Categoria: Biopolitiche

Kunming 2020, la biodiversità deve diventare mainstream in ogni settore della società civile

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“I cambiamenti di ampia portata che sono necessari per raggiungere la visione del 2050 richiederanno un livello di collaborazione senza precedenti che coinvolgerà l’intera società”, così si legge nella bozza preparatoria per il summit internazionale della Convenzione Mondiale sulla Biodiversità delle Nazioni Unite, che si terrà a Kunming, in Cina, il prossimo autunno.

Perché questo appuntamento è importante? Perché a Kunming verranno tirate le somme della protezione della biodiversità del Pianeta negli ultimi dieci anni: cosa abbiamo recuperato, quanto è grave l’estinzione in corso, che cosa dobbiamo fare senza più dilazioni. La dichiarazioni di intenti della bozza pone però sin da ora quello che a mio parere è il vero punto caldo di un summit che, purtroppo, dovrà constatare il fallimento degli obiettivi di Aichi, e cioè gli obiettivi di conservazione degli ecosistemi progettati per il 2020 e quasi tutti disattesi. Il punto caldo è la questione sociale, cioè il disperato bisogno di una reazione civile a favore delle faune e degli habitat nelle società iper-urbanizzate soprattutto delle nazioni più ricche.

L’appello della Convenzione ad una mobilitazione delle coscienze conferma quanto la crisi di estinzione sia solo l’altra faccia di una crisi antropologica profondamente inscritta nei nostri schemi di produzione di benessere e ricchezza materiale. È pragmaticamente impossibile mettere in piedi strategie efficaci per la biodiversità al 2050 senza un cambio di passo nelle abitudini, nel comune sentire, nelle idee sulla vita e sulla morte di milioni di occidentali.  

L’intera “theory of change” del summit di Kunming si fonda su questo presupposto: “la teoria riconosce l’urgenza di una azione politica su scala globale, regionale e nazionale, necessaria per trasformare i modelli economici, sociali e finanziari, in modo che i trend che hanno aggravato la perdita di biodiversità siano stabilizzati entro i prossimi 10 anni, e che entro i prossimi 20 ci sia un recupero degli ecosistemi. Questo permetterà  di raggiungere, entro il 2050, la visione della Convenzione di una armonia con la natura”. 

Siamo di fronte a un problema prima di tutto politico. La società civile deve essere consapevole, per libera scelta, della crisi di estinzione e quindi esercitare il proprio diritto democratico alla rappresentanza preoccupandosi che i diritti propri e altrui siano tenuti in conto nella massima serietà: “c’è uno scarto temporale tra natura e società, tra il momento in cui vengono prese le decisioni e il momento in cui i cambiamenti cominciano a diventare visibili. Questo scarto deve essere considerato quando si stabiliscono degli obiettivi e le azioni utili a raggiungerli”. 

Vediamoli allora, alcuni dei questi obiettivi post Aichi:

Evitare ogni perdita netta entro di territorio integro (non ancora sfruttato per attività economiche ) entro il 2030 negli ecosistemi di acqua dolce, marini e terrestri; aumentarne anzi l’estensione almeno del 20% entro il 2050;

Mantenere o rafforzare la diversità genetica del 50% entro il 2030 e per le specie del 90% entro il 2050;

Avere il controllo di tutte le vie di introduzione delle specie aliene invasive, raggiungendo entro il 2030 una riduzione del 50% del tasso di nuovi arrivi, ed eradicando le specie aliene già insediate nel 50% dei siti geografici sempre entro il 2030; 

Ridurre entro il 2030 l’inquinamento da eccesso di nutrienti, sostanze biocide, rifiuti in plastica di almeno il 50%;

Assicurare entro il 2030 che il prelievo, il commercio e l’uso delle specie selvatiche sia legale e su livelli sostenibili;

Integrare il valore della biodiversità nella pianificazione politica nazionale e locale, nelle strategie di riduzione della povertà. Entro il 2030 la biodiversità deve essere mainstream in tutti i settori.

Il minimo comune denominatore di questa visione è tuttavia la demografia umana, che è incompatibile con obiettivi così ambiziosi.

Lo ISS – Institute for Security Studies di Pretoria, Sud Africa, un think tank autorevole sulle questioni africane, ha riportato lo scorso 15 gennaio numeri impressionanti sulla crescita demografica nella cosiddetta area geografica dei G5: Burkina Faso, Chad, Mali, Niger e Mauritania. Gli effetti sinergici dei cambiamenti climatici, che riducono la resa netta delle coltivazioni già più bassa della media africana (1,2 tonnellate per ettaro rispetto alla media di 3.6 per ettaro del continente), e della instabilità sociale (crescono i movimenti con affiliazioni terroristiche) si somma all’effetto destabilizzante di una popolazione in continua crescita. “I Paesi del G5 hanno bassi livelli di sviluppo economico anche considerando gli standard continentali. Nel 2018 il reddito pro capite era considerevolmente sotto la media dei gruppi sociali e basso e medio reddito dell’Africa nella sua interezza. Questo è in parte dovuto alla rapida crescita demografica di queste nazioni”, avvertono gli autori dell’articolo. “Le previsioni dicono che la popolazione totale del G5 crescerà di quasi il doppio entro il 2040, dagli attuali 81 milioni di persone nel 2018  a 152 milioni di persone”. Oggi, 33 milioni di persone in questa porzione di Africa vivono con meno di 1 dollaro al giorno e il 30% non ha accesso all’acqua potabile.

Il Burkina e il Chad hanno ancora degli habitat sufficientemente intatti per tentare ambiziosi progetti di recupero e conservazione dei grandi mammiferi africani: la W-Arly-Penjari in Burkina, area transfrontaliera con Niger e Benin, cruciale per il leone dell’Africa Occidentale, e lo Zakouma National Park in Chad, dove la Giraffe Conservation Foundation lavora dalla primavera scorsa per sostenere la popolazione della giraffa di Kordofan, una sottospecie ormai criticamente minacciata. 

È impossibile pretendere di delineare programmi efficaci di protezione della biodiversità senza portare al centro del dibattito sull’umanità il nostro diritto, ormai svanito, ad una riproduzione incontrollata. E per quanto possa suonare impopolare dirlo, questo dilemma riguarda tanto la parte ricca del mondo quanto le nazioni in miseria, come il G5 in Africa Occidentale. 

A chi abbia abbastanza coraggio da capire a che punto di disprezzo della vita altrui siamo arrivati distruggendo le faune del Pianeta, a chi, dunque, voglia capire quanto devastante sia la crisi di estinzione attuale e intenda fare un figlio, consiglio di vedere questo cartoon capolavoro di Steve Cutts: The Turning Point.

Perché è di questo che parleremo a Kunming.

 

Per le donne che scrivono di clima ed estinzione il modello da seguire è Nike van Dinther

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Berlino, Germania, Europa continentale – Parliamoci chiaro: qualunque giornalista ambientale di sesso femminile vorrebbe essere una influencer del tipo di Nike van Dinther. Nike parla di moda e di biosfera. È vestita pazzescamente bene. Fattura. Quando apre bocca sul cambiamento climatico la gente ascolta. Diventare ciò che in Germania chiamano “Sinnfluencer”, e cioè persona magnetica da 80 K di follower, come Nike, è l’unico modo per una reporter donna di essere presa sul serio. Ma direi anche qualcosa di più: questa è l’unica strada sensata per parlare di CO2, animali in via di estinzione e foreste vergini. Cioè, non che devi solo pubblicare foto su Instagram, questo no. Ma se vuoi capire come ragionano le persone che si godono la vita e pretendere che loro (non gli ambientalisti, i vegani, i guru, gli attivisti) leggano i tuoi reportage, ti si spalanca davanti una sola opzione: lo stile inconfondibilmente mix up (serio e glamour) di Nike. Le donne che scrivono del Pianeta questo lo sanno, l’hanno capito, l’hanno vissuto: ma non hanno ancora il coraggio di dirlo apertamente.

Pensano che essere vestite così-così rafforzi la loro credibilità. E che l’eleganza screditi la loro professionalità. Risultato: non hanno neppure un centesimo del seguito che ha Nike van Dinther. E non fatturano un accidenti. 

Ci riflettevo qualche giorno fa, quando un collega che si occupa di sport mi parlava di un altro collega, senza immaginare che io lo conoscessi molto bene. Elogiandone i meriti, e a ragione, non si accorgeva che il personaggio in questione è un influencer. Uno di quelli che hanno cavalcato l’onda del successo adottando la tattica del nemico giurato delle politiche ambientali serie e progressiste: il narcisismo dominante. Insomma, non un uomo votato alla purezza dell’etica, ma al più banale sfruttamento dello status quo a proprio vantaggio. Scontato che quando sei un influencer li hai i soldi per 4 voli intercontinentali in un anno: non guadagni mica le cifre che ti pagano gli editori oggi. E noi donne? Mi chiedevo, davanti agli effetti stroboscopici di una carriera che non ha mai ipotizzato di contenere le proprie emissioni serra per il bene comune. Be’, noi donne ci vergogniamo di ammettere che ci piacerebbe tantissimo essere alla moda e non rinunciare alle nostre convinzioni ambientali. Siamo talmente abituate a dover scegliere tra una cosa e l’altra, senza appello, che non riusciamo a dire pubblicamente che il sacrificio auto-inflitto delle limitazioni verdi (niente Dior cosmetics, niente Celine, no Easy Jet at all) ci sta strettissimo. La verità è che, proprio in quanto donne, noi reporter ambientali potremmo diventare competitive solo se ci comportassimo da donne fino in fondo. 

E non sto affatto parlando di favoritismi sessuali. 

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Gli uomini si occupano di cambiamento climatico perché si occupano di economia. Di energia e di trasporti. Per questo il loro punto di vista sulla crisi ecologica emerge più facilmente. I colleghi maschi sono già preparati, grazie al loro pragmatismo, a raccontare esattamente ciò che i lettori e i direttori di testata sono disposti ad ascoltare. Le donne, invece, sollevano il velo di Maja. Sanno guardare le sfumature, gli anfratti dei business plan, le contraddizioni. Le donne sanno quale è la vera natura del cambiamento climatico perché da sempre sono chiamate a dover soddisfare una natura polimorfa. È attraverso il loro cervello e il loro corpo che hanno imparato tutta l’ambiguità del comportamento umano. Non ci saremmo innamorati dei combustibili fossili se non avessimo desiderato stare meglio rispetto alla vita dannata dei proletari della Manchester di metà Ottocento. La voglia di godere della vita è il motore interno della catastrofe climatica. Perché per avere una vita decente, serve tantissima energia. Questo ci ha dato il carbone, e adesso è arrivato il conto. Homo sapiens vuole stare meglio, non peggio, vuole godere se può godere, e il difficile è fargli fare un passo indietro quando può farne uno avanti. Le donne, sia gloria ad Arthur Schopnhauer, questo lo sanno, perché la specie ha affidato a loro l’onore della riproduzione insieme a tutto il canestro di talenti intellettuali che hanno anche gli uomini. 

Per questo siamo credibili davanti a noi stesse quando siamo vestite come Nike e intanto siamo impegnate a scrivere il miglior pezzo del mondo sulle politiche di annientamento delle faune del Pianeta. 

Se leggo Adorno con un paio di jeans da venti euro, non rappresento niente e nessuno se non un masochismo riduzionista. Passerò il resto della mia carriera a guadagnare venti euro a pezzo. Se invece cammino alla Brandeburger Tor con un golf di Celine comprato su Yoox dopo mesi di appostamento pre saldi mi sento abbastanza donna e abbastanza padrona della mia epoca per inviare una email da Berlino a quel tale direttore che non ha mai pubblicato un reportage dal Kreuzberg sulla malinconia del mondo estinto. 

Non è mancanza di coerenza. È realismo. È fame. È vita. È normalità. E qui chiudo il mio climax sul significato ipermoderno di Umanismo, un climax cominciato proprio a Berlino lo scorso febbraio. 

Acqua potabile e leoni, le due priorità dell’Africa nel 2020

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Burkina Faso, Africa occidentale – Le premesse delle crisi umanitarie ed ecologiche  del 2020 sono già visibili nelle regioni al confine del Sahel, sotto il deserto del Sahara. A meno di due settimane dalla fine di questo 2019 lo ISS ( Institute for Security Studies, finanziato anche dalla Unione Europea) disegna una mappa chiara della disintegrazione della coesione sociale in numerose azioni africane sotto l’onda d’urto dei cambiamenti climatici. “L’Africa meridionale e il continente nella sua interezza devono aspettarsi eventi climatici estremi come il ciclone Idai e il ciclone Kenneth, più frequenti e più intensi. Stiamo soltanto ora cominciando a capire che cosa questo significa per le migrazioni di massa (in Sudafrica, le ripetute e violente esplosioni di xenofobia sono un segnale allarmante); la capacità di produrre energia (la siccità ha lasciato la diga di Kariba al minimo storico, compromettendo la generazione di energia dello Zimbabwe e dello Zambia, con conseguenti tagli diffusi alla distribuzione); la politica (è solo una coincidenza che il partito di governo della Namibia abbia sofferto la perdita più significativa di voti nel mezzo di una siccità?); e la salute (ambienti più caldi aumenteranno il rischio di malaria?)”. Questo il quadro generale secondo Jason Allison di ISS. 

Ma non è tutta questione di CO2. È finalmente arrivato il momento di pagare il conto della demografia umana. 

Lo stress idrico sarà una delle ipoteche aperte sulla stabilità politica dell’Africa occidentale. Il WRI (World Resource Institute) ha disegnato una mappa (We Predicted Where Violent Conflicts Will Occur in 2020. Water Is Often a Factor) delle tensioni già evidenti per l’acceso all’acqua dolce che consenta di prevedere dove, nei mesi a venire, sono più probabili scontri armati. L’alterazione dei pattern climatici stagionali si è saldata con un incremento demografico che è diventato una miccia accesa nel focolaio di tensioni etniche sempre latenti in Mali. Ecco cosa dice il Rapporto: “La popolazione del Mali è cresciuta molto rapidamente. A Bamako, la capitale, la densità demografica è triplicata negli ultimi 20 anni (…) La competizione crescente per le risorse naturali peggiora le rivalità etniche e contribuisce a far aumentare la violenza tra agricoltori e pastori”. Sulla mappa dei prossimi 12 mesi l’acqua è un punto di domanda politico anche in Burkina, Niger, Ghana, Benin, Nigeria, Costa d’Avorio. 

In pochi hanno il coraggio di ammettere, negli organismi che presiedono la governance mondiale, che la demografia è già oggi una minaccia alla sicurezza. La Planetary Securuty Initiative ( un think tank citato dal WRI) ha denunciato la pericolosità della situazione del Mali con una schiettezza: “Una devastante esplosione di violenza a Moptu ha calamitato l’attenzione sulle divisioni etniche e la radicalizzazione. Tuttavia il ruolo della pressione sulle risorse naturali è la causa prima del conflitto e il punto di partenza per soluzioni che continuano ad essere trascurate (…) Come documentato da un briefing del 2017 del Planetary Security Initiative la crescita della popolazione e il cambiamento climatico hanno giocato un ruolo sostanziale nel preparare un terreno fertile per i conflitti in Mali. Nelle parole di un accademico: man mano che la demografia cresce, diminuisce il bush”. 

E senza il bush, o la savana, o le praterie di erbe ad alto fusto, sparisce anche l’acqua: “Se vuoi continuare ad immettere acqua nell’agricoltura, devi mantenere il paesaggio che produce la pioggia”, ha detto Kaddu Sebunya del comitato direttivo della African Wildlife Foudation. Un concetto di basilare fisiologia ecologica che purtroppo anche milioni di Europei ignorano. In Africa, paesaggio significa però una cosa sola: leoni. 

Senza i leoni, gli ecosistemi africani collasseranno: un processo che è già in corso. Mai come in questo passaggio storico la specie simbolo del continente ci dice che nessuna strategia geopolitica sarà efficace nei prossimi decenni senza tenere in conto la variabile della biodiversità. E la stessa Africa non può fare a meno di confrontarsi con il problema dell’estinzione del leone. Questa è la conclusione a cui è giunto un rapporto speciale, The Lion Economy, redatto dal Lion Recovery Fund di Peter Lindsey e quindi sovvenzionato dalla Leonardo di Caprio Foundation. 

“La conservazione del leone non è solo una questione che coinvolge coloro che lavorano nella conservazione, bensì chiunque abbia interesse in un futuro sostenibile e vitale per l’Africa. Le popolazioni di leoni stanno crollando e sono già scomparse da molti Paesi. Nel tentavo di costruire intere economie e di portare fuori della povertà molte persone, i governi sono riluttanti a spendere più soldi per la conservazione, perché ci vedono uno spreco a svantaggio di esigenze più pressanti. Ma questi stessi governi ignorano i seri problemi ambientali che fronteggia il continente. L’Africa sta già sperimentando la perdita di servizi ecosistemici; e, cosa ancora peggiore, la maggior parte dei Paesi sono poco resilienti nei confronti del cambiamento climatico”. 

I leoni sono predatori di vertice e quindi è dalla loro presenza che dipende la salute dell’ecosistema: i processi chimici che garantiscono ai nutrienti di passare dagli animali alle piante, e infine all’uomo; la disponibilità di acqua potabile, la riduzione del rischio di disastri come le alluvioni, grazie alla stabilizzazione del clima, lo stoccaggio di carbonio nelle piante e una copertura vegetazionale integra. The Lion Economy descrive molto bene la attuale condizione dei leoni e delle persone sul continente. Gli uni dipendono dalle altre. Perché questa relazione possa produrre futuro per entrambi il leone deve tornare ad occupare i progetti, i sogni, le visioni dei decenni che verranno. 

Kaddu Kiwe Sebunya, Chief Executive Officer, African Wildlife Foundation: “I leoni non sopravviveranno al XXI secolo soltanto con la buona volontà. E non sopravviveranno neppure rimanendo il centro nevralgico delle vacanze per visitatori stranieri di alto livello sociale, o fungendo da trofeo per la caccia. La sopravvivenza del leone dipende dall’Africa stessa. Questo significa concentrarsi sul grande valore culturale che i leoni hanno nella società africana per costruire consenso attorno alla importanza della loro persistenza allo stato selvatico. Detto pragmaticamente, dipende dalla gente, dai governi e dall’industria riconoscere che la preoccupazione attorno alla sopravvivenza del leone non è una rievocazione di un passato romantico, ma il simbolo di un intero comparto di altri valori che rischiano di scomparire per sempre insieme ai leoni”.

Se l’Africa del 2030 sarà edificata soltanto sulle aspirazioni di sviluppo socio-economico, ed è questa la traiettoria imboccata, il patrimonio unico dei paesaggi africani sarà perduto, insieme a ciò che resta di civiltà antiche che hanno condiviso se stesse con questo felino straordinario.  Le proposte del think tank che sostiene “the lion economy” è di potenziare il finanziamento della conservazione dei paesaggi ancora selvaggi introducendo dei meccanismi di pagamento dei servizi ecosistemici. È un approccio che assomiglia molto a quello del REDD+ e del carbon market, entrambi rivelatisi finora insufficienti per disinnescare una economia in continua espansione. Ma alle soglie del 2020 le informazioni sulla insofferenza sociale di molti Paesi africani sembrano indicare che è arrivato il momento di considerare l’identità e la coscienza africane come elementi imprescindibili delle economie di domani. Il prossimo decennio, in poche e semplici parole, dovrebbe essere anche un decennio di ispirazione e di valori, non solo di un modello ibrido di profitto ricalcato sull’Occidente. 

Nelle proto-scimmie europee gli indizi sulle origini della crisi ecologica

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Baviera, Germania – I notai lo sanno bene: occorre conoscere la storia di una famiglia, prima di redigere un testamento. Qualunque discorso ecologista sull’eredità che gli uomini e le donne di oggi lasceranno ai loro posteri non può che partire dal passato, se intende essere credibile: in poche e semplici parole, se non ci mettiamo di buona lena a capire chi erano i nostri antenati, non riusciremo mai a focalizzare l’enormità della sfida ambientale. 

Eppure, da 25 anni gli ambientalisti parlano solo di debito climatico. Saranno le prossime generazioni a dover pagare il prezzo della nostra ignavia politica. Oggi, intanto, verrà  presentato a Bruxelles lo European Green New Deal, il piano di risposta alla crisi ecologica del nuovo Parlamento Europeo. L’obiettivo politico è ridimensionare la portata del debito ambientale. I negoziati della Convenzione delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico (UNFCCC), da parte loro, sono sempre stati rivolti al futuro. Solo in via stereotipata documenti, dichiarazioni e sintesi finali han fatto cenno, in oltre due decenni, alla responsabilità dell’Occidente nella industrializzazione a carbone. Troppo poco. Questa storia del clima non comincia nell’Ottocento.

La paleontologia è un alleato formidabile nella comprensione della catastrofe climatica. I paleontologi raccolgono indizi sulla nostra identità e, di conseguenza, sul perché siamo diventati i “signori del Pianeta”. Il mese scorso i risultati di una scoperta eccezionale sono stati pubblicati su NATURE (A new Miocene ape and locomotion in the ancestor of great apes and humans): nell’Allgäu (Baviera, Germania) un team internazionale ha rinvenuto i resti di una nuova specie di scimmia fossile, Danuvius guggenmosi. Questa specie, vissuta nel tardo Miocene, attorno agli 11 milioni di anni fa, combina gli adattamenti anatomici delle scimmie bipedi e di quelle capaci di appendersi con le braccia ai rami degli alberi. Per questo, secondo i ricercatori autori dello studio, Danuvius “potrebbe fornire il modello dell’antenato comune tra grandi scimmie ed esseri umani”. Danuvius è un driopiteco, un gruppo di scimmie su cui da qualche anno si concentrano le ipotesi di David R. Begun, paleo-antropologo dell’Università di Toronto, Canada, e co-autore dello studio di NATURE. Begun ritiene che le soluzioni anatomiche sviluppate dalle scimmie europee del tardo Miocene siano state cooptate dalle paleo-scimmie africane, giungendo, su linee temporali ed evolutive lunghe dieci milioni di anni, alla struttura osteo-articolare delle australopitecine. Il vero pianeta delle scimmie è il saggio appassionante (Edizioni Hoepli) in cui David R. Begun racconta la storia delle scimmie del Miocene. Ci sono voluti qualcosa come 15 milioni di anni perché, attraverso più linee di derivazione, emergesse la nostra specie. Siamo una opzione tra migliaia di altre opzioni. Non siamo perfetti, e non siamo neppure la migliore specie tra tutte le specie comparse sul Pianeta. È per questo che gestiamo molto male la nostra presenza sulla Terra. Non siamo cioè in grado di venire a patti con il rischio esistenziale: la minaccia più grave all’espansione delle nostra intelligenza. 

In questo 2019 è stato messo in commercio anche un videogioco (ideato su una consulenza scientifica accurata ed affidabile) sulla incerta partita dell’evoluzione dei nostri antenati: Ancestors. La regola di gioco più astuta scelta dagli sviluppatori nasconde anche uno degli aspetti didattici più seri di Ancestors: il clan di ominidi che non sia riuscito a tramandare ai piccoli quanto imparato nella ricerca del cibo e nelle strategie di sopravvivenza contro i predatori soccombe, si estingue, e il giocatore non può passare al livello successivo. Non c’è insomma futuro senza passato. L’immane cantiere dell’evoluzione, i cui mattoni sono i geni e i piani anatomici fondamentali di ogni specie, è costantemente in movimento, verso un futuro che non è tale finché qualcosa di nuovo riesce ad affermarsi; ma lavora sui materiali disponibili, non crea nulla da zero. Ecco perché la parabola dei driopitechi, delle australopitecine e degli ominidi dovrebbe metterci in guardia, con il suo strapotere di storytelling. Qualunque rivoluzione ambientalista sarà limitata da ciò che è a disposizione sul Pianeta. Le batterie per veicoli elettrici hanno bisogno di litio, e le miniere di litio sono altamente inquinanti. Le pale eoliche off shore disturbano le migrazioni e l’etologia dei grandi mammiferi marini. Le installazioni di milioni di pannelli solari tolgono altro spazio alle specie selvatiche e al rewilding. 

Si discute molto in questi anni su cosa ormai significhi essere padri e essere figli. Sappiamo che il figlio che voglia farsi una vita sua e diventare davvero indipendente non butta dalla finestra tutti gli insegnamenti del padre, ma sa reinterpretarli in qualcosa di nuovo. I nostri lontani antenati sono parte del nostro modo di sentirsi così speciali. Ci dicono fino a che punto possiamo essere umani, quali conseguenze comporta essere umani e se possiamo progettare delle variazioni sul tema in questo XXI secolo. Nessun negoziato sul clima privo di questo sguardo sul tempo profondo – e quindi sulla natura umana – potrà mai funzionare. Perché continuerà a discutere in astratto di questioni la cui origine sta nelle pieghe più intime e recondite del nostro modo di concepire noi stessi. 

Caso Hallam: la civiltà non è un antidoto alla barbarie. È fatta di barbarie

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Amburgo, Germania – Una diagnosi corretta è indispensabile. Nessuna patologia può essere risolta senza l’aiuto di un corretto inquadramento clinico. Per la coscienza vale lo stesso. In assenza di un esame critico sui propri disastri esistenziali, l’essere umano continua a vagare nel buio di illusioni e fraintendimenti, di autoinganni e di autoassoluzioni. E siccome storia e cultura sono il prodotto dell’azione umana, dovremmo abituarci a un serio esame di noi stessi anche quando si discute del futuro del Pianeta, dello stato del mondo alle soglie del 2020 e delle nostre responsabilità collettive. Il caso Roger Hallam, accusato in tralice dal settimanale tedesco DIE ZEIT di essere un antisemita, e di aver così aperto una serissima ipoteca sulla credibilità di Extinction Rebellion, è emblematico. Le affermazioni di Hallam, la posizione di DIE ZEIT, la replica dei movimenti in Inghilterra e in Germania, non riguardano infatti solo la questione ambientalista (chi, come e con quali strumenti dovrebbe organizzare una pressione politica efficace sui governi), ma anche il futuro dell’Europa. Della coscienza europea.

Il consenso per le destre xenofobe cresce ovunque sul continente. La senatrice a vita Liliana Segre deve vivere sotto scorta, minacciata da balordi antisemiti che probabilmente non hanno neppure mai letto un rigo di Isaac Bashevis Singer o di Aharon Appelfeld. Questo degrado civile non è soltanto preoccupante, è la conseguenza diretta di una disgregazione dello spirito di comunità che credevamo invincibile dopo il 1945. Purtroppo, proprio come ammisero da subito molti osservatori, la civiltà non è un antidoto alla barbarie, ma è fatta di barbarie.  Vale a dire che la nostra storia umana è densa di apocalissi di crudeltà e di atrocità pianificate nelle stanze del potere, che, tutte insieme, hanno dato forma, consistenza e direzione al mondo così come lo vediamo e lo abitiamo oggi. Non possiamo isolare il concetto di “storia” in una teca di vetro di teorie, ma dobbiamo invece dare più spazio possibile alla constatazione e alla discussione, per prenderci le nostre responsabilità. Questa prospettiva antropologica è inevitabile là dove simpatie neofasciste progettano di deformare la lettura del presente. Ed è proprio qui che l’impegno etico nel demolire la volgarità neofascista incontra il dovere di denunciare il collasso del Pianeta. C’è infatti una sovrapposizione, un punto di incontro storico, tra i fatti mostruosi della Seconda Guerra Mondiale e della Conferenza di Wannsee e la traiettoria di civiltà che ci ha condotti al collasso di biosfera e atmosfera. L’umanità si è mossa lungo una direzione precisa oltre un secolo fa, attraverso una spinta di espansione industriale ed economica che ha ridotto il Pianeta a terra da saccheggio. Una spinta biopolitica: popoli, genti, esseri umani in carne ed ossa diventano materiale per rivoluzioni, sogni deliranti, rinnovamenti genetici. Bisogna cambiare l’uomo, per dominare il mondo. Un principio prima di tutto economico, alla radice della svolta energetica fossile di inizio Ottocento, non meno che delle idee di Trotskij sull’importanza metafisica della tecnologia e della supremazia della macchina contro la natura. Al volgere del 1939, l’espansione è il minimo comune denominatore della civiltà occidentale. Ipotizzo che possa essere questo il contesto storico di cui Roger Hallam ha parlato con Hannah Knuth. 

È probabile che DIE ZEIT abbia deciso di calcare la mano sulla intervista (peraltro brevissima e pubblicata nelle ultime pagine del giornale) a ragione delle tensioni interne nel Paese con AfD e dopo l’allarme istituzionale deciso a Dresda il mese scorso contro i neonazisti. Rimane il fatto che l’articolo è tendenzioso e manca esattamente di questo, di un ragionamento storico complessivo sulla coscienza europea. In un momento di fortissima instabilità sociale, un movimento ambientalista radicale non è solo una protesta di strada, ma l’esplosione di problemi stratificati, datati, storici. Bisogna andare a vedere dove nasce in Europa l’esigenza di dire basta a uno schema socio-economico che ci ha impiegato cinque secoli per giungere a maturazione. Il genocidio è un capitolo variegato di questo processo. 

Scrive la Knuth: “L’obiezione che l’Olocausto non sia paragonabile con altre terribili uccisioni di massa (Voelkermord), non gli sovviene. Hallam si oppone all’osservazione che, mentre molti uomini hanno senz’altro commesso il male, l’Olocausto si trova però in una posizione del tutto a sé stante (Alleinstellungsmerkmal). Che cosa dire di quest’uomo? Perché è così coinvolto con l’Olocausto?”. La posizione di Hallam è infatti questa: “Ci sono diversi dibattiti sulla questione, se l’Olocausto rappresenti o meno una tipologia eccezionale di genocidio (einzigartig) (…) So che c’è questa convinzione in Germania. Tuttavia io, con tutto il rispetto, non sono d’accordo”. Hallam qui si riferisce alla discussione storiografica sulla definizione di genocidio. La Knuth è costretta di conseguenza ad ammettere: “Non si può ascrivere né la forma né il contenuto delle affermazioni di Hallam ad una scarsa istruzione (Bildung). Fino a poco tempo fa, Hallam lavorava infatti al King’s College di Londra con un dottorato sulla disobbedienza civile”. 

Hallam non ha negato la Shoah. Ha detto che nella storia umana ci sono stati molti genocidi, diversi, ma simili all’’Olocausto. Questa non è una affermazione antisemita. Procedendo però nella lettura del pezzo della Knuth si intuisce che la faccenda è politica ed Extinction Rebellion, che finora si è contraddistinta per trasparenza, non può chiudere la discussione con l’annuncio di un procedimento di verifica a carico di Hallam. Il movimento ha smosso la coscienza europea dopo anni di inerzia ambientalista e ora deve prendersi la responsabilità del proprio radicalismo, e cioè della schiettezza con cui cui ha chiesto di dire la verità sullo stato del Pianeta. D’ora in avanti, secondo la Knuth, gli attivisti di XR, “devono portare questo peso, che uno dei loro fondatori relativizza la distruzione pianificata (Ausloeschung) degli Ebrei come un avvenimento tra altri con una curiosa consapevolezza della propria missione (mit einem merkwurdigen Sedungsbewusstsein). Se con queste esternazioni Hallam abbia assicurato al cambiamento climatico maggiore significato (Bedeutung), o se egli stia invece cercando di ottenere titoli a caratteri cubitali, o se se sia semplicemente un antisemita, non è dato apprenderlo nella fattoria del Galles (ndr, dove è avvenuta l’intervista). L’attenzione, questo è sicuro, riaccesa, sarà dirottata dalla minaccia che incombe sul Pianeta alla sua persona e alla sua tesi. Rientrano nel gruppo di coloro che sono d’accordo con lui quelli che negano le cause antropiche del cambiamento climatico”. Vale a dire, secondo la Knuth, che chiunque legga nello schema genocidiario un comportamento ripetibile delle comunità umane è anche un negazionista climatico. Una tesi assurda, e anche abbastanza ridicola. “I contemporanei che vedono nel movimento per il clima solo figure sinistre, che non credono nella democrazia aperta e liberale, vedranno ora i loro sospetti confermati. Questa sarà la conseguenza (Wirkung) più amara della strampalata ribellione di Hallam”. C’è ben altro in gioco, purtroppo. 

Nel momento in cui entra in carica la nuova Commissione Europea con un piano clima (European Green Deal) che Greenpeace ha già definito, in un comunicato stampa del 29 novembre, “ad impatto minimo sul contrasto all’emergenza climatica”, il negazionismo non è prerogativa di chi inserisce l’Olocausto nella più ampia storia europea e mondiale; è invece “l’amara conseguenza” di un atteggiamento politico molto diffuso, che continua a tenere in vita modelli economici autodistruttivi. Il negazionismo è l’attitudine umana ad andare fino in fondo con i propri crimini. Nelle parole di Franziscka Achtemberg di Greenpeace Eu: «Si tratta di un programma ampio (ndr, lo European Green Deal), per fortuna assai distante dell’agenda di deregulation della commissione Junker, ma basta guardare oltre i titoli per vedere che le misure proposte sono deboli, parziali o del tutto assenti. Rispondere alla crisi ecologica e ambientale richiede un ripensamento fondamentale del sistema economico che per decenni ci ha portato inquinamento, distruzione ambientale e sfruttamento delle persone. Questo piano appena scalfisce la superficie di un sistema marcio”, ha detto Franziscka Achtemberg di Greenpeace Eu. 

PS – A corollario di questa conversazione sul genocidio, sarebbe auspicabile che la collega di DIE ZEIT e i benpensanti rileggessero quanto Karl Jaspers scrisse nel suo saggio La questione della colpa (pubblicato in Italia da Cortina nel 1996). Una raccolta di riflessioni sulla colpa della Germania che Jaspers dedusse da consultazioni pubbliche tenutesi nel 1945, a cui parteciparono persone di ogni tipo. Jaspers ebbe il coraggio di dire questo: “Se noi ci mettiamo ad indagare la nostra colpa fino alla sua fonte originaria, veniamo a trovarci di fronte all’umanità che nella forma tedesca ha assunto un modo caratteristico di diventare colpevole, ma che è una possibilità dell’uomo in quanto uomo”.

A Natale siamo tutti un po’ di destra

 

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Milano, Italia – Il panettone rende tradizionalisti. Ostili al progresso. Nostalgici del buon tempo antico ( l’Ottocento) in cui la neve ammantava le città annerite dal carbone. Nelle case, però, un pino vero decorato con candele di cera, arance e bacche rosse riuniva vecchi e bambini attorno al più borghese dei valori umani nell’Europa industriale: la famiglia. Mentre i politici di destra ci ricordano nei talk televisivi del dopo cena che il progresso tecnologico è incompatibile con il pauperismo degli ambientalisti, e che quindi la tassa sulla plastica è una corvée medievale, il marketing natalizio ha cominciato la sua battaglia di stagione. Con armi obsolete: immagini rassicuranti di cavallucci a dondolo, orsetti di pezza, slitte, casette in legno. Non c’è un solo dettaglio del brand Natale che possa essere venduto senza un appello subliminale, romantico e malinconico insieme, ad un’epoca ormai idealizzata, quella che di solito siamo soliti definire con una una massima moralista: “Si stava meglio quando si stava peggio”. Anche un rossetto di Dior o una felpa di Kenzo con il muso a stampa della tigre in via di estinzione funzionano come oggetti del desiderio solo se inseriti in un quadro più grande: il Natale del cuore, dell’affetto e della riconoscenza. 

La verità è che, quando si tratta del Natale, non siamo mai stati moderni, parafrasando il titolo di un famoso saggio di Bruno Latour del 1991. Latour, alle soglie dello Earth Summit di Rio de Janeiro, culla dei successivi negoziati per il clima, osava già dire che gli esseri umani sono capacissimi di tenere insieme la fisica quantistica con la superstizione. Non c’è affatto bisogno di pretendersi “moderni”, in contrapposizione con i meno evoluti dei secoli oscuri e primitivi; la catastrofe ecologica è anzi la dimostrazione che pur godendo del picco assoluto di ingegno tecnologico siamo sempre così ingenui e infantili da pensare di cavarcela senza un Pianeta che ci faccia da casa. Non esiste problema ambientale che non sia questo groviglio di emozioni, testardaggine, effetti collaterali, sottovalutazione dei limiti biologici in nome del progresso.

Ecco, allora, che non riusciamo a gioire delle festività natalizie se non illudendoci di poter ancora albergare nei nostri cuori il calore domestico delle epoche oscure, in cui, certo, solo a Natale c’erano in tavola mandarini e tacchini ripieni, ma quanto era confortante sentire per un sol giorno che bontà e onestà sono sentimenti utili a sopravvivere in questo mondo. Il paradosso è che questo atteggiamento lo condividono anche le persone che Jeff Sparrow, su The Guardian, ha chiamato gli “eco-fascisti”: “coloro che difendono i propri privilegi climatici, e con violenza, contro immigrati, ambientalisti e progressisti”. Insomma, i benpensanti con un ricco conto in banca che non vogliono rinunciare a nessun privilegio (carne, abiti, viaggi in aereo) per salvare tutti gli altri. Costoro, sempre dediti a difendere il progresso quando si tratta di difendere il libero mercato, si schierano contro i progressisti in maglietta Patagonia, che, invece, considerano davvero “progredito” soltanto il pensiero storicamente legittimato dalla crisi climatica. 

Entrambi sognano il Natale che non c’è più, inghiottito dal capitalismo avanzato; solo che gli eco-fascisti non hanno ben chiaro che un mondo a + 4 gradi Celsius di aumento medio delle temperature globali renderà qualunque tipo di Natale, anche il più tradizionale, impossibile, in un contesto di crescenti tensioni sociali e civili. Ma la destra mena vanto di difendere la famiglia, e quindi scegliendo il progresso per non ridurre di un boccone il pasto dei propri figli preferisce condannare alla fame i giovani del 2050. Invece, gli attivisti più o meno dichiarati in maglietta Patagonia forse riusciranno a raccogliere energie spirituali per convincere gli scettici che, per davvero, un Natale tradizionale (con poca roba, per farla breve) era davvero Natale. Il loro obiettivo è cioè titanico: riformulare il progresso togliendogli l’allure del continuo rinnovamento interno. 

C’è un libro sottovalutato che parla del cambiamento climatico ( l’ascesa del carbone, l’affermarsi del carattere capitalista, le conseguenze spirituali del nuovo regime energetico) e che quindi parla del Natale. A Christmas Carrol di Charles Dickens. Dickens inventò il Natale moderno. Ci riuscì perché in una Londra nera di carbone il 25 dicembre era il simbolo della speranza. Quella stessa speranza che poi, diventata capriccio, ci ha condannati alla distruzione del sistema climatico terrestre. Una ruota della fortuna che, al suo ultimo capitolo, rovescia la ricerca della felicità nella lotta contro la catastrofe. L’aveva intuito anche questo un altro pensatore contemporaneo, Alain Finkielkraut, accusato di essere di destra e quindi amatissimo da Il Foglio di Claudio Cerasa, nel suo libro Noi, i moderni, mostrò con dovizia di storie ( russe, tedesche, francesi, inglesi), spostandosi sul fronte ambientalista, quante atrocità abbiamo commesso perché l’orologio della storia ci incoronasse signori del progresso. Per essere progressisti, abbiamo buttato nella pattumiera la nostra umanità. Non è forse questa realtà un incubo da cui cerchiamo di tenerci lontani aggrappandoci al sogno di un Natale all’antica?

I biscotti alla Nutella affossano la COP25 sul clima a Madrid

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Alba, Italia – Il successo strepitoso dei nuovi biscotti alla Nutella ha sconfessato la COP25 per il clima. Gli ha tolto legittimità con una fragorosa risata, prima ancora dell’inizio dei lavori il prossimo 2 dicembre. Nelle prime tre settimane di lancio del prodotto ne sono state vendute 2 milioni e 600mila confezioni. Una ironia atroce sta dietro questa operazione di marketing alimentare che ha il sostegno di un opinione pubblica assuefatta all’inerzia di pensiero e alla assenza totale di coscienza civile. Per capire cosa sta succedendo, dobbiamo mandare a memoria non gli ultimi dati sulle emissioni serra in continuo aumento pubblicati qualche giorno fa dalla World Meteorological Organization, ma la battuta di Jessica Chastain alias Elizabeth Sloane nell’omonimo film (2016). La Sloane deve corrompere un senatore degli Stati Uniti per ottenere l’affossamento di una tassa sull’olio di palma, provvedimento ecologista molto indigesto. Il senatore sarà accompagnato in Indonesia da una ong, per verificare sul campo quanto opportune siano le piantagioni di palma da olio per la crescita dell’economia indonesiana.  E allora Elizabeth chiede a un collega che lavora sulle abitudini del consumatore medio: per gli americani è più importante il sapone o i biscotti? Entrambi infatti contengono olio di palma e bisogna decidere se chiedere al cittadino modello di rinunciare all’uno o all’altro. Il collega è sbalordito e rimane muto. Commento della Sloane: visto? Nessuna reazione. 

Il cittadino medio è esattamente così. Negli Stati Uniti come in Italia. Ignora che l’olio di palma sia nella saponetta così come se ne frega del fatto che lo contengano i biscotti alla Nutella. Abbiamo deforestato il Borneo e portato all’estinzione l’orango per impiantare piantagioni estensive di palma da olio. Sappiamo da anni che la fame di questo tipo di olio vegetale (già nell’Ottocento la civilissima Europa lo usava per accendere le lampade) ha motivato la deforestazione delle foreste primarie del sud est asiatico. Non solo la gente continua a comprare questi biscotti. Li considera un ingrediente psicologico imprescindibile nella strategia di sopravvivenza quotidiana a delusioni professionali, frustrazioni amorose, tristezze croniche per opportunità irraggiungibili. Non conta nulla neppure che simili preparazioni iper zuccherate conducano dritti a una diagnosi di diabete. Non conta neppure che la tradizione culinaria italiana vanti dolci decisamente più buoni dei biscotti industriali della Ferrero. Non ha voce in capitolo neppure che sul mercato ci siano prodotti decisamente migliori ( anzi, a tal punto migliori della Nutella da funzionare come una illuminazione sulla via di Damasco per chiunque sia abbastanza  temerario e sveglio da provarli), come ad esempio la crema alla nocciole Baratti&Milano. In vendita, ebbene sì, rimarranno indignati i duri e puri, da Eatlaly. Forse è meglio dare due euro a Farinetti che contribuire allo smantellamento industriale della foresta tropicale. Del resto, Business Insider ha raccontato come dietro questi biscotti nemici del buon senso e del Pianeta ci sia una guerra occulta tra Barilla e Ferrero. Barilla ha rinunciato all’olio di palma nel 2016 e adesso ne va fiera, scrivendolo dappertutto. Ferrero no. Barilla ha tentato di imporsi lanciando la crema Pan di Stelle, che molte persone ritengono un inganno al palato. La ragione è che questa spalmabile, appunto, non contiene olio di palma, ma olio di semi di girasole. Altro gusto, altro retrogusto. E allora la faccenda comincia ad acquisire chiarezza.

La verità è che la Nutella è diventata uno status symbol politico, una presa di posizione contro gli avvocati difensori del Pianeta, delle specie a rischio, dei poveri delle baraccopoli, delle aziende per bene che impastano biscotti con olio di oliva e burro. Chi si schiera per la Nutella e i suoi biscotti se ne fotte allegramente del Pianeta in nome di una ideologia sbarazzina, da fast food, disincantata abbastanza da dimenticare che le foreste servono per viverci su questo Pianeta. Gli ambientalisti tradizionali rimangono al palo, troppo bravi ragazzi per dire una parola forte e chiara contro l’antidepressivo dei poveri.

Ma la Nutella fa vedere chiaro, forse troppo chiaro, nella narrativa corrente sui cambiamenti climatici. Il partito di giornalisti, industriali e piccoli editori che si apprestano a raccontare la COP25 di Madrid ripetono da sempre che i cambiamenti climatici sono una faccenda energetica, che per trovare soluzioni servono ingegneri e tecnici specializzati. La verità è molto diversa, e sono i biscotti della Ferrero a sbattercela in faccia. Stomachevole, ruvida, sgradita agli ambienti verdi dell’establishment ecologista, che per due decenni ha sostenuto che la catastrofe climatica l’avremmo risolta spostando tutto il settore energetico sulle rinnovabili (decisione da intraprendere, sia chiaro). Ma la catastrofe climatica non viene dal carbone e dal petrolio: per capirla è indispensabile invertire l’ordine causa-effetto del fenomeno. L’umanità occidentale ha virato sul carbone per emanciparsi da una vita bestiale, ossia dalla fatica mostruosa che era strappare alla terra il nutrimento quotidiano con il solo ausilio degli animali da lavoro. La spinta industriale, un evento prodigioso nel suo stesso potenziale distruttivo, ha come motivazione primaria il desiderio (vogliamo dirlo? sacrosanto ) di vivere meglio, in ambienti domestici riscaldati e puliti, con un arrosto in tavola la domenica. Il cambiamento climatico è il prodotto di scarto della catena di montaggio del benessere di massa. 

Ecco perché le persone non cambiano abitudini, ed ecco spiegato perché non si è mai arrivati ad una tassa sul carbonio o sulla plastica degna di questo nome. C’è una disponibilità psicologica ad usare fino alla fine ogni risorsa naturale per fare il proprio comodo, per godere, per sperimentare, per provare il brivido della novità. Ma davvero crediamo che chi compra i biscotti alla Nutella non abbia mai avuto la possibilità di leggere un solo, semplice articolo su deforestazione e olio di palma? Ma soprattutto: siamo così ingenui da pensare che questi clienti della Ferrero non abbiano alcun ruolo nella distruzione del sistema climatico terrestre solo per il fatto che non li producono loro i biscotti, ma chiedono ad altri di sporcarsi le mani? Il coinvolgimento personale nella catastrofe climatica è enorme, anzi, è a tal punto mastodontico che nessuna parte politica accetta di parlarne. Non si possono chiedere sacrifici al consumatore. Non possiamo dire alla gente comune che deve mangiare meno biscotti all’olio di palma, comprare meno vestiti in poliammide al Black Friday, rinunciare a qualche etto di crudo di Parma alla settimana. Se lo diciamo, questa è la Bibbia della politica di ogni partito e fazione, allora dobbiamo ammettere che, per evitare di visitare Venezia con la tuta da sub, ci tocca vivere tutti decisamente peggio di quanto pretendiamo. 

La sfida mai vinta dell’ambientalismo militante non è una semplificazione del linguaggio scientifico e nemmeno l’organizzazione di una lobby verde alternativa alla lobby del petrolio. Non esiste nessun cambiamento nell’azione civile che non sia preceduto da una conversione di coscienza, nell’intimo del proprio pensiero, dei propri sentimenti. Là dove ognuno si fa i fatti suoi con la piena protezione della privacy. E questo angolo di comfort che sono le nostre pretese psicologiche sul Pianeta Terra è dopato dal benessere di massa da secoli. Un secolo fa, Freud ha scoperto che entrambi gli atteggiamenti mentali che dirigono le nostre scelte più ostinate sono mortiferi: il godimento assoluto è in realtà pulsione di morte e il sacrificio a qualunque costo una forma letale di autolesionismo. Tra questi due estremi deve trovare un equilibrio la rivolta morale contro la catastrofe climatica. Perché il difficile è convincere due milioni e passa di italiani a non mangiare più i biscotti alla Nutella. 

PS checché ne dica Ferrero, l’olio di palma sostenibile è un grande inganno. La spinta a produrre in modo più rispettoso dell’ambiente ha spostato il business della palma sulle coste dell’Africa occidentale e nell’Africa centrale, con conseguenze devastanti per le comunità locali denunciate da alcuni attivisti anche a rischio della vita. Per saperne di più questo splendido reportage uscito su ENSIA. 

Roger Hallam non è un antisemita

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(Credits: raccolta fotografica Wannsee Museum, Berlin)

Amburgo, Germania – È giusto paragonare la distruzione, politicamente pianificata, del nostro Pianeta (tradotto: non fare nulla per fronteggiare la catastrofe climatica e la sesta estinzione di massa, lasciando che siano le prossime generazioni, morti compresi, a pagare i nostri debiti) con il genocidio dei cittadini europei di religione ebraica durante la Shoah? Roger Hallam lo ha fatto e io non credo che le sue affermazioni siano antisemite. Attorno questo interrogativo morale, dentro le scomodissime pieghe della nostra storia recente e attuale, Hallam, co-fondatore di Extinction Rebellion, si è mosso in una intervista rilasciata dal Galles, dove vive, al settimanale tedesco DIE ZEIT. L’intervista è uscita ieri, 21 novembre, sul numero in edicola (N° 48/2019), un pezzo firmato da Hannah Knuth e intitolato ““Fast eine normale Ereignis”, che tradotto significa “un avvenimento quasi normale”. Le riflessioni di Hallam, che adesso vedremo nel dettaglio, sono state immediatamente bollate, etichettate e spedite in rete come antisemite. Extinction Rebellion UK ha preso le distanze dal suo uomo di punta con un comunicato stampa: “XR UK denuncia senza riserve i commenti odierni del nostro co-fondatore Roger Hallam al magazine tedesco Die Zeit, fatte a titolo personale in relazione al lancio del suo libro. Le persone di origine ebraica e molti altri sono profondamente feriti dai commenti di oggi. Una audizione interna è stata avviata con il team di XR Conflict su come gestire il processo decisionale che affronterà la questione. Siamo per un approccio di riparazione e conservazione, preferibilmente, e tuttavia in alcuni casi l’espulsione è necessaria (…) Esprimiamo la nostra solidarietà ad XR Germany, alle comunità ebraiche e a tutti coloro che sono stati toccati dall’Olocausto, nel passato e ai giorni nostri”. 

Ma che cosa ha detto Roger Hallam? Secondo DIE ZEIT, avrebbe “relativizzato l’Olocausto”, parlando dei genocidi, e sostenendo che non faccia bene ai tedeschi considerare lo sterminio compiuto dai nazisti come un caso isolato: “La dimensione fuori scala di questo trauma può essere paralizzante. Può impedire che si impari qualcosa da quanto accaduto (The extremity of a trauma can create a paralysis in actually learning the lessons from it)”. Hallam ricorda come nei ultimi 500 anni siano accaduti ripetutamente eventi genocidiari: “Per essere onesti, si potrebbe anche dire: un genocidio è un avvenimento quasi normale (a regular event)”. E dunque l’olocausto è per Hallam “”just another fuckery in human history”, soltanto un’altra, disgraziata macchia nella storia dell’umanità. Alle 10.38 del mattino di ieri lo stesso DIE ZEIT ha ripreso ancora la notizia, stavolta pubblicandola in inglese. 

Nell’intervista, Hallam aveva paragonato i fatti europei con i fatti africani occorsi durante il periodo coloniale: “Il fatto è che milioni di persone sono state uccise in circostanze estremamente cruente, con regolarità, nel corso della storia (millions of people have been killed in vicious circumstances on a regular basis throughout history)”, ad esempio in Congo, per mano belga, nel XIX secolo ( chi volesse saperne qualcosa di più, da una voce che nulla ha a che fare con la manipolazione politica, legga Gli anelli di Saturno di W.J.Sebald). 

Ora, che il genocidio sia un evento ripetuto e ripetibile nella storia umana, non è una ipotesi strampalata o tendenziosa di Roger Hallam, ma una riflessione storico-sociologica da parecchi anni. Ricordo il lavoro di Jacques Sémelin, Purificare e distruggere (Einaudi), che indaga lo “schema genocidiario” tra Germania, Rwanda e Yugoslavia, individuando più di un parallelismo tra questi differenti scacchieri geografici. Ecco il frontespizio del volume pubblicato da Einaudi: “Risultato di piú di vent’anni di ricerche e analisi sul tema della violenza, delle sue espressioni estreme, dei suoi usi politici e degli esiti che hanno scandito la storia del XX secolo, questo libro si propone di reperire una logica, per quanto atroce e terribile, nell’inferno dei genocidi”. Leggere lo sterminio programmato degli ebrei europei (e della civiltà yiddish, che il solito stuolo di benpensanti mai cita probabilmente perché ignora lo splendore della cultura yiddish spazzata via per sempre dalla faccia della Terra) come accadimento isolato, metafisico, unico non è neppure la posizione di Zygmunt Bauman, che in Olocausto e Modernità (Il Mulino), opera coraggiosa e controcorrente, che infatti siamo in pochissimi a citare quando si tratta di Nazismo, sostiene che l’Olocausto non sia un fallimento della Modernità, ma un suo prodotto. Bauman dice in questo suo libro qualcosa che non ci piace per nulla sentirci dire, e cioè che siamo fatti, noi Moderni, della stessa materia e matrice da cui vennero fuori i cittadini comuni tedeschi che aderirono al regime e contribuirono così allo sterminio. E io credo che Hallam intendesse proprio qualcosa del genere, arrischiandosi ad affermare che il genocidio è stato uno strumento di espansione  dell’Europa (Americhe, Africa ed Asia), un meccanismo di imposizione della supremazia europea (conferenza di Berlino del 1884), uno strumento di affermazione dell’economia capitalista globale (colonialismo a partire dal 1500). Una posizione intellettuale che personalmente ho spesso difeso qui su Tracking Extinction e che ritengo indispensabile per mettere bene a fuoco il destino ecologico che abbiamo davanti a noi. 

Sono temi e fatti scomodossimi, che incutono in tutti noi vergogna e rabbia ( la rabbia di colui che sa di aver commesso un crimine, ma non è disposto ad assumersi la responsabilità della sua colpa), nonostante proprio in Germania da qualche anno vengano affrontati quanto meno pubblicamente. 

Nel 2016-2017 la spettacolare mostra al DHM sull’Unter der Linden “Deutscher Kolonialismus”, ha raccontato lo sterminio degli Herero, in Namibia; lo Humboldt Forum (il prossimo museo di etnografia e arte africana), per ora ancora cantiere aperto, ha suscitato un dibattito infinito e finalmente fertile sulle azioni e le intenzioni europee in Africa, e non più tardi di questa primavera DER SPIEGEL ha pubblicato uno speciale, Von Herren und Sklaven – wie die Europaer die Welt unterjochten ( Signori e Schiavi – come gli Europei hanno sottomesso il mondo) coerente con tutto questo. In questo volume, compare anche una intervista al professor Juergen Zimmerer, che insegna storia all’Università di Amburgo ed è una autorità rispettata e riconosciuta negli studi sull’Africa, il colonialismo e i genocidi. A Zimmerer è stato chiesto se i tedeschi non soffrano di una “amnesia coloniale”, visto che quasi nessuno sembra ricordare che la Germania, prima del primo conflitto mondiale, era una potenza coloniale: “è stato a lungo così, ma qualcosa sta cominciando a cambiare. Con il colonialismo le cose non vanno come per il nazionalsocialismo, si è sviluppato un atteggiamento a malapena critico (…) A mio parere, la storia coloniale tedesca non finisce nel 1919, ma nel 1945. La politica nazionalsocialista si limitò a cambiare il luogo del colonialismo, perché adesso l’obiettivo si chiamava Europa orientale. Hitler descriveva la Russia come la nostra India”.  E a proposito del genocidio degli Herero in Nambia, Zimmerer ricorda che il generale Lothar von Trotha, l’esecutore materiale della repressione della rivolta e delle uccisioni di massa, “già nel 1897 riteneva che fosse in corso una guerra razziale tra Europei ed Africani, che si sarebbe conclusa con lo sterminio o di una parte o dell’altra. Si trattava evidentemente del concetto di terrore razziale”. 

Se vogliamo attenerci al nostro contesto nazionale, in Italia, posizioni analoghe sui diversi genocidi sono note, dal momento che appartengono ormai al patrimonio storiografico contemporaneo, da anni. Faccio solo un esempio: nella enciclopedia sulla storia della Shoah pubblicata da UTET nel 2005, il primo volume è dedicato alla Crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo e contiene contributi dei più vari e articolati sulle premesse politiche, ideologiche e coloniali che portarono al genocidio ebraico, mostrando come prima degli anni Trenta le nazioni europee avessero già sperimentato comportamenti genocidiari fuori dai nostri confini, lontano dalla nostra zona di comfort, in Africa, ad esempio. Un titolo per tutti: il saggio di Isabel Hul “Cultura militare e ‘soluzioni finali’ nelle colonie: l’esempio della Germania guglielmina”. 

La domanda che dobbiamo porci allora è: per quale motivo Roger Hallam di Extinction Rebellion è stato messo alla gogna? Per quale motivo non è più lecito tentare una valutazione complessiva della nostra storia fuori da categorie religiose, mistiche, mitologiche, e dirci invece, faccia a faccia, chi siamo veramente e con quali intenzioni criminali ci apprestiamo a consegnare alle future generazioni un Pianeta distrutto? Perché dobbiamo vivere questa forma di pudore auto-censurato, una forma di pigra flagellazione della nostra stessa coscienza, sentendoci dire che non ci è consentito coltivare il massimo rispetto per le vittime della Shoah, per ogni singolo uomo, donna e bambino ebreo morto per mano nazista senza però rinunciare a denunciare gli schemi omicidi che stanno dietro l’apatia politica sulle faccende ambientali? Non siamo di fronte, magari, ad un altro caso Handke, accusato di nefandezze mai dette, per la sola colpa di aver scritto idee e pensieri non allineati con le stesse narrative potenti dei giornali potenti, compromessi con la politica fino al collo, che ci stanno portando a un Pianeta a + 4°C, + 5 °C ? 

E diciamo allora una parola anche sul trauma. Tutti noi sappiamo che un trauma prende in ostaggio il futuro. La storica Marianne Hirsch lo chiama “post memory”: la relazione con il passato già accaduto che la generazione successiva all’evento traumatico porta ancora con sé, come fatto personale, ma anche collettivo e culturale, fino al punto che il ricordo, la memoria, formano il presente con una intensità attualizzata, fatta di storie, immagini e comportamenti. La storica britannica Olivette Otele ritiene che una attitudine psico-emotiva di questo tipo coinvolga anche le memorie coloniali e successive alla fine della schiavitù. La psicoanalisi non ci dice forse la stessa cosa, quando prova a far chiarezza sulle sofferenze che non riusciamo ad elaborare? Siamo nel XXI secolo e abbiamo dietro di noi secoli di atrocità: la nostra coscienza contemporanea è fatta di traumi, di proiezioni, di omissioni, di rimozioni. Ammetterlo ci potrebbe aiutare a progettare un futuro diverso, mentre demonizzare questa condizione della mente umana, collettiva, di oggi, del nostro scottante presente, porta solo carburante al motore del vero negazionismo, quello che presuppone di continuare a compiere omicidi di massa con il beneplacito della società di massa. 

Animali da copertina

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Milano, Italia – Ci sono molti modi per privare qualcuno della sua storia. Per convincerlo che si è sempre sbagliato sul proprio conto, e che d’ora in avanti la biografia che gli verrà imposta dovrà essere l’unica fonte attendibile di informazioni sul proprio passato. Si è sempre fatto così, nelle grandi dittature. Sta accadendo anche alle specie animali, sempre più spesso spinte sul confine di un anonimato che porta però inciso il brand di Homo sapiens. Specie che non hanno più diritti sul Pianeta: sono ormai human being reliant, come si dice nelle pubblicazioni scientifiche. Il loro futuro, la loro storia appunto, la possiamo scrivere soltanto noi adesso, perché senza il nostro aiuto (tutela delle aree protette del mondo) non sopravviverebbero all’urto di bracconieri, gente affamata, trafficanti di pelli, ossa e denti, zampe e pellicce, imprenditori della carne da allevamento e via discorrendo. 

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Molti marchi autorevoli ( glamour) di moda lo sanno benissimo già da un po’. Perciò sono orientati a usare immagini di specie animali per interpretare lo stato d’animo della stagione. Un carattere, una mission aziendale, e soprattutto una suggestione psicologica decisamente attuale: cucirsi addosso lo spirito della natura selvaggia, l’anima irriducibile dell’animale non addomesticato. Non è, credo, solo una scelta commerciale, o una scelta di campagne pubblicitarie a grosso impatto. Man mano che gli animali diventano sempre più rari, l’animale domestico prende il sopravvento sull’immaginario collettivo, sintesi accomodante di ogni preoccupazione per le sorti dei non umani. Il cugino selvatico finisce quindi con l’avere un effetto dirompente, quando appare, in una epifania surreale, fra le vetrine dei negozi, sui tram, agli angoli delle metropoli surriscaldate, inquinate e sovraffollate di umani. Sembra davvero di imbattersi in lui in una foresta. Effetti scenici, che la pubblicità sa usare benissimo.

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Escluso dal suo habitat ( serviva a noi), condannato a sparire (non ci serve), l’animale selvatico rinasce come valore estetico assoluto: diventa icona, un attimo prima di essere consegnato all’album dei ricordi delle scienze naturali. Anche fare di una specie il testimonial di un brand ci dice quanto poco importanti siano per noi gli animali, ma ci informa anche sul potere di suggestione degli ultimi animali rimasti sulle nostre coscienze intorpidite. La loro solitudine, perché stanno scomparendo dal Pianeta, è una lontanissima eco del nostro genio artistico, quello di Chauvet per intenderci. Senza di loro, non saremmo mai diventati artisti. Non avremmo mai immaginato di immaginare il mondo. 

(Gorilla occidentale e orso grizzly fotografati rispettivamente sul numero di Novembre di Marie Claire Italia e sulla vetrina del negozio KWAY a Milano; il gorilla compare anche nella seconda vetrina della boutique monomarca, sempre a Milano, Galleria Vittorio Emanuele)

La Germania (e l’Europa) mandano in pensione il Faust di Goethe

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Tra gli animali in via di estinzione andranno presto annoverati anche i lettori di Goethe. Dal 2021 nel Nordrhein Westfalia il Faust, avverte un editoriale uscito lo scorso 13 ottobre sulla edizione on line del settimanale DIE ZEIT, sarà fuori dal canone di opere letterarie indispensabili per conferire l’Abitur. Sì a Lessing, Kleist e Schiller, ma non al capolavoro di Goethe. In Germania, l’Abitur è l’esame che bisogna sostenere al termine di un percorso scolastico analogo al liceo, ma molto più serio e impegnativo, ed è indispensabile per accedere all’università. Finora l’Abitur è stata una garanzia di una formazione scolastica di alto livello, e di tutto rispetto. Il dibattito scolastico tedesco è ovviamente federale, non ci riguarda, ma questa decisione getta una lunga ombra sul destino dell’Europa, sulla strada che abbiamo imboccato e sulle conseguenze collettive che ne deriveranno. E la questione, diciamolo subito, non riguarda affatto né malinconie nazionaliste, né simpatie politiche di destra, né passioni malsane per una identità intrisa di orgoglio farlocco. Qui la questione riguarda la scelta di tutelare il diritto delle nuove generazioni ad acquisire strumenti critici fondamentali a comprendere il presente, che, guarda caso, non è certo epoca tranquilla e confortevole, ma aperta ad un esperimento mortale senza precedenti storici che prende la forma della catastrofe ecologica.

Ci sono molte visioni, e opinioni, su ciò che andrebbe intrapreso per aumentare il consenso dell’opinione pubblica attorno alla emergenza climatica, e alla crisi di estinzione. Le ipotesi si spostano dalla militanza attiva, alla disobbedienza civile, alla disponibilità costante di informazioni attendibili sui mezzi di informazione, anche qualora emittenti televisive ed editori siano controllati da gruppi economici compromessi con i settori dei combustibili fossili e la loro rete di interessi sovranazionali. Ma ciò su cui raramente si discute è la rilevanza assoluta di una istruzione robusta nella capacità personale di mettere a fuoco la catastrofe. 

In Italia, come ha ricordato di recente il giurista Sabino Cassese a Piazza Pulita, ci sono 30 milioni di persone che sono analfabeti funzionali, ossia uomini e donne (anche giovani) privi delle competenze linguistiche e concettuali necessarie per leggere un libro e scrivere in linguaggio essenziale che cosa hanno fatto in un qualunque giorno lavorativo. Il problema, tuttavia, esiste anche in Europa, ed è stato il filosofo francese Alain Finkielkraut a meglio inquadrare questa tendenza generale. In una trasmissione radiofonica del 2007 (pubblicata in Italia per Spirali Edizioni con il titolo Che cosa è la Francia ?) Finkielkraut discusse, con diversi ospiti, del problema della fine dell’ammirazione per il passato, e della sua aura ispiratrice, nelle menti e nei cuori delle nuove generazioni. Il punto di partenza della sua indagine era lo scollamento evidente, nella società francese, tra i modelli classici della Repubblica, modelli civici e politici, e il tessuto sociale disoccupato, di origine musulmana, o semplicemente di classe operaia autoctona, che non trova più nessun motivo di appeal né in Racine né in Hugo né in De Gaulle. Gli ospiti di Finkielkraut intessono, puntata dopo puntata, un dialogo sconcertante su una nuova condizione culturale europea e francese: la disidratazione del pensiero critico e il crollo del principio di realtà, nutriti da un disinteresse pressoché totale per opere dell’ingegno, pittoriche e letterarie, considerate paccottiglia noiosa e ormai muta. È in altre parole quella condizione che qui, su Tracking Extinction, io ho definito più volte morte del passato. 

Nel corso del programma lo storico Pierre Nora la descrisse così:  “C’è una sorta di solidarietà tra passato e avvenire. Gli schemi di intelligibilità del passato erano un tempo funzione della prescienza o del presentimento che si aveva dell’avvenire. Potevano quindi essere gli schemi della restaurazione, quelli del progresso o quelli della rivoluzione. Questi tre schemi di intelligibilità del passato sono diventati tutti ampiamente caduchi. ” Era d’accordo il semiologo Paul Thibaud: “Oggi l’avvenire è ciò che difendiamo contro il passato. Il paradosso del nostro tempo è che faccia a faccia con il passato c’è un certo rifiuto del debito”. Di nuovo Pierre Nora: “Si può parlare di una crisi della filiazione. Abbiamo la sensazione di essere brutalmente tagliati fuori e separati dal passato. Forse non c’è mai stata una rottura simile nella storia dell’umanità, salvo al momento del Rinascimento o della fine dell’Antichità. Un tempo sapevamo di chi eravamo figli, mentre oggi siamo figli di tutto e di nessuno”. E quindi Finkielkraut: “Credo si potrebbe tornare ancora una volta a Renan per chiarire ulteriormente la distinzione tra nazione storica e nazione memoriale. Eredità e progetto nel contempo, la prima associa la presenza del passato (avere fatto grandi cose insieme) alla preoccupazione dell’avvenire (volerne fare ancora). La seconda disattiva l’eredità rendendo il passato al passato e ostentandolo come puro spettacolo”. 

Anche la messa in pensione del Faust di Goethe è destinata a funzionare come una operazione politica orientata a disinnescare la bomba del pensiero critico. Le opere complesse hanno questo vantaggio, permettono di riconoscere la propria complessità di esseri umani, e quindi la difficoltà intrinseca nei processi decisionali. Sapersi corruttibili, fragili ed enormemente avidi, ossia umani, è indispensabile per affrontare l’esperienza del mondo in un modo emotivamente maturo. Il pensiero critico proviene dalla comprensione della complessità irriducibile delle cose del mondo. Se leggiamo il Faust, ci accorgiamo che questi elementi sono calibrati in una alchimia poetica non solo potente, ma archetipica e moderna: Faust non è un uomo alla ricerca di qualcosa che non gli appartiene, ma che pur desidera. Al contrario, è uno stimato scienziato e medico che però vuole di più ed è disposto a vendere l’anima al Demonio pur di mettere a tacere la frustrazione insaziabile di non sapere tutto, di non potere tutto. Quando gli riesce, con il maleficio satanico, di diventare quasi onnipotente non esita a suggerire a Mefistofele di sbarazzarsi di due poveri vecchi che con la loro capannuccia e i loro tigli in fiore gli impediscono di costruire una torre che svetti sopra il cielo del cosmo. Altro che un vecchio dalla rinomata rispettabilità professionale in piena crisi di mezza età, che finisce con il sedurre, in puro stile MeToo una ragazza di una classe sociale decisamente inferiore alla sua, come lo descrive lo ZEIT parafrasando il riassunto che ne farebbero gli adolescenti tedeschi di oggi. Questo è il manager di una corporation strafatto di cocaina con un caveaux zeppo di capolavori, come il Virgil di Tornatore in La migliore offerta. 

Oggi istituzioni culturali e ministeri dell’istruzione sono impegnati a svilire l’istruzione perché sanno benissimo che annientare il pensiero tragico (ossia lo sguardo smagato, dialettico sul mondo) è la formula indiretta della costruzione di una obbedienza inattaccabile. I giovani italiani e tedeschi non leggono Faust, forse, non perché Faust sia obsoleto, ma perché si insegna loro che il sublime è faccenda da profumeria e cosmesi, da Instagram insomma, e non dimensione neuropsicologica del loro cervello altamente complesso. Lo scopo ultimo della semplificazione è relegare nell’oblio il carattere faustiano di Homo sapiens, per non doverci accorgere che, su questo Pianeta, siamo diventati dei mostri. Perché anche in questo orrore c’è del sublime: una specie tra specie, che fino a 40mila anni fa conviveva con qualcuno di diversissimo da noi, il Neanderthal, noi, signori e signori, una specie figlia di una alchimia enigmatica di clima, geni e puro caso, che però ha disintegrato il suo stesso contesto vitale. Senza neanche bisogno di Satana.