Categoria: Paleontologia

Riapre la Fossil Hall dello Smithsonian di Washington, gigantesca riflessione sul tempo profondo

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Riapre domani, 8 giugno, dopo un vasto lavoro di riallestimento, durato 4 anni, che ha sostanzialmente rivisto il percorso narrativo della esposizione, il grande salone dei fossili dello Smithsonian di Washington, uno dei musei di storia naturale più importanti del mondo. La nuova “Fossil hall” ospita ora 700 reperti fossili: dinosauri, mammiferi, rettili e insetti, ossia 3.7 milioni di anni di storia del Pianeta. Lo Smithsonian ha infatti deciso, stavolta, di dare una impronta contemporanea alla Fossil Hall, scegliendo come filo conduttore del racconto paleontologico “le connessioni tra ecosistemi, clima, forze geologiche ed evoluzione, per incoraggiare i visitatori a comprendere che le scelte che compiamo oggi avranno un impatto sul futuro”.  Deep time, tempo profondo, è infatti il titolo della mostra: “il passato della Terra ha dato forma al presente e plasmerà il futuro”. 

Il tempo profondo, in paleontologia, è la enormità del tempo che ci siamo lasciati alle spalle: i 4 miliardi di anni di vita del Pianeta, lungo i quali l’evoluzione ha dato origine al susseguirsi delle specie animali e vegetali. Il tempo profondo è quindi il passato che ognuno di noi ha in comune, come eredità culturale e biologica, con il Pianeta, le sue faune e i suoi ecosistemi. Nel pieno della crisi di estinzione, un ragionamento di questo tipo, tradotto nel linguaggio espositivo museale, è a tutti gli effetti anche una scelta politica. La scelta cioè di parlar chiaro al pubblico, proponendo una visione scientifica rigorosa del paleo-passato, non hollywoodiana, e ben ancorata al nostro presente in Antropocene. Dinosauri ed esseri umani si incontrano in una visione complessiva dell’evento biologico, laica e però filosofica, che per troppo tempo è mancata al discorso ambientale contemporaneo. 

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“La fossil hall è una cronaca circolare dell’intera storia della vita sulla Terra e mostra le origini e l’evoluzione delle piante e degli animali, ricrea mondi antichi e getta luce su esempi passati di cambiamenti climatici ed estinzioni. Nella Warner Age of Humans Gallery i visitatori possono apprendere le migliaia di modi in cui gli esseri umani stanno causando cambiamenti rapidi, e senza precedenti, al Pianeta”.

Deep Time conduce al cuore stesso del collasso del Pianeta, nella cronaca quotidiana dei cambiamenti climatici e della sesta estinzione: “La prospettiva temporale fornisce un contesto al mondo odierno e aiuta a costruire previsioni sul corso che la specie umana e la vita nel suo complesso prenderanno in futuro”.

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La riflessione sul tempo non è cioè pura speculazione scientifica, rappresenta invece un atteggiamento maturo, e responsabile, sul significato della comparsa della nostra specie circa 100mila anni fa: “La vita nella sua interezza è fatta di connessioni: il passato, il presente e il futuro e la Terra stessa. L’evoluzione modifica continuamente la vita attraverso lo scorrere del tempo, e gli ecosistemi si trasformano nel tempo, e continueranno a farlo”. Questo significa che, attraverso gli scheletri dei grandi dinosauri, è possibile vedere, come in controluce, che nulla è dato per sempre e che la condizione attuale dell’umanità possiede una intrinseca ragione evolutiva, ecologica e geologica.

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La questione climatica è uno degli assist di Deep Time: “I visitatori esploreranno le prove fossili di come era il clima in epoche antiche e di come cambiò, incluso un evento di rapidissimo surriscaldamento che si verificò 56 milioni di anni fa, conosciuto come Massimo Termico del Paleocene-Eocene ( il PETM). La mostra mette l’accento sul fatto che l’attuale cambiamento climatico è diverso dal PETM e da altri eventi analoghi del passato, perché oggi il clima cambia a causa delle attività umane, e ad una velocità allarmante, molto più rapida del PETM. I visitatori potranno quindi passare attraverso la storia climatica più remota della Terra, e seguire due ipotesi sul nostro futuro climatico: ciò che accadrà a livello globale sarà determinato dalle scelte delle persone, come individui singoli, e come collettività”. 

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Con Deep Time lo Smithsonian passa un messaggio direi radicale sul perché andare in un museo di storia naturale sia indispensabile nell’Era dell’Estinzione: non solo un museo di storia naturale smonta il pregiudizio che Homo sapiens sia completamente autonomo nelle sue imprese, visto che le forze geologiche che hanno modificato il Pianeta hanno sbozzato anche il suo stesso destino; in un museo di storia naturale siamo messi faccia a faccia con il problema, rimosso nelle società opulente, della vita e della morte, del sentimento di onnipotenza e di autarchia culturale che sembra aver preso il sopravvento nella concezione umana delle cose e degli enti. Ebbene sì: riflettere sul tempo, quanto ne abbiamo dietro di noi, e quanto ce ne resta davanti, è un atto politico su cui paleontologia e filosofia trovano un incredibile punto di conversazione. 

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Scoperta in Kenya, a Nakwai, una nuova specie di scimmia del primo Miocene lontana cugina degli Ominidi

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(La mandibola della specie di scimmia del Vecchio Mondo, Alophia, recentemente scoperta sovrapposta ad una seconda fotografia del sito fossile dove gli scienziati stanno scavando adesso. Il fossile è datato 22 milioni di anni fa e misura 3.7 cm di lunghezza. I denti e l’osso si sono spezzati durante il processo di fossilizzazione).

 

E’ stata scoperta a Nakwai, in Kenya (una località tra Nairobi e Marsabit, nel nord del Paese) parte della mandibola di una nuova specie di proto-scimmia datata a 22 milioni di anni fa, nel primo Miocene, che getta nuova luce sull’origine e l’evoluzione delle antiche scimmie della super famiglia dei cercopitecidi. La ricerca che dà conto della scoperta è uscita sulla PNAS lo scorso 13 marzo .

La nuova specie battezzata dai ricercatori Alophia metios presenta i primi tratti degli sviluppi morfologici associati con l’evoluzione della dentizione dei cercopitecidi: “la scimmia di Nakwai rivela che la iniziale radiazione delle antiche scimmie fu in un primo tempo caratterizzata da una riorganizzazione della struttura morfologica fondamentale dei molari”. La mandibola di Alophia possiede infatti degli adattamenti evolutivi nei molari compatibili con una dieta frugivora e fornisce solide evidenze all’ipotesi che la capacità di queste scimmie primitive di mangiare foglie comparve solo successivamente, a Miocene avanzato. 

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(modello della mandibola in 3D ad alta definizione, CT Scan)

Il ritrovamento ha una importanza notevole nella ricostruzione della radiazioni evolutiva dei cercopitecidi, ma anche delle promise fasi dell’albero genealogico umano e dei primati, e si inserisce quindi in quell’ambito di scoperte che gettano sempre più luce sugli antenati della nostra stessa famiglia. I cercopitecidi infatti cominciarono a separarsi dalle grandi scimmie antropomorfe, ossia i primati, circa 30 milioni di anni fa ed ebbero uno straordinario successo evolutivo che arriva sino al presente, con le 130 famiglie di cercopitechi attualmente viventi. L’espansione geografica di queste scimmie e la varietà di habitat che occupano ha eguali solo nel nostro genere, gli Ominidi. Tutti i cercopitechi viventi si distinguono grazie ad una particolare conformazione dentale, la cosiddetta bilofondontia, ossia la presenza di due creste che si incrociano sulla superficie dei molari. Le creste consentono di masticare diversi tipi di cibo (frutta, foglie, semi duri, radici) e quindi di adattarsi a una varietà di habitat. La bilofondontia offre un “apparato dentale” molto flessibile, che si è evoluto specializzandosi in modo da riuscire a spezzare, triturare e masticare cibi dalle proprietà meccaniche differenti. 

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(la mandibola di Alophia)

Alophia si colloca in una epoca intermedia rispetto ai fossili finora studiati dell’Uganda e della Tanzania, rispettivamente datati a 19 e 25 milioni di anni fa: “Questo nuovo primate di Nakwai è un membro di una variegata, ma primitiva fauna di mammiferi africani”. Kappelman, antropologo e geologo della University of Texas ad Austin, co-autore dello studio, spiega: “Gli animali che condividevano lo stesso ambiente di Alophia erano parte di una radiazione di forme che si evolse per decine e decine di milioni di anni su una isola-continente isolata, la Afro-Arabia. I già grandi comprendevano una notevole varietà di antichi elefanti e c’era anche l’Arsinoterio, un animale che assomigliava ad un rinoceronte visto di lato, ma che aveva due corni sul muso. C’erano anche mammiferi dell’ordine degli Hyracoidei, di ogni forma e taglia. Questi animali sono chiamati Afroteri, perché si evolsero su di un continente isolato; fu soltanto più tardi, quando l’Afro-Arabia si saldò con l’Eurasia, che gli animali che oggi consideriamo tipicamente africani – l’antilope, i leoni, le iene, i rinoceronti, le zebre – entrarono nel continente e presero ad evolversi  nella fauna che conosciamo. Molti Afroteri, ad esempio l’Arsinoterio, si estinsero, ma non siamo in grado di dire se ciò avvenne per competizione con le nuove forme viventi o a seguito di cambiamenti climatici”. 

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( Gli scienziati raccolgono campioni roccia per datare i sedimenti di Nakwai, Kenya, dove è stata scoperta la antica scimmia del Vecchio Mondo chiamata Alophia)

I denti di Alophia presentano delle somiglianze con quelli dei Victoriapitecidi, una famiglia estinta di scimmie primitive presenti nella regione al principio del Miocene che erano ancora sprovviste della doppia cresta sui molari superiori e inferiori. “Gli studi di genetica molecolare sulle grandi scimmie moderne e sulle scimmie più piccole mostrano che si sono separate l’una dall’altra circa 30 milioni di anni fa. Le evidenze fossili di entrambi i gruppi per i successivi 12 milioni di anni sono piuttosto sparse – spiega Kappelman – e includono una manciata di reperti. Dal momento che le scimmie fossili a partire da 18 milioni di anni fa e anche più giovani, e tutte le moderne scimmie del Vecchio Mondo hanno la bilofondontia, molti scienziati hanno ipotizzato che la bilofondontia potrebbe risalire alle primissime scimmie. Se fosse così, l’origine di questo tratto specifico e della sua correlazione con l’inclusione delle foglie nell’alimentazione  potrebbe spiegare perché le grandi scimmie e le scimmie più piccole si separarono, con i grandi primati specializzati su una dieta con frutta e le scimmie su una dieta con foglie. E tuttavia, Alophia non aveva la bilofondontia e probabilmente mangiava frutta e noci. La bilofondontia dovette evolversi successivamente. Abbiamo riscritto una storia che sembrava semplice e forse la abbiamo anche riformulata”. 

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(Le rocce sedimentarie esposte all’erosione sulle colline di Nakwai, dove sono sono stati scoperti i resti di Alophia. Sulla sinistra, al centro, il team di ricercatori)

Una storia che ci riguarda da vicino. I cercopitecidi hanno infatti un lontanissimo antenato in comune con gli ominidi. Kappelman: “Un modo di pensare ad Alophia è che essa sia un lontano cugino degli ominidi. Ragioniamo per analogia: gli scimpanzé e gli umani hanno un antenato comune che si colloca in qualche momento tra i 6 e gli 8 milioni di anni fa e quindi noi possiamo pensare a questi due gruppi come a due cugini. In maniera simile, circa 22 milioni di anni fa Alophia si è separata dall’antenato che aveva in comune con gli ominidi da 8 milioni di anni, ed è diventata un cugino degli ominidi, e di conseguenza, per estensione, di noi, oggi”. 

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(I ricercatori in cerca di fossili a Nakwai)

 

 

 

I mammiferi impiegheranno milioni di anni per riprendersi dal collasso dalla biodiversità globale

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(Toxodon platensis – ungulato vissuto nel tardo Pleistocene e probabilmente estinto all’inizio dell’Olocene, circa 11.700 anni fa)

Tra i tanti privilegi che gli esseri umani pretendono di rivendicare, c’è il diritto ad avere una storia. Un importante studio appena uscito sulla PNAS ( Mammal diversity will take millions of years to recover from the current biodiversity crisis ) confuta questo sguardo sul Pianeta, usando la diversità filogenetica come indicatore per valutare l’impatto delle estinzioni sull’assetto faunistico contemporaneo e futuro della Terra. Al punto di civiltà in cui siamo, gli esseri umani hanno già eradicato dal Pianeta 300 specie di mammiferi, che corrispondo a 2 milioni e mezzo di storia evolutiva persi per sempre. Ma i processi di estinzione oggi sono così pervasivi e diffusi su scala globale che, se anche nel corso dei prossimi 50 anni riuscissimo ad arginare la distruzione degli habitat ancora selvaggi, il bracconaggio e l’inquinamento, servirebbero ai mammiferi e alla “natura” tra i 5 e i 7 milioni di anni per tornare a condizioni pre-umane. 

La diversità filogenetica è misurata in milioni di anni di evoluzione indipendente, ossia “la somma della lunghezza di tutti i rami di un certo gruppo di specie, fino alle radici del loro albero evolutivo”. Ad esempio, considerando i grandi felini, la diversità filogenetica riassume il tempo lungo nel quale le pantere, come i leoni e i giaguari, si sono differenziati dal ghepardo (Acinonyx jubatus), dal leopardo nebuloso (Neofelis nebulosa) e dalla lince (Lynx lynx). La storia evolutiva di una specie – tutto il tempo che ha impiegato per diventare ciò che è oggi – può essere recuperata solo su di una scala temporale altrettanto lunga e complessa. La domanda che si sono posti gli autori è quindi: data l’intensità crescente del tasso di estinzione, i mammiferi potranno evolversi sufficientemente per recuperare il grado di differenziazione genetica perduto?

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Gli autori hanno campionato 30 differenti linee di diversificazione filogenetica di mammiferi, seguendo una selezione a random, tenendo conto della loro passata distribuzione, e includendo così nello studio tutte le specie di mammiferi rimaste, e quelle estinte, del Tardo Quaternario, al termine del Pleistocene. Uno dei pregi dello studio è infatti di aver orientato l’attenzione sulla “profondità storica” di una specie, che, in quanto storia, è un elemento strutturale del Pianeta e di Homo sapiens sapiens. Spiega Matt Davis, tra gli autori del paper, che fa ricerca presso il Center for Biodiversity Dynamics in a changing World (BIOCHANGE) della università di Aarhus, in Danimarca: “La diversità filogenetica può esser vista anche come un natural heritage, una eredità naturale, se una specie si è realmente distinta dal punto di vista evolutivo. Ad esempio, gli abitanti della Nuova Zelanda sono piuttosto orgogliosi del tuatara e gli Americani ammirano l’antilocapra un po’ di più, perché questa linea evolutiva della specie c’è solo in America. Se si impiega la diversità filogenetica in una cornice di conservazione, allora automaticamente si utilizza la storia evolutiva come strumento di conservazione”. 

Affrontando la questione da questa prospettiva, strategie come la reintroduzione e il rewilding sono parte di dinamiche più articolate che riguardano i meccanismi fondamentali di proliferazione della vita: “Se un parco nazionale perde la sua diversità filogenetica”, spiega Davis, e cioè il totale di storia evolutiva condivisa da tutte le specie all’interno di quella particolare comunità, in un determinato habitat, “può ripristinarlo reintroducendo alcune specie. E tuttavia, abbiamo solo una Terra. Una volta che una specie è estinta, scompare completamente e nessun movimento avanti e indietro di altre specie potrà recuperare il livello globale di diversità filogenetica. Qualche volta possiamo truccare le cose con noi stessi e pensare che non va poi così male se facciamo il conto delle specie in un solo posto, ma dovremmo invece sempre pensare alla scala globale. Entrambe le dimensioni sono importanti”. 

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(Macrauchenia patachonica – mammifero del Sud America del genere dei Litopterni, vissuto tra il Miocene e il Pleistocene)

Il punto di riferimento dell’analisi è stato, in particolare, l’ultimo interglaciale (circa 130mila anni fa): “A differenza di moltissimi studi precedenti qui usiamo l’ultimo interglaciale come punto di riferimento, e non il nostro presente, perché rappresenta meglio la tipica condizione di ricchezza in termini di megafauna che è esistita per buona parte del Cenozoico. Lasciare le estinzioni preistoriche fuori delle nostre analisi avrebbe sottostimato la perdita di biodiversità, ignorando gli impatti di vaste proporzioni che queste estinzioni hanno avuto sulla moderna ecologia”, scrivono gli autori. 

Sono queste estinzioni preistoriche, infatti, a rendere la nostra condizione attuale particolarmente critica: in termini di diversità filogenetica, hanno imposto ai mammiferi attuali una perdita di ulteriori 2 miliardi di anni di una storia evolutiva unica, e irripetibile. Se a queste aggiungiamo il fardello delle estinzioni avvenute in periodo storico, e cioè a partire dal 1500 in avanti, si arriva ad una impressionante cifra di 500 milioni di anni di storia evolutiva ormai irrimediabilmente consegnata agli archivi dei musei di storia naturale. La sconcertante semplificazione dell’albero della vita dipende, tra gli altri fattori, proprio dalla eccezionale proliferazione di specie di mammiferi degli ultimi centomila anni, come ad esempio i bradipi giganti, gli armadilli e i formichieri del Sud America. I grandi mammiferi del Pleistocene erano incredibilmente diversificati e questo significa che il loro percorso evolutivo era lungo, variegato e complesso.  

Come ha scritto E.O.Wilson, ogni specie ha una storia, ed anche una epica. La storia evolutiva rappresenta un patrimonio a più capitoli, la cui perdita finisce col compromettere anche l’uso che le comunità umane possono fare delle risorse naturali a loro disposizione : “La storia evolutiva ha un suo valore intrinseco – avvertono gli autori – ma questi anni perduti rappresentano una perdita anche di valore strumentale, nel senso che estinti sono anche tratti funzionali. Le estinzioni connesse con noi umani hanno già alterato il mondo, che si trova in una condizione atipica: impoverito dall’assenza dei grandi mammiferi e quindi delle importanti funzioni ecosistemiche che essi fornivano”. 

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Cosa dobbiamo aspettarci, allora, nei prossimi decenni?

“Se gli alberi genealogici attuali si mantenessero costanti senza ulteriori, nuovi fenomeni di speciazione o di estinzione, ci vorrebbero quasi 500mila anni perché le 5400 specie di mammiferi si evolvessero abbastanza da sviluppare una nuova storia e quindi ripristinare la loro diversità filogenetica al netto dei livelli pre-antropici. Ma ci saranno ulteriori estinzioni. Le definizioni della stessa IUCN che classificano i livelli di minaccia predicono una perdita del 99,9% delle specie oggi criticamente minacciate e del 67% di quelle in pericolo entro i prossimi 100 anni”. 

E’ quindi piuttosto improbabile che, da soli, i mammiferi potranno recuperare la diversità filogenetica perduta in una scala temporale commisurata a noi umani, questa la conclusione dello studio. Quello che sta già accadendo è, invece, una dissoluzione rapidissima di un patrimonio paleo-genetico, che avrà bisogno, se mai ne avrà l’opportunità, di milioni di anni per tornare quello di un tempo. La vastità dei processi di cui parliamo è tale che in un ipotetico percorso di “convalescenza e restaurazione” la interazione delle specie decimate con i loro ecosistemi – con la vegetazione, con le altre specie, con i meccanismi di impollinazione, con il ciclo dei nutrienti attraverso il suolo e i corsi d’acqua, nonché con il sistema climatico terrestre – rimarrebbe compromesso per altrettanti milioni di anni. 

Ai mammiferi sarà concesso di ricominciare con nuovi percorsi evolutivi, puntualizza lo studio, o perché ci sarà un gigantesco cambiamento di paradigma e quindi sforzi titanici sulla conservazione, o perché le popolazioni umane in qualche modo collasseranno fino ad un punto in cui “non saranno più una forza dominante e una minaccia ecologica”. Nessun ragionamento può escludere la demografia umana da una valutazione dei rischi: “Noi pensiamo che la crescita della popolazione umana sia veramente molto rilevante. Questo è il motivo per cui le nostre previsioni sono conservative. Abbiamo preso lo scenario migliore in cui i tassi di estinzione scenderanno. Ma non ci sono motivi per aspettarselo, considerato come noi stiamo crescendo e la richieste che avanziamo sulle risorse”, ammette Matt Davis. 

In una sorta di paradosso logico, l’estinzione, che si è soliti attribuire al passato fossile, è invece un fenomeno assolutamente coevo alla nostra civiltà, e ben presente nella nostra vita quotidiana. La continuità storica tra il passato e il futuro è il vero terreno di studio su cui provare a costruire una visione della conservazione efficace, che ci restituisca anche un esame di realtà realistico sulla nostra stessa appartenenza alla storia dei mammiferi. “Direi che siamo ai primi stadi di una crisi di biodiversità che potrebbe diventare una estinzione di massa se continuiamo a far peggiorare le cose. Ma anche una una estinzione di massa non ucciderà tutti i mammiferi. I mammiferi sono molto resistenti. Sono sopravvissuti all’asteroide della fine del Cretaceo. E questo stesso asteroide non ha spazzato via tutti i dinosauri. Sono semplicemente diventati uccelli. Io direi quindi che in fondo anche i dinosauri hanno ancora un discreto successo. Contano un numero di specie viventi doppio rispetto ai mammiferi. Si potrebbe dire che l’età dei dinosauri non è mai finita”. 

Dolomiti culla della biodiversità globale 260 milioni di anni fa. I primi arcosauri al Bletterbach, conferma il MUSE 

La rete trofica del biota del Bletterbach, in cui sono mostrate le complesse interazioni tra flora e fauna, dedotte dalle analisi paleontologiche; 1) Terapsidi faunivori; 2) Archosauromorfi; 3) Pareiasauri; 4) Terapsidi erbivori; 5) Captorinidi; 6) Terapsidi indeterminati; 7) Neodiapsidi basali; 8) Insetti mandibolati; 9) Sfenofite; 10) Felci con seme; 11) Ginkgofite; 12) Conifere; 13) Taeniopteridi.

Il sito di ricerca paleontologica del Bletterbach, sulle Dolomiti – nel tratto montano tra Bolzano e Trento –  fornisce una finestra assolutamente unica sulle forme di vita che popolavano le terre emerse sulla linea dell’equatore nel tardo Permiano (260 milioni di anni fa). Questa la conclusione di uno studio comparato (ci ha lavorato un team internazionale di paleontologi e geologi ) guidato da Massimo Bernardi, esperto di paleo – estinzioni del MUSE di Trento, uscito sulla rivista Earth Science Review. La ricerca ha messo a confronto i reperti dei più importanti siti del mondo che custodiscono i fossili della fauna e della flora della Gondwana ed è un nuovo, avvincente capitolo nel lavoro del MUSE di Trento per offrire al pubblico una prospettiva interpretativa sui processi  di estinzione e defaunazione in corso in Antropocene. 

Molto simile agli ecosistemi coevi del Marocco e del Niger, il Bletterbach ha fornito evidenze del fatto che la maggior diversità biologica di quel periodo (alle soglie di una estinzione di massa che aprì la strada ai grandi rettili, ai dinosauri ) si trovava alle latitudini medio basse del nostro pianeta, e cioè attorno all’equatore, che 260 milioni di anni fa corrispondeva alla fascia centrale del macro continente Gondwana. Le Alpi erano insomma una regione a clima tropicale umido in una fase di riscaldamento climatico molto significativa. Siti analoghi in Cina e Sudafrica hanno dato risultati meno soddisfacenti perché spostandosi verso i poli del globo ( nord e sud ) la biodiversità diminuiva. I tropici insomma, oggi come allora, erano hot spots di specie animali e vegetali. 


È questa una analogia con il presente su cui vale la pena di riflettere: “Gli studi paleontologici – spiega Massimo Bernardi – sono la misura del presente, una base line di ricerca, ma forse anche un suggerimento “. Durante il tempo profondo dell’evoluzione ciò che è già avvenuto determina il futuro possibile in termini di ereditarietà e di strade possibili. Capire quanto fosse ricca la vita sul pianeta prima di una perdita catastrofica di specie (una estinzione di massa) serve a meglio comprendere come una contrazione così drastica dei taxa disponibili possa rimodellare la faccia del pianeta in termini ecologici e ormai anche antropologici. 

Durante il tardo Permiano gli ecosistemi sono molto più “integrati” rispetto alle epoche geologiche antecedenti e cioè più diversificati nelle catene trofiche che li sostengono. La radiazione evolutiva di molte famiglie animali e’ intensa e compaiono i primi arcosauri. Il Bletterbach ha restituito i fossili di 1870 piante corrispondenti a 30 taxa fossili : il gruppo dominante sono le conifere. Il sito è ricchissimo anche di “ichnotaxa” e cioè di impronte fossili su cui è stato possibile risalire alle specie animali (10-13 gruppi tassonomici ) che cacciavano e vivevano in questa sorta di fiordo dalle acque calme e calde. 

Le conclusioni dello studio sono particolarmente interessanti proprio perché permettono di inferire relazioni ecologiche cruciali tra le regioni climatiche e il potenziale evolutivo. Nel tardo Permiano gli assemblages tropicali contenevano  contemporaneamente un mix di specie animali : considerando i vertebrati tetrapodi ( cioè gli animali con colonna vertebrale che si muovevano su 4 zampe ), convivevano ancora forme del primo Permiano (temnospondili, captorhinidi), i primi membri del gruppo (clade) che diventerà predominante nel Triassico (archeosauri) e infine i taxa specifici di questa epoca geologica che erano presenti anche a latitudini più alte (terapsidi, pareiasauri ). Che cosa tutto questo significhi per il passato e per il presente del nostro Pianeta lo spiega Massimo Bernardi :

“Gli ecosistemi equatoriali sono importanti per sostenere la vita su questo pianeta, lo sono stati più volte nella storia della Terra e lo sono anche oggi. Più volte l’area equatoriale ha avuto questo ruolo, di funzionare come un motore a ritmo accelerato per la comparsa di nuove specie; qui tendono inoltre a rimanere più lungo gruppi che sono ormai giunti alla fine della storia evolutiva, probabilmente per ragioni fisiche. Quindi non siamo di fronte ad una situazione che è eccezionale oggi, quanto piuttosto a un pattern,  cioè ad uno schema che tende a ripetersi. I tropici sono stati il polmone della biodiversità 260 milioni di anni fa. Ai tropici ancora oggi abbiamo la storia e il futuro della biodiversità “. 

Questa profondità temporale spiega per quale motivo la ricchezza filogenetica ( più linee evolutive presenti nello stesso ecosistema ) sia il vero termometro della stato di salute delle are ancora wild.