La Demokratische Stimme è la nuova voce della Germania

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(La Demokratische Stimme alla Porta di Brandeburgo lo scorso 9 settembre. FB Page)

Al tramonto dell’era Merkel il fermento politico in Germania ribolle. Ma ai confini delle stanze del potere, fuori dei grandi partiti, è la questione ambientale a funzionare come coagulante per le nuove forze in campo. Acerbe, eppure dotate di quella travolgente spinta a capire il mondo e i problemi del XXI secolo che solo la gioventù può esprimere. Il più originale di questi movimenti – già in comunione di intenti ideali con Extinction Rebellion e Friday for Future – è la Demokratische Stimme – Aufstand der Jugend (Voce Democratica – Sollevazione della Gioventù, una NGO), che il 25 gennaio scorso ha manifestato a Berlino nella sua seconda uscita pubblica. Simon Hoffmann, leader del gruppo, ha letto il Manifesto della Demokratische Stimme, un testo appassionante e accusatorio che parla del presente politico come di un “ospedale dei diritti umani”: i basilari diritti delle nuove generazioni sono chiusi in un manicomio di decisioni politiche, orientate a perpetuare gli schemi criminali che hanno distrutto biosfera e atmosfera. I giovani, si legge nel Manifesto, sono tagliati fuori dalla democrazia, perché non hanno né diritto a partecipare al discorso pubblico sul futuro (Mitsprache) né a contribuire alla definizione di questo futuro (Mitgestaltungsrecht): “Il sistema ci tratta coi piedi (…) paghiamo per una festa a cui però non siamo stati invitati”. Il Manifesto considera inoltre la sesta estinzione di massa – in corso – come un tema politico di primissimo piano. E allora, dicono i giovani, “è nostro dovere come cittadini della Terra” reagire.

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(Dalla manifestazione del 9 settembre 2018, FB Page)

Il 9 settembre 2018 il Movimento era alla porta di Brandeburgo con una manifestazione- performance di rottura (per modi, stile e intenti) altamente provocatoria: i giovani portavano sulle spalle in vere e proprie lettighe ricchi signori in pelliccia e abiti tipo Gucci, intenti a contare migliaia di banconote. I miliardari, alla fine sconvolti dalla loro stessa voracità senza limiti, distruggono il denaro e chiedono ai giovani di ballare tutti insieme. L’obiettivo del movimento è una assemblea pubblica, aperta ai giovanissimi, del tipo di quella, con potere consultivo, chiesta da Extinction Rebellion UK. In altre parole, un cambiamento storico nell’attuale assetto delle democrazie parlamentari europee: uno Jugendrat (Consiglio della Gioventù). Ne ho parlato proprio con Simon Hoffmann.

Da quanto avete fatto vedere negli ultimi mesi a Berlino, è finita una stagione di indifferenza alla politica.

“Democrazia e rivoluzione sono connessi l’uno con l’altra. Solo un anno fa abbiamo assistito alla rivolta delle donne, con il movimento MeToo, adesso qui in Europa c’è una altra rivoluzione: i ragazzi e gli adolescenti entrano in politica. Giovani e politica non sono più in contraddizione. E questo perché la posta in gioco è semplicemente la possibilità di averlo, un futuro. È ingiusto che i settantenni e gli ottantenni decidano come sarà un tempo che di fatto non vivranno. È davvero un passaggio di grande impatto, che finalmente si chieda che i ragazzi votino, che abbiano accesso al potere decisionale”. 

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(Campagna contro il caro affitti di Berlino – Museo FHXB, Kreuzberg)

Nel vostro Manifesto c’è un tema politico completamente nuovo, e cioè l’eredità. Vi chiedete come si possa sentirsi giovani in una società che si incarica di distruggerlo, invece, il futuro.

“Sì, l’eredità – cosa abbiamo ricevuto e cosa lasceremo a chi verrà dopo di noi – è un nuovo tema politico e lo è perché siamo tutti connessi. Pensa a Friday For Future, ma anche ai fermenti in corso dall’altra parte del mondo, in Sudafrica per esempio, contro l’establishment. C’è il sentimento che tutti facciamo parte di un unico contesto. I giovani stanno diventano saggi. Ed è importante capire che nessuno è solo. Il movimento è su scala mondiale. Per questo noi della Demokratische Stimme abbiamo chiamato le nostre campagne, e il nostro motto, You Move : la gioventù che si solleva è una e una sola. Nella testa abbiamo il sogno di un futuro decente. 

Parlando di programmi, come traduci in azione questa visione?

Vogliamo dare un impulso ad una riscrittura della democrazia. Per questo abbiamo elaborato un programma in 5 punti, una Visione del Mondo, tanti quanti sono le dita di una mano. Una concezione olistica di quello che abbiamo davanti, del Pianeta e delle persone, della natura e del clima”. 

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(Campagna contro il cari affitti a Berlino)

Parlami di questi cinque punti. E perché soltanto i giovani, a tuo parere, ci possono costruire sopra un futuro.

“Il primo punto è fondamentale e riguarda l’educazione, che deve essere libera da influenze esterne. Oggi nelle scuole vige una sorta di dittatura, disegnata ad hoc per trasformare gli studenti in consumatori. Non si pongono domande e la propria autenticità finisce perduta. Io paragono la gioventù al bozzolo di una farfalla: le ali, per come siamo messi oggi, non potranno mai volare. Ed è qui che si inceppa ogni idea di un futuro. Perché devi considerare questo, che ogni nuovo trend sociale e politico comincia dai giovani, e che ognuno di noi ha un suo specifico potenziale. Se queste energie fresche, inedite, vengono spente sul nascere, lo status quo è garantito, ma se si mettono insieme, c’è un climax di cambiamento”. 

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(Karl Marx Allee, Berlino: campagna contro il caro affitti)

Intendi che qui occorre un cambio di rotta, che la cultura stessa va rimessa in discussione sotto la categoria di futuro?

“Sì, infatti il secondo punto è il sostegno totale alla cultura dei giovani. La gioventù è il motore del cambiamento. Qui in Germania siamo ricchi perché attorno ci sono tantissimi poveri. Pensa solo all’Africa, al neocolonialismo. È come ai tempi di Hitler: abusiamo di altri Paesi a nostro totale beneficio. Certo, accogliamo moltissimi rifugiati, ma la maggior parte finisce a svolgere lavori pagati pochissimo. Solo a Berlino ci sono 10mila senza tetto. La nostra politica economica è ricalcata su quella americana, e di fatto ci accontentiamo di vedere il mondo così come lo vedono gli USA. Bisogna cambiare prospettiva: una concezione del mondo davvero globale, e quindi una lotta globale per sopravvivere. Come individui, come esseri umani, abbiamo tre livelli di responsabilità: noi stessi, le persone che ci stanno a cuore e ci sono vicine, e chiunque possa entrare in contatto con noi, e cioè l’intero Pianeta Terra compresa la natura. Dobbiamo farci la nostra strada a prescindere dai diktat che vengono dagli adulti, e questo significa preferire l’autenticità di ogni essere umano al Capitalismo. Ai miei coetanei che vivono di shopping e di iPhone io dico, sono capace di sentimenti, per quale motivo devo eliminarli facendomi di droghe e di telefonini?”.

La rivoluzione è stata, per tutto il Novecento, una dimensione politica a sé stante. Oggi, secondo te, la democrazia e la rivoluzione possono fondersi l’una dentro l’altra?

“Sì, il terzo punto per noi ha a che fare con la democrazia e con la rivoluzione. Noi lo chiamiamo Cre-revolution: la rivoluzione deve essere creativa, perché deve partire dall’interno delle persone e superare l’impostazione patriarcale in cui viviamo oggi. Il quarto punto, poi, riguarda le risorse e la proprietà. Chi di noi ha il diritto di decidere quante risorse naturali gli spettano? E d’altronde, perché qualcuno deve poter accaparrare le risorse del Pianeta solo in nome della propria disponibilità finanziaria? Ogni persona ha diritto, invece, a condividere le risorse naturali con tutti gli altri viventi: noi proponiamo un quantitativo di risorse basico, fondamentale. E il presupposto è che nessuno può dirsi proprietario di ciò che proviene dal Pianeta. Piuttosto, le risorse le prendiamo a prestito. Lo sfruttamento attuale, pensa all’Africa, è invece disegnato sullo sfruttamento. Pertiene ai diritti umani fondamentali sapere quanto è mio diritto consumare. La Cre-revolution sarà la nostra prossima campagna”. 

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(Warschauer Strasse, Berlino: “L’odio non porta a nulla, Dio non ti aiuta, non fa alcuna differenza di chi sei innamorato, è sempre uguale )

Tutto questo presuppone un cambiamento radicale del sistema economico mondiale.

“Attualmente, viviamo costretti dai vincoli di un sistema economico monetario, e cioè fondato sulla moneta. Bisogna elaborare nuove forme di credito, e questo è il quinto punto, per avere una alternativa allo strapotere della moneta. Il denaro di per se stesso è un cancro e va smantellato per ricostruire un ordine differente. 

Tu hai 22 anni: quale è la tua storia personale, come sei arrivato a queste conclusioni, da cittadino tedesco e del mondo?

“Sono cresciuto a contatto con la natura, vicino ai boschi, senza telefonino. È ho avuto la fortuna di frequentare una scuola che valorizzava i talenti creativi dei bambini e la loro fantasia. Ho studiato cinematografia e storytelling e il mio più imminente progetto è girare un documentario su Aufstand Der Jugend. Quando ho scoperto cosa succedeva per via dei cambiamenti climatici, sono rimasto allibito. Non è facile essere tedesco: per molti la Germania è un modello di regole e di efficienza, ma viviamo in una condizione di propaganda modellata sul modello americano. Potevo allinearmi, seguire il corso delle cose, e provare a diventare ricco anche io. Ma non era ciò che volevo. Davanti alla miseria del continente africano, del Sud America e alla povertà di posti come l’Indonesia, mi sento un tedesco bianco che ha delle responsabilità precise per quello che succede. Sono partito da qui”. 

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(Simon Hoffman al centro, insieme ad alcuni manifestanti. FB Page)

 

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Il Botswana intende reintrodurre l’abbattimento selettivo degli elefanti

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Nei giorni scorsi il governo del Botswana ha ricevuto da una commissione interna un documento di raccomandazione che auspica la reintroduzione dell’abbattimento selettivo dei branchi di elefanti. È un passaggio inaspettato per un Paese che negli ultimi 25 anni è stato leader indiscusso nella protezione indiscriminata degli ultimi habitat selvaggi della regione, compreso il Delta dell’Okavango. Se la legge dovesse passare, la conservazione dei grandi mammiferi africani riceverebbe un colpo durissimo, forse irreversibile. Pubblico il comunicato stampa ufficiale di Derek Joubert per Great Plains: Joubert, Explorer in Residence insieme alla moglie Beverly per la National Geographic Society, è un eroe che ha dedicato la sua esistenza alla protezione dei leoni e dei leopardi del Botswana. Great Plains è una organizzazione non governativa attraverso la quale i Joubert hanno promosso un turismo altamente sostenibile i cui proventi finiscono in modo equo alle popolazioni locali. È possibile sottoscrivere una petizione per fare pressione sul governo del Botswana cliccando qui. 

“Il nostro meraviglioso Botswana è tenuto sotto assedio da gruppi lobbistici. Ieri un documento di orientamento è stato sottoposto al Governo per introdurre una serie di raccomandazioni nell’uso delle faune selvatiche, insieme ad alcuni suggerimenti: aprire di nuovo alla pur ampiamente criticata caccia sia agli elefanti che alla wildlife in generale;  l’abbattimento selettivo di un consistente numero di elefanti (culling); l’implementazione di industrie adeguate a trattare le carcasse degli elefanti uccisi per trasformare la carne in cibo per animali domestici; aumento del numero delle recinzioni (fences) e di conseguenza interruzione dei corridoi già effettivi che consentono il libero spostamento delle faune. 

In un primo momento ho pensato che fosse l’annuncio, un po’ crudele, di un pesce di Aprile, ma in realtà nessuno oggi ha voglia di ridere. Ho dato un nome a questo ‘documento bianco’ : se la legge passerà io credo che debba essere battezzata Botswana’s Blood Law. 

Per quanto riguarda noi, stiamo cercando di capire che cosa questo significhi per Great Plains, per gli sforzi che mettiamo nella conservazione, ed anche per i nostri partner, ospiti e amici. È difficile da ammettere, ma non riesco a credere che nessun governo al mondo, a parte il Botswana, che sia conosciuto nel mondo per la sua moderazione e per le sue politiche ben informate, potrebbe adottare una politica del genere. Ho già visto abbastanza elefanti abbattuti da delinquenti. Non ho bisogno di vederne ancora, a migliaia, uccisi dal nostro stesso governo. So quali danni fanno le recinzioni, ne servono di meno, non di più. Ho passato la vita a sostenere l’esigenza di definire corridoi connessi l’uno all’altro, perché la scienza è molto chiara a proposito: sono stati già Darwin e Wallace, con la biogeografia, a dimostrare che più piccola è l’isola, più è rapido il tasso di estinzione. La legge di sangue che il Botswana si appresta ad approvare renderà reale ognuno di questi effetti negativi. Faremo sentire la nostra voce contro tutto questo, con tutta la forza che abbiamo. Lo farò personalmente, come CEO di questa compagnia, per la nostra Fondazione, come grande investitore in Botswana e insieme a Great Plains, che agirà nello stesso modo. 

La comunità globale, e anche la nostra comunità qui, in Botswana, è qualcosa di meglio di tutto questo; la nostra etica a Great Plains è interamente fondata sulla cura. Cura per le comunità, con cui dividiamo i profitti e le entrate, per i nostri ospiti e collaboratori, cura per l’ambiente e tutto ciò che contiene. Nulla, invece, in questo documento, riguarda la cura. Va in una direzione completamente opposta ed è per questo che, con questo comunicato stampa, noi dichiariamo la nostra ferma opposizione alla proposta. La nostra promessa è che faremo qualunque cosa sia in nostro potere, nei termini della legalità, perché questa legge di sangue non passi”. 

ESCLUSIVA – Israel Del Santo su Conquistadores Adventum, “Se Ojeda fosse stato inglese, avremmo già visto 200 film su di lui”

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Le discussioni sulla identità storica europea sono oggi roventi. Non c’entra solo la politica, in questo conflitto tra l’idea di nazione, il futuro di decisioni urgenti che per forza di cose dovremo prendere in modo condiviso su problemi globali, come i cambiamenti climatici, e la generale percezione che molto di ciò che abbiamo ereditato si stia atrofizzando. La civiltà occidentale si trova ormai a dover pagare il conto di uno schema di espansione antico di cinque secoli. Come scrisse Maynard Keynes nel suo saggio sulle conseguenze economiche della pace di Versailles, nel 1919, un intero modello economico giunge ormai al termine, esauritosi per effetto combinato delle sue dinamiche interne e della crisi ecologica. Israel Del Santo, con Conquistadores Adventum, è riuscito a raccontare i caratteri fondamentali, archetipici, degli europei di inizio Cinquecento che sono, realmente, i fondatori non solo dell’Europa moderna,  e del suo schema di espansione, ma anche della intrinseca attitudine europea a dare forma al mondo intero. Ecco la seconda parte della nostra conversazione. 

Genocidi ed appropriazione di territori ancora vergini. Conquistadores rende ogni passaggio a tinte grigie, e non bianche o nere. Qui non c’è nessuna traccia di propaganda, in un senso o nell’altro. Concordi?
Sono molto chiaro su questo punto: Conquistadores è ben lungi dall’essere propaganda, e non sai come apprezzo che in Italia tu la veda così. Molti in Spagna, nostalgici per un impero idealizzato (come tutti gli imperi), considerano Conquistadores una serie anti-patriottica che osa parlare male di quei gloriosi conquistatori spagnoli che hanno conquistato il mondo.

Tutto ciò che questi uomini ‘hanno fatto di sbagliato’, lo considerano parte della ‘leggenda nera anti-spagnola’ e tutto ciò che invece  ‘hanno fatto bene’, viene celebrato come parte della ‘leggenda rosa spagnola’. Ma né la leggenda nera era così scura, né la leggenda rosa era così rosa. È a metà che sta Conquistadores.

Conquistadores non è anti-spagnolo, infatti non è contro nulla. Anzi, noi non pensiamo nemmeno che fosse la Spagna la protagonista di quel periodo storico. La Spagna, come la conosciamo ora, non esisteva neppure. Appena esisteva il regno di Castiglia. Su quelle navi viaggiavano uomini dalle molte origini: Magellano era portoghese, Colombo genovese, Pigafetta fiorentino. Le barche si nutrivano, per così dire, di marinai portoghesi e persino di norvegesi ! I giudizi sul male e sul bene non mi interessano. Spettano allo spettatore. 

Come in tutte le storie in cui è l’essere umano il protagonista, c’erano i buoni, i cattivi, i meschini, i nobili di cuore, i codardi, i brutti e i belli. Credere che tutti i conquistatori fossero gentiluomini di bell’aspetto che pensavano solo a costruire università nel Nuovo Mondo è, a dire il meno, un modo di pensare infantile. La realtà è che questi uomini non erano una ONG. E molti diranno: la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo non esisteva ancora, certo che no, non esisteva ancora; ma c’era il ‘Non uccidere’ e il ‘Non rubare’, e quegli uomini, se leggevano qualcosa, leggevano la Bibbia. 

E a proposito della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, basta un’occhiata alla volontà testamentaria della regina Isabella di Castilla per rendersi conto che in questa conquista c’era anche preoccupazione per gli uomini e le donne che vivevano in quelle terre appena scoperte: ‘Ordino che siano trattati come esseri liberi, come fratelli’. Questo è il testamento lasciato dalla regina.

Credere che tutti i conquistatori si attenessero a questo ordine, fa parte, ancora una volta, di un pensiero infantile, capriccioso e partigiano.

Durante lo sviluppo della sceneggiatura e nella raccolta della documentazione, abbiamo sempre mantenuto una premessa: la Spagna di Franco è la stessa di quella di Federico Garcia Lorca, così come la Spagna della conquista è quella di Pizarro, di Pedrarias,  di Fray Bartolomé de las Casas e della regina Isabella. 

Magellano è un titano. Il suo carattere è oscuro, forte e ambiguo. Ma comunque titanico. Magellano ha mostrato come noi Europei abbiamo imparato ad essere grandi. Osò navigare nell’Oceano Pacifico. Gli esseri umani devono per forza non avere scrupoli per essere capaci di simili imprese?
Un uomo molto imprudente. Se qualcuno avesse avvertito la spedizione di Magellano del freddo che avrebbero sofferto per mesi sulla costa della Patagonia, pur di raggiungere le terre delle spezie tanto agognate,  se lui avesse compreso in anticipo che quel mare completamente nuovo così a sud sembrava tranquillo, ma non lo era affatto, e non si poteva quindi attraversarlo in due settimane, ci volevano mesi … Se gli avessero detto che per sopravvivere sarebbero stati costretti a mangiare segatura e cuoio bollito … Se Magellano avesse intuito che solo 11 di quei marinai sarebbero riusciti a tornare a casa, ormai senza denti…non sarebbe mai partito.

È stata la capacità di questi uomini di affrontare l’ignoto a renderli esseri giganteschi. Magellano ed Elcano non hanno battuto il guinness dei primati: infatti, non furono semplicemente i primi a circumnavigare la terra, a fare il giro del mondo. Furono molto di più. La loro impresa, senza che neppure lo sospettassero, era la prova definitiva che il nostro Pianeta era davvero una sfera. Ma dimostrarono anche che tutti i mari sono interconnessi, e che quindi possono essere navigati. Hanno aperto la porta e gli occhi ad una umanità desiderosa di sapere quanto lontano potesse spingersi. Hanno verificato che tutte le mappe erano sbagliate, perché la maggior parte del nostro Pianeta è blu, essendo i suoi mari giganteschi. E soprattutto, che, proprio per queste ragioni, tutti gli abitanti del globo potevano comunicare attraverso gli oceani. L’idea stessa di globalizzazione è stata creata in quei gusci di noce delle navi di Magellano. 

E tutto questo grazie ad una squadra che, benché portasse bandiera spagnola, sembrava piuttosto una commissione delle Nazioni Unite: il capitano portoghese, il cronista italiano, l’equipaggio spagnolo, norvegese, francese e persino uno schiavo della Malesia che si rivelò essere il primo essere umano ad andare in giro per il mondo. Penso che dipenda da lui se questo viaggio mantiene ancora oggi un record. E non sorprende che, non essendo un europeo, non fosse il suo nome a finire scritto nei libri di Storia con lettere dorate. La Storia è sempre stata molto classista. 

Magellano, interpretato brillantemente da Denis Gómez, era un uomo oscuro, un capitano che non impartisce mai ordini direttamente ai suoi marinai. Una personalità di ferro capace di sostenere ogni tipo di disgrazia a vantaggio dell’impresa e del bene dei suoi uomini. Elcano deve essere stato un velista straordinario e del resto senza Pigafetta, il cronista della spedizione, nessuno avrebbe saputo assolutamente nulla, perché senza i suoi scritti non avremmo ricordato nessuno di questi uomini. 

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L’ignoto non è solo la geografia del nuovo mondo, nel tuo film, ma anche la verità più intima dell’animo umano. Noi stessi sembriamo emergere da un oceano di spinte emotive sconosciute e da passioni che hanno finito con il dar forma al mondo intero. Era tua intenzione far uscire questi aspetti?
Pigafetta scrisse nel suo diario di bordo: ‘Nessuno negli anni a venire si avventurerà a navigare in questi mari’. Vale a dire, non avevano la visione globale di quelli che sarebbero venuti dopo le loro scoperte. Non potevano averlo. Miguel Diaz de Espada, co-sceneggiatore di Conquistadores insieme a me, ci ripeteva in continuazione queste domande: Che cosa ha portato questi uomini a intraprendere spedizioni di questo tipo? Quali sentimenti si portarono dietro dall’altra parte del globo?

È meraviglioso scoprire che ognuno di loro aveva motivazioni molto diverse. Pigaffetta era quasi il primo turista nella storia, visto che si era imbarcato con Magellano per fame di avventure e per imparare cose nuove. Elcano era sommerso dai debiti in Spagna, Magellano ha voluto dimostrare che era in grado di trovare la rotta per la Cina, Pizarro sognava di conquistare un impero, Cabeza de Vaca voleva tornare indietro vivo, Cortés era già considerato uno di quei cavalieri dei libri che ebbero così tanto successo in Europa. C’è solo una cosa su cui tutti sono d’accordo: verso l’Occidente, verso l’ignoto, c’è qualcosa di meglio, più grande e più dorato del luogo da cui provengono. Pochissimi morirono conoscendo l’importanza della loro impresa. Probabilmente nessuno.

In Balboa vediamo fino a che punto il coraggio possa essere ambiguo. Era un criminale, ma anche un uomo libero, un esploratore, un blend di libido e guerra. La parte tenebrosa del carattere luminoso di un esploratore. Parlami di lui e della prima storia d’amore del Nuovo Mondo.
Balboa è un meraviglioso esempio di come è stata la conquista e degli uomini che l’hanno edificata, e sicuramente è morto senza immaginare che anche oggi avremmo parlato di lui. Quando lascia casa sua, non ha in mano niente, neppure un cognome, perché Balboa è un cognome che si dà e si prende, era il nome di un castello vicino alla città dell’Estremadura dove era cresciuto. Un altro soldato, uno dei tanti fan del vino che si gioca a dadi quel poco che sta vincendo. Uno dei tanti che arrivano in Spagna ingannati con le storie del Nuovo Mondo. Tutti sognano che nel mezzo di quelle giungle ci sia un tesoro con il proprio nome scritto in lettere d’oro. Ma Balboa non è disposto a tornare a mani vuote. Non c’è nulla che incoraggia un avventuriero più della triste prospettiva di tornare a casa sullo stesso percorso e con gli stessi vestiti con cui ha era partito; quindi, senza nulla da perdere, Balboa è in grado di iniziare come clandestino e finire come capitano. 

Sfortunatamente, non è abbastanza, e non c’è un buon spagnolo che gli possa perdonare tale impudenza: si nasce capitano, non lo si diventa. Anche se Balboa dimostra che non è affatto così. Balboa dimostra come in questa conquista, quando la corona sta progettando qualcosa, niente funziona, ma se invece 40 spagnoli con poco da perdere e una grande dose di coraggio, sicuramente ‘con cojones, si mettono insieme, be’ sono capaci di qualunque cosa . La scoperta del Pacifico non è un’importante pietra miliare storica per la Spagna, è qualcosa che riguarda tutta l’umanità. In quei primi 30 anni dopo la scoperta, l’essere umano scopre, grazie a un gruppo di miserabili come Balboa, com’è fatto il mondo su cui abita. 

Che il mondo è rotondo, che è molto più grande di quanto avresti immaginato, che è abitato da più popoli e razze che non avresti nemmeno osato nominare. Balboa scopre il più grande oceano del nostro pianeta! 60.000 anni di evoluzione dell’essere umano e tutto questo viene scoperto in soli 30 anni. Questa è, per me, la grandezza di queste azioni. Non è un disco volante, né solo un eroe spagnolo, è ‘un grande passo per l’umanità’. Una volta ho chiesto al mio carissimo amico lo scrittore William Ospina, che ammiro molto, se possiamo confrontare la scoperta dell’America con il momento in cui forse cammineremo su Marte per la prima volta. Mi ha risposto: sì, se scoprissimo che Marte è abitato. 

Anauyansi, la donna di Balboa, che bellezza di attrice, vero? C’erano molte Anauyansi nella vita di Balboa, temo che non fosse la prima né l’ultima. Ma in Conquistadores abbiamo voluto insistere in modo molto chiaro su un punto che distingue gli spagnoli dal resto dei colonizzatori europei. I britannici, i belgi, i francesi, gli italiani, tutti protagonisti di grandi conquiste, uomini di potere, ma nessuno è stato si è unito con le persone che abitavano quei nuovi mondi. Certo, gli spagnoli furono lenti nello stringere relazioni sessuali con le popolazioni native, così come tardarono a scendere dalla nave. Anauyansi è una leggenda, una bella storia basata però su una realtà concreta, e cioè che in quel momento nacque una nuova razza da due fiumi molto diversi. Non è successo in India, o in Congo, o in Sudan o in Eritrea, o negli Stati Uniti o in Australia, o in Mali o in Angola. Invece, in tutta l’America Latina c’erano molti Balboa e molte Anauyansi.

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Che cosa possiamo imparare da questi uomini superbi, enormi in ogni aspetto della loro vita?
Posso dirti cosa abbiamo imparato noi: immagina una serie sui conquistatori, convinci i direttori delle aziende a fidarsi della tua idea, raccogli i soldi per tirare fuori l’opera. Tutto mi sembrava un’impresa enorme come quella di Colombo, Pizarro o Magallano, quando non avevano né barche né uomini per prendere il mare. È inevitabile arrivare a porsi le stesse domande: ma per cosa? Sei veramente disposto a soffrire ciò che devi subire? Ne varrà la pena? Anche se alla fine del viaggio ti viene tagliata la testa? La risposta per noi è stata facile: se loro non si sono tirati indietro, non ci tireremo indietro neppure noi. Pedro de Alvarado, un uomo che spero tu possa incontrare nella seconda stagione, è morto nel bel mezzo di una battaglia schiacciato dal suo stesso cavallo. Quando i suoi uomini andarono ad aiutarlo, uno di loro gli chiese: Signore, cosa fa male? E lui rispose: L’anima .. La mia anima fa male.
Ojeda è un uomo ancora più contemporaneo. Nel modo in cui lo hai raccontato, anticipa addirittura il Faust di Goethe nelle sue attitudini di uomo completamente moderno. Avidità e fame di ciò che è radicalmente nuovo. Cosa pensi di lui?
È il mio personaggio preferito, penso di non poterlo nascondere, ed è stato anche scritto apposta per quell’attore, Roberto Bonacini. Un vero mostro. Ojeda è quel personaggio dimenticato dalla Storia che quando lo trovi pensi che sia stato nascosto in attesa che tu lo trovi. Nessuno si ricordava di lui, neppure gli storici erano in grado di dirmi più di due frasi su quell’uomo .. Ma la sua storia è enorme. Quando abbiamo provato a vendere questo progetto alla televisione, ricordo che lo portavo sempre ad esempio: non solo era presente durante la conquista di Granada, ma dicono che da solo si introdusse in una fortezza musulmana, aprendo le porte, in modo che il resto del suo esercito potesse prendere il forte. Non contento di ciò, prima di aprire la porta, si inchinò ai suoi difensori !

Andò in America come capitano, per ordine espresso della regina, accompagnando Colombo, catturò Caonabo, un indiano coraggioso, in un modo disgustoso, come si suol dire, dandogli dei braccialetti che si rivelarono essere catene. Nel suo successivo viaggio verso terre sconosciute aveva a bordo un tale Amerigo Vespucci e un tale Francisco Pizarro! Mandò in rovina tutte le sue missioni sulla terraferma, il suo carattere era così disastroso che Juan de la Cosa morì a causa sua. Ojeda affrontò anche il primo pirata dei Caraibi, molto prima, secoli prima di Jack Sparrow .. Non c’è personaggio come lui nella Storia, te lo giuro, se Ojeda fosse stato inglese, avremmo già visto più di 200 film su di lui. La sua catarsi con gli indiani … La sua morte, da solo, sepolto a faccia in su, con la bocca aperta, per pagare i suoi peccati per l’eternità .. Ojeda è un tesoro troppo ricco per un singolo sceneggiatore. E sì, hai ragione, non è il cavaliere errante del Medioevo, è il meraviglioso ladro che ammiriamo tanto ai nostri tempi.

Come possiamo confrontarci, oggi, con i conquistatori di quei 30 anni?

È quasi impossibile confrontare la scala di valori di uno di quegli uomini con la scala di valori degli uomini e delle donne di oggi.Penso che sia ciò che ammiriamo di più di loro, ciò che meno capiamo. Coraggio, onore, gloria. Sono le parole più sacre per un conquistatore del XVI secolo, sono motivi per morire. Ma se a qualcuno di noi fosse chiesto di stilare un elenco dei 10 valori che riteniamo più importanti nella vita, nessuno di noi metterebbe in elenco questi tre. E, naturalmente, non moriremmo per qualcosa di così insignificante. Loro, con tutte le loro contraddizioni, avevano qualcosa che abbiamo perso molto tempo fa: un motivo per morire.

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ESCLUSIVA – Conquistadores Adventum di Israel Del Santo scava fino al midollo della civiltà

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Per comprendere come siamo arrivati al punto in cui si trova oggi la civiltà è indispensabile andare a scavare fin nel midollo dell’attitudine umana alla conquista. È quello che è riuscito a fare Israel Del Santo, il poliedrico regista spagnolo che ha diretto lo sceneggiato Conquistadores ( trasmesso lo scorso autunno su Rai Storia ), una epica di otto puntate sui primi trenta anni della scoperta del Nuovo Mondo. Conquistadores racconta questa storia – al centro di numerosi revisionismi, anche in conseguenza della crescente consapevolezza di vivere in una epoca di estinzione di massa – come nessuno prima aveva mai avuto il coraggio di raccontarla. La conquista spagnola delle Americhe appartiene al disagio della civiltà; anzi, mostra addirittura che l’inquietudine dell’espansione geografica, psicologica e infine coloniale è a tal punto inscritta nei nostri geni che ogni giudizio morale appare sempre, purtroppo, un orpello inutile post eventum. È questo il dramma della nostra specie. Tragedia ed eroismo, in queste otto puntate strepitose, compongono un unico carattere umano, dinanzi al quale diventa molto difficile non fremere di ammirazione e di orrore. In quanto esseri umani, che ci piaccia o no, siamo tutti molto simili ai Conquistadores. Ne ho parlato con Israel Del Santo – cineasta generoso e di gran spirito – in una lunga intervista in esclusiva per l’Italia. 

Dove avete girato in Sud America?
Le riprese di Conquistadores sono state un’esperienza davvero impressionante per tutti noi che ne abbiamo fatto parte. Non è stata, per niente, un lavoro cinematografico tradizionale. In nessun momento abbiamo considerato la possibilità di filmare la conquista in un luogo diverso dalla giungla. Gran parte di questa squadra veniva dal mondo del documentario e aveva avuto la fortuna di trascorrere molto tempo in luoghi meravigliosi come la foresta pluviale amazzonica. Volevamo sfruttare la nostra esperienza girando in luoghi estremi e mettendo alla prova la nostra conoscenza  delle tribù che li abitano per creare questa fiction. Abbiamo costruito un campo nel mezzo della giungla, un luogo lontano dalla civiltà, senza internet o telefono, e lì abbiamo vissuto per mesi, noi, una troupe cinematografica,  insieme a  indiani, cavalli, cani da guerra, spagnoli con la barba … Cioè, qualcosa non molto lontano da quello che avrebbe dovuto essere un campo spagnolo nel sedicesimo secolo. Amazonasfilmcamp, come lo abbiamo ribattezzato noi. Un luogo che invito tutti a conoscere. Tutto nella serie è reale. Le barche sono repliche esatte delle caravelle usate da quei marinai (grazie alla Nao Victoria Foundation); gli indiani, sono indiani parlano ancora le loro lingue, ed hanno pochi contatti con gli estranei; i castelli e le chiese sono fatti di pietra, i villaggi di canne, i fiumi sono fiumi, la giungla è la giungla e la Patagonia è la Patagonia. Abbiamo girato nel sud dell’Argentina, in Patagonia, nel sud della Spagna, a Palos de la Frontera, in Estremadura da cui provengono quasi tutti i conquistatori, nel nord della Spagna, in Cantabria, Navarra e Aragona. Avevamo la giungla, avevamo barche dell’epoca e la Spagna è piena di castelli e chiese del sedicesimo secolo. Non ci restava che cominciare a girare!

Uno degli aspetti notevoli di Conquistadores sono i suoi attori. Sembrano usciti da ritratti di Velasquez e in generale dalla pittura spagnola del Cinquecento. Avete fatto un casting considerando la bellezza specifica e la presenza fisica degli uomini spagnoli di quell’epoca?

Conquistadores non è una serie fatta di attori, ma una serie fatta di personaggi. Non stavamo cercando grandi nomi, stavamo cercando esattamente Pizarro, Balboa, Cristoforo Colombo. Perciò abbiamo fatto un casting lungo un anno, che ha esaminato più di 500 persone di nazionalità molto diverse, non solo spagnoli. José Sisenando, Francisco Pizarro, per esempio, non è un attore. O non lo è stato fino a Conquistadores. Lavora in una fabbrica. Ma non c’è nessuno che possa reincarnare Pizarro come lui. Durante le riprese, tutti gli attori si sono presi cura dei propri vestiti, hanno pulito la pelle dei loro mantelli e protetto le loro armi in modo che non arrugginissero. Hanno dovuto lottare  contro le zanzare come il resto dei membri del team, e come sicuramente fecero Colombo, Cortés o Magellano.

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Tutti gli attori si sono lasciati crescere i capelli e la barba per un anno intero prima di dar vita ai loro personaggi: il sudore che impregnava le loro camice, le croste sulla pelle, tutto ciò che succede quando si passa troppo tempo su una barca o nel mezzo della giungla.

Abbiamo cambiato l’iconografia e l’immagine che gli spagnoli avevano dei conquistatori. Se nel gennaio del 1492 uomini barbuti e vestiti con il metallo di una armatura di 30 chili prendono la città di Granada, come è possibile che solo sei mesi dopo, quando le tre caravelle di Colombo raggiungono il Nuovo Mondo, questi stessi uomini sono ben rasati, con capelli e vestiti ben curati più tipici del Rinascimento che della fine del Medioevo? No, la moda non è cambiata così velocemente, soprattutto considerando il fatto che gran parte degli scopritori e dei conquistatori furono esattamente gli stessi che avevano preso Granada: Colón, Ponce de León, Ojeda, Pedrarias Dávila. 

Vi siete avvalsi della consulenza di etnografi esperti ?
Sono molto contento del lavoro che abbiamo svolto con le popolazioni indigene che hanno partecipato alla serie: Tucano, Ticuna, Sateré Mawé, Apuriná. Tutti si esprimono nella loro lingua, provando così che questi idiomi ancora oggi appartengono agli stessi alberi linguistici dei dialetti parlati un tempo dalle tribù menzionate dai conquistatori nelle loro cronache. Il loro aspetto, le decorazioni sui corpi, le pitture, i costumi: ogni dettaglio è stato curato per avvicinarci il più possibile alle descrizioni di quelle genti giunte ai nostri giorni. Per girare la scena del primo incontro tra europei e nativi, abbiamo tenuto il gruppo degli spagnoli separati dalla tribù che li avrebbe ricevuti fino al momento dell’azione. Si sono incontrati così per la prima volta davanti alla cinepresa. Non abbiamo avuto bisogno di fornire agli indiani molte linee guida. Chiedevamo loro solo una cosa: di comportarsi  come i nonni dei nonni dei loro bisnonni avrebbero fatto, vedendo quelle barche avvicinarsi alla spiaggia.

Molte tribù erano spesso feroci e disorientate tanto quanto i conquistatori. Nel suo film non c’è spazio per una ammirazione superficiale per il ‘buon selvaggio’.
Se devo scegliere tra il selvaggio buono e il selvaggio crudele, scelgo il primo. Non nascondo l’amore che provo per loro. Abbiamo vissuto insieme per molto tempo, con molte tribù diverse, e anche se la teoria del buon selvaggio non si avvicina alla realtà, nemmeno quella del selvaggio crudele lo è. Abbiamo applicato la logica, il comportamento naturale che possiamo intuire avesse ciascuna tribù prima dell’apparizione di quegli esseri barbuti e metallici e, soprattutto, ci siamo basati sulle descrizioni fornite dai cronisti su ciascuno di questi incontri.

Conquistadores è un epos cantato con poche parole. La sceneggiatura è sintetica e i dialoghi ridotti al minimo. Poche parole, che proprio per questo restituiscono l’enormità dei paesaggi che questi Europei videro in assoluto per la prima volta. Come è riuscito a creare questa integrazione tra le brevi conversazioni e la sua regia che definirei maestosa?
Tutto nel Nuovo Mondo era grande agli occhi di un europeo: i fiumi erano giganteschi, le tempeste enormi, gli alberi avrebbero potuto essere stati piantati da giganti, i gatti del Nuovo Continente erano giaguari e i rettili coccodrilli con denti aguzzi. Le descrizioni lasciateci da quegli uomini sono piene di misticismo, superstizione e poesia. Non avevano nemmeno le parole giuste per raffigurarsi una terra così diversa da quella da cui provenivano. Non è sorprendente che pensassero di vedere draghi, sirene, amazzoni o città coperte d’oro. Prima ancora che i nostri personaggi cominciassero a parlare, avevamo già degli ingredienti meravigliosi in modo che potessero esprimere ciò che sentivano.

Aveva intenzione di girare un film o un documentario? Perché il risultato finale è a metà strada tra i due generi.
Non credo molto nella differenza tra finzione e documentario. Al giorno d’oggi, gli elementi narrativi che costituiscono un genere sono quasi gli stessi. Ma la realtà è diversa: siamo stati incaricati di girare un documentario e abbiamo deciso di fare un film. La nostra missione era quella di salvare il meglio del documentario per rendere il film il più realistico possibile.

Conquistadores ci dà una immagine talmente originale della grandezza della Spagna: che tipo di Spagna voleva offrire al pubblico?
Lo spagnolo alla fine del XV secolo si considera l’erede della Roma imperiale e crede di essere superiore a tutto ciò che lo circonda: al portoghese, all’inglese, al francese e, naturalmente, anche agli indiani. È questa convinzione che motiva un gruppo di soli 40 uomini ad addentrarsi in qualsiasi giungla, attraversare un continente inesplorato e raggiungere l’Oceano Pacifico.

Noi usiamo ancora molto una espressione che definisce molto bene lo spagnolo per così dire allattato con il ferro, e cioè ‘Per cojones’. Non è facile tradurre il suo significato, soprattutto perché lo usiamo per rispondere a molti atti che qui non possiamo spiegare. Mettiamola così: Perché entreremo in quella giungla? Perché sì, per dimostrare semplicemente il nostro valore, “per le palle” .. Perché se io lo faccio, tu non puoi tirarti indietro e mi seguirai. 

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Ho studiato in profondità il carattere degli spagnoli. Non siamo poi molto cambiati da allora. L’invidia, per darti un esempio: se uno spagnolo trionfa, il resto degli spagnoli non tarderà a cercare i suoi difetti e inizierà a criticarlo. Se Antonio Banderas si reca a Hollywood per girare un film, immediatamente cento spagnoli diranno “Come si chiama quel Banderas, che è così poco bravo? Abbiamo tagliato la testa di Balboa poco dopo che aveva scoperto un nuovo oceano, il più grande della terra … Colombo è morto solo e abbandonato, Hernán Cortés era praticamente un mendicante, Pizarro assassinato dagli spagnoli, Ojeda, Elcano … Tutti la stessa fine. Uccisi da una freccia, o da noi.  Nessuno è riuscito davvero a godere della gloria che tanto cercava. Pure io, da una parte mi auguro che Conquistadores abbia molto successo in Italia, ma, d’altra parte, come spagnolo, temo che se ciò accade, mi taglieranno la testa !

Continua

Qui il link ai disegni originali dello scenografo Matteo Mariotti

Le donne native americane venivano sterilizzate con la forza negli USA degli anni 70, denuncia il film-documentario Amà

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Certe storie siamo abituati ad ascoltarle solo a proposito della Germania nazista e dei campi di sterminio in Polonia. L’8 dicembre scorso il Global Health Film Festival di Londra ha ospitato la prima assoluta di Amà, un documentario scioccante della regista Lorna Tucker sulla campagna di sterilizzazione forzata delle donne native americane che il governo federale degli Stati Uniti ha perseguito negli anni Settanta. Gli autori e Lorna Tucker, che ha lavorato a questo film per 9 anni, hanno raccolto evidenze di qualcosa come 3.400-70.000 donne sottoposte, con l’inganno e la coercizione psicologica, ad interventi chirurgici di sterilizzazione. Amà – che significa madre in lingua Navajo – nasce da un dolore infinito e da un crimine contro l’umanità. 

Il film racconta la vicenda personale di Jean Whiterhorse (nella locandina), una donna Navajo del New Mexico. Amà esce in un momento di tensione internazionale sul significato del nostro essere umani: settanta anni fa veniva firmata la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ma c’è da chiedersi se quei nobili ideali siano compatibili con lo scempio della biosfera uscito dalla catastrofe del 1945. È  in corso la Cop24 sul clima a Katowice, in Polonia, mentre Extinction Rebellion ha in programma una terza, grande manifestazione nel Regno Unito per il prossimo sabato (14 dicembre). La sensazione è che un film come Amà sia, finalmente, al centro di un dibattito di enormi proporzioni (alimentato anche dalle consultazioni in corso a Parigi, Bruxelles e Berlino sulla restituzione dei reperti artistici africani ai loro legittimi proprietari) sulla struttura portante della costruzione del dominio europeo nelle Americhe e in Africa: il genocidio e l’ecocidio. 

Ne ho parlato al telefono da Londra con Lorna Tucker, chiedendole prima di tutto come sia potuta accadere una cosa del genere: “L’America è una nazione nata sul genocidio ed è ancora oggi un Paese dominato dai bianchi. Ora, tutti sanno cosa è accaduto nel passato, ma ciò che è ancora più scioccante, ciò di cui gli Americani e la gente nel mondo non ha idea, è ciò che sta accora oggi avvenendo, non più tardi di quest’anno, in Canada. Abbiamo scoperto che le donne native vengono minacciate di vedersi sottrarre i figli, se non accettano la sterilizzazione. Quindi ci sono molte più vittime in Nord America, nel Saskatchewan”. E del resto il ricorso alla sterilizzazione negli anni Settanta ha coinvolto tutte le tribù degli Stati Uniti. Amà è una produzione indipendente, ma di una forza fuori dell’ordinario, che Lorna Tucker ricorda continuamente, mentre parla della incredibile forza di volontà che l’intera squadra di lavoro (Colin Firth tra i produttori) ha forgiato nel corso di questi 9 anni per dire la verità agli Americani: “Ora che il film è uscito può essere usato come evidente punto di partenza, per le molte cose eccitanti che potranno accadere d’ora in avanti. Penso alla prima a Londra, la scorsa settimana, che era su prenotazione. C’erano tantissime persone bianche. Nelle terre indiane, in America e e negli USA ora possiamo sollevare una coscienza collettiva per rompere il silenzio e spingere chi ha pagato in prima persona a venire allo scoperto, raccontare la sua storia e costruire insieme una class action. È veramente entusiasmante quello che possiamo fare ora”.

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(Crow dog – Sioux Brulé Band – and his family , 16 January 1881, near Pine Ridge, South Dakota)

La produzione vuole ottenere dal governo centrale di Washington scuse ufficiali. Ma il pubblico di questo film è chiamato, esso stesso, a prendere una posizione; la produzione sta cercando sostegno economico per poter contare su una rete di distribuzione il più ampia possibile negli USA (sul sito tutte le istruzioni per una donazione): “Abbiamo rivelato il presente dell’America, non solo il passato, e mi riferisco al Canada. Chiediamo che i testimoni siano ascoltati e a tutti di fare pressione sulle loro ambasciate per avviare una indagine seria e diffondere il più possibile questa storia. È importantissimo. La prima del film è il primo atto della campagna dell’anno prossimo”. Del resto, la vergogna nazionale denunciata da questo film ha una connotazione politica innegabile: “Non c’è differenza tra democratici e repubblicani. Il razzismo di Trump è lo stesso degli anni ’70”, dice senza esitazione la Tucker. Forse è arrivato il momento di riscrivere la nostra concezione dell’umano e di prendere in considerazione l’oscurità della civiltà, se vogliamo davvero includere i diritti civili nelle comunità del futuro. Le donne come Jean Whitehorse sono state in silenzio per 40 anni perché si vergognavano di aver prestato il loro corpo alla sterilizzazione. Si vergognavano al posto nostro: “è straziante, non ne parlarono neppure con gli amici e i parenti. Adesso, nessuna donna nativa che vada in ospedale dovrà più subire ciò che accadde loro. Se le parlano di bambini, potrà dire: so tutto”. 

Più ascolto Lorna e più mi accorgo che la nostra è una conversazione sul futuro. Siamo alle soglie di una rivolta, di una sollevazione morale collettiva, come fu per Standing Rock un paio di anni fa: aver usato l’estinzione come arma di dominio ha finito con il plasmare il nostro animo. Dobbiamo accettare di essere capaci di genocidio, per porvi fine una volta per sempre: “Sono assolutamente d’accordo. Questo è l’inizio di qualcosa. Le donne native qui in Inghilterra per la prima, le reazioni del pubblico…Siamo connessi in una unica reta di consapevolezza che mi ha dato l’energia di cui avevo bisogno. É il momento giusto per il film, per questo dibattito. Cinque anni fa non lo era, il mondo non era pronto. Ma ora, con il movimento MeToo e con ciò che tu citi sul fronte ambientale, lo è: è tempo di prestare attenzione al genocidio. In questi 9 anni ho pensato tante volte di mollare, ma non lo ho mai fatto perché sono una donna, e le donne sanno essere molto coraggiose. Mi dicevano che l’argomento non era abbastanza interessante, eppure sono andata avanti.”.

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(Oto delegation to Washington DC, January 1881)

Lora è bianca e le chiedo che cosa significa per lei essere una regista bianca dinanzi ad un crimine di questo tipo: “Io penso che il nostro dovere come persone di pelle bianca, che vivono in Europa, in posti sicuri e protetti, è comprendere il nostro privilegio. Non possiamo cambiare il passato, ma dobbiamo lottare qui, ora, proprio perché siamo nella condizione privilegiata di avere una voce. Dobbiamo lavorare con le comunità, non sopra le comunità. Jean era così orgogliosa del nostro metodo di lavoro, io ho solo fatto la regista non di queste donne, ma per queste donne. Ogni mese, in fase di editing, controllavo il girato con loro: sei soddisfatta? È la tua voce? Perché era una enorme responsabilità, doveva venir fuori la voce dei nativi. Adesso possiamo superare i confini dell’America, e usare il film per il bene delle nazioni native”. 

Tracking Extinction ospite di Radio Popolare

 

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Il 29 novembre scorso sono stata ospite di Radio Popolare negli studi della trasmissione Considera l’armadillo condotta da Cecilia Di Lieto. Per la prima volta un grande editore radiofonico ha dato spazio ad un blog che documenta l’estinzione. Un riconoscimento netto e coraggioso al giornalismo indipendente e free lance, che sui fatti ambientali e sul collasso della biosfera sta diventando sempre più rilevante in Italia. Al microfono di Radio Popolare ho parlato di Tracking Extinction a trecentosessanta gradi, ma non poco spazio è stato dedicato anche ad Extinction Rebellion, il movimento di protesta e disobbedienza civile contro l’inerzia politica nato in Inghilterra che si sta diffondendo a macchia d’olio in Europa.

La mia partecipazione a Considera l’Armadillo fa seguito al grande successo di pubblico di Tracking Extinction del 18 novembre all’interno di Bookcity, a Milano, con lo scrittore Filippo Tuena ospite d’onore della Hellisbook di via Losanna. Chi volesse riascoltare in podcast la mia intervista a Radio Popolare può scaricare l’audio direttamente dal sito della trasmissione oppure andare su iTunes. Ecco i link diretti alla puntata per iTunes: prima parte, seconda parte .

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Londra, parte dal Regno Unito l’era della Extinction Rebellion

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Il 31 ottobre scorso, a Westminster, Londra, è uscita allo scoperto Extinction Rebellion  un movimento rivoluzionario che ha dichiarato la disobbedienza civile nei confronti delle istituzioni britanniche, colpevoli, negli ultimi decenni, di non aver fatto nulla (come del resto tutti gli altri governi europei) contro i cambiamenti climatici e il collasso della biodiversità. Hanno firmato la Declaration of Rebellion anche 100 accademici inglesi, moltissimi professori emeriti nelle migliori università del Regno, e quindi del mondo. Nella settimana in cui sono usciti dati terrificanti sulla condizione ecologica del Pianeta ( il Living Planet del WWF e lo special report sulla wilderness pubblicato su Nature e di cui abbiamo già parlato) Extinction Rebellion ha chiesto lo stato di emergenza. La prima manifestazione pubblica del movimento ( la prossima, massiccia, il 17 novembre) si è conclusa con un centinaio di arresti. Tutti gli attivisti del movimento, proprio come accadde nell’America di Martin Luther King, sono infatti pronti ad affrontare il carcere pur di portare l’estinzione e il surriscaldamento del Pianeta, e quindi il Capitalismo, al centro del dibattito pubblico. Un atto di clamoroso coraggio, che nulla a che fare con il conformismo, e la complicità, di moltissime organizzazioni non governative, editori e partiti politici “verdi”, che in questi anni si sono ben guardati dal denunciare la compiacenza ipocrita della assemblee elettive della nazioni più ricche del Pianeta verso un’economia rapace e nichilista. Il 31 ottobre è cominciata a Londra l’era della Extinction Rebellion. Ne ho parlato con Acorn Anderson, da Bristol, che ha aderito al movimento, e mi ha spiegato perché stavolta, purtroppo, è tutto diverso. 

Alcune persone sostengono che la possibilità dell’estinzione sia a tal punto terrificante che è meglio guardare altrove e vivere una vita più o meno buona, senza badare a scenari drammatici. In anni recenti, il sistema ha potuto contare su una massiccia e pervasiva inerzia. Come Extinction Rebellion avete interrotto questa inerzia e vi siete alzati in piedi: che cosa vi ha motivate a dire NO e a decidere per una rivolta civile?

È vero che la gente trova molto difficile guardare alla possibilità di una estinzione e vuole continuare una vita ‘normale’, e questo crea una cultura dell’inerzia. Uno dei nostri obiettivi è fermare questa inerzia e sostenere le persone perché si sentano rafforzate a credere che ciò che è alla loro portata fare, e il modo in cui decidono di rispondere e di agire, può effettivamente fare la differenza. La nostra motivazione viene dal desiderio di proteggere e di aver caro quanto è rimasto – reports recenti hanno stabilito che il 57% della vita sulla Terra è già andato distrutto e che gli esseri umani stessi sono molto vicini ad un reale rischio di estinzione. Certo, questa situazione è molto difficile da considerare e produrrà sentimenti di dolore e anche di rabbia. Qualche volta è più semplice pretendere che l’estinzione non stia avvenendo. L’alternativa, che è voltare lo sguardo e considerare la catastrofe piuttosto che fare spallucce, richiede moltissimo coraggio, ma anche, in definitiva, un sentimento di speranza, che noi possiamo fare la differenza e proteggere ciò che rimane. Possiamo agire e agire è enormemente importante: le nostre vite ne risulteranno arricchite. Il governo ha fallito nel proteggerci e allora noi ci alziamo in piedi, diciamo NO, e creiamo qualcosa che è rappresentativo di ciò in cui crediamo.

La Declaration of Rebellion “dichiara che i vincoli del contratto sociale sono nulli e vuoti ormai”. Il contratto sociale è il fondamento della democrazia, nel senso che, storicamente, stabilì una sorta di reciprocità nel funzionamento della democrazia rappresentativa e della politica. A metà del XVIII secolo gli attivisti Britannici – i primi, in verità – invocarono la rottura del contratto sociale contro il commercio degli schiavi e l’economia schiavile. Pensa che stiamo entrando in una nuova era analoga ad altri periodi cruciali nella storia della politica?

Sì, stiamo entrando in una nuova era. La fine del mondo è stata prevista dagli scienziati ed è impossibile vedere nei nostri tempi un passaggio cruciale. Soltanto il tempo, del resto, ci darà cosa accadrà. Ci sono più crisi che stanno convergendo l’una sull’altra in questo momento. È un passaggio delicatissimo per gli esseri umani. Se anche diventiamo ‘carbon neutral’ ( Ndr, zero emissioni di CO2), c’è ancora la minaccia dell’abbattimento delle foreste. Ci sarebbe ancora la questione della plastica. Se tutto questo sia simile ad altre stagioni di attivismo, assolutamente sì, perché siamo un movimento che è partito dal basso, per poi salire, ma, onestamente, la posta in palio è ancora più alta, e più grande, di qualunque sfida abbiamo mai fronteggiato in passato. Stiamo chiamando ad una ribellione e stiamo chiedendo anche un governo rappresentativo (The People’s Assembly), per spostarsi dalla ‘democrazia’ corrotta e distruttiva che ci ha già messi in questo casino. La Storia ci mostra che l’azione diretta, non violenta è un modo per cambiare la narrativa corrente e per creare cambiamenti di lungo periodo. Ci sono ancora 100 persone tra noi che vogliono essere arrestate per ciò in cui credono. Abbiamo anche un sottogruppo di Rising Up UK, il Regenerative Culture. È il gruppo che si occupa del benessere dei membri e incoraggia la auto-responsabilità perché le persone si occupino di se stesse. Lo scopo è prevenire il burnout  e dar corpo ad una visione di attivismo forte e duraturo. 

Davanti al Parlamento alcuni attivisti hanno parlato delle diseguaglianza sociali ed economiche e della correlazione tra il collasso ecologico, il capitalismo rampante e l’impressionante crollo del ceto medio qui in Europa. Come puoi descrivere il modo in cui l’estinzione e la distruzione del sistema climatico terrestre danno forma alle nostre storie personali?

La correlazione tra il capitalismo, le ingiustizie sociali e il cambiamento climatico non può essere messa in discussione. Esiste. Il Capitalismo ha reso la natura un bene di consumo (commodification of nature) e ne ha impostato lo sfruttamento per profitto. Le radici del cambiamento climatico possono essere rintracciate nel colonialismo e nel neo-colonialismo, che distrugge le comunità, sfrutta le risorse in tutto il mondo per generare ricchezza a favore dell’Europa e l’1% dei ricchissimi del Pianeta. Se guardiamo alle nostre singole storie, molti di noi si accorgono che le loro priorità si stanno spostando sostanzialmente. Le persone scelgono sempre di più di focalizzare tempo ed energie che sarebbero altrimenti investite nel lavoro, o nella formazione, perché abbiamo un tempo talmente limitato da vivere, e allora a cosa serve una grande carriera, una casa, un diploma di livello? C’è molta tristezza in giro e questo deve motivare non a lasciarsi andare ad una spirale di intorpidimento, ma, al contrario, a raccogliere le energie e metterle nell’azione. Non c’è più valore negli oggetti, nei soldi, nello status sociale; invece, il sentirsi legati gli uni agli altri, in una comunità, creando così molta più bellezza, questo è un reale obiettivo per noi. Proviamo più amore, ed è questo a motivarci lungo il cammino. Questa è la risposta al fatto che ci saranno milioni di rifugiati ambientali; in un futuro nient’affatto lontano 1 persona su 6 sarà un rifugiato ambientale. Non vogliamo lasciare che la scarsità di cibo, la competizione, le tensioni sociali permettano alle destre, e ai fascismi, di essere considerati delle risposte alla crisi ! Vogliamo invece lavorare per un futuro di condivisione consapevole delle risorse, occuparci gli uni degli altri, perché siamo tutti sulla stessa barca, affonderemo o nuoteremo tutti insieme. 

Dall’Italia Extinction Rebellion appare come un miracolo. Nel mio Paese si discute pochissimo di cambiamento climatico in pubblico e il clima è costantemente trascurato nei grandi media hub. Se poi prendiamo l’estinzione, be’, la gente comune ti chiede che cosa esattamente intendi per ‘collasso della biodiversità’. L’estinzione è ben lontana dall’essere una categoria del pensiero o una realtà: dici estinzione e tutti pensano solo ai dinosauri. Credi che Extinction Rebellion possa segnare una pietra miliare nel dibattito politico sulla biodiversità?

Sì, lo speriamo. Ho appena letto un report sulla morte dell’ultimo rinoceronte bianco.Gli scienziati premono molto per riportare indietro questa creatura usando la fecondazione assistita con sperma precedentemente conservato, perché il rinoceronte è un animale iconico. E tutte le altre specie che non fanno notizia e per cui nessuno piange il canto funebre? L’estinzione, questa tragedia, è ampiamente taciuta e ignorata. La speranza è che le persone comincino a dar valore alle specie e che se ne parli molto di più, sia in politica che nelle occasioni pubbliche. 

La maggior parte delle persone – se solo provi ad affrontare questi argomenti – dice che fare sacrifici per la salvezza del Pianeta è una imposizione morale e che il nostro modo di vivere è il migliore di quanti gli esseri umani ne abbiano mai sperimentati lungo la loro storia. Come replichi?

Risponderei, e a che prezzo? E se la cosiddetta qualità della vita ci sta costando il pianeta, allora non rimarrà più nulla per sostenerla comunque – è come rubare tutto ciò che possiamo rubare, adesso, senza pensare alle ripercussioni per le prossime generazioni e per il nostro stesso futuro. Io e Cameron Harris stavamo proprio parlando del fatto che non ha senso parlare di sacrifico quando rifletti sul fatto che hai delle alternative. Intendo che vivere con la cognizione di ciò che è reale e non fittizio significa vivere in un modo decisamente più connesso e potente. Conversiamo con tantissime persone, che spesso coltivano il sogno di una vita più semplice e concreta, vivere in campagna, far crescere il proprio cibo, sentire un legame più stretto con la terra. Si ricordano di quando giocavano nei boschi da bambini e la gioia di questo piacere così semplice, e si augurano questo per i loro figli. È la trappola della vita moderna che ci spinge verso questo ideale. Molti aspettano di andare in pensione prima di godere appieno della tranquillità, della pace interiore, della semplicità. Solo che ovviamente il tempo rimasto a quel punto non è molto ! Il nostro suggerimento è di optare per la semplicità adesso. Non è una lotta faticosa e non si tratta di rinunciare nulla. Si ottiene così tanto in cambio. Non ultimo, si conquista la libertà. Una comunità, un sentimento di appartenenza, l’adesione ad un movimento che è per la salute del nostro bellissimo mondo. Fa sentire forti e umili sapere che si contribuisce a salvare il mondo. 

Il giornalismo libero è un grande problema in Italia: troppi giornali non sono indipendenti e si appoggiano a tychoon o compagnie private. George Monbiot di The Guardian ha sposato il movimento e partecipato alla manifestazione del 31 ottobre. È notevole. Quanto è importante per Extinction Rebellion l’appoggio dei giornalisti? Soprattutto i reporter indipendenti, che di solito lavorano free lance e hanno molta meno influenza?

Scriviamo comunicati stampa e invitiamo i media a ogni manifestazione. Geroge Monbiot è venuto perché sentiva l’importanza della manifestazione e hanno raccontato di noi giornalisti di idee simili alle sue. I media verranno quando si accorgeranno della importanza e della enormità di quello che sta uscendo. Purtroppo, anche in questo Paese la stampa e i media sono ancora controllati: il 31 ottobre, quando abbiamo fatto la Dichiarazione, la BBC ci ha ignorati, ma non il Guardian e l’Independent. E la voce si diffonde. Il 31 ottobre è stato solo l’inizio. Il Media Team è una parte rilevante del movimento: più i media ne parlano, meglio è, e questo include anche i reporter free lance e coloro che lavorano sulla cronaca locale. 

Sono convinta che viviamo nel Post-Umanismo. Le cause sono molte, ma ritengo che non pochi pensatori, ad esempio Max Horkheimer, avessero ragione sostenendo che la questione più scottante della Modernità è se l’essere umano può rimanere umano. La vostra chiamata all’azione è anche una esortazione a rimanere umani proteggendo le altre specie? È questo un passaggio di livello nel pensiero occidentale?

Questa è una domanda davvero interessante e potente. La metterei così, quale è il ruolo dell’essere umano su questo Pianeta? Siamo signori delle altre creature, legittimati a prendere ciò che ci appartiene, senza cura o compassione? Questa concezione sembra riflettere l’attuale pensiero occidentale, consciamente o meno. Oppure, siamo ambasciatori e protettori, incaricati di salvaguardare la vita, servitori di qualcosa di più grande inscritto nella vita e nella natura? Non siamo una coscienza che prova a salvare se stessa? Che cosa è umano? Vedo gli uomini come parte della natura, non separati da essa, ed è per questo che ho cambiato il mio nome in Acorn (ghianda) per sentire questo legame nel mio stesso corpo. Non è affatto semplice rimanere connessi con l’umanità in tempi ostili, ed quello che Extinction Rebellion invece chiama a fare. Sì, è un passaggio nel pensiero occidentale, che fino ad ora è coinciso con il prendere tutto senza badare alle conseguenze. È ora di svegliarsi e di passare ad un serio esame le nostre motivazioni e i nostri obiettivi. Hai mai sentito la leggenda del ‘fuoco dei bambini’?   Nessuna legge, nessuna decisione, niente di niente sarà approvato da questa assemblea che danneggi i bambini, lungo le 7 generazioni a venire. Una promessa di una semplicità e di una eleganza che fa a pezzi il nostro educatissimo cinismo. Qui si vede cosa davvero significa prendersi delle responsabilità e aver la vita in sacra considerazione, come ciò che maggiormente vale, imparare a crescere e ad evolversi fronteggiando le sfide con il cuore e la mente aperti. Questo è essere umani. Soprattutto, dobbiamo agire adesso, uscire da schemi vetusti ed essere ora umani nel modo migliore possibile. 

Monbiot ha detto, il 31 ottobre, che non possiamo aspettare le ONG perché hanno fallito contro il feticcio della crescita economica, del pari del governo. È una frase coraggiosa. È arrivato il momento di NO anche a potenti organizzazioni no profit che sembrano limitarsi a pubblicare report sull’estinzione e nulla di più?

Non è necessariamente un attacco contro queste ONG, ma una chiamata all’azione, a svegliarsi e a cambiare prospettiva. Abbiamo bisogno di ogni singolo individuo, ora e in futuro. Vacilliamo sul bordo di un abisso più grande di qualunque altro già vissuto. È un imperativo morale che le persone lo capiscano e che adeguino di conseguenza la loro risposta. Noi speriamo, e lavoriamo in questa direzione, per una mobilitazione sul livello di quella delle ultime guerre mondiali. Non un grammo di meno. È il momento di azioni coraggiose, e grandi, di voci pacifiche. La forza sta nella unità, stiamo provando a costruire un modello che dia speranza, ispirazione e motivazioni. Tutti dobbiamo trovare la nostra serenità, il nostro tipo di forza e le risorse per completare questo lavoro.