I leoni di Richard Lyddeker

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È il 1758 quando Linneo trova un posto per il leone nelle scienze naturali, e nella storia umana, coniando il nome di Panthera leo. Ma con buona pace del padre onorario della tassonomia, gli impavidi cacciatori, e i ruvidi esploratori britannici, del secolo successivo, aggiunsero a quel nome il peso delle osservazioni dirette nelle savane orientali bruciate dalla stagione secca, tornando a riferire in patria, nelle sale ombrose dei musei di storia naturale, notizie più variegate su un predatore magnifico, di cui abbiamo scritto il destino in modo impietoso.

Fino a tutti gli anni ’70 del secolo scorso c’erano 24 differenti nomi per Panthera leo. Gli studi genetici sul DNA mitocondriale hanno ridimensionato l’ansia descrittiva di quel periodo, lungo, della storia naturale. Oggi, infatti, si ritiene che solo il leone berbero (estinto) e il leone asiatico (glorificato dai fregi degli Hittiti oggi al British Museum di Londra eppure ridotto a 500 esemplari nel Gir, in India) siano delle sottospecie. In questo palinsesto geografico e genetico vastissimo, la storia dei leoni della provincia britannica del Capo, in Sudafrica, è particolarmente articolata e si incrocia, ancora una volta, con la suggestione impressa nelle menti e nei cuori degli esploratori dai grossi maschi dalla criniera nera. La criniera nera assomiglia a un indizio cruciale in una indagine investigativa. Spunta sempre sulle pagine ispessite e ingiallite dei tomi ottocenteschi in cui è scritta, per sempre, la storia di Panthera leo.

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Per dipanare i fili ingarbugliati di ciò che era ancora possibile vedere in Africa agli inizi del Novecento, bisogna partire dal nome. Il cosiddetto leone del Capo (Felis capensis) venne identificato nel 1830; ma nel 1842 H.Smith parlava di Felis leo melanochaitus o melanochoetus, e ne precisava di nuovo il range nella provincia del Capo di Buona Speranza (Fonte: Southern African Mammals 1758-1951, British Museum Natural History London). Nel 2006, un paper pubblicato su Conservation Genetics (Lost populations and preserving genetic diversity) fissa il nome in Panthera leo melanochaita definizione che circolava comunque nell’Ottocento. Da un punto di vista strettamente genetico, il leone del Capo non è separato dagli altri 20mila leoni africani esistenti. Molti di coloro che avvistavano il leone in quelle province vedevano maschi imponenti con la criniera folta e nera e pensarono che il leone del Capo dovesse essere un leone specifico del Capo con la criniera scurissima. Il capensis era anche melanochaitus.

 

Questa popolazione di leoni viveva nelle pianure interne del Sudafrica e ad occidente del Great Eastern Escarpement (che separa, in longitudine, i distretti occidentali, lungo la linea Capo-Kruger, dalle regioni centro orientali del Paese). Probabilmente questi leoni vennero sterminati tutti entro il 1850. Ma il colonialismo bianco aveva lasciato la sua impronta infame anche sulle faune del Capo, i cui leoni finivano in gabbia per allietare la buona società europea. L’Olanda possedette il Capo fino al 1814 quando gli Inglesi ne ottennero la sovranità definitiva, e la corona importava leoni per i serragli (menagerie) del re o dei dignitari di corte; nello zoo privato dello Stadtholder, Principe William V, ce ne erano diversi, tanto che il noto zoologo Peter Pallas che visitò l’Aja nel periodo 1763-67 poté descriverli a fondo. È molto probabile che anche i leoni dipinti da Rembrandt fossero leoni del Capo, osservati da dietro le sbarre nell’Olanda coloniale. I loro parenti del Maghreb, i leoni berberi, avevano subito una sorte simile, pure loro catturati per morire in uno zoo, e presto portati all’estinzione dalla caccia e dagli svaghi alla moda nelle città fredde e inospitali del Nord. Fu così che dopo circa un secolo (1700-1850) si cominciò a cercare leoni negli habitat più umidi dell’Africa Occidentale, e dell’India. Per tutte queste ragioni, non è escluso che oggi esemplari in cattività in Europa posseggano ancora la linea di discendenza del leone berbero, e di quello del Capo di Buona Speranza.

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Considerato che da un punto di vista strettamente genetico il leone del Capo non era separato dagli altri 20mila leoni africani esistenti ai giorni nostri, ma sapendo che gli attuali leoni del Sudafrica sono in parte stati reintrodotti, proprio in conseguenza dell’estinzione delle popolazioni locali di Felis capensis tra la metà dell’Ottocento e l’inizio Novecento; nella consapevolezza scientifica che le roccaforti storiche di Panthera leo nel Paese sono oggi solo 3 (il Grande Kruger NP, il Kgalagadi Transfrontier NP e la Greater Mapungubwe Transfrontier Conservation Area) rimane una domanda aperta, e cioè se qualcosa della eredità genetica dei leoni del Capo è effettivamente rimasto nel Sudafrica attuale sul lato del Kgalagadi, dove sopravvive il mito turistico dei “leoni criniera nera”, e sul lato delle game reserves che da questo parco transfrontaliero con il Botswana hanno ricevuto esemplari reintrodotti. Attualmente, non ci sono ricerche sul campo che possano fornire dati a proposito. Ma il vuoto che il commiato del Felis capensis si è lasciato alle spalle è condensato nella geografia frammentata e monca delle popolazioni di leoni “intensively managed” del Sudafrica del XXI secolo.

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Craig Packer ha dimostrato che la criniera nera non è un tratto ereditario. Dipende, invece, da una molteplicità di fattori intrinseci ed estrinseci. E così, possiamo essere sicuri che i maschi criniera nera del Kgalagadi non sono una eccezione. Dove ci porta, allora, la paleo-storia del leone? Di certo, ciò che noi sappiamo e possiamo ricostruire, guardando alla specie nella sua interezza, è che il tracollo della megafauna del Pleistocene e poi, in una sincronia fatale, l’espansione delle popolazioni umane, hanno indotto un collasso del range di Panthera leo in ogni direzione; sappiamo anche che i leoni del Pleistocene appartenevano ad un linea evolutiva diversa rispetto ai leoni attuali (Fonte: Conservation genetics, 2005 – Molecular genetic variation). Già negli studi condotti tra il 1987 e il 1997 è consolidata la consapevolezza che “le popolazioni più periferiche erano state ormai spazzate via in tempi storici”. Le variabili in gioco in questa condizione ecologica ormai riconosciuta sono sostanzialmente due. La prima è la contrazione catastrofica dei range disponibili, la seconda è la adattabilità ecologica di una specie come Panthera leo: un predatore di vertice, capace di adattarsi ad ambienti molto vari (come il giaguaro e la tigre, del resto). Infatti, come ogni specie di grossa taglia, dotata di un homerange molto ampio, anche i leoni mostrano una grande variabilità morfologica. Questo significa che più un predatore si è evoluto per occupare numerosi habitat, più aumenta la variabilità del suo fenotipo in quei tratti che risultano plastici, come appunto la criniera. Fino a soli 100 anni fa i leoni africani apparivano molto diversi perché erano molto numerosi. Il collasso della specie non è stato solo quantitativo, questo lo leggiamo spesso sui giornali, lo diamo per scontato ormai, è stato anche un collasso qualitativo. Le differenze regionali, l’adattamento ambientale e climatico, le caratteristiche intrinseche sono tutti fattori che si combinano tra loro nel produrre, alla fine, la ricchezza evolutiva di una specie, il modo in cui un grosso predatore si è espresso lungo tutta la sua storia millenaria. Basta osservare le mappe con i range perduti per chiedersi se il leone non sia ormai giunto alla fine del percorso che l’evoluzione gli ha assegnato negli ultimi 100mila anni.

Tra Ottocento e Novecento, in mancanza di riscontri genetici, gli errori di classificazione si susseguivano proprio sulla scorta delle osservazioni dirette. Le controversie tassonomiche abbondavano tra gli zoologi che si occupavano di felini, non erano affatto rare, e questo perché le differenze regionali, finanche quelle della colorazione del manto, inducevano talvolta a credere di essere di fronte a specie e non a varianti locali. La difficoltà di capire correttamente quale fosse lo home range del leone africano come specie, a prescindere dalle popolazioni locali, sarebbe stata superata solo con l’analisi genetica. Le macchie sono il tipo più comune di “connotato ornamentale” nella famiglia dei felini, ma il fatto che compaiono spesso in associazione con le striature ricorda che tutte le macchie attuali (le rosette del leopardo, le rosette che circondano una macchia nera nel giaguaro, le macchie aperte a nuvola del leopardo nebuloso e infine quelle evanescenti del leone africano) sono una variante di un prototipo ancestrale che si è poi evoluto lungo una filogenesi di spettacolare bellezza e diversità. Una filogenesi che i britannici al tempo della regina Vittoria definivano cosmopolitan.

Lo stesso Neuman, che aveva collaborato ad altri compendi a più autori su grandi mammiferi africani grazie alla sua specializzazione sui felini, a quanto scritto in un articolo uscito nel 1900 sui Zoologische Jahrbuecher di Jena, riteneva, sbagliando, che il leone masaico (Massai-Loewe, in tedesco) fosse una forma distinta rispetto al leone somalo (Somali-Loewe).  Un compendio del 1899 – cui contribuirono i migliori in campo in quel momento storico, tra cui il Lyddeker, il Kirby e lo stesso Neuman, e cacciatori come Selous  – edito da Arnold  A.J. Major e H.A.. Bryden ( Great and small games of Africa; an account of the distribution, habitats and natural history of the sporting manuals with personal hunting experience, London Rowland Limited 1899) raccoglie in una sintesi favorevolmente aperta a domande ancora inesplorate le conoscenze sui leoni africani date per attendibili al principio del nuovo secolo, un secolo che si sarebbe rivelato per loro fatale: “Non ci sono due pelli esattamente identiche nella forma. I leoni in genere sono più scuri delle leonesse, ma queste ultime trattengono sulla parte bassa delle zampe i segni distintivi (bars) e le macchie (spots) dell’età infantile dichiarando così la loro discendenza  da un antenato con una colorazione meno uniforme ( a less uniformrly – coloured ancestor). Qualche volta si incontrano anche  leoni senza un solo accenno di criniera; ma quando la criniera è presente, essa varia moltissimo in spessore e colore a seconda dell’individuo”. Il fotografo Deon de Villiers, che lavora in Botswana con Wilderness Safaris, è riuscito a scattare, nella Qorokwe Concession, una fotografia ad una leonessa che mostra, nelle zampe posteriori, esattamente questo tratto fenotipico, delle striature longitudinali sulle zampe posteriori.

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(Credits: Deon de Villiers)

Del resto, il Kirby, in questo stesso volume, aveva documentato pure una rarissima presenza di macchie sugli arti posteriori degli esemplari adulti: “i piccoli presentano striature trasversali e macchie fitte sugli arti. Questi specifici connotati vanno perduti con l’età adulta, e soltanto poche macchie rimangono nella parte bassa delle zampe negli individui maturi” (“litter are barred with transverse stripes and thickly spotted on the limbs. These marks are lost as they grow older, only a very few spots being retained on the lower limbs of adults”). A fine Ottocento si riteneva che il leone venisse da antenati striati proprio perché nei cuccioli queste striature erano ancora visibili.

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Queste testimonianze convergono tutte sul volume che Richard Lyddeker, il quale conosceva il lavoro di Kirby e vi faceva sempre riferimento nelle sue descrizioni, curò venti anni più tardi (The game animals of Africa) e di cui abbiamo già parlato. La convinzione che nelle leonesse adulte persistessero le macchie risaliva infatti ad un periodo ancora posteriore, se è vero che nel 1896 lo Handbook of Carnivora – con la sezione dei felini curata proprio da Richard Lyddeker – riferiva: “Faint spots sometimes observable  on the flanks and under parts of the adult, especially in the lioness”. Qualche anno dopo, Lyddeker, ragionando secondo criteri tassonomici, avrebbe ascritto questa particolarità al Felis leo masaica, cioè alle popolazioni dell’Africa orientale tedesca che comprendeva anche la Tanzania, e ovviamente l’odierno Serengeti. Lyddeker fornisce dunque nel 1908 una fotografia scattata ad un esemplare in cattività, allo Zoologischer Garten di Berlino. L’allora direttore dello Zoo, Ludwig Beck, che scattò la fotografia, aveva ricevuto un maschio il 2 luglio del 1896, mentre questa femmina era arrivata a Berlino il 3 agosto 1905. Entrambi gli animali erano stati registrati sul giornale interno del giardino come Uncia leo massaica Neuman. Ancora il Neuman dunque, su cui Lyddeker sapeva di poter contare.

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Major e Bryden (che aveva una vasta esperienza in Botwsana) erano comunque consapevoli che il panorama ecologico del leone africano era quanto mai vario, al punto che le generalizzazioni potevano falsare la comprensione dei tratti caratteristici della specie, che si esprimevano anche sul piano etologico: “I singoli leoni di un singolo distretto geografico differiscono grandemente nel temperamento; i leoni del dottor Livingstone e le bestie misteriose (uncanny beasts) di Jules Gérard sono creature completamente differenti”.

Nella seconda metà dell’Ottocento i grossi maschi competitivi con criniere scure e folte erano più numerosi di quanto non siano oggi, forse per ragioni micro-climatiche o magari anche per una migliore fittness delle popolazioni nel complesso. C’erano più leoni e meno persone, radicalmente meno persone di quante ce ne siano oggi, e quindi i leoni stavano meglio. L’assottigliamento della diversità genetica causato dalla restrizione degli habitat e poi il progressivo isolamento geografico delle popolazioni hanno portato il leone nella condizione che gli studi più aggiornati sulla defaunazione mostrano in modo chiarissimo: prima viene una perdita irreversibile a livello delle popolazioni, poi arriva l’estinzione. La storia registrata negli archivi, quindi, riscrive parte del dibattito odierno sulle riserve come unica chance per il futuro del leone in Africa. Il Sudafrica ha già molto da dire in proposito, essendo l’unica nazione africana ad avere tre categorie di leoni, e quindi tre ipotesi sul loro futuro: quelli selvaggi, quelli delle riserve (sotto stretto controllo riproduttivo) e quelli allevati per essere massacrati dai cacciatori di trofei occidentali (cunned lions). Ed è infatti la storia passata e contemporanea del Sudafrica che ci dice che se anche le riserve arginano adesso l’emorragia di una specie ben poco hanno a che vedere con la distribuzione geografica e la diversità genetica di un predatore capace di adattamenti su scala continentale. C’è pur stata un’epoca in cui l’esploratore italiano Vittorio Zammarano diceva della regione somala dei fiumi Ueli-Scebeli ciò che adesso possiamo dire solo del Botswana: “Non credevo, a dire il vero, che esistessero in Somalia dei leoni abituati, come le tigri in India, a passare le loro giornate negli acquitrini”.

 

La paleo-storia del leone africano è inscritta nelle nostre esperienze umane, insieme ai fori e ai solchi lasciati dai proiettili dei cacciatori, e poi anche alle stoppie dei campi di mais che hanno preso il posto delle savane. Ha scritto Jorge Louis Borges: “Un uomo si propose il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”. Noi ci siamo ormai incamminati in quel labirinto insieme al leone, ma procediamo ad occhi bendati e troppo sicuri del nostro senso dell’orientamento.

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Ringraziamenti: Wilderness Safaris, Enrico Muzio del Museo di Storia Naturale di Milano per il generoso e puntuale aiuto nella ricerca bibliografica e a tutto lo staff della Biblioteca del Museo

 

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Spotted lions?

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I grandi cacciatori di inizio Novecento battevano l’Africa con un fiuto selvatico; le grandi savane occidentali e orientali erano per loro teatro di qualcosa che esplodeva davanti agli occhi dei colonizzatori bianchi: l’immensità dello spazio. Alcuni animali furono i protagonisti di una stagione iniqua della storia europea sul continente, una storia di disprezzo e ingiustizia, e però anche di esplorazioni spericolate, acritiche, arroganti, condotte da gente che raccoglieva notizie sugli animali senza le aspettative di un ricercatore, o la tenerezza di un ambientalista. Il leone è forse il più importante. “The roar is one of the most marked characteristics of the lions; and, when heard at night pealing through the forest, is inexpressibly grand – almost, if not quite, the most sublime sound in nature. When several lions are roaring in concert, near the listener, the volume of sound is tremendous, the air vibrating and the ground trembling. Heard amidst the uproar of a tropical night’s storm, when the litghting’s flash rends the sky in twain, leaving pitchy balckness behind, it is truly awe-inspiring”, scrisse F.Vaughan Kirby nel 1899 parlando del leone del Capo di Buona Speranza. Lo reincontreremo più avanti.

Sono pagine come queste che fecero nascere il “mito” del leone per gli Europei, un archetipo che non è ancora svanito e che sostiene l’illusione che i leoni siano ancora abbastanza numerosi da far vibrare le savane nelle notti di tempesta. Non è purtroppo così: la specie sta collassando ad una velocità difficilmente percepibile (il turismo in Tanzania, Kenya, Namibia, Botswana e Sudafrica è potentemente incentrato sulla presenza dei predatori): -43% in termini numerici negli ultimi venti anni, secondo il network Panthera, e soprattutto una perdita di habitat originario del 75%. Oggi, il detto romano “hic sunt leones” non è più un toponimo istintivo, ma un ricordo sfumato. Ma, fino a che punto sfumato? Dai tempi dei circhi imperiali del primo secolo dopo Cristo, sin dentro il regno della regina Vittoria nel Novecento, ad essere cambiato per sempre è solo il numero dei leoni africani o c’è qualche cosa in più?

Il film del 1996 The Ghost and the Darkness racconta la storia di due leoni maschi che attaccarono per mesi gli operai impegnati nella costruzione della Uganda Railway sul fiume Tsavo, in Kenya. Gli animali – stupendi – scelti dalla produzione avevano il tratto generalmente più apprezzato dai non esperti in un grosso maschio, e cioè la criniera: foltissima e marrone intenso. Un errore madornale, perché i maschi, in habitat molto caldi, possono avere criniere ridotte al minimo (erano così quelli del Cameroon e del Senegal rimasti ormai solo una leggenda orale). Ma la criniera è un indicatore fondamentale per numerosi aspetti fisiologici, ambientali e comportamentali della specie, come ha documentato Craig Packer in un quasi ventennale studio tra Serengeti e NgoroNgoro, in Tanzania (Science, VOL 297, 23 August 2002). Ai giorni nostri, nel Kgalagadi, tra Sudafrica e Botswana, le guide turistiche parlano di “leoni dalla criniera nera”, di cui Google riporta ottime fotografie. Il Kgalagadi fa parte di un enorme scacchiere geografico, che si estende su Sudafrica nord occidentale, Botswana e Zimbabwe occidentale ( lo Okavango-Hwange Ecosystem) che rappresenta il secondo bacino numericamente e geneticamente più consistente rimasto alla specie. Che tipo di variabilità fenotipica rimane in questo habitat ancora abbastanza integro da essere ormai insostituibile per il futuro delle grandi faune africane sotto l’equatore? Questa storia comincia proprio dai leoni criniera nera del Kgalagadi. Sono da soli? O i grandi reportage, in genere, sono focalizzati sui parchi nazionali più famosi dove i leoni presentano un colore più dorato, con criniere color cioccolato?

Craig Packer puntualizza che “gli effetti dell’ambiente sui tratti morfologici possono essere sostanziali, addirittura più decisivi degli effetti genetici e dei vantaggi riproduttivi”. La criniera, in particolare, è un tratto altamente plastico nel leone africano, molto sensibile alle temperature. Soprattutto, continua Packer “subspecies differences in mane characteristics may have a genetic component, but individual males can grow longer manes when moved to cooler habitats”. La criniera nera non è una eccezione: dipende dal livello di testosterone (più è scura, più alta è la quantità di ormone in circolo) e dall’età, ma in un adulto può addirittura variare mensilmente da un mese all’altro. E però non è un tratto ereditario (“we could find no measurable signs of inheritability”). L’importanza delle condizioni ambientali sul fenotipo fa sì che le criniere siano più scure negli habitat più freddi, aspetto che è stato ben documentato nel Serengeti e nel cratere di NgoroNgoro, hot spots contigui in cui però le differenze sono chiaramente osservabili: “The floor of the Crater is surrounded by cool highlands; the Serengeti woodlands are adjacent to the hot, humid Lake Victoria basin”, infatti “NgoroNgoro males have the darkest manes as adults, whereas those born in Serengeti woodlands have the shortest manes”. Per tutti i leoni, conclude Packer, vale che “mane are darker during the cooler months of the year, and males that reach adult size during hotter-than-average years mantained significantly shorter manes throughout their lives”.

 

Noi abbiamo perso gli habitat freddi del leone, che coincidevano sostanzialmente con il Nord Africa, e con la catena montuosa dell’Atlante. Nell’Ottocento, in queste regioni, il leone veniva chiamato il sultano dell’Atlante e anche il monarca dell’Africa. Un raccolta di memorie del 1856 – Gerard, the lion killer (New York, Derby and Jackson 1856, translated by Charles H. Whitehead)  – racconta cosa vide sulle colline di Zerazer e nella valle di Mahouna, attuale Algeria, il cacciatore francese Jules Gérard, che vi trascorse un decennio. La gente del posto, suffragata da testimonianze orali di europei, usava parlare di 3 tipi di leoni: uno nero, uno rossiccio o fulvo e un terzo grigio. Gli Arabi avevano 3 nomi diversi per questi felini (rispettivamente, el aldrea, el asfar, el zarzouri). Le differenze nel manto corrispondevano ad altrettante varianti comportamentali: il leone nero era quello più temuto, perché aveva una testa più possente, e anche le spalle e le zampe erano più robuste. La criniera era ugualmente nera, folta e molto lunga, tanto da scendere fino a terra. Secondo Gérard, questo leone non si spostava – come gli altri – ma rimaneva fino a tre decenni nello stesso posto, un lasso di tempo decisamente fantasioso visto che la vita media di un leone è attorno ai dieci anni. E’ molto probabile che i leoni su cui si intrecciavano immaginazione e mito fossero grossi maschi altamente competitivi come quelli descritti da Packer nel Serengeti. Il naturalista e biogeografo R.Lyddeker (membro della Zoological Society e curatore di paleontologia al Natural History Museum di Londra), nel suo ricchissimo compendio sui big games, le prede più ambite di ogni cacciatore britannico, siamo nel 1908, riassume e uniforma le altre fonti disponibili identificando il leone dalla criniera bruno scuro, foltissima, nel Felis leo barbara, e cioè il leone della terra dei Berberi, il Maghreb appunto. Non si trattava solo di voci, ma di conoscenze condivise. Anche Owen Lechter (Big hunting in North Western Rhodesia, London, John Long limited 1911), che partì dall’Inghilterra per la Rhodesia con il sogno (poi frustrato) di abbattere un maschio adulto, sapeva che, se avesse incontrato un leone nel bush, il felino non avrebbe avuto “such fine black manes as the North African lions”. Infatti, Owen era ben consapevole che “lions grow much finer manes in cold than in hot climates, and this may account for the absence of really  good manes in the majority of the Northeastern Rhodesian animals”.

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Questi esemplari dovevano nondimeno essere abbastanza frequenti da lasciar supporre che appartenessero ad una specie separata, e, d’altro canto, abbastanza maestosi da colpire i cacciatori occidentali che si scambiavano descrizioni omogenee, tanto quanto quelle odierne composte dalle foto dei turisti nelle savane orientali. Per gli inglesi e i francesi di inizio Novecento, il leone algerino era nero.

Quanto alla criniera nera, però, è pur vero che compariva un po’ dappertutto in Africa, forse più frequentemente di oggi. La sua presenza è registrata dai taccuini dei cacciatori anche in Rhodesia (rara, ma possibile), in Africa centrale e nella Colonia del Capo, dove era “enormously long, thick and black” (Lyddeker). Anche il leone del Capo si riteneva fosse una specie a parte (tra Ottocento e Novecento la classificazione tassonomica tendeva a privilegiare le differenze di fenotipo arrivando a classificare tutti i leoni africani in specie separate su base regionale), il Felis leo capensis, cacciato fino all’estinzione alle soglie del XX secolo. L’estirpazione del leone dal Capo è una storia cruenta, che ci dice come, sempre e ovunque, le premesse della conservazione siano state scritte nel passato, e che nessuna politica ambientale attuale è una carta intonsa e limpida. L’esperienza che gli esseri umani hanno consumato con gli animali è inesorabilmente storica. Scrive Lyddeker con una nota di amarezza: “The steady march of civilisation in South Africa has considerably limited the range of the lion; and as the vast herds of game upon which it depend for food have been swept away, it has been forced to retire into remoter regions. From much of the South Africa of Gordon Cumming it has vanished completely; while many parts of Mashona-Matabililand and the Transvaal will never again resound with its mighty voice. A few lions linger in Zuzuland, Swaziland, Amatongaland and the Libombo range; and they are still numerous in the wilder parts of Rhodesia, Ngamiland (NB, attuale Botswana, Okavango Delta, Moremi Game Reserve), Khamaland, along the Limpopo river, and in the Matamiri bush”. Ancora oggi, in alcune delle regioni elencate qui, la rimozione delle prede naturali del leone è un fattore di stress sempre più grave per la specie. Il bushmeat è il silent killer del leone africano secondo il network Panthera, e un recente studio fondato su una raccolta dati approfondita è appena uscito su Biological Conservation proprio sul delta dell’Okavango ( Illegal bushmeat hunters compete with predators and threaten wild herbivore populations in a global tourism hotspot, Biological Conservation 210 (2017) 233-242). Ciò che rimane della  “leggenda” dei leoni criniera nera è, forse, oggi, ristretta al Kgalagadi in avvistamenti abbastanza numerosi da diffondere sul web, e nei circuiti degli eco-safari, la voce della loro presenza (tswalu.com ad esempio). Certo, per ora mancano studi genetici in grado di dire di più su un tratto – la criniera nera – che è comunque inscritta nel fenotipo della specie.

Il capitolo sul leone di Ronald Nowak, un “classico” sui mammiferi, (Mammals of the World, The John Hopkins Press 1999) è basato sulla straordinaria mole di osservazioni raccolte nel Serengeti da George Schaller negli anni Settanta del secolo scorso. Trenta anni fa le variazioni di colore nel manto erano ancora evidenti: “The coloration varies widely, from light buff and silvery gray to yellowish red and dark ochraceous brown. The male’s mane is usually yellow, brown or reddish brown in yiunger animals, but tends to darken with age and may be entirley black”. Quel che sappiamo, grazie anche alla serie di dati analizzati da Craig Packer, è che il binomio temperatura/colore criniera ha un potenziale  notevolissimo nel determinare l’aspetto di un leone, e che il cambiamento climatico nei prossimi decenni ne testerà tutto il peso. In altre parole, in un futuro ormai imminente, anche questa condizione (oltre alla frantumazione degli habitat, al bracconaggio, al bushmeat) modificherà i leoni africani. Lo studio di Packer porta ad una conclusione che chiama in causa i cambiamenti ambientali che i sistemi a savana subiranno nei prossimi decenni: “Altough we could find no heritability in darkness, mate choice for dark manes might confer indirect genetic benefits as well as direct fitness effects. Heat appears to be the dominant ecological factor shaping the lion’s mane (…) Long term climate forecasts predict an increase of 1.3 °C to 4.6 °C in the region by the year 2080; thus manes are likely to become shorter and lighter in these populations”. Lungo una sequenza consequenziale sottilissima, eppure inderogabile, il petrolio e il carbone riusciranno infine a influire anche sull’aspetto del più grande felino africano.

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Nel manuale ufficiale della IUCN sui carnivori del Pianeta ( Handbook of the mammals of the world, 1.Carnivores, Lynx Edicion 2009, In Association with IUCN) si legge: “The coat patterns of juvenile lions chealrly show that this species also has rosettes (…) The basic function of coat pattern is clearly that of camouflage, and the differences between species can in most cases be explained in terms of habitat differences”. Chiunque abbia avuto l’opportunità di vedere da vicino un leone in un parco nazionale africano sa di cosa si sta parlando: evanescenti, le macchie dei giovani sub-adulti rimandano all’antenato comune  di tutti i felini,e allo schema primitivo del manto, che era maculato. Leopardi, ocelotti e giaguari portano ancora il testimone di questo paleo-capitolo dei loro legami genetici. Ma qui c’è anche dell’altro, perché gli autori si riferiscono a delle differenze ambientali che modellano il “camouflage” dei leoni. I cacciatori e gli esploratori del secolo scorso – le stesse fonti che ci hanno accompagnato nella scoperta dei leoni criniera nera del Nord Africa e del Serengeti – riferiscono notizie sbalorditive.

Nel 1914, Rowland Ward (Records of Big Games”, London, Rowland Ward Limited 1914, The Jungle, 167 Piccadilly) nota che “The East African lions (Felis masaica) is distinguished by the persistence in the adult, especially the female, of the chocolate spots of the cubs”. Anche Lyddeker riporta le stesse notizie, sottolineando che è soprattutto la femmina che ha la parte interna delle zampe posteriori “with large chocolate spots; and the lion is also spotted in much the same manner”. L’Africa orientale sotto dominio tedesco in quel periodo corrispondeva al Burundi, al Rwanda e alla Tanzania. Forse qualcosa di simile era stato scritto sui diari di viaggio anche in Abissinia e Somalia, se Lyddeker si può permettere di aggiungere che i leoni di queste regioni sono grigio-giallognoli, hanno grandi orecchie e una lunga coda e “often more or less spotted”.

Craig Packer, rispondendo via mail a questo interrogativo, se fosse davvero possibile che esistessero leoni maculati in Africa, non ritiene che queste notizie facciano riferimento ad un tipo di leone drammaticamente diverso da quelli che vivono oggi nei medesimi habitat: “Young lions have spots and these spots usually remain visible until they are about 2 years of age – but a few older animals retain their spots, especially on their flanks”. Philippe Bouché, un esperto di genetica della specie che fa ricerca nella W-Arli-Penjabi, l’area protetta transfrontaliera tra Burkina Faso e Niger in cui persiste l’ultima popolazione di leoni occidentali, conferma che “adult West African Lions, like any other lion don’t have spots. Maybe the author confound it with a leopard or a young lion”. Bouché aggiunge che il DNA ha rivelato che i leoni occidentali sono più strettamente imparentati con i leoni asiatici (di cui rimangono circa 600 in India) che con quelli dell’Africa sud-orientale. La mappa si infittisce, e perde forse chiarezza. I frammenti e le tracce del secolo scorso rendono opaca la realtà odierna, perché lasciano intuire un passato in qualche modo più variegato e ricco del nostro presente. Oggi il leone è minacciato, assediato, le sue popolazioni frammentate (Fences divide lion conservationists, by Traci Watson, 322 NATURE, vol 503, 21 November 2013). Ma la formula IUCN “a rischio di estinzione” (che non è ancora ufficiale per il leone) disseminata sui media di tutto il mondo non riesce più a descrivere la storia di una specie fino a 100 anni fa strepitosamente diversificata e capace di adattamenti ambientali eclettici che sono oggi un pallido ricordo. La chiude, la mette invece sotto chiave, nei confini pur indispensabili della tassonomia, che non possono però possedere più il sapore acre e aromatico delle colline blu di Muchiga, in Zimbabwe. Per quanto imprecise, frettolose o talvolta scorrette le note di un taccuino o di un vecchio diario – come una opera di letteratura di valore mediocre unica sopravvissuta al rogo di una immensa biblioteca antica – sono fotogrammi che danno la misura del tempo concesso ad una specie.

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(le foto di archivio sono state scattate al Museo di Storia Naturale di Milano)

 

 

Finestrino sulla Beciuania, di Orio Vergani (1936)

Il giornalista Orio Vergani partì per una spedizione nella Beciuania nel 1936. In quel periodo il termine oggi desueto di “Beciuania” indicava un enorme territorio sotto protettorato britannico : l’Africa del sud ovest, a nord della provincia del Capo, e la Rhodesia meridionale, cioè una buona porzione del Kalahari e quindi dell’odierno Botswana. 

Vergani viaggio’  in treno, muovendo da Johannesburg verso la Rhodesia. Il suo diario di viaggio è uno sguardo potente, non immune da pregiudizi razziali, su un lembo di Africa che ai suoi occhi appariva davvero selvaggio, e cioè desolato nella mancanza cronica di infrastrutture e costruzioni umane di qualsivoglia genere. Il prezzo degli spazi aperti, delle stelle e del respiro lungo non affannato dal progresso è la solitudine. 

Ma la solitudine è una invenzione dei sapiens. Non esiste in natura, e non appartiene a nessun paesaggio. È una proiezione, un fantasma.  

“Quando mi sono addormentato pareva ci fosse un piccolo planetario fatto per me, su misura (…) tutto quello che può offrire alla vista la campagna dei dintorni di Johannesburg è stato nascosto dallo schermo delle stelle (…)”. Il Botswana è ” deserto. Il primo pezzo incompiuto nella creazione dell’Africa. Steppa, solitudine, stagni (…) ho fatto una passeggiata in pantofole sul marciapiede della stazione di Mafeking”.

Mafeking è un centro abitato a circa 260 Km da Johannesburg, verso nord ovest.  

“Ci dimenticheremo per una giornata intera che al mondo esiste l’agricoltura (…) si misura, metro per metro, il nastro della solitudine”. 

” Pelle del colore del caffè macinato, occhi di tenebra, mascelle primitive, narici infossate tra le guance. Tipi da accontentare, nello stesso istante, Canova e Darwin”.

“Cielo di seta verde tesa tra i pali del telegrafo “.