Categoria: Biopolitiche

Amazzonia in fiamme, Panthera: rimasti senza home range 500 giaguari

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A causa degli incendi che da oltre un mese imperversano nella foresta tropicale amazzonica, sarebbero almeno 500 i giaguari rimasti senza un habitat in Bolivia e Brasile, riferisce Panthera Cats. Un pericolo di incalcolabile portata per il futuro di popolazioni già frammentate e per una specie che ha già perso il 40% del suo habitat ed è ora anche minacciata dalla ripresa della caccia di frodo, perché in Asia anche questo gatto, come il leone, comincia ad essere considerato un valido sostituto delle tigre nella medicina tradizionale cinese. Lo scorso 23 agosto le stime erano di 100 giaguari dispersi, ma anche la cifra attuale di 500 esemplari è destinato probabilmente a salire. 

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Spiega Esteban Payan, Panthera South America Regional Director: “Gli incendi sono un grave colpo ad una wildlife estremamente preziosa, alle terre ancora selvagge e alle comunità umane che trovano riparo e sostentamento nelle foreste. I numeri ci dicono che almeno 500 giaguari sono rimasti senza home range o sono anche morti, insieme ad un quantità non definibile di specie più piccole, più diffuse e ancora più vulnerabili. Purtroppo, almeno finché non arriveranno le piogge, la situazione generale è destinata a peggiorare”. 

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(Armadillo gigante)

In Bolivia soprattutto gli incendi hanno divorato una parte consistente di un habitat insostituibile per diverse specie di felini del continente sudamericano. Una ricognizione recente dell’area di Santa Cruz, riferisce Panthera, ha permesso di comparare e sovrapporre le mappe delle porzioni di foresta divorate dal fuoco e quelle degli home range dei felini del cosiddetto “catscape”, un territorio unico di 2 milioni di ettari in cui coesistono 8 specie di gatti: giaguaro, puma, ocelotto, margay, oncilla, jaguarundi, gatto di Geoffrey e gatto delle pampas. A parte il giaguaro, gli altri sono tutti “small cats”, specie magnifiche di cui tuttavia sappiamo ancora molto poco, tutte già estremamente rare. Ocelotto e margay sono stati decimati dalla caccia per via della loro pelliccia maculata fino al principio degli Ottanta. L’oncilla, il jaguarundi e il Geoffrey sono talmente difficili da avvisare che ne esistono solo un manciata di fotografie rintracciabili su Google. 

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(Marsh Deer)

Il quartiere generale di Panthera, il San Miguelito Ranch, si trova proprio a ridosso delle aree in fiamme. Le stime dei giaguari dispersi sono basate sull’assessment del Brazilian National Institute for Space Research (INPE, su 4.281 chilometri quadrati di foresta) e sui dati dello Environmental Secretariat of the Governor’s office of Santa Cruz (raccolti su 2.440.000 ettari di foresta). 

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La London Review of Books accusa di nazismo chi osa parlare di sovrappopolazione e dei diritti delle popolazioni native

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(Photo Credit: Extinction Rebellion London, manifestazione del 24 agosto 2019 per protestare contro i roghi nella foresta Amazzonica)

Chi parla di sovrappopolazione umana, di demografia insostenibile e dell’inferno che attende le decine di milioni di uomini e donne che abiteranno le megalopoli di domani su un Pianeta con estati a 50 gradi risponde ad una ideologia politica di tipo nazista, e per questo simpatica ai suprematisti bianchi. È questa la tesi sconcertante pubblicata dalla London Review of Books lo scorso 6 settembre nell’articolo Green and White Nationalism? firmato da Elizabeth Chatterjee. In questo editoriale l’autrice si dichiara convinta che anche l’attenzione per i gruppo etnici in minoranza  – come gli Indios dell’Amazzonia, gli Hadzabe della Tanzania, i San del Kalahari – sia per gli ambientalisti un abile trucco per mascherare un primitivismo più vicino al Nazismo che al riconoscimento di civiltà non occidentali. 

La Chatterjee compila infatti un elenco di nefandezze storiche che a suo dire l’ambientalismo avrebbe commesso alleandosi con il razzismo istituzionalizzato, e quindi considerando gli ecosistemi ancora integri (wilderness) prima un privilegio dei bianchi ai danno dei nativi, e poi un diritto dei benpensanti e dei bennati a danno di masse di poveri confinati nelle periferie dell’ignoranza e del degrado ecologico. Che la netta separazione tra terre selvagge da conservare a qualunque costo, previa espulsione delle popolazioni indigene, sia stato un capitolo del pensiero ecologista sul Pianeta non è in discussione. Ma ricondurre un passaggio storico ad una ideologia dominante e attuale è a dir poco fuorviante: “Il legame tra ambientalismo e razzismo non è nuovo. I romantici avvocati della wilderness antica spesso cercavo di escluderne le popolazioni native in stato di povertà – scrive la Chatterjee – Madison Grant, che collaborò alla fondazione del Bronx Zoo, del Glacier National Park e della Save the Redwoods Leaugue, era anche autore di un trattato sulla eugenetica intitolato The Passing of the Great Race (1916)”. 

Il problema demografico, emerso negli anni Sessanta e Settanta, sarebbe quindi un corollario del razzismo eugenetico, e ancora una volta il nemico numero uno è Paul Ehrlich, professore emerito a Stanford, che nel 1968 pubblicò The Population Bomb e “dipinse New Dehli come un inferno, predicendo che centinaia di milioni di persone sarebbero morte di stenti”. Evidentemente Elizabeth Chatterjee ignora la siccità devastante che non solo questa estate ha ridotto in ginocchio il Chennai, in India, ma che ormai, come ha spiegato il World Resources Institute, è solo un sintomo di un gravissimo stress idrico che ormai affligge 17 nazioni del mondo: “attraverso una nuova modellistica idrogeologica, il WRI ha scoperto che il prelievo di acqua, su scala globale, è più che raddoppiato dagli anni ’60 a causa del crescere della domanda – e che non ci sono segnali di un rallentamento di questa domanda”. Siamo oltre 4 miliardi in più rispetto agli anni ’60.

Il corrente tasso di estinzione delle specie superiore di 10mila volte al normale livello di scomparsa ( il background extinction rate) non è sufficiente, per la London Review of Books, per considerare seriamente la proporzione tra il numero di esseri umani che nascono e muoiono sulla Terra e la relazione di continuità tra lo spazio che accaparriamo per noi e quello che rimane per gli animali. Chatterjee cita poi con disgusto il saggio di Garrett Hardin The Tragedy of the Commons, che Science pubblicò nel dicembre del 1968. Hardin “dichiarava che la libertà di riprodursi è intollerabile e che quindi solo la coercizione avrebbe potuto prevenire il collasso ecologico”. I limiti della libertà sono ormai oggetto di investigazione filosofica, come ho scritto qualche giorno fa commentando il lungo editoriale uscito su Die Zeit domenica scorsa ( Teufel traegt Oeko). Anche un intellettuale altrimenti piuttosto avverso alla sensibilità di sinistra come Peter Sloderdijk ha espresso platealmente la tesi, nel saggio Cosa è successo nel XX secolo ? secondo cui l’approdo finale della crisi climatica, ormai irreversibile, potrebbe essere una dittatura nera e verde al tempo stesso. Nera, perché un regime è pur sempre un regime; verde, perché quando arriveremo alla fine dei trend biologici in atto non avremo più possibilità alcuna di scelta. A quel punto, sarà allora chiaro, del tutto paradossalmente ma non meno realmente, che il prezzo ultimo della libertà assoluta di disporre di noi stessi come ci aggrada è la perdita radicale della libertà in nome della sopravvivenza. La questione della coercizione, e del necessario arretramento della democrazia, non ha dunque nulla a che vedere con gli estremismi, i fascismi, il Nazismo o chissà quale altra tendenza politica genocidiaria, come invece sembra suggerire l’autrice. Si tratta invece di inquadrare storicamente il rischio di dover rinunciare alla democrazia sotto la pressione insostenibile degli esiti ultimi del nostro esercizio della libertà, ossia di una imbarazzante critica della ragione che già Adorno, nel lontanissimo 1946, pose come problema centrale della modernità. 

Per Chatterjee “ il mainstream verde ha un problema: ha stretto alleanza con l’ideologia senza radici del globalismo, esemplificata dall’accordo di Parigi, come ha notato Paul Kingsnorth”. E quindi i Verdi di ogni dove si sarebbero trovati di fronte alla necessità di rafforzare “il sentimento del luogo e dell’appartenenza”, sposando le popolazioni indigene non bianche un tempo lasciate ai loro ghetti. Ecco allora che vanno finalmente bene i Lakota Sioux di StandingRock, come fonte di rinnovata ispirazione. E qui la Chatterjee compie il miracolo logico di un articolo surreale: “Una generazione più giovane di ambientalisti ha respinto una tale enfasi sulla autenticità e sull’appartenenza a un luogo come irrevocabilmente macchiata dai legami con Heidegger e per estensione con il Nazismo”. La prova di queste affiliazioni sarebbe che anche uno psicopatico come Anders Behring Breivik, che nel 2011, in una isola vicino Oslo, uccise 77 persone, si diceva d’accordo con il ritorno alla natura. Ma non basta: siccome anche Marine Le Pen ha dichiarato, a ridosso delle elezioni europee dello scorso maggio, che “i confini sono il più grande alleato dell’ambiente (…) e che chi ha radici nella propria casa è un ecologista, mentre il nomade non si cura dell’ambiente perché non ha patria”, allora i Verdi di ogni partito han da badare a se stessi. Non lo sanno, ma potrebbero nutrire simpatie naziste. 

Un pressappochismo di tal fatta è veramente impressionante e risponde al bisogno dei negazionisti, perché chi nega che la demografia umana sia una faccenda delle più scottanti va a braccetto con coloro che negano il riscaldamento del Pianeta, di screditare le analisi più imbarazzanti sullo stato delle cose con pastoni di informazioni vere, ma prive di correlazioni storiche coerenti con il contesto odierno. Ma forse qui bisogna invece andare a prendere altrove gli estremi del ragionamento. La London Review of Books è una rivista di raffinata cultura letteraria, e c’è da chiedersi quanti di chi vi scrive non abitino a Islington, Kensigton e via discorrendo, lontani anni luce dalle maleodoranti baraccopoli con stronzi che galleggiano in acqua delle megalopoli sul Golfo di Guinea o in India. Oggi è nazista ignorare la necessità urgentissima di parlare di una riduzione delle nascite, perché persistendo in questa forma di negazionismo si condannano milioni di bambini a vivere in condizioni dinanzi alle quali dovremmo tutti desiderare di avere un appartamento nella Los Angeles di Blade Runner 2049. 

Antropocene di Burtynsky Baichwal de Pencier, un documentario poco originale con un messaggio chiaro: dobbiamo smettere di fare figli.

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Le verità ultima del documentario Antropocene – l’epoca umana, filmato da Jennifer Baichwal, Edward Burtynsky e Nicholas de Pencier (l’ho visto ieri in una anteprima per i giornalisti, ma il film sarà nelle sale dal prossimo 19 settembre) l’ha detta un ranger armato della riserva di Ol Peejeta Conservancy, in Kenya: “Siamo custodi, ma anche nemici. Perché anche noi siamo esseri umani”. Tradotto: siamo qui con licenza di sparare sui bracconieri, ma poiché anche noi apparteniamo alla specie umana siamo corresponsabili e correi della mattanza di animali che ci ha condotti alla sesta estinzione di massa. Alla Ol Pejeeta guardano a vista con il Kalashnikov l’ultimo rinoceronte bianco del Pianeta.

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Antropocene è sicuramente un documentario da far accapponare la pelle. Eppure, ho assistito ad uno spettacolo di indifferenza e di ipocrisia anche tra i presenti in sala. Cominciano a scorrere sullo schermo i titoli di coda e già una giornalista dietro di me chiedeva alla sua amica se avesse già fatto l’abbonamento per la rassegna dei film di Venezia. All’uscita, un giovane reporter commentava con aria compita, “ci vuole, deve girare un film così”, riuscendo nella titanica impresa di condensare l’orrore della nostra agnizione di specie assassina con la banalità più cristallina. Nessuna rabbia, nessuna indignazione, nessuna lacrima, nessun dolore. Una apatia incondizionata, per sconfiggere la quale serve, ebbene sì, una rivolta civile. Singolare infatti risulta l’adesione alla promozione del film di Extinction Rebellion Italia, che a differenza di quanto accade nel Regno Unito, non ha ancora bloccato nessuna strada ad alta percorrenza in nessun centro cittadino, né a Roma né a Milano, ma che ha appicciato il suo logo al comunicato stampa. Per essere della partita, pur non avendo nessun programma. Mentre è più comprensibile, nella strategia col maglione di cachemire della zona 1, la partecipazione di Fridays For Future. C’è da chiedersi infatti quanti di questi giovani così impegnati a frequentare i salotti buoni abbiano rinunciato alle vacanze estive per limitare le proprie emissioni serra. 

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Non è un documentario che dica qualcosa di nuovo, questo, almeno per chi mastica regolarmente informazioni sullo stato del Pianeta; mentre è un documentario da vedere per lo spettatore comune, il cittadino ignaro e chiunque voglia finalmente porsi una domanda sul mondo, e smetterla di rosicchiare patatine davanti a Facebook. Siamo nel XXI secolo, ci suggerisce Antropocene, e poiché ognuno è responsabile dell’epoca storica in cui gli è toccato di vivere “il cambiamento comincia dal riconoscere che abbiamo impresso al Pianeta trasformazioni ormai irreversibili”. 

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(Australia, Grande Barriera Corallina: coralli sbiancati dall’acidificazione delle acque oceaniche causata dall’aumento di CO2 in atmosfera).
Costruito come una sequenza di “cornici geografiche” ( la troupe ha girato in 20 Paesi e 43 differenti locations), con una forte impronta fotografica, il documentario esplora una galleria di devastazioni che arrivano ormai a stuprare la conformazione stessa del Pianeta, ossia gli strati geologici e i processi di sedimentazione che in 4.5 miliardi di anni hanno plasmato il globo. Un difetto significativo del film è che il capitolo sull’estinzione arriva a cinque minuti dalla fine, come se la cancellazione degli ultimi 65 milioni di anni di evoluzione non sia la conseguenza indesiderata numero uno di quanto visto nell’ora precedente.

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(Houston, Texas: raffineria)

Anche se le immagini scelte per raccontare la nostra indifferenza per gli altri animali non sono state curate tanto quanto il resto, per quanto riduttiva è eloquente la scelta di filmare l’atteggiamento di decine di bambini viziati e ipernutriti davanti a una tigre di Sumatra in gabbia nello zoo di Londra. Abituare i propri figli a pensare che il posto giusto per gli animali sia una prigione fa parte delle strategie educative del capitalismo avanzato. Ma prepara anche gli adulti di domani al momento in cui gli animali liberi sopravviveranno solo in sparute riserve cintate e controllate da eserciti armati, accessibili solo per i ricchi del Pianeta. I programmi didattici di migliaia di genitori pieni di riverente tenerezza per la propria prole, disposti a condannare a morte una specie di gatto maestoso come la tigre di Sumatra, sono quanto di più aberrante circondi oggi la distruzione della biodiversità.

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(miniera di sali di potassio)

Perù, deserto di Atacama, vasche di decantazione del litio, minerale pregiatissimo indispensabile per le batterie dei cellulari, delle auto elettriche e dei pannelli solari. Guardate questa foto e provate a dire, onestamente, con il cuore in mano, che lo sviluppo sostenibile non è una grande menzogna. Uno dei responsabili dell’impianto, intervistato sull’impatto del proprio lavoro, risponde: “Sono orgoglioso di lavorare per un settore che produce sviluppo per il mondo intero”. 

Nigeria, Makoko, falegnameria sul Golfo di Guinea, punto di raccolta dei tronchi degli alberi da legname pregiato abbattuti nelle ultime foreste dell’interno del Paese. Qui non ci sono le macchine ciclopiche che scavano e grattano carbone dalla miniera di Hambach, Germania. Qui c’è la forza delle braccia di decine di uomini che spingono a mano tonnellate di tronchi sotto le seghe. A loro non rimarrà quasi nulla di questa impresa maledetta, che è tagliare tutte le foreste per le case di lusso dell’uomo bianco. Una scenario di crudeltà senza vie di uscita, auto-inflitta, coloniale, che dice, non siamo mai usciti dalla piantagione della Virginia, perché la piantagione è il Capitalismo stesso. Donne e ragazze portano canestri stracolmi di segatura e li riversano su una montagna di trucioli che è lo scarto finale delle decine di migliaia di anni impiegati dalla foresta tropicale della Nigeria per diventare quello che è oggi. 

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Lagos, Nigeria. Congregazione di credenti cristiani in festa. La sovrappopolazione, risultato finale della distruzione, dovuta al colonialismo, delle società autoctone e dei loro equilibri economici, come spiega Felwine Sarr in Afrotropia, si esprime in questa chiesa ignara del proprio numero, diventata indifferente al traffico infernale di Lagos, alla spazzatura, alla disoccupazione, all’estinzione delle foreste esattamente come l’addetto alla produzione del litio si sente orgoglioso di contribuire al successo planetario della Apple. 

Discarica di Dandora, Kenya. La discarica di spazzatura e plastica più grande del Kenya e la più grande dell’Africa. Un camion carico di sacchetti transita a passo d’uomo tra pareti di immondizia, su una strada di fango, sdrucciolevole, nera, fangosa, la terra che un tempo era savana ridotta a pattumiera. Qui vivono 250mila persone. Qui lavorano 6mila persone. E ancora, una donna intervistata dice rivolta a noi: “Sono orgogliosa di lavorare nella discarica più grande del continente”. Lo voglio scrivere chiaro: di fronte a queste immagini, in Occidente, dovremmo vergognarci a fare figli. E chiunque faccia un figlio senza pensare a queste cose, non è solo un incosciente. È un collaborazionista. Commette un reato. E un giorno sarà maledetto. 

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Rogo di avorio, Kenya. Nel 2016 il Presidente del Kenya, Ururu Kenyatta, presiedette alla distruzione di 100 tonnellate di avorio, corrispondenti a 10mila elefanti, per un valore di 150 milioni di dollari. Una attivista per la protezione degli elefanti intervistata sul significato di questo rogo di elefanti, risponde: “Su una di queste zanne c’è scritto Amboseli. È il parco nazionale dove ho lavorato per un periodo anni fa. Non posso più fare niente perché questo elefante non venga ucciso, ma farò tutto ciò che posso per evitargli di essere de-sacrilizzato e di diventare un soprammobile”.

Norilsk, Siberia, impianto per la fusione di materiali siderurgici. Se l’inferno ha una volto, questo volto corrisponde alle fonderie in cui centinaia di uomini consumano le loro vite per produrre la materia prima di macchine e dispositivi che faranno fuori altre comunità, altri villaggi, altre specie.

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Una catena di produzione della distruzione ricondotta a funzione matematica, a protocollo, a organizzazione. “Il problema è che qui non c’è ossigeno, perché non c’è neanche un albero”, dice una voce fuori campo, mentre tu vedi alcuni giovani che fanno il bagno in un fiume del colore della merda, nella città più inquinata della Federazione Russa. L’essere umano si abitua a qualunque cosa, anche ad un impiego ad Auschwitz, ed è per questo che è altamente probabile che ci abitueremo anche a un Pianeta simile ad un immenso campo di sterminio. 

 

Hambach, Germania. La miniera di carbone e la sua macchina escavatrice di proporzioni record (è la più grande del mondo, ci lavorano sopra 12 operai) mangia, divora, e vuole terra.

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E allora i villaggi vicini, un tempo dediti alla coltura delle carote, vengono mandati via, espropriati, le loro case abbattute, e anche la chiesa viene tirata giù, perché al presente assoluto dell’annichilamento della vita nulla deve sfuggire, neppure la tradizione, la religione, la memoria, il ricordo. Niente. Questo è il presunto progresso: uccidere il passato (la vita biologica ha un passato perché l’evoluzione avviene nel corso del tempo) per dare i viventi in pasto al mostro di un presente suicidario.  

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TRAFFIC, venti compagnie ittiche stanno decimando le popolazioni di squali e razze negli oceani del Pianeta

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Nonostante la storica decisione della CITES, all’ultima conferenza delle parti tenutasi a Ginevra (Cop 18) lo scorso agosto, di listare gli squali mako in Red List, limitandone così la caccia e il commercio, uno studio speciale di TRAFFIC – An overview of major shark traders, catchers and Species di  Nicola Okes e Glenn Sant- pubblicato oggi presenta ancora un quadro complessivo estremamente drammatico per il futuro degli squali, e delle razze, del Pianeta. Gli autori hanno monitorato – si legge nel report – le 20 più importanti compagnie specializzate nella cattura di fauna ittica del mondo e le tendenze che i prodotti derivati dalla carcasse di squalo hanno seguito in due periodi di tempo, dal 1990 al 2003 e poi dal 200o al 2007. I dati raccolti hanno permesso di meglio analizzare quanto è successo nell’ultimo decennio considerato, dal 2007 al 2017.

Ogni anno vengono catturate quasi 600mila tonnellate cubiche di questi animali marini ogni anno, e a spartirsi il bottino sono soltanto 20 compagnie, colossi globali della pesca e del commercio ittico: l’80% del pescato di queste compagnie nel periodo 2007-2017: “quasi l’80% delle catture  è avvenuto nell’Oceano Atlantico e nei mari adiacenti, il 33% nel Pacifico (soprattutto centro occidentale) il 27% nell’Oceano Indiano. 

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I passaporti di questi venti colossi della pesca grossa a squali e razze sono sorprendentemente vari, e in ordine di milioni di tonnellate cubiche di pescato: Indonesia, Spagna, India, Messico, Stati Uniti, Argentina, Taiwan, Malesia, Brasile, Nigeria, Nuova Zelanda, Portogallo, Francia, Giappone, Pakistan, Iran, Peru, Corea, Yemen, Ecuador. L’Indonesia è al primo posto con oltre 110 milioni di tonnellate cubiche. 

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Stiamo parlando di un gruppo di specie particolarmente sensibile al rischio di estinzione. La pesca globale analizzata nel report riguarda 153 specie e 28 gruppi tassonomici (squali, razze e chimere insieme), di fatto una enormità che insiste su una condizione generale di queste famiglie tassonomiche già decimate nei decenni passati. Il 17% degli squali e delle razze è listato in Red List come “criticamente minacciato”, “in pericolo” e “vulnerabile”; a ciò va aggiunto che un altro 13% è ormai “quasi minacciato” e che i dati a disposizione non sono completi e attendibili per il 47% delle specie. In numeri, 14 specie di squali e 27 specie di razze sono in Appendix II, e possono ormai essere catturati solo attraverso il sistema di permessi CITES. “Gli squali sono particolarmente vulnerabili all’over-fishing a causa della loro crescita molto lenta – spiega TRAFFIC – una maturità completa che arriva relativamente tardi e una bassa fecondità. La loro grande distribuzione territoriale e la natura migratoria pongono ulteriori difficoltà nello sforzo di implementare misure efficaci per prevenire il loro eccessivo sfruttamento. Soltanto il 23% delle specie di quali e di razze è considerato a bassa preoccupazione dalla Red List, la proporzione più bassa tra tutte le specie di vertebrati”. 

Alla faccia di molte nobili dichiarazioni di intenti – la Cina ne ha bandito l’importazione nel 2011, con un crollo di mercato dell’80% – la zuppa a base di pinne di squalo continua ad essere, nell’Asia orientale, una preparazione gastronomica estremamente popolare e ricercata, sopratutto nelle occasioni di festa e nelle cerimonie, riferisce TRAFFIC. Secondo dati FAO queste abitudini alimentari c’erano già negli anni Cinquanta, ma, in aggiunta ai gusti asiatici, quello che sta davvero cambiando sono le rotte commerciali della carne di squalo e di razza: “Su scala globale, le flotte di pesca industriale e artigianale riforniscono i mercati in Asia di pinne di squalo e di razza; invece, la carne di questi stessi squali viene sempre di più dirottata lungo canali di approvvigionamento separati, che alimentano la crescente domanda in Europa e Sud America”. 

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Tra il 2000 e il 2016 “una media di 16.177 milioni di tonnellate cubiche per anno di prodotti derivati dallo squalo sono stati importati in questa regione asiatica per un valore complessivo di 294 milioni di dollari. L’importatore più cospicuo è Hong Kong ( 9.069 milioni di tonnellate / anno), seguito dalla Malesia – riporta sempre TRAFFIC – (2.556 milioni di tonnellate/anno), dalla Cina continentale (1.868 milioni di tonnellate/anno) e infine da Singapore (1.587 milioni di tonnellate/anno).

“Un certo numero di specie protette dai regolamenti CITES sono prese in considerazione in questo rapporto, e tra di esse c’è lo squalo argenteo ( Carcharhinus falciformis) e lo squalo blu ( Prionace glauca). Nel solo 2017 ne sono stati cacciati, di quello blu, 103.528”. Al di là delle comprensibili raccomandazioni per un uso maggior sostenibile della carne di squalo, di cui la cornice giuridica CITES costituisce un efficace strumento internazionale, rimane da chiedersi se sia mai possibile, con questi numeri, puntare a una pesca che abbia davvero caratteristiche compatibili con la sopravvivenza di 28 gruppi tassonomici. Sono infatti indici di proporzione che, da sole, bastano a dare l’idea di una estinzione di massa più che plausibile. La fame di proteine animali è in crescita in un Pianeta sovrappopolato di esseri umani, una condizione ecologica de facto insostenibile che va a sommarsi a mode gastronomiche probabilmente accettabili con qualche miliardo di esseri umani in meno seduti a tavola. 

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(Vicino Wolf Island, Galapagos Islands. Photo: Daniel Versteeg / WWF)

Photo Credit: TRAFFIC.

 

Il pericolo della nuova narrativa verde di Bruxelles

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Che cosa ci sia effettivamente in gioco nel futuro politico europeo è presto per dirlo, ma qualche segnale c’è. E va detto fuori dai denti, con tutta la schiettezza possibile: lo sforzo concertato di Bruxelles, in stretta collaborazione con i governi nazionali, è di rispondere alla crescente crisi sociale europea, e all’aggravarsi del collasso ecologico, con una nuova narrativa ecologista. Bisogna cioè ammantare il paradigma della crescita con un programma interventista sul piano sociale (asili nido, reddito di inclusione, salario minimo, tanto per rimanere a casa nostra) che disaccoppi la connessione tra catastrofe climatica e capitalismo avanzato. L’obiettivo è dare ossigeno all’Unione attraverso politiche comunitarie pur sempre espansive, che dovrebbero però permettere di guadagnare tempo e quindi di sedare, almeno in parte, il malcontento diffuso. In questo tentativo di riforma non riforma, di cui il discorso di ieri alla Camera di Giuseppe Conte è stato l’esempio italiano, la cosiddetta sostenibilità ambientale è uno specchietto per le allodole utile soprattutto ad ammiccare con scaltrezza a quelle porzioni di elettorato che nella stagione che fu votavano a sinistra, poi hanno virato sul M5S ed ora non sanno più che pesci pigliare sotto la pressione psicologica ed emotiva dei 45 °C gradi dell’Europa continentale nell’estate più calda di sempre. Con buona pace di Serge Latouche, siamo anni luce dalla decrescita. 

Enrico Giovannini si è lanciato in una danza di contraddizioni, fondando di fatto la nuova narrativa verde europea, in una intervista su Business Insider il 9 settembre scorso. Prima ha riconosciuto, Giovannini, che “ci vuole una rete di protezione che consenta agli ultimi di non rimanere ultimi”, e poi però ha continuato imperterrito a parlare di crescita, come si intravede in chiaro scuro nel titolo del suo libro manifesto Utopia sostenibile ( Laterza 2018). Il mantra del nuovo racconto di crescita orientato a nobilitare la crescita è questo, nelle parole di Giovannini: “Quello che chiamiamo oggi capitalismo è frutto di una scelta dei primi anni ’80”. Una boiata storica fragorosa, che tuttavia ha due obiettivi ben precisi, e mefistofelici: il primo è illudere l’opinione pubblica che il problema è recente, circoscritto e politicamente individuabile. In questo modo ci basta pensare che, apportate le necessarie correzioni agli errori disfunzionali di Tatcher e Reagan, potremo recuperare il tempo perduto e rimettere in traiettoria la nave. Il secondo obiettivo è già subdolo, perché ha l’intenzione palese di contraffare la storia del capitalismo a uso e consumo dello status quo. Lo stato attuale del capitalismo non nasce con i tailleur color pastello di Margaret Tatcher: è il prodotto finale di un processo storico lungo 5 secoli, il cui punto di origine è la rivoluzione atlantica di Colombo e Magellano, che rende possibile l’impresa. E cioè la fondazione e l’apertura di mercati globali. La costruzione, facciamo attenzione, di una strategia di manipolazione degli elettorati che abbia lo scopo finale di non modificare il capitalismo, e quindi, de facto, di non affrontare per nulla la crisi di estinzione e la catastrofe climatica, trova ora la sua leva di Archimede nella negazione dei rapporti storici che ci hanno condotto qui. 

L’equilibrio politico del nuovo Parlamento europeo, invece, e quindi anche dell’Italia, sta altrove. Due sono i mostri ingovernabili e ossessi di cui si ha il terrore, e che devono essere ammansiti ad ogni costo usando retoriche auto-assolutorie sulla crescita sostenibile: il sacrificio economico, che dovrebbe essere riversato con la forza di un uragano anche sui gruppi sociali già decimati da dieci anni di deregulation selvaggia in termini di austerità e salari da fame, gruppi sociali che magari hanno simpatie ecologiche, ma non sono più disposti ad ascoltare retoriche sulla riduzione delle emissioni serra quando hanno già pagato il prezzo più alto dello smantellamento di interi settori professionali, spostati, per chi ha risorse economiche e quindi imprenditoriali a sufficienza, sul web; e poi le indispensabili politiche patrimoniali       (tassazione degli offset), che finirebbero in un secondo con l’essere denunciate come politiche bolsceviche, responsabili di limitare la libertà repubblicana e civile ( in Italia, lo ha fatto capire Silvio Berlusconi nel riferire della posizione di Forza Italia al termine del primo giro di consultazioni a metà agosto).

La vera questione, signori e signori, è la questione della libertà. La protezione di ciò che rimane del Pianeta Terra, la nostra unica chance di non finire come in Blade Runner, è di piantarla con le illusioni democratiche e deciderci ad ammettere che dobbiamo ormai rinunciare alla libertà per sopravvivere. Una assunzione sconvolgente, perché il trauma della seconda guerra mondiale è ancora attualissimo in quasi tutti noi, che però, guarda caso, con una lucidità totale Thomas Aussheuer ha discusso proprio in Germania, su DIE ZEIT, lo scorso 4 settembre, nel saggio Der Teufel traegt Oeko, traducibile con “il demonio è ecologista”.

L’argomentazione di Aussheuer è ricca di riferimenti filosofici, ed è per questo che suona inquietante e brilla per verità. È inutile persistere nel leccare i piedi ad economisti di varia scuola: serve un pensiero filosofico per diagnosticare il labirinto in cui ormai ci siamo persi. Può anche risultare complicato spiegarlo all’opinione pubblica, ma va detto lo stesso. Secondo Aussheur, i Conservatori sono il partito politico, paradossalmente, che più può dirci sul dilemma ecologista, perché i Conservatori sono per il Liberismo e il Liberismo, ci piaccia o no, si fonda sul principio cardine della civiltà occidentale, e cioè l’esercizio della libertà individuale. Le categorie di cui parlano i Verdi – misura, giusto mezzo, auto-limitazione – non sono altro che socialismo in salsa verde: riduzioni della libertà di scelta, di impresa e di perseguimento della felicità. Sono insomma operazioni disumane, e contrarie alla civiltà. Disgraziatamente, spiega Aussheur ripercorrendo le tappe della disintegrazione del Pianeta Vivente, in queste idee c’è del vero. 

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“La cesura, annunciata dai climatologi, è epocale e nessuno lo dovrebbe sapere meglio degli Conservatori, con la loro lunga memoria (Langzeitgedächtnis) e il loro talento per un pensiero capace di prendere in considerazione grandi distanze temporali. Per tremila anni nessuno ha messo in discussione questo principio, e cioè che la posizione dell’uomo nel cosmo è salda. La Natura sorregge gli uomini e gli uomini danno completezza alla natura (vollendet) attraverso la Cultura, che ne è una parte. Il cosmo, così credeva Platone, contiene la matrice della vita giusta e le stelle ci mostrano la via. Ed anche quando il monoteismo ha sconvolto l’edificio cosmologico del nostro pensiero sul mondo, poiché ha posto la legge di Dio sopra la Natura, la libertà umana è rimasta ben adagiata all’interno dell’evento della creazione. La Natura è ospitale e viene incontro agli abitatori del mondo. Fino a giorni recentissimi. Nel Rinascimento si trovano per la prima volta le tracce, secondo ricercatori come Philip Descola o Bruno Latour, di ciò di cui oggi vediamo le conseguenze: la frattura tra Cultura e Natura. Il successo, questo è il rimprovero, diede alla testa di matematici, ingegneri, fisici, astronomi e artisti, ed essi fecero della libertà appena ottenuta un assoluto. D’ora in poi, il soggetto padrone di se stesso trionfa sulla creazione, mentre la Natura è soltanto materia morta, risorsa priva di scintilla divina”. 

Il problema imposto dal cambiamento climatico non ha nulla a che vedere con la scelta delle energie fossili, nel senso che non avremmo mai optato per uno sfruttamento intensivo del carbone e del petrolio se a monte non fossimo stati ispirati da un carattere genuinamente libero, che ci dettava una agenda per certi aspetti innaturale: 

“Da questi presupposti, ebbene sì, occidentali (abendlandisch), dal pensiero millenario della compenetrazione e del confronto reciproci tra Natura e Cultura, deriva lo shock cosmico del cambiamento climatico. Esso consiste non nella conoscenza che la Terra è indifferente alla scomparsa degli esseri umani, questo lo sapevamo già anche prima. Lo shock consiste nel fatto che la Natura ha assunto un tratto demonico (daemonish) e che si è dotata in modo radicale di un doppio volto (zweideutig). Demonico significa che l’elemento umano e l’elemento naturale, il prodotto-consapevolmente (Das Gemachte) e il non-prodotto-consapevolmente (Das Nichtgemachte) si influenzano l’uno con l’altro senza soluzione di continuità, ponendoci dinanzi ad un cupo enigma. Mostruosi tornado, estati roventi e soffocanti, alluvioni devastanti: quale è il tempo normale? E che come è invece il tempo del cambiamento climatico? In che misura, visto che l’uomo influenza il sistema terrestre, si dissolve il netto confine tra Natura e Cultura, e inoltre; in che modo, inoltre, soltanto gli esperti ritengono ormai di poter definire che cosa sia ancora la Natura-Natura (Naturnatur) e dove invece la civilizzazione ci ha messo del suo”. 

È quasi superfluo ricordare che qui Thomas Aussheur si fa forte delle posizioni di Theodor Adorno. Nonostante il nostro strapotere sul Pianeta, non saremo noi a dettare le condizioni del gioco a venire: perché la ragione strumentale, per poter diventare strumentale, e cioè dominio matematico sul mondo, ha provocato degli effetti domino proporzionali alla illusione di ridurre il Pianeta a logos.

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“Oggi la civilizzazione imprime il proprio nome nel libro della Natura; nei mari del mondo circolano tanti pezzi di plastica quante sono le stelle delle galassie e nei fiocchi di neve volteggia la microplastica di nostra produzione. I filosofi del Medioevo cercavano l’invisibile dietro il divisibile e in esso scoprivano la signoria della creazione. I Moderni, invece, ci scoprono solo la loro immondizia. Detto cinicamente: 500 anni dopo è scomparsa anche la grande frattura tra Natura e Cultura. E c’è di nuovo un Tutto, un tipo di Civilizzazione-Natura su scala cosmica (Zivilisationsnatur), una Modernità post Modernità. Questa epoca si chiama Antropocene”. 

Ecco quindi che un discorso sul clima non può che essere un discorso sulla libertà:

“Se la crisi climatica è della portata descritta dalla maggior parte dei climatologi, allora alla libertà non compete più definitivamente nessuna libera scelta, deve invertire la marcia, oppure, come la intendono altri: deve cambiare direzione. La libertà si trasforma in mancanza di libertà, dal momento che sotto le condizioni imposte dal riscaldamento del Pianeta e dell’estinzione delle specie sarebbe fissato, per l’azione politica, un unico obiettivo sempre più assoluto, incontrovertibile, e protratto nel tempo a venire. La libertà, allora, è vedere chiaro nello stato di necessità e risolversi a fronteggiare le conseguenze delle precedenti libere decisioni (Freiheitsentscheidungen): si profila un futuro, se il presente ci riuscirà, costruito per minimizzare gli effetti degli errori del passato. Questa sarà ancora libertà? E una politica senza alternative è ancora una politica? Possiamo anche parlarci chiaro. L’obbligo ad orientare ogni azione di governo alla stabilizzazione del sistema terrestre, è offensivo della libertà, che vuole perseguire il piacere di darsi da sola i propri obiettivi e pretende di scegliere da sé. Decade anche il concetto liberale di Autonomia, se si può scegliere solo il mezzo con cui ottenere obiettivi ecologici. E comunque sia rimane la minaccia che in caso di infrazione ne risulta una ancora più massicce limitazione della libertà, mentre un ritorno ad una Natura naturale priva di doppi significati non ci sarà. Rimangono soltanto i demoni”. 

Qualcuno potrebbe obiettare che importare nel discorso sul clima atmosfere mitologiche non aiuta a coltivare la necessaria chiarezza. Ritengo invece che, come per fortuna è ancora tipico delle classi colte tedesche, svolgere un ragionamento in sintonia con la tradizione del pensiero occidentale, e dei suoi lati più oscuri, sia molto utile per svegliarci dal sonno del giusto e inquadrare correttamente lo stato delle cose. Dovremmo diffidare dalla nuova narrativa ecologista in via di affermazione a Bruxelles, non solo perché fondata ancora sulla idea ottocentesca della crescita economica, ma anche perché, nello sforzo evidente di far stare il nuovo corso verde entro il collasso sistemico già in atto, dimentica per strada uno dei tratti più importanti di quella libertà che tanta devastazione ha sparso attorno a sé. E cioè il soggetto pensante, autonomo nelle sue decisioni, che si orienta nel mondo con una indipendenza di pensiero e di azione. Per quanto possa suonare sgradevole, siamo chiamati, prima ancora che a comprare würstel di soia, a pensare. 

Serve passione per il reale

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(Photo Credit: Extinction Rebellion London FB)

Ho appena finito di seguire una preview della cerimonia di chiusura della Mostra del Cinema di Venezia. Nel guazzabuglio di lodi a Joaquin Phoenix per la sua interpretazione in Joker è spuntato, immancabile, un elogio del cinema impegnato eco-sostenibile. Una industria, in altre parole, che non si costringe solo in un applauso alle buone intenzioni di Leonardo di Caprio, ma fa sempre di più perché ogni produzione sia amica del Pianeta. Ormai queste smancerie ambientaliste suonano addirittura peggiori del negazionismo. Sono inutili, retoriche e dannose. Rafforzano il messaggio che anche questo settore sia consapevolmente coinvolto in una virata etica. Che ci vengano a spiegare come un film può essere eco-sostenibile, perché non lo abbiamo ancora capito.

Il cinema soddisfa l’economia dei desideri. E anche l’economia capitalista, in una civiltà a capitalismo avanzato come la nostra, è strutturalmente orientata sul soddisfacimento di spinte pulsioniali ed emotive destinate ad autodistruggersi nel giro di qualche ora. A un mese esatto dall’inizio della seconda sollevazione di massa di Extinction Rebellion a Londra e Berlino ( si parte il 7 ottobre) comincia a farsi strada, almeno sul web, la sensazione che siamo arrivati ad un punto di pericolo abbastanza terrificante da sputar fuori qualche verità più costruttiva della solita banalità ecosostenibile. Su questa linea d’onda, ad esempio, è la intervista video di Luca Mercalli su vice.com, in cui Mercalli dice apertamente che i cambiamenti climatici provocati dalla combustione delle risorse energetiche fossili hanno però anche delle cause di ordine filosofico: “Tutto questo lo abbiamo fatto noi. È colpa di tante cose, certamente lo stile di vita indotto dal capitalismo e dal consumismo lo ha accelerato. I desideri, le attività e anche la proliferazione della specie umana devono darsi dei limiti. Il problema è che non ci siamo dati un limite; quindi secondo me è un problema filosofico oltre che economico”.

La disponibilità energetica a basso costo, ci ha impiegato due secoli, ma alla fine il processo è giunto a piena maturazione, ha plasmato una antropologia che non ha precedenti. Non solo ha abrogato lo strapotere degli eventi naturali (della physis) come barriera invalicabile per l’intraprendenza umana, ma ha anche dato libero sfogo ad un esercizio della libertà del tutto inedito. Il concetto moderno di libertà è interamente dipendente dall’impiego dei combustibili fossili. Metterla in questo modo, come la mette spesso Fabio Balocco su Il Fatto Quotidiano, significa però ribaltare il paradigma ambientalista degli ultimi 25 anni. Bisogna cioè passare da un modello interpretativo “è tutta colpa dei combustibili fossili” ad un modello “siamo dentro uno schema di civiltà ben preciso”. Non stiamo certo parlando di pizza e fichi, perché, come ho già scritto più volte, i pilastri del giornalismo ambientale sono fissati sul dogma del primo modello, sulla scorta della lodevole ma insufficiente intenzione di spingere il più possibile sulle rinnovabili. 

Per innescare una svolta, il passaggio al secondo modello, più scomodo, certo, dello schema di civiltà, occorre un ripensamento critico anche dell’informazione ambientale. Bisogna ammettere che i cambiamenti graduali nell’implementazione di politiche energetiche e di riciclo dei materiali sono bazzecole rispetto alla velocità dell’azione necessaria, e non hanno mai condotto l’ambientalismo nei palazzi del potere. Questo è uno dei principi cardine di Extinction Rebellion, ripetuto come un mantra da Roger Hallam nel pamphlet “Common Sense for the 21st Century”. Il titolo fa riferimento a Thomas Paine che nel 1776 scrisse un libello rivolto alla popolazione americana, dicendo loro “ciò che privatamente già sapevano, ma che non avevano il coraggio di dire apertamente; che dovevano dichiarare l’indipendenza dalla corona britannica. Il pamphlet fu letto dal 10% della popolazione, eppure si ritiene che riuscì a tradurre in azione la volontà di molti Americani, che si risolsero a buttarsi nella totale incertezza politica”. 

Serve, dunque, che il giornalismo ambientale sostenga una decisa autocritica sociale, perché là dove non c’è la politica, ci sono le scelte individuali e dove non ci possono essere neppure queste scelte, perché non si hanno abbastanza soldi in tasca per comprare le mele biologiche, si può avere la dignità di una informazione onesta e veritiera attraverso la lettura di libri, giornali, voci indipendenti. In definitiva, serve una spietata “passione per il reale”, come la definisce Alain Badiou nella sua opera mirabile Il secolo. 

La passione per il reale è l’adesione incondizionata al bisogno storico del momento. Ed è, per Badiou, ma ormai non solo per lui, una figura epistemologica sostanziale del paradigma rivoluzionario. Questa estate a 40 gradi e oltre in Europa ci dice che può anche darsi che la gravità dell’apocalisse sia la negazione, in termini hegeliani, che il collasso del Pianeta ha infine prodotto per noi, e attraverso di noi. Ed è quindi possibile, allontanandoci per forza di realtà dalle analisi post marxiste e post 1989 sulla fine della storia, che il capitalismo sia effettivamente compiuto. Che, in altre parole, spetti al discorso sulla verità delle cose – che è nelle mani dei giornalisti – dismettere le narrative felici e abbracciare invece il corso degli eventi con la necessaria serietà e convinzione. 

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(Photo Credit: Extinction Rebellion Deutschland FB)

L’auto-censura è stata la malattia (quasi) mortale dell’ambientalismo

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(Photo Credit: Extinction Rebellion London FB)

Ieri mattina Rupert Read, un filosofo della East Anglia University che ha aderito ad Extinction Rebellion, ha twittato un articolo uscito su EcoWatch che avrebbe dovuto essere tradotto, stampato e distribuito come road map per tutte le parti politiche che, a Roma, s’apprestavano a partecipare al secondo giro di consultazioni per il nuovo governo. Il motivo è che “Systemic Change Driven by Moral Awakening is our only hope” di Richard Heinberg smaschera la faciloneria con cui, per la verità a corrente alternata, il collasso del Pianeta spunta nel discorso politico, e nelle parole affrettate dei suoi protagonisti italiani, o di talk shaw come StaseraItalia di Rete4, che con Giuseppe Brindisi ammicca continuamente al negazionismo climatico. Durante il G7 di Biarritz, Giuseppe Conte ha infatti pubblicato un post di ispirazione ecologista, che è stato ripreso da Il Fatto Quotidiano: “è fondamentale ridare slancio all’economia. Soprattutto al commercio, all’attività manifatturiera e agli investimenti (…) Abbiamo il dovere e la responsabilità di salvaguardare il pianeta, la sua biodiversità e i suoi oceani, mobilizzando maggiori finanziamenti pubblici e privati, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”. 

Come sempre gli è accaduto finora, ma come del resto è accaduto anche a Nicola Zingaretti nella sua lista di priorità strategiche in 10 punti, Conte confonde continuamente lo sviluppo sostenibile e la protezione del sistema climatico terrestre. O meglio: costruisce una consequenzialità causa-effetto sui due concetti che di fatto non esiste. Non possiamo affrontare la catastrofe climatica e le estinzioni in corso con la economia verde, o con lo sviluppo sostenibile fondato sulla crescita. Anzi, a ben guardare il fulcro della questione non è neppure il cambiamento climatico. La distruzione del clima olocenico è un sintomo di una condizione di civiltà che ha impiegato cinque secoli (dalla doppia impresa atlantica di Colombo nel 1492 e di Magellano nel 1519-1522) per imprimere sul Pianeta la condizione ecologica attuale. Ma il contributo di EcoWatch spiega anche perché i limiti dell’approccio economico sostenibile hanno incontrato negli ultimi venti anni sempre maggiore ostracismo ed ostilità, e non solo in politica, nella finanza e nelle grandi organizzazioni internazionali. Gli stessi ambientalisti, e, qui in Italia, buona parte della editoria impegnata a salvare il Pianeta, hanno sistematicamente tagliato fuori, escluso e censurato le voci critiche nei confronti dell’epica romantica delle rinnovabili. Faccio un solo esempio che vale per cento altri possibili: “Che cosa è successo nel XX secolo?” Del filosofo tedesco Peter Sloterdijk è uno dei saggi più completi e vasti in circolazione oggi  sulle cause della crisi ecologica, ma in Italia è stato pubblicato da Bollati Boringhieri e non certo da Edizioni Ambiente. Certo, per seguire Sloterdijk bisogna conoscere Kojeve, Badiou, Hegel, Heidegger, Latour. 

Richard Heinberg scrive: “Il nostro problema ecologico fondamentale non è il cambiamento climatico. È l’eccesso di richiesta (overshoot), di cui il riscaldamento globale è un sintomo. L’eccesso di richiesta è una questione sistemica. Nell’ultimo secolo e mezzo, quantità abnormi di energia fossile a basso costo hanno reso possibile la crescita rapida della estrazione di risorse, e quindi della loro lavorazione e del consumo. A loro volta, questi processi hanno alimentato l’aumento della popolazione, l’inquinamento e la perdita di habitat naturali insieme alla biodiversità”. Negli anni ’70 il movimento ecologista, scrive Heinberg, aveva tratto beneficio dal pensiero sistemico, che tendeva a privilegiare lo studio degli ecosistemi come inter-relazioni complesse di processi chimici, fisici e biologici dipendenti gli uni dagli altri. Questo approccio, però, è andato spegnendosi nel corso degli anni ’80, e proprio mentre il cambiamento climatico diventava realtà scientifica quantificabile. “Oggi, la maggior parte del reporting è focalizzato come un raggio laser sul cambiamento climatico e le sue correlazioni sistemiche con altri peggiori dilemmi ecologici (ad esempio la sovrappopolazione, le estinzioni delle specie, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, la perdita dello strato fertile superficiale del suolo e l’acqua potabile) sono raramente esplorati”. I partiti ambientalisti, fino ad Extinction Rebellion, hanno guardato il problema fuori dal suo contesto storico. Questo ha favorito il rafforzarsi di una visione irrealistica delle soluzioni possibili, che ha potenziato una immagine quasi mitologica delle rinnovabili confinando il collasso della biodiversità in un angolo marginale. E sostenendo, infine, che anche per recuperare o salvare gli habitat e le loro faune bastasse puntare sulla crescita economica verde, che è anche l’idea centrale degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.

Una disamina di fulminante chiarezza, e disperante precisione matematica, sul vizio intrinseco ad un ragionamento di crescita economica però verde la ha fornita Jason Hickel – poi ampiamente citato da George Monbiot su The Guardian – nel suo pezzo Why growth Can’t be Green, pubblicato da foreignpolicy.com. “Un team di scienziati condotti dalla ricercatrice tedesca Monika Dittrich sollevò per primo dei dubbi nel 2012. Il suo gruppo realizzò un sofisticato modello computerizzato per prevedere che cosa sarebbe successo all’uso globale delle risorse se la crescita economica fosse continuata lungo la sua traiettoria attuale, con un incremento di circa il 2-3% ogni anno. Ne emerse che il consumo umano delle risorse naturali ( inclusi la pesca, l’allevamento, il prelievo dalle foreste, i metalli, i minerali e i combustibili fossili) sarebbe salito da 70 miliardi di metri cubi per anno nel 2012 a 180 miliardi di metri cubi per anno nel 2050. Come punto di riferimento, un uso sostenibile delle risorse si assesta sui 50 miliardi di metri cubi di tonnellate per anno – una soglia di limite che abbiamo superato nel 2000. Il team di ricercatori ha quindi ricalibrato il modello per vedere che cosa sarebbe accaduto se ogni nazione sulla Terra, immediatamente, avesse adottato le migliori pratiche nell’uso efficiente delle risorse (una ipotesi estremamente ottimistica). I risultati miglioravano: il consumo di risorse sarebbe schizzato a 93 miliardi di metri cubi entro il 2050. Ma questa cifra è ancora ben al di sopra di quello che stiamo consumando già oggi. Infine, l’anno scorso (nel 2017) l’UNEP (Programma Ambientale delle Nazioni Unite) – che un tempo era il fan più entusiasta della crescita verde – ha aggiunto il suo peso specifico al dibattito. Ha infatti testato uno scenario con un prezzo sul carbonio alla cifra pazzesca di 573 dollari americani alla tonnellata, con in più lo schiaffone di una tassa sulle attività estrattive, e ha infine supposto che una rapida innovazione tecnologica avrebbe ricevuto un forte sostegno dai governi. E che cosa veniva fuori? Avremmo raggiunto la cifra di 132 miliardi di tonnellate entro il 2050”. 

In estrema sintesi: continuare a chiacchierare di crescita, e però verde, come sta facendo il Partito Democratico, significa indulgere nella diffusione di menzogne che invaghiscono l’opinione pubblica con il confortante convincimento che non servono sacrifici per sopravvivere, ma solo conversioni energetiche, sostituzioni tecnologiche e spostamenti di investimenti. Secondo Heinberg, il focus assoluto sui cambiamenti climatici isolati dal loro contesto storico è una conseguenza della assunzione di realtà che mettere la politica dinanzi alla enormità del compito demotiverebbe qualunque politico. Una seconda spiegazione è tuttavia più arguta, e si avvicina maggiormente al cuore della questione: “Forse molti scienziati che una volta riconobbero la natura sistemica della nostra crisi ecologica arrivarono alla conclusione che se riusciamo ad affrontare con successo questa crisi climatica una volta per tutte, saremo poi in grado di guadagnare tempo con tutto il resto (sovrappopolazione, estinzioni delle specie, depauperamento delle risorse e così via)”. Ma, procedendo in questo modo, s’è ottenuto un effetto collaterale che ha peggiorato il quadro generale, riducendo ancora il nostro margine di azione: “Se il cambiamento climatico può essere contestualizzato come un problema isolato risolvibile con una soluzione tecnologica, le menti degli economisti e degli attori politici possono continuare tranquillamente a pascolare su terreni a loro familiari”. Il riduzionismo climatico ha cioè portato ad un riduzionismo politico, che ha infine schiacciato la coscienza collettiva sull’opportunismo del momento. 

Sarebbe inutile negarci che l’ambientalismo ha avuto una responsabilità enorme in questa lettura della cose, perché ha preferito semplificare il messaggio piuttosto che dire la verità. Le rinnovabili e il cambiamento climatico sono diventati degli slogan utili a condensare quel poco di reattività civile che ancora, in Italia, circondava l’emergere sconcertante di enormi distruzioni ambientali. Pur di arrivare alle orecchie dei più si è caduti nella trappola fatale dei teorici dello sviluppo economico a qualunque costo: mettere in un cantuccio per specialisti o accademici la natura sistemica della crisi ecologica che è sostanzialmente una crisi di civiltà. 

Anche la maggior parte degli editori ha imboccato la scorciatoia del manuale, aiutando investitori, politici e opinion leader a far sempre e comunque filtrare il messaggio subliminale che un discorso alla Sloterdijk sulla biosfera fosse materia per vecchi parrucconi innamorati di Marc Bloch, che poco o nulla masticavano di genetica applicata o di statistica o di climatologia. Disgraziatamente, la complessità è a fondamento della realtà e la censura serve soltanto a spostare in avanti il momento in cui diventerà una faccenda di vita o di morta confrontarsi con società complesse del tutto impreparate a pagare il conto del loro stile di vita fondato sulla rapina, lo sperpero e valutazioni quanto meno immaginifiche sui limiti del Pianeta. Non solo è arrivato il tempo di pretendere dai nostri amministratori una certa competenza in materia ambientale, con numeri in peer review e non unti dalla benedizione dei potenti del forum di Davos; è arrivato anche il tempo, per giornalisti, intellettuali e blogger, di scrivere saggi e reportage votati alla complessità poetica e crudele del nostro Pianeta. 

L’estate in cui finì l’Olocene

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(Photo Credit: @Museo Egizio, Torino)

È cominciata con una confusione in cielo, sotto le nuvole. È cominciata con la notte che scende giù di botto, in pochi minuti, e cancella il nome della stagione scritta sul calendario. In una sorta di rappresentazione biblica, senza un Dio irato a cui appellarsi con speranzose suppliche, le tenebre soppiantano la luce dell’estate. E poi tutto il calore abnorme accumulato in giorni e giorni a quaranta gradi si tramuta in grandine, pioggia, e sgomento. Nell’estate che ha segnato la fine dell’Olocene – luglio è stato il mese più caldo mai registrato, come hanno confermato le rilevazioni satellitari europee del Copernicus Climate Change Service  il cielo sopra di noi s’è fatto impudico. È un impostore, perché ci parla dell’autunno, ma siamo invece in una estate che non abbiamo più il diritto di chiamare estate. 

Non è solo ansia climatica, depressione da global warming, o come preferiscono definirla i gruppi scelti di psichiatri di lingua inglese che s’affanno a spiegarci, guarda un po’, come il collasso del Pianeta indurrà sentimenti di scoramento estremi nelle nostre anime esauste. È il nuovo tipo di tifoni improvvisi che scende come una nemesi sulle città torride con una frequenza sempre più ravvicinata ed imprevedibile. Primo agosto, stazione centrale di Milano, regionale veloce delle ore 8 per Torino Porta Susa. Nella seconda heat wave di questo 2019, il sapore della desolazione è una noia impotente. Ovunque si respira l’aria viziata della disfatta climatica. 

Il fatto è che questa è l’estate del climate apartheid. Qui a Milano, mentre l’amministrazione comunale di Beppe Sala acclamava l’assegnazione delle Olimpiadi Invernali senza neve del 2026, la differenza razziale tra chi vive con un condizionatore e chi non vede l’ora di salire sulla metropolitana per stare almeno venti minuti al fresco la prima decade di luglio l’aveva già rivelata agli occhi indiscreti dei poveri. Quando il buio di un tifone tropicale a 415 ppm di CO2 si abbatte sulla città, il sottosuolo dei precari, dei sottopagati, degli scarti di vario genere e grado che prendono i mezzi pubblici, e la sera tornano nei loro appartamenti in affitto, non ha solo paura. Avverte gli insani scricchiolii della solitudine climatica totale. Perché non abbiamo tutti gli stessi diritti, nel post Olocene. Nel pieno di un tifone, dai finestrini del bus ATM,  le ville di Viale Lombardia, chiuse per ferie, annegate nei loro giardini privati, raccontano la storia meneghina di Milano a cui il sottosuolo non potrà mai accedere. La gente che sta sull’autobus ci va a fare le pulizie, in quelle dimore. Il clima, è solo soldi. Quelli che ti servirebbero per comprare un condizionatore, e succhiare energia, e aggravare il riscaldamento del globo, ma tu hai una vita di sette-otto decadi da consumare su questo Pianeta, mica una eternità per sentirti in colpa o inventare soluzioni alle sofferenze collettive. La gente che sta sull’autobus non ci va in vacanza. E allora sotto con gli effetti collaterali del tifone, che costringe i coloured del regime di apartheid energetico a diventare testimoni della catastrofe. Soldati richiamati alle armi. Soldati che non possono disertare, come fanno i ricchi, e che devono invece scivolare nelle retrovie della sconfitta sociale. Non lo avevamo ancora capito, ma è il cielo sopra di noi, da cui proviene il tifone, a sapere bene che cosa fare delle nostre vite. 

Questi programmi scritti da altri, e però ormai impliciti nelle esistenze degli uomini, e peggio va per i peggio messi quanto a risorse economiche, sono lo schema di massima della fine dei tempi. L’epoca attuale esaurisce se stessa nelle proprie rovine; poco assomiglia al tramonto dell’occidente di Oswald Spengler, Ludwig Klages e Max Scheler, se non altro perché nessuno si aspetta più un nuovo avvento o una rinascita dello spirito. Siamo nel punto preciso individuato da Cioran al principio degli anni ’50 del secolo scorso: “Per amore o per forza, subiremo l’esperienza di una eclisse storica, l’imperativo della confusione”. Gli ambientalisti stanno ovviamente dalla parte del per forza, pur tentando di non cedere alla forza delle cose già in atto, e di sottrarre alla forza un po’ del suo impeto a effetto domino. 

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(Photo Credit: Extinction Rebellion Twitter, Summer Uprising July 2019, Wales)

La nostra auto-rappresentazione del presente oscilla tra un ripiegamento totale ed egoistico sull’impresa personale, meschina od eroica che sia, e un titanismo della sconfitta, che può mirare solo ad una mutilata sopravvivenza. Con habitat ridotti a frammenti di un Pianeta che non esiste più, e specie condannate a smarrire nell’impronta ecologica umana il loro potenziale evolutivo. In fondo, è questo panorama artificiale, e cioè artefatto, che Extinction Rebellion consegna ai cuori puri e rivoltosi dell’Europa. Facciamo esperienza della fine di un sogno durato cinque secoli, diciamo addio al miracolo consegnato all’umanità dall’atto assoluto di Magellano, salutiamo la fatica immane, per seguire Peter Sloderdijk, con cui in millenni di storia abbiamo tentato di emanciparci dalla rassegnazione, dalla miseria e dalla morte, trovando nella economia globale del Pianeta il carburante che ci occorreva per smettere di sottomettersi a tutto in nome della imitato Christi. Adesso torniamo a subire, subiamo come bestie da soma, a milioni, il caldo invincibile e vendicativo dei 40 gradi Celsius: “le questioni onto-storiche decisive sono perciò: che cosa è propriamente ciò che viene verso di noi? – scrive Sloterdijk parafrasando gli anni Venti del secolo scorso – Che cosa avrà abbastanza forza da trascinarci con sé per una nuova convinzione?”. Nessuna ONG ha una risposta a questa domanda. 

Siamo in una guerra, una guerra nuova, è vero, ma pur sempre un conflitto. E forse è per questo che l’ode alla guerra del monumento ad Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, in Piazza Castello, a Torino, è così brutale agli occhi di un moderno. Il fondamentale spirito guerriero che ha forgiato le nostre comodità, l’adorabile sensazione di conforto che proviamo verso le conquiste energetiche della vita quotidiana, come il condizionatore e l’acqua calda della doccia, ci imbarazza. Noi siamo per i diritti civili e umani. Eppure, ecco che la tendenza aborrita a far la guerra per far pagare a qualcun altro la fame fondamentale dell’Occidente (la bio-economia europea, come la definisce lo Stockholm Resilience Centre di Stoccolma) torna a spuntare nei centri storici delle nostre città heritage, cioè in quei centri urbani che meglio raccontano lo spirito artistico e mitopoietico del nostro carattere. Le figure giganti di questo monumento hanno qualcosa di mostruoso e di dissonante, che ricorda, senza averlo mai voluto, la rassegnazione del tempo andato. Questa piazza si espone ai passanti e ai cittadini come un fantasma spogliato della vita trascorsa. I tanto decantati beni heritage si stanno trasformando in demoni muti, nonostante le campagne di marketizzazione del patrimonio. Non è rimasto quasi nessuno a conoscere la loro lingua, anche se tutti subiscono le conseguenze della loro ambizione. 

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Sono anche loro antenati di cui non importa più niente a nessuno. E così, scivolando dentro via Accademia delle Scienze, direzione Museo Egizio, mi viene in mente Toni Morrison: “La storia al confronto con la memoria, e la memoria a confronto con l’amnesia. Ricordare significa rimettere insieme, in collezione, i ricordi, ma anche restituire una forma alle parti di un corpo, di una famiglia e di un popolo che appartengono al passato. Ed era questa la immane e vischiosa fatica tra dimenticare e ricordare”. La morte del passato – condannare all’oblio la filogenesi delle specie che popolano il Pianeta – è un atteggiamento psicologico sostanziale della nostra epoca. E informa di sé pure la disinvoltura con cui abbiamo ridotto monumenti, opere d’arte e reperti a gadget di intrattenimento.

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Non c’è dunque da stupirsi se l’English Bookshop Rosa Luxemburg, e le sue vetrine zeppe di romanzi meravigliosi e di saggi illuminanti, qui nel cuore di Torino, abbia il fascino di una apparizione numinosa. Il posto di ritrovo perfetto per i sopravvissuti che godono ancora del privilegio di saper leggere, quel genere di persone che per moltissimo tempo si sono battuti, si sono aspettati un risveglio, una rottura con lo schema, un qualche tipo di risposta civile al disastro ecologico incombente, e che poi non hanno potuto che dichiararsi sconfitti. Già, ma sconfitti da cosa? Se gli uomini sono questo (edonisti forsennati privi ormai di un orizzonte ontologico realistico), possiamo essere sconfitti dal nostro stesso DNA? C’è ormai da chiedersi se possa essere sufficiente il principio guida delle nascenti scienze paleo-antropologiche del ‘700, che Stephen J. Gould usava ricordare contro ogni fanatismo metafisico: “Noi viviamo in una tensione essenziale e irresolubile fra la nostra unità con la natura e la nostra pericolosa unicità (…) Non possiamo fare niente di meglio che seguire il consiglio di Linneo, incarnato nella sua descrizione di Homo sapiens all’interno del suo sistema. Egli descrisse altre specie fondandosi sul numero delle dita, sulla mole corporea e sul colore. Per noi, in luogo dell’anatomia, scrisse semplicemente il precetto socratico: nosce te ipsum (conosci te stesso)”. 

Concedendo spazio ad un filo d’ironia, è il Libro dei Morti a dare il benvenuto ai visitatori dell’Egizio. Pur essendo una atea convinta, ho sempre percepito un inquietante disagio dinanzi alle manifestazioni scritte di una religiosità votata a tenere vigile il legame tra morti e vivi. Almeno in teoria, chiunque potrebbe leggere questo testo e ripetere il rito antico, spalancando la porta al tribunale di Anubi. La maledizione della scrittura, come nel film La Mummia, analoga però pure alle perplessità di Platone su uno stratagemma grafico dalle imprevedibili conseguenze sulle capacità mnemoniche degli eruditi, dubbi esternati dall’Ateniese nelle pagine del Fedro sull’Egitto e il mito di Theut. Rischi sconosciuti ai Papi che nel XV secolo cominciarono a concepire le collezioni, per meglio studiare e scrutare le cose del mondo. Presto eruditi ed aristocratici seguirono il loro esempio, costruendo da subito quella intimità pericolosa tra carabattole di un qualche pregio artistico e animali essiccati che in qualche secolo divenne una sconcertante impudicizia classificatoria: “Furono dei marinai portoghesi a portare in Europa, verso la fine del quindicesimo secolo, i primi feiticos, oggetti africani che si supponeva possedessero poteri misteriosi. Li troviamo soprattutto nelle camere delle meraviglie, assieme alle asce tomahawk o alle frecce indiane, a manufatti egiziani e a tamburi del Siam”, sintetizza Valentin Y. Mudimbe. 

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Ed ecco che collezionare anticaglie, oggetti preziosi e naturalistici divenne così importante per la incipiente modernità che Diderot, nell’Enciclopedia, ammise che i musei completano l’opera dell’uomo. Andò in modo simile anche a Torino, tant’è che dalla metà del ‘600 divenne motivo di vanto regale disporre di manufatti artistici concepiti altrove. Nel 1824 vennero esposte le prime antichità della Collezione Drovetti, ma, fatto ancora più significativo, accanto ai reperti egizi si dispose una sezione di storia naturale. È così, dai suoi albori, che l’Egizio siglò il vincolo estetico e storico fondamentale del pensiero moderno e scientifico, che dura ancora oggi. Le collezioni artistiche, del pari di quelle naturalistiche, raccontano il Mondo perché lo traducono in oggetto. Isolando il reperto diviene possibile costruire narrazioni storiche, che non hanno solo obiettivi ricostruttivi, e quindi archeologici o tassonomici, ma sono soprattutto funzionali ad appropriarsi del Pianeta e delle sue epoche geologiche secondo paradigmi epistemologici del tutto inediti. Nel XXI secolo il museo, qualunque museo, è uno dei simboli viventi più possenti e dinamici dell’estinzione. Assonanze prodigiose si intrecciano sulla mappa dell’Europa, quando ci si azzardi a ragionare sulla somiglianza originaria tra collezione artistica e collezione naturalistica. Il 1 settembre del 1948, il Consiglio Parlamentare incaricato di redigere la Costituzione della Germania Federale si riunì nel Museum Alexander Koenig di Bonn, che era un museo di scienze naturali, ma fu requisito e trasformato in ospedale militare già nel 1914. Nell’atrio stava una giraffa imbalsamata, coperta con drappi, in quel fatidico 1948, per la solennità dell’occasione che, solo apparentemente, non c’entrava nulla con la guerra civile europea e il dominio sul mondo naturale. 

Ma la frizione crescente, o, all’opposto, l’incontro poroso con le faune è un filo rosso, ancorché visibile, che i musei custodiscono in vista della nostra eternità. All’Egizio di Torino, ben introdotti dai vasi canopi del salone di ingresso, al primo piano, subito dopo la biglietteria, sono i felini a recitare per noi il ruolo che ebbero specie estinte nella porzione di Africa del Nord dipinta di geroglifici e bagnata dal Nilo. Le loro impronte, il profilo squadrato e astuto dei loro musi, sono tracce, avvolte nel silenzio, di una geografica che non esiste più. Questa pista sabbiosa, africana, raggiunge la sua destinazione finale dinanzi al letto di Kha, un letto in legno massello appartenente al tesoro di Kha, facoltoso architetto della 18° Dinastia ( 1425-1353 a.C. circa) che si fece seppellire con una maschera funebre in oro simile a quella di Tutankhamon. Ma Kha scelse di essere inumato anche con il suo letto, che ha le zampe di leone. Una Panthera leo persica, cioè la sottospecie di leone africana oggi estinta nella porzione nord orientale dell’Africa, nel Medio Oriente e in Grecia. Ridotta a 400-500 individui confinati nella foresta del Gir in India. Il vento dell’estinzione non aveva ancora cominciato a soffiare sulle popolazioni di leoni nel tempo della vita mortale di Kha. I leoni non popolavano solo il suo pantheon religioso, colonizzavano anche il suo tempo, il suo landscape, le sue giornate. Seguendo fin qui le orme di leone asiatico sulla pista sabbiosa si prova la desolante sensazione che Kha avesse conosciuto una specie di grande gatto vicina al punto di origine. L’epoca preistorica della nostra parabola umana, in altre parole, in cui convivevamo con le faune selvatiche, che erano soggetti della nostra esistenza, una epoca che anche per noi è ormai solo una memoria archetipica. Ipnotizzati e ammaliati dal potere dei numeri e delle analisi genetiche, ci siamo dimenticati che nei reperti archeologici e nelle opere d’arte dei musei stanno – dannatamente visibili – indizi concreti, icone, fissate sul mappamondo della storia, delle faune che abbiamo spazzato via dalla faccia della Terra.

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(Photo Credit: Panthera Press Office)

In questa estate di addii e di abbandoni, l’estate in cui abbiamo salutato per sempre il clima dell’Olocene, anche i gatti hanno il loro tardivo momento di agnizione e gloria. Il 7 giugno la Saudi Arabia’s Royal Commission for AlUla (RCU) e Panthera, il più importante network al mondo per la protezione dei big cats, hanno firmato un accordo che non ha precedenti per riportare indietro dall’abisso dell’estinzione ormai imminente il leopardo arabico (Panthera pardus nimr), una sottospecie di Panthera pardus che solo pochi decenni fa abitava l’intera penisola arabica: 20 milioni di dollari, una cifra che da sola è una follia, verranno investiti nei prossimi dieci anni in un programma di allevamento in cattività (nella captive breeding facility di Taif, Saudi Arabia) e di reinserimento allo stato selvaggio nella Saharaan Nature Reserve, 925 chilometri quadrati di habitat “restored” e cioè recuperato dalla desertificazione tagliando fuori le greggi di ovini e reinserendo le prede naturali del leopardo. I discendenti di questa popolazione, se mai ce ne saranno, se mai avranno imparato, dopo essere nati in gabbia, a cacciare, costituiranno il bacino genetico della specie rediviva human-design. Ma gli dei possono tornare indietro? Possono accettare di tornare, dopo che li abbiamo scacciati consapevolmente? O non hanno invece altra opzione che raggiungere gli antenati, i nostri e i loro, nei cimiteri del tempo profondo? Perché nel Pianeta reale, nelle radiose mattine africane, gli dei – leopardi e leoni – giungono senza preavviso, volendolo, tradendo ogni aspettativa e ogni programma scientifico. Nei musei, dove le loro effigie ammoniscono il visitatore che ogni specie persa è andata per sempre, gli dei non possono più presentarsi al nostro sguardo nell’aura del sorgere del sole. Sono diventati ricordo, frammento, libro, cultura. Non possiamo più parlare con loro. 

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(T-shirt fotografata sulla Metropolitana Lilla di Milano)

Mentre cominceremo presto a parlare, volenti o nolenti, con i giovani di origine africana che aspettano il tramonto seduti a bere birra sull’erba dei Giardini Sambuy, di fronte alla stazione di Porta Nuova. I pensionati, prosciugati dall’afa, sono usciti per una passeggiata e sembrano inebetiti da qualcosa che non riescono a comprendere, ma di cui hanno paura. Sui loro volti pallidi si legge una preoccupazione sorda a qualunque politica del cambiamento, la fragilità venuta fuori dalla consunzione ecologica delle risorse naturali che una manciata di decenni fa essi davano per scontate, come le pesche bianche sulle bancarelle dei mercati rionali di Torino, che ora sono quasi introvabili. 

Quando ancora esistevano le stagioni, non era possibile mangiare il tempo. Subivamo il vincolo del freddo e del caldo, scrutando il consesso degli astri notturni, come usava fare, in una epoca non troppo distante dagli anni mortali di Kha, la scolta dell’Agamennone di Eschilo. Nell’estate dei tifoni tropicali sotto un cielo autunnale, il cielo ci osserva impietrito. E intanto, il 2 agosto, il Pasta a Gogò di viale Abruzzi, Milano, ormai a due passi da Piazzale Loreto, offre ai suoi avventori, in un non più di due metri quadrati, dei quali uno sul marciapiede nella nube di particolati del traffico cittadino, il conforto fugace di una vaschetta di pasta made in Italy ridicolmente minuscola e americanizzata. Bisogna imparare a divorare qualunque cosa, per essere socialmente dotati di urbano buon senso, in questa disintegrazione dell’equilibrio atmosferico. Altrimenti, sei un estremista, un romantico, un poeta, un giornalista ambientale, tutti rompicoglioni per cui, vivaddio, la legislazione del climate apartheid ha già designato una collocazione giuridica adeguata insieme a extracomunitari, migranti, poveri, locatori e disoccupati. 

Piazzare ovunque rivenditori di cibo a buon prezzo, stipare le strade di occasioni per divorare le ore così come si metabolizza una forchettata di carbonara. Fino ad un certo punto, ci ha creduto fino in fondo, a questa dieta, anche Alex Peroni di RadioNumerOne, che, con una ironia non troppo simpatica, per mesi ha elogiato l’estate perenne dei trenta gradi ad ottobre. RadioNumerOne non ha mai fatto trasmissioni sul clima, anzi, grazie a Peroni, l’appuntamento quotidiano con le previsioni meteo delle 17.30, al timone della nave di Paolino Corazzon, è diventato un circo intitolato “domenica vogliamo il sole a qualunque costo, anche se non piove da tre mesi”. Eppure, la squadra della emittente di Bergamo ha cambiato direzione, alzando il naso, forse, al tipo di cielo che in questo 2 agosto si annuvola su Piazzale Loreto e assomiglia al grumo di vapore acqueo incattivito dei tifoni del sud est asiatico.  Adesso Peroni, alle 17.30, prega, tra il faceto e l’ironico, che non ci attendano altri giorni caldi alla Bangkok. La squadra di Peroni è probabile non lo sappia, ma ha inaugurato la stagione del cambiamento climatico definitivo, del limite meteorologico alla battuta, allo scherzo, alla sdrammatizzazione continua. Quel tempo, insomma, in cui a metà pomeriggio, come in un giallo horror-climatico alla Fred Vargas, c’è da aspettarsi il calare delle tenebre e si teme per la propria vita, e si agogna al ritorno a casa, dalla propria famiglia, o dal proprio gatto, che è poi la stessa cosa, non per vedere Netflix, ma per sentirsi al sicuro dal cielo sopra di noi. Il tempo del coprifuoco da grandine e diluvio, non del fine settimana e del ristorante su Grupon. Il tempo della paura e della colpa. 

Ma intanto, sono su un autobus che ci fa scendere al capolinea proprio nel preciso secondo in cui le 415 ppm di CO2 danno mostra di cosa siamo stati in grado di imporre al nostro Pianeta. Insieme a un gruppo di donne filippine come me vestite alla maniera della estate antica (t-shirt, per intenderci) sprofondo in un crollo termico di 10 Celsius. Raffiche spietate di vento e pioggia tagliente si abbattono sulla pensilina sotto cui cerchiamo di sfuggire all’aggressione del tifone. È l’urlo del Pianeta. Un grido senza più appelli, corti di giustizia, tribunale speciale per i diritti umani dell’Aja, panel IPCC, balle buoniste dei Verdi e di Legambiente e via discorrendo. C’è solo questa eruzione di energia termica, convertita in potenza sonora, ritrasformata in diluvio sull’asfalto caldo, e poi evaporata in una malinconia infinita che, nonostante tutto, raggiunge le parole profetiche di Felwine Sarr lette di ritorno da Torino: “Comincia un giorno nuovo, come sempre, sulla vita e il cammino della società. Una luce incerta cresce e illumina progressivamente i sentieri di chi cammina all’alba. Nelle ore diurne brillerà di molti fuochi sulle loro opere e sui loro fallimenti. Questo tempo di chiaroscuro è di innovazione, chi si impegna ha solo bisogno di un piccolo barlume di luce per intraprendere il viaggio, sono uomini di mezzo, intermediari. Conoscono la marcia necessaria, scolpiscono pietre per la stabilità degli edifici che verranno, e di cui non vedranno il compimento. Sanno di dover essere, adesso, all’altezza dei bisogni necessari all’avvento di un mondo che cercano di far accadere”.

Climate Change and Land IPCC, chi si prenderà la responsabilità di una svolta?

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Diciamo la verità, il rapporto IPCC presentato ieri a Ginevra alle ore 10 del mattino, Climate Change and Land, non ci ha detto nulla che non sapessimo già: “Il livello di rischio posto dai cambiamenti climatici dipende, contemporaneamente, dalla intensità del riscaldamento e dal modo in cui la popolazione, i consumi, la produzione e lo sviluppo tecnologico, insieme agli schemi di gestione delle terre, si evolvono”. Tradotto in conversazione da bar, è il modo in cui abbiamo scelto di vivere negli ultimi 50 anni che non solo ha prodotto l’aumento esponenziale della concentrazione di CO2 in atmosfera, ma che continua a peggiorare le cose. Perché non abbiamo nessuna intenzione di chiedere al timoniere di far virare la nave. Quello che però IPCC non dice, pur facendolo capire benissimo, è che l’intero modello economico in cui siamo prosperati nel Secondo Dopo Guerra non tiene più e che forse sarebbe ora di ammetterlo. Riconoscendo che culture indigene non bianche, non occidentali, massacrate dal colonialismo e modellate sul capitalismo avanzato ne sanno molto più di noi su come tirarci fuori dal fango di un Pianeta ben oltre i + 2 °C a fine secolo. 

Il report è il risultato di un lavoro immane commissionato dai Governi per capire meglio l’interazione tra il sistema climatico e la superficie terrestre e per la prima volta più della metà dei ricercatori che hanno raccolto e analizzato i dati proviene dai Paesi non occidentali (seguendo il pensiero di Felwine Sarr, che condivido, sarebbe ora che anche IPCC smettesse di usare l’espressione “in via di sviluppo”). Questo in concreto significa che il punto di vista delle nazioni più svantaggiate del Pianeta, almeno nel quadro economico a capitalismo avanzato – sono questi, per inciso, i Paesi in cui sono più devastanti gli effetti della trasformazione del clima dell’Olocene in qualcosa di completamente fuori scala da circa 3 milioni di anni –  è sempre più autorevole nella lettura della nostra situazione globale. Un cambio di visuale fondamentale, nell’ambito di ciò che Peter Sloterdijk ha definito “prospettive reversibili”: gli effetti collaterali della sperimentazione economica su scala oceanica, inaugurata dall’impresa di Colombo, e quindi l’affermazione di una economia planetaria avida di energia, ci pongono ormai faccia a faccia con la “inflazione delle aree trascurate”. Una area trascurata è, appunto, l’atmosfera satura di CO2. 

Oggi, avverte IPCC, l’agricoltura, le attività forestali e gli altri usi della terra “valgono per circa il 13% di emissioni di CO2, il 44% di metano (CH4), e l’82% di ossidi di azoto (N2O) prodotte annualmente dalle attività umane, su scala globale, nel periodo 2007-2016. Esse rappresentano quindi il 23% del totale netto delle emissioni serra antropogeniche”. Ma “ se includiamo anche le emissioni associate con le attività pre e post produzione dell’intero sistema di produzione alimentare globale, le emissioni arrivano al 21-37% del totale delle emissioni serra antropogeniche”. 

A partire dalla metà del XX secolo ad oggi si è cioè imposta una dieta che si mangia il Pianeta e che ha compromesso l’equilibrio climatico. L’imputato numero uno è l’allevamento di bestiame da carne. Attraverso le nostre pretese alimentari, sostenute da una demografia fuori controllo, abbiamo scritto una ipoteca mortale sulla possibilità futura – e parliamo di decenni – di produrre cibo. In questo report IPCC dice infatti chiaro che “la terra è una risorsa di importanza critica. La superficie terrestre deve rimanere produttiva per mantenere intatta la sicurezza alimentare mentre la popolazione aumenta e gli impatti negativi del clima sulla vegetazione si intensificano”. La copertura a vegetazione ( foreste, boschi, savane) assorbe infatti i gas serra, ma è anch’essa sotto stress a causa della alterazione dei pattern climatici (regime delle precipitazione, tassi di evaporazione, siccità severe e prolungate, incendi) e quindi “questo significa che ci sono dei limiti al contributo che la superficie terrestre può dare per affrontare i cambiamenti climatici, ad esempio attraverso la coltivazione di colture a scopo energetico e la riforestazione. Occorre tempo perché gli alberi e il suolo comincino ad immagazzinare carbonio efficacemente”. Attualmente essi riescono ad assorbire solo 1/3 delle emissioni fossili industriali. 

Chi dunque si prenderà l’onore politico di imporre a cittadini, costituzionalmente liberi di abusare del Pianeta, restrizioni alimentari serie e convincenti?

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Secondo Hans-Otto Pörtner, Co-Chair of IPCC Working Group II, è evidente che “il modo in cui possiamo gestire le risorse della terra in una direzione sostenibile ci può aiutare a combattere i cambiamenti climatici”. Si dovrebbe obiettare, per quanto tutto questo sia vero, che l’estate del 2019 ci ha consegnato una realtà molto più amara ad integrazione dei dati scientifici inoppugnabili: ossia che il collasso climatico non è un problema energetico, ma è un problema di civiltà ed è per questo che arrivare a decisioni concrete e applicabili right now è così bestialmente difficile. Purtroppo, lo stesso IPCC è da tempo avviluppato nella aporia fondamentale della nostra epoca, in cui la venerazione religiosa della verità scientifica agisce come un sedativo psicotropo proprio là dove, all’opposto, dovrebbe funzionare da eccitante. Anestetizza cioè la reattività delle società a capitalismo avanzato, che si appoggiano sulla certezza della disintegrazione del sistema climatico degli ultimi 10mila anni per glorificare la propria capacità di comprensione della fisica del cosmo ponendola in una teca di vetro. La contempliamo inebetiti, ma non abbiamo intenzione alcuna di porla all’interno di una messa in discussione dello status quo. È la paralisi del pensiero il limite interno dello stesso IPCC. 

“In un futuro con piogge più intense il rischio di erosione del suolo delle terre coltivate aumenta (…) circa 500 milioni di persone vivono già in aree che sperimentano la desertificazione”, spiega il report, senza tuttavia menzionare nemmeno una volta l’urgenza di misure di contenimento demografico condivise da tutti e pianificate in seno alle Nazioni Unite. E poi il permafrost, il cui scioglimento è tra i fattori degli spaventosi incendi della taiga, in Siberia: “Nuove conoscenze mostrano un aumento nel rischio di scarsità idrica nelle regioni aride, incendi dannosi, degradazione del permafrost e instabilità del sistema alimentare anche per un riscaldamento globale entro gli 1.5 ° Celsius”, ha detto Valérie Masson-Delmotte, Co-Chair of IPCC Working Group I. Del resto, ad oggi l’agricoltura accaparra il 70% dell’acqua potabile in uso. Per far crescere cioè vegetali e cereali, cereali che servono anche per nutrire le vacche da allevamento. 

I dati disponibili dal 1961 indicano che il consumo pro capite di oli vegetali e carne è più che raddoppiato: la quantità di calorie introdotte è cresciuta di circa 1/3 rispetto sempre alle abitudini precedenti. Questo si traduce in una erosione dei suoli fino a 100 volte superiore rispetto al tasso di rigenerazione dello strato fertile del terreno.  C’è poi un altro fenomeno di cui sentiremo parlare sempre più spesso negli anni a venire: il vegetation browning. Le foreste la cui capacità fotosintetica diminuisce a causa, ad esempio, dello stress idrico, diventano marroni, un cromatismo visibile dai satelliti. Sta già accadendo nel nord dell’Europa e dell’Asia (Siberia e Germania), in parte del Nord America, nell’Asia Centrale e addirittura nel Bacino del Congo. I cambiamenti climatici diminuiscono anche i tassi di crescita degli animali e quindi riducono la produttività delle economie pastorali, come sta già accadendo in Africa. Nelle regioni montuose dell’Asia e del Sud America, e nel continente africano, le popolazioni indigene hanno già suonato l’allarme. È alle loro osservazioni che dobbiamo l’altissimo margine di sicurezza sulla certezza che siamo in rotta di collisione con l’abisso. 

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E quindi molti gruppi di attivisti delle comunità indigene hanno parlato ieri alla pubblicazione del Climate and Land IPCC per rivendicare il loro coinvolgimento nella governance mondiale sui cambiamenti climatici. Ecco le loro voci.

Zeid Raad Al Hussein, member of The Elders, former UN High Commissioner for Human Rights: “Le comunità indigene hanno conoscenze ricche ed elaborate sul loro habitat. Questo fa di loro degli ottimi conservazionisti e dei guardiani della biodiversità, e dei soldati indispensabili per combattere contro il cambiamento climatico. Gli Stati, il settore privato e la società civile devono fare di tutto per assicurare pieno rispetto e protezione ai diritti delle genti indigene, inclusi i loro diritti alla terra, ai territori ed alle risorse, in accordo con gli standard stabiliti dalle leggi internazionali”. 

Victoria Tauli-Corpuz, UN Special Rapporteur on the Rights of Indigenous Peoples: “Salutiamo con soddisfazione il riconoscimento IPCC. Come chiunque cerchi di darsi un senso della crisi climatica, rafforzare i diritti degli indigeni e delle loro comunità è una soluzione che deve essere implementata adesso. Abbiamo bisogno, tutti, ogni membro delle Nazioni Unite, di abbracciare queste evidenze e di vedere nelle genti indigene dei partner nello sforzo comune di proteggere il Pianeta e di raggiungere lo sviluppo sostenibile”. 

Edna Kaptoyo, Indigenous Information Network (Africa)
“Per i popoli indigeni i sistemi di uso della terra e le pratiche connesse rispondono ad un approccio essenzialmente fondato sugli ecosistemi, all’interno di un sistema di valori che comprende che le risorse sono scarse nello spazio e nel tempo. I popoli indigeni hanno conservato per millenni le loro terre e le loro risorse per il benessere loro e dell’umanità. La protezione dei diritti sulla terra degli indigeni è importante per assicurare che essi continuino le pratiche conservative negli ecosistemi di foresta e nelle pianure, per contribuire a mitigare gli impatti del cambiamento climatico”. 

Sonia Guajajara, executive coordinator of Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (APIB): “La nostra esistenza è sempre stata minacciata quando sulle nostre terre è piombato il desiderio di possesso dei governi e delle corporation. Questi interessi ci uccidono o ci chiudono dietro le sbarre, in modo che la terra possa essere usata in un altro modo ed essere adeguata agli schemi predefiniti. Ora questo report è qui per riconoscere che noi dobbiamo essere protetti, insieme alle nostre foreste, e alle nostre terre, per il bene dell’intero mondo. Ma i nostri diritti devono essere rafforzati e così la nostra presenza sulle nostre terre. Il mondo sarà disposto ad ascoltarci?”. 

Hindou Oumarou Ibrahim of Mbororo People from Chad and founder of the Association for Indigenous Women and Peoples of Chad (AFPAT), also member of UNFCCC Local Communities and Indigenous Peoples Platform Facilitative Working Group: “Il Summit sul clima delle Nazioni Uniti – UNSG – del prossimo settembre sarà un grande momento per tutti gli esseri viventi…Sarà per me motivo di dolore se perderemo questa opportunità di rendere il mondo migliore, perché non voglio essere parte di una generazione che non si prende la responsabilità di una svolta. Non ho scelto di nascere in questo tempo, e proprio per questo non posso permettere a coloro che coloro che non sceglieranno di nascere dopo di me di patire le conseguenze delle nostre azioni”. 

(Photo Credits: IPCC Facebook Official Page)

La politica del giardino a CityLife, Milano, Europa, 40 gradi Celsius

 

 

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I giardini hanno qualcosa da raccontare sull’epoca in cui viviamo. 

Nel film Un’arida stagione bianca, nel Sudafrica dei primi anni Ottanta, l’afrikaner Benjamin Du Toit vive in una splendida, bianca, dimora coloniale e non sa nulla della segregazione razziale del suo Paese. Un giorno però il suo giardiniere di fiducia, Gordon Ngubene, gli dice che il figlio è sparito. Tutti lo conosco, è un bravo ragazzo, ma ha partecipato ad una manifestazione politica e da allora nessuno più sa dove sia finito. Du Toit all’inizio non ci crede, minimizza, dice a Gordon che sarà tutto uno scherzo, da giovani, di cose così, per il gusto della bravata e della indipendenza, se ne fanno, non c’è bisogno di metterci dentro il governo. Ma poi, su insistenza di Gordon, ci va pure lui alla polizia e il sospetto comincia a dettargli parole di verità. Un semplice giardiniere, il giardino ben curato di chi si fa i fatti suoi, di chi ha una posizione, benedetto Dio, e la vuol preservare, perché ne va fiero, lui se lo è meritato di stare in cima, socialmente parlando; il prato ben rasato e innaffiato di un ordine prestabilito chiamato apartheid, che però è qualcosa di più del governo di Pieter Botha, è l’organigramma spirituale cesellato sin nei minimi dettagli da una economia rapace ( la stessa che ha portato Inglesi e Olandesi al Capo di Buona Speranza a metà del XVII secolo) e legittimata nelle sue radici istituzionali. Quando la coscienza di Du Toit intuisce che forse sapere che l’apartheid esiste è più dignitoso che accondiscendere alla propria ignavia, la moglie lo pianta. Sarà mica che noi si debba perdere la rispettabilità sociale, ammettendo che i figli dei giardinieri li pestano fino a crepare nelle carceri pubbliche. 

Un’arida stagione bianca è un film che, ormai, danno di rado alla televisione. Ed è piuttosto ironico che a inserirlo in palinsesto sia LA7, l’emittente privata su cui Enrico Mentana dirige la redazione di informazione politica più ipertrofica e inutile del Paese. Ironico perché Mentana non ha mai speso energie nel raccontare la catastrofe climatica e come ha annunciato con orgoglio al suo pubblico alle otto di sera del 25 luglio 2019 – mentre metà Europa era a 40 gradi Celsius – “noi non siamo certo quelli che dicono che fa caldo quando fa caldo e che fa freddo quando fa freddo”. Insomma, su LA7 sì che ci lavorano persone serie, quelle che non crederebbero che il figlio di un giardiniere finisce ammazzato di botte perché è un nero con una coscienza politica. I giornalisti seri, che non discettano del clima, e che quindi non parlano, ovvio, neppure del climate apartheid. Bazzecole da sfigati ambientalisti, che non hanno ancora accettato l’onnipotenza della tecnologia. Il clima lo si raddrizza, il cibo lo si ingegnerizza, e pazienza se le faune dell’Olocene finiscono in aree protette con gli AK-47 accessibili solo ai super ricchi del Pianeta. Così va il mondo, e i giornalisti seguono il corso del mondo con implacabile pragmatismo realista. O no?

Mah. C’è un luogo a Milano in cui la politica del giardino, per dirla con Zygmunt Bauman, brilla sfavillante sotto la luce del sole in questa estate degli addii e del collasso climatico. E non è una bella cosa, perché ciò che Bauman ha scritto del giardino un po’ di paura dovrebbe farcela provare. Nel suo libro meno conosciuto, troppo sincero e scomodo, troppo poco alla Paolo Mieli per intenderci, Olocausto e Modernità, Bauman intanto ci dice che lo sterminio è figlio di ciò che più amiamo della modernità ( trasporti efficienti, apparati burocratici, amministrazione controllata della società e delle sue energie culturali) e poi che i regimi totalitari più crudeli del Novecento avevano il culto del giardino. La società intera deve essere un giardino perfetto, esteticamente rifinito e piacevole al gusto, senza parassiti di ogni sorta. E cioè senza intrusi, dissidenti, Ebrei, diversi di ogni specie. La società funziona per il bene collettivo se il giardino è in ordine. E un giardino in ordine piace a tutti, non è vero? La civiltà del collasso ecologico – con serena pace degli ambientalisti buoni per i salotti buoni, che ci rincoglioniscono da decenni con la narrativa dei combustibili fossili, come se l’approccio industriale moderno alle fonti fossili fosse questione da consiglio di amministrazione di qualche Corporation e non invece l’indirizzo preciso dell’Occidente, e cioè di quella tendenza che ancora oggi, grazie al Cielo, qui in Italia, Gianni Vattimo osa definire metafisica – adotta in pieno la politica del giardino. E nella nuova capitale della ricchezza del nostro Paese, la capitale delle Olimpiadi della neve senza neve, Milano, c’è un giardino molto famoso che la politica del giardino la incarna. Questo luogo è CitylIfe. Se vuoi sapere cosa è il climate apartheid vai a farti un giro a CityLife. 

La bellezza di questo distretto di Milano – incastonato tra Amendola Fiera, l’ex Fiera Campionaria e Piazza Sei Febbraio – è da rimanere allibiti. Bellezza paesaggistica, architettonica, floreale. CityLife è il primo progetto serio dell’intero quartiere in oltre dieci anni, serio perché ha dato qualcosa a chi abita qui intorno: un parco ameno di 173mila metri quadrati e 2000 alberi. Stendi un telo sul prato, tuffa lo sguardo nelle linee acquatiche dei condomini di Zaha Hadid e il sublime ti soffocherà di gioia. Tutto questo, temo, è stato però possibile perché CityLife SpA è una società controllata al 100 per cento da Generali Assicurazioni ed è quindi privata. Su questa sua identità Generali fonda la propria mission milanese: “un mix articolato di funzioni pubbliche e private”. Il 25 luglio, sotto una leggera e serica cappa di caldo torrido, verso le sette di sera, tutto il complesso sembrava addormentarsi dolcemente nel tramonto. L’armonia di colori, verde salvia, rosa cipria, giallo senape, trasportava lontano, sull’orizzonte, l’angoscia per il clima del Pianeta. Sembrava, davvero, che fosse ancora possibile augurarsi qualcosa di bello, come accadeva nelle sere d’estate trenta anni fa. Le estati estinte dei sogni, delle magliette bagnate, del lavoro sicuro e retribuito, di Venditti che canta Amici Mai.

Ma c’era qualcuno per cui il giardino era tutta una altra cosa. Nello shopping mall del primo piano, dirimpetto la lucidissima vetrata che offriva all’animo il sollievo delle praterie fiorite di CityLife, un paio di giovani africani, non più di 25 anni, attendeva il suo carico giornaliero. Erano dipendenti di Glovo, che aspettavano le ordinazioni in uno dei ristoranti più minimalisti e chic del mall, e cioè Bomaki. Bomaki è famoso perché ha partecipato a Quattro Ristoranti, il reality di Alessandro Borghese. Prima stava soltanto all’Arco della Pace, e adesso invece ha capito che può fatturare molto bene anche a CityLife. Come dargli torto. I due ragazzi africani assomigliavano a velocisti americani, ma erano africani, nati nella parte sbagliata del mondo, e sui loro volti stava quella ferocia affamata, instancabile, spietata che se non la avete ancora vista in faccia ai giovani di origine africana che stanno arrivando in Europa, vi consiglio di farci caso, perché saranno loro a vincere la partita per il futuro, tra qualche decennio, ed è giusto che sia così. Ho scattato una foto, da lontano, ma uno dei due se ne è accorto e mi ha chiesto di cancellarla immediatamente. Non voleva finire su un giornale. Non gliene frega niente della nostra voglia di documentare le sue sofferenze e la sua fatica da bestia da soma per i ricchi a cui porterà il sushi brasiliano di Bomaki. Non gliene importa niente che noi facciamo ideologia, filosofia o indignazione con l’unica forma di lavoro nella piantagione dell’uomo bianco che l’Antropocene gli ha riservato. La politica del giardino ha bisogno di lui, e lui questo lo sa, e ne vuole approfittare fintanto che la speranza di passare a qualcosa di meglio gli alberga nel petto con l’urlo di un tifone tropicale.

Io in questo giardino, lo scorso giugno, ho rischiato di essere arrestata perché ho provato a disegnare, con un gesso di colore viola, il simbolo di Extinction Rebellion sul selciato davanti al mall. Salvo poi scoprire, qualche settimana dopo, che ai bambini è permesso pasticciare con gli stessi gessetti, quei bambini a cui il collasso del Pianeta sta fottendo il futuro. Ma pazienza, questa è la politica del giardino: proteggere, assecondare, tutelare. Nella burocrazia della cura che uccide, per eccesso di bonomia e di ubbidienza, sono gli oppositori del regime ad essere nemici dei bambini, che vanno messi al primo posto soltanto come consumatori del mondo a venire. Bisogna insegnar loro che CityLife è un luogo buono e giusto, perché la mamma fa shopping. Del resto, l’ipocrisia ambientalista è consolidata a CityLife.

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(foto scattata il 29 giugno 2019 nella Piazza Tre Torri di CityLife)

È cominciato tutto nella tarda primavera del 2018, quando il National Geographic ha esposto qui le foto di Joel Sartore sulle specie in via di annientamento definitivo. Leopardi delle nevi, leoni, elefanti, primati, tartarughe, spuntavano dalla piazza Tre Torri di CityLife come degli estranei. Assomigliavano agli oppositori politici, esclusi dal corso del mondo, scomodi, indigesti, fastidiosi per il corso normale dello shopping di lusso. Ma, almeno, un vantaggio rispetto agli attivisti ambientali questi animali magnifici, che i clienti di CityLife hanno condannato a morte, lo avevano: una bellezza senza condizioni. I loro fenotipi plasmati da milioni di anni di evoluzione sconfiggevano, benché perduti, la banalità delle ragazze perfettamente truccate di Sefora, la nemesi diabolica delle donne che a CityLife cercano rimedi alla propria noia di esistere. 

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Il paradosso di questa parabola marcata a fuoco dal brand di Rupert Murdoch ( è il signor Rupert a possedere il National Geographic), assicurazione intoccabile, visto il peso della testata, della moralità dell’operazione, sta non solo nel fatto che l’annichilamento della biodiversità è il prodotto di quello stesso consumismo che ha il suo domicilio a CityLife, no; il paradosso di questa atmosfera iper-moderna di morte e negazione è l’acquiescenza del Comune di Milano, che ha rinunciato, per calcolo, a sostenere l’informazione pubblica, scientifica sul collasso del Pianeta, dimenticando il museo di storia naturale di corso Venezia alla sua polvere e ai suoi bagni che puzzano di piscio. Per poi farsene vanto, però, quando vien fuori che Cristiano Dal Sasso, ricercatore del Museo, è tra gli artefici delle scoperte del National Geographic sullo Spinosaurus Aegyptiachus. Se volete imparare qualcosa sull’estinzione, andate a CityLife, impresa privata convenzionata con il pubblico. Generali Assicurazioni sì che ha a cuore il Pianeta, lo si vede anche adesso che crepiamo a 40 gradi Celsius: a due passi da Bomaki, e dagli schiavi di Glovo, un orso polare di mattonifici Lego annuncia l’impegno del mall per la protezione della natura. E anche qui, ovvio, rispunta la zampa del National Geographic, il cui scopo è chiaro: “sensibilizzare i bambini in età scolare e le loro famiglie sulle minacce che mettono a rischio l’estinzione di questa specie”. 

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L’ipocrisia, oggi, è la miglior tattica di sopravvivenza. Lasciati integrare, lasciati assorbire, lasciati metabolizzare dalle buone intenzioni di chi pompa anidride carbonica a palla in atmosfera, con il tuo consenso informato, e poi finge di avere a cuore il destino dei tuoi figli. Non importa neppure più che stasera faccia così caldo da indurre le menti ancora vigili a intuire che cosa ci attende nei prossimi anni, alla faccia di tutte le rassicurazioni, in palese conflitto di interesse, sulla possibilità di rimanere entro un aumento globale delle temperature di + 2 °C. Non importa più, perché coloro che contano in questa società dei giardini sono gli esponenti della classe sociale dei dipendenti super pagati di Generali, che vedo uscire dai loro prestigiosi uffici amabilmente rinfrescati con elettricità fossile. La sicurezza flemmatica, ormai stanca, con cui s’avviano verso la fermata della metropolitana, accendono il cellulare, e una sigaretta; il comfort emotivo che emana dai loro abiti firmati, che neppure quando sono zuppi di sudore li rendono simili ai proletari sottopagati e precari che hanno di fianco, sulla Lilla. Questa aristocrazia del lavoro globale, universalizzato nelle pratiche di distruzione delle faune del Pianeta e dei loro habitat, questa schiatta di nobili socialmente adeguati alla democrazia, al perbenismo, al conformismo della crescita e del Vangelo, questa stirpe senza ispirazione e senza disperazione che è l’unica a cui fa riferimento la politica del giardino. Gli impiegati di Generali sì che possono votare Beppe Sala. Loro ci vanno a fare shopping, o a comprarsi il futon, la strategia anti heathwave suggerita dal Corriere della Sera. Sono loro i campioni vittoriosi della integrazione totale preconizzata da Theodor Adorno per la borghesia del post 1945. È questo tipo umano a 14 mensilità di cui Cioran disse, al principio degli anni Cinquanta: “Non più in grado di sostenere la dignità di essere difficile, sempre meno incline a soppesare la verità, si contenta di quelle che gli vengono offerte. Sottoprodotto del suo io, striscia ormai – demolitore infiacchito – davanti agli altari o a ciò che li sostituisce”. 

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Ci attende, lo hanno annunciato le Nazioni Unite, un climate apartheid. Sempre più il consesso umano sarà diviso in coloro che possono permettersi un condizionatore e una bistecca e l’oceano di poveri rassegnati non solo a morire di caldo, ma a percepire il dolore della fine del Pianeta. Perché quando ti viene negato il diritto civile ad un condizionatore, è attraverso il rombo della tua rabbia e la liquefazione della tua speranza di riscatto sociale che senti, allora per davvero, il dolore della fine. La straziante consapevolezza del tramonto che avanza, anche su CityLife, di una agonia che nessuno di noi è attrezzato a pensare. È in questo momento preciso che i fiori del giardino cominciano ad appassire. 

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