Categoria: Landscape

Zambia, i leoni si spostano tra il Kafue e il Luangwa nonostante fattorie, villaggi e campi coltivati

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(un campione di pelle di quelli analizzati per la ricerca. Credits: Caitlin J. Curry)

Sta accadendo qualcosa ai leoni dello Zambia. Nel Paese ce ne sono circa 1200 su 200mila chilometri quadrati di savana. Non è poco, considerato che la specie ha perso ormai il 75% del suo home range originario. Ma lo studio sul DNA mitocondriale di 409 individui uscito su PLON ONE (Genetic analysis of African lions (Panthera leo) in Zambia support movement across anthropogenic and geographical barriers) ha dimostrato ancora una volta che per parlare seriamente del futuro del leone dobbiamo parlare del futuro dello spazio. Gli autori della ricerca, Caitlin Curry della Texas A&M University, Paula White della University of California e James Derr sempre della Texas A&M University, sono riusciti a documentare con analisi genetiche che i leoni dello Zambia sono già divisi in due sub-popolazioni, che corrispondono alle loro aree protette di residenza: la Luangwa Valley Ecosystem, nella parte orientale del Paese, e il Kafue National Park, ad occidente. Benché lontane e separate anche sotto il profilo genetico, tra queste due popolazioni c’è però una continuità. Alcuni leoni maschi si sono spostati tra il Luangwa e il Kafue aprendo la pista ad un flusso genico sorprendente che si riteneva impossibile viste le condizioni geografiche del territorio in questione.

Il Kafue è un “sistema” di aree sotto una qualche forma di protezione e regolamentazione giuridica, essendo circondato da un mosaico di game reserve ( Game Management Areas), come il Grande Kruger in Sudafrica. Tanto il Kafue quanto il Luangwa sono considerati “lion stronghold” e cioè popolazioni numericamente abbastanza numerose da essere cruciali per il futuro della specie perché ancora lontane dal rischio (fatale) di inbreeding. Nelle roccaforti si può ancora tentare un ragionamento di protezione della specie sui tempi lunghi. E però tutto quello che sta tra i due parchi nazionali è un “patchwork antropogenico di città e fattorie considerato inabitabile per i leoni”. 

L’evidenza della diversità delle due sub-popolazioni, nel complesso, è un risultato sicuramente prevedibile: come ogni altra specie anche le caratteristiche genetiche del leone tendono ad essere influenzate dalla caratteristiche geografiche dei propri habitat, e quindi a differenziarsi. Tutti i grandi felini altamente plastici, come il giaguaro e la tigre, sono stati capaci, nella loro lunga storia evolutiva, di colonizzare interi continenti. I leoni del deserto della Namibia hanno un adattamento specifico, così come lo avevano quelli della catena montuosa dell’Atlante, abituati al freddo e alla neve in inverno. Questo è il motivo fondamentale per cui il crollo numerico della specie negli ultimi venti anni ha assottigliato la diversità genetica della specie e quindi la possibilità di fronteggiate i cambiamenti ecosistemici dovuti al riscaldamento del Pianeta previsti per i prossimi decenni. Cambiamenti che modificheranno i landscape africani in cui, oggi, poche migliaia di leoni ancora prosperano. La ricerca conferma dunque che ogni habitat rimasto possiede caratteristiche irripetibili, un fattore determinante nel patrimonio genetico della popolazione di leoni che ci abita.

“La valle del Luangwa nello Zambia orientale è una propaggine del sistema della Grande Rift Valley. Questa regione sembra esercitare un effetto di isolamento geografico, come mostra la presenza di alcune possibili sottospecie endemiche, ad esempio lo gnu di Coockson (Connochaetes taurinus cooksoni) e (forse) la giraffa di Thornicroft (Giraffa camelopardalis thornicrofti) e una sottospecie di zebra endemica dello Zambia che ha un pattern di strisce unico (Equus quagga crawshayi)”, spiegano gli autori. Nell’intero Paese proprio la giraffa è presente solo nel Luangwa, il che rende questo parco fatalmente importante per la biodiversità della regione. 

Mentre il DNA mitocondriale (trasmesso dalla sola madre) non mostra evidenze di un flusso di geni tra le due sub-popolazioni, l’analisi dei geni nucleari suggerisce invece che ci sia un flusso genico dei maschi (male mediate gene flow). I geni delle femmine, che rimangono anche da adulte vicine al gruppo in cui sono nate e cresciute, confermano la presenza storica delle due popolazioni ciascuna nel proprio parco nazionale; mentre è invece chiaro che alcuni maschi, spostandosi attraverso la “terra di mezzo” di insediamenti umani e fattorie, hanno innescato un processo di rimescolamento genico, che corrisponde ad un arricchimento, sui tempi lunghi, di entrambe le popolazioni. 

I 446 campioni analizzati (peli, pelle, ossa, tessuti vari) sono stati forniti da The Zambia Lion Project (ZLP) e raccolti durante il periodo 2004-2012 insieme alla Zambia Wildlife Authority anche nelle game area contigue ai due parchi nazionali. 

Caitlin Curry, raggiunta via mail: “Sì, i leoni hanno bisogno di spazio per potersi spostare e richiedono molto di più di quanto forniscono loro le aree protette. Aver capito che i leoni si muovono nonostante le barriere che li costringono entro certi limiti è davvero importante per il futuro della conversazione. I leoni hanno infatti grandi home range e possono camminare anche per centinaia di migliaia di chilometri se non viene loro impedito. L’aumento dell’influenza umana ha frammentato l’habitat del leone con la conseguenza che la dispersione dei maschi è diminuita e così anche il flusso genico. Se le popolazioni rimangono del tutto isolate le une dalle altre, la diversità genetica diminuisce e si verificano le condizioni per la riproduzione tra consanguinei. Alla fine, questo conduce dritto ad un crollo della popolazione con effetti nocivi sulla salute. Bisogna mantenere il flusso genico, specialmente quando si tratta di una specie che deve poter contare su vasti territori”. 

La storia dei leoni dello Zambia ci dice che non sempre i conti degli esseri umani corrispondono alle reali necessità di una specie. L’ecologia reale di una specie può deludere le nostre aspettative, che quasi sempre vorrebbero definire matematicamente gli habitat senza tener conto della imprevedibilità della vita e anche del talento adattativo di predatori complessi e intelligenti come i grandi felini. 

( in Zambia è legale la caccia da trofeo; in teoria gli introiti e le revenues dovrebbero andare in parte anche alle comunità locali, ma pare che dal 2016 il circolo virtuoso di denaro contante si sia interrotto. Riporta infatti AFRICA GEOGRAPHIC: “In a statement (see end of article) issued to the media by the CRBs, communities have received no concession fees since 2016 and no hunting revenue since 2018. The statement points out that by law, the CRBs are entitled to 15% of the concession fees and 45% of the hunting revenue, while the chiefs who run the communities receive 5% of both. The CRBs use these funds to support employment of over 1,000 community scouts, community coordinators and bookkeepers, and to support community development projects (including the establishment of bore holes, schools and clinics) in the game management areas (GMAs)”. L’articolo completo a questo link. 

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Il Belize si impegna a proteggere il Maya Forest Corridor, cruciale per il giaguaro

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(Credits: Jayro Bardales)

Il governo del Belize ha annunciato nuovi, ambiziosi piani di protezione per il Maya Forest Corridor, un lembo di foresta tropicale cruciale per la sopravvivenza di specie iconiche della regione, come il giaguaro (Panthera Onca), la tartaruga di fiume (Dermatemys marwii), già sull’orlo dell’estinzione, e la scimmia-ragno (un primate della famiglia degli Ateli ormai criticamente minacciata) e il tapiro di Baird. Tutte queste specie hanno bisogno di spostarsi su distese enormi, in poche parole su aree protette che abbiano l’ambizione di raggiungere una scala continentale. La decisione del Belize è stata quindi salutata con particolare soddisfazione dalle organizzazioni maggiormente impegnate nello studio e nel monitoraggio di questo hotspot di biodiversità tropicale: Panthera (per il giaguaro), Global Wildflife Conservation, WCS (World Conservation Society, che sta già facendo un lavoro immane in Africa con il Lion Recovery Fund per tirare su i numeri del leone in due-tre decenni), WWF, Monkey Bay Wildlife Sanctuary and Field School, e la University of Belize. 

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La caratteristica fondamentale del Maya Forest Corridor è la sua posizione geografica, nel centro del Brasile, che lo rende  un punto di passaggio e di connessione tra due altre aree di enorme valore ecologico: la Selva Maya, a nord, e le Maya Mountains, a sud.

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(le piantagioni di canna da zucchero. Credits: Tony Rath)

“Senza protezione, il Maya Corridor è in una condizione critica di rischio, perché è già stato ampiamente ridotto di almeno il 65% negli ultimi dieci anni, soprattutto a causa della deforestazione per l’agricoltura estensiva, inclusa la canna da zucchero – si legge in una nota ufficiale di Panthera – Dal 2011, il Maya Corridor ha dovuto fronteggiare un tasso di deforestazione di almeno 4 volte superiore alla media nazionale e grossi disboscamenti negli ultimi mesi indicano che, senza una azione diretta come quella annunciata questa settimana, il più esteso blocco di foresta tropicale del Centro America rimarrà tagliato fuori dalla unità geografica più importante sul lato meridionale, e cioè il massiccio delle Maya Mountains”. 

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Secondo Panthera,  “Il corridoio è lungo solo 5-6 miglia, eppure è uno degli ultimi pertugi rimasti ai giaguari per entrare in Selva Maya a nord, e spostarsi verso il Centro e il Sud America”. E per quanto riguarda il giaguaro, una specie che ha uno home range immenso, che copre tutta l’America del Sud e arriva fino al Texas, negli Stati Uniti, questo è il punto essenziale.

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(Credits: Panthera)

La connettività dei suoi habitat è il tassello strategico decisivo per portare la specie nel XXII secolo: “Il Maya Corridor è l’unica area che mette in comunicazione le due Jaguar Conservation Unit del Belize: il massiccio delle Maya Mountains e la Selva Maya a a nord, che si estende sin dentro il Messico e il Guatemala. Perdere la connettività genetica del Corridoio segnerebbe un passo in avanti verso l’estinzione del giaguaro e di molte altre specie terrestri di significato culturale del Belize”. 

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(Il corridoio Maya e le piantagioni di canna da zucchero, Credits: Tony Rath)

Una nitida consapevolezza della posta in gioco sembra pervadere le istituzioni governative del Paese: “Riconosciamo che la finestra di opportunità per assicurare la connettività nel Maya Forest Corridor si sta rapidamente chiudendo – ha detto il dottor Omar Figueroa, Ministro del Governo del Belize responsabile per l’Agricoltura, la Pesca, le Foreste, l’Ambiente e lo Sviluppo Sostenibile – Una squadra locale e internazionale di biologi esperti di conservazione, e di professionisti, si rende conto dell’importanza di tutto questo e collabora l’uno accanto all’altro per fornire un supporto valido alla protezione dell’integrità geografica di questa regione”.

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(il tapiro di Baird. Credits: Nick Hawkins)

Nella costruzione di un sistema di aree protette ogni lembo di habitat conta. La Runaway Creek Nature Reserve si trova all’interno del corridoio e partecipa a questa visione condivisa. Gil Boese, fondatore della riserva per The Foundation for Wildlife Conservation, ha riassunto perfettamente i termini della questione: “Un mondo con corridoi che connettono le aree protette dando agli animali l’opzione di spostarsi e di prosperare è fondamentale per la sopravvivenza delle specie. Tutti questi piccoli puntini sulla mappa, se ne puoi salvarne uno, be’ è fantastico. Ma se riesci a salvare abbastanza di questi frammenti unici, in modo da legarli insieme, allora avrai creato un sistema. E se altri, in altri Paesi e continenti, faranno lo stesso, avremo allora un network per la sopravvivenza delle specie rimaste su questo Pianeta”. 

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(Un giaguaro in una piantagione di canna da zucchero. Credits: Panthera)

Il Global Assessment IPBES: il collasso della biodiversità non ha precedenti storici e sta accelerando

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(Miniera di rame a cielo aperto, Spagna. Credits: Denis Zhitnik/shutterstock.com)

Verrà reso pubblico a Parigi tra 50 minuti il Biodiversity Global Assessment dell’IPBES (organismo indipendente che lavora in seno alle Nazioni Unite), un documento senza precedenti per vastità di dati raccolti e analizzati sullo stato di salute del nostro Pianeta, e sulle conseguenze delle logiche di sfruttamento intrinseche alla civiltà umana degli ultimi cinque secoli. Il Global Assessment ha ragionato su quanto è accaduto alla Terra negli ultimi 50 anni e cade in un momento di crescente tensione, a causa delle diseguaglianze sociali dei Paesi più ricchi e della volontà di dire finalmente basta pronunciata da movimenti radicali come Extinction Rebellion. Gli autori avvertono che “è in corso il pericoloso declino della natura, caratterizzato da tassi di estinzione delle specie viventi senza precedenti, e in fase di accelerazione”. Ormai 1 milione di specie è minacciata di estinzione, una condizione che non si è mai verificata prima nella storia umana. Inoltre, si legge sempre sul documento officiale dell’Assemblea Plenaria appena chiusa a Parigi, “la risposta attuale, su scala globale, è insufficiente e cambiamenti profondamente trasformativi sono necessari per recuperare e proteggere la natura”. In sostanza,“l’opposizione di interessi ben mascherati deve essere sopravanzata dal bene comune”. La professore Sandra Diaz, Argentina, ha parlato inoltre del legame tra noi e il Pianeta, che ci vincola a prendere una posizione antropologica e non solo scientifica sull’estinzione, sin nel cuore delle comunità civili e cittadine: “il contributo che la biodiversità e la natura offrono agli esseri umani sono la nostra eredità comune e la più importante rete di salvataggio dell’umanità. Ma abbiamo tirato questa rete sino al punto di rottura”. Va sottolineato che il Global Assessment è un documento costruito per gli attori politici, è cioè uno strumento utile a orientare la prassi politica nella direzione del bene di tutti. 

Sir Robert Watson, IPBES Chair, ha dichiarato: “La enorme chiarezza del Global Assessment IPBES ci presenta una fotografia sinistra. La salute degli ecosistemi da cui noi e ogni altra specie dipendiamo si sta deteriorando più rapidamente che mai. Stiamo distruggendo a poco a poco le fondamenta stesse delle nostre economie, delle nostre vite, della sicurezza alimentare, della salute e della qualità dell’esistenza in ogni angolo del mondo”. Sir Watson ha ricordato con insistenza che il margine di azione ancora in nostro potere c’è, ma che occorre una risposta generale, che coinvolge cioè ogni scala politica e geografica. Il “cambiamento verso la trasformazione” è “una riorganizzazione strutturale del sistema attraverso fattori tecnologici, economici e sociali, che includono anche i nostri paradigmi di valore e gli obiettivi”. Secondo il Global Assessment è indispensabile uscire dal modello della crescita economica, se vogliamo progettare sul serio ciò che da decenni chiamiamo sostenibilità. Crescita economica e sopravvivenza biologica sono insomma due modi di intendere il Pianeta incompatibili. 

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(Contadini spruzzano pesticidi in un campo di grano. Credits: Jinning Li/shutterstock.com)

In un comunicato stampa uscito domenica, Extinction Rebellion ha commentato: “Il Global Assessment diffonde un messaggio di grande forza: l’umanità è coinvolta in un genocidio di massa delle altre specie con cui condividiamo la nostra casa comune”. La dottoressa Alison Green, National Director (UK) di Scientists Warning e portavoce del movimento britannico ha aggiunto: “tra tutti quelli simili, questo è il rapporto che maggiormente ci condanna, perché rivela i nostri sostanziali ed estesi fallimenti nel fronteggiare la sempre più veloce perdita di biodiversità. Ci fa vergognare, e ci sciocca. Poco o nulla è stato intrapreso per contenere le esitazioni, la perdita di habitat e il recupero degli ecosistemi, entro limiti ecologici di sicurezza, all’interno di produzioni e consumi sostenibili”. 

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(Tartaruga embricata, Oceano Indiano, Maldive. Credits: Andrey Armyagov)

Vediamo allora i numeri del Global Assessment IPBES. Considerando i valori medi sul numero di individui di una popolazione, l’abbondanza di specie native nella maggior parte degli habitat terrestri è crollata del 20% a partire da inizio Novecento. Oltre il 40% degli anfibi, il 33% dei coralli che formano le barriere e oltre 1/3 dei mammiferi marini sono ormai minacciati. Il quadro non è ancora del tutto chiaro per gli insetti, ma probabilmente sono minacciati in una percentuale attorno al 10% di tutte le specie conosciute. Negli ultimi 5 secoli sono scomparsi dalla faccia della Terra almeno 680 specie di vertebrati; la rarefazione della biodiversità animale riguarda anche le specie domestiche, però. Nel 2016 era ormai andato perso il 9 % delle varietà di mammiferi selezionati nel corso del tempo a scopo alimentare e 1000 incroci sono oggi a rischio. Sono queste estinzioni, insieme a quelle della specie selvatiche che compromettono la tenuta delle reti trofiche negli ecosistemi ancora non convertiti ad agricoltura, che scrivono ipoteche molto preoccupanti sulla nostra capacità futura di produrre cibo per miliardi di persone. D’altronde, spiega il Global Assessment, se andiamo ad indagare su come si è espansa l’impronta umana sul Pianeta le risposte sono abbastanza intuitive: dagli anni ’70 il valore produttivo dei campi è cresciuto del 300%, l’abbattimento di alberi per ricavarne legname del 45%; a partire dal 1980, il prelievo di risorse rinnovabili e non, su scala globale, ogni anno, è stato di 60 miliardi di tonnellate. E le aree urbane sono più che raddoppiate dal 1992. 

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In sinergia con questi incrementi esponenziali – ricordiamo che il paradigma di estinzione è anche un paradigma di espansione – dai tempi del primo mandato Reagan alla presidenza degli Stati Uniti il nostro consumo di plastica è aumentato di 10 volte. Ogni dodici mesi buttiamo nelle acque del Pianeta, mari, oceani e fiumi, 300-400 milioni di tonnellate di metalli pesanti, solventi, fanghi tossici e altri residui industriali. I fertilizzanti agricoli hanno provocato 400 “zone morte” costiere, e cioè 245.000 chilometri quadrati anossici. Dal 1980 al 200 sono andati persi 100 milioni di ettari di foreste tropicali, a causa soprattutto dell’allevamento delle vacche da carne (America Latina, 42 milioni ettari) e delle piantagioni di olio di palma nel Sud Est dell’Asia (7,5 milioni di ettari). Una pressione abnorme motivata dunque dal nostro stile di vita e da ciò che riteniamo imprescindibile in una esistenza occidentale degna di essere vissuta. Nessuno, finora, ha davvero pagato il prezzo globale di queste convinzioni. Entro il 2050 verranno costruiti e asfaltati circa 25 milioni di chilometri di strade, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. E nel mondo sono già 2500 i conflitti armati che ruotano attorno ai combustibili fossili e alla lotta per l’acqua e il cibo quotidiani. A tutto questo vanno aggiunti gli effetti dinamici e non lineari dei cambiamenti climatici che già impattano anche sulla genetica delle faune: ormai la distribuzione del 47% dei mammiferi terresti, e di 1/4 degli uccelli, è già stata modificata dal riscaldamento del Pianeta. Il Global Assessment l’ha messo nero su bianco: gli Obiettivi di Aichi al 2020 non sono stati raggiunti. E 22 su 44 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sono compromessi dal collasso della biosfera. Significa fame, sete e morte per inedia per milioni di persone.

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(Gli effetti della deforestazione e dello slush and burn in una valle del Madagascar. Credits: Dudarev Mikhail/shutterstock.com)

Il Global Assessment identifica 5 driver fondamentali di questa condizione di civiltà, in ordine decrescente di intensità: 1) cambiamenti di uso nella terra e nei mari; 2) sfruttamento diretto degli organismi viventi; 3) cambiamento climatico, 4) inquinamento; 5) specie invasive non autoctone. Non ci sono dunque dubbi che gli attuali trend economici non ci porteranno da nessuna parte da qui al 2050, se non ad un ulteriore deterioramento della biosfera. Per invertire la rotta non serve solo un ragionamento economico, ormai è chiaro, ma anche, e con la massima urgenza, una riflessione antropologica e culturale. 

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(Kuta Beach, Bali. Credits: Maxim Blinkov/shuttestock.com)

In altre parole, le scienze sociali sono fondamentali per comprendere come siamo arrivati a questo punto e devono essere inserite nelle strategie di cambiamento: “La perdita di biodiversità risulta essere non soltanto una questione ambientale. Riguarda anche lo sviluppo, l’economia e la sicurezza, la società e le sue istanze morali. Occorre dunque una amministrazione integrata (di questi aspetti, NdR) e approcci che attraversino i diversi ambiti e che tengano conto degli effetti ridondanti della produzione del cibo e dell’energia, delle infrastrutture, della disponibilità di acqua potabile e della gestione delle coste, e infine della conservazione della biodiversità”. Il Global Assessment insiste cioè su un aspetto della crisi ecologica che finora non è stato adeguatamente studiato, e considerato, nella generale attenzione spasmodica per i numeri dell’economia e della conversione alle rinnovabili. Il collasso attuale è il prodotto storico della reciproca interazione tra demografia ed economica, sostenute entrambe da apparati ideologici e morali che costituiscono l’ossatura portante della civiltà a capitalismo avanzato. Questo è il motivo per cui il cambiamento necessario non può evitare le forche caudine di una profonda riflessione individuale e quindi collettiva sul nostro modello di società e di relazioni. Prof. Eduardo S. Brondízio, Brasile: “I fattori-chiave includono la crescita demografica e i consumi pro-capite; l’innovazione tecnologica, che in qualche ha caso ha diminuito e in altri accresciuto il danno alla natura; e, in modo davvero critico, la governance e la responsabilità giuridica. Lo schema che emerge è la connessione di ogni aspetto e la rifrazione a distanza della estrazione e produzione, che avvengono in un luogo del mondo per soddisfare esigenze di consumo lontanissime”. 

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(Donne malgasce di etnia Vezo a pesca, Madagascar. Credits: Sun Singer/shuttestock.com)

Audrey Azoulay, Director-General, UNESCO : “Le conoscenze attualmente in nostro possesso, conoscenze locali, indigene e scientifiche provano che abbiamo le soluzioni e perciò non ci sono più scuse: dobbiamo vivere su questo Pianeta in modo differente”. Per Azoulay anche le faune e la flora appartengono a quell’immenso e antico complesso di legami, simboli e vincoli biologici che la nostra specie ha chiamato cultura: “l’UNESCO è impegnato a promuovere la vita e la sua diversità, la solidarietà ecologica con le altre specie viventi, e a stabilite nuovi, equi e globali legami di collaborazione e solidarietà tra le generazioni, per la sopravvivenza futura dell’umanità”. 

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(Medicina tradizionale ayurvedica, India. Credits: Nila Newson/shutterstock.com)

Un richiamo ad una solidarietà antropologica il Global Assessment lo lancia anche a proposito delle popolazioni indigene rimaste, che occupano meno di 1/4 della superficie terrestre e che però sperimentano una coesistenza con gli habitat decisamente più efficace della nostra. Le loro aspettative sul futuro, il loro patrimonio di usi ed economie locali, deve appartenere alle strategie politiche dei prossimi decenni, in senso giuridico ed amministrativo. Ma conta soprattutto, in questa prima fase, riconoscere che la via Occidentale al possesso del Pianeta – inaugurata cinque secoli fa dall’impresa di Colombo nelle Americhe – non fu l’unica opzione vissuta da Homo sapiens. Ed è quindi arrivato il momento storico di porla in discussione, ammettendone i limiti e l’intrinseco gradiente di rischio. Nello sforzo del cambiamento ogni cittadino, a qualunque comunità appartenga, deve sentire la responsabilità verso i suoi simili, e i produttori di cibo ugualmente devono essere riconosciuti come responsabili di ciò che producono. Il valore assoluto della biodiversità deve cioè entrare a pieno diritto e ragione nella pianificazione politica e nella elaborazione, che è compito delle comunità civili, di una visione contemporanea del Pianeta e del ruolo che vi ha Homo sapiens. 

 

 

ESCLUSIVA – L’impatto umano sulle specie minacciate si estende ormai sull’84% della Terra

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(Niassa, Mozambico: pratica dello slush and burn, abbatti e brucia, per liberare terreni adatti all’agricoltura)
È appena uscita su PLOS BIOLOGY (“Hotspots of human impact on threatened terrestrial vertebrates”la prima analisi globale degli impatti delle attività umane su 5.475 specie minacciate calcolata sulla aree geografiche di distribuzione di queste specie. Lo studio ha cioè verificato in quali regioni del Pianeta gli otto principali fattori di distruzione delle biodiversità si sovrappongono alla presenza di popolazioni animali a rischio di estinzione. Gli autori hanno preso in considerazione 1277 mammiferi, 2.120 uccelli e 2.060 anfibi, identificando gli “hotspot” della Terra, ossia le regioni dove la biodiversità è maggiormente sotto pressione, e anche i “cool spot”, le zone-rifugio, dove invece specie più resilienti hanno maggiori possibilità di sopravvivere nei decenni a venire.  

Comprendere secondo quali schemi spaziali e geografici la pressione umana coincide con le specie maggiormente sensibili al risciò di estinzione è determinante per pianificare gli sforzi di conservazione. E per stilare l’elenco, purtroppo, delle priorità. Mappare le minacce alla biodiversità non è sufficiente: bisogna capire, questo l’intento dello studio, dove l’intensità del disturbo umano coincide con la presenza di una popolazione cruciale per la sopravvivenza a lungo termine di una specie. 

Moreno Di Marco, ricercatore presso il CSIRO Land & Water, EcoSciences Precinct, di Brisbane Australia e alla Sapienza di Roma, co-autore della mappatura, spiega: “Nell’approccio che abbiamo utilizzato le specie minacciate sono osservate in correlazione spaziale con i processi distruttivi che le minacciano e a cui esse sono sensibili. L’associazione spaziale innesca un impatto sulla specie che si trova a fronteggiare insieme una o più minacce. Uno hotspot è una area in cui questi impatti, che agiscono sulla specie, possono essere individuati: un alto numero di specie che coesistono con un alto numero di minacce prodotte dall’uomo. Invece i cool spot sono quelle aree che ospitano sì un alto numero di specie minacciate ma in assenza delle minacce che sono direttamente collegate a loro, e perciò funzionano come rifugi”. 

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I risultati di questo studio sono, ancora una volta, molto cupi: “In media, il 38% del range di distribuzione di una specie è sottoposto agli effetti di uno e più fattori di minaccia. I mammiferi sono il gruppo tassonomico più colpito, il 52% del loro home range è ormai soggetto a minacce di forte impatto. Preoccupante è che un quarto di tutte le specie considerate subisce le conseguenze di una qualche minaccia su più del 90% del proprio areale. Solo un terzo di tutte le specie è al sicuro”. I driver di distruzione presi in considerazione sono quelli ufficiali della “Impronta umana”, la human footprint, riconosciuti dalla IUCN e pubblicati nel 2016 su Nature: edifici e costruzioni, campi coltivati, pascoli, la densità demografica umana, le luci notturne, le ferrovie, le strade a larga percorrenza come le autostrade, il traffico marittimo. Insomma, il complesso delle attività commerciali e industriali che sostengono gli insediamenti umani in continua espansione. 

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(Credits: WCS by Paul Mulondo)

“L’impatto umano sui vertebrati già minacciati è ubiquo e si estende sull’84% della superficie terrestre. Ci sono forti variazioni spaziali, con un picco allarmante nell’Asia del Sud Est, e anche negli hot spot gli effetti differiscono tra gruppi tassonomici distinti. La Malesia è il punteggio più alto sulla media calcolata (125 specie colpite), seguita dal Brunei e da Singapore (rispettivamente 124 e 112)”. Le foreste tropicali umide a latifoglie del sud est del Brasile e Indonesia si collocano al secondo posto fra i biomi maggiormente disturbati. L’Europa e il Centro America emergono come hot spot globali soprattutto per i mammiferi e per gli anfibi. L’impatto sugli uccelli è omogeneo, con picchi di interferenza grave nel sud est Asia e anche del sud est del Sudamerica. Le mangrovie hanno la più alta proporzione di specie compromesse (61-3%), seguite dalle foreste temperate a latifoglie e le foreste miste (60.7%). Di contro, come è intuibile, la tundra e la foresta boreale ha le percentuali più basse (14.6% e 29%, rispettivamente). 

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(Tsavo, Kenya)

Un punto molto interessante dello studio è la coesistenza, all’interno, di una stessa area geografica di specie minacciate e di specie invece che in quella area hanno trovato un rifugio, un cool spot in gergo tecnico. Una condizione che riguarda l’80% del Pianeta. Il rischio di estinzione è infatti una funzione sinergica tra le caratteristiche intrinseche di una specie e il tipo di minaccia presente. In altre parole, non tutte le specie rispondono in maniera identica ad una stessa minaccia a ragione del proprio tipo di adattamento e dei propri tratti ecologici. Ad esempio, in Sudafrica i grandi felini, come i leoni, hanno grosse difficoltà, mentre un felino di medie dimensioni, il serval, rivela uno studio recente condotto in un impianto petrolchimico a 130 chilometri da Johannesburg, prospera nelle aree industriali dismesse: “Questo è un buon esempio. In generale, una strada o una ferrovia possono avere effetti devastanti per i mammiferi che tentano di attraversale, ma non per gli uccelli che le volevano sopra – dice James Allan, tra gli autori della ricerca uscita su PLOS BIOLOGY, della School of Earth and Environmental Sciences, University of Queensland, Australia, un esperto nella mappatura degli habitat wild – Oppure, considera i pascoli, in Africa: i grandi mammiferi come i leoni e gli erbivori come le zebre possono coesistere con le mandrie, ma gli anfibi delle pozze d’acqua no. Gli hot spot e i cool spot si susseguono l’uno con l’altro in conseguenza della ricchezza di specie: dove ci sono molte specie, osserviamo che l’impatto delle minacce studiate è simultaneo su molte di esse e che tante altre invece ne sono al riparo. Questo si osserva bene in Brunei, che ha la media più alta come rifugio di specie: è incredibilmente ricco e quindi le sue foreste risultano meno compromesse delle loro analoghe in Malesia e Indonesia”. Tra questi rifugi ci sono la Liberia, in Africa, per i mammiferi e gli anfibi, e le Ande, in Sud America, dove sopravvive, in popolazioni frammentate, il magnifico gatto andino (Leopardus jacobita): “Abbiamo incluso moltissimi felini nel nostro studio, perché sono quasi tutti ormai minacciati”, spiega Allan. 

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(Western Ghats, India)

Aggiunge Moreno di Marco: “Nella nostra ricerca abbiamo scoperto che queste aree sono sia hot spot che cool spot per diverse specie. Si tratta di aree molto ricche, ma su cui insistono solo alcune minacce specifiche con effetti diretti sulle specie, come ad esempio la caccia eccessiva, e non invece la perdita di habitat.  Qui, molte specie minacciate sono in declino ma ci sono anche altre specie in difficoltà che possono vivere senza la pressione di minacce per loro significative”. 

Le implicazioni di questo censimento sulla conservazione sono piuttosto importanti. Di nuovo, si pone l’accento sul fatto, cruciale eppure sistematicamente ignorato, che “la frammentazione riduce la proiezione di habitat particolarmente adatti alla distribuzione di certe specie, riducendo i loro movimenti e aumentando il loro rischio di estinzione”. Due punti sono determinati sul futuro: primo, gli sforzi di protezione daranno benefici se terranno conto dei rifugi di biodiversità rimasti e, secondo, questi stessi rifugi sono i luoghi critici perché le specie sviluppino gli adattamenti loro richiesti da un Pianeta in rapidissima trasformazione. 

 

ESCLUSIVA – I territori ancora selvaggi sono in estinzione tanto quanto le specie animali, avvertono gli ecologi su NATURE

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(Credits: Julie Larsen)

Le terre selvagge rimaste sul nostro Pianeta – la wilderness – stanno diventando sempre più importanti nel controbilanciare gli effetti dei cambiamenti climatici e nell’assicurare la sopravvivenza di noi umani fornendo servizi ecosistemi essenziali. Eppure, sono in estinzione, ed è urgente parlare di una crisi di estinzione della wilderness, analoga alla crisi di estinzione della biodiversità. Questa la inquietante conclusione di uno studio iniziato nel 2009 e pubblicato domani su Nature ( volume 563, 1 novembre 2018, Protect the last of the wild) da un gruppo di ricercatori che hanno costruito una mappa delle ultime wilderness del Pianeta. 

L’allarme arriva a 48 ore di distanza dall’uscita del Living Planet 2018 del WWF, che mostra come in meno di 50 anni le popolazioni di vertebrati non domesticati sia crollato del 60%. 

Soltanto un secolo fa, rivela lo studio di Nature, usavamo il 15% del Pianeta per l’allevamento e l’agricoltura. Oggi il 77% delle terre emerse (esclusa l’Antartide) e l’87% degli oceani è ormai stato modificato dalle attività umane. Nonostante questo, le terre selvagge non godono ancora  di uno status politico concreto: “il contributo degli ecosistemi intatti non è stato ancora inserito in nessuna cornice politica internazionale, ad esempio il Piano Strategico per la Biodiversità delle Nazioni Unite oppure l’accordo di Parigi sul clima”. James Allan, postdoc e fellow research alla School of Biological Sciences della University of Queensland, St. Lucia, Australia, tra gli autori dello studio, mi spiega infatti: “Il consenso scientifico attorno all’importanza delle aree wilderness è recente ed in crescita e non era ancora mainstream al tempo degli accordi di Parigi. Inoltre, prima che le nostre mappe fossero pubblicate, nessuna delle nuove aree definibili come wilderness era ancora così minacciata. C’era una mal comprensione dovuta al fatto che queste aree erano lontane dalle persone, che quindi non ne erano direttamente danneggiate. Le mappe hanno invece mostrato che quelle terre selvagge venivano distrutte e che era urgente proteggerle. Dovremmo essere sicuri che nei prossimi summit la wilderness sia inclusa nei negoziati”. 

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(Credits: Julie Larsen)

Per mappare la wilderness del Pianeta sulle terre emerse, gli autori hanno usato 8 indicatori ambientali che esprimono la pressione umana sugli ecosistemi, in una risoluzione di 1 chilometro quadrato. Questi indicatori sono: ambienti ricoperti da edifici, campi coltivati, terre destinate al pascolo, densità di popolazione, luci notturne, ferrovie, strade a grande percorrenza e corsi d’acqua percorsi da traffico marittimo. Nel 2013 è stata invece mappata la “sea wilderness”, gli oceani intatti dal punto di vista ecologico, impiegando 16 indicatori tra cui la pesca, il traffico marittimo industriale, lo scarico in acqua di fertilizzanti. Una wilderness, sui continenti o al largo degli oceani, è tale quando è priva di pressione umana su di una area geografica continua di 10.000 chilometri quadrati. Una estensione che pone il problema della frammentazione degli habitat in modo drammatico.

La wilderness infatti non è sostituibile, poiché le sue caratteristiche ecologiche sono uniche: “Alcuni conservazionisti sostengono che certe aree in ecosistemi frammentati e degradati in altro modo siano più importanti degli ecosistemi intatti. Le aree frammentate (separate tra loro da campi coltivati, insediamenti umani, strade, NdR) possono fornire servizi cruciali, come i proventi del turismo e fornire quindi benefici alla salute umana, o, anche, essere ricchi di biodiversità minacciata. Eppure, numerosi studi stanno cominciando a rivelare che gli ecosistemi più intatti della Terra hanno ancora tutta una serie di funzioni sempre più cruciali”, avverte lo studio. Secondo James Allan, “Abbiamo bisogno di entrambe le strategie: mettere in sicurezza tutti gli ecosistemi intatti su scala globale, in modo che da garantire un successo di conservazione di lungo periodo; mettere in sicurezza i posti più importanti per le specie minacciate, con lo scopo di evitare estinzioni nell’immediato. I due approcci sono complementari, uno non esclude l’altro”. 

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(Credits: James Allan)

Nelle terre selvagge ciò che conta è appunto la conservazione sui tempi lunghi, per motivi strettamente evolutivi: “Le aree wilderness sono gli unici posti che contengono mix di specie al loro livello naturale di abbondanza. Sono anche le uniche aree – spiega lo studio su Nature – che supportano i processi ecologici alla base della biodiversità su scale temporali evolutive. In quanto tali, quindi, esse sono serbatoi di informazioni genetiche e agiscono come aree di riferimento per gli sforzi di riconversione in condizioni selvagge di terre degradate e di ambienti marini”. Questi aspetti sono cruciali per il mantenimento del “Pianeta vivente”, ossia della cornice di proliferazione e di differenziazione delle specie animali e vegetali del Pianeta, ciò che James Allan chiama “evoluzione naturale”: “Solo nella wilderness le specie si possono evolvere al di fuori dell’influenza umana, essenzialmente come pura evoluzione naturale. Si tratta di una importante risorsa per la nostra stessa comprensione del Pianeta. Quando discutiamo di evoluzione naturale intendiamo che nei paesaggi ormai degradati possono ancora esserci le stesse specie che vivono nella wilderness, ma in numeri più ridotti, in popolazioni più piccole e quindi con una ecologia che sarà diversa, più innaturale”.  La defaunazione, infatti, il processo di lento assottigliamento delle popolazioni di una specie, come hanno dimostrato le ricerche di Rodolfo Dirzo della Stanford, ha catastrofiche ricadute sistemiche: i cambiamenti di composizione numerica delle comunità animali si risolvono in un impatto diretto sulla diversità filogenetica e su tutte le interazioni trofiche che coinvolgono animali, piante, batteri e infine i pattern climatici di un habitat. 

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(Credits: DCSL)

Questo studio rende inoltre chiaro quanto la wilderness sia cruciale per fronteggiare i problemi attuali innescati dalla nostra espansione e dal nostro uso delle risorse. Questi territori funzionano come rifugio per specie ormai braccate in terra e nelle acque oceaniche. Negli oceani, esse rappresentano gli ultimi Eden per i predatori di vertice, come i tonni, i marlin e gli squali. Ma la wilderness svolge anche un ruolo protettivo contro i devastanti cambiamenti climatici che entro questo secolo imporranno alterazioni significative al Pianeta. Le foreste integre sono in grado di sequestrare molto più carbonio dall’atmosfera delle aree degradate: “I modelli basati sulla geografia, sulle piogge e sul gradiente di deforestazione rivelano ormai fino a che punto le aree wilderness regolino il clima e il ciclo dell’acqua – su scala locale, regionale e globale. Queste aree forniscono una protezione contro gli eventi meteorologici estremi e contro gli avvenimenti geologici”. In presenza di uno tsunami, ad esempio, una barriera corallina in salute offre alle coste una protezione doppia rispetto ad un reef devastato dallo sbiancamento, della pesca illegale con esplosivi o con il cianuro. Lo studio non dimentica poi di citare le popolazioni di nativi che abitano ancora queste regioni, popoli marginalizzati nell’organigramma attuale della civiltà, con pochissimi diritti politici e modelli di adattamento ambientale di straordinario valore storico, paleo-genetico e culturale. Come le specie animali ancora selvagge, anche queste genti umane sono insostituibili nella nostra coscienza di Homo sapiens sapiens. 

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Ma dove si trovano queste regioni wild? Il futuro del 70% delle terre selvagge rimaste è nelle assemblee parlamentari di Canada, Brasile, Russia, Stati Uniti, Australia. Ma la mappa riserva anche qualche sorpresa: Chad, Mauritania, Niger presentano indici migliori di nazioni come il Sudafrica e la Tanzania. La Russia è l’avamposto di resistenza del prossimo secolo per predatori di vertice magnifici come la tigre siberiana, mentre il delta dell’Okavango e il Botswana (compreso il Kgalagadi Transfrontier Park) sono i due hot spot critici per il leone africano allo stato di natura. Particolarmente urgente è una presa di posizione sull’Antartide. Il continente deve diventare off limit per ogni tipo di esplorazione mineraria o estrattiva e servono “rigorose procedure di controllo biologico che riducano al minimo il rischio che i visitatori introducano specie invasive”.

Perché il Pianeta rimanga selvaggio sono indispensabili misure forti da subito, e vincolanti, avvertono gli autori. Bisogna riscrivere parte della cornice giuridica della conservazione. In primo luogo documentare in modo serio le capacità di sequestro e accumulo di carbonio dall’atmosfera delle foreste e degli habitat, per poi inserire questa funzione ecologica della wilderness nella Convenzione sul Clima delle Nazioni Unite (UNFCCC). Attraverso questo passaggio i Paesi firmatari degli accordi dovranno inserire la protezione delle terre selvagge nella loro strategia di riduzione delle emissioni serra. L’obiettivo “molto ambizioso, eppure raggiungibile” è di definire e quindi conservare il 100% di tutto ciò che oggi è ancora wild. Un obiettivo globale renderebbe infatti più facile mobiliare risorse economiche anche per i governi e per soggetti pronti ad investire come il Global Environment Facility, un programma internazionale di finanziamento. Un secondo passaggio è imporre al settore privato la protezione delle terre selvagge come assist strategico, attraverso l’introduzione di performance standard, soprattutto per organizzazioni come la World Bank e l’International Finance Corporation (a sua volta agenzia affiliata alla World Bank), oltre alle banche di sviluppo regionali. 

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Il tempo per implementare tutto questo sta però inesorabilmente finendo. La spaventosa realtà con cui dobbiamo fare i conti è, a parere degli autori, l’estinzione degli habitat selvaggi secondo parametri di intensità e di irreversibilità identici a quelli, come è intuibile, delle specie. Non sarà possibile tornare indietro, una volta, se dovesse accadere, che avremo scelto di estinguere il Pianeta su cui viviamo: “è impossibile ripristinare o rendere di nuovo selvaggio un ecosistema nelle stesse condizioni di una wilderness. Noi non possiamo ricreare la wilderness – spiega James Allan – Perciò abbiamo deciso di parlare di estinzione. Crediamo che mettere nella giusta cornice quanto accade sia importante per portare il significato della perdita della wilderness al pubblico e alle organizzazioni come le banche. Non ci sono altre opzioni al di fuori della protezione di queste enormi aree”. 

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(Antartica)

 

 

Leopardi delle nevi e pastori convivono nel parco nazionale Siilkhem, in Mongolia

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Per capire il futuro del leopardo delle nevi (Panthera uncia) è indispensabile studiare le interazioni tra questo impescrutabile predatore, le mandrie di pecore e capre che sempre più affollano i suoi habitat remoti e gelidi, e l’ibex (stambecco siberiano), la sua preda naturale. Questo il compito di un lavoro di raccolta dati iniziato a marzo e concluso a giugno del 2015 dal gruppo di ricercatori del MUSE di Trento, guidati da Francesco Rovero e Simone Tenan, nel parco nazionale Siilkhem, in Mongolia, sui Monti Altai. I risultati dello studio, reso possibile da 49 fototrappole disposte su una area di 513 chilometri quadrati, sono stati pubblicati su Oryx, la prestigiosa rivista scientifica edita dalla Università di Cambridge.

Lo scopo della spedizione nel Siilkhem – a quasi 4000 metri di altitudine – era di meglio definire il livello di compatibilità tra il pastoralismo all’interno dell’habitat del leopardo delle nevi e le esigenze di conservazione. Sappiamo infatti che la presenza di numeri consistenti di animali da allevamento (mandrie e greggi) in un ecosistema ancora integro hanno effetti ecologici importanti: riduzione delle prede disponibili e uccisioni dei predatori da parte dei pastori, che perdono capi di bestiame. Il sovraffollamento, infatti, peggiora il conflitto tra gli esseri umani e i predatori, soprattutto quelli di vertice, come i grossi felini. Produce quella che viene definita una “esclusione competitiva”, che finisce con il danneggiare gli erbivori selvatici e dirottare i carnivori sugli animali da allevamento. Nell’Asia centrale, sotto la spinta di una “corsa al cashmere” a basso costo sui mercati occidentali, spiegano dal MUSE, è in corso da qualche anno un incremento esponenziale delle capre, fin dentro le aree protette di Mongolia e Cina: nel 1970 in c’erano 21.937 capre, che nel 2015 erano diventate 105.376.

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Le fototrappole del MUSE hanno registrato 494 intercettazioni di animali selvatici, e ben 912 di ungulati domestici, cani ed esseri umani (168 capre, 163 vacche e yak, 105 persone), 33 passaggi di ibex e 14 del leopardo delle nevi. La lettura di questi dati, per quanto limitati, non è del tutto negativa. Le greggi hanno sicuramente un indice di presenza (occupancy) più alto dell’ibex (0,65), che è meno frequente quando deve fare i conti con animali allevati (0,11) rispetto a condizioni più selvagge (0,34-0,35). Eppure, le interviste condotte con i pastori delle montagne dal team di Francesco Rovero descrivono una rapporto di convivenza culturale con il leopardo piuttosto variegato. I pastori tendono a riferire l’uccisione delle loro bestie, che avviene regolarmente, ai lupi e non ai leopardi.

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Nelle loro izbe tengono pellicce di lupo, ma non di leopardo, e non ci sono tracce di bracconieri. Se dunque è vero che sugli Altai l’allevamento è diventato un fattore di disturbo ambientale cospicuo (pecore e greggi nel 43% dei siti di osservazione) non esistono per ora correlazioni solide su un declino del leopardo e le attività economiche umane. È presto per definire gli Altai un paradiso per questo felino unico al mondo, ma lo studio del MUSE conferma che il punto di frizione tra i bisogni dei gruppi umani e i grandi predatori è ormai transnazionale, e riguarda le nostre scelte di vita, qui come in Mongolia.

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Il programma di ricerca del MUSE in Mongolia è condotto in collaborazione con la Ong Green Initiative (Mongolia), il Museo Danese di Storia Naturale di Copenhagen e l’Università di Losanna. Una terza fase di ricerca è programmata per il 2018/2019.

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(Credits: MUSE Trento)

 

 

 

 

Sono le nostre abitudini a decidere le dimensioni degli habitat selvaggi

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Quanto spazio siamo disposti a concedere agli spazi selvaggi e alle specie non domesticate nei decenni a venire? È questa la domanda che domina il dibattito sul futuro degli Aichi Targets (gli obiettivi per la conservazione della natura su scala globale fissati al 2020) e che è stata discussa in un simposio internazionale voluto dalla Zoological Society di Londra lo scorso 27 e 28 febbraio: Safeguarding space for nature and securing our future. Ne avevamo già parlato su queste pagine, perché la questione dello spazio è la più scottante nel confronto di pareri e numeri sulle possibilità di contenere la attuale perdita di biodiversità; lo spazio però, vista la nostra demografia, chiama in causa anche la concezione che la civiltà umana ha di se stessa, le rinunce che è disposta ad attuare e lo stile di vita che consideriamo ormai inalienabile. Per questo, nel racconto via Twitter del simposio, s’è diffusa prima di tutto una constatazione: bisogna spostarsi dall’ipotesi di lasciare, come auspica E.O.Wilson, metà del Pianeta alle altre specie (opzione che suona già parecchio ambiziosa), ad una visione molto più integrata del Pianeta come un unico contesto ambientale in cui la dipartita di migliaia di specie finirà con il condizionare drammaticamente anche le uniche specie rimaste (Homo sapiens e i suoi animali d’allevamento): “move from Half Earth to whole Earth”.

 

Gli Aichi Targets (stabiliti nel 2010) prevedevano che noi si proteggesse il 17% della superficie terrestre e il 10% degli oceani entro il 2020; di fatto, oggi è protetto solo il 15% delle terre emerse e il 7% degli oceani. Il punto tuttavia, come ha spiegato al Guardian Harvey Locke di Nature Needs Half (il network di organizzazioni che preme per parchi su scala continentale, e cioè il 50% protetto entro il 2050, posizione che condivido), è che se anche gli obiettivi di Aichi fossero stati soddisfatti al cento per cento, ciò non basterebbe a limitare le estinzioni già avviate. Locke ha spiegato ciò che ancora in pochissimi sono disposti ad ammettere e cioè che è indispensabile disegnare una mappa integrata di aree protette connesse tra loro (“integrated pattern of wildlife areas”), in cui le faune selvatiche siano libere di muoversi e mantenere così la diversità genetica, che è l’unico, vero antidoto alla defaunazione prima e alla estinzione in seguito. I fattori di estinzione sono infatti funzioni sinergiche di più tratti intrinseci ad una specie ed al suo habitat; ma nessuna specie confinata in un parco nazionale è in grado di rispondere efficacemente alle modifiche del suo ambiente sui tempi lunghi, e alla progressiva carenza di diversità genica inevitabile in popolazioni chiuse.

 

Noelle Kumpel, a capo delle policies di BirdLife International a Cambridge, ed esperta di bushmeat, ha detto che “occorre proteggere il 30% del Pianeta, ma il 100% del Pianeta richiede un uso sostenibile”, insistendo su un punto che questo simposio ha tenuto al centro della discussione, e cioè che lo spazio da lasciare agli habitat non convertiti all’agricoltura o ad attività umane non dipende soltanto dalle decisioni politiche prese in sede di definizione delle aree protette. Piero Visconti del Dipartimento di Genetica, Evoluzione e Ambiente della UCL di Londra, e research fellow all’Istituto di Zoologia della ZSL, mi ha spiegato perché: “Abbiamo bisogno di obiettivi ambiziosi per le aree dedicate alla conservazione della biodiversità da raggiungere il più presto possibile e comunque non più tardi del 2030. Se falliamo, dobbiamo aspettarci che gli attuali livelli di perdita di biodiversità continuino. Abbiamo rilevato che raggiungere gli obiettivi di conservazione richiede però non soltanto il recupero di quasi il 15% delle aree degradate e la protezione di quasi tutto quello che è attualmente intatto. La questione principale, e il risultato più consistente delle nostre ricerche, è che non conta solo quanto spazio diamo alla natura, ma come abbiamo intenzione di far spazio per la natura. Questo richiede una generale trasformazione nel modo in cui consumiamo e produciamo beni e servizi. Dobbiamo ridurre gli sprechi, svoltare verso una dieta prevalentemente vegetariana e chiudere così il cerchio se vogliamo davvero far spazio alla natura”.

 

Siamo cioè chiamati a scegliere di lasciare spazio alla wilderness e alla specie animali, ma anche a paesaggi non ingegnerizzati per soddisfare la misura dell’esistenza tipica degli esseri umani, paesaggi invece indipendenti da noi e dalla nostra storia evolutiva, magnificamente selvaggi perché testimonianze viventi, in continuo cambiamento, dei processi chimici, fisici e genetici che ci hanno condotti, tutti quanti, dove siamo ora. “In alcuni posti serviranno aree intatte di grosse dimensioni, in altre un approccio più di land-sharing potrebbe essere appropriato”, continua Visconti. “Voglio spostare il focus lontano dalle aree protette verso cambiamenti di uso del suolo positivi per la biodiversità. Le aree protette non bastano, non solo, ci portano a pensare ad una separazione tra noi e la natura. Il risultato è che tutto quello che non è protetto è considerato disponibile per attività insostenibili. Le aree protette recintate, come il Kruger, sono il caso estremo. La visione dovrebbe essere di un uso sostenibile delle risorse a tutti i livelli. Possiamo stabilire aree di conservazione che siano gestite specificamente per la biodiversità, ma questo non può essere il perno della conservazione perché equivale a continuare ad arginare le minacce senza risolvere il problema di fondo, l’uso insostenibile del territorio”.

Gli ultimi trenta leopardi della Cambogia a un passo dall’estinzione

Lo scorso primo marzo un comunicato stampa di Panthera ha confermato, grazie a dati recentissimi, che l’ultima popolazione ancora in grado di riprodursi di leopardo della Cambogia e’ ad immediato rischio di estinzione. Negli ultimi 5 anni il loro numero è crollato del 72%. Stiamo parlando degli ultimi 20-30 leopardi dell’intera Indocina orientale e cioè dell Cambogia, del Laos e del Vietnam. Dello home range originario e’ perso il 95%. La notizia di impatto catastrofico per la tenuta degli ecosistemi a foresta tropicale della regione non giunge purtroppo inaspettata considerato la estrema frammentazione degli habitat e la perdita progressiva di grossi erbivori (defaunazione) che sono la preda naturale del leopardo, ma anche dei cacciatori di frodo che riforniscono i mercati rurali di bushmeat (carne selvatica). La perdita e’ tuttavia particolarmente grave perché il leopardo della Cambogia e’ una sotto specie di leopardo e la sua scomparsa segna una semplificazione irrecuperabile in termini evolutivi nella famiglia dei felidi.

Il report e’ stato pubblicato nel giornale ufficiale del gruppo WildCru di Oxford (University’s Wildlife Conservation Research Unit, lo stesso che aveva monitorato Cecil the Lion in Zimbabwe ), e cioè il Royal Society Open Science journal, insieme a Panthera ( che ha in Cambogia un suo ricercatore di punta, il dottor Jan Kamler ), WWF-Cambodia, l’American Museum of Natural History, e il Forestry Administration of the Ministry of Agriculture Forestry and Fisheries of Cambodia. I dati sono stati raccolti sulle Eastern Plains e rivelano la densità più bassa di leopardi mai riscontrata in Asia ( 1 individuo ogni 100 kmq ).


Jan Kamler e’ il coordinatore del Panthera Southeast Asia Leopard Program: “questa popolazione rappresenta l’ultimo barlume di speranza per i leopardi di tutto il Laos, la Cambogia e il Vietnam – una sottospecie sul punto di scomparire. Come comunità internazionale non possiamo più permetterci di trascurare la protezione di un felino assolutamente unico. Dobbiamo unire le forze per agire e non soltanto a parole, per stroncare la diffusione epidemica del bracconaggio che minaccia questo animale meraviglioso”.


Il professor David Macdonald, direttore del WildCRU e anche lui coautore della pubblicazione : “i leopardi sono capaci di un opportunismo incredibile, si adattano ad habitat molto diversi dai deserti alla giungle urbane, ma la loro adattabilità li mette rischio ; la gente pensa, fantastico, allora i leopardi possono cavarsela, ma non sarà così ! In nessun posto le cose vanno ben come crede il pubblico e ci siamo resi conto dati alla mano che nel sud est asiatico i leopardi si avviano verso una catastrofe”. Per dare una idea del tipo di animale che perderemo gli autori sottolineano che la preda preferita del leopardo qui in Cambogia e’ il banteng, un bovino selvatico che può pesare fino a 800 chili, cioè 5 volte la massa corporea di un leopardo adulto. Si tratta di un cambiamento nelle abitudini predatori dei leopardi causato dalla estinzione della tigre (2009 per le fonti ufficiali ), che ha aperto una nicchia eclogica finora inaccessibile.


Questo conferma quanto sta emergendo dagli studi più aggiornati sui grandi felini che un tempo coesistevano in tutti i loro habitat, e cioè che i predatori di vertice compongono reti trofiche complesse e interdipendenti ; la fine della tigre in Asia orienta poi i bracconieri sui leopardi nebulosi e i leopardi, senza contare le ossa da importazione di giaguari, e soprattutto leoni africani. I bracconieri mettono trappole dappertutto per catturare maiali selvatici e cervi da destinare alle macellerie di bushmeat e puntano ai felini per rivendere a prezzi altissimi denti e pelli. Da molto tempo ormai il sud est asiatico e’ diventato un laboratorio per il cocktail di defaunazione, demografia umana e cambiamenti climatici che segneranno il futuro della regione in questo secolo.

Credits : Panthera and especially Susie Weller; all photos are from Panthera

Grandi mammiferi, no room to roam

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Gli animali selvatici si muovono sempre meno, con conseguenze devastanti su scala globale. Uno studio appena uscito su Science (SCIENCE 359 26 January 2018 – Moving in Athropocene: global reductions in terrestrial mammal movements) conferma che la questione dello spazio sarà l’argomento più scottante di quest’anno sulle riviste scientifiche e ovunque si discuta in maniera seria del futuro dei grandi mammiferi. No room to roam, non c’è più spazio per muoversi, denuncia la copertina del magazine: spazio in senso quantitativo (non dovremmo cominciare a ragionare sulle mega-riserve?) e qualitativo (cosa accade alle popolazioni numericamente consistenti rimaste se le aree protette sono sempre più frammentate?).

“Il fatto che gli animali possano muoversi è fondamentale per il funzionamento di un ecosistema. Usando un sistema di monitoraggio (tracking) a GPS su un database di 803 individui appartenenti a 57 specie differenti, abbiamo rilevato che i movimenti dei mammiferi in aree con una alta impronta umana sono ridotti in media di 2-3 volte”, spiegano gli autori, rispetto ai territori in cui invece la pressione della presenza umana è meno invasiva. Le 57 specie prese in esame comprendono gli erbivori (28), i carnivori (11) e gli onnivori (18). Tra le specie considerate ci sono il ghiottone (Gulo gulo), la giraffa (Giraffa camelopardalis), l’elefante di foresta africano (Loxodonta africana cyclotis), l’orso bruno (Ursus arctos), il babbuino (Papio cynocephalus) e il leopardo (Panthera pardus).

Lo studio ha esaminato la distanza percorsa dagli animali in relazione all’impronta umana dei territori attraversati con un modello matematico avanzato ( Human Footprint Index) che include gli effetti sinergici di più fattori: quanto un ambiente è costruito con case e infrastrutture, campi coltivati, terre messe a pascolo, la densità della popolazione umana, l’illuminazione artificiale notturna, ferrovie, strade, e vie d’acqua navigabili. Questo indice va da 0 (punteggio del Pantanal, in Brasile) a 100 (punteggio di New York).

“La perdita globale di mobilità altera un tratto ecologico fondamentale degli animali che ha conseguenze non solo sulla persistenza di una singola popolazione”, ossia la sua capacità di resistere nel tempo in un certo habitat, “ma anche sui processi ecosistemici come ad esempio le interazioni predatore-preda, il ciclo dei nutrienti e la trasmissione delle malattie”. Gli animali che si spostano all’interno dei loro habitat lavorano infatti come “mobile links” cioè come mediatori di funzioni biochimiche strutturali in un ecosistema: la dispersione dei semi, i trasferimenti energetici ( il passaggio dell’energia solare catturata dalla fotosintesi nelle piante, quindi negli erbivori, nei carnivori e infine di nuovo al suolo) e gli equilibri genetici intrinseci alle metapopolazioni.

Oggi, una porzione enorme del globo terrestre (dal 50 al 70% ) è già stata ampiamente modificata da noi umani. La qualità dello spazio rimasto per le specie selvatiche è un punto di discussione decisivo per il futuro: “L’espansione dell’impronta umana non sta solo causando perdita di habitat e di biodiversità, sta anche alterando il modo in cui gli animali si muovono attraverso habitat frammentati e disturbati”.

Le conseguenze più gravi di questa condizione globale saranno visibili sui tempi lunghi: “gli individui possono spostarsi alla stessa velocità se i loro movimenti vengono misurati in brevi intervalli di tempo, ma questi stessi movimenti appaiono più tortuosi dove l’impronta umana è più alta effettuando la misurazione su intervalli temporali più lunghi”. Nei decenni a venire il destino degli erbivori in movimento non sarà molto diverso da quello dei carnivori di vertice. C’è un rapporto negativo tra la disponibilità di risorse e la distanza da percorrere.