Dolomiti culla della biodiversità globale 260 milioni di anni fa. I primi arcosauri al Bletterbach, conferma il MUSE 

La rete trofica del biota del Bletterbach, in cui sono mostrate le complesse interazioni tra flora e fauna, dedotte dalle analisi paleontologiche; 1) Terapsidi faunivori; 2) Archosauromorfi; 3) Pareiasauri; 4) Terapsidi erbivori; 5) Captorinidi; 6) Terapsidi indeterminati; 7) Neodiapsidi basali; 8) Insetti mandibolati; 9) Sfenofite; 10) Felci con seme; 11) Ginkgofite; 12) Conifere; 13) Taeniopteridi.

Il sito di ricerca paleontologica del Bletterbach, sulle Dolomiti – nel tratto montano tra Bolzano e Trento –  fornisce una finestra assolutamente unica sulle forme di vita che popolavano le terre emerse sulla linea dell’equatore nel tardo Permiano (260 milioni di anni fa). Questa la conclusione di uno studio comparato (ci ha lavorato un team internazionale di paleontologi e geologi ) guidato da Massimo Bernardi, esperto di paleo – estinzioni del MUSE di Trento, uscito sulla rivista Earth Science Review. La ricerca ha messo a confronto i reperti dei più importanti siti del mondo che custodiscono i fossili della fauna e della flora della Gondwana ed è un nuovo, avvincente capitolo nel lavoro del MUSE di Trento per offrire al pubblico una prospettiva interpretativa sui processi  di estinzione e defaunazione in corso in Antropocene. 

Molto simile agli ecosistemi coevi del Marocco e del Niger, il Bletterbach ha fornito evidenze del fatto che la maggior diversità biologica di quel periodo (alle soglie di una estinzione di massa che aprì la strada ai grandi rettili, ai dinosauri ) si trovava alle latitudini medio basse del nostro pianeta, e cioè attorno all’equatore, che 260 milioni di anni fa corrispondeva alla fascia centrale del macro continente Gondwana. Le Alpi erano insomma una regione a clima tropicale umido in una fase di riscaldamento climatico molto significativa. Siti analoghi in Cina e Sudafrica hanno dato risultati meno soddisfacenti perché spostandosi verso i poli del globo ( nord e sud ) la biodiversità diminuiva. I tropici insomma, oggi come allora, erano hot spots di specie animali e vegetali. 


È questa una analogia con il presente su cui vale la pena di riflettere: “Gli studi paleontologici – spiega Massimo Bernardi – sono la misura del presente, una base line di ricerca, ma forse anche un suggerimento “. Durante il tempo profondo dell’evoluzione ciò che è già avvenuto determina il futuro possibile in termini di ereditarietà e di strade possibili. Capire quanto fosse ricca la vita sul pianeta prima di una perdita catastrofica di specie (una estinzione di massa) serve a meglio comprendere come una contrazione così drastica dei taxa disponibili possa rimodellare la faccia del pianeta in termini ecologici e ormai anche antropologici. 

Durante il tardo Permiano gli ecosistemi sono molto più “integrati” rispetto alle epoche geologiche antecedenti e cioè più diversificati nelle catene trofiche che li sostengono. La radiazione evolutiva di molte famiglie animali e’ intensa e compaiono i primi arcosauri. Il Bletterbach ha restituito i fossili di 1870 piante corrispondenti a 30 taxa fossili : il gruppo dominante sono le conifere. Il sito è ricchissimo anche di “ichnotaxa” e cioè di impronte fossili su cui è stato possibile risalire alle specie animali (10-13 gruppi tassonomici ) che cacciavano e vivevano in questa sorta di fiordo dalle acque calme e calde. 

Le conclusioni dello studio sono particolarmente interessanti proprio perché permettono di inferire relazioni ecologiche cruciali tra le regioni climatiche e il potenziale evolutivo. Nel tardo Permiano gli assemblages tropicali contenevano  contemporaneamente un mix di specie animali : considerando i vertebrati tetrapodi ( cioè gli animali con colonna vertebrale che si muovevano su 4 zampe ), convivevano ancora forme del primo Permiano (temnospondili, captorhinidi), i primi membri del gruppo (clade) che diventerà predominante nel Triassico (archeosauri) e infine i taxa specifici di questa epoca geologica che erano presenti anche a latitudini più alte (terapsidi, pareiasauri ). Che cosa tutto questo significhi per il passato e per il presente del nostro Pianeta lo spiega Massimo Bernardi :

“Gli ecosistemi equatoriali sono importanti per sostenere la vita su questo pianeta, lo sono stati più volte nella storia della Terra e lo sono anche oggi. Più volte l’area equatoriale ha avuto questo ruolo, di funzionare come un motore a ritmo accelerato per la comparsa di nuove specie; qui tendono inoltre a rimanere più lungo gruppi che sono ormai giunti alla fine della storia evolutiva, probabilmente per ragioni fisiche. Quindi non siamo di fronte ad una situazione che è eccezionale oggi, quanto piuttosto a un pattern,  cioè ad uno schema che tende a ripetersi. I tropici sono stati il polmone della biodiversità 260 milioni di anni fa. Ai tropici ancora oggi abbiamo la storia e il futuro della biodiversità “. 

Questa profondità temporale spiega per quale motivo la ricchezza filogenetica ( più linee evolutive presenti nello stesso ecosistema ) sia il vero termometro della stato di salute delle are ancora wild. 
 

Annunci