Categoria: Extinction Rebellion

XR è ora nel pieno della sua maturità

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(Credits: Extinction Rebellion London FB)

Nella settimana del 15 ottobre 30mila persone hanno manifestato sotto la pioggia, per le strade di Londra, con Extinction Rebellion. Una gigantesca azione di disobbedienza civile che in tutto il mondo, riferisce XR nel comunicato stampa conclusivo di venerdì scorso, è costato l’arresto a 3mila civili. Nel nostro Paese, questi fatti non sono stati considerati una notizia ad esempio dal Tg La7 di Enrico Mentana, ma neppure da Lili Gruber e da Barbara Palombelli, le signore in Armani dei talk dell’ora di cena. Un vuoto democratico spaventoso e indecente. Ma procediamo per gradi. Dopo i due momenti topici del 30 ottobre 2018 e del 15 aprile 2019 questa terza azione di disobbedienza civile di massa ha dato inizio ad un atteggiamento mentale completamente nuovo nell’ambientalismo. E non solo in quello militante, attivo ( non tutti hanno potuto lasciato il lavoro per dormire in tenda a Vauxhall o a Trafalgar Square), ma sopratutto, e qui sta la vera novità, nell’ambientalismo spirituale di tutti coloro che sanno che non abbiamo più alternative se non innescare una rivolta civile. 

“Tempi difficili attendono la Gran Bretagna e il mondo. Tutti adesso ci troviamo di fronte ad una scelta, se unirci od optare per la divisione. Hanno manifestato in strada i nonni, donne che hanno allattato i loro figli davanti alla sede di Google, gruppi da tutto il Paese hanno occupato luoghi nell’intero quartiere di Westminster”. La intensità della partecipazione della società civile inglese è stata straordinaria: il movimento ha dimostrato, enorme lezione per l’Italia, la maturità dell’ambientalismo inglese, fatto di gente comune, motivata, seria, e non di cavalieri solitari in cerca di un pubblico o di uffici marketing personalizzati. Molti ragazzi in sedia a rotelle hanno partecipato alle manifestazioni, mostrando quanto grande sia ciò che ognuno di noi può fare con il poco che possiede.

Ma XR ha anche indicato una strada per i ragionamenti che ci attendono negli anni a venire. È giunto infatti il momento di instaurare parallelismi e paragoni molto scomodi e indigesti al perbenismo di comodo. Per quanto mi riguarda, ho parlato più volte delle somiglianze tra la burocrazia del consenso durante il periodo nazista e la attuale ignavia di massa (in Italia siamo all’anno zero) nei confronti del collasso del Pianeta. Due giorni fa sul profilo FB di XR London è stata caricata una fotografia storica, in bianco e nero, di un gruppo di indiani del Madras, India, ridotti a scheletri dalla fame. Si tratta della Grande Carestia del 1876-78, che coinvolse buona parte dell’India meridionale e fece 5 milioni e mezzo di morti. L’altopiano del Deccan fu colpito, in quegli anni, da una terribile siccità, ma le scelte politiche con cui le Autorità Coloniali Britanniche gestirono l’emergenza furono decisive per aumentare a dismisura le vittime. Lord Lytton, il viceré, approvò una massiccia esportazione di grano (320mila tonnellate) verso l’Inghilterra. In sintesi il poco cibo disponibile venne esportato. I fatti rientrano in quei piani di sfruttamento coloniale delle risorse indiane che il socio-antropologo Mike Davies ha definito “olocausti tardo-vittoriani”. 

L’opinione pubblica deve essere messa di fronte a questa verità: il cambiamento degli schemi climatici su cui abbiamo regolato la nostra capacità di produrre cibo, una volta alterati, compromettono la tenuta dei nostri sistemi alimentari (food chain). I grandi giornali, e spesso anche i piccoli giornali, tendono a ridimensionare il paragone con epoche storiche che consideriamo raccapriccianti per la loro violenza intrinseca e che pretendiamo ormai “superate” da una attitudine moderna al progresso. Sono letture manipolatorie della realtà odierna, tutelate in Italia dall’Ordine dei Giornalisti, che hanno lo scopo di ridimensionare la percezione storica della crisi ecologica, isolandola nel tempo e nello spazio, ascrivendola alla emotività sovra eccitata degli ambientalisti di professione, e sminuendone quindi la portata.

Gli esempi di questa complicità non mancano. Lo scorso 18 ottobre, Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo di Massimo Fini (“Si muore di suicidi e denatalità”), che a sua volta riprendeva un contributo uscito sul Corriere della Sera e firmato da Antonio Scurati: in entrambi si sosteneva l’insostenibile, ovvero la necessità di rimediare al crollo demografico occidentale, interpretato come una sciagura. Fini, purtroppo, non è nuovo a sparate del genere, visto che di recente, sempre sul Fatto, è uscito un suo editoriale delirante a favore dell’alimentazione carnivora (il 27 agosto: “L’estremismo della carne”). Sovrappopolazione e impossibilità di continuare ad abitare ancora a lungo su un Pianeta vivibile ingozzandosi di proteine animali non sono opinioni, sono dati di fatto scientifici. Questo modo di argomentare lo stato attuale del Pianeta, e sopratutto la necessità di tassare imballaggi di plastica, bistecche, junk food per provare, invece, a spostare soldi dalle industrie più distruttive a modelli produttivi innovativi, non è innocuo. Continua ad instillare nell’opinione pubblica il pregiudizio che tutto sommato le cose non sono così gravi, che prima o poi verrà fuori un piano B, e che la situazione climatica è abbastanza sotto controllo da motivare, questo sì in modo sostenibile, fiumi di riflessioni egocentriche. XR ha piantonato l’ingresso della BBC per chiedere una svolta ( basta invitare negazionisti, e preoccuparsi di verificare da chi sono sovvenzionati i Think Tank per cui lavorano gli esperti intervistati): consiglio di ascoltare il loro podcast ( su Apple Podcast o Spotify) del 13 ottobre intitolato “BBC tell the truth”. L’audio contiene anche una efficacissima, e impressionante, fiction dei messaggi di emergenza che la radio britannica dovrà presto trasmettere, se non riusciremo a innescare un cambio di passo storico sul collasso ecologico. In guerra, la radio serve per organizzare le evacuazioni, dare istruzioni sulle scorte di cibo, allertare i quartieri a rischio per le infiltrazioni di bande di terroristi e gente armata in cerca di acqua potabile. Ricordiamo che la BBC, al netto delle sue reticenze, è una eccellenza mondiale nell’informazione planetaria. Exemplum a maiore.

È chiaro che portare la protesta ad un livello critico come quello a cui abbiamo assistito negli ultimi dieci giorni suscita anche rabbia, indignazione, stupore, antipatia. La posizione di XR, diffusa sempre con il comunicato stampa di venerdì scorso, è esemplare: “Qualunque sia il vostro punto di vista, la ribellione ha suscitato conversazioni che non c’erano mai state. Eppure, questo autunno di rivolta è stato molto diverso da Aprile, dalla prima sollevazione. La risposta del Governo e delle Autorità (ndr, prima del 15 ottobre sono state sequestrate molte attrezzature e cucine da campo) ha significato che certi aspetti di impatto visivo, anche la gioia della ribellione, non erano più possibili. La confisca delle attrezzature per persone disabili ha reso poi il loro accesso decisamente più difficile. Moltissime conferenze già pianificate non hanno potuto aver luogo e moltissimi relatori non hanno potuto parlare, ed è stato tutto molto più complicato per centinaia di artisti che volevano intervenire. L’escalation negli ordini restrittivi della Polizia ha impedito la presenza di coloro che si trovavano nelle situazioni più vulnerabili. Non avrebbe potuto esserci la gioia di stare insieme che c’è stata ad Aprile. Eppure, grazie alla sincerità di cuore e alla creatività di tanta gente siamo stati in grado di adattarci, con successo, e di creare qualcosa di nuovo. Questa ribellione è stata diversa anche a ragione della maggiore varietà di persone e di aggregazioni sociali che hanno partecipato”. 

Una accesa polemica ha fatto seguito ad una aggressione avvenuta a Canning Town, Shadwell and Stratford, il 17 ottobre: un attivista non autorizzato da XR, ma che aveva espresso la sua adesione al movimento, è salito sul tetto di un vagone della metropolitana, a quell’ora della mattina affollatissima di pendolari che, per ragioni di reddito, non hanno altri mezzi per raggiungere il posto di lavoro, che non avrebbe pagato loro le ore di ritardo spese ad aspettare una risoluzione pacifica della manifestazione. Il dimostrante è stato aggredito e trascinato a forza giù dal tetto, rischiando il peggio. L’episodio ha dimostrato la fragilità assoluta di tutti noi, e in particolare modo delle fasce più deboli e peggio retribuite, dinanzi alla crisi ecologica. Per chi ha un pessimo impiego mal pagato ( non importa se in un ufficio o in un fast food) i blocchi sulle strade significano comprensibilmente disagio, rabbia e ingiustizia; ridotti a spettri dei protagonisti della democrazia che fu, ce la prendiamo però con un innocente. I veri colpevoli non sono gli ambientalisti, che, anzi, in Inghilterra – come in Francia e in Germania – sono gli unici a parlare delle ricadute sociali, sempre più inique, della distruzione del Pianeta. Responsabili sono invece le élite al potere, che da quasi 30 anni ormai promettono di farsi carico di un sistema economico insostenibile mentre, in separate stanze, firmano politiche accondiscendenti nei confronti dei big polluters. Il punto sulla faccenda di Canning Town, purtroppo, è che lo stesso organigramma produttivo che ci ha condotti al punto in cui siamo ha anche svuotato le società civili del diritto ad una vita migliore attraverso la protesta, l’azione sindacale, lo sciopero pacifico e continuativo. Siamo divenuti schiavi silenziosi, a cui non resta che obbedire per mangiare un tozzo di pane o perdere il lavoro come inutili Don Chisciotte di un mondo perfetto nella sua violenza istituzionalizzata. 

La posizione di XR su Canning Town ha un enorme rilevanza etica: “Come abbiamo visto l’altro ieri (ndr, il 17 ottobre) a Canning Town, Shadwell and Stratford, è chiaro che abbiamo bisogno di imparare ancora molto su come colmare questo divario. Non sempre ci riusciamo. Siamo consapevoli che, in questo viaggio, commetteremo e commentiamo degli errori. Come chiunque altro, siamo tutti esseri umani imperfetti che sono semplicemente parte di un sistema che distrugge il Pianeta così come distrugge chiunque altro. Sappiamo di fare cose che ogni giorno causano disordine nelle vita quotidiana della gente, ma lo facciamo per rendere tangibile la minaccia esistenziale che incombe su tutti noi, e questa gente ha ragione ad essere arrabbiata con noi. Ma molti di noi sono terrorizzati dinanzi al futuro che attende il Pianeta che amiamo. Non tutti sono con noi su questa questione della emergenza climatica ed ecologica e spesso sono le stesse voci marginalizzate ed escluse dalla società a non abbracciare Extinction Rebellion. Molti sono già talmente preoccupati dal ritirare avanti che il nostro messaggio sembra loro irrilevante. Non possono concepire di rischiare di farsi arrestare e di perdere due settimane di lavoro. È quindi arrivato il momento di fare uno sforzo concertato per ascoltarli. A prescindere dal fatto che decidano o meno di venire con noi. Per noi è importante che la gente trovi il proprio ruolo e la proprio voce in ciò che verrà, in un gruppo organizzato o in qualunque modo vada bene per loro. Questa emergenza non è separata dalla vita di ogni giorno, ci sono già persone che stanno morendo dall’altra parte del mondo (….) Agli abitanti di Londra dichiamo questo: ci dispiace di avervi causato disagio. Lo avevamo previsto, proprio perché abbiamo paura per ciò che amiamo. Per molti di noi Londra è la nostra casa, e ci teniamo quanto voi”. 

Se c’è una cosa che la settimana del 15 ottobre ha dimostrato è fino a che punto il collasso del Pianeta coinvolga ogni aspetto della quotidianità. Questo pone due problemi apertissimi: il primo, quale prezzo dovremmo pagare, in termini sociali, per spingere i governi ad agire in modo adeguato, e, secondo, se davvero l’attuale schema di civiltà possa essere riformato. 

XR, La dignità è politica allo stato puro

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Se c’è una parola che descrive al meglio i primi quattro giorni della ribellione internazionale di Extinction Rebellion in Inghilterra, in Francia e in Germania è questa: dignità. Di solito la dignità è un atteggiamento mentale che viene ricondotto alla integrità interiore di un individuo, alla sua disponibilità a non rinunciare al rispetto di sé in nome del beneficio altrui. Possiamo però affermare che l’aggravarsi della crisi ecologica ha ormai indotto una rapida riformulazione della dignità umana: oggi, ha dignità chi ha deciso di ribellarsi, ossia di assumere una visione di se stesso e del mondo aggiornata al XXI secolo. Una visione del mondo, è indispensabile ripeterlo, storica. Coerente, in altre parole, con la nostra epoca, che è l’unica che ci è toccato in sorte di vivere. E a cui apparteniamo. Non esiste responsabilità storica al di fuori di un sentimento di sé fondamentalmente storico. Si diventa responsabili della propria condotta solo quando si comprende che la propria epoca storica è il prodotto di azioni, intendimenti e scelte. È cioè opera umana. La dignità dei rivoltosi di Londra e Parigi è radicata in questo principio politico. 

La dignità è politica allo stato puro: fomenta il senso critico, getta il seme dell’indignazione, fortifica la reattività alle menzogne propagandistiche della politica ufficiale (obiettivi climatici derogabili al 2050 o anche 2100, insofferenza per il disaccoppiamento degli investimenti verdi dalle voci di spesa e quindi dalle necessità di pareggio della prossima legge di Bilancio).  Ma avere un atteggiamento dignitoso oggi significa soprattutto voler vedere le cose per come sono e non insistere in una vanità di facciata, che relega le informazioni scientifiche sul collasso del Pianeta a pettegolezzo rompiscatole. L’opposto della dignità, lo dimostrano gli attivisti di Extinction Rebellion, è la superficialità storicamente alienata. 

In UK sono già state arrestate almeno 1000 persone, tra cui un 95enne. Il 10 ottobre è avvenuto l’impensabile (talvolta ciò che non si ha neppure l’ardire di desiderare è invece ciò di cui si avrebbe massimamente bisogno): gli attivisti inglesi hanno bloccato il salone delle partenze del City Airport di Londra, si sono arrampicati sul tetto del terminal e uno di loro è riuscito anche a filmarsi mentre ostacolava le operazioni di imbarco passeggeri su un volo di linea. Un campione sportivo para-olimpico, James Brown, si è seduto in cima ad un aereo della British Airways che avrebbe dovuto partire per lo Sciphol di Amsterdam. A Parigi, da 4 giorni, qualche decina di francesi è accampata allo Chatelet, nel centro di Parigi, con attrezzature igieniche di fortuna e cucine da campo. A Berlino l’occupazione pacifica di suolo pubblico è cominciata lunedì alle 4 e mezza di mattina nel cuore del Tiergarten, attorno alla Siegessaeule (Grosser Sterne) e prosegue con la tattica dello sciame di dimostranti che compaiono a piccoli gruppi in giro per la capitale, usando la messaggistica in tempo reale di Telegram. Molti civili hanno portato ai manifestanti tè caldo e generi di prima necessità ( fa già freddo a Berlino, e piove). 

Sappiamo, in Europa, che il tempo del realismo non è quasi mai il tempo della politica ufficiale, se non a vicende belliche avviate. Ma lo è per la rivoluzione, invece, che, per quanto a lance spezzate, infiacchita dal consumismo di 7 decenni di doping antropologico, è quanto mai attuale nella misura in cui la sua alternativa è un totale annientamento della vita degna di essere vissuta. Perché dobbiamo essere molto chiari, potremo ancora vivere, certo, in un mondo sempre più caldo, ma bisogna essere consci che ci riusciremo solo con il coltello tra i denti. Proprio in questi giorni lo Environmental Audit Committee del Parlamento inglese, come riferisce Extinction Rebellion, ha espresso “una profonda preoccupazione sull’impatto dell’innalzamento dei prezzi del cibo per le fasce più poveri e vulnerabili della popolazione in Inghilterra, e la compiacenza del governo su questa questione”. Un paio di esempi piuttosto eloquenti: in Francia, è in corso una crisi della cipolla ( la varietà pregiata Cévennes). A causa delle piogge eccessive i raccolti sono diminuiti del 30%. Nel 2018 la Lettonia, sempre a causa del crollo nella produzione delle cipolle, aveva dichiarato uno stato di emergenza. L’autunno 2018 e l’inverno 2019 sono stati la stagione della crisi del cavolo cappuccio ( i crauti, per intenderci) in Germania. Troppa siccità. 

Intanto, la IUCN Species Survival Commission (il network mondiale più importante che riunisce 9000 esperti nella conservazione delle specie), nel corso della riunione plenaria di Abu Dhabi (6-9 ottobre) ha lanciato un nuovo appello perché ci si renda conto che l’estinzione della biodiversità va presa sul serio: “Ci rivolgiamo ai governi, ai donatori istituzionali e alla società civile affinché siano attuate misure di emergenza per salvare le specie a maggior rischio di estinzione (…) perché sia riconosciuto il legame tra il rischio naturale e il rischio finanziario”. Infine, “ci rivolgiamo a ogni individuo, soprattutto ai giovani, perché prendano una posizione e si alzino in piedi per parlare per la salvezza di tutte le specie”. 

A differenza dei cambiamenti climatici, abbiamo a disposizione un sostantivo che denota uno stato d’animo molto preciso per dire che cosa è l’estinzione: solitudine. Una sconfinata distesa di miliardi di esseri umani, come ha scritto E.O.Wilson; ma, soprattutto, il silenzio terrificante dell’unica specie rimasta condannata a guardarsi allo specchio, trovandoci solo il proprio volto, senza più il conforto del confronto con l’altro. Cioè, in parole da bar, con la ricchezza polimorfa della vita. 

 

Serve passione per il reale

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(Photo Credit: Extinction Rebellion London FB)

Ho appena finito di seguire una preview della cerimonia di chiusura della Mostra del Cinema di Venezia. Nel guazzabuglio di lodi a Joaquin Phoenix per la sua interpretazione in Joker è spuntato, immancabile, un elogio del cinema impegnato eco-sostenibile. Una industria, in altre parole, che non si costringe solo in un applauso alle buone intenzioni di Leonardo di Caprio, ma fa sempre di più perché ogni produzione sia amica del Pianeta. Ormai queste smancerie ambientaliste suonano addirittura peggiori del negazionismo. Sono inutili, retoriche e dannose. Rafforzano il messaggio che anche questo settore sia consapevolmente coinvolto in una virata etica. Che ci vengano a spiegare come un film può essere eco-sostenibile, perché non lo abbiamo ancora capito.

Il cinema soddisfa l’economia dei desideri. E anche l’economia capitalista, in una civiltà a capitalismo avanzato come la nostra, è strutturalmente orientata sul soddisfacimento di spinte pulsioniali ed emotive destinate ad autodistruggersi nel giro di qualche ora. A un mese esatto dall’inizio della seconda sollevazione di massa di Extinction Rebellion a Londra e Berlino ( si parte il 7 ottobre) comincia a farsi strada, almeno sul web, la sensazione che siamo arrivati ad un punto di pericolo abbastanza terrificante da sputar fuori qualche verità più costruttiva della solita banalità ecosostenibile. Su questa linea d’onda, ad esempio, è la intervista video di Luca Mercalli su vice.com, in cui Mercalli dice apertamente che i cambiamenti climatici provocati dalla combustione delle risorse energetiche fossili hanno però anche delle cause di ordine filosofico: “Tutto questo lo abbiamo fatto noi. È colpa di tante cose, certamente lo stile di vita indotto dal capitalismo e dal consumismo lo ha accelerato. I desideri, le attività e anche la proliferazione della specie umana devono darsi dei limiti. Il problema è che non ci siamo dati un limite; quindi secondo me è un problema filosofico oltre che economico”.

La disponibilità energetica a basso costo, ci ha impiegato due secoli, ma alla fine il processo è giunto a piena maturazione, ha plasmato una antropologia che non ha precedenti. Non solo ha abrogato lo strapotere degli eventi naturali (della physis) come barriera invalicabile per l’intraprendenza umana, ma ha anche dato libero sfogo ad un esercizio della libertà del tutto inedito. Il concetto moderno di libertà è interamente dipendente dall’impiego dei combustibili fossili. Metterla in questo modo, come la mette spesso Fabio Balocco su Il Fatto Quotidiano, significa però ribaltare il paradigma ambientalista degli ultimi 25 anni. Bisogna cioè passare da un modello interpretativo “è tutta colpa dei combustibili fossili” ad un modello “siamo dentro uno schema di civiltà ben preciso”. Non stiamo certo parlando di pizza e fichi, perché, come ho già scritto più volte, i pilastri del giornalismo ambientale sono fissati sul dogma del primo modello, sulla scorta della lodevole ma insufficiente intenzione di spingere il più possibile sulle rinnovabili. 

Per innescare una svolta, il passaggio al secondo modello, più scomodo, certo, dello schema di civiltà, occorre un ripensamento critico anche dell’informazione ambientale. Bisogna ammettere che i cambiamenti graduali nell’implementazione di politiche energetiche e di riciclo dei materiali sono bazzecole rispetto alla velocità dell’azione necessaria, e non hanno mai condotto l’ambientalismo nei palazzi del potere. Questo è uno dei principi cardine di Extinction Rebellion, ripetuto come un mantra da Roger Hallam nel pamphlet “Common Sense for the 21st Century”. Il titolo fa riferimento a Thomas Paine che nel 1776 scrisse un libello rivolto alla popolazione americana, dicendo loro “ciò che privatamente già sapevano, ma che non avevano il coraggio di dire apertamente; che dovevano dichiarare l’indipendenza dalla corona britannica. Il pamphlet fu letto dal 10% della popolazione, eppure si ritiene che riuscì a tradurre in azione la volontà di molti Americani, che si risolsero a buttarsi nella totale incertezza politica”. 

Serve, dunque, che il giornalismo ambientale sostenga una decisa autocritica sociale, perché là dove non c’è la politica, ci sono le scelte individuali e dove non ci possono essere neppure queste scelte, perché non si hanno abbastanza soldi in tasca per comprare le mele biologiche, si può avere la dignità di una informazione onesta e veritiera attraverso la lettura di libri, giornali, voci indipendenti. In definitiva, serve una spietata “passione per il reale”, come la definisce Alain Badiou nella sua opera mirabile Il secolo. 

La passione per il reale è l’adesione incondizionata al bisogno storico del momento. Ed è, per Badiou, ma ormai non solo per lui, una figura epistemologica sostanziale del paradigma rivoluzionario. Questa estate a 40 gradi e oltre in Europa ci dice che può anche darsi che la gravità dell’apocalisse sia la negazione, in termini hegeliani, che il collasso del Pianeta ha infine prodotto per noi, e attraverso di noi. Ed è quindi possibile, allontanandoci per forza di realtà dalle analisi post marxiste e post 1989 sulla fine della storia, che il capitalismo sia effettivamente compiuto. Che, in altre parole, spetti al discorso sulla verità delle cose – che è nelle mani dei giornalisti – dismettere le narrative felici e abbracciare invece il corso degli eventi con la necessaria serietà e convinzione. 

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(Photo Credit: Extinction Rebellion Deutschland FB)

L’auto-censura è stata la malattia (quasi) mortale dell’ambientalismo

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(Photo Credit: Extinction Rebellion London FB)

Ieri mattina Rupert Read, un filosofo della East Anglia University che ha aderito ad Extinction Rebellion, ha twittato un articolo uscito su EcoWatch che avrebbe dovuto essere tradotto, stampato e distribuito come road map per tutte le parti politiche che, a Roma, s’apprestavano a partecipare al secondo giro di consultazioni per il nuovo governo. Il motivo è che “Systemic Change Driven by Moral Awakening is our only hope” di Richard Heinberg smaschera la faciloneria con cui, per la verità a corrente alternata, il collasso del Pianeta spunta nel discorso politico, e nelle parole affrettate dei suoi protagonisti italiani, o di talk shaw come StaseraItalia di Rete4, che con Giuseppe Brindisi ammicca continuamente al negazionismo climatico. Durante il G7 di Biarritz, Giuseppe Conte ha infatti pubblicato un post di ispirazione ecologista, che è stato ripreso da Il Fatto Quotidiano: “è fondamentale ridare slancio all’economia. Soprattutto al commercio, all’attività manifatturiera e agli investimenti (…) Abbiamo il dovere e la responsabilità di salvaguardare il pianeta, la sua biodiversità e i suoi oceani, mobilizzando maggiori finanziamenti pubblici e privati, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”. 

Come sempre gli è accaduto finora, ma come del resto è accaduto anche a Nicola Zingaretti nella sua lista di priorità strategiche in 10 punti, Conte confonde continuamente lo sviluppo sostenibile e la protezione del sistema climatico terrestre. O meglio: costruisce una consequenzialità causa-effetto sui due concetti che di fatto non esiste. Non possiamo affrontare la catastrofe climatica e le estinzioni in corso con la economia verde, o con lo sviluppo sostenibile fondato sulla crescita. Anzi, a ben guardare il fulcro della questione non è neppure il cambiamento climatico. La distruzione del clima olocenico è un sintomo di una condizione di civiltà che ha impiegato cinque secoli (dalla doppia impresa atlantica di Colombo nel 1492 e di Magellano nel 1519-1522) per imprimere sul Pianeta la condizione ecologica attuale. Ma il contributo di EcoWatch spiega anche perché i limiti dell’approccio economico sostenibile hanno incontrato negli ultimi venti anni sempre maggiore ostracismo ed ostilità, e non solo in politica, nella finanza e nelle grandi organizzazioni internazionali. Gli stessi ambientalisti, e, qui in Italia, buona parte della editoria impegnata a salvare il Pianeta, hanno sistematicamente tagliato fuori, escluso e censurato le voci critiche nei confronti dell’epica romantica delle rinnovabili. Faccio un solo esempio che vale per cento altri possibili: “Che cosa è successo nel XX secolo?” Del filosofo tedesco Peter Sloterdijk è uno dei saggi più completi e vasti in circolazione oggi  sulle cause della crisi ecologica, ma in Italia è stato pubblicato da Bollati Boringhieri e non certo da Edizioni Ambiente. Certo, per seguire Sloterdijk bisogna conoscere Kojeve, Badiou, Hegel, Heidegger, Latour. 

Richard Heinberg scrive: “Il nostro problema ecologico fondamentale non è il cambiamento climatico. È l’eccesso di richiesta (overshoot), di cui il riscaldamento globale è un sintomo. L’eccesso di richiesta è una questione sistemica. Nell’ultimo secolo e mezzo, quantità abnormi di energia fossile a basso costo hanno reso possibile la crescita rapida della estrazione di risorse, e quindi della loro lavorazione e del consumo. A loro volta, questi processi hanno alimentato l’aumento della popolazione, l’inquinamento e la perdita di habitat naturali insieme alla biodiversità”. Negli anni ’70 il movimento ecologista, scrive Heinberg, aveva tratto beneficio dal pensiero sistemico, che tendeva a privilegiare lo studio degli ecosistemi come inter-relazioni complesse di processi chimici, fisici e biologici dipendenti gli uni dagli altri. Questo approccio, però, è andato spegnendosi nel corso degli anni ’80, e proprio mentre il cambiamento climatico diventava realtà scientifica quantificabile. “Oggi, la maggior parte del reporting è focalizzato come un raggio laser sul cambiamento climatico e le sue correlazioni sistemiche con altri peggiori dilemmi ecologici (ad esempio la sovrappopolazione, le estinzioni delle specie, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, la perdita dello strato fertile superficiale del suolo e l’acqua potabile) sono raramente esplorati”. I partiti ambientalisti, fino ad Extinction Rebellion, hanno guardato il problema fuori dal suo contesto storico. Questo ha favorito il rafforzarsi di una visione irrealistica delle soluzioni possibili, che ha potenziato una immagine quasi mitologica delle rinnovabili confinando il collasso della biodiversità in un angolo marginale. E sostenendo, infine, che anche per recuperare o salvare gli habitat e le loro faune bastasse puntare sulla crescita economica verde, che è anche l’idea centrale degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.

Una disamina di fulminante chiarezza, e disperante precisione matematica, sul vizio intrinseco ad un ragionamento di crescita economica però verde la ha fornita Jason Hickel – poi ampiamente citato da George Monbiot su The Guardian – nel suo pezzo Why growth Can’t be Green, pubblicato da foreignpolicy.com. “Un team di scienziati condotti dalla ricercatrice tedesca Monika Dittrich sollevò per primo dei dubbi nel 2012. Il suo gruppo realizzò un sofisticato modello computerizzato per prevedere che cosa sarebbe successo all’uso globale delle risorse se la crescita economica fosse continuata lungo la sua traiettoria attuale, con un incremento di circa il 2-3% ogni anno. Ne emerse che il consumo umano delle risorse naturali ( inclusi la pesca, l’allevamento, il prelievo dalle foreste, i metalli, i minerali e i combustibili fossili) sarebbe salito da 70 miliardi di metri cubi per anno nel 2012 a 180 miliardi di metri cubi per anno nel 2050. Come punto di riferimento, un uso sostenibile delle risorse si assesta sui 50 miliardi di metri cubi di tonnellate per anno – una soglia di limite che abbiamo superato nel 2000. Il team di ricercatori ha quindi ricalibrato il modello per vedere che cosa sarebbe accaduto se ogni nazione sulla Terra, immediatamente, avesse adottato le migliori pratiche nell’uso efficiente delle risorse (una ipotesi estremamente ottimistica). I risultati miglioravano: il consumo di risorse sarebbe schizzato a 93 miliardi di metri cubi entro il 2050. Ma questa cifra è ancora ben al di sopra di quello che stiamo consumando già oggi. Infine, l’anno scorso (nel 2017) l’UNEP (Programma Ambientale delle Nazioni Unite) – che un tempo era il fan più entusiasta della crescita verde – ha aggiunto il suo peso specifico al dibattito. Ha infatti testato uno scenario con un prezzo sul carbonio alla cifra pazzesca di 573 dollari americani alla tonnellata, con in più lo schiaffone di una tassa sulle attività estrattive, e ha infine supposto che una rapida innovazione tecnologica avrebbe ricevuto un forte sostegno dai governi. E che cosa veniva fuori? Avremmo raggiunto la cifra di 132 miliardi di tonnellate entro il 2050”. 

In estrema sintesi: continuare a chiacchierare di crescita, e però verde, come sta facendo il Partito Democratico, significa indulgere nella diffusione di menzogne che invaghiscono l’opinione pubblica con il confortante convincimento che non servono sacrifici per sopravvivere, ma solo conversioni energetiche, sostituzioni tecnologiche e spostamenti di investimenti. Secondo Heinberg, il focus assoluto sui cambiamenti climatici isolati dal loro contesto storico è una conseguenza della assunzione di realtà che mettere la politica dinanzi alla enormità del compito demotiverebbe qualunque politico. Una seconda spiegazione è tuttavia più arguta, e si avvicina maggiormente al cuore della questione: “Forse molti scienziati che una volta riconobbero la natura sistemica della nostra crisi ecologica arrivarono alla conclusione che se riusciamo ad affrontare con successo questa crisi climatica una volta per tutte, saremo poi in grado di guadagnare tempo con tutto il resto (sovrappopolazione, estinzioni delle specie, depauperamento delle risorse e così via)”. Ma, procedendo in questo modo, s’è ottenuto un effetto collaterale che ha peggiorato il quadro generale, riducendo ancora il nostro margine di azione: “Se il cambiamento climatico può essere contestualizzato come un problema isolato risolvibile con una soluzione tecnologica, le menti degli economisti e degli attori politici possono continuare tranquillamente a pascolare su terreni a loro familiari”. Il riduzionismo climatico ha cioè portato ad un riduzionismo politico, che ha infine schiacciato la coscienza collettiva sull’opportunismo del momento. 

Sarebbe inutile negarci che l’ambientalismo ha avuto una responsabilità enorme in questa lettura della cose, perché ha preferito semplificare il messaggio piuttosto che dire la verità. Le rinnovabili e il cambiamento climatico sono diventati degli slogan utili a condensare quel poco di reattività civile che ancora, in Italia, circondava l’emergere sconcertante di enormi distruzioni ambientali. Pur di arrivare alle orecchie dei più si è caduti nella trappola fatale dei teorici dello sviluppo economico a qualunque costo: mettere in un cantuccio per specialisti o accademici la natura sistemica della crisi ecologica che è sostanzialmente una crisi di civiltà. 

Anche la maggior parte degli editori ha imboccato la scorciatoia del manuale, aiutando investitori, politici e opinion leader a far sempre e comunque filtrare il messaggio subliminale che un discorso alla Sloterdijk sulla biosfera fosse materia per vecchi parrucconi innamorati di Marc Bloch, che poco o nulla masticavano di genetica applicata o di statistica o di climatologia. Disgraziatamente, la complessità è a fondamento della realtà e la censura serve soltanto a spostare in avanti il momento in cui diventerà una faccenda di vita o di morta confrontarsi con società complesse del tutto impreparate a pagare il conto del loro stile di vita fondato sulla rapina, lo sperpero e valutazioni quanto meno immaginifiche sui limiti del Pianeta. Non solo è arrivato il tempo di pretendere dai nostri amministratori una certa competenza in materia ambientale, con numeri in peer review e non unti dalla benedizione dei potenti del forum di Davos; è arrivato anche il tempo, per giornalisti, intellettuali e blogger, di scrivere saggi e reportage votati alla complessità poetica e crudele del nostro Pianeta. 

Gli esseri umani hanno ancora diritto a riprodursi?

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(Photo Credit: Extinction Rebellion East London)

Può essere che Homo sapiens sia intrinsecamente inadatto alla propria sopravvivenza, sui tempi lunghi? C’è, nella nostra specie, un destino sofocleo che ci condanna a farci fuori in virtù del nostro stesso patrimonio genetico? Nella settimana appena finita s’è tornato a parlare di questo: chi siamo, come siamo diventati ciò che siamo oggi e se ciò che siamo non ci condanni ormai alla fine pianificata del nostro stesso contesto ecologico, il Pianeta Terra. Il 10 luglio sono stati pubblicati su Nature i risultati di un lunghissimo studio su di un frammento di cranio fossile rinvenuto in Grecia, nella grotta di Apadima, nel Peloponneso: si tratta di un Homo sapiens, datato a 210mila anni fa. Finora, però, le evidenze paleontologiche degli uomini anatomicamente moderni in Europa erano riconducibili, tutte, a non prima di 45mila anni fa. L’ultimo Out of Africa di Homo sapiens ( una specie sviluppatasi in Africa circa 300mila anni fa) poteva cioè essere fissato attorno a non prima di 70mila anni fa. Il cranio di Apadima sembra mettere a soqquadro questa teoria. Forse siamo arrivati in Europa molto prima di quanto immaginato. Forse abbiamo convissuto con i Neanderthal molto più a lungo di quanto sospettato. 

Poi, l’11 luglio, è arrivato il World Population Day delle Nazioni Unite. Siamo 7.7 miliardi di persone. E la questione demografica, come era prevedibile dopo decenni di ipocrisia, sta esplodendo nel dibattito scientifico sulla conservazione delle specie. Il presunto diritto umano a far figli è un tabù radicato nella visione stessa della crescita che abbiamo ereditato, in ogni campo del sapere, dalla portentosa svolta produttiva e commerciale del XVI secolo. Pensare fuori dal paradigma della crescita per una infinità di pensatori e scienziati sembra impossibile. Indicibile, ancorché inammissibile, che si invochi un contenimento delle nascite allo scopo, evidente per chiunque consideri il metodo galileiano uno strumento di indagine della realtà, di salvare il salvabile degli habitat rimasti. Sul numero 12 del mese di luglio di Science è stata pubblicata una lettera (“Conservation: Beyond Population Growth”) di riposta ad un paper uscito lo scorso 29 marzo, che, lavorando su dati raccolti lungo 4 decenni nel sistema Serengeti-Mara, tra Kenya e Tanzania, discuteva le conseguenze della costante, progressiva pressione demografica umana sulle faune di questo angolo abbastanza integro di savana africana. Il titolo del paper era Cross-boundary human impacts compromise the Serengeti-Mara ecosystem. Ecco, in sintesi, quanto scoperto dagli autori: “La crescita della popolazione umana nelle aree circostanti al territorio protetto, e le attività umane correlate, stanno spingendo e concentrando la wildlife nelle aree protette già definite in un modo che potrebbe portare ad un loro declino”. In pratica gli animali tendono a stare al centro del territorio del Serengeti e del Mara, il più lontani possibili da ciò che accade ai margini dei parchi nazionali. Per questo, secondo gli autori, bisogna estendere la porzione di spazio protetto per includere i corridoi di migrazione stagionale. Bisogna cioè dare più spazio alle faune. Nella Lettera danno la loro risposta ricercatori norvegesi, della Università di scienza e tecnologia di Trondheim e della Università di Scienze della Vita. È la Norvegia cioè che risponde ad un problema africano, teniamolo a mente. Secondo i norvegesi, i colleghi si sono concentrati “con miopia” sul fattore demografico, finendo con l’auspicare lo spostamento coatto di comunità di pastori e allevatori e delle loro culture tradizionali, e cioè suggerendo espropriazioni ideologiche violente, come già accaduto del resto al Masai Mara e nella stessa Tanzania, a Loliondo. 

Quale è il punto di questa faccenda? La giusta visuale sta a metà strada tra le due posizioni, purtroppo: l’enormità, fuori di ogni proporzione, della nostra spinta demografica ( e quindi agricola, culturale, energetica) ha ormai innescato un cortocircuito fatale. Lo spazio disponibile non è illimitato, e proprio per questo è incompatibile con le esigenze di tutti. La via che i fautori del partito “prima gli esseri umani, sempre” finiscono con il disegnare conduce alle riserve: ridurre anche i più grandi parchi nazionali a enormi zoo a fisiologia controllata, e cioè con tassi di riproduzione sotto stretta vigilanza, corridoi di migrazione interrotti, e concessioni turistiche da miliardi di dollari per le élite del Pianeta; la via, invece, che i sostenitori della fazione “salvare la magafauna africana” hanno in testa non può che collidere con il diritto alla vita di migliaia di persone, che continuano a nascere e a respirare e a mangiare e a reclamare terra. Chi, allora, ha più diritto di vivere e di riprodursi?

L’11 luglio era il World Population Day e il Margaret Pike Trust ha reso noto un Manifesto (Thriving Together: Environmental Conservation and Family Planning) che ho definito rivoluzionario: è scritto, su questo manifesto, chiaro e tondo che la conservazione delle specie è incompatibile con un ulteriore boom demografico umano: “Le comunità rurali impoverite nelle nazioni in via di sviluppo si trovavano davanti le più grandi barriere nell’uso e nell’accesso ai servizi di salute riproduttiva, inclusi gli anticoncezionali. Queste barriere impediscono alle donne di scegliere liberamente quando e se avere figli (…) Quando la pressione umana sugli ecosistemi, su scala locale o in sinergia con quanto accade globalmente, si intensifica, soffrono entrambi, la salute della comunità e la salute dell’ambiente. Spessissimo c’è una perfetta sovrapposizione tra le aree che patiscono il più grande bisogno di accedere ai servizi per la salute riproduttiva, e di migliorarli, e le aree più a rischio per la conservazione (…) la pianificazione del numero di figli, limitando la crescita demografica, allieva la pressione sulla wildlife”. Queste parole sono state sottoscritte da WCS, The Nature Conservancy, Jane Goodall Foundation, Born Free, tra gli altri 150 pesi massimi della protezione di ciò che resta del Pianeta Terra e delle sue faune. Moltissimi di loro lavorano da decenni in Africa. Non c’è il WWF, purtroppo. 

Facciamo allora il punto: una specie particolare di primate, soltanto una, si è evoluta, negli ultimi 200mila anni, in modo da sviluppare una potenzialità riproduttiva eccezionale, perché gli individui di sesso femminile entrano in estro ogni mese a partire dalla pubertà e per almeno 4 decenni. Questo tratto evolutivo, sommandosi alle caratteristiche culturali uniche della specie, la capacità di elaborare un pensiero astratto e di porsi interrogativi morali, ha creato una condizione fuori da ogni scala biologica conosciuta: divenuta troppo numerosa, questa specie si trova ora a interrogare con angoscia il suo proprio programma ecologico. Ha ancora diritto a riprodursi? 

Questa domanda etica non pertiene solo al campo della filosofia morale. Perché il rischio più pericoloso che corriamo è di interpretare questo dilemma solo dal punto di vista teoretico, scivolando così in un antropocentrismo tanto riduttivo quanto quello che vorremmo combattere. Come scrisse Stephen Jay Gould, non si può pretendere che Homo sapiens sia “solo” parte della natura, pur essendo egli un animale; nessun animale ha mai fatto ciò che abbiamo fatto noi (“osserviamo il paesaggio dal finestrino di un aereo”). È antropocentrico anche l’atteggiamento di chi vorrebbe assomigliare a qualunque costo ad un animale pur di sentirsi meno in colpa per il fatto di essere uomo. E del resto è antropocentrico anche iper-valorizzare la posizione di Homo sapiens nell’albero della vita e supporci tedofori di un “salto ontologico” o di una corsa alla perfezione che culmina nel volume del nostro encefalo. Io credo che Gould avesse ragione e che sia indispensabile capire, prima di ogni altro aspetto, che cosa la paleontologia ci dice di certo sull’evoluzione della nostra specie, sul piano ecologico che portiamo scritto nei nostri geni in quanto specie e non in quanto soggetti cartesiani. L’io cartesiano viene dopo, anzi, è solo una conseguenza della nostra identità di specie. Ogni specie è definita da vincoli evolutivi e genetici ed è su questi vincoli che gioca la sua partita. Noi siamo ciò che la nostra storia evolutiva ci ha concesso di diventare. 

L’evoluzione, infatti, procede secondo alcune regole, che abbiamo decodificato, e che non definiscono un copione deterministico della vita, ma segnano invece dei percorsi contingenti, come ha spiegato con grande chiarezza Telmo Pievani: “Ciò che si vede in azione è un insieme di meccanismi e di fattori, di regole simili a leggi, di schemi ripetuti di dinamiche evolutive, il cui intreccio causale spiega sì adeguatamente a posteriori che cosa è successo e perché, ma che tuttavia non è tanto stringente da rendere il processo predeterminato. Allora, l’assenza di una direzione consegna l’evoluzione ad una interrelazione tra elementi causali e storici, funzionali e strutturali, che produce una molteplicità di storie possibili”. Quando è in azione la selezione naturale, aggiunge Pievani, cominciano a funzionare in sincrono due “catene causali”, che sono indipendenti, ma si influenzano a vicenda. La prima è la catena eziologica della mutazione : ad ogni generazione si producono variazioni genetiche all’interno delle popolazioni di una specie, che subiscono, ed ecco la seconda catena eziologica di eventi, mutevoli condizioni ambientali. È la pressione selettiva dell’ambiente circostante, che ha come effetto finale la sopravvivenza differenziale degli organismi portatori di talune varianti. Tutto questo significa che la contingenza (imprevedibile) lavora in stretta collaborazione con vincoli ambientali, chimici e fisici (individuabili e cogenti). Le regole della partita sono in qualche modo scritte, ma non deterministiche; funzionano piuttosto in sinergia, dando esiti evolutivi originali, che finiscono con il dipendere anche da eventi stocastici, a random, come è accaduto per il meteorite del Cretaceo. Le stesse soluzioni adattative, che si esprimono in certe forme anatomiche e funzionali, non sono infinite, e questo spiega per quale motivo specie diverse, nel corso della loro evoluzione, hanno sviluppato adattamenti analoghi. 

C’è insomma un brogliaccio precostituito, su cui poi tempo, variazioni e caso compongono la loro speciale sinfonia. Anche noi siamo arrivati qui secondo questi identici schemi, gli schemi in cui è scritto il corso della vita sul Pianeta. Quello che da un certo punto in avanti ha fatto la differenza per i sapiens è stata, secondo Ian Tattersal, la “differenza cognitiva”, ossia il modo in cui solo noi eravamo in grado di elaborare le informazioni: costruendo alternative ipotetiche, ma possibili, alla realtà così come la affrontavamo e guardavamo. Usando cioè il pensiero astratto per progettare mondi diversi. Per usare, letteralmente, il Pianeta a nostro esclusivo vantaggio. 

Per questo, se in via ipotetica potessimo tornare indietro nel tempo, parte del nuovo copione potrebbe assomigliare a quello in via di esaurimento: “Questo è il modo in cui l’evoluzione funziona, nelle sue linee guida, che consistono nel vincolare gli organismi a percorsi familiari di adattamento. Possiamo non essere completamente sicuri di dove andremmo a finire se riavvolgessimo il nastro del tempo, ma la strada disponibile che conduce allo sviluppo di organismi in evoluzione è lungi dall’essere senza limiti. E così, forse, gli uomini non farebbero una altra volta la loro comparsa, ma è probabile che qualunque mondo differente prenda il nostro posto, un po’ assomiglierebbe al nostro”, hanno scritto James S. Horton e Tiffany Taylor su The Conversation. 

Riprendendo, allora, le domande da cui siamo partiti, a mio parere non è scientificamente corretto affrontare la questione morale, contemporanea, del diritto alla riproduzione scostandosi di 360 gradi dal nostro programma di specie, isolando cioè il problema della sovrappopolazione da un ben più ampio problema di autocoscienza ecologica. Se infatti potessimo circoscrivere il danno che la nostra specie ha consapevolmente imposto al Pianeta ad una mera decisione culturale, all’individualismo moderno, ad esempio, non ci troveremmo nel pieno di una crisi ecologica, ma di una crisi di coscienza. Invece, la catastrofe climatica e la sesta estinzione di massa sono l’esplicazione storica, in buona misura, di un carattere ecologico, il nostro, che risponde primariamente ad un intrinseco meccanismo di espansione. Per Homo sapiens allargare senza sosta i confini del proprio “spazio vitale”, sia esso tecnologico, virtuale o ambientale, è una spinta non solo atavica, ma genetica. Qui emerge la terribile inquietudine tragica del nostro tempo. Possiamo, grazie alla elaborazione culturale, rivedere questo programma? Possiamo cioè limitare ciò che siamo in vista della nostra sopravvivenza? O non possiamo, ed è questo il motivo fondante per cui il consenso attorno all’emergenza ecologica continua ad essere preoccupazione di una minoranza politica, che finora ha imposto pochissimo all’agenda politica globale? Hanno cioè ragione gli anti-ambientalisti, che reclamano il diritto assoluto ad essere uomini? Chi corrisponde meglio alla identità di specie di Homo sapiens, noi o loro?

Perché è così difficile credere che la sesta estinzione è reale?

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(Credits: Extinction Rebellion Deutschland FB)

Nel corso di questa ultima settimana l’opinione pubblica è stata costretta a confrontarsi con notizie inquietanti: la pubblicazione del Global Assessment IPBES sullo stato della biodiversità, ripreso eccezionalmente da molti telegiornali nazionali, ha forse per la prima volta posto dinanzi al comune sentire la realtà storica della sesta estinzione. Non per nulla il rapporto delle Nazioni Unite è stato assimilato, per importanza scientifica e peso politico, all’ultimo documento globale dell’IPCC del 2018. Ma se il cambiamento climatico è già da tempo una parola che qualche neurone lo accende, questo 2019 rimarrà forse negli Annali dell’Antropocene perché finalmente anche l’estinzione della fauna e della flora del Pianeta ha raggiunto il rango di notizia pubblica, e di impatto civile.

Ma c’è di più. Ad essere sul serio “pubblico”, ormai, e cioè visibile, udibile e discutibile, c’è, da ora in avanti, l’indifferenza con cui la maggior parte delle persone persiste nel non prendere misure, per quanto minuscole, per fronteggiare la crisi ecologica in cui siamo immersi fino al collo. Anzi, diciamola ancora più dura: nonostante la verità conclamata che la vita sta scomparendo attorno a noi con la stessa rapidità con cui i dinosauri se ne andarono per sempre dal Pianeta, la maggioranza dei cittadini continua, questa verità, ad eluderla, a scansarla, a considerarla, tutto sommato, forse, eccessiva.

Perché ?

Nell’epoca della “post-verità”, il non credere in nulla – lo scetticismo, l’ipercriticismo, il nichilismo – è considerato dai più una strategia di sopravvivenza quotidiana. Fregarsene del Pianeta aiuta a tollerare l’ingiustizia patita ogni giorno sul lavoro, nella vita privata, nelle frustrazioni esistenziali che la Modernità impone come riti di passaggio al pragmatismo e alla competizione perenni. Ne ho già abbastanza di mio, devo forse preoccuparmi del contesto? Ma la verità, oggi, è osteggiata anche perché possiede in sé la forza dirompente della norma, della Legge a cui non si può scappare: se ti diagnosticano una malattia seria, la verità ti obbliga a occuparti di te stesso e del tuo imminente futuro. Insomma, a sottometterti alla inevitabilità di condizioni ambientali e fisiche che non dipendono più solo dalla tua volontà. O dai tuoi sogni. Con la verità dell’estinzione funziona nello stesso modo: se la guardi in faccia, non puoi più pensare al tuo futuro come prima, perché non te lo puoi più permettere. Chiuso. La verità del collasso del Pianeta per moltissime persone è più indigesta della menzogna, della manipolazione e della deliberata distruzione del bene comune. 

Il rifiuto della verità significa anche respingere il dubbio che ci sia qualcosa di falso nelle certezze economiche su cui abbiamo costruito i nostri argini contro l’arrivo del Grande Inverno: la crescita economica, il mercato come risposta esistenziale ai bisogni umani, una demografia autarchica e narcisista. La critica al sistema consolidato, non importa quanto lacunoso e rapace, è vissuta da una parte consistente dell’opinione pubblica come una minaccia alla propria sopravvivenza psicologica. Ricordate nel film di David Cameron, Titanic, la reazione del costruttore del transatlantico in vestaglia di broccato, quando, in cabina di comando, gli fanno presente che il Titanic affonderà? Negazione. No, che non affonderà. È impossibile. Continuare a credere che la fine dell’Era dei Mammiferi sia fantascienza, permette di potersi ancora aggrappare a qualcosa. Permette cioè di riempire la propria vita con quel nulla-meglio-di-nulla a cui il Capitalismo Avanzato ha piegato le coscienze.

La verità, in questo XXI secolo, non è più oggetto di fede. Neppure quella scientifica, perché i dati che abbiamo in mano sono scienza tanto quanto le certezze ematochimiche con cui un cardiochirurgo opera a cuore aperto. Nel passato pre-rinascimentale l’uomo di fede si affidava alla verità per non tradire, insieme a se stesso, l’ordine del cosmo. Nell’era dell’estinzione, invece, la verità ha un effetto di disgregazione portentoso sui pensieri e sulle azioni. Questo è il punto zero dello scetticismo civile. E quindi, massimamente, il punto zero di una nuova etica ambientale. 

Con Extinction Rebellion l’autocoscienza della rivolta è ormai azione di massa

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(Waterloo Bridge, Credits: Twitter streaming)

Extinction Rebellion ha tenuto. Il movimento è riuscito a mantenere in tensione l’opinione pubblica e la città di Londra per due settimane: dal 15 aprile scorso la necessità di una rivolta non violenta, ma pesantemente ostruttiva sui punti nevralgici del sistema economico-sociale che è ormai la nostra trappola, è azione di massa, disobbedienza critica, presa di posizione fisica di fronte all’imminenza del collasso ecologico. Jeremy Corbin ha annunciato che mercoledì prossimo il Labour sosterrà una mozione per votare in Parlamento la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale. Non esagerano gli attivisti di Extinction Rebellion che chiamano ad una mobilitazione di tutti i cittadini in un momento storico senza precedenti.

Si impone dunque qualche riflessione, alla vigilia di un rimescolamento di assetti e rendite di posizione all’interno dell’ambientalismo mondiale, che per 25 anni ha sostenuto, con la complicità indiretta dei media, la linea soft e oggi si trova invece di fronte alla rinascita di una categoria di realtà che credevamo smarrita nelle ceneri del tracollo europeo del 1945: la rivoluzione.

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Intanto, Extinction Rebellion ha posto forte e chiaro al centro della realtà questo fatto, che viviamo una epoca di rovine. La rapidità dei cambiamenti climatici e a maggior ragione l’estinzione della biodiversità terrestre – del nostro Pianeta come contesto vitale, ricordiamolo, in senso biologico, chimico e fisico – ci pongono cioè in quella condizione del tutto speciale che Hannah Arendt definì “il terrore della necessità”. In una tempesta perfetta di immiserimento economico, instabilità sociale e incertezza politica la comunità moderna tende a reagire affidandosi alle mani di colui che promette di poter arginare il terrore di un cataclisma collettivo con speranze megalomani, sosteneva la Arendt, riferendosi alle grandi dittature. Ma la Arendt riconosceva anche che il riconoscimento di una enorme minaccia comune è un innesco politico formidabile per grossi cambiamenti, che si tratta poi di governare o di subire. Extinction Rebellion, facendo appello alla verità delle cose, pone la società britannica dinanzi alla tremenda necessità di un risveglio brutale, e pragmatico. Il terrore della necessità, allora, è il porsi nelle condizioni psicologiche di sentire, fin dentro ogni fibra del proprio corpo e del proprio cervello pensante, che il pericolo è gravissimo, incombente e mortale. 

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Di qui il ragionamento politico di Extinction Rebellion non può che condurre ad una seconda figura antropologica intrinseca al nostro tempo, e alla ribellione: dobbiamo abituarci al deserto, alle rovine che ci circondano. Perché solo in questo modo è possibile aprire le porte ad una autocoscienza della rivolta. Nessuno si rivolta contro una dittatura se non avverte la condizione mostruosa di servilismo, annichilimento emotivo e impoverimento delle basilari condizioni di sopravvivenza materiale che quella dittatura gli ha imposto. La nostra dittatura è il capitalismo avanzato. Per i moltissimi giovani che hanno occupato il suolo londinese al Marble Arch, sul Waterloo Bridge, a Oxford Circurs e il lunedì di Pasqua anche la hall del Museo di Storia Naturale di Kensington questo significa dire finalmente basta ad una economia di promesse. Ormai è chiaro che i costrutti sociali e psicologici su cui si fondano la crescita e l’inserimento sociale nel nostro Occidente ricchissimo e rapace non sono più in grado di reggere il peso delle nuove generazioni. Per i giovani non rimarrà nulla. É cioè giunta a svelare il suo inganno quella “strategia della conservazione”, per dirla con Horckheimer e Adorno, che pretendeva un adeguamento totale dell’individuo alle ragioni razionali dell’efficiente meccanismo industriale e tecnologico moderno. In cambio di un inserimento sociale vantaggioso e psicologicamente sostenibile. I giochi sono invece fatti e il collasso della biosfera consegna ai giovani, e ai quarantenni, una verità decisamente più amara. Il sistema così come è non garantisce la conservazione dei singoli cittadini, ma solo la loro manovrabilità in un contesto politico-economico di manipolazione perenne. 

E nondimeno anche i vecchi e gli anziani hanno avuto un ruolo nelle due settimane di rivolta, un ruolo che forse nessuno si aspettava. Abbiamo osservato un nuovo tipo di vecchiaia, a Londra: gente che non va dal parrucchiere a tingersi i capelli per far finta di avere trenta anni, e che non trascorre il tempo a consumare la propria disillusione. Gente, invece, che vive fino in fondo, e cioè in una completezza etica, il grane dono che ha ricevuto in sorte dal Secolo Breve, dalla Grande Accelerazione e dai combustibili fossili: essere ancora in salute, camminare sulle proprie gambe, godere di una mattinata di sole. Insomma, avere ancora tempo per progettare. 

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Ancora una volta, dunque, la cultura europea – perché Extinction Rebellion è un movimento europeo e in nome di questa appartenenza europea, a differenza di 350.org di Bill McKibben, può dire ciò che ha detto e ottenere ciò che ottiene – pone la questione del tempo al centro del dilemma esistenziale e politico contemporaneo. Il tempo come progresso muore sul pink boat di Oxford Circus; ma morto è anche il passato orientativo e assiomatico dell’umanismo occidentale fatto di diritti civili, ceto medio e razionalità tecnologica; e allora, guardando alla responsabilità ecologica, come dobbiamo ormai porci nei confronti del nostro recente passato? Delle nostre colpe? Siamo messianicamente responsabili anche delle aspettative che ci hanno preceduti, come riteneva Walter Benjamin? Siamo cioè chiamati a dare risposte qui, oggi, alle pretese di cambiamento di 25 anni di promesse verdi buone come carta igienica del profitto? Non sappiamo ancora, è troppo presto, se dar ragione a Benjamin. Ma sappiamo che il modo in cui sceglieremo di gestire la cronologia del futuro, i decenni davanti a noi, ci inchiodano, nella misura etica più radicale possibile, alla nostra identità evolutiva. E quindi al legame indissolubile di ciascuno di noi con il Pianeta. 

Cosa dobbiamo aspettarci dal Rebellion Day del 15 aprile?

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(Credits: Extinction Rebellion France on FB)

Il Rebellion Day del prossimo 15 aprile segna l’inizio di una revisione dei presupposti su cui si pretende costruita la nostra Europa. Ne La dialettica dell’Illuminismo, l’opera geniale che già tutto dice sulle cause del collasso della biosfera, Max Horkheimer e Theodor Adorno rileggono la storia di Odisseo e delle Sirene. Odisseo sa che per sconfiggere la minaccia posta contro di lui dal potere arcaico del mito a nulla gli servirà una opposizione frontale. Nessuno può sopravvivere per davvero al canto delle Sirene. Ha bisogno di furbizia: “l’astuzia è sfida divenuta razionale”. 

Infatti, argomentano Horkheimer e Adorno, “Odisseo non tenta di seguire una altra via da quella che passa davanti all’isola delle Sirene. E non tenta neppure di fare assegnamento sul suo sapere superiore e di porgere libero ascolto alle maliarde, nell’illusione che gli basti come scudo la sua libertà”. La soluzione al dilemma – voler ascoltare, cedere alla lusinga del piacere naturale, al richiamo seduttivo della natura contro la cultura – sta nel vizio di forma del contratto mitico: non sta scritto da nessuna parte che non si possa ascoltare le sirene legati all’albero maestro. E quindi “proprio in quanto, tecnicamente illuminato, si fa legare, Odisseo riconosce la strapotenza arcaica del canto. Egli si china al canto del piacere, e lo sventa, così, come la morte (…) l’ascoltatore legato è attirato dalle Sirene come nessun altro. Solo ha disposto le cose in modo che, pur caduto, non cada in loro potere”. 

Nella lettura dei due francofortesi, l’astuzia di Odisseo rappresenta la ragione illuministica. La razionalità capace di mettere in equazione il mondo intero, che però continua a sentire l’irresistibile chiamata di quella natura che ha razionalmente soggiogato. Horkheimer e Adorno vedono cioè nel mito delle Sirene una forma preistorica del modo in cui la ragione che tutti siamo abituati da secoli a venerare ha raggiunto il culmine del suo potere: negando la natura, che però torna sempre come residuo non elaborato, come conto da pagare, come termine non mediato del gioco mai chiuso che è l’esistenza terrena del soggetto pensante, di Homo sapiens insomma. Odisseo si salva la pelle, ma non vuole salvarsi senza aver ascoltato, e non può rinunciare ad ascoltare, e quando la nave finalmente procede oltre egli porta nel cuore il rimpianto malinconico del piacere disatteso. Il nostro rampante “Illuminismo” ha sì plasmato a sua immagine e somiglianza il mondo, ma lo ha anche compromesso al punto da porre a rischio se stesso. La “ragione” di kantiana memoria, ci dicono Horkheimer e Adorno, è il fondamento di una struttura di dominio sociale ed ecologico insieme. Schiavi della razionalità assoluta, perché essere razionali ci avrebbe liberato dai vincoli della natura, siamo rimasti impigliati nelle conseguenze della razionalità. 

La storia di Odisseo e delle Sirene pone insomma, su più piani, la questione della libertà e se non sia o meno il caso di discutere su quanto la razionalità efficientissima della civiltà capitalistica eroda, invece, le libertà fondamentali degli esseri viventi, tutti, animali e persone. Ed è di libertà che parleremo infatti il 15 aprile prossimo durante il Rebellion Day, quando Extinction Rebellion bloccherà Londra per dare inizio ad un cambiamento nell’atteggiamento che siamo soliti riservare alla fine del nostro stesso Pianeta. È una ribellione. Non violenta, ma comunque un atto di ribellione.

Contro cosa, allora, siamo in rivolta il 15 aprile? Prima di tutto, contro l’inerzia, che è ormai una forma sofisticata di consenso programmato. La mostruosa efficienza del sistema produttivo ( e nella produzione vanno incluse anche le industrie del piacere, la pubblicità, l’editoria, lo spettacolo) ha forgiato il carattere e l’indole di noi tutti. Adeguarsi in silenzio sembra essere l’unico modo, a quanto pare, per sopravvivere. Ma la libertà di essere ciò che si desidera, e quindi la libertà di dissentire rispetto ai modelli dominanti, è il nucleo di ogni rivoluzione. Non possiamo aspirare ad un cambiamento se non aspirando alla nostra specifica forma di libertà. Alla nostra voce personale, autonoma. Le condizioni di distruzione della biosfera e dell’atmosfera sono le stesse che ci vogliono atrocemente non-liberi. Scegliere dunque di aderire alla ribellione con Extinction Rebellion significa scegliere la propria libertà. Ancora una volta, è evidente fino a che punto la causa della dignità umana sia una cosa sola con la causa della dignità delle faune e degli ecosistemi. La natura seducente che Odisseo sentiva in sé, e che però, uomo già moderno, doveva tenere a freno per riuscire a tornare a casa. 

Il secondo punto di rivolta sono le diseguaglianze sociali. Extinction Rebellion ha posto sin dall’inizio come strutturale alla propria attività la povertà crescente, la mancanza di un futuro economicamente stabile per chi oggi ha 30 anni, e la rovina dei precari 40enni che hanno pagato sulla propria pelle la rivoluzione globale digitale di epoca clintoniana. Si è liberi non solo quando si può vivere del proprio lavoro, ma anche quando quel lavoro non ti chiede un tributo di sangue, ossia un inquadramento totale, dittatoriale, all’ordine già scritto, già dato per storicamente definitivo. Questo ordine ormai solidificato, come se nulla al di fuori di esso potesse sussistere, è il collasso della biosfera. Libertà e giustizia sociale sono domande politiche la cui radice è quella stessa razionalità assoluta scritta nella logica del profitto che ha mandato a carte quarantotto il sistema climatico terrestre. 

Extinction Rebellion insiste: bisogna che i governi dicano la verità ai cittadini, su come siamo messi. E cioè ammettano che tutto ciò che ci era stato promesso (il benessere eterno, il progresso, la fine della storia) non si è realizzato. Perché non poteva realizzarsi essendo fondato sulla distruzione del Pianeta, ossia del contesto esistenziale e biologico, insieme, da cui l’umanità dipende. 

Il Rebellion Day del 15 aprile segna l’inizio del processo all’Acropoli di Atene

 

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Nell’ultimo post ho spiegato per quale motivo un ragionamento fondato sui “valori” possa essere fuorviante nel definire l’importanza degli habitat e delle specie, cioè, in una sola parola, del Pianeta su cui viviamo. Eppure, è innegabile che siamo tutti abituati a pensare per valori e che rivedere questo concetto – capire come ridare al Pianeta il diritto di esistere a prescindere da Homo sapiens – è ormai indispensabile.

Negli anni Novanta è stato introdotto un concetto nuovo nelle politiche di protezione degli ecosistemi : l’offsetting. Si trattava di una idea molto semplice dal punto di vista economico: attribuire valore all’aria, alle emissioni serra, alle foreste, agli habitat motivandone così la protezione, oppure inserendo un parametro ambientale reale in quotazioni di Borsa. Il carbon trade è una di queste opzioni: fare commercio legale, ben organizzato, di anidride carbonica; oppure piantare alberi dall’altra parte del mondo, mentre in patria si producono bottiglie di plastica. In termini molto pratici l’offsetting rispondeva al principio di compensazione: il danno prodotto può essere controbilanciato da azioni sostenibili. Senza entrare nel merito specifico di questi strumenti che, come il REDD+, il meccanismo di protezione delle foreste, hanno talvolta anche ben funzionato, oggi possiamo dire che questa impostazione, con buona pace del Green Marketing, non ha dato i risultati promessi. Non ci ha aiutato a cambiare paradigma, non ha ridotto le emissioni serra (siamo a 412 ppm) e il crollo di vertebrati e invertebrati ci porta già ad un possibilissimo scenario alla Blade Runner 2049. 

Che cosa non funziona nell’offsetting?

Il modo in cui trattiamo la biosfera dipende dalla considerazione che abbiamo degli esseri viventi che la abitano. Quindi prima di tradurre in azione politiche ambientali efficaci, in linea teorica, sarebbe auspicabile interrogarsi su quale concezione dei viventi sorregga queste ipotetiche soluzioni. Come quasi tutto ciò che abbiamo visto sinora, anche il “pagare per la Natura” è una conseguenza del modello di civiltà che ci ha condotti fino a questo punto. L’indagine preliminare, insomma, non dovrebbe riguardare la quantità di emissioni che possono essere quotate in Borsa, ma il fatto che queste stesse emissioni, svincolate dal loro contesto, non ci dicono nulla sulle strutture sociali e culturali che le hanno prodotte. Ogni elemento naturale – un lemure del Madagascar così come la CO2 – è ridotto ad oggetto quando è preso in considerazione sotto la lente di ingrandimento della civiltà a capitalismo avanzato, fondata, è bene ricordarlo, sul nostro passato greco – romano e cristiano. L’oggetto, in quanto pronto all’uso, non importa se con buone o cattive intenzioni, è tale proprio perché c’è un soggetto che lo manipola, lo lavora, lo trasporta altrove per scopi nuovi. Il nostro schema di esperienza del Pianeta è vincolato a questa lettura razionale del mondo: una lettura che pone la ragione trasformatrice e razionale come amministratore di tutti gli oggetti a disposizione.  Per questo Extinction Rebellion dice che bisogna dire la verità, e per questo il movimento si differenzia da tutti quelli che lo hanno preceduto.

In gioco c’è la visione che abbiamo di noi stessi e in definitiva, fa paura ad ammetterlo ma ci tocca farlo, il modo in cui stiamo su questo Pianeta da due millenni. La grande spinta in avanti degli ultimi cinque secoli ha intensificato un processo di espansione che, lo ricorda spesso anche Umberto Galimberti, era in fondo inscritto in noi dai tempi dell’acropoli di Atene. Heidegger provò a pensare su questa struttura culturale intrinseca all’Occidente discutendo, non a caso, del nichilismo europeo: “Quando si caratterizza qualcosa come valore, ciò che è così valutato viene ammesso solo come oggetto della stima umana. Ma ciò che qualcosa è nel suo essere non si esaurisce nella sua oggettività, e ciò tanto meno se l’oggettualità considerata ha il carattere del valore. Ogni valutazione, quando è una valutazione positiva, è una soggettivazione. Essa non lascia essere l’ente, ma lo fa valere solo come oggetto del proprio fare”. 

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La “soggettivazione” non è altro che il modo in cui abbiamo elaborato, secondo forme via via più complesse, l’uso della biosfera. Il suo presupposto, come intuì anche Karl Marx nella sua gigantesca lettura della storia dell’umanità, non è l’adozione di un modello economico industriale al posto di uno agricolo, anzi, questo avviene soltanto in un secondo momento. L’anno zero, per così dire, della soggettivazione del Pianeta (ossia considerare il Pianeta una estensione del soggetto umano) è il nucleo ancora vivo, se pur in crisi mortale, della cultura occidentale che ha posto gli effetti della poliedrica ragione umana come principio ontologico di tutto ciò che esiste. Tutto ciò che esiste, non importa che sia una tigre del Bengala o una foglia fossile, esiste perché è la ragione calcolante a porla. 

London Rebellion Day 15 aprile, cosa distingue Extinction Rebellion dai movimenti ambientalisti del passato

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A pochi giorni dal Rebellion Day del 15 aprile, ore 11, giorno in cui, a Londra, in Parlament Square, Extinction Rebellion darà il via ad una mobilitazione generale senza precedenti ( e cioè senza una data precisa per la fine delle proteste), considerate le proporzioni che molto probabilmente prenderà l’occupazione di suolo pubblico in punti nevralgici della città e nel pieno del caos Brexit, è utile capire perché, almeno agli osservatori attenti, Extinction Rebellion si distingue da ciò che abbiamo visto finora nell’attivismo internazionale. 

Per rispondere a questa domanda conviene riassumere i tre principi fondamentali che sono alla base del 15 aprile, e che travalicano i confini britannici: l’urgenza della dichiarazione dello stato di emergenza, la necessità di costituire assemblee popolari che vadano oltre la politica così come la conosciamo ormai nelle cosiddette democrazie, e, infine, dire la verità ai cittadini sullo stato reale di atmosfera e biosfera. Extinction Rebellion pone cioè la questione dei valori: a cosa siamo disposti a dare importanza, negando la realtà, in nome di cosa attribuiamo valore ai nostri scopi politici e, quindi, se la verità è un valore nel nostro Occidente a Capitalismo avanzato.

Perché dietro l’inerzia collettiva, il fallimento della politica e in definitiva il menefreghismo che circonda il collasso del Pianeta stanno, che ci piaccia o no, dei valori. Ossia il fatto che le nostre economie, che funzionano attraverso assemblee rappresentative, producono in modo efficiente in funzione di alcuni valori di riferimento, che plasmano anche noi signori e signori. I valori, appunto, di ciò che è cosa buona per il profitto e ciò che invece lo ostacola. I valori che ci vengono propinati ogni sera nei talk dell’ora di cena: la crescita, lo sviluppo, l’innovazione. I valori a cui tocca adeguarsi, altrimenti sei tagliato fuori dal lavoro, dalle professioni, dalla società stessa. 

La questione dei valori riguarda la questione dell’etica. Ma poiché un valore è tale solo in rapporto ad un elemento reale, che esiste, che sia una risorsa naturale inerte, come il petrolio, o una specie animale, non possiamo parlare di valori se non parliamo anche dell’esistenza di ciò a cui diamo valore. Siamo infatti abituati a concedere valore alle cose che per noi sono meritevoli di esistere, di avere un posto nella nostra visione delle cose. Mentre opponiamo indifferenza a ciò della cui esistenza non ci interessa. La questione dell’etica, ormai, riguarda cioè anche la questione dell’ontologia, termine filosofico che potremmo tradurre con “essere al mondo, esistere, respirare”. Questo è un passaggio che Extinction Rebellion pone a mio parere dall’inizio con fortissima convinzione. Non ci sarà una nuova etica finché non ci sarà una nuova ontologia. 

Bisogna mettere in discussione l’ontologia degli ultimi cinque secoli.

Prendiamo come esempio ciò che succede nella conservazione delle specie. Non tutti la pensano nello stesso modo, pur all’interno della stessa comunità scientifica. Fino a non molto tempo fa si discuteva degli strumenti migliori per individuare i trend di popolazione, il rischio di estinzione e quindi per elaborare i progetti più efficaci per proteggere le specie e i loro habitat. Oggi la cosiddetta New Conservation plaude alle regole del mercato e ne invoca il potere salvifico, perché dare “valore economico” agli ecosistemi e a qualunque forma vivente contengano sarebbe l’unico modo per motivarne la protezione; su un altro fronte stanno i convinti assertori del “valore” del Pianeta a prescindere da ogni interesse terzo, in quando ricchezza biologica insostituibile. I neo-conservazionisti tendono a schivare i rischi impliciti nel “per sempre” che l’estinzione presuppone: appoggiandosi alle dinamiche produttive del mercato, si sbarazzano della responsabilità ecologica (che, insegnava Hans Jonas, è diacronica) come di un orpello del passato pre-illuministico. L’efficienza della conservazione deve in fondo assimilarsi ed adeguarsi all’efficienza dei meccanismi di profitto. 

Ma affibbiare ad un ecosistema un valore economico equivale al riconoscimento del suo valore intrinseco? O invece non fa che ripetere un pensiero culturalmente ormai antico di secoli, secondo il quale ciò che esiste vale solo in funzione del valore che gli esseri umani, in quanto soggetti pensanti, attribuiscono loro? La storia europea, lo intuirono infine gli scrittori e i filosofi che vissero tra le due guerre mondiali, e quindi la storia di dominio che è stata imposta al resto del Pianeta ( con i costi umani e ambientali che sopportiamo oggi), è tutta qui: la pratica premeditata di un pensiero sul Pianeta che fosse sostanzialmente questo, pensare il Pianeta come prodotto razionale della ragione umana. Investendolo dunque di un “valore” che si modulava a seconda del gradiente di strumentalità che una specie, un popolo o un habitat offrivano. Per tornare dunque ad un principio di realtà freudianamente degno di questo nome, avverte Extinction Rebellion, occorre avere il coraggio di criticare la nostra concezione di ragione, che pone l’efficienza del sistema al di sopra della nostra stessa sopravvivenza. Siamo nel più razionale dei mondi possibili – la civiltà del calcolo, della tecnologia e della astrofisica signori e signori – che, però, è la più irrazionale delle epoche. Ecco perché il 15 aprile è il giorno della riflessione urlata, rivendicata e spiattellata in faccia a coloro che non vogliono vedere: la ragione ci impone, ormai, di rendersi conto che, come diceva Heidegger, “comprendere concettualmente significa esperire consapevolmente nella sua essenza ciò che si è nominato e quindi riconoscere in quale attimo della storia dell’Occidente noi stiamo”. 

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(Foto: Extinction Rebellion France via Facebook)