è con questo nome che lo trovate nella stringa di ricerca) è una alternativa alla retorica della cronaca inchiodata al presente e si rivolge quindi a tutti coloro che vogliono fare qualcosa della loro sanissima preoccupazione per il collasso della biosfera. 

Il futuro dovrebbe essere considerato un bene UNESCO

Bosco di San Francesco ad Assisi _BeneFAI

Mai come in questa epoca storica la sopravvivenza del futuro è a rischio. Se l’idea di progresso ha inventato il futuro, oggi sappiamo che ne aveva eretto le fondamenta su basi estremamente sdrucciolevoli. Il modo in cui trattiamo oggi il futuro ha del resto radici antiche. Anzi, dipende da due passaggi epocali nella storia della civiltà umana: il primo è l’avvio dell’Impresa Atlantica (la conquista delle Americhe e l’avvio del capitalismo globale fondato sulla tratta degli schiavi), mentre il secondo è l’avvento della Modernità post illuministica, alla fine del ‘700.

Vediamo il primo passaggio. Senza il colonialismo, a partire dai primi del Cinquecento, non sarebbe stato possibile alle nazioni europee impiantare una economia di tipo capitalistico. Servivano risorse naturali, spazio utile per le piantagioni, ma serviva anche manodopera a basso costo. Lo studio del colonialismo, e degli schemi di sfruttamento ecologico che presupponeva, sta infatti diventando centrale nella comprensione della crisi attuale. 

Il filosofo Roman Krznaric, discutendo sul rifiuto delle democrazie parlamentari attuali di prendere in carico il futuro, in un articolo della serie Deep Civilisation della BBC, ha scritto: “Il tempo deve fronteggiare una spiacevole realtà: che la democrazia moderna – specialmente nei Paesi ricchi – ci ha reso capaci di trasformare il futuro in una colonia. Trattiamo il futuro come una colonia lontana, un avamposto disabitato, dove possiamo liberamente mettere in discarica il degrado ambientale, il rischio tecnologico, le scorie nucleari e il debito pubblico, e anche dove ci sentiamo autorizzati a darci al saccheggio quanto ci pare e piace. Quando i Britannici hanno colonizzato l’Australia nel XVIII e nel XIX secolo, venne disegnata quella dottrina oggi conosciuta come terra nullius – la terra di nessuno – per giustificare la conquista e trattare la popolazione indigena come se non esistesse o come se non avesse alcun diritto sulla terra. Oggi, il nostro atteggiamento è del tipo tempus nullius. Il futuro è un tempo vuoto, un territorio mai rivendicato da nessuno che è in più privo di abitanti. Del pari di un regno distante, di proprietà dell’impero, è nostro nella misura in cui possiamo prendercelo”. 

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Le colonie inaugurano i tempi moderni.

L’avvento della Modernità introduce infatti nella antropologia occidentale una nuova dimensione, è cioè l’individuo, con le sue pretese e i suoi sogni. Un individuo che non mira più solo alla salvezza personale, attraverso la sua adesione al dettato cristiano, ma che vuole costruirsi un posto nel mondo adeguato alle sue aspirazioni. Desiderare qualcosa per sé soli diventa legittimo, e anche auspicabile. Come nota Juergen Habermas, è stato Hegel per primo a comprendere come “l’età moderna è caratterizzata in generale da una struttura dell’autoregolazione, che egli chiama soggettività”. Scrisse infatti Hegel, nei Lineamenti di filosofia del diritto: “Il principio del mondo moderno in genere è la libertà della soggettività”. L’uomo moderno si pone nel mondo secondo quattro principi fondamentali: l’individualismo, il diritto alla critica, l’autonomia di azione ( che implica anche la responsabilità consapevole sul proprio operato) e infine il primato della idea/ragione nella costruzione della realtà, primato che, in filosofia, prenderà il nome di Idealismo. Questo panorama culturale, che vien dopo l’Illuminismo ed è del tutto coevo all’affermazione del capitalismo coloniale, presuppone un distacco sostanziale rispetto al passato. Religione, inferno, paradiso, Chiesa e Clero, per semplificare, non sono più la bussola fondamentale degli uomini votati all’intraprendenza, alla sfida, al rischio e alla costruzione di Nuovi Mondi oltre oceano. Secondo Habermas, soltanto dalla fine del ‘700 si presenta così al pensiero politico europeo il problema dello “auto-accertamento della modernità”. La modernità vuole e deve trovare in se stessa le ragioni ultime della sua forza e della sua strabiliante espansione. Prendere le distanze dal passato diventa dunque uno strumento di affermazione geografica, e culturale. Ciò che è ereditato tenderà, d’ora in avanti, a sbiadire sempre di più, fino a scomparire di fronte a ciò che può essere conquistato. Questo sviluppo della civiltà capitalista occidentale richiederà, per giungere a maturazione nella crisi ecologica, due secoli e mezzo. Ma può dirsi, oggi, compiuto. 

L’aspetto probabilmente più interessante di questo sviluppo storico contiene un tratto paradossale. Mentre il passato ereditato sbiadisce, se messo a confronto con il progresso, è il futuro a finire ingoiato dalla pianificazione razionale, economica della civiltà. Il futuro, e cioè il futuro della biosfera, dovrebbe essere protetto e custodito come un bene collettivo. Ma riportare a galla il futuro, dopo un secolo di oblio e di profitto illimitato, è tutt’altro che semplice. Bisogna mettere da parte l’individualismo, l’indipendenza assoluta dell’azione, ridimensionare l’intraprendenza imprenditoriale, rifornire il pragmatismo utilitaristico di una nuova idea di libertà. L’intero Pianeta è vivo perché è il prodotto, visibile qui e ora, di eredità e testamenti, di passaggi di testimone a volte molto traumatici, ma sempre forieri di qualcosa di originale: si chiama evoluzione delle specie. Il futuro di ogni specie vivente è il risultato di una “partita” che il patrimonio genetico ereditato ha cominciato a giocare milioni di anni fa, in altre forme viventi, e in condizioni ecologiche ormai estinte. 

Un esempio dell’equilibrio tra passato, presente e futuro, un esempio una volta tanto positivo, viene da Assisi, in Umbria. Nella primavera del 2015, all’’interno del Bosco di San Francesco d’Assisi, nel complesso benedettino di S.Croce, il FAI ha posto tre arnie di api, ambasciatrici del progetto FAI “Api nei Beni”. Il Fondo per l’Ambiente Italiano si è infatti impegnato a creare nuove colonie di api nei luoghi speciali di cui già si prende cura. Nel 2019 il Conapi ( Consorzio Nazionale Apicoltori Italiani ) ha scelto di stare accanto al FAI e di occuparsi della manutenzione del Bosco. La tutela del paesaggio e delle architetture medievali di Assisi, insieme alla salvaguardia degli impollinatori sostenuta dal Conapi, esprime la consapevolezza del vincolo di appartenenza tra il patrimonio ambientale e la biodiversità. Il futuro di entrambi dipende dalla disponibilità a riconsiderare la nostra posizione storica rispetto a ciò che abbiamo ereditato. Nel Bosco c’è anche una opera di “land art” di Michelangelo Pistoletto: 121 ulivi disposti a doppio filare, che formano tre cerchi tra loro tangenti. Chiunque passeggi tra gli alberi ripete il movimento che compiono le api in volo, quando si trasmettono informazioni sulla collocazione dei fiori. Il modo in cui guardiamo al passato e al futuro condiziona il gradiente di intensità della nostra preoccupazione per la crisi ecologica. Ne riparleremo. 

IMG4324-2_Foto Paolo Barcucci_2014_(C) FAI - Fondo Ambiente Italiano

Le diseguaglianze sociali sono il miglior alleato del negazionismo climatico

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Questo 24 maggio è iniziato in modo entusiasmante. Stamattina Yanis Varoufakis, candidato al Parlamento Europeo con Diem25, ha ritweettato una mia riflessione sulle ormai imminenti elezioni continentali. Scrivevo infatti che un volantino elettorale come il suo, in cui la crisi climatica viene nominata apertamente, non potrebbe mai essere il volantino del Partito Democratico, per cui il collasso del Pianeta è solo un soprammobile retorico. La generosità di Yanis Varoufakis mi ha fatto pensare ad una domanda che una studentessa del corso di giornalismo della università IULM di Milano mi ha posto qualche settimana fa. Eleonora stava scrivendo la sua tesi di fine Master e mi chiedeva che ruolo avesse Extinction Rebellion nel panorama attuale dei movimenti ambientalisti europei. Aveva letto i miei interventi sul movimento, trovandoci molto più sugo di quanto pubblicato sulle testate nazionali dei grandi editori. Ma come arrivare ad un blog indipendente nell’oceano di titoli, nomi e siti web di cui pullula la Rete, se non lo conosci in anticipo, si chiedeva dunque Eleonora. 

In parole semplici: come fare informazione ambientale, se non hai un brand editoriale che sostenga la tua firma ?

Una domanda tutt’altro che scontata e che molto ha a che spartire con la nostra epoca di collasso ambientale, e di crescenti povertà. Le diseguaglianze sociali sono infatti il miglior alleato del negazionismo climatico, e della censura sull’estinzione del mondo vivente. E questo accade perché il giornalismo indipendente è stato gravemente minato nelle sue stesse fondamenta dal crescere della precarietà economica, per non dire della fame vera e propria, dei reporter ambientali. C’è una correlazione molto stretta, e molto preoccupante, tra le paghe indecenti che porta a casa chi scrive di atmosfera e biosfera e la disintegrazione del diritto civile all’informazione sulla distruzione del sistema climatico terrestre e l’annichilamento della biodiversità. Maggiore è la povertà netta dei giornalisti che hanno scelto di dedicarsi al XXI secolo, e non al gossip, e maggiore è la lacuna di consapevolezza di cui soffre l’opinione pubblica. Sono argomenti che pertengono alla giustizia sociale, di cui in Italia si parla pochissimo e che invece vanno in prima pagina sui giornali anglosassoni perché, nonostante tutte le contraddizioni della Brexit e dell’amministrazione Trump, nei Paesi di lingua inglese sopravvive un orgoglio democratico che considera ancora i giornali un presidio di coscienza collettiva, e non solo una corte di interessi corporativi e di lustrini fake buoni per i salotti dei talk delle 20.30. 

Partire da una famiglia economicamente svantaggiata compromette l’accesso a professioni di alto contenuto intellettuale, perché in queste professioni il lavoro semi-gratuito è il primo passaggio di un curriculum appetibile per un editore. Nel giornalismo la principale voce di spesa di questo percorso sono i viaggi in giro per il mondo. Se non te li puoi permettere, sei fuori per principio, e non perché non hai talenti da spendere. Sam Friedman e Daniel Laurison hanno discusso la verità imbarazzante del “tetto di cristallo della carriera” in un saggio piuttosto ruvido su The Guardian: The class pay gap: how it pays to be privileged. Ma anche Mongabay, un magazine di enorme qualità sulle questioni ambientali, aveva pubblicato l’anno scorso una inchiesta impressionante scritta da Jeremy Hance sui professionisti nel settore della conservazione della biodiversità: senza soldi di famiglia la maggior parte dei brillanti ecologi laureati nei migliori atenei inglesi finiscono a servire il caffè da Sturbucks. Anche per gli esperti di grandi felini vale lo stesso discorso dei reporter ambientali: bisogna viaggiare, pagarsi soggiorni a zero retribuzione per mesi presso le NGO, e tante altre cose che sono incompatibili con un conto corrente a zero sterline. Se in Italia avessimo a disposizione inchieste di questo tipo ci accorgeremmo che la crisi climatica, per non parlare della defaunazione del Pianeta, sono ancora dei fantasmi per moltissimi di noi non tanto perché forti soggetti economici hanno fatto di tutto per non diffondere il panico, quanto piuttosto perché chi voleva raccontare la verità doveva scegliere tra mangiare o morire Don Chisciotte. 

Dopo 30 anni di retorica a buon mercato sul “sogno americano” se ne sono accorti anche negli USA. È di qualche giorno fa la notizia, riportata da The Wall Strett Journal, che almeno 50 scuole di livello useranno un nuovo indice di misurazione della diseguaglianze sociali per conteggiare quanto contino la povertà, la violenza di strada e le difficoltà quotidiane di sopravvivenza nel decidere l’accesso di giovani di valore nei migliori college del Paese. Il nuovo sistema di ranking – denominato “adversity score” – è stato elaborato dal College Board, una NGO con sede a New York. In una nota rinascita alla CBS, il CEO della NGO, David Coleman, ha detto: “Lungo la sua storia, il College Board ha sempre avuto come focus la scoperta di talenti che passano inosservati. L’Environmental Context Dashboard getta una luce sugli studenti che hanno dimostrato una notevole ricchezza di iniziative nel superare sfide e che hanno raggiunto di più, con meno. Il Dashboard aiuterà i colleghi ad essere testimoni della forza degli studenti in una larga porzione dell’America che è stata trascurata”. Tra gli indici che compongono il punteggio finale c’è il reddito della famiglia di origine, il livello di istruzione dei genitori e il valore della casa in proprietà in cui si abita, o, all’apposto, il costo di una abitazione. 

Tutto questo mi ha ricordato la parabola semi sconosciuta, ancorché eccezionale, di Jens Munk, uno dei più ardimentosi esploratori artici dei primi decenni del Seicento, un navigatore leggendario, di nazionalità danese, a cui il giornalista ambientale Thorkild Hansen dedicò una biografia, pubblicata in Italia da Iperborea (Il capitano Jens Munk). Jens era il migliore, nessuno aveva dubbi su questo. Lo sapeva il Re, lo sapevano i suoi dignitari. Ma quando si trattò di assegnare un capitano alla circumnavigazione dell’Africa il posto finì ad Ove Ghiedde, un nobile spocchioso e incompetente che però aveva il vanto del rango sociale. Scrive Hansen: “Questa è una legge che entra spesso in vigore per le alte nomine: un uomo può essere incapace, inadatto a eseguire il compito che gli è stato affidato; ma non è determinante. Può essere di origine modesta, un ex mozzo, sì, un bastardo: neanche questo conta. Un’unica cosa è richiesta, un’unica condizione è necessaria perché ci si accorga di te, si amino i tuoi lati ridicoli, si ammiri il talento che non hai, ti si accordi potere e autorità, ti si giudichi bello, intelligente, importante, insostituibile. Un’unica cosa. Detto in confidenza e a bassa voce: devi avere soldi. Più ne hai e più te ne daremo. Più vorrai accettarne e più ti ringrazieremo”. 

Eccoci ai fatti, dunque. “La scrittura corre il pericolo di diventare una professione d’élite”, perché molti autori sono di fatto sovvenzionati, sponsorizzati e mantenuti dai soldi del proprio compagno, o compagna, o da un secondo lavoro, per stare a galla. Lo dice il rapporto annuale della Authors’ Licensing and Colletive Society del Regno Unito. Il reddito medio annuo di uno scrittore inglese è di 10.500 sterline, identico a quello di un giornalista free lance italiano. Il rischio intrinseco a questa condizione sociale è che l’informazione, perché di solito i giornalisti scrivono anche libri, si restringa sempre di più sino a diventare una fotografia molto, molto sfuocata di ciò che effettivamente il mondo è. 

Kath Viner direttrice di The Guardian lo aveva già denunciato un paio di anni fa, scrivendo cose che nessuno in Italia scriverebbe mai sul Corriere della Sera. ( A mission for journalism in a time of crisis, 16 novembre 2017). La Viner cita Ethan Zuckerman, che insegna al MIT di Boston: “potremmo ripensare il nostro ruolo di giornalisti pensandoci come persone che danno una mano…trovare luoghi dove i giornalisti, su di un piano individuale e collettivo, possono essere il più efficaci possibili, ed influenti”. I blog seri ed indipendenti potrebbero essere una di queste strade, una delle opzioni positive sul tavolo. Una delle risposte attendibili e solide alla domanda di Eleonora.

Ma vediamo come la Viner argomenta la sua adesione, in quanto direttrice del migliore giornale del mondo, alla riflessione di Zuckerman: “Per far questo, i giornalisti devono conquistarsi la fiducia di coloro al cui aiuto hanno intenzione di dedicarsi. Dobbiamo, allora, mostrare una maggiore capacità di rappresentare le società che vogliamo rappresentare. Coloro che appartengono ai media provengono sempre più massicciamente dallo stesso, privilegiato settore della società: questo problema è peggiorato negli ultimi decenni. Stando ad un report del governo del 2012 sulla mobilità sociale nel Regno Unito, mentre molte professioni sono ancora ‘dominate da una élite sociale’, il giornalismo si colloca dietro la medicina, la politica e anche le scienze forensi nell’aprire la porta a persone di strati sociali svantaggiati. ‘Dunque nel giornalismo si è verificato uno spostamento ancor più significativo verso l’esclusività sociale rispetto a qualunque altra professione’, conclude il rapporto. Questo conta parecchio, perché chi viene da background esclusivi, omogenei, difficilmente conosce qualcuno colpito direttamente, e dolorosamente, dalla crisi del nostro tempo, e men che meno spende il suo tempo nei luoghi dove queste crisi stanno avendo luogo. Le organizzazioni che fanno informazione ed hanno staff composti in larga parte da persone che vengono da background sociali simili sono molto meno inclini a riconoscere le questioni che invece la gente comune nota nelle proprie comunità ogni giorno come ‘notizie’; le discussioni all’interno di questi outlet di notizie saranno dunque inevitabilmente plasmate dai privilegi che i partecipanti condividono tra loro”. 

Come trovare allora un punto di equilibrio? Credo che oggi una seconda risposta alla domanda di Eleonora l’abbia data proprio Yanis Varoufakis. Qualche settimana fa, nella sua casa di Atene, gli hanno chiesto come pensava di partire con un movimento politico che non aveva certo la struttura di un partito, e quindi neppure le sue ricorse capillari. Varoufakis ha detto, be’, abbiamo deciso di cominciare, semplice. Questo principio – decidere di metterci tutte le energie possibili, cercando fonti, persone che hanno qualcosa di originale da dire proprio sulla crisi del nostro tempo, puntare su un intimo sentimento di giustizia professionale, ambientale ed etica – è il fondamento del giornalismo indipendente. Lo vogliamo fare perché sentiamo di doverlo fare. La questione quindi è: intendere il giornalismo ambientale, a questo punto della crisi, come una scelta di vita, come una posizione personale e intellettuale. 

Certo, poi, che la libertà ha anche bisogno di sponsor. Ha bisogno di lettori attenti, seri, gente che ha voglia di approfondire perché è stufa marcia dello skim reading. Leggere un articolo e postarlo vuol dire affidarlo a Google, che è il più potente ufficio stampa dei free lance. I click si trasformano in percentuali appetibili su Google Analytics, che a sua volta funziona come un gigantesco ufficio PR gratuito per chiunque, con pubblicità o sponsorship, voglia fare reddito sulle idee di qualcuno, e sul suo modo di esprimerle. Questo è l’unico circuito virtuoso su cui il giornalismo ambientale ha una speranza di sopravvivenza nell’imminente futuro italiano: trovare fondi attraverso una qualità rintracciata e segnalata dai lettori, da tutti coloro insomma che hanno voglia, sul serio, di capirci qualcosa e sono disposti a fermarsi cinque minuti sulle ricerche, a volte lunghe anni, dei reporter indipendenti. È questo che ho condiviso stamattina con Yanis Vaorufakis. 

 

La bio-economia EU si regge su quasi 20 milioni di ettari di terre coltivabili non europee

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L’impronta ecologica europea non riguarda soltanto ciò che mettiamo in tavola ogni giorno. Uno studio uscito sulla Environmental Research Letter lo scorso 9 aprile (pubblicato qui) ha calcolato sul periodo 1995-2010 il peso della “non-food bioeconomy” dell’Europa a 28, cioè l’importazione dai mercati globali di materie prime vegetali e animali non destinate all’alimentazione che sostengono i nostri stili di vita e le nostre industrie. La ricerca è firmata dai ricercatori di 4 prestigiosi istituti europei: Institute for Ecological Economics della Vienna University of Economics and Business,  Stockholm Resilience Centre di Stoccolma,  International Institute for Applied Systems Analysis, a Laxenburg, sempre in Austria, e infine Institute for Food and Resource Economics and Center for Development Research, University of Bonn, Germania.  In sostanza, questa ricerca è un tentativo, finora unico, di definire l’impronta agricola non alimentare della Comunità Europea a 28 Stati membri. I ricercatori hanno applicato un modello matematico complesso, che tiene in considerazione tutti i passaggi dei processi di produzione e rifornimento fino al consumo finale di prodotti finiti e raffinati. Un eccellente argomento di cui si dovrebbe discutere nei talk televisivi in vista delle Elezioni Europee del prossimo 25 maggio.

L’aspetto più interessante, e preoccupante, di questa ricerca è la sua totale coerenza con quanto emerso dal Global Assessment IPBES della settimana scorsa: la caratteristica fondamentale dei consumi del XXI secolo sono le “tele-connection”, cioè gli effetti ambientali, geograficamente lontanissimi, dei nostri consumi e delle nostre abitudini culturali. “I risultati mostrano chiaramente che la EU ha il primato mondiale nella trasformazione e nel consumo dei prodotti vegetali derivati da coltivazioni e non destinati all’alimentazione, mentre, allo stesso tempo, continua a dipendere pesantemente dalla loro importazione. Due terzi della superficie agricola richiesta per soddisfare il consumo di biomassa non alimentare della EU si trovano in regioni dall’altra parte del mondo, particolarmente in Cina, negli Stati Uniti e in Indonesia, con un crescente e potenziale impatto su ecosistemi molto distanti. Con quasi il 39% nel 2010, l’olio prodotto da semi oleosi per i carburanti organici, i detergenti e i polimeri rappresenta la voce dominante nella domanda complessiva di vegetali non alimentari della EU”, si legge nello Studio. Seguono le fibre tessili vegetali, come il cotone, le pelli animali, la lana che contribuiscono al totale per un altro 22%. 

La cosiddetta EU Bioeconomy Strategy  ( l’implementazione di programmi di crescita “verde”, fondate cioè su risorse biologiche, partita con la Biofuel Directive del 2003) deve cioè essere analizzata da uno spettro di punti di vista decisamente più ampio rispetto a quanto fatto fino ad ora, a causa degli “spillover effects”, ossia delle conseguenze impreviste di politiche pur disegnate sulla ricerca di un impatto minore, più sostenibile, sul Pianeta. Questo aspetto dell’industria europea, il dislocamento degli impatti ambientali sull’importazione di prodotti organici, biologici, non è mai stato affrontato direttamente. Secondo lo Studio, “la EU fino ad adesso non è stata d’accordo su una metodologia comune per stabilire gli impatti nell’uso del suolo a grande distanza connessi con le politiche comunitarie. I sistemi di controllo con indicatori-chiave di riferimento di forte significato per la terra adatta alla coltivazione, come il Resource Efficiency Scoreboard (EUROSTAT 2015), sono focalizzati soltanto su indicatori territoriali e mancano di tenere in considerazione le connessioni a distanza”. 

Dunque, avvertono i dati, “un rischio particolare è l’incremento dell’uso di terra su scala globale per soddisfare la domanda economica. Questo tipo di rischio è ben illustrato dal fatto che l’Europa si distingue come l’unica regione che è importatore netto di 4 delle maggiori categorie di risorse naturali: materiali, acqua, carbone e terra da coltivare”. 

Un quarto delle materie prime grezze utilizzate dall’industria europea viene dal resto del mondo. In numeri, nel solo 2010, il nostro sistema produttivo ha avuto bisogno di 19.8 milioni di ettari di terra per sostenersi. In Cina, con 4.4 milioni di ettari per materie prime oleose; nella regione Asia-Pacifico, con 3 milioni di ettari sempre per semi oleosi e gomma; e negli Stati Uniti, con 1.6 milioni di ettari per mais ed etanolo. In assoluto, siamo la regione del mondo che consuma più terra per la propria economia e la propria cultura (28.2 milioni di ettari nel 2010), seguiti dalla Cina molto vicina ormai (27.7 milioni di ettari). Che cosa significa tutto questo tradotto per ciascuno di noi, per ogni singolo cittadino europeo? 562 metri quadrati di terra del mondo a testa per i nostri bisogni, gusti, desideri. Sono 828 negli Stati Uniti, 468 in Brasile. Tanto per farci una idea: in India siamo a 79 pro capite. Quando si parla dunque di crescita economica, sarebbe bene anche raccontare all’opinione pubblica che la nostra, già discutibile, possibilità di “crescere” ha implicazioni sistemiche globali che mettono in movimento effetti domino identificabili, ma non prevedibili. In poche parole: sostenere che la crescita sia ciò di cui abbiamo bisogno, e poi attuare politiche immigratorie razziste e restrittive, è una gigantesca ipocrisia.

Il dilemma che la ricerca espone tra le righe, quindi, è estremamente sottile, ed è il dilemma degli ultimi 25 anni di storia dell’ambientalismo. Può una crescita economica verde rallentare e infine porre fine alla distruzione del Pianeta? La risposta è no: “Molti scenari sull’impiego di energia e di terra su scala globale mostrano che un cambiamento sistemico verso una bio-economia dipenderà massicciamente sugli ecosistemi terrestri e sulle risorse naturali terrestri. L’espansione della bio-economia andrà ad aggiungersi alla già alta domanda di terre agricole per produrre cibo, con il risultato di una crescente pressione sui limiti del Pianeta. Ciò è profondamente connesso, inoltre, con le questioni di giustizia sociale, quando si arriva a parlare della distribuzione delle risorse bio-fisiche”. Il tema più scottante, dunque, è sempre lo stesso, ed è assente dalla corsa alle Elezioni del 25 maggio: dobbiamo tutti avere molto di meno di quanto abbiamo preteso avere finora. Non ci sono negoziati. È questa la verità di cui parla Extinction Rebellion. 

Perché è così difficile credere che la sesta estinzione è reale?

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(Credits: Extinction Rebellion Deutschland FB)

Nel corso di questa ultima settimana l’opinione pubblica è stata costretta a confrontarsi con notizie inquietanti: la pubblicazione del Global Assessment IPBES sullo stato della biodiversità, ripreso eccezionalmente da molti telegiornali nazionali, ha forse per la prima volta posto dinanzi al comune sentire la realtà storica della sesta estinzione. Non per nulla il rapporto delle Nazioni Unite è stato assimilato, per importanza scientifica e peso politico, all’ultimo documento globale dell’IPCC del 2018. Ma se il cambiamento climatico è già da tempo una parola che qualche neurone lo accende, questo 2019 rimarrà forse negli Annali dell’Antropocene perché finalmente anche l’estinzione della fauna e della flora del Pianeta ha raggiunto il rango di notizia pubblica, e di impatto civile.

Ma c’è di più. Ad essere sul serio “pubblico”, ormai, e cioè visibile, udibile e discutibile, c’è, da ora in avanti, l’indifferenza con cui la maggior parte delle persone persiste nel non prendere misure, per quanto minuscole, per fronteggiare la crisi ecologica in cui siamo immersi fino al collo. Anzi, diciamola ancora più dura: nonostante la verità conclamata che la vita sta scomparendo attorno a noi con la stessa rapidità con cui i dinosauri se ne andarono per sempre dal Pianeta, la maggioranza dei cittadini continua, questa verità, ad eluderla, a scansarla, a considerarla, tutto sommato, forse, eccessiva.

Perché ?

Nell’epoca della “post-verità”, il non credere in nulla – lo scetticismo, l’ipercriticismo, il nichilismo – è considerato dai più una strategia di sopravvivenza quotidiana. Fregarsene del Pianeta aiuta a tollerare l’ingiustizia patita ogni giorno sul lavoro, nella vita privata, nelle frustrazioni esistenziali che la Modernità impone come riti di passaggio al pragmatismo e alla competizione perenni. Ne ho già abbastanza di mio, devo forse preoccuparmi del contesto? Ma la verità, oggi, è osteggiata anche perché possiede in sé la forza dirompente della norma, della Legge a cui non si può scappare: se ti diagnosticano una malattia seria, la verità ti obbliga a occuparti di te stesso e del tuo imminente futuro. Insomma, a sottometterti alla inevitabilità di condizioni ambientali e fisiche che non dipendono più solo dalla tua volontà. O dai tuoi sogni. Con la verità dell’estinzione funziona nello stesso modo: se la guardi in faccia, non puoi più pensare al tuo futuro come prima, perché non te lo puoi più permettere. Chiuso. La verità del collasso del Pianeta per moltissime persone è più indigesta della menzogna, della manipolazione e della deliberata distruzione del bene comune. 

Il rifiuto della verità significa anche respingere il dubbio che ci sia qualcosa di falso nelle certezze economiche su cui abbiamo costruito i nostri argini contro l’arrivo del Grande Inverno: la crescita economica, il mercato come risposta esistenziale ai bisogni umani, una demografia autarchica e narcisista. La critica al sistema consolidato, non importa quanto lacunoso e rapace, è vissuta da una parte consistente dell’opinione pubblica come una minaccia alla propria sopravvivenza psicologica. Ricordate nel film di David Cameron, Titanic, la reazione del costruttore del transatlantico in vestaglia di broccato, quando, in cabina di comando, gli fanno presente che il Titanic affonderà? Negazione. No, che non affonderà. È impossibile. Continuare a credere che la fine dell’Era dei Mammiferi sia fantascienza, permette di potersi ancora aggrappare a qualcosa. Permette cioè di riempire la propria vita con quel nulla-meglio-di-nulla a cui il Capitalismo Avanzato ha piegato le coscienze.

La verità, in questo XXI secolo, non è più oggetto di fede. Neppure quella scientifica, perché i dati che abbiamo in mano sono scienza tanto quanto le certezze ematochimiche con cui un cardiochirurgo opera a cuore aperto. Nel passato pre-rinascimentale l’uomo di fede si affidava alla verità per non tradire, insieme a se stesso, l’ordine del cosmo. Nell’era dell’estinzione, invece, la verità ha un effetto di disgregazione portentoso sui pensieri e sulle azioni. Questo è il punto zero dello scetticismo civile. E quindi, massimamente, il punto zero di una nuova etica ambientale.