Categoria: Biopolitiche

Il pericolo della nuova narrativa verde di Bruxelles

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Che cosa ci sia effettivamente in gioco nel futuro politico europeo è presto per dirlo, ma qualche segnale c’è. E va detto fuori dai denti, con tutta la schiettezza possibile: lo sforzo concertato di Bruxelles, in stretta collaborazione con i governi nazionali, è di rispondere alla crescente crisi sociale europea, e all’aggravarsi del collasso ecologico, con una nuova narrativa ecologista. Bisogna cioè ammantare il paradigma della crescita con un programma interventista sul piano sociale (asili nido, reddito di inclusione, salario minimo, tanto per rimanere a casa nostra) che disaccoppi la connessione tra catastrofe climatica e capitalismo avanzato. L’obiettivo è dare ossigeno all’Unione attraverso politiche comunitarie pur sempre espansive, che dovrebbero però permettere di guadagnare tempo e quindi di sedare, almeno in parte, il malcontento diffuso. In questo tentativo di riforma non riforma, di cui il discorso di ieri alla Camera di Giuseppe Conte è stato l’esempio italiano, la cosiddetta sostenibilità ambientale è uno specchietto per le allodole utile soprattutto ad ammiccare con scaltrezza a quelle porzioni di elettorato che nella stagione che fu votavano a sinistra, poi hanno virato sul M5S ed ora non sanno più che pesci pigliare sotto la pressione psicologica ed emotiva dei 45 °C gradi dell’Europa continentale nell’estate più calda di sempre. Con buona pace di Serge Latouche, siamo anni luce dalla decrescita. 

Enrico Giovannini si è lanciato in una danza di contraddizioni, fondando di fatto la nuova narrativa verde europea, in una intervista su Business Insider il 9 settembre scorso. Prima ha riconosciuto, Giovannini, che “ci vuole una rete di protezione che consenta agli ultimi di non rimanere ultimi”, e poi però ha continuato imperterrito a parlare di crescita, come si intravede in chiaro scuro nel titolo del suo libro manifesto Utopia sostenibile ( Laterza 2018). Il mantra del nuovo racconto di crescita orientato a nobilitare la crescita è questo, nelle parole di Giovannini: “Quello che chiamiamo oggi capitalismo è frutto di una scelta dei primi anni ’80”. Una boiata storica fragorosa, che tuttavia ha due obiettivi ben precisi, e mefistofelici: il primo è illudere l’opinione pubblica che il problema è recente, circoscritto e politicamente individuabile. In questo modo ci basta pensare che, apportate le necessarie correzioni agli errori disfunzionali di Tatcher e Reagan, potremo recuperare il tempo perduto e rimettere in traiettoria la nave. Il secondo obiettivo è già subdolo, perché ha l’intenzione palese di contraffare la storia del capitalismo a uso e consumo dello status quo. Lo stato attuale del capitalismo non nasce con i tailleur color pastello di Margaret Tatcher: è il prodotto finale di un processo storico lungo 5 secoli, il cui punto di origine è la rivoluzione atlantica di Colombo e Magellano, che rende possibile l’impresa. E cioè la fondazione e l’apertura di mercati globali. La costruzione, facciamo attenzione, di una strategia di manipolazione degli elettorati che abbia lo scopo finale di non modificare il capitalismo, e quindi, de facto, di non affrontare per nulla la crisi di estinzione e la catastrofe climatica, trova ora la sua leva di Archimede nella negazione dei rapporti storici che ci hanno condotto qui. 

L’equilibrio politico del nuovo Parlamento europeo, invece, e quindi anche dell’Italia, sta altrove. Due sono i mostri ingovernabili e ossessi di cui si ha il terrore, e che devono essere ammansiti ad ogni costo usando retoriche auto-assolutorie sulla crescita sostenibile: il sacrificio economico, che dovrebbe essere riversato con la forza di un uragano anche sui gruppi sociali già decimati da dieci anni di deregulation selvaggia in termini di austerità e salari da fame, gruppi sociali che magari hanno simpatie ecologiche, ma non sono più disposti ad ascoltare retoriche sulla riduzione delle emissioni serra quando hanno già pagato il prezzo più alto dello smantellamento di interi settori professionali, spostati, per chi ha risorse economiche e quindi imprenditoriali a sufficienza, sul web; e poi le indispensabili politiche patrimoniali       (tassazione degli offset), che finirebbero in un secondo con l’essere denunciate come politiche bolsceviche, responsabili di limitare la libertà repubblicana e civile ( in Italia, lo ha fatto capire Silvio Berlusconi nel riferire della posizione di Forza Italia al termine del primo giro di consultazioni a metà agosto).

La vera questione, signori e signori, è la questione della libertà. La protezione di ciò che rimane del Pianeta Terra, la nostra unica chance di non finire come in Blade Runner, è di piantarla con le illusioni democratiche e deciderci ad ammettere che dobbiamo ormai rinunciare alla libertà per sopravvivere. Una assunzione sconvolgente, perché il trauma della seconda guerra mondiale è ancora attualissimo in quasi tutti noi, che però, guarda caso, con una lucidità totale Thomas Aussheuer ha discusso proprio in Germania, su DIE ZEIT, lo scorso 4 settembre, nel saggio Der Teufel traegt Oeko, traducibile con “il demonio è ecologista”.

L’argomentazione di Aussheuer è ricca di riferimenti filosofici, ed è per questo che suona inquietante e brilla per verità. È inutile persistere nel leccare i piedi ad economisti di varia scuola: serve un pensiero filosofico per diagnosticare il labirinto in cui ormai ci siamo persi. Può anche risultare complicato spiegarlo all’opinione pubblica, ma va detto lo stesso. Secondo Aussheur, i Conservatori sono il partito politico, paradossalmente, che più può dirci sul dilemma ecologista, perché i Conservatori sono per il Liberismo e il Liberismo, ci piaccia o no, si fonda sul principio cardine della civiltà occidentale, e cioè l’esercizio della libertà individuale. Le categorie di cui parlano i Verdi – misura, giusto mezzo, auto-limitazione – non sono altro che socialismo in salsa verde: riduzioni della libertà di scelta, di impresa e di perseguimento della felicità. Sono insomma operazioni disumane, e contrarie alla civiltà. Disgraziatamente, spiega Aussheur ripercorrendo le tappe della disintegrazione del Pianeta Vivente, in queste idee c’è del vero. 

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“La cesura, annunciata dai climatologi, è epocale e nessuno lo dovrebbe sapere meglio degli Conservatori, con la loro lunga memoria (Langzeitgedächtnis) e il loro talento per un pensiero capace di prendere in considerazione grandi distanze temporali. Per tremila anni nessuno ha messo in discussione questo principio, e cioè che la posizione dell’uomo nel cosmo è salda. La Natura sorregge gli uomini e gli uomini danno completezza alla natura (vollendet) attraverso la Cultura, che ne è una parte. Il cosmo, così credeva Platone, contiene la matrice della vita giusta e le stelle ci mostrano la via. Ed anche quando il monoteismo ha sconvolto l’edificio cosmologico del nostro pensiero sul mondo, poiché ha posto la legge di Dio sopra la Natura, la libertà umana è rimasta ben adagiata all’interno dell’evento della creazione. La Natura è ospitale e viene incontro agli abitatori del mondo. Fino a giorni recentissimi. Nel Rinascimento si trovano per la prima volta le tracce, secondo ricercatori come Philip Descola o Bruno Latour, di ciò di cui oggi vediamo le conseguenze: la frattura tra Cultura e Natura. Il successo, questo è il rimprovero, diede alla testa di matematici, ingegneri, fisici, astronomi e artisti, ed essi fecero della libertà appena ottenuta un assoluto. D’ora in poi, il soggetto padrone di se stesso trionfa sulla creazione, mentre la Natura è soltanto materia morta, risorsa priva di scintilla divina”. 

Il problema imposto dal cambiamento climatico non ha nulla a che vedere con la scelta delle energie fossili, nel senso che non avremmo mai optato per uno sfruttamento intensivo del carbone e del petrolio se a monte non fossimo stati ispirati da un carattere genuinamente libero, che ci dettava una agenda per certi aspetti innaturale: 

“Da questi presupposti, ebbene sì, occidentali (abendlandisch), dal pensiero millenario della compenetrazione e del confronto reciproci tra Natura e Cultura, deriva lo shock cosmico del cambiamento climatico. Esso consiste non nella conoscenza che la Terra è indifferente alla scomparsa degli esseri umani, questo lo sapevamo già anche prima. Lo shock consiste nel fatto che la Natura ha assunto un tratto demonico (daemonish) e che si è dotata in modo radicale di un doppio volto (zweideutig). Demonico significa che l’elemento umano e l’elemento naturale, il prodotto-consapevolmente (Das Gemachte) e il non-prodotto-consapevolmente (Das Nichtgemachte) si influenzano l’uno con l’altro senza soluzione di continuità, ponendoci dinanzi ad un cupo enigma. Mostruosi tornado, estati roventi e soffocanti, alluvioni devastanti: quale è il tempo normale? E che come è invece il tempo del cambiamento climatico? In che misura, visto che l’uomo influenza il sistema terrestre, si dissolve il netto confine tra Natura e Cultura, e inoltre; in che modo, inoltre, soltanto gli esperti ritengono ormai di poter definire che cosa sia ancora la Natura-Natura (Naturnatur) e dove invece la civilizzazione ci ha messo del suo”. 

È quasi superfluo ricordare che qui Thomas Aussheur si fa forte delle posizioni di Theodor Adorno. Nonostante il nostro strapotere sul Pianeta, non saremo noi a dettare le condizioni del gioco a venire: perché la ragione strumentale, per poter diventare strumentale, e cioè dominio matematico sul mondo, ha provocato degli effetti domino proporzionali alla illusione di ridurre il Pianeta a logos.

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“Oggi la civilizzazione imprime il proprio nome nel libro della Natura; nei mari del mondo circolano tanti pezzi di plastica quante sono le stelle delle galassie e nei fiocchi di neve volteggia la microplastica di nostra produzione. I filosofi del Medioevo cercavano l’invisibile dietro il divisibile e in esso scoprivano la signoria della creazione. I Moderni, invece, ci scoprono solo la loro immondizia. Detto cinicamente: 500 anni dopo è scomparsa anche la grande frattura tra Natura e Cultura. E c’è di nuovo un Tutto, un tipo di Civilizzazione-Natura su scala cosmica (Zivilisationsnatur), una Modernità post Modernità. Questa epoca si chiama Antropocene”. 

Ecco quindi che un discorso sul clima non può che essere un discorso sulla libertà:

“Se la crisi climatica è della portata descritta dalla maggior parte dei climatologi, allora alla libertà non compete più definitivamente nessuna libera scelta, deve invertire la marcia, oppure, come la intendono altri: deve cambiare direzione. La libertà si trasforma in mancanza di libertà, dal momento che sotto le condizioni imposte dal riscaldamento del Pianeta e dell’estinzione delle specie sarebbe fissato, per l’azione politica, un unico obiettivo sempre più assoluto, incontrovertibile, e protratto nel tempo a venire. La libertà, allora, è vedere chiaro nello stato di necessità e risolversi a fronteggiare le conseguenze delle precedenti libere decisioni (Freiheitsentscheidungen): si profila un futuro, se il presente ci riuscirà, costruito per minimizzare gli effetti degli errori del passato. Questa sarà ancora libertà? E una politica senza alternative è ancora una politica? Possiamo anche parlarci chiaro. L’obbligo ad orientare ogni azione di governo alla stabilizzazione del sistema terrestre, è offensivo della libertà, che vuole perseguire il piacere di darsi da sola i propri obiettivi e pretende di scegliere da sé. Decade anche il concetto liberale di Autonomia, se si può scegliere solo il mezzo con cui ottenere obiettivi ecologici. E comunque sia rimane la minaccia che in caso di infrazione ne risulta una ancora più massicce limitazione della libertà, mentre un ritorno ad una Natura naturale priva di doppi significati non ci sarà. Rimangono soltanto i demoni”. 

Qualcuno potrebbe obiettare che importare nel discorso sul clima atmosfere mitologiche non aiuta a coltivare la necessaria chiarezza. Ritengo invece che, come per fortuna è ancora tipico delle classi colte tedesche, svolgere un ragionamento in sintonia con la tradizione del pensiero occidentale, e dei suoi lati più oscuri, sia molto utile per svegliarci dal sonno del giusto e inquadrare correttamente lo stato delle cose. Dovremmo diffidare dalla nuova narrativa ecologista in via di affermazione a Bruxelles, non solo perché fondata ancora sulla idea ottocentesca della crescita economica, ma anche perché, nello sforzo evidente di far stare il nuovo corso verde entro il collasso sistemico già in atto, dimentica per strada uno dei tratti più importanti di quella libertà che tanta devastazione ha sparso attorno a sé. E cioè il soggetto pensante, autonomo nelle sue decisioni, che si orienta nel mondo con una indipendenza di pensiero e di azione. Per quanto possa suonare sgradevole, siamo chiamati, prima ancora che a comprare würstel di soia, a pensare. 

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Climate Change and Land IPCC, chi si prenderà la responsabilità di una svolta?

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Diciamo la verità, il rapporto IPCC presentato ieri a Ginevra alle ore 10 del mattino, Climate Change and Land, non ci ha detto nulla che non sapessimo già: “Il livello di rischio posto dai cambiamenti climatici dipende, contemporaneamente, dalla intensità del riscaldamento e dal modo in cui la popolazione, i consumi, la produzione e lo sviluppo tecnologico, insieme agli schemi di gestione delle terre, si evolvono”. Tradotto in conversazione da bar, è il modo in cui abbiamo scelto di vivere negli ultimi 50 anni che non solo ha prodotto l’aumento esponenziale della concentrazione di CO2 in atmosfera, ma che continua a peggiorare le cose. Perché non abbiamo nessuna intenzione di chiedere al timoniere di far virare la nave. Quello che però IPCC non dice, pur facendolo capire benissimo, è che l’intero modello economico in cui siamo prosperati nel Secondo Dopo Guerra non tiene più e che forse sarebbe ora di ammetterlo. Riconoscendo che culture indigene non bianche, non occidentali, massacrate dal colonialismo e modellate sul capitalismo avanzato ne sanno molto più di noi su come tirarci fuori dal fango di un Pianeta ben oltre i + 2 °C a fine secolo. 

Il report è il risultato di un lavoro immane commissionato dai Governi per capire meglio l’interazione tra il sistema climatico e la superficie terrestre e per la prima volta più della metà dei ricercatori che hanno raccolto e analizzato i dati proviene dai Paesi non occidentali (seguendo il pensiero di Felwine Sarr, che condivido, sarebbe ora che anche IPCC smettesse di usare l’espressione “in via di sviluppo”). Questo in concreto significa che il punto di vista delle nazioni più svantaggiate del Pianeta, almeno nel quadro economico a capitalismo avanzato – sono questi, per inciso, i Paesi in cui sono più devastanti gli effetti della trasformazione del clima dell’Olocene in qualcosa di completamente fuori scala da circa 3 milioni di anni –  è sempre più autorevole nella lettura della nostra situazione globale. Un cambio di visuale fondamentale, nell’ambito di ciò che Peter Sloterdijk ha definito “prospettive reversibili”: gli effetti collaterali della sperimentazione economica su scala oceanica, inaugurata dall’impresa di Colombo, e quindi l’affermazione di una economia planetaria avida di energia, ci pongono ormai faccia a faccia con la “inflazione delle aree trascurate”. Una area trascurata è, appunto, l’atmosfera satura di CO2. 

Oggi, avverte IPCC, l’agricoltura, le attività forestali e gli altri usi della terra “valgono per circa il 13% di emissioni di CO2, il 44% di metano (CH4), e l’82% di ossidi di azoto (N2O) prodotte annualmente dalle attività umane, su scala globale, nel periodo 2007-2016. Esse rappresentano quindi il 23% del totale netto delle emissioni serra antropogeniche”. Ma “ se includiamo anche le emissioni associate con le attività pre e post produzione dell’intero sistema di produzione alimentare globale, le emissioni arrivano al 21-37% del totale delle emissioni serra antropogeniche”. 

A partire dalla metà del XX secolo ad oggi si è cioè imposta una dieta che si mangia il Pianeta e che ha compromesso l’equilibrio climatico. L’imputato numero uno è l’allevamento di bestiame da carne. Attraverso le nostre pretese alimentari, sostenute da una demografia fuori controllo, abbiamo scritto una ipoteca mortale sulla possibilità futura – e parliamo di decenni – di produrre cibo. In questo report IPCC dice infatti chiaro che “la terra è una risorsa di importanza critica. La superficie terrestre deve rimanere produttiva per mantenere intatta la sicurezza alimentare mentre la popolazione aumenta e gli impatti negativi del clima sulla vegetazione si intensificano”. La copertura a vegetazione ( foreste, boschi, savane) assorbe infatti i gas serra, ma è anch’essa sotto stress a causa della alterazione dei pattern climatici (regime delle precipitazione, tassi di evaporazione, siccità severe e prolungate, incendi) e quindi “questo significa che ci sono dei limiti al contributo che la superficie terrestre può dare per affrontare i cambiamenti climatici, ad esempio attraverso la coltivazione di colture a scopo energetico e la riforestazione. Occorre tempo perché gli alberi e il suolo comincino ad immagazzinare carbonio efficacemente”. Attualmente essi riescono ad assorbire solo 1/3 delle emissioni fossili industriali. 

Chi dunque si prenderà l’onore politico di imporre a cittadini, costituzionalmente liberi di abusare del Pianeta, restrizioni alimentari serie e convincenti?

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Secondo Hans-Otto Pörtner, Co-Chair of IPCC Working Group II, è evidente che “il modo in cui possiamo gestire le risorse della terra in una direzione sostenibile ci può aiutare a combattere i cambiamenti climatici”. Si dovrebbe obiettare, per quanto tutto questo sia vero, che l’estate del 2019 ci ha consegnato una realtà molto più amara ad integrazione dei dati scientifici inoppugnabili: ossia che il collasso climatico non è un problema energetico, ma è un problema di civiltà ed è per questo che arrivare a decisioni concrete e applicabili right now è così bestialmente difficile. Purtroppo, lo stesso IPCC è da tempo avviluppato nella aporia fondamentale della nostra epoca, in cui la venerazione religiosa della verità scientifica agisce come un sedativo psicotropo proprio là dove, all’opposto, dovrebbe funzionare da eccitante. Anestetizza cioè la reattività delle società a capitalismo avanzato, che si appoggiano sulla certezza della disintegrazione del sistema climatico degli ultimi 10mila anni per glorificare la propria capacità di comprensione della fisica del cosmo ponendola in una teca di vetro. La contempliamo inebetiti, ma non abbiamo intenzione alcuna di porla all’interno di una messa in discussione dello status quo. È la paralisi del pensiero il limite interno dello stesso IPCC. 

“In un futuro con piogge più intense il rischio di erosione del suolo delle terre coltivate aumenta (…) circa 500 milioni di persone vivono già in aree che sperimentano la desertificazione”, spiega il report, senza tuttavia menzionare nemmeno una volta l’urgenza di misure di contenimento demografico condivise da tutti e pianificate in seno alle Nazioni Unite. E poi il permafrost, il cui scioglimento è tra i fattori degli spaventosi incendi della taiga, in Siberia: “Nuove conoscenze mostrano un aumento nel rischio di scarsità idrica nelle regioni aride, incendi dannosi, degradazione del permafrost e instabilità del sistema alimentare anche per un riscaldamento globale entro gli 1.5 ° Celsius”, ha detto Valérie Masson-Delmotte, Co-Chair of IPCC Working Group I. Del resto, ad oggi l’agricoltura accaparra il 70% dell’acqua potabile in uso. Per far crescere cioè vegetali e cereali, cereali che servono anche per nutrire le vacche da allevamento. 

I dati disponibili dal 1961 indicano che il consumo pro capite di oli vegetali e carne è più che raddoppiato: la quantità di calorie introdotte è cresciuta di circa 1/3 rispetto sempre alle abitudini precedenti. Questo si traduce in una erosione dei suoli fino a 100 volte superiore rispetto al tasso di rigenerazione dello strato fertile del terreno.  C’è poi un altro fenomeno di cui sentiremo parlare sempre più spesso negli anni a venire: il vegetation browning. Le foreste la cui capacità fotosintetica diminuisce a causa, ad esempio, dello stress idrico, diventano marroni, un cromatismo visibile dai satelliti. Sta già accadendo nel nord dell’Europa e dell’Asia (Siberia e Germania), in parte del Nord America, nell’Asia Centrale e addirittura nel Bacino del Congo. I cambiamenti climatici diminuiscono anche i tassi di crescita degli animali e quindi riducono la produttività delle economie pastorali, come sta già accadendo in Africa. Nelle regioni montuose dell’Asia e del Sud America, e nel continente africano, le popolazioni indigene hanno già suonato l’allarme. È alle loro osservazioni che dobbiamo l’altissimo margine di sicurezza sulla certezza che siamo in rotta di collisione con l’abisso. 

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E quindi molti gruppi di attivisti delle comunità indigene hanno parlato ieri alla pubblicazione del Climate and Land IPCC per rivendicare il loro coinvolgimento nella governance mondiale sui cambiamenti climatici. Ecco le loro voci.

Zeid Raad Al Hussein, member of The Elders, former UN High Commissioner for Human Rights: “Le comunità indigene hanno conoscenze ricche ed elaborate sul loro habitat. Questo fa di loro degli ottimi conservazionisti e dei guardiani della biodiversità, e dei soldati indispensabili per combattere contro il cambiamento climatico. Gli Stati, il settore privato e la società civile devono fare di tutto per assicurare pieno rispetto e protezione ai diritti delle genti indigene, inclusi i loro diritti alla terra, ai territori ed alle risorse, in accordo con gli standard stabiliti dalle leggi internazionali”. 

Victoria Tauli-Corpuz, UN Special Rapporteur on the Rights of Indigenous Peoples: “Salutiamo con soddisfazione il riconoscimento IPCC. Come chiunque cerchi di darsi un senso della crisi climatica, rafforzare i diritti degli indigeni e delle loro comunità è una soluzione che deve essere implementata adesso. Abbiamo bisogno, tutti, ogni membro delle Nazioni Unite, di abbracciare queste evidenze e di vedere nelle genti indigene dei partner nello sforzo comune di proteggere il Pianeta e di raggiungere lo sviluppo sostenibile”. 

Edna Kaptoyo, Indigenous Information Network (Africa)
“Per i popoli indigeni i sistemi di uso della terra e le pratiche connesse rispondono ad un approccio essenzialmente fondato sugli ecosistemi, all’interno di un sistema di valori che comprende che le risorse sono scarse nello spazio e nel tempo. I popoli indigeni hanno conservato per millenni le loro terre e le loro risorse per il benessere loro e dell’umanità. La protezione dei diritti sulla terra degli indigeni è importante per assicurare che essi continuino le pratiche conservative negli ecosistemi di foresta e nelle pianure, per contribuire a mitigare gli impatti del cambiamento climatico”. 

Sonia Guajajara, executive coordinator of Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (APIB): “La nostra esistenza è sempre stata minacciata quando sulle nostre terre è piombato il desiderio di possesso dei governi e delle corporation. Questi interessi ci uccidono o ci chiudono dietro le sbarre, in modo che la terra possa essere usata in un altro modo ed essere adeguata agli schemi predefiniti. Ora questo report è qui per riconoscere che noi dobbiamo essere protetti, insieme alle nostre foreste, e alle nostre terre, per il bene dell’intero mondo. Ma i nostri diritti devono essere rafforzati e così la nostra presenza sulle nostre terre. Il mondo sarà disposto ad ascoltarci?”. 

Hindou Oumarou Ibrahim of Mbororo People from Chad and founder of the Association for Indigenous Women and Peoples of Chad (AFPAT), also member of UNFCCC Local Communities and Indigenous Peoples Platform Facilitative Working Group: “Il Summit sul clima delle Nazioni Uniti – UNSG – del prossimo settembre sarà un grande momento per tutti gli esseri viventi…Sarà per me motivo di dolore se perderemo questa opportunità di rendere il mondo migliore, perché non voglio essere parte di una generazione che non si prende la responsabilità di una svolta. Non ho scelto di nascere in questo tempo, e proprio per questo non posso permettere a coloro che coloro che non sceglieranno di nascere dopo di me di patire le conseguenze delle nostre azioni”. 

(Photo Credits: IPCC Facebook Official Page)

La politica del giardino a CityLife, Milano, Europa, 40 gradi Celsius

 

 

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I giardini hanno qualcosa da raccontare sull’epoca in cui viviamo. 

Nel film Un’arida stagione bianca, nel Sudafrica dei primi anni Ottanta, l’afrikaner Benjamin Du Toit vive in una splendida, bianca, dimora coloniale e non sa nulla della segregazione razziale del suo Paese. Un giorno però il suo giardiniere di fiducia, Gordon Ngubene, gli dice che il figlio è sparito. Tutti lo conosco, è un bravo ragazzo, ma ha partecipato ad una manifestazione politica e da allora nessuno più sa dove sia finito. Du Toit all’inizio non ci crede, minimizza, dice a Gordon che sarà tutto uno scherzo, da giovani, di cose così, per il gusto della bravata e della indipendenza, se ne fanno, non c’è bisogno di metterci dentro il governo. Ma poi, su insistenza di Gordon, ci va pure lui alla polizia e il sospetto comincia a dettargli parole di verità. Un semplice giardiniere, il giardino ben curato di chi si fa i fatti suoi, di chi ha una posizione, benedetto Dio, e la vuol preservare, perché ne va fiero, lui se lo è meritato di stare in cima, socialmente parlando; il prato ben rasato e innaffiato di un ordine prestabilito chiamato apartheid, che però è qualcosa di più del governo di Pieter Botha, è l’organigramma spirituale cesellato sin nei minimi dettagli da una economia rapace ( la stessa che ha portato Inglesi e Olandesi al Capo di Buona Speranza a metà del XVII secolo) e legittimata nelle sue radici istituzionali. Quando la coscienza di Du Toit intuisce che forse sapere che l’apartheid esiste è più dignitoso che accondiscendere alla propria ignavia, la moglie lo pianta. Sarà mica che noi si debba perdere la rispettabilità sociale, ammettendo che i figli dei giardinieri li pestano fino a crepare nelle carceri pubbliche. 

Un’arida stagione bianca è un film che, ormai, danno di rado alla televisione. Ed è piuttosto ironico che a inserirlo in palinsesto sia LA7, l’emittente privata su cui Enrico Mentana dirige la redazione di informazione politica più ipertrofica e inutile del Paese. Ironico perché Mentana non ha mai speso energie nel raccontare la catastrofe climatica e come ha annunciato con orgoglio al suo pubblico alle otto di sera del 25 luglio 2019 – mentre metà Europa era a 40 gradi Celsius – “noi non siamo certo quelli che dicono che fa caldo quando fa caldo e che fa freddo quando fa freddo”. Insomma, su LA7 sì che ci lavorano persone serie, quelle che non crederebbero che il figlio di un giardiniere finisce ammazzato di botte perché è un nero con una coscienza politica. I giornalisti seri, che non discettano del clima, e che quindi non parlano, ovvio, neppure del climate apartheid. Bazzecole da sfigati ambientalisti, che non hanno ancora accettato l’onnipotenza della tecnologia. Il clima lo si raddrizza, il cibo lo si ingegnerizza, e pazienza se le faune dell’Olocene finiscono in aree protette con gli AK-47 accessibili solo ai super ricchi del Pianeta. Così va il mondo, e i giornalisti seguono il corso del mondo con implacabile pragmatismo realista. O no?

Mah. C’è un luogo a Milano in cui la politica del giardino, per dirla con Zygmunt Bauman, brilla sfavillante sotto la luce del sole in questa estate degli addii e del collasso climatico. E non è una bella cosa, perché ciò che Bauman ha scritto del giardino un po’ di paura dovrebbe farcela provare. Nel suo libro meno conosciuto, troppo sincero e scomodo, troppo poco alla Paolo Mieli per intenderci, Olocausto e Modernità, Bauman intanto ci dice che lo sterminio è figlio di ciò che più amiamo della modernità ( trasporti efficienti, apparati burocratici, amministrazione controllata della società e delle sue energie culturali) e poi che i regimi totalitari più crudeli del Novecento avevano il culto del giardino. La società intera deve essere un giardino perfetto, esteticamente rifinito e piacevole al gusto, senza parassiti di ogni sorta. E cioè senza intrusi, dissidenti, Ebrei, diversi di ogni specie. La società funziona per il bene collettivo se il giardino è in ordine. E un giardino in ordine piace a tutti, non è vero? La civiltà del collasso ecologico – con serena pace degli ambientalisti buoni per i salotti buoni, che ci rincoglioniscono da decenni con la narrativa dei combustibili fossili, come se l’approccio industriale moderno alle fonti fossili fosse questione da consiglio di amministrazione di qualche Corporation e non invece l’indirizzo preciso dell’Occidente, e cioè di quella tendenza che ancora oggi, grazie al Cielo, qui in Italia, Gianni Vattimo osa definire metafisica – adotta in pieno la politica del giardino. E nella nuova capitale della ricchezza del nostro Paese, la capitale delle Olimpiadi della neve senza neve, Milano, c’è un giardino molto famoso che la politica del giardino la incarna. Questo luogo è CitylIfe. Se vuoi sapere cosa è il climate apartheid vai a farti un giro a CityLife. 

La bellezza di questo distretto di Milano – incastonato tra Amendola Fiera, l’ex Fiera Campionaria e Piazza Sei Febbraio – è da rimanere allibiti. Bellezza paesaggistica, architettonica, floreale. CityLife è il primo progetto serio dell’intero quartiere in oltre dieci anni, serio perché ha dato qualcosa a chi abita qui intorno: un parco ameno di 173mila metri quadrati e 2000 alberi. Stendi un telo sul prato, tuffa lo sguardo nelle linee acquatiche dei condomini di Zaha Hadid e il sublime ti soffocherà di gioia. Tutto questo, temo, è stato però possibile perché CityLife SpA è una società controllata al 100 per cento da Generali Assicurazioni ed è quindi privata. Su questa sua identità Generali fonda la propria mission milanese: “un mix articolato di funzioni pubbliche e private”. Il 25 luglio, sotto una leggera e serica cappa di caldo torrido, verso le sette di sera, tutto il complesso sembrava addormentarsi dolcemente nel tramonto. L’armonia di colori, verde salvia, rosa cipria, giallo senape, trasportava lontano, sull’orizzonte, l’angoscia per il clima del Pianeta. Sembrava, davvero, che fosse ancora possibile augurarsi qualcosa di bello, come accadeva nelle sere d’estate trenta anni fa. Le estati estinte dei sogni, delle magliette bagnate, del lavoro sicuro e retribuito, di Venditti che canta Amici Mai.

Ma c’era qualcuno per cui il giardino era tutta una altra cosa. Nello shopping mall del primo piano, dirimpetto la lucidissima vetrata che offriva all’animo il sollievo delle praterie fiorite di CityLife, un paio di giovani africani, non più di 25 anni, attendeva il suo carico giornaliero. Erano dipendenti di Glovo, che aspettavano le ordinazioni in uno dei ristoranti più minimalisti e chic del mall, e cioè Bomaki. Bomaki è famoso perché ha partecipato a Quattro Ristoranti, il reality di Alessandro Borghese. Prima stava soltanto all’Arco della Pace, e adesso invece ha capito che può fatturare molto bene anche a CityLife. Come dargli torto. I due ragazzi africani assomigliavano a velocisti americani, ma erano africani, nati nella parte sbagliata del mondo, e sui loro volti stava quella ferocia affamata, instancabile, spietata che se non la avete ancora vista in faccia ai giovani di origine africana che stanno arrivando in Europa, vi consiglio di farci caso, perché saranno loro a vincere la partita per il futuro, tra qualche decennio, ed è giusto che sia così. Ho scattato una foto, da lontano, ma uno dei due se ne è accorto e mi ha chiesto di cancellarla immediatamente. Non voleva finire su un giornale. Non gliene frega niente della nostra voglia di documentare le sue sofferenze e la sua fatica da bestia da soma per i ricchi a cui porterà il sushi brasiliano di Bomaki. Non gliene importa niente che noi facciamo ideologia, filosofia o indignazione con l’unica forma di lavoro nella piantagione dell’uomo bianco che l’Antropocene gli ha riservato. La politica del giardino ha bisogno di lui, e lui questo lo sa, e ne vuole approfittare fintanto che la speranza di passare a qualcosa di meglio gli alberga nel petto con l’urlo di un tifone tropicale.

Io in questo giardino, lo scorso giugno, ho rischiato di essere arrestata perché ho provato a disegnare, con un gesso di colore viola, il simbolo di Extinction Rebellion sul selciato davanti al mall. Salvo poi scoprire, qualche settimana dopo, che ai bambini è permesso pasticciare con gli stessi gessetti, quei bambini a cui il collasso del Pianeta sta fottendo il futuro. Ma pazienza, questa è la politica del giardino: proteggere, assecondare, tutelare. Nella burocrazia della cura che uccide, per eccesso di bonomia e di ubbidienza, sono gli oppositori del regime ad essere nemici dei bambini, che vanno messi al primo posto soltanto come consumatori del mondo a venire. Bisogna insegnar loro che CityLife è un luogo buono e giusto, perché la mamma fa shopping. Del resto, l’ipocrisia ambientalista è consolidata a CityLife.

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(foto scattata il 29 giugno 2019 nella Piazza Tre Torri di CityLife)

È cominciato tutto nella tarda primavera del 2018, quando il National Geographic ha esposto qui le foto di Joel Sartore sulle specie in via di annientamento definitivo. Leopardi delle nevi, leoni, elefanti, primati, tartarughe, spuntavano dalla piazza Tre Torri di CityLife come degli estranei. Assomigliavano agli oppositori politici, esclusi dal corso del mondo, scomodi, indigesti, fastidiosi per il corso normale dello shopping di lusso. Ma, almeno, un vantaggio rispetto agli attivisti ambientali questi animali magnifici, che i clienti di CityLife hanno condannato a morte, lo avevano: una bellezza senza condizioni. I loro fenotipi plasmati da milioni di anni di evoluzione sconfiggevano, benché perduti, la banalità delle ragazze perfettamente truccate di Sefora, la nemesi diabolica delle donne che a CityLife cercano rimedi alla propria noia di esistere. 

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Il paradosso di questa parabola marcata a fuoco dal brand di Rupert Murdoch ( è il signor Rupert a possedere il National Geographic), assicurazione intoccabile, visto il peso della testata, della moralità dell’operazione, sta non solo nel fatto che l’annichilamento della biodiversità è il prodotto di quello stesso consumismo che ha il suo domicilio a CityLife, no; il paradosso di questa atmosfera iper-moderna di morte e negazione è l’acquiescenza del Comune di Milano, che ha rinunciato, per calcolo, a sostenere l’informazione pubblica, scientifica sul collasso del Pianeta, dimenticando il museo di storia naturale di corso Venezia alla sua polvere e ai suoi bagni che puzzano di piscio. Per poi farsene vanto, però, quando vien fuori che Cristiano Dal Sasso, ricercatore del Museo, è tra gli artefici delle scoperte del National Geographic sullo Spinosaurus Aegyptiachus. Se volete imparare qualcosa sull’estinzione, andate a CityLife, impresa privata convenzionata con il pubblico. Generali Assicurazioni sì che ha a cuore il Pianeta, lo si vede anche adesso che crepiamo a 40 gradi Celsius: a due passi da Bomaki, e dagli schiavi di Glovo, un orso polare di mattonifici Lego annuncia l’impegno del mall per la protezione della natura. E anche qui, ovvio, rispunta la zampa del National Geographic, il cui scopo è chiaro: “sensibilizzare i bambini in età scolare e le loro famiglie sulle minacce che mettono a rischio l’estinzione di questa specie”. 

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L’ipocrisia, oggi, è la miglior tattica di sopravvivenza. Lasciati integrare, lasciati assorbire, lasciati metabolizzare dalle buone intenzioni di chi pompa anidride carbonica a palla in atmosfera, con il tuo consenso informato, e poi finge di avere a cuore il destino dei tuoi figli. Non importa neppure più che stasera faccia così caldo da indurre le menti ancora vigili a intuire che cosa ci attende nei prossimi anni, alla faccia di tutte le rassicurazioni, in palese conflitto di interesse, sulla possibilità di rimanere entro un aumento globale delle temperature di + 2 °C. Non importa più, perché coloro che contano in questa società dei giardini sono gli esponenti della classe sociale dei dipendenti super pagati di Generali, che vedo uscire dai loro prestigiosi uffici amabilmente rinfrescati con elettricità fossile. La sicurezza flemmatica, ormai stanca, con cui s’avviano verso la fermata della metropolitana, accendono il cellulare, e una sigaretta; il comfort emotivo che emana dai loro abiti firmati, che neppure quando sono zuppi di sudore li rendono simili ai proletari sottopagati e precari che hanno di fianco, sulla Lilla. Questa aristocrazia del lavoro globale, universalizzato nelle pratiche di distruzione delle faune del Pianeta e dei loro habitat, questa schiatta di nobili socialmente adeguati alla democrazia, al perbenismo, al conformismo della crescita e del Vangelo, questa stirpe senza ispirazione e senza disperazione che è l’unica a cui fa riferimento la politica del giardino. Gli impiegati di Generali sì che possono votare Beppe Sala. Loro ci vanno a fare shopping, o a comprarsi il futon, la strategia anti heathwave suggerita dal Corriere della Sera. Sono loro i campioni vittoriosi della integrazione totale preconizzata da Theodor Adorno per la borghesia del post 1945. È questo tipo umano a 14 mensilità di cui Cioran disse, al principio degli anni Cinquanta: “Non più in grado di sostenere la dignità di essere difficile, sempre meno incline a soppesare la verità, si contenta di quelle che gli vengono offerte. Sottoprodotto del suo io, striscia ormai – demolitore infiacchito – davanti agli altari o a ciò che li sostituisce”. 

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Ci attende, lo hanno annunciato le Nazioni Unite, un climate apartheid. Sempre più il consesso umano sarà diviso in coloro che possono permettersi un condizionatore e una bistecca e l’oceano di poveri rassegnati non solo a morire di caldo, ma a percepire il dolore della fine del Pianeta. Perché quando ti viene negato il diritto civile ad un condizionatore, è attraverso il rombo della tua rabbia e la liquefazione della tua speranza di riscatto sociale che senti, allora per davvero, il dolore della fine. La straziante consapevolezza del tramonto che avanza, anche su CityLife, di una agonia che nessuno di noi è attrezzato a pensare. È in questo momento preciso che i fiori del giardino cominciano ad appassire. 

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È Rosa Luxemburg a capire per prima l’Antropocene

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(Troy Cochrane, a sinistra, ed Etienne Turpin, a destra)

Non di rado gli anticipatori, del pari dei profeti, fanno una brutta fine: la capacità di veder lungo non è quasi mai una buona arma per essere benvoluti dai propri coetanei. E infatti così fu anche per Rosa Luxemburg, la filosofa tedesca che venne ammazzata il 15 gennaio del 1919 dai Freikorps, a Berlino. La Luxembourg era marxista convinta e proprio per questo, probabilmente, spinse il suo sguardo sul nascente Capitalismo nelle terre angoscianti dell’antropologia, e non solo dell’economia. L’intervento più sorprendente del seminario sull’Antropocene voluto dal Goethe Institut e dalla HKW di Berlino in Triennale lo scorso 3 luglio lo ha tenuto il filosofo Etienne Turpin, designer, pensatore e co-fondatore dello User Group GmbH. Turpin ha vasti interessi e si è occupato delle piantagioni di olio di palma a Sumatra, in Indonesia. E il significato antropocenico di queste piantagioni ( mitologhemi ed unità di misura della realtà identiche alla piantagione di cotone della Virginia del XVII secolo e alla nave per il trasporto degli schiavi sulla rotta triangolare dal Golfo di Guinea al Nuovo Mondo) Turpin lo ha esplorato a partire da una intuizione di Rosa Luxemburg. 

La Luxembrug aveva infatti compreso, ha spiegato Turpin, che la natura intrinseca del capitalismo è il principio di accumulazione, e di espansione. Questi due estremi dell’azione umana si combinano perfettamente tra loro, dando origine a fenomeni di accrescimento sulla scala della storia: al principio del Novecento, Luxemburg poteva nominarne con certezza due, l’esplorazione di nuovi continenti e il colonialismo, cioè l’appropriazione pianificata di terre vergini per impiantarvi la produzione.

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La piantagione di olio di palma in Sumatra è la geografia contemporanea di questo meccanismo, che si auto-riproducerà fino ad implodere in se stesso, probabilmente in conseguenza del progressivo riscaldamento del Pianeta. Secondo Turpin, e a ragione, come è tipico in Antropocene, “stiamo tutti interagendo con Sumatra, anche se non ci siamo mai stati”, perché quando mangiamo biscotti impastati con olio di palma o ci facciamo una doccia con bagnoschiuma, nove-su-dieci stiamo usando, a mezzo mondo di distanza, non solo il frutto della palma da olio, ma anche un intero processo economico e distruttivo, di cui siamo il capitolo finale. Anzi, con il nostro semplice gesto diamo una mano al processo stesso: contribuiamo ad aumentare il valore del frutto della palma da olio. Questo passaggio – la velocità impressionante in cui un valore viene convertito, right now, in altro valore ancora più pesante in Borsa – corrisponde alla linfa vitale dell’economia a cui diamo il nome di Antropocene. Questo modello economico non esaurisce l’uso di una risorsa nella sua trasformazione industriale, no; ne amplifica la sostanza intrinseca attribuendole valori culturali che sono anche valori monetari e che finiscono con il diventare valori sociali. Ma non basta: l’economia antropocenica, così operando, modifica lo status originario della risorsa naturale, sia essa vegetale o animale, trasportando una specie in un contesto ontologico completamente diverso da quello biologico iniziale. 

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Lo schema di espansione intuito dalla Luxemburg diventa allora una fondamentale chiave di lettura del nostro tempo, perché non possiamo illuderci di intervenire con mezze misure, o con negoziati, su una capacità intrinseca di propagazione che valica i confini del profitto per arrivare ad alterare le condizioni di vita sul Pianeta. Quel che maggiormente conta, nel dibattito sul clima, è che questo stesso dibattito rischia di esaurirsi in una utopia priva di principio di realtà. Ciò che finora cinque secoli di modernità – intendendo nel 1492, come dice Todorov, la linea di demarcazione nettissima tra un prima e un dopo, e cioè con l’inizio dell’impresa atlantica, poiché “la conquista dell’America annuncia e fonda la nostra attuale identità” – ci hanno consegnato è la prova provata che i grandi cambiamenti non avvengono mai attraverso la diplomazia. E a maggior ragione non avvengono secondo le belle maniere dalla diplomazia quando la posta in gioco è l’assetto complessivo di una civiltà. Se c’è un errore madornale compiuto dall’ambientalismo negli ultimi 25 anni è stata la presunzione di interpretare la questione ecologica come una transizione energetica; nulla di più falso e fuorviante per l’opinione pubblica. La catastrofe ecologica, l’Antropocene, è il risultato perfetto delle premesse di una civiltà, la nostra occidentale, dalle radici elleniche, che trova nella scoperta del Nuovo Mondo una apertura di senso senza precedenti alla propria fame di espansione. Questo tratto culturale totalmente imbarazzante lo ha messo in cinema, con stupefacente talento e chiarezza, Israel Del Santo nella sua serie Conquistadores Adventum ( trovi su questo blog, nel mese di dicembre 2018, una lunga intervista a Del Santo in esclusiva per l’Italia). Nelle motivazioni psicologiche consce e archetipiche degli esploratori spagnoli, non importa quanto ci vergogniamo ad ammetterlo, siamo tutti, senza eccezione, dei Conquistadores. Ed è per questo che la ultra-modernità di uomini come Colombo, Hojeda, Balboa e Magellano la riformulerà Goethe nella seconda parte del Faust. Questo è l’Antropocene. 

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Una piantagione di palma da olio non è statica. Altera il paesaggio, nota Turpin, per dare ancora più benzina al processo. Bisogna far fuori l’intero paesaggio-ecosistema di Sumatra perché il processo raggiunga il suo apice oltre Oceano, e ricominci a macinare profitti nelle megalopoli urbane del III millennio. Per questo Troy Cochrane, brillante economista della York University, ha chiosato il ragionamento di Turpin in questi termini: “Non esiste la crescita economica, ma solo una continua trasformazione di valore, sul piano biologico da un lato, e su un piano antropologico dall’altro, nelle città, nel pensiero, nella cultura”. E dunque “la crescita è unicamente una valutazione complessiva, una sintesi, un assessment”, di qualcosa di molto più grande. La crescita è molto più pericolosa e ramificata di quanto appaia dai tg della sera: la crescita è una funzione della potenza. Questo significa che l’implementazione della crescita economica, ormai automatica, è una prodigiosa produzione di potenza su scala globale, che lungo migliaia di correnti di mercato, e dei corrispondenti contesti sociali, plasma senza sosta il Pianeta e gli esseri umani. 

La domanda dunque che deriva da queste premesse è duplice, e l’ha posta sul tavolo, durante il seminario, il geologo Colin Waters: è possibile interrompere questo processo? O continuare lungo questa traiettoria è in qualche modo “naturale”? Superando infatti le ricerche in corso in campo geologico per definire, a prove certe, i siti del Pianeta che, da un punto di vista stratigrafico, ci dimostrino che non siamo più in Olocene, ma in Antropocene; ponendo da parte questo dibattito molto tecnico, non è invece più fecondo, da un punto di vista teoretico, come ha suggerito nel pomeriggio Anselm Franke, chiederci se “la percezione di una nuova epoca non sia in parte soltanto culturale”?

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(Armin Linke, Carceri di Invenzione)

Se cioè l’intero assetto di civiltà in cui siamo immersi è ormai costituito come un accumulo di processi autonomi, e auto-distruttivi, a essere centrale non è tanto la definizione scientifica di Antropocene, quanto piuttosto il suo esito finale in estinzione. L’estinzione stessa appare sotto la luce ormai chiarissima di un “piano di specie”, di un “programma ecologico” e in definitiva di un destino di Homo sapiens. Può anche darsi, come suggerisce Franke, che il nome concordato dalla comunità scientifica internazionale – siamo in Antropocene signori e signori ! – possa darci quel sentimento di stabilità a cui aneliamo, un appiglio per l’angoscia del presente; ma rimane che l’effetto più a lungo termine dell’alterazione di atmosfera e biosfera sia soprattutto un collasso della nostra identità di specie. Giungendo a compimento, siamo giunti al capolinea. 

Ecco perché a mio parere Anselm Franke ed Etienne Turpin propongono, con i loro ragionamenti, una stessa identica prospettiva: la fine della metafisica del soggetto. L’Antropocene è cioè il momento storico in cui il potentissimo apparato concettuale della civiltà occidentale, il soggetto pensante che pone il Pianeta, implode in se stesso: “L’imparzialità è impossibile quando ti accorgi che la questione ecologica sta attraversando te stesso, è parte di te ha detto Franke – Non c’è più solo un esterno a cui addossare la colpa di tutto, a cui far riferire tutto; l’Antropocene cambia la soggettività e pone l’individuo in relazioni di responsabilità da cui non riesce ad uscire”. 

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Alla cronaca del seminario va tuttavia aggiunta una nota. Broken Nature, la mostra che fa da cornice alla giornata del 3 luglio, è stata sponsorizzata da ENI, che di mestiere si occupa di combustibili fossili. Anche la giornata del 3 luglio dunque dovrebbe aprire la discussione sul conflitto di interessi tra colossi del potere economico fossile e i quattrini, tantissimi, che costoro da decenni investono in prestigiose istituzioni culturali. Ovunque. È giusto continuare così? È giusto parlare di collasso del Pianeta con i soldi dell’ENI? L’Inghilterra se lo chiede da mesi, con una certa asprezza, perché da mesi lo chiede al Governo e ai diretti interessati Exinction Rebellion. A febbraio il gruppo BP OR NOT BP ha occupato il salone centrale del British Museum (la BP finanzia il British); a giugno lo stimato attore Mark Rylance si è dimesso dalla Royal Shakespeare Company che ha come sponsor ufficiale la BP; il 18 giugno Extinction Rebellion ha incontrato Sir Michael Dixon, il direttore del Natural History Museum di Kensington, Londra, per chiedere di cancellare la cena di gala del 20 giugno del Petroleum Group della Geological Society (il nome spiega da solo di cosa si occupano questi signori che finanziano uno dei musei di storia naturale più importanti del mondo); il 5 luglio cinque artisti vincitori del Turner Prize hanno chiesto alla National Portrait Gallery di rinunciare ai soldi della BP. 

Anche questo è Antropocene. Ma forse su questo dovremmo recuperare, dai bauli antichi dimenticati in soffitta, un po’ di etica e, forse, denunciare la difficoltà di trovare fondi puliti e veri mecenati per le opere dell’ingegno, che siano pittura, arte contemporanea, o giornalismo libero. 

– fine seconda parte

L’Antropocene ha trasformato il tempo in energia

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(Armin Linke – Carceri di Invenzione)

Mercoledì scorso, grazie al Goethe Institut Mailand, la Triennale ha ospitato una intera giornata di studio e confronto sull’Antropocene. Il 3 luglio era infatti in Triennale il giorno dedicato alla nazione tedesca, nel più ampio contesto della mostra Broken Nature, arricchita dalle installazioni video ( Carceri di Invenzione) del berlinese Armin Linke, impegnato dal 2013, con la Haus der Kulturen der Welt – HKW, ad investigare che cosa sia l’Antropocene, e per quale motivo questa nostra epoca abbia già segnato una frattura irreparabile con quanto fino ad ora siamo stati abituati a considerare “umano” e “biologico”. Era dunque presente in Triennale anche una folta delegazione proprio dalla HKW, direttamente dal Tiergarten della capitale tedesca, con un impressionante know-how filosofico non solo sul concetto di Antropocene, ma sull’intera metafisica della modernità. 

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Sin dal 2012, con l’inaugurazione dello Anthropozaen-Projeckt, la HKW di Berlino si è imposta come il luogo migliore in Europa per elaborare le nuove categorie di realtà, in termini storici ed estetici, adeguate a rappresentare l’Antropocene, nella piena consapevolezza che l’attuale assetto ecologico del Pianeta “sposta l’Antropocene dai confini della geologia entro la sfera propriamente culturale”. Ma il 3 luglio, come fosse un destino, non cadeva a caso per questo seminario, di spessore del tutto inedito, per vastità di punti di analisi, nell’asfittico dibattito milanese sul futuro del Pianeta. Soltanto un giorno prima, il 2 luglio, si insediava a Bruxelles il rinnovato parlamento europeo, che può contare sullo storico 20.5 % di consensi raccolto dai Verdi in Germania alle scorse consultazioni continentali di maggio. La Germania è, in questo passaggio più che mai, la nazione europea che ha più carte in mano nella forse impossibile partita di trasformare il modello europeo fossile, a carbone e petrolio, in un modello adeguato alle caratteristiche emergenziali dell’Antropocene. E questo perché, molto hegelianamente, c’è coscienza collettiva nel Paese sull’urgenza di una svolta antropologica, e non solo energetica. Nel pensare l’Antropocene, il compito che la cultura europea ha davanti coincide dunque con il ripensare l’Europa, e l’Occidente.

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La interdipendenza tra ciò che accade al sistema Pianeta e il funzionamento dei trend economici e sociali, generalmente assente dalle cronache quotidiane sulla crisi migratorie e finanziarie, è invece, lo ha ricordato con estrema chiarezza Bernd Scherer, il direttore della HKW, il punto di innesco dei cambiamenti sempre più rapidi che abbiamo imposto alla Terra a partire dal 1950. Il fattore cruciale di tutto questo è l’energia fossile, che, però, ha spiegato con notevole profondità teoretica Scherer, non ha permesso solo di superare il limite della barriera fotosintetica (immettendo nel sistema terrestre più energia di quanta il sistema stesso, attraverso i processi fotosintetici, ne teneva in circolazione nelle epoche pre-industriali), e quindi di avere a disposizione una quantità abnorme di “calore fossile” per far crescere la popolazione umana e le sue pretese. Ciò che i fossili ( carbone e petrolio) hanno fatto per noi è stato sovvertire la nostra relazione con il tempo. Bruciando i fossili abbiamo consumato il passato del pianeta Terra, consegnando l’eredità geologica e biologica del Pianeta ( il Carbonifero) al presente del capitalismo. Ma il presente del profitto industriale moderno ha il potere, di trasformare il futuro, dal momento che il credito finanziario proietta il guadagno in un domani matematicamente calcolabile. E lo fa pompando CO2 in atmosfera, e quindi consegnando alle generazioni a venire, e tutte le altre specie, gli effetti collaterali della propria espansione, uno scenario assolutamente ultra-marxista.

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(Armin Linke – Carceri di Invenzione)

Nelle parole di Scherer: “Abbiamo letteralmente tradotto il tempo in energia” e di conseguenza “viviamo nel qui ed ora, ma il passato e il futuro sono simultaneamente presenti in ogni singolo momento. Ora, adesso, è un concetto estensivo, che si muove avanti e indietro, in una corsa senza sosta”. Il presente assoluto ha cioè fagocitato l’intero corso del tempo, in termini geologici ed ecologici. Secondo Scherer, questo ci conduce a comprendere che non siamo più nelle condizioni di parlare della storia umana secondo parametri storiografici classici. La storia umana, ormai, non può essere separata dalla storia dei sistemi chimico-fisici che determinano l’assetto del Pianeta. Una simile “rivoluzione copernicana” scompagina anche la consueta separazione consensuale tra discipline, imponendo, come ha detto Anselm Franke, brillante giovane direttore della sezione film e arti visive della HKW, un “cambio di paradigma intellettuale totale”. E questo perché ragionare in termini antropocenici obbliga a riscrivere l’intera identità umana. 

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Facendo riferimento alla special exhibition della HKW The Whole Earth – California and the disappearance of the Outside (2013), Franke ha sottolineato come lo sguardo esterno dell’equipaggio dell’Apollo sul nostro Pianeta, dal suolo lunare, abbia dato inizio ad uno stato d’animo “bipolare” nella coscienza che noi umani abbiamo della Terra. La relazione con la “natura” diventa tecnologica, possibile attraverso la cibernetica e le scienze informatiche, ma è questa stessa alienazione percettiva che genera un sentimento di appartenenza ecologica. Per Franke, questi aspetti esperienziali hanno un impatto estetico di sicura efficacia, perché contribuiscono a costruire “degli schemi narrativi”, e cioè uno storytelling su cosa è il Pianeta Terra. L’esistenza del Pianeta, in Antropocene, non vale cioè di per se stessa, non ha una sua autonomia concettuale, ma scivola sempre di più verso una interpretazione formale mediata dalla cultura umana. Qui si innesta, a mio parere, il dilemma enorme non solo del consenso pubblico ad intraprendere serie misure di protezione ambientale ( come faccio a capire che se prendo l’aereo venti volte l’anno contribuiscono a rendere il Pianeta invivibile ?), ma soprattutto il dilemma della metafisica occidentale: esiste ancora il sentimento di esistenza del Pianeta a prescindere dalle azioni di Homo sapiens? Senza di noi, nella nostra coscienza, esiste l’esistenza del Pianeta? O tutto è ente?

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(Armin Linke – Carceri di Invenzione)

Per tutte queste ragioni, mi pare, John Palmesino, architetto e co-fondatore dell’Anthropocene Observatory, ha potuto affermare che “l’Antropocene è un concetto di confine” e porre quindi l’attenzione sullo schema fondamentale e sostanziale di questa nuova epoca: l’espansione. Là dove Malthus individuava nella demografia umana il tallone di Achille della civiltà, oggi stanno i combustibili fossili: essi sostengono l’espansione dell’economia, ma condizionano anche in modo radicale la politica e riescono a farlo, dentro i Parlamenti, perché plasmano conflitti sulle risorse naturali che hanno implicazioni sociali. Pur nel silenzio generale, tutta la politica odierna è condizionata dall’espansione del capitalismo fossile. Ogni rivoluzione, per Palmesino, segna un punto di non ritorno: fu così per Galileo, ed è così per ogni rivoluzione energetica. La riflessione di Palmesino ha raggiunto un orizzonte sofocleo, perché è riuscita a mostrare quanto la condizione umana attuale sia tragica nel significato greco del termine, e cioè senza di via di uscita, inscritta in un ordine inarrestabile delle cose, nella ragione intrinseca, per quanto distruttiva, della costituzione stessa della realtà: “Siamo scioccati dalla nostra incapacità di fuggire dalla nostra specializzazione, ma proviamo anche un sentimento di rimorso e quindi un desiderio di espiazione per la nostra volontà di esplorare. Un punto di non ritorno è anche il fatto che solo attraverso la tecnologia che ci ha condotti fino a qui possiamo comprendere dove ci troviamo adesso, siamo cioè avviluppati in una mediazione costante con il Pianeta, e possiamo contare solo sulla interazione tra mediazioni complesse”. Mentre i rifiuti della espansione finiscono in atmosfera, la natura “ha smesso da un pezzo di essere selvaggia, ed è diventata invece un portafoglio in mano nostra”. Il cambiamento climatico non è, allora, soltanto una condizione successiva alla Prima Guerra Mondiale, o alla Seconda Guerra Mondiale; è invece una escalation, sostiene Palmesino, che dovrebbe farci dichiarare il caos climatico per arrivare ad una pace vera. Questa pace non è militare, e non è nemmeno un ritorno all’idillio campestre, ma una “pace con noi stessi”. L’ontologia dell’Antropocene impone cioè, come ho scritto più volte qui e su La Stampa, una nuova etica. Ed entrambe presuppongono un ripensamento della nostra identità di specie. 

– fine prima parte

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Le microplastiche di La Roche-Posay sul SOCIAL CAMPER con il nome del Comune di Milano

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Il 4 giugno scorso, alle ore 10.25 circa del mattino, faceva tappa in Piazza Gramsci, a Milano, il SOCIAL CAMPER, una iniziativa itinerante di informazione sulla salute, e sull’importanza della prevenzione, di Lloyds Farmacia. Il camper – che è in tour su Milano dal 17 aprile e che proseguirà poi a Prato e Bologna – consiste di uno stand aperto al pubblico, con uno spazio espositivo per volantini informativi, e una vetrina di prodotti, formulazioni cosmetiche e farmaci, proprio come sul banco di una farmacia tradizionale. I temi conduttori di quest’anno sono la pelle sensibile e la protezione dal sole per prevenire il melanoma. Il Comune di Milano si è offerto di collaborare con il Social Camper, come appare chiaramente scritto sul “colofon” del progetto, dove stanno anche i nomi dei tre sponsor: Sandoz, Nestlé e La Roche-Posay, marchio del Gruppo L’Oréal che utilizza microplastiche, e in particolare il polietilene. 

Il Social Camper è un progetto voluto da Lloyds Farmacia del Gruppo Admenta e proposto dall’agenzia di comunicazione Energie Sociali Jesurum all’Assessorato Politiche Sociali, Salute e Diritti del Comune di Milano, attraverso il Bando del Welfare, aperto a chiunque voglia sottoporre alla valutazione dell’Assessorato iniziative in linea con gli obiettivi di salvaguardia e valorizzazione della salute pubblica della città. Energie Sociali Jerusum si è data il compito di trovare un pool di sponsor che rendessero il progetto economicamente fattibile trovando così in La Roche-Posay uno dei tre soggetti finanziatori. 

Il polietilene è una sostanza polimerica sintetica, non organica, e non biodegradabile, sotto forma di particelle insolubili in acqua del diametro pari o inferiore a 5 millimetri. Appartiene dunque alla categoria chimica delle microplastiche. 

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Il polieteliene, presente in almeno due formulazioni La Roche-Posay – Hydraphase Intense Legere (Trattamento Reidratante 24 h Riempitivo) e Idraphase Intense Roche (Trattamento Reidratante 24 h Riempitivo) – è una microplastica, che però in Italia può ancora essere utilizzata in cosmetica perché non rientra nelle due categorie di “sfere” che saranno messe al bando nel nostro Paese a partire dal 2020, e già fuori legge in Inghilterra dal gennaio 2019: i detergenti, i gel lavanti, i dentifrici, shampoo e qualunque formulazione implichi il risciacquo in acqua e naturalmente gli esfolianti. In Inghilterra, Greenpeace UK aveva denunciato, nelle fasi preparatorie della Legge per il divieto sulle microplastiche, esattamente questo rischio, il fatto cioè che il bando non doveva coinvolgere solo i prodotti da risciacquo diretto, escludendo quindi le creme, i solari, e i cosmetici (make-up): “I sondaggi del Governo sul comparto delle microsfere (ndr, di plastica) ha mostrato che una larga parte della popolazione lava via il make-up e i prodotti di skincare, giù nel flusso di acqua corrente. Eppure, mentre alcuni di questi tipi di prodotti è stato dimostrato contengono come ingrediente microplastiche, potrebbero essere esclusi e finire fuori dal bando sulle microsfere proposto dal Governo”. La legge passata in Inghilterra, benché ampia, non copre ancora l’intera gamma di prodotti cosmetici con microplastiche, come ha ammesso con la BBC il 9 gennaio 2018 Chris Flower della Cosmetic, Toiletry and Perfumery Association (CTPA): “Ci sono ancora ingredienti nella maggior parte dei cosmetici leave-on che potrebbero essere definiti come plastica. In termini di quantità, rappresentano circa il 2% della relativamente piccola quantità delle sfere di plastica reale (real plastic) nei prodotti da risciacquo”. 

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Va detto, dunque, che, anche nel caso del polietilene, stiamo parlando di una plastica che è ancora legale impiegare in parte della filiera dell’industria cosmetica. E tuttavia, il fatto che sia legale non significa che non sia plastica, e neppure che non esistano evidenze scientifiche del danno ambientale che può provocare. Nel caso delle creme con questo ingrediente, che cosa succede al polietilene quando mi lavo la faccia? Perché due vie sono possibili: o la pelle lo assorbe, insieme ad altri principi attivi, e quindi mi ritrovo la plastica nell’organismo, oppure la pelle non lo può assorbire e quando mi lavo la faccia il polietilene finisce giù nel lavandino, e poi nel mare e poi nell’oceano. 

Plastic in Cosmetics – Are we polluting the environment through our personal care?” é un report pubblico dell’UNEP, l’agenzia delle Nazioni Uniti per la Protezione dell’Ambiente, commissionato dal Global Programme of Action for the Protection of the Marine Environment from Land-based Activities (GPA) nel 2015. In questo documento si legge: “Un totale di 4360 tonnellate di sfere di microplastica sono state utilizzate in Europa nel 2012, nei Paesi membri più la Norvegia e la Svizzera, stando a Comestics Europe, che si è focalizzata sull’uso delle sfere di microplastica, con le sfere di polietilene che rappresentano il 93% del totale”. Il polietilene ha una consistenza cerosa: “le cere di polietilene non sono solubili in acqua, sono materiali solidi con punti di fusione al calore ben al di sotto del massimo termico delle acque marine e perciò rientrano nella definizione di rifiuto in microplastica”. 

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Il polietilene ha diverse proprietà, ed è per questo che non viene utilizzato solo nei detergenti, ma anche nei cosmetici e nella dermocosmesi: è abrasivo, può formare un “film” sulla pelle, controllare la viscosità di una formula, e agire come “legante” di polveri, come nelle ciprie. In questo documento l’UNEP definisce gli ingredienti plastici “potenziali inquinanti ambientali”, facendo riferimento a letteratura scientifica approvata in peer review: “attraverso il risciacquo e l’immissione nelle acque correnti le microplastiche da PCCPs – personal care and cosmetici products – possono raggiungere gli ambienti marini, viaggiare liberamente, galleggiare o rimanere sospesi nella colonna d’acqua. Una volta là, si mixano con microplastiche ‘secondarie’, che provengono dalla rottura di plastiche di dimensioni maggiori, proprio come fanno le microplastiche ‘primarie’, che non sono frammenti ma prodotti di manifattura, come i particolati a pellet e materiali industriali, emesse da altre fonti”. Il dubbio che i particolati di plastica entrino, a questo punto, in catena alimentare cominciano ad esserci dal 2013. 

È stato dimostrato, riporta l’UNEP, che gli invertebrati marini  e i vertebrati terresti assorbono microplastica: la microplastica è stata trovata nelle procellarie, nelle aragoste, nei mitili, e nei sedimenti marini del Pianeta. Benché la nanotoxicologia su queste sostanze sia ancora agli inizi, ciò che sappiamo comprende indizi sulla possibilità che la microplastica superi la barriera placentare nei mammiferi, induca la risposta infiammatoria dei tessuti, alteri il metabolismo. Lo scorso gennaio la tossicologa Rosemary Waring ha rilasciato una intervista alla SPIEGEL in cui, tra molte cose preoccupanti, dice, a proposito della destinazione ultima della microplastica: “Non sappiamo veramente dove finisca, ma in alcuni animali marini queste particelle è stato visto si accumulano nel cervello, nel fegato e in altri tessuti”. E da dove viene questa microplastica? Ecco cosa risponde la Waring: “Da molte fonti, ad esempio dalla rottura di pezzi più grossi, dall’abrasione dei pneumatici, dalle microsfere dei cosmetici e dai vestiti in fibre sintetiche”. Si stima che entro il 2025 ci saranno negli oceani  250 milioni di tonnellate di plastica. Questo vuol dire tutta la plastica, compreso ogni singolo millimetro di polietilene. Secondo la Waring, considerato che moltissima ricerca deve ancora essere fatta per capire cosa succederà ai nostri organismi che vanno riempiendosi di plastica, dovrebbe valere un saggio principio di precauzione. E cioè chiudere la produzione, in toto. 

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Sulla questione del polietilene nelle creme La Roche-Posay questo è la posizione di L’Oreal Italia, attraverso il responsabile stampa Filippo De Caterina: “

“Sulle microplastiche siamo perfettamente in linea, anzi siamo stati addirittura in anticipo, rispetto alla posizione presa dal Legislatore, che ne impedisce l’utilizzo come ingredienti di cosmetici da risciacquo e scrub.  In entrambe le tipologie di prodotto secondo la norma italiana del 2017 le microplastiche verranno bandite a partire dal 2020, ma noi abbiamo già da alcuni anni provveduto alla loro sostituzione con ingredienti ecocompatibili. Vorrei segnalare che la cosmetica è uno dei pochi settori che abbia una regolazione in questo campo e ne siamo felici. Le microplastiche contenute nei prodotti da risciacquo e scrub secondo gli esperti possono entrare nel ciclo delle acque, come confermato anche dalla Ocean Conference delle Nazioni Unite nel 2017. Secondo gli stessi esperti  le microplastiche contenute in prodotti non da risciacquo non rientrano nel ciclo delle acque. il polietilene è una microplastica ma nelle creme che non si risciacquano alla luce delle attuali conoscenze di esperti e legislazione, non è causa di problemi di carattere ambientale. Quanto alla sicurezza dei consumatori, tutti i nostri prodotti sono sottoposti a centinaia di test per garantirne l’innocuità per la salute e l’efficacia. Se possibile  sui prodotti venduti in farmacia siamo ancora più attenti perchè si rivolgono a persone con la pelle sensibile. I nostri prodotti sono sicuri, perché testati e perché corrispondono a tutte le normative vigenti, che noi rispettiamo totalmente. E continueremo a rispettare in ogni caso. Se un domani il Legislatore dovesse porre ulteriori limiti nell’utilizzo delle microplastiche ci adegueremo prontamente, rispettosi come sempre delle indicazioni normative.”

Per quanto riguarda la Ocean Conference delle Nazioni Unite (oceanconference.un.org) del 2017, le cose non stanno esattamente così. Nel documento Concept Paper, partnership dialogue 1 – Adressing Marine Pollution, si legge, a pagina 3: “Per quanto riguarda la salute umana, uno Studio dell’UNEP sta stabilito che le microplastiche nel cibo di orine marina attualmente non rappresenta un rischio per la salute umana, benché molte incertezze persistano. E tuttavia, lo stesso studio aggiunge che rimane molta incertezza circa i possibili effetti delle particelle di nano-plastica, che sono capaci di attraversare la barriera cellulare”. 

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Il SOCIAL CAMPER porta però anche il nome del Comune di Milano, e in particolar modo di un Assessorato che dovrebbe occuparsi del bene collettivo. Ebbene, l’Assessorato ignorava il problema delle microplastiche connesso allo sponsor La Roche-Posay: “Innanzitutto ti ringraziamo per la segnalazione, che prenderemo in seria considerazione nel valutare la situazione. Ti faccio presente, però, che il Comune non è l’organizzatore dell’iniziativa del social camper. La collaborazione è basata su una proposta che il Comune ha ricevuto da Energie sociali Jesurum Lab tramite lo strumento del bando welfare e che ha giudicato condivisibile nelle finalità. Tuttavia, lo sviluppo del progetto e il rapporto con gli sponsor non vengono curati dal Comune che rimane impegnato con diverse iniziative nel combattere l’emergenza climatica”, mi scrive via mail in una nota ufficiale l’ufficio stampa interno all’Assessorato. 

Più articolata, invece, la posizione di Michela Jesurum di Energie Sociali Jesurum, che ha fatto da tramite tra Lloyds Farmacia e il Comune di Milano: “Abbiamo realizzato il CAMPER attraverso il ‘bando del welfare’ dell’Assessorato alle politiche sociali, attraverso il quale chiunque può presentare un progetto che poi viene valutato da una Commissione, a costo zero per il Comune. Io mi occupo di quello, di progetti pubblico-privato, che rispondono agli obiettivi del pubblico, quindi delle Giunte, o di qualsiasi soggetto interessato a divulgare un concetto. Il mio compito è coinvolgere delle aziende che possono metterlo a terra. L’obiettivo in questo caso è evidente, è quello di divulgare la prevenzione in diversi ambiti. Quello che noi facciamo in genere, al di là di questa iniziativa, è di cercare di portare le iniziative sia nel centro delle città sia nelle periferie, che di solito sono meno toccate da queste iniziative private. Il primo passo è cercare che le aziende coinvolte operino sia nel centro delle città che nelle periferie. Dopo di che, in questo caso lo abbiamo fatto con Lloyds Farmacia, che è un mio cliente. 

Loro facevano già un camper, hanno un camper: uno dei macro-obiettivi dell’Assessorato alla salute è di divulgare la prevenzione in diversi ambiti, con diversi target. Ne no parlato con Lloyds, lo abbiamo presentato ed è passato. Evidentemente, per mettere il progetto a terra, ci sono delle aziende private che sostengono i costi dei giri, dell’allestimento, del personale. In questo caso, La Roche-Posay Italia, Nestlè Skin Health con Cetaphil e Sandoz. Le dico la verità, lo ignoravamo, però le dico anche una cosa per oggettiva trasparenza – come dire, lavoro con aziende che in termini di corporate siano aziende con degli obiettivi, con dei prodotti, per me condivisibili, non lavorerei per le armi, per il fumo – per me è assolutamente impossibile conoscere tutti i componenti dei prodotti delle aziende che coinvolgo in progetti di pubblico privato, è una cosa che non è nelle mie capacità, diciamo. Peraltro i componenti di tutti i prodotti naturalmente rispondono alle normative italiane ed europee. Un controllo sull’azienda lo faccio; per quanto mi riguarda il Gruppo L’Oréal mi sembra un gruppo che in termini di gestione dell’azienda, di approccio al mercato e di comportamento con i dipendenti, si comporta in maniera etica. 

Il tema ambientale è chiaramente da tutti noi condiviso ma ogni volta che si implementa un progetto e si coinvolgono delle aziende a mio parere la selezione deve rispondere a dei canoni etici che non possono essere riconducibili ai singoli componenti di tutti i prodotti. Non è una giustificazione, ma una spiegazione. L’Oréal collabora con tutte le istituzioni del mondo. L’obiettivo era portare avanti dei concetti di prevenzione e questo è stato fatto. L’obiettivo del SOCIAL CAMPER non è parlare di prodotti: il tema che viene portato avanti dal camper in questo caso è un tema legato alla salute della pelle, all’idratazione e alla protezione solare. Credo che la verità stia nel mezzo, perché qui c’è un grande tema, il tema del pubblico – privato, il tema di riuscire a portare a tutta la città alcune iniziative, in tutte le città, andare in zone dove di solito le aziende non vanno, e se non ci fosse il privato non sarebbe sempre possibile”.

Ci sono invece delle domande a cui un sano dibattito ambientale, politico e civile dovrebbe provare a dare una risposta: mangeremmo una insalata di plastica verde, se la vedessimo a occhio nudo? Spalmeremmo la pelle di nostro figlio con una crema gel di plastica turchese o rosa o arancione, se vedessimo a occhio nudo le molecole di plastica? 

Può una istituzione pubblica non verificare con attenzione gli sponsor coinvolti in un progetto che parla, appunto, di salute? Il principio di precauzione non dovrebbe essere uno strumento di governo della cosa pubblica e del nostro modo di fare impresa? È giusto accettare i soldi privati di enormi gruppi industriali per costruire progetti magari socialmente meritevoli, nel campo dell’arte ad esempio – la BP in Inghilterra – o addirittura della salute pubblica? L’integrità fisica e psichica delle persone, il diritto alla salute, non dovrebbe essere protetto in modo coerente, anche con rigida coerenza se necessario? Come si fa a parlare di prevenzione quando si offre allo sguardo curioso del cittadino, e alla sua legittima fiducia nelle istituzioni pubbliche, creme con dentro la plastica? Possiamo davvero ignorare un ingrediente su tutti gli altri, un aspetto della realtà su tutti gli altri, solo perché non si vede a occhio nudo? Possiamo insomma continuare a fare ciò che abbiamo fatto per decenni, scegliere il business purché sia? E infine, quale è la coerenza ecologica di questa amministrazione comunale, al di là della propaganda del 15 marzo e della stretta di mano con Fridays for Future?

Dal 5 giugno su Telegram un nuovo Canale dedicato all’estinzione

 

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Dal 5 giugno scorso Tracking Extinction – il tema conduttore di questo blog – è anche su Telegram: ogni giorno pubblico una breve nota audio di commento, riflessione o informazione sulla crisi ecologica. Il nuovo canale sarà soprattutto uno spazio di commento e di analisi della condizione antropologica in cui ci troviamo, perché la nostra è una epoca di estinzione: che cosa significa essere testimoni della Sesta Estinzione? Per quale motivo, oggi, è così essenziale comprendere la portata del passaggio storico che stiamo vivendo? In che modo l’estinzione affligge la nostra vita quotidiana?

Perché l’estinzione è ormai fatto politico, sociale, culturale. Alla Triennale di Milano è in corso, fino al 1 settembre, la mostra Broken Nature. Nonostante i presupposti dell’allestimento tendino a privilegiare il punto di osservazione del design sullo stato del Pianeta ( e quindi la capacità della creatività umana di elaborare nuove strategie di uso delle risorse naturali), la vocazione intima della esposizione è paleontologica. L’estinzione è infatti, ormai, un tratto sostanziale della civiltà che Homo sapiens ha imposto al Pianeta. Perciò, ogni alterazione, ogni intervento artificiale ad alto impatto, come ad esempio la proliferazione delle plastiche e delle microplastiche, finisce con il diventare una caratteristica ereditaria della Terra stessa. In altre parole, il nostro Pianeta eredita anche i nostri errori, le nostre meravigliose invenzioni, le nostre approssimazioni spericolate. Non sappiamo dove questa linea di discendenza ci condurrà. Eppure, il sentimento di sconforto, perdita e abbandono che pervade questa mostra è il “colore” stesso dell’estinzione, una condizione originale dell’Antropocene. Ogni giorno, su Telegram, darò spazio a questo backstage della crisi ecologica. 

Tyrrhenian Sea Plastic Tour - Capraia Island, Corsica Mayday Tour Plastica - Isola di Capraia e Corsica
(Photo Credits: Greenpeace, Tour MayDaySOSPlastica)

Nonostante tutto questo, nel nostro Paese ancora si stenta a riconoscere il collasso della biosfera, che è ben lungi dall’essere un problema percepito come urgente. Repubblica ha appena celebrato a Bologna il rito della RepIdee, una sfilata di nomi notissimi del cosiddetto e presunto establishment di intellettuali impegnati sul fronte dei diritti civili. Nessuno di loro ha però sentito il bisogno, in questi ultimi mesi, dopo i rapporti IPCC e IPBES, di prendere una posizione sull’estinzione e sui cambiamenti climatici. Manca in sostanza una riflessione corale, pubblica, costante sulla verità, che, anch’essa, pertiene al diritto dei cittadini di sapere cosa sta accadendo al contesto vitale da cui traiamo cibo, aria, acqua. Mentre abbonda l’ipocrisia moralistica, del voler parlare della tragedia delle genti africane in fuga dalla carestia escludendo però valutazioni sulla questione ambientale, come ha giustamente scritto in più occasioni Fabio Balocco. Tracking Extinction su Telegram ( è con questo nome che lo trovate nella stringa di ricerca) è una alternativa alla retorica della cronaca inchiodata al presente e si rivolge quindi a tutti coloro che vogliono fare qualcosa della loro sanissima preoccupazione per il collasso della biosfera. 

Le diseguaglianze sociali sono il miglior alleato del negazionismo climatico

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Questo 24 maggio è iniziato in modo entusiasmante. Stamattina Yanis Varoufakis, candidato al Parlamento Europeo con Diem25, ha ritweettato una mia riflessione sulle ormai imminenti elezioni continentali. Scrivevo infatti che un volantino elettorale come il suo, in cui la crisi climatica viene nominata apertamente, non potrebbe mai essere il volantino del Partito Democratico, per cui il collasso del Pianeta è solo un soprammobile retorico. La generosità di Yanis Varoufakis mi ha fatto pensare ad una domanda che una studentessa del corso di giornalismo della università IULM di Milano mi ha posto qualche settimana fa. Eleonora stava scrivendo la sua tesi di fine Master e mi chiedeva che ruolo avesse Extinction Rebellion nel panorama attuale dei movimenti ambientalisti europei. Aveva letto i miei interventi sul movimento, trovandoci molto più sugo di quanto pubblicato sulle testate nazionali dei grandi editori. Ma come arrivare ad un blog indipendente nell’oceano di titoli, nomi e siti web di cui pullula la Rete, se non lo conosci in anticipo, si chiedeva dunque Eleonora. 

In parole semplici: come fare informazione ambientale, se non hai un brand editoriale che sostenga la tua firma ?

Una domanda tutt’altro che scontata e che molto ha a che spartire con la nostra epoca di collasso ambientale, e di crescenti povertà. Le diseguaglianze sociali sono infatti il miglior alleato del negazionismo climatico, e della censura sull’estinzione del mondo vivente. E questo accade perché il giornalismo indipendente è stato gravemente minato nelle sue stesse fondamenta dal crescere della precarietà economica, per non dire della fame vera e propria, dei reporter ambientali. C’è una correlazione molto stretta, e molto preoccupante, tra le paghe indecenti che porta a casa chi scrive di atmosfera e biosfera e la disintegrazione del diritto civile all’informazione sulla distruzione del sistema climatico terrestre e l’annichilamento della biodiversità. Maggiore è la povertà netta dei giornalisti che hanno scelto di dedicarsi al XXI secolo, e non al gossip, e maggiore è la lacuna di consapevolezza di cui soffre l’opinione pubblica. Sono argomenti che pertengono alla giustizia sociale, di cui in Italia si parla pochissimo e che invece vanno in prima pagina sui giornali anglosassoni perché, nonostante tutte le contraddizioni della Brexit e dell’amministrazione Trump, nei Paesi di lingua inglese sopravvive un orgoglio democratico che considera ancora i giornali un presidio di coscienza collettiva, e non solo una corte di interessi corporativi e di lustrini fake buoni per i salotti dei talk delle 20.30. 

Partire da una famiglia economicamente svantaggiata compromette l’accesso a professioni di alto contenuto intellettuale, perché in queste professioni il lavoro semi-gratuito è il primo passaggio di un curriculum appetibile per un editore. Nel giornalismo la principale voce di spesa di questo percorso sono i viaggi in giro per il mondo. Se non te li puoi permettere, sei fuori per principio, e non perché non hai talenti da spendere. Sam Friedman e Daniel Laurison hanno discusso la verità imbarazzante del “tetto di cristallo della carriera” in un saggio piuttosto ruvido su The Guardian: The class pay gap: how it pays to be privileged. Ma anche Mongabay, un magazine di enorme qualità sulle questioni ambientali, aveva pubblicato l’anno scorso una inchiesta impressionante scritta da Jeremy Hance sui professionisti nel settore della conservazione della biodiversità: senza soldi di famiglia la maggior parte dei brillanti ecologi laureati nei migliori atenei inglesi finiscono a servire il caffè da Sturbucks. Anche per gli esperti di grandi felini vale lo stesso discorso dei reporter ambientali: bisogna viaggiare, pagarsi soggiorni a zero retribuzione per mesi presso le NGO, e tante altre cose che sono incompatibili con un conto corrente a zero sterline. Se in Italia avessimo a disposizione inchieste di questo tipo ci accorgeremmo che la crisi climatica, per non parlare della defaunazione del Pianeta, sono ancora dei fantasmi per moltissimi di noi non tanto perché forti soggetti economici hanno fatto di tutto per non diffondere il panico, quanto piuttosto perché chi voleva raccontare la verità doveva scegliere tra mangiare o morire Don Chisciotte. 

Dopo 30 anni di retorica a buon mercato sul “sogno americano” se ne sono accorti anche negli USA. È di qualche giorno fa la notizia, riportata da The Wall Strett Journal, che almeno 50 scuole di livello useranno un nuovo indice di misurazione della diseguaglianze sociali per conteggiare quanto contino la povertà, la violenza di strada e le difficoltà quotidiane di sopravvivenza nel decidere l’accesso di giovani di valore nei migliori college del Paese. Il nuovo sistema di ranking – denominato “adversity score” – è stato elaborato dal College Board, una NGO con sede a New York. In una nota rinascita alla CBS, il CEO della NGO, David Coleman, ha detto: “Lungo la sua storia, il College Board ha sempre avuto come focus la scoperta di talenti che passano inosservati. L’Environmental Context Dashboard getta una luce sugli studenti che hanno dimostrato una notevole ricchezza di iniziative nel superare sfide e che hanno raggiunto di più, con meno. Il Dashboard aiuterà i colleghi ad essere testimoni della forza degli studenti in una larga porzione dell’America che è stata trascurata”. Tra gli indici che compongono il punteggio finale c’è il reddito della famiglia di origine, il livello di istruzione dei genitori e il valore della casa in proprietà in cui si abita, o, all’apposto, il costo di una abitazione. 

Tutto questo mi ha ricordato la parabola semi sconosciuta, ancorché eccezionale, di Jens Munk, uno dei più ardimentosi esploratori artici dei primi decenni del Seicento, un navigatore leggendario, di nazionalità danese, a cui il giornalista ambientale Thorkild Hansen dedicò una biografia, pubblicata in Italia da Iperborea (Il capitano Jens Munk). Jens era il migliore, nessuno aveva dubbi su questo. Lo sapeva il Re, lo sapevano i suoi dignitari. Ma quando si trattò di assegnare un capitano alla circumnavigazione dell’Africa il posto finì ad Ove Ghiedde, un nobile spocchioso e incompetente che però aveva il vanto del rango sociale. Scrive Hansen: “Questa è una legge che entra spesso in vigore per le alte nomine: un uomo può essere incapace, inadatto a eseguire il compito che gli è stato affidato; ma non è determinante. Può essere di origine modesta, un ex mozzo, sì, un bastardo: neanche questo conta. Un’unica cosa è richiesta, un’unica condizione è necessaria perché ci si accorga di te, si amino i tuoi lati ridicoli, si ammiri il talento che non hai, ti si accordi potere e autorità, ti si giudichi bello, intelligente, importante, insostituibile. Un’unica cosa. Detto in confidenza e a bassa voce: devi avere soldi. Più ne hai e più te ne daremo. Più vorrai accettarne e più ti ringrazieremo”. 

Eccoci ai fatti, dunque. “La scrittura corre il pericolo di diventare una professione d’élite”, perché molti autori sono di fatto sovvenzionati, sponsorizzati e mantenuti dai soldi del proprio compagno, o compagna, o da un secondo lavoro, per stare a galla. Lo dice il rapporto annuale della Authors’ Licensing and Colletive Society del Regno Unito. Il reddito medio annuo di uno scrittore inglese è di 10.500 sterline, identico a quello di un giornalista free lance italiano. Il rischio intrinseco a questa condizione sociale è che l’informazione, perché di solito i giornalisti scrivono anche libri, si restringa sempre di più sino a diventare una fotografia molto, molto sfuocata di ciò che effettivamente il mondo è. 

Kath Viner direttrice di The Guardian lo aveva già denunciato un paio di anni fa, scrivendo cose che nessuno in Italia scriverebbe mai sul Corriere della Sera. ( A mission for journalism in a time of crisis, 16 novembre 2017). La Viner cita Ethan Zuckerman, che insegna al MIT di Boston: “potremmo ripensare il nostro ruolo di giornalisti pensandoci come persone che danno una mano…trovare luoghi dove i giornalisti, su di un piano individuale e collettivo, possono essere il più efficaci possibili, ed influenti”. I blog seri ed indipendenti potrebbero essere una di queste strade, una delle opzioni positive sul tavolo. Una delle risposte attendibili e solide alla domanda di Eleonora.

Ma vediamo come la Viner argomenta la sua adesione, in quanto direttrice del migliore giornale del mondo, alla riflessione di Zuckerman: “Per far questo, i giornalisti devono conquistarsi la fiducia di coloro al cui aiuto hanno intenzione di dedicarsi. Dobbiamo, allora, mostrare una maggiore capacità di rappresentare le società che vogliamo rappresentare. Coloro che appartengono ai media provengono sempre più massicciamente dallo stesso, privilegiato settore della società: questo problema è peggiorato negli ultimi decenni. Stando ad un report del governo del 2012 sulla mobilità sociale nel Regno Unito, mentre molte professioni sono ancora ‘dominate da una élite sociale’, il giornalismo si colloca dietro la medicina, la politica e anche le scienze forensi nell’aprire la porta a persone di strati sociali svantaggiati. ‘Dunque nel giornalismo si è verificato uno spostamento ancor più significativo verso l’esclusività sociale rispetto a qualunque altra professione’, conclude il rapporto. Questo conta parecchio, perché chi viene da background esclusivi, omogenei, difficilmente conosce qualcuno colpito direttamente, e dolorosamente, dalla crisi del nostro tempo, e men che meno spende il suo tempo nei luoghi dove queste crisi stanno avendo luogo. Le organizzazioni che fanno informazione ed hanno staff composti in larga parte da persone che vengono da background sociali simili sono molto meno inclini a riconoscere le questioni che invece la gente comune nota nelle proprie comunità ogni giorno come ‘notizie’; le discussioni all’interno di questi outlet di notizie saranno dunque inevitabilmente plasmate dai privilegi che i partecipanti condividono tra loro”. 

Come trovare allora un punto di equilibrio? Credo che oggi una seconda risposta alla domanda di Eleonora l’abbia data proprio Yanis Varoufakis. Qualche settimana fa, nella sua casa di Atene, gli hanno chiesto come pensava di partire con un movimento politico che non aveva certo la struttura di un partito, e quindi neppure le sue ricorse capillari. Varoufakis ha detto, be’, abbiamo deciso di cominciare, semplice. Questo principio – decidere di metterci tutte le energie possibili, cercando fonti, persone che hanno qualcosa di originale da dire proprio sulla crisi del nostro tempo, puntare su un intimo sentimento di giustizia professionale, ambientale ed etica – è il fondamento del giornalismo indipendente. Lo vogliamo fare perché sentiamo di doverlo fare. La questione quindi è: intendere il giornalismo ambientale, a questo punto della crisi, come una scelta di vita, come una posizione personale e intellettuale. 

Certo, poi, che la libertà ha anche bisogno di sponsor. Ha bisogno di lettori attenti, seri, gente che ha voglia di approfondire perché è stufa marcia dello skim reading. Leggere un articolo e postarlo vuol dire affidarlo a Google, che è il più potente ufficio stampa dei free lance. I click si trasformano in percentuali appetibili su Google Analytics, che a sua volta funziona come un gigantesco ufficio PR gratuito per chiunque, con pubblicità o sponsorship, voglia fare reddito sulle idee di qualcuno, e sul suo modo di esprimerle. Questo è l’unico circuito virtuoso su cui il giornalismo ambientale ha una speranza di sopravvivenza nell’imminente futuro italiano: trovare fondi attraverso una qualità rintracciata e segnalata dai lettori, da tutti coloro insomma che hanno voglia, sul serio, di capirci qualcosa e sono disposti a fermarsi cinque minuti sulle ricerche, a volte lunghe anni, dei reporter indipendenti. È questo che ho condiviso stamattina con Yanis Vaorufakis. 

 

La bio-economia EU si regge su quasi 20 milioni di ettari di terre coltivabili non europee

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L’impronta ecologica europea non riguarda soltanto ciò che mettiamo in tavola ogni giorno. Uno studio uscito sulla Environmental Research Letter lo scorso 9 aprile (pubblicato qui) ha calcolato sul periodo 1995-2010 il peso della “non-food bioeconomy” dell’Europa a 28, cioè l’importazione dai mercati globali di materie prime vegetali e animali non destinate all’alimentazione che sostengono i nostri stili di vita e le nostre industrie. La ricerca è firmata dai ricercatori di 4 prestigiosi istituti europei: Institute for Ecological Economics della Vienna University of Economics and Business,  Stockholm Resilience Centre di Stoccolma,  International Institute for Applied Systems Analysis, a Laxenburg, sempre in Austria, e infine Institute for Food and Resource Economics and Center for Development Research, University of Bonn, Germania.  In sostanza, questa ricerca è un tentativo, finora unico, di definire l’impronta agricola non alimentare della Comunità Europea a 28 Stati membri. I ricercatori hanno applicato un modello matematico complesso, che tiene in considerazione tutti i passaggi dei processi di produzione e rifornimento fino al consumo finale di prodotti finiti e raffinati. Un eccellente argomento di cui si dovrebbe discutere nei talk televisivi in vista delle Elezioni Europee del prossimo 25 maggio.

L’aspetto più interessante, e preoccupante, di questa ricerca è la sua totale coerenza con quanto emerso dal Global Assessment IPBES della settimana scorsa: la caratteristica fondamentale dei consumi del XXI secolo sono le “tele-connection”, cioè gli effetti ambientali, geograficamente lontanissimi, dei nostri consumi e delle nostre abitudini culturali. “I risultati mostrano chiaramente che la EU ha il primato mondiale nella trasformazione e nel consumo dei prodotti vegetali derivati da coltivazioni e non destinati all’alimentazione, mentre, allo stesso tempo, continua a dipendere pesantemente dalla loro importazione. Due terzi della superficie agricola richiesta per soddisfare il consumo di biomassa non alimentare della EU si trovano in regioni dall’altra parte del mondo, particolarmente in Cina, negli Stati Uniti e in Indonesia, con un crescente e potenziale impatto su ecosistemi molto distanti. Con quasi il 39% nel 2010, l’olio prodotto da semi oleosi per i carburanti organici, i detergenti e i polimeri rappresenta la voce dominante nella domanda complessiva di vegetali non alimentari della EU”, si legge nello Studio. Seguono le fibre tessili vegetali, come il cotone, le pelli animali, la lana che contribuiscono al totale per un altro 22%. 

La cosiddetta EU Bioeconomy Strategy  ( l’implementazione di programmi di crescita “verde”, fondate cioè su risorse biologiche, partita con la Biofuel Directive del 2003) deve cioè essere analizzata da uno spettro di punti di vista decisamente più ampio rispetto a quanto fatto fino ad ora, a causa degli “spillover effects”, ossia delle conseguenze impreviste di politiche pur disegnate sulla ricerca di un impatto minore, più sostenibile, sul Pianeta. Questo aspetto dell’industria europea, il dislocamento degli impatti ambientali sull’importazione di prodotti organici, biologici, non è mai stato affrontato direttamente. Secondo lo Studio, “la EU fino ad adesso non è stata d’accordo su una metodologia comune per stabilire gli impatti nell’uso del suolo a grande distanza connessi con le politiche comunitarie. I sistemi di controllo con indicatori-chiave di riferimento di forte significato per la terra adatta alla coltivazione, come il Resource Efficiency Scoreboard (EUROSTAT 2015), sono focalizzati soltanto su indicatori territoriali e mancano di tenere in considerazione le connessioni a distanza”. 

Dunque, avvertono i dati, “un rischio particolare è l’incremento dell’uso di terra su scala globale per soddisfare la domanda economica. Questo tipo di rischio è ben illustrato dal fatto che l’Europa si distingue come l’unica regione che è importatore netto di 4 delle maggiori categorie di risorse naturali: materiali, acqua, carbone e terra da coltivare”. 

Un quarto delle materie prime grezze utilizzate dall’industria europea viene dal resto del mondo. In numeri, nel solo 2010, il nostro sistema produttivo ha avuto bisogno di 19.8 milioni di ettari di terra per sostenersi. In Cina, con 4.4 milioni di ettari per materie prime oleose; nella regione Asia-Pacifico, con 3 milioni di ettari sempre per semi oleosi e gomma; e negli Stati Uniti, con 1.6 milioni di ettari per mais ed etanolo. In assoluto, siamo la regione del mondo che consuma più terra per la propria economia e la propria cultura (28.2 milioni di ettari nel 2010), seguiti dalla Cina molto vicina ormai (27.7 milioni di ettari). Che cosa significa tutto questo tradotto per ciascuno di noi, per ogni singolo cittadino europeo? 562 metri quadrati di terra del mondo a testa per i nostri bisogni, gusti, desideri. Sono 828 negli Stati Uniti, 468 in Brasile. Tanto per farci una idea: in India siamo a 79 pro capite. Quando si parla dunque di crescita economica, sarebbe bene anche raccontare all’opinione pubblica che la nostra, già discutibile, possibilità di “crescere” ha implicazioni sistemiche globali che mettono in movimento effetti domino identificabili, ma non prevedibili. In poche parole: sostenere che la crescita sia ciò di cui abbiamo bisogno, e poi attuare politiche immigratorie razziste e restrittive, è una gigantesca ipocrisia.

Il dilemma che la ricerca espone tra le righe, quindi, è estremamente sottile, ed è il dilemma degli ultimi 25 anni di storia dell’ambientalismo. Può una crescita economica verde rallentare e infine porre fine alla distruzione del Pianeta? La risposta è no: “Molti scenari sull’impiego di energia e di terra su scala globale mostrano che un cambiamento sistemico verso una bio-economia dipenderà massicciamente sugli ecosistemi terrestri e sulle risorse naturali terrestri. L’espansione della bio-economia andrà ad aggiungersi alla già alta domanda di terre agricole per produrre cibo, con il risultato di una crescente pressione sui limiti del Pianeta. Ciò è profondamente connesso, inoltre, con le questioni di giustizia sociale, quando si arriva a parlare della distribuzione delle risorse bio-fisiche”. Il tema più scottante, dunque, è sempre lo stesso, ed è assente dalla corsa alle Elezioni del 25 maggio: dobbiamo tutti avere molto di meno di quanto abbiamo preteso avere finora. Non ci sono negoziati. È questa la verità di cui parla Extinction Rebellion. 

Il Global Assessment IPBES: il collasso della biodiversità non ha precedenti storici e sta accelerando

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(Miniera di rame a cielo aperto, Spagna. Credits: Denis Zhitnik/shutterstock.com)

Verrà reso pubblico a Parigi tra 50 minuti il Biodiversity Global Assessment dell’IPBES (organismo indipendente che lavora in seno alle Nazioni Unite), un documento senza precedenti per vastità di dati raccolti e analizzati sullo stato di salute del nostro Pianeta, e sulle conseguenze delle logiche di sfruttamento intrinseche alla civiltà umana degli ultimi cinque secoli. Il Global Assessment ha ragionato su quanto è accaduto alla Terra negli ultimi 50 anni e cade in un momento di crescente tensione, a causa delle diseguaglianze sociali dei Paesi più ricchi e della volontà di dire finalmente basta pronunciata da movimenti radicali come Extinction Rebellion. Gli autori avvertono che “è in corso il pericoloso declino della natura, caratterizzato da tassi di estinzione delle specie viventi senza precedenti, e in fase di accelerazione”. Ormai 1 milione di specie è minacciata di estinzione, una condizione che non si è mai verificata prima nella storia umana. Inoltre, si legge sempre sul documento officiale dell’Assemblea Plenaria appena chiusa a Parigi, “la risposta attuale, su scala globale, è insufficiente e cambiamenti profondamente trasformativi sono necessari per recuperare e proteggere la natura”. In sostanza,“l’opposizione di interessi ben mascherati deve essere sopravanzata dal bene comune”. La professore Sandra Diaz, Argentina, ha parlato inoltre del legame tra noi e il Pianeta, che ci vincola a prendere una posizione antropologica e non solo scientifica sull’estinzione, sin nel cuore delle comunità civili e cittadine: “il contributo che la biodiversità e la natura offrono agli esseri umani sono la nostra eredità comune e la più importante rete di salvataggio dell’umanità. Ma abbiamo tirato questa rete sino al punto di rottura”. Va sottolineato che il Global Assessment è un documento costruito per gli attori politici, è cioè uno strumento utile a orientare la prassi politica nella direzione del bene di tutti. 

Sir Robert Watson, IPBES Chair, ha dichiarato: “La enorme chiarezza del Global Assessment IPBES ci presenta una fotografia sinistra. La salute degli ecosistemi da cui noi e ogni altra specie dipendiamo si sta deteriorando più rapidamente che mai. Stiamo distruggendo a poco a poco le fondamenta stesse delle nostre economie, delle nostre vite, della sicurezza alimentare, della salute e della qualità dell’esistenza in ogni angolo del mondo”. Sir Watson ha ricordato con insistenza che il margine di azione ancora in nostro potere c’è, ma che occorre una risposta generale, che coinvolge cioè ogni scala politica e geografica. Il “cambiamento verso la trasformazione” è “una riorganizzazione strutturale del sistema attraverso fattori tecnologici, economici e sociali, che includono anche i nostri paradigmi di valore e gli obiettivi”. Secondo il Global Assessment è indispensabile uscire dal modello della crescita economica, se vogliamo progettare sul serio ciò che da decenni chiamiamo sostenibilità. Crescita economica e sopravvivenza biologica sono insomma due modi di intendere il Pianeta incompatibili. 

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(Contadini spruzzano pesticidi in un campo di grano. Credits: Jinning Li/shutterstock.com)

In un comunicato stampa uscito domenica, Extinction Rebellion ha commentato: “Il Global Assessment diffonde un messaggio di grande forza: l’umanità è coinvolta in un genocidio di massa delle altre specie con cui condividiamo la nostra casa comune”. La dottoressa Alison Green, National Director (UK) di Scientists Warning e portavoce del movimento britannico ha aggiunto: “tra tutti quelli simili, questo è il rapporto che maggiormente ci condanna, perché rivela i nostri sostanziali ed estesi fallimenti nel fronteggiare la sempre più veloce perdita di biodiversità. Ci fa vergognare, e ci sciocca. Poco o nulla è stato intrapreso per contenere le esitazioni, la perdita di habitat e il recupero degli ecosistemi, entro limiti ecologici di sicurezza, all’interno di produzioni e consumi sostenibili”. 

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(Tartaruga embricata, Oceano Indiano, Maldive. Credits: Andrey Armyagov)

Vediamo allora i numeri del Global Assessment IPBES. Considerando i valori medi sul numero di individui di una popolazione, l’abbondanza di specie native nella maggior parte degli habitat terrestri è crollata del 20% a partire da inizio Novecento. Oltre il 40% degli anfibi, il 33% dei coralli che formano le barriere e oltre 1/3 dei mammiferi marini sono ormai minacciati. Il quadro non è ancora del tutto chiaro per gli insetti, ma probabilmente sono minacciati in una percentuale attorno al 10% di tutte le specie conosciute. Negli ultimi 5 secoli sono scomparsi dalla faccia della Terra almeno 680 specie di vertebrati; la rarefazione della biodiversità animale riguarda anche le specie domestiche, però. Nel 2016 era ormai andato perso il 9 % delle varietà di mammiferi selezionati nel corso del tempo a scopo alimentare e 1000 incroci sono oggi a rischio. Sono queste estinzioni, insieme a quelle della specie selvatiche che compromettono la tenuta delle reti trofiche negli ecosistemi ancora non convertiti ad agricoltura, che scrivono ipoteche molto preoccupanti sulla nostra capacità futura di produrre cibo per miliardi di persone. D’altronde, spiega il Global Assessment, se andiamo ad indagare su come si è espansa l’impronta umana sul Pianeta le risposte sono abbastanza intuitive: dagli anni ’70 il valore produttivo dei campi è cresciuto del 300%, l’abbattimento di alberi per ricavarne legname del 45%; a partire dal 1980, il prelievo di risorse rinnovabili e non, su scala globale, ogni anno, è stato di 60 miliardi di tonnellate. E le aree urbane sono più che raddoppiate dal 1992. 

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In sinergia con questi incrementi esponenziali – ricordiamo che il paradigma di estinzione è anche un paradigma di espansione – dai tempi del primo mandato Reagan alla presidenza degli Stati Uniti il nostro consumo di plastica è aumentato di 10 volte. Ogni dodici mesi buttiamo nelle acque del Pianeta, mari, oceani e fiumi, 300-400 milioni di tonnellate di metalli pesanti, solventi, fanghi tossici e altri residui industriali. I fertilizzanti agricoli hanno provocato 400 “zone morte” costiere, e cioè 245.000 chilometri quadrati anossici. Dal 1980 al 200 sono andati persi 100 milioni di ettari di foreste tropicali, a causa soprattutto dell’allevamento delle vacche da carne (America Latina, 42 milioni ettari) e delle piantagioni di olio di palma nel Sud Est dell’Asia (7,5 milioni di ettari). Una pressione abnorme motivata dunque dal nostro stile di vita e da ciò che riteniamo imprescindibile in una esistenza occidentale degna di essere vissuta. Nessuno, finora, ha davvero pagato il prezzo globale di queste convinzioni. Entro il 2050 verranno costruiti e asfaltati circa 25 milioni di chilometri di strade, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. E nel mondo sono già 2500 i conflitti armati che ruotano attorno ai combustibili fossili e alla lotta per l’acqua e il cibo quotidiani. A tutto questo vanno aggiunti gli effetti dinamici e non lineari dei cambiamenti climatici che già impattano anche sulla genetica delle faune: ormai la distribuzione del 47% dei mammiferi terresti, e di 1/4 degli uccelli, è già stata modificata dal riscaldamento del Pianeta. Il Global Assessment l’ha messo nero su bianco: gli Obiettivi di Aichi al 2020 non sono stati raggiunti. E 22 su 44 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sono compromessi dal collasso della biosfera. Significa fame, sete e morte per inedia per milioni di persone.

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(Gli effetti della deforestazione e dello slush and burn in una valle del Madagascar. Credits: Dudarev Mikhail/shutterstock.com)

Il Global Assessment identifica 5 driver fondamentali di questa condizione di civiltà, in ordine decrescente di intensità: 1) cambiamenti di uso nella terra e nei mari; 2) sfruttamento diretto degli organismi viventi; 3) cambiamento climatico, 4) inquinamento; 5) specie invasive non autoctone. Non ci sono dunque dubbi che gli attuali trend economici non ci porteranno da nessuna parte da qui al 2050, se non ad un ulteriore deterioramento della biosfera. Per invertire la rotta non serve solo un ragionamento economico, ormai è chiaro, ma anche, e con la massima urgenza, una riflessione antropologica e culturale. 

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(Kuta Beach, Bali. Credits: Maxim Blinkov/shuttestock.com)

In altre parole, le scienze sociali sono fondamentali per comprendere come siamo arrivati a questo punto e devono essere inserite nelle strategie di cambiamento: “La perdita di biodiversità risulta essere non soltanto una questione ambientale. Riguarda anche lo sviluppo, l’economia e la sicurezza, la società e le sue istanze morali. Occorre dunque una amministrazione integrata (di questi aspetti, NdR) e approcci che attraversino i diversi ambiti e che tengano conto degli effetti ridondanti della produzione del cibo e dell’energia, delle infrastrutture, della disponibilità di acqua potabile e della gestione delle coste, e infine della conservazione della biodiversità”. Il Global Assessment insiste cioè su un aspetto della crisi ecologica che finora non è stato adeguatamente studiato, e considerato, nella generale attenzione spasmodica per i numeri dell’economia e della conversione alle rinnovabili. Il collasso attuale è il prodotto storico della reciproca interazione tra demografia ed economica, sostenute entrambe da apparati ideologici e morali che costituiscono l’ossatura portante della civiltà a capitalismo avanzato. Questo è il motivo per cui il cambiamento necessario non può evitare le forche caudine di una profonda riflessione individuale e quindi collettiva sul nostro modello di società e di relazioni. Prof. Eduardo S. Brondízio, Brasile: “I fattori-chiave includono la crescita demografica e i consumi pro-capite; l’innovazione tecnologica, che in qualche ha caso ha diminuito e in altri accresciuto il danno alla natura; e, in modo davvero critico, la governance e la responsabilità giuridica. Lo schema che emerge è la connessione di ogni aspetto e la rifrazione a distanza della estrazione e produzione, che avvengono in un luogo del mondo per soddisfare esigenze di consumo lontanissime”. 

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(Donne malgasce di etnia Vezo a pesca, Madagascar. Credits: Sun Singer/shuttestock.com)

Audrey Azoulay, Director-General, UNESCO : “Le conoscenze attualmente in nostro possesso, conoscenze locali, indigene e scientifiche provano che abbiamo le soluzioni e perciò non ci sono più scuse: dobbiamo vivere su questo Pianeta in modo differente”. Per Azoulay anche le faune e la flora appartengono a quell’immenso e antico complesso di legami, simboli e vincoli biologici che la nostra specie ha chiamato cultura: “l’UNESCO è impegnato a promuovere la vita e la sua diversità, la solidarietà ecologica con le altre specie viventi, e a stabilite nuovi, equi e globali legami di collaborazione e solidarietà tra le generazioni, per la sopravvivenza futura dell’umanità”. 

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(Medicina tradizionale ayurvedica, India. Credits: Nila Newson/shutterstock.com)

Un richiamo ad una solidarietà antropologica il Global Assessment lo lancia anche a proposito delle popolazioni indigene rimaste, che occupano meno di 1/4 della superficie terrestre e che però sperimentano una coesistenza con gli habitat decisamente più efficace della nostra. Le loro aspettative sul futuro, il loro patrimonio di usi ed economie locali, deve appartenere alle strategie politiche dei prossimi decenni, in senso giuridico ed amministrativo. Ma conta soprattutto, in questa prima fase, riconoscere che la via Occidentale al possesso del Pianeta – inaugurata cinque secoli fa dall’impresa di Colombo nelle Americhe – non fu l’unica opzione vissuta da Homo sapiens. Ed è quindi arrivato il momento storico di porla in discussione, ammettendone i limiti e l’intrinseco gradiente di rischio. Nello sforzo del cambiamento ogni cittadino, a qualunque comunità appartenga, deve sentire la responsabilità verso i suoi simili, e i produttori di cibo ugualmente devono essere riconosciuti come responsabili di ciò che producono. Il valore assoluto della biodiversità deve cioè entrare a pieno diritto e ragione nella pianificazione politica e nella elaborazione, che è compito delle comunità civili, di una visione contemporanea del Pianeta e del ruolo che vi ha Homo sapiens.