Oslo, addio a Ibsen

Aeroporto internazionale di Gardemoer, Oslo, Norvegia, al crepuscolo. E’ il primo di settembre e l’aria fresca del nord agogna il freddo nebbioso dell’autunno. Il boing della flotta Norvegian Air accanto a noi porta impressa sulla coda una gigantografia di Linneo in parrucca settecentesca. La compagnia di bandiera ha dedicato ogni aereo ad un illustre uomo, o donna, di origine scandinava che abbia fatto grandi cose per il suo Paese e per il mondo intero. Il padre della moderna tassonomia nelle scienze naturali è un presagio. Questo non è un settembre come tutti gli altri: con alle nostre spalle l’estate più torrida di sempre per almeno metà del globo terrestre, il cambiamento climatico ci è esploso in faccia, prendendoci a schiaffi con temperature e siccità da far disperare per un futuro vivibile su un Pianeta con temperature medie globali entro questo secolo di + 2,9 gradi Celsius. La Norvegia prospera sulle sue riserve petrolifere. Però è anche il Paese in cui esploratori eccentrici dell’animo umano hanno visto lungo sul peso che l’angoscia ha nella nostra capacità di prendere buone decisioni al momento opportuno, o di rinunciare su tutta la linea per torbida vigliaccheria. Mollare la presa per sopravvivere, come nel film Gravity, quando Sandra Bullock tiene aggrappato a sé George Clooney, in bilico sulla immensità dell’universo, con un nastro di metallo leggero come carta velina, e lui dice a lei, perché sa che in due non possono farcela, sa che lei deve abbandonarlo per avere una chance, “Devi imparare a lasciar andare”. Ma gli esseri umani non cambiano facilmente, rimangono aggrappati alle loro illusioni e fanno marcire le loro nevrosi fino all’esito fatale. Il riscaldamento globale non modifica l’impostazione psicologica che sorregge le nostre economie di mercato, non è mai diventato storia collettiva, sentita nella pancia e nella testa delle persone comuni. Siamo alla fine di qualcosa, a cui però, a differenza di Linneo, non siamo in grado di dare un nome preciso, e rimaniamo paralizzati in attesa di vedere come andrà. 
Il FlytoGet, il treno superveloce che porta dal Gardemoer al centro città, corre per le campagne ondeggianti sotto un velo leggero di oscurità, chilometri di campi di cereali simili a decrepite spugne color ocra punteggiate di buchi e da abitazioni in legno rosso vivo. Contrade che appaiono più placide di quanto probabilmente non siano perché vengo dal sud del continente spazzato da una estate a 40 gradi. Contrade diventate ricche grazie alle risorse petrolifere. L’opulenza è il lato più imbarazzante del cambiamento climatico, il suo vero carburante, talmente radicale da aver prodotto negli esseri umani un nuovo tipo di esilio per cui non serve aver perduto il passaporto. Kierkegaard, che come dice Andrew Graham Dixon era il “naturalista di una società sull’orlo dell’abisso”, ci aveva visto giusto su questo carattere antropocenico con stupefacente anticipo: “Dovunque vi sia un avvenimento, ci sei anche tu. Nella vita ti comporti come nella folla, ti spingi fino nel folto, cerchi, se possibile di essere buttato sopra gli altri, in modo da poter stare sopra, e, una volta lassù, cerchi di accomodarti meglio che puoi; nello stesso modo ti fai portare attraverso la vita. Ma quando la folla è dileguata, quando l’avvenimento è finito, ti trovi di nuovo all’angolo della via a guardare il mondo (…) La facoltà dello spirito che veramente ti manca è la memoria, cioè, non la memoria per questa o quella cosa, per le idee, le facezie o i giochi dialettici, mi guardo bene da affermarlo, ma ti manca la memoria per la tua vita intima, per quello che in essa hai vissuto”. Ai nostri tempi, s’è escogitata una definizione brillante, di mercato, per questo carattere: frequent flyer. Accumulare miglia, punti, Paesi, timbri sul passaporto, emissioni serra (l’aviazione civile è esclusa dall’Accordo di Parigi sul clima) e poi, non sapere più esattamente dove si stia andando, con la sola certezza che un unico luogo in cui stare non basta più per proteggersi dalla propria solitudine. Ma che la solitudine globale stessa può almeno farti diventare uno che ha migliaia di followers su FB. Bruciare carburante fossile per nutrire vite fossili. Ogni nozione di patria è insufficiente, se, come ammise Kierkegaard, “vuoi saziare la fame del dubbio che è in te a prezzo dell’esistenza”. 


Il 5 marzo del 1900 Spettri di Ibsen venne finalmente rappresentato al Teatro Nazionale. L’opera era scandalosa per l’epoca, perché suscitava troppi sensi di colpa e vergogna, ma la sua eco non è ancora finita in Norvegia. Le onde di rifrazione, però, non sono quelle che ci si potrebbe aspettare, non hanno cioè a che fare con lo sconvolgimento delle convenzioni borghesi. Lo scrittore Dag Solstad si è spinto molto oltre. Nel suo romanzo La notte del professor Andersen un affermato docente di letteratura dell’Università di Oslo, uno specialista della drammaturgia di Ibsen, pensa che il passato sia ormai liquefatto: “C’è qualcosa nel nostro tempo che non ci rende particolarmente interessati a quel che è stato prima di noi, e in ogni caso molto meno di quanto noi pretendiamo. Ha a che fare con la modernità. E deve essere cominciato presto, perché entrambi sapremmo qualcosa dei bisnonni, se i nostri genitori fossero stati interessati a raccontarci di loro”. Il professor Andersen confessa ad un collega che la sua stessa ignoranza per il secolo precedente “mi spaventa molto più del fatto di non avere figli”. 
La nuova angoscia nordica è la stessa che serra in una morsa gli ambientalisti, soprattutto dopo la vittoria di Trump nelle elezioni americane. Per come sono messi gli habitat e gli ecosistemi, non parliamo delle specie animali, la modernità dà prova di non sentirsi legata ad una qualche filogenesi naturale. Ibsen camminava ogni giorno lungo la Karl Johans Gate, aggiustava l’orologio davanti agli edifici dell’Università e poi procedeva verso il caffè dove pranzava con pane e aringhe. Quel percorso oggi, alle otto e mezza di mattina, è squallido e triste. I magazzini Paleet sono ancora chiusi, i camerieri di pub dal raffazonato stile americano spazzano porzioni di moquette rossiccia e consunta, un minimarket con un bancomat per carte Mastercard serve caffé e un assortimento untissimo di noodles, involtini, paste fritte. Il gestore è un immigrato nero dai modi spicci e gentili, che probabilmente non fa nemmeno caso all’anonimo junk food esposto sotto il registratore di cassa che ha sostituito il merluzzo e il nasello pescati nei fiordi. Il sushi giapponese a Oslo è una specie invasiva. Ed è per via di questo anonimato senz’anima – eppure del tutto commestibile – che è quasi impossibile trovare una ragione per la presenza, dietro l’angolo, sulla Universitetsgata, della Galleria Nazionale dove stanno alcune delle opere più grandiose di Edvar Munch. Perché Munch è ancora qui con noi? Ma soprattutto, per diventare adulti adattati al proprio ambiente, ci serve ancora ammirare i suoi quadri? Sul tetto dell’edificio compatto di inizio Novecento quattro arpie pattugliano l’orizzonte, proteggendo tesori di colori e forme, ma impotenti nel contrastare l’avanzare del sentimento di frantumazione del passato di cui parla Solstad. E che effettivamente cammina per le strade di Christiania, come di quelle di ogni metropoli dell’Occidente. 


Ma chi è smarrito sa che è pur esistito un posto che poteva chiamare “casa”. Ho l’impressione che per noi, oggi, ci sia anche questo – una sorta di anelito antico ad una compattezza psicologica che ci regali un posto sul Pianeta – nella pittura di Edvar Munch, soprattutto nelle serie di paesaggi di Skogen (Foresta) che sono esposti nel museo a lui intitolato nel distretto di Toyen, a nord ovest di Oslo. Il cielo è cupo, un dromedario spaesato osserva il traffico nel recinto sterrato di un circo che ha piantato le tende e parcheggiato le roulotte proprio di fronte al Munchmuseet. Oltre la strada, sulla collina del parco di Ola Nar, un gruppo di atleti americani e britannici è chiamato a raccolta da un team coach per una gara di corsa campestre. Il parco confina con un bosco di latifoglie ad alto fusto, mentre il sentiero che lo attraversa apre la vista sui condomini residenziali a quattro piani della Sofienbergata. Case ordinate, senza recinzioni, in attesa dello sbocciare della domenica mattina dopo una settimana di lavoro. Alberi vecchi di decenni stanno immobili nel vento freddo. C’è anche l’attrezzatura per un barbecue all’aperto, alcune sedie di ferro, una bottiglia di accelerante per il fuoco con l’etichetta ammorbidita dalla pioggia. Le nubi scorrono nel cielo, si fa d’improvviso più buio, un giovane uomo con uno chignon sulla nuca, una t-shirt e un paio di bermuda esce dal portone tenendo per mano il suo bambino di un paio d’anni. I rami degli alberi sibilano, c’è un gracidare di cornacchie. Queste case hanno una loro rassicurante, elegante monotonia; dietro i vetri delle finestre senza tende singole lampade abajour spuntano dal nulla, come se fossero post-it della famosa disperazione del Nord. 


Ma è la nave vichinga del Viking Ship Museum a Bigdoy ad avere qualcosa da dire sull’impronta ecologica umana, e su queste abajour. Il vascello di Gokstad, costruito nel IX secolo del Medioevo cristiano, appartiene per davvero a quella dimensione dell’umano che Juenger chiamava “epoca eroica”, pensando non tanto al valore delle imprese compiute, ma alla capacità di tollerare il dolore implicito nell’azione. Uno shop di gadget e paccottiglia made in China invade per intero l’atrio del museo, che è diventato un tempio pagano dell’ammirazione hollywoodiana per i Vichinghi. Il profilo crudele e chirurgico della chiglia in legno, sul cui bordo si snoda una iconografia popolata di animali, e non di déi gelosi e solitari, rinnova l’interrogativo di Solstad: a che diavolo serve, per noi, per le nostre vite occidentali, preservare una bellezza del genere? Simile ad un gigantesco animale artificiale, fatto per l’oceano e dell’oceano, questa nave, oggi, la si capisce solo aprendo una sedia da campeggio e mettendosi a guardare un breve documentario proiettato sulle pareti e il soffitto del Museo. 


E’ una epica, una saga: la nave, carica di guerrieri, salpa verso l’ignoto. Nei lontani califfati arabi vende schiavi cristiani in cambio di argento, e probabilmente grossi felini selvatici che potrebbero essere ghepardi o leopardi, fonte di ispirazione per gli arredi funebri dei capi più carismatici. Tra la gente presente scorre la stessa curiosità elettrizzata, sexy, che ha fatto il successo della serie Vikings. Tutti si sentono addosso il passo baldanzoso del guerriero che esce di scena dopo aver saccheggiato un monastero scozzese e che inevitabilmente, mi pare, tende però a confondersi per noi con Conon McGregor. Ma questo è spettacolo, non storia. Questo è Netflix una gelida sera di inverno in una opulenta città dell’Europa continentale, con una pizza congelata nel forno, non il modo in cui eravamo prima. E che ci ha portati a ciò che siamo adesso. Mi viene in mente la signora Alving negli Spettri di Ibsen, secondo atto: “Qualcosa di quegli spettri. Quando ho sentito Regine e Osvald là dentro è stato come vedere degli spettri davanti a me. Ma io credo quasi che noi tutti siamo spettri, pastore Manders. Non è solo ciò che abbiamo ereditato da padre e madre, che ritorna in noi. E’ ogni specie di vecchie, morte opinioni e ogni genere di vecchie, morte credenze e cose simili. Esse non vivono in noi; ma intanto sussistono e non riusciamo a sbarazzarcene. Basta prendere un giornale e leggerlo, ed è come se gli spettri strisciassero tra le righe. Devono esistere spettri per tutto il paese. Devono essere fitti come la rena, mi sembra. E per questo abbiamo tutti così pietosamente paura della luce”. L’acqua infine inghiotte la nave, che diventa una costellazione. Fine del divertimento. Estinti anche gli spettri. Esilio con in mano un biglietto aereo. Colonna sonora: Fade away di Susanne Sudfor. 

“Il nostro rapporto con il passato è segnato da una profonda indifferenza, anche se diciamo il contrario, anche se siamo sinceri quando sosteniamo – dice il professor Andersen – che si tratta di valori inalienabili, ma a cui siamo legati solo dal senso del dovere (…) non è l’opera di Ibsen che rappresentiamo, è la sua fama”. Ma il peggio deve ancora venire per Andersen: “A volte, dopo aver letto e studiato Spettri, per esempio, mi capita di pensare: ma come, era tutto qui? (…) Non mi scuote, non mi sconvolge. Non nel modo in cui sconvolse il pubblico quando fu rappresentato la prima volta, come un evento contemporaneo. Non è sopravvissuto in me con l’autentica forza sconvolgente che aveva un tempo, perciò come posso compiere il mio dovere sociale, che è di trasmettere questo dramma alle nuove generazioni?”. Scavando nel dubbio, Andersen arriva a intuire che nel suo nichilismo è la radice stessa della drammaturgia occidentale, il teatro greco, ad essersi essiccata: “Solo cent’anni ci separano dal quel turbamento, che per tutta la storia dell’umanità (dal V secolo a.C.) è stato una condizione essenziale per una vita ricca di significato, e non siamo più capaci di afferrarlo. Così vicini, e tuttavia esclusi. È finita. Siamo esclusi da una delle possibilità più originali, più sostanziali della natura umana, documentata per almeno 2500 anni? Se questo è vero, vuol dire che sta nascendo una nuova tipologia umana e io, che lo voglia o no, ne sono un rappresentante, e anche i miei studenti, e nemmeno lo sanno”. A questo punto è Solstad ad arrivare alle più logiche conclusioni: “Pensò allo scintillio dei loro occhi quando, partendo da Ibsen, li aveva portati indietro nella storia fino alla mitica Grecia, individuando connessioni. E dopo aver fatto notare loro quel ‘turbamento’ si erano messi a confrontare Spettri, il dramma di Ibsen del 1880, con una tragedia di Sofocle, per vedere in che modo potesse rivelarsi (…) Il professor Andersen provava compassione per i suoi studenti e si chiedeva se non fosse arrivato il momento di farsi avanti e dichiarare apertamente i suoi sospetti: che l’individuo intellettuale, riflettente e letterato era fuori dal gioco”. Non è forse lo stesso tipo di ironia che il nostro secolo rivendica contro le pretese ambientaliste di lasciare sul Pianeta un posto per le specie selvatiche? Non è forse l’eredità di cui sta parlando Andersen dello stesso tipo difeso dal fronte ecologista – il patrimonio letterario della civiltà umana, la filogenesi e l’evoluzione delle forme di vita ? Sì. Eccome.


È questa continuità che non riusciamo più ad afferrare, annientata nelle smorfie dei turisti che si scattano un selfie davanti all’Urlo di Munch, alla Galleria Nazionale. Ma per Munch, la vita era un vecchio che contempla un albero fiorito sulle cui radici siedono due fanciulle con lo sguardo rivolto verso l’alto. Le sue foreste, le numerose forme in cui dipinse gli alberi dal 1904 al 1929 (chiome simili a nuvole, robusti rami decorati da foglie ovoidali, tronchi sprofondati nell’erba alta e rigogliosa, oppure carichi di pomi rosso corallo, e coni compatti e morbidi) raccontano gli alberi della sua epoca. Seguendo un destino analogo a quello degli animali domestici, anche gli alberi sono cambiati in Antropocene. Delle floride foreste di Munch, che inghiottono spontaneamente gli esseri umani, siamo ora ad una ipotesi di alberi, penso camminando per le vie strette di Gamlebyen, l’antica Oslo, sotto le cui fondamenta stanno abbazie medievali e chissà quanto altro. Nei nostri giardini decidiamo noi che cosa debba svettare in altezza, anche gli alberi, come i cani e i gatti li vogliamo a modo nostro, e mozziamo loro i rami più alti e ingombranti, perché fanno ombra sulle migliaia di automobili delle nostre città. Munch non conosceva l’angoscia di perderli, gli alberi, gli uomini e le donne delle sue tele ci sprofondavano dentro, non c’era paura di non avere mai più il profilo di una foresta primaria sul bordo dell’orizzonte, ma solo alberi piantumati, domesticati, selezionati. Nella serie Skogen, le macchie di colore accanto agli alberi erano come orsi giganti, capaci di proteggere teneramente anche l’anima difficile di Munch. Elm forest in Winter. E noi invece scattiamo selfie.

Eppure, c’è tutto un movimento in corso a Oslo, che punta alla sintesi tra passato, presente e futuro, che sbatte contro gli edifici storici giallo zafferano, azzurro e rosso in ristrutturazione a Gamlebyen. Il clima architettonico è austero, come una poesia russa recitata ad alta voce per scongiurare il freddo e la solitudine; ma l’effetto di contrasto con i grattacieli del Bar Code sulla Dronning Eufemias Gate assolutamente spettacolare. Tre epoche storiche condensate in un solo sguardo. Il tempo che ritrova una sua unità di misura stabile, concreta, affidabile. 


Gli orti urbani dei bambini delle scuole elementari, con striminzite zucchine piantate in cassette di compensato di legno, e i colossi scintillanti dei gruppi finanziari globali, dove chi ha i soldi veri, e chi ha un lavoro di successo (leggi: stipendi indifferenti all’impatto ecologico di attività oltre oceano) gode tutto quello che il nostro tempo può concedere di godere ai mortali. Lo specchio di acqua del Ladergarden, e un gruppo di anitre arruffate, la riduzione in formato skyline del fiordo di tre secoli fa. Un pub chiuso sulla Oslogate, un edificio turchese amareggiato dallo scorrere delle generazioni, e da una quantità di amori finiti che sono passati per questa strada in cui c’è anche un asilo frequentato da bambini musulmani figli di genitori nati nel Corno d’Africa. La nave, nonostante tutto, può solcare di nuovo l’oceano. 

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New hopes for leopards in Nigeria

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It was supposed that leopard was been extirpated in the Yankari Game Reserve, a savannah woodland habitat in the North Western of Nigeria, but recently camera traps captured some amazing images of it, giving hope for the species in the most human-populated country of Central – Eastern Africa. Andrew Dunn works for WCS in Nigeria and comments on the good news with cautious optimism: “We just assumed that leopard was extinct from that game reserve, Yankari, but it wasn’t in all of the country. In Yankari the last sighting has been in 1986. It’s a good news for leopard but it is not surprising because it’s very adaptable, nocturnal, and I think it has been present in Yankari all the time”. Hunting is declined recently in this part of the country, but it was high for long time (leopard skin is still required in the South for ceremonies and cultural items); here like in many other African country the plight of cats is the catastrophic loss of suitable habitat. In 2016 the global assessment for leopard published on PeerJ revealed that leopard (considering all the subspecies) now occupies only 25-37% of its historic range (from 1750 onwards); and only 3 subspecies (among them, Panthera pardus that lives in Yankari) account for 97% of the extant home-range.

“In Nigeria human population is booming and so there’s not lot of wildlife outside protected areas, the bushmeat”, and the subsequent prey depletion for carnivores, “is a huge iusse like in the most Central African countries; but, more important, Yankari is isolated, it is only a green island. Farms and maize crops come to the edge of the reserve; I don’t know how many leopards are now in, but if well protected they can improve. Yankari is large enough to support a viable population in the coming decades”. In Yankari survive also a small number of lions (maybe 25), spotted and striped hyena, serval and caracal.

Conservation is not easy in Nigeria. The country has an enormous human population and national parks are underfunded. Nigeria has a reputation of rich nation and, Andrew Dunn says, has not the financial support for conservation of, for instance, Cameroon: “it’s a struggle, that’s why we have small stories of success”. But the comeback of leopard might change how common people look at wildlife. Middle class has more opportunities to watch documentaries on natural world and National Geographic Channel is an option for many: for the first time the leopard of Yankari appeared on social media. In the future, the big issue for still-wild ecosystems, and Yankary too, is the increasing number of livestock. According to Dunn, fences could be a reasonable solution to protect wildlife and keep cows outside the game reserve. But for Nigeria, the Half Earth vision is already too bold.

(photos: thanks to Andrew Dunn)

 

 

LANDING PAGES Andere Wege der photographischen Narration

 

Sylvia_Henrich,_Ruf der Su¦êdsee (copy & paste)_,from ÔÇ×Samoa SuiteÔÇ£,2006,Piezo Pigment Print,variable dimension

(Photo: Sylvia Henrich)

LANDING PAGES
Andere Wege der photographischen Narration

Flatform, Claudio Gobbi, Sylvia Henrich, Andréas Lang, Søren Lose, Marco Poloni and Noah Stolz, Norbert Wiesneth
curated by Eleonora Farina, Claudio Gobbi and Norbert Wiesneth

The group exhibition “LANDING PAGES – Andere Wege der photographischen Narration” presents international artists with new conceptual approaches to place and narrative. Most artists shown here start from biographical threads in their search for materials and traces that extend beyond the very experience of place: archive images, texts, films, interviews and objects that generate narrative strands which condense into complex, multi-perspectival assemblages. These, in turn, become individual world images (Individuelle Weltbilder).
“LANDING PAGES” is an ongoing exhibition format that seeks to highlight current approaches to photography. Through seven artistic positions, the exhibition presents the practice of a generation of artists who use the photographic medium to reflect on reality by reformulating narrative, scaling down the subjective gaze of the author as well as questioning the vision and the concept of seriality. These artists, born in the 60s and 70s, distance themselves from the mere depiction of the facts in order to build more complex scenarios. Together with the photographic camera they use a variety of media and sources, such as film and video recordings, texts and found images. In a similar way to screenwriters, they generate processes and construct fictions. These narratives are key moments of their artistic research based on news reports or historical and geographical data, that are interpreted obliquely. In a historical moment in which social responsibility is necessary but actually also inspirational, the artist is faced with the challenge of reframing contemporaneity from a geo-political and socio-anthropological perspective.

Claudio_Gobbi,_Ural Studies #1_,2011,Archival Pigment Print,95x64cm,edition 5+2AP,Courtesy_Studio Guenzani,Milan

(Photo: Claudio Gobbi)

The exhibition “LANDING PAGES – Andere Wege der photographischen Narration” is a collaboration between the association Peninsula e.V. (curators Eleonora Farina and Claudio Gobbi) and Projektraum | PhotoWerk Berlin (curator Norbert Wiesneth) and is hosted by the Kommunale Galerie Berlin: Hohenzollerndamm 176, 10713 Berlin.

July 14th – August 27th 2017
Opening: July 13th 2017 | 7 pm

S+©ren_Lose,_Ruin Solitude_ from _Pictures from Paradies_,2010,ink-jet print on Hahnemu¦êhle Baryta paper,64x75cm,edition 3+2AP,Courtesy_+ÿregaard Museum, Hellerup

(Photo: Soren Lose)

 

 

 

Sull’ereditare

 

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Nella sua notevole ed impressionante descrizione del quadro di Paul Klee, Walter Benjamin vide nell’ Angelus Novus la pressione della storia nel suo stesso accadere. Ma per Benjamin l’Angelo è anche qualcosa di più misterioso. Se il progresso è, in definitiva, un risvegliarsi continuo e senza limiti governato dalla sola legge della storia ( procedere oltre in cerca di un tempo migliore o semplicemente altro ), il progresso è però anche un angelo le cui ali finiscono in polvere. L’Angelus tende a disintegrarsi su se stesso. Le contraddizioni dell’idea che Benjamin aveva del progresso ci conducono dentro l’Antropocene. L’Età dell’Uomo sembra distruggere il modo in cui l’Angelus poteva guardare al passato nella misura in cui quello sguardo gli consentiva di costruire il futuro.

La continuità fertile tra il passato e il futuro, che aveva dominato il Rinascimento e il Romanticismo, cambia tono con l’avvento della Modernità. L’idea di progresso mette in scacco quella figura fondamentale per il pensiero occidentale che era stata l’eredità. Potremmo sintetizzare il significato di questa figura così: l’eredità è la consapevolezza di un debito che lega una società al suo passato. Questo legame si è oggi affievolito sino ad un punto di rottura: l’umanità si percepisce ormai svincolata dal debito strutturante che la civiltà ha imposto, nel corso dei processi storici, al suo stesso accadere. È la inebriante certezza che gli strepitosi strumenti tecnologici a nostra disposizione possano emanciparci, in via definitiva, dai vincoli ecologici cui gli uomini sono sempre stati sottomessi.

Ma chi siamo veramente, e perché negli ultimi 50 anni siamo stati in grado di superare la capacità di carico del Pianeta? Da qualche tempo ormai gli ecologi lavorano a definire questo impatto muovendosi lungo una linea di ragionamento che sta spostando la riflessione ambientale da un moralismo classico ad una considerazione più pragmatica delle azioni di Homo sapiens a partire già dal Pleistocene. Dati recenti sempre più accurati consentono cioè di inquadrare l’eredità della nostra specie rispetto alle faune presenti e passate, ma anche di leggere la storia della civiltà futura come un insieme di domande a intensa caratura morale. Sapremo lasciare una eredità alle prossime generazioni? E che cosa significa essere responsabili di questa eredità?

Da una parte sta la nostra derivazione da un passato, il nostro essere specie e le scelte che dobbiamo affrontare in quell’ambito di amministrazione della natura che chiamiamo conservazione; dall’altro lato sta però il nostro rifiuto, sostenuto da una fiducia illimitata nella tecnosfera, del processo di filiazione che da un prima ci ha portati – consequenzialmente – a un adesso. Il fatto che il nostro essere eredi sia culturalmente disattivato nasconde un problema ancora più pervasivo, e cioè la fantasia di incastonare la vita delle culture umane in un presente astorico, innamorato di se stesso, che non presta più attenzione alle conseguenze delle proprie azioni perché il concetto stesso di conseguenza appare troppo evanescente rispetto ai meccanismi di esperienza della realtà filtrati dal potere del consumismo globale.  L’eredità si presenta dunque come una frattura della continuità storica ed ecologica.

In che cosa consista, da un punto di vista ambientale, la storia nel contesto biologico lo aveva già intuito Charles Darwin. L’evoluzione non è un semplice accadere della speciazione, ma un processo continuo e inarrestabile (almeno finora) che dà senso alla vita terrestre perché ne motiva le cause tracciandone anche i confini. Nell’Origine, discutendo della variabilità dei caratteri e sostituendo quindi l’ipotesi dei “nuclei di creazione” con quella di eredità filogenetica, Charles Darwin pose il concetto di antenato al centro della ricostruzione scientifica del passato. Questo significa che, per Darwin, è la discendenza a fondare le ragioni della presenza dell’uomo sul Pianeta, del pari di tutte le altre specie. Nel riconoscere alla discendenza la chiave di comprensione della radiazione evolutiva, Darwin realizza un fondamentale scarto rispetto alle concezioni allora correnti delle faune, strettamente dipendenti dalla religione: le specie fanno parte di una intelaiatura complessa, dotata di spessore temporale, ed è questo loro essere nel tempo che ne spiega la collocazione ecologica le une rispetto alle altre e infine rispetto all’uomo stesso. La teoria darwiniana insiste, attraverso il concetto di antenato e di predecessore, sul carattere relazionale della vita biologica.

Perciò Telmo Pievani ha parlato di “contingenza”, un intreccio di caso fortuito, vincoli ecologici e circostanze epocali – come ad esempio l’impatto di un grosso meteorite sul nostro Pianeta, o, in anni decisamente più recenti, l’accesso alla produzione netta primaria fossile per alimentare la Rivoluzione Industriale – che detta il ritmo della vita biologica sbozzando i contorni e l’aspetto della flora e della fauna. Da un punto di vista strettamente evolutivo, dunque, l’eredità consiste nel patrimonio genetico che “fluisce” attraverso le generazioni e che rende possibile alle specie di prosperare e di mutare. Oggi questo contesto evolutivo è messo a rischio da processi di estinzione che gli esperti identificano come sesta estinzione di massa, una emorragia di biodiversità che delinea, su tempi non troppo lunghi, un collasso delle reti trofiche degli ecosistemi. Il quadro genetico-evolutivo in cui la vita esiste sul Pianeta da tempi per noi immemorabili è ora messo in scacco dalle conseguenze non lineari dei progetti, delle idee e della fantasia di una sola specie, Homo sapiens. La nostra Cultura sfida sfacciatamente la nostra appartenenza alla Natura come eredi di processi evolutivi lunghi e complessi che riguardano non solo la famiglia dei Mammiferi (a cui apparteniamo per nascita), ma anche la nostra relazione di specie con tutti gli altri esseri viventi del Pianeta.

Riconoscere il luogo, il territorio, la lingua da cui si è nati significa costruire e stringere legami significanti. Questi legami danno valore a ciò che siamo perché spiegano perché siamo fatti in un certo modo: il vincolo con il passato dà rilevanza agli esseri viventi perché riconosce nella vita una continuità, e non un accidente autonomo. L’eredità funziona cioè come un racconto. Come ha detto il giornalista americano Paul Salopek : “Tutti camminiamo attraverso la geografia del tempo. Il tempo si accumula profondamente in ogni valle. Si muove a gran velocità come un torrente lungo certe strade. Sono sorpreso che noi tutti assorbiamo questo incantesimo del tempo come fosse una routine, come una cosa scontata”.

La matrice del tempo trasforma gli animali, le piante, le rocce, i sedimenti in sequenze, come sanno bene paleontologia e paleo-archeologia. Fuori di questa dimensione del vivente – che la stessa Origine illumina –  le altre specie non possono che sopravvivere come gadget a disposizione degli usi che gli esseri umani sono disposti a riservare loro. Ed è questo rischio, il rischio molto concreto di limitare la presenza animale ad un gadget (nella accezione di Jacques Lacan) un pericolo parallelo a quello dell’estinzione. Si tratta però di un rischio culturale, a cui cioè va incontro la nostra Cultura, che mostra bene quanto l’eclissi della biodiversità sia anche idea e non solo processo ecologico.

L’eredità è dunque declinabile come filogenesi, appartenenza, vincolo, relazione di specie, racconto, memoria. Ma la civiltà dei consumi insiste dismette il passato a favore di una autonomia assoluta. La protagonista di un recente spot pubblicitario di una compagnia telefonica leader del settore, in cerca dell’ultimo modello di smarthphone, si muove in un museo di storia naturale fra gli scheletri di rettili marini del Giurassico e con un sorriso smagliante dichiara “che il passato è già passato”. L’ignoranza palese della sceneggiatura di questo spot, che dimentica che tutto il DNA attualmente in circolazione sul Pianeta è lo stesso di quattro miliardi di anni fa, mostra il disprezzo dell’epoca presente per la paleo-derivazione da ciò che ci ha preceduti.  Del resto, le società complesse attuali non sanno che farsene del passato, comprese quelle dei Paesi in via di rapido sviluppo. In Vietnam, il progetto di avviare ad Hanoi un museo di storia naturale che cataloghi la ricchezza faunistica del Paese prima che scompaia per sempre riflette lo sforzo, probabilmente anacronistico nel senso nietzschiano del termine, di inserire il patrimonio biologico nell’idea di nazione. Uno sforzo che è, letteralmente, una corsa contro il tempo. L’eredità non è un argomento di dibattito sui mezzi di informazione. Relegata ad essere, appunto, oggetto da museo, non ha un posto nella riflessione politica e sociale. Il pensiero largamente dominante è “straordinariamente aperto alle differenze, ma definitivamente chiuso alle aporie”, mentre purtroppo sono proprio le aporie a dirci in che direzione stiamo andando rispetto alle premesse ecologiche ed ambientali da cui tutti dipendiamo.

 

 

 

 

 

Fare ostaggi

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La “natura” attuale non è un dato di fatto, bensì un prodotto storicamente determinato.  A partire dal XVIII secolo la tradizione filosofica europea ha plasmato la figura della natura come “orrore meraviglioso” e “estasi infinita” influenzando il modo in cui le società complesse impararono ad osservare gli habitat e gli ecosistemi man mano che i cambiamenti economici indotti dalla Rivoluzione Industriale restringevano lo spazio delle Natura. Crescevano la malinconia e la nostalgia per un mondo che andava scomparendo, e che veniva percepito sempre più spesso in opposizione morale con l’urbanizzazione e la civiltà della macchina.

Ma a partire dagli anni Novanta del secolo scorso – quando la consapevolezza della crisi ecologica esplode – si impone un fattore determinante per le politiche ambientali dei decenni a venire: la valorizzazione economica della natura. Da questo momento la Natura non è più solo Natura, comunque la si voglia intendere, perché, assorbita nel discorso del capitale economico-finanziario, essa diventa un terreno di caccia per interessi commerciali e di business. A questo puno la Natura ha già smesso da tempo di essere la savana africana di Hemingway o la Sierra di Muir. Non è più un paesaggio sconfinato e intatto, ma un mosaico di riserve, aree protette o parchi nazionali – magnifici – che hanno il compito improbo di conservare la diversità biologica contro l’assedio di una umanità senza più confini. Se prendiamo in considerazione il costo dei migliori safari di lusso in Botswana ( nel Makkadikadi Salt Pans, sul delta dell’Okavango e nel Kgalagadi, transfrontaliero con il Sud Africa, ovvero le ultime enormi aree selvagge del continente), è facile rendersi conto di quanto ci avesse visto giusto Thoreau: “Ma verrà forse il giorno in cui questa terra sarà smembrata in parchi per così dire di svago, di cui solo pochi godranno in modo limitato ed esclusivo, in cui i recinti saranno moltiplicati e altre invenzioni respingeranno gli uomini sulla strada pubblica”.

I parchi nazionali non esprimono le esigenze della conservazione: mostrano invece quanto sia difficile per noi tenere un posto per la Natura nel mondo reale. Il design dei grandi parchi, da una prospettiva filosofica, liquida l’eredità ecologica perché confina la wildlife in una dimensione protetta tagliata e cucita sulla misura stessa dei nostri desideri. Nel suo romanzo La casa tonda, la scrittrice americana Louise Eldrich è riuscita a cogliere questa dimensione (come gli spazi densi delle ombre della storia siano ingombri di sensi di colpa e conti aperti ) descrivendo lo stato mentale di un adolescente ojibwe che entra in un cimitero indiano del North Dakota dove sono seppelliti molti dei suoi antenati: “Vissero e morirono troppo in fretta negli anni della creazione della riserva, morirono prima di poter essere registrati e in tale numero che era difficile ricordarli tutti senza sentirsi straziati e senza dire, come faceva mio padre qualche volta leggendo testi di storia locale: E l’uomo bianco fece la comparsa e li schiacciò e li spinse sottoterra. E così, aver paura di entrare nel cimitero di notte voleva dire avere paura non degli amorevoli antenati che vi erano sepolti, ma del colpo basso alla nostra storia che mi stavo preparando ad assorbire. Il vecchio cimitero era pieno delle sue complicazioni”. I parchi nazionali pullulano delle nostre complicazioni. Più che incarnare soluzioni realistiche alla perdita di biodiversità essi costituiscono una esemplificazione del nostro atteggiamento verso le altre specie: confinare, contenere, reprimere, tenere a bada, mantenere sotto controllo. Fare ostaggi.

Georgina Mace ha spiegato su Nature come è cambiata l’idea di conservazione negli ultimi 60 anni. Prima degli anni ’60 la conservazione corrispondeva al modello “nature for itself” ( la natura per se stessa), con un focus specifico sulla wilderness come spazio originario, disabitato e intatto. A partire dagli anni ’70 e poi negli anni ’80, però, l’espandersi delle attività umane e i loro impatti ( distruzione degli habitat, iper-sfruttamento delle risorse, specie invasive) sposta l’attenzione su una visione “nature despite people” (la natura a dispetto delle persone). È in questo periodo che diventano rilevanti nuovi concetti come “minima popolazione vitale” per la sopravvivenza di una specie sui tempi lunghi. Negli anni ’90, grazie all’influenza dell’Earth Summit di Rio del 1992, cresce la consapevolezza che i danni agli ecosistemi hanno una scala globale e che i processi di estinzione sono entrati in una fase di accelerazione. I servizi ecosistemici (nature’s benefits) non sono sostituibili e la gestione degli habitat, si diceva allora, deve seguire un approccio integrato. Ma anche le persone non possono più stare fuori dall’amministrazione delle specie e dei loro habitat. È l’approccio “nature for people” (shared human-nature environment) che considera gli esseri umani una parte non trascurabile della Natura, compresa quella sottoposta al degrado e all’erosione. Tutto molto giusto e corretto. Ma che cosa manca a questa impostazione? Il discorso della conservazione è sempre stato orientato sul trovare un posto per la Natura. Non si è mai discusso quindi sul fatto che la Natura esiste a prescindere da noi, come se la Natura non avesse più, ormai, nessuna consistenza ontologica. Ecco allora che il problema della conservazione, a guardare a fondo, si mostra per quello che è: siamo ancora in grado di pensare la Natura come spazio dove la vita si manifesta ed accade? Siamo ancora capaci di pensarci come esseri viventi che condividono la storia biologica ed evolutiva della Natura? Ernst Juenger aveva chiara questa questione quando scriveva (Oltre la linea): “Ma la libertà non abita nel vuoto, essa dimora piuttosto nel disordinato e nell’indifferenziato, in quei territori che sono sì, organizzabili ma che non appartengono all’organizzazione. Vogliamo chiamarla la ‘terra selvaggia’ (die Wildnis): la terra selvaggia è lo spazio dal quale l’uomo può sperare non solo di condurre la lotta, ma anche di vincere. Non è più naturalmente una terra selvaggia di tipo romantico. È il terreno primordiale della sua esistenza, la boscaglia da cui egli un giorno irromperà come un leone”.

I Romantici, però, possedevano pur qualche idea che non dovremmo considerare un fossile inutile. La wilderness come costruzione culturale (“the full continuum or a natural landscape that is also cultural”, scrive William Cronon) nasce dopo la Rivoluzione Industriale. Prima della macchina a vapore, la Natura romantica offriva il vantaggio di pensare il Pianeta come il Tutto, cioè come il “contenitore ontologico” della nostra esperienza della natura, il Da-sein stesso direbbe Heidegger. L’essere umano che contemplava un paesaggio alpino non si era auto-escluso dal Tutto, ma ne condivideva i presupposti. Il sublime era quindi una esperienza della realtà. Per questo i filosofi romantici, come ad esempio Schelling, parlavano di “anima del mondo” (Weltseele) intendendo con “anima” le ragioni ultime della vita che accomunavano uomini, piante e animali: il sublime era contenuto nella natura in quanto “vincolo”, legame di appartenenza. Oggi siamo in una epoca che funziona secondo paradigmi completamente diversi: all’esperienza si è sostituito il gadget. Il gadget ha trasformato la natura in turismo e profitto, enfatizzando al massimo lo spettacolo e facendo del sublime un post su Facebook. Ma se tutto è un gadget, non rimane niente da elaborare e quindi da ereditare perché il gadget è per definizione un oggetto ludico confinato nel presente. Il gadget produce consumo, non esperienza.

La gravità delle condizioni presenti ( negli ultimi 40 anni abbiamo perso la metà dei vertebrati terrestri) spinge quindi ad un ripensamento radicale non solo della Natura, ma del posto che oggi ha questa natura nel definire il nostro essere Homo sapiens. Al centro del discorso ambientalista non c’è più, quindi, soltanto la definizione di wilderness, ma anche una concezione in divenire dell’eredità, cioè dell’intreccio tra l’identità costitutiva, storica, evolutiva degli esseri umani e il modo in cui le civiltà complesse stanno modificando per sempre le condizioni della vita sul Pianeta.

C’è un certo accordo ormai attorno al fatto che le aree protette, pur giocando un ruolo molto importante nella tenuta delle biodiversità su scala globale non siano sufficienti sui tempi lunghi per garantire la sopravvivenza di moltissime specie. Il tasso attuale di estinzione è di 100 volte superiore al normale “eclissarsi” delle specie nel tempo profondo. Ma altri dati sono forse ancora più significativi. L’85% delle riserve protette ha ormai perduto le foreste circostanti, che funzionano come “buffer zones” (zone cuscinetto) rispetto a fattori di distruzione molto diversificati, che vanno dal bracconaggio, al taglio illegale, all’espansione dei terreni agricoli. Ormai, si parla perciò dell’urgenza di “elaborare un nuovo modo di pensare attorno alla gestione del nostro paesaggio rurale e peri-urbano”. Rispetto a soli trenta anni fa nelle aree protette è diminuito anche il numero di alberi a lunga crescita, e stiamo parlando di un trend ubiquo. Nel solo continente africano sono in costruzione o a progetto 33 “massive development corridors”, cioè unità di infrastrutture per implementare la mobilità delle merci e delle persone tra l’interno e gli snodi commerciali sulla costa: almeno una grande strada, e qualche volta anche un oleodotto o una linea elettrica. Si calcola che questi corridoi di infrastrutture passeranno attraverso 400 aree protette e potrebbero impattare seriamente su almeno 2000 aree selvagge.

 D’altro canto i servizi ecosistemici calcolati e definiti come capitale economico rinnovabile non corrispondono al “valore intrinseco” di specie e habitat, quanto piuttosto ad un gradiente di sfruttamento a scopo di profitto. Al contrario, l’attribuzione di un valore economico a piante ed animali rafforza i problemi che le società avanzate dimostrano nel considerare legittima la co-presenza e la co-esistenza con ecosistemi abitati da altri esseri viventi. Secondo una ricerca del gruppo di ricerca WildCru presso la Oxford University, quasi nessuno dei sostenitori via Facebook della causa di Cecil the Lion era a conoscenza della condizione delle savane africane, e del fatto che Panthera leo è in estinzione. Ma cosa proteggere allora, e perché?

 

Lebensraum, Berlino 2017

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How long is now? Si interroga un volto anonimo, esorbitante, disegnato a graffiti sul rettangolo bianco dell’edificio che fino a qualche anno fa era un rifugio per musicisti ed eccentrici da cultura del sottosuolo, e che ora aspetta di essere demolito, sulla Oranienburgerstrasse, a Berlino. Il bordo sbriciolato del muro, simile a un biscotto raffermo, ha una tonalità sinistra, ma non ostile. Quando sarà abbattuto farà spazio ad un nuovo presente, che durerà per un certo periodo, ricco di una sua illusione di eternità. In qualche modo, questo muro approssimativo parla già della sua estinzione, che in tedesco si dice Aussterben, morire del tutto o morire completamente. Il tocco della inesorabilità accompagna il prefisso aus, ricordando a chiunque pronunci questa parola che, sì, l’estinzione è per sempre. È gennaio a Berlino, e sotto un cielo incombente di neve questa domanda sembra raccogliere tutta l’angoscia di un presente chiamato Antropocene. Berlino è la città europea in cui interi programmi di estinzione sono venuti a galla non solo nella mente di gruppi politici criminali durante il Terzo Reich, ma, attraverso i loro delitti, nella coscienza di sé dell’umanità intera. Se c’è un posto in cui scendere nelle tenebre dell’estinzione, è Berlino.

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Berlino conosce l’estinzione. L’ha pianificata, attraverso le politiche di sterminio elaborate negli uffici dei ministeri del regime nazista, e l’ha anche subita. A fine aprile del 1945 l’avventura nichilista di Hitler ha ormai svelato la sua intrinseca verità: la Germania è distrutta. Si chiude così una parabola di civiltà europea, e della sua ambizione di grandezza, che, nel bene e nel male, proseguiva dal 1870. Egemonia continentale prussiana, borghesia coloniale in Namibia e Cameroon, la vita urbana come massima manifestazione del genio umano. Ricerca di spazio dappertutto, e in molti sensi. Berlino, dopo il 1945, non sarà mai più Berlino. Theodor Adorno pensava che la società di massa avrebbe finito con l’ingurgitare la cultura come un prodotto di scarto di qualcosa di più a buon mercato, e cioè l’intrattenimento. Berlino ha a tal punto assorbito la propria estinzione da farne una attrazione turistica: gruppi di stranieri affamati di dettagli live sul nazismo hanno appuntamenti prenotati via internet in punti specifici della città, pronti a dedicare quattro ore di cammino ai cosiddetti luoghi della memoria del potere del Terzo Reich, e del suo stato di polizia permanente. Cosa cercano davvero?

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In fondo alla Oranienburgerstrasse, il bulbo metallico della torre della televisione perde fascino non appena spunta sulla sinistra la cupola verde, moresca, bordata di ottone dorato, della Nuova Sinagoga. Risparmiata al pogrom della Notte dei Cristalli, oggi la sinagoga è sconsacrata, ma ricostruita almeno nella sua intelaiatura architettonica fondamentale. Il sole sta calando, le temperature sono gelide, e i tasselli rotondi del selciato sono lucidi di una umidità marrone mogano, antica, un po’ anni Trenta, come i pavimenti in legno scricchiolante degli appartamenti di lusso in Tucholskystrasse, con i loro ingressi austeri, gli intonachi color crema, i pavimenti in marmo e le scale in pietra. Alcune persone si fermano dinanzi al portone principale, leggono le targhe commemorative dei crimini impliciti nella sopravvivenza dell’edificio. Tutti, la sinagoga e le persone, sembrano impietriti in una sorta di afasia prelinguistica, in cui nessuno sa bene cosa dovrebbe dire, o se è rimasto qualcosa da dire. I residui del passato, i suoi fossili o le sue rovine, vengono prima o poi riassorbiti nella vita vissuta. Accade ovunque ci siano esseri umani, ed è accaduto anche qui. Folate di vento artico ti si infilano sotto il cappuccio del parka, e comprendi che accade perché la vita non passa, si consuma, ed è nel lavorio costante del consumarsi della materia organica, stagione dopo stagione, nascita dopo nascita, che tutto tira dritto. La atroce indifferenza del dopo. La legittima esuberanza dei nuovi.

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Qualche ora prima, sull’aereo, osservavo un paio di artropodi morti, ingialliti e rinsecchiti, rimasti intrappolati nell’intercapedine del finestrino. Molto tempo prima, dovevano essersi trovati nel posto sbagliato, in mezzo a materiali plastici che non c’entravano nulla con il loro codice genetico, e che facevano di loro delle creature inevitabilmente antiquate. La FAZ pubblicava quella mattina in prima pagina una notizia dall’impatto almeno pari agli attentati terroristici che hanno tenuto in pugno il Capodanno in Europa, e in Turchia: gli esseri umani hanno raggiunto la quota 7 miliardi e mezzo. L’aggiornamento della demografia umana si sovrappone con i numeri catastrofici, giunti lo scorso autunno, del Planet Index 2016 del WWF, che ci dice in modo non troppo brutale come se la passano i non umani sulla Terra. Nel nostro tempo recente (tra il 1970 e il 2012) le specie di vertebrati sono diminuite del 58%. Avanza la defaunazione, cioè l’assottigliamento numerico delle popolazioni animali, che dipende da una generalizzata e radicale perdita di habitat, necessaria a far posto al crescente numero di esseri umani, e al loro modo di produrre cibo, energia, vestiti. Mentre passavamo dalla Guerra Fredda alla caduta del Muro di Berlino e poi attraverso gli anni Novanta di Bill Clinton e del Protocollo di Kyoto  (1970-2012) le specie terrestri declinavano del 38%, quelle di acqua dolce dell’81% e quelle marine del 36%.

Se lo spazio sul Pianeta è senza dubbio limitato, i nostri piani di espansione territoriale sono invece sconfinati. Nel secolo scorso i tedeschi coniarono una parola per la fame di terre vergini con cui nutrire brame territoriali e culturali fuori scala, e cioè Lebensraum, spazio vitale. L’apertura, manu militari, delle regioni orientali, fin dentro le steppe dell’Unione Sovietica, per lasciare il campo alle fattorie dei coloni centro-europei di origine germanica. E alla generazione di giovani sotto shock, con le facce viola e grigie di un quadro espressionista diventato incubo di massa, dei protagonisti di Unsere Muetter, Unsere Vaeter (ZDF, 2013, trasmesso dalla Rai a gennaio 2014 con il titolo Generation War). La Vernichtungskrieg di Hitler faceva della geografia tra Europa ed Asia una questione di sopravvivenza dell’unico popolo che avesse il diritto di affermare se stesso sulla terra. Oggi Lebensraum è una parola lurida, eppure non ne esiste una migliore per connotare il collasso degli habitat e delle specie che devono cedere il passo dinanzi all’inarrestabile arrivo degli esseri umani. Il futuro della wildlife è una questione di spazio vitale, e solo di questo. Una constatazione che sta ben fissa anche nelle pagine de L’Origine delle specie di Charles Darwin, e che però ci mette, in fin dei conti, nella più imbarazzante delle posizioni. Dovremmo forse ritirarci?

L’artropode giallo raccontando la sua storia racconta pure la nostra: l’estinzione è una condizione dell’umano, così interrelata con i modi in cui la nostra specie ha preso possesso di ogni continente. Forse, lui non lo ha mai scoperto, eppure noi abbiamo amato costruire le plastiche che lo hanno soffocato. Forse, invece, noi lo abbiamo sempre saputo. E, forse, è per questo che abbiamo inventato le collezioni naturalistiche, quei giganteschi archivi di specie animali e vegetali che racchiudono la storia del Pianeta dal punto di vista di Homo sapiens. I trenta milioni di reperti che stanno nel Museum fuer Naturkunde di Berlino, sulla Invalidenstrasse, trattengono il passato estinto, ma rivendicano all’estinzione un posto d’onore nella parabola umana che in Germania ha mostrato i tratti più aberranti dell’umanità. Noi siamo questo, punto. Per tutte queste ragioni, mi pare, il Kaiser Guglielmo II sorrideva in faccia all’obiettivo nella fotografia in bianco e nero che i bookshop della metropolitana vendono ai turisti. Lui sì. Sapeva.

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La Schwarzer Weg è deserta, come lo Invalidenpark. Non sono ancora le nove, il cielo è sbattuto da folate di vento artico. Vortica attorno la percezione, allucinata, che non possa che esserci un inverno permanente e solido, a Berlino. Sul rivestimento in gomma sintetica del parco giochi rimangono ancora i bussolotti scoppiati dei fuochi del Capodanno, tacciono gli appartamenti di lusso a ridosso del Ministero dell’Economia e dell’Energia. Una tipica casa prussiana si nasconde dietro i cespugli di bacche rosse sulla Habersaathstrasse, e accanto a lei spunta una ciminiera fumante. Il potere fossile, quello cioè che abbiamo dedotto dai giacimenti di carbone e petrolio negli ultimi 150 anni, è stato il tassello finale nella conquista del Pianeta. Le collezioni naturalistiche nascono in Europa proprio in coincidenza temporale con il sorgere della Rivoluzione Industriale. Una relazione intima, dissoluta, congiunge la capacità di espansione di Homo sapiens e l’arguzia scientifica con cui egli comincia a collezionare esemplari di milioni di specie, che presto avranno il proprio Lebensraum solo nei musei.

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Al Nord, spesso lo sconforto dell’uomo si fa filosofia. Per Hegel, anche le cose brutte avevano una ragione, per quanto astuta e dissimulata. Questa consapevolezza della sfiga e della violenza, che la gente del sud avverte sempre nei grandi pensatori nordici, è invece un dialogo con se stessi e con lo stato delle cose, e cioè l’onnipresente gelo che sempre si accompagna, nelle faccende umane, alla scoperta della propria potenza. Qualunque supremazia ha come effetto collaterale la compressione dello spazio lasciato agli altri: i nemici, gli sconfitti, i dissidenti. A partire da Linneo, la tassonomia impone alle scienze naturali non solo l’obbligo della catalogazione, ma anche una nuova concezione dello spazio tra una specie e l’altra. La distribuzione delle specie in gruppi e famiglie anticipa soltanto l’ordinamento per derivazione che con Darwin organizza l’albero della vita secondo criteri reali, ma disegnati per la prima volta dall’uomo. Questo significa che, da un certo punto in avanti, le specie non hanno più soltanto il proprio habitat, posseggono anche una collocazione evolutiva disegnata sulle intuizioni scientifiche. Nelle collezioni naturalistiche questa nuova categoria di spazio, che non esisteva in Natura prima che l’uomo la estrapolasse dello stato delle cose, è particolarmente evidente. La caratteristica più importante di ogni museo di storia naturale è che le specie sono costrette a stare tutte insieme. Non è concesso spazio tra una specie e l’altra, se non quello artificioso delle vetrine e dei saloni. Mentre all’esterno gli animali appaiono – come nelle fotografie di Steven Gnam – nelle collezioni essi sono ammassati, costretti alla convivenza. Questi posti ci dicono in che modo abbiamo imparato a trattare la Natura: umzuhandeln, diceva Heidegger, avere a portata di mano gli animali, le piante, gli ecosistemi. Ma soprattutto ribadire che lo spazio che possiamo loro concedere sarà, d’ora in poi, deciso da noi. Estinto il tempo fuori del tempo in cui Uroghompus eximius e Stenophlebia amphitrite volavano in un mondo ancora puro di ogni sorta di coscienza che fosse in grado di pensare il Pianeta.

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Il gabinetto delle specie marine conservate in soluzione alcolica è in penombra, e sigillato in una grande stanza cui si accede attraverso una porta automatica. La temperatura è sotto i venti gradi. Fa di nuovo freddo. Decine di pesci, murene, squali giacciono sospesi nel liquido giallo che li protegge dal tempo come un amnios del terzo millennio. La forma dei vasi che li contengono li costringe a rimanere in posizione verticale. Ti aspetti qualcosa da loro, in fondo. Non sono imbottiti di paglia o ovatta o poliammide. Sono integri, i tessuti intatti e le viscere ancora al loro posto. Soltanto gli occhi tradiscono la morte, l’atto chirurgico del prelievo dai mari e dagli oceani. Un piccolo squalo martello galleggia nella propria morte con una sorta di agilità. Mi guarda attonito, congelato in una qualche dimensione lontanissima di cui non sospettava l’esistenza. Come tutto il resto nelle collezioni naturalistiche, ha finito col parlare un linguaggio completamente diverso dal suo, diluito nel sentimento di ingiustizia che ti prende alla gola davanti agli animali impagliati che dovrebbero testimoniare la stupefacente biodiversità del Pianeta. Queste specie hanno dovuto morire per poter diventare conoscenza accessibile agli esseri umani. Il sapere scientifico è cresciuto  sui reperti, i fossili, e la cattura negli spazi selvaggi. Zebre, tigri, giaguari, leoni sono protagonisti di un racconto robusto e dettagliato, che però prescinde totalmente dalla loro volontà. Perché nessuna specie sa di avere una storia.

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I felidi sono una delle famiglie di mammiferi che patisce le conseguenze più devastanti dell’impronta ecologica umana. Un ocelotto impagliato nel 1819, senza un occhio, fissa il nulla dentro una vetrina in cui un suo simile più recente volge la testa verso un alcione di Smirne (Alcedo smyrnensis) raccolto da Georges Cuvier, il padre del concetto di estinzione biologica, attorno al 1800 a Pondicherry, in India. Poco prima di Natale, la PNAS ha pubblicato il censimento dei ghepardi (Acinonyx jubatus), rivelando ciò che tutti già sapevano, e cioè che i rimanenti 7100 ghepardi del Pianeta sono inesorabilmente incamminati verso l’estinzione. Il ghepardo è ormai una “protection-reliant species”, cioè una specie che senza l’aiuto dell’uomo non può più reggere la competizione con gli altri predatori, l’attacco del bracconaggio, e l’erosione del suo habitat. Molti felini cominciarono a diminuire drasticamente perché le loro pellicce divennero beni di consumo. Soprattutto, il commercio di maculati si è dimostrato particolarmente efficace nell’innescare i processi di defaunazione in virtù della sua capacità intrinseca di amplificare i propri effetti.

Come già osservava Kent Redford nel suo celebre lavoro “The empty forest” (1992), il commercio non solo coinvolge diverse specie selvatiche, ma passa da un gruppo ad un altro al cambiare del mercato e in base alle fluttuazioni di disponibilità inevitabili quando il prelievo è massiccio. Il giaguaro (Panthera onca) prese a diventare cappotto a fine Ottocento, ma al giro di boa degli anni ’60 ne sono rimasti abbastanza pochi da indurre i cacciatori a spostarsi su gatti più piccoli: il Leopardus wiedii (margay), il Leopardus tigrinus (gatto tigre) e naturalmente il Leopardus pardalis (ocelotto). La sopravvivenza dei predatori di vertice come i grandi gatti dipende da un principio negoziabile, e cioè lo spazio. Ma mentre discute quanto territorio destinare agli altri, Homo sapiens esprime anche un’altra delle sue stupefacenti virtù di cui ha dato prova nei confronti della Natura.

La capacità di imporre il silenzio, di fare il silenzio, di trasformare la vita biologica in una superba afonia. Splendidamente tassidermizzati, un Bubo nipalensis (gufo del Nepal) e una Harpia harpyia (la più grande aquila del continente sud americano) ascoltano il dolce chiacchiericcio dei bambini che sono venuti a visitare il Museo con i nonni per le vacanze di Natale. Questo silenzio ha la stessa matrice dello shock della popolazione civile tedesca alla fine di maggio del 1945. Improvvisamente risvegliato a se stesso, l’essere umano non ha concetti o rappresentazioni da opporre al proprio stesso operato. Ammutolito dalla distruzione, in mezzo alla polvere di Berlino quest’uomo non si riconosce più. Ma è la sua ombra a stordirlo, non certo una carenza di consapevolezza. Quasi sempre, Homo sapiens sa bene quello che fa, ma continua a farlo.

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Alle nove e mezza di mattina la stazione ferroviaria di Wannsee è quasi deserta. Il treno si è fermato puntuale, dopo essere scivolato attraverso chilometri di boschi secchi e spogli. Elias Canetti scrisse che il popolo tedesco ha la sua radice naturale nelle foreste del Nord, perché i pini e gli abeti stanno allineati l’uno accanto all’altro come i soldati di un battaglione. L’attitudine all’obbedienza fu uno degli ingredienti, di certo il più comodo per i vincitori da giudicare post eventum, del lento progredire della catastrofe morale che condusse qui a Wannsee, dove in una sobria ed elegante villa sul lago, il 20 gennaio del 1942, un gruppo di alti ufficiali ed amministratori del Reich e delle SS vennero convocati da Reinhardt Heydrich per pianificare l’omicidio di tutti gli ebrei d’Europa. L’autista dell’autobus numero 128 che costeggia il lago non è ben sicuro della fermata, perché non è certo che questa “villa della conferenza” abbia un posto nel tragitto che percorre ogni giorno. Non ci ha mai prestato attenzione, probabilmente. Ma una sofisticata donna di mezza età che assomiglia a Lauren Bacall mi dice di rimanere comoda, perché devo scendere a capolinea.

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Lo spettacolo permanente garantito dai social media ci ha disabituati alla reale dimensione delle apocalissi politiche e sociali, che non avvengono mai in una esplosione epifanica, ma hanno piuttosto un andamento sintomatico per anni. Difficile immaginare un luogo più normale di Wannsee per rendersi conto di come il genocidio crebbe in ogni interstizio della vita civile tedesca piano piano, fino al giorno in cui il passo degli stivali di Heydrich risuonò su questo viale d’ingresso. Comincia a nevicare e il vento deforma i poster plastificati appesi lungo il cancello della villa che raccontano di come questa località balneare ospitasse negli anni Trenta una folta comunità di facoltose famiglie, anche ebraiche: Oppenheim, Langenscheidt, Springer, Fassbender, Lieberman, Baumgarten. Wannsee era un bel posto per riposare, leggere buoni libri, osservare i propri bambini giocare sul prato. Molto del materiale informativo disponibile è anche in ebraico, e numerose note in ivrit si susseguono con ansia e determinazione sul quaderno dove i visitatori lasciano le loro impressioni. Siamo ancora vivi, ripetono queste voci dal lontano Israele, rivendicando il diritto che ai loro padri venne strappato. Ma anche la loro voce contemporanea si affievolisce, fino a scomparire, nel dedalo di stanze del museo che è oggi la villa. E cambia corpo, e diventa un vetro opaco, nebbioso, bordato di infissi in legno bianco sporco, dietro il quale i volti di giovani, donne, adolescenti sono in attesa che una Einsatzgruppe organizzi la loro fucilazione.

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Un lungo tavolo scuro conduce lo sguardo verso l’esterno, sugli alberi del parco. La finestra fa respirare, via di fuga a buon mercato in mezzo alla constatazione di atti di una violenza assoluta, e tuttavia di una semplicità operativa che mozza il fiato e impedisce ogni tentativo di prendere appunti. La capacità organizzativa di una burocrazia moderna, ecco che cosa Heydrich riunì attorno al tavolo oggi scomparso su cui si fecero delle proporzioni, si tenne conto di certi rapporti quantitativi, si presero le misure. Reinhard Heydrich fu il demonio di questa semplicità.

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Fuori, le case a mattoni rossi in stile teutonico sembrano ferme agli anni ’30. Un Kindergarten spunta dal nulla, con la sua palizzata rustica e indolore, di legno eroso dalle intemperie invernali. Un complesso di caseggiati quadrati in disuso, di fronte, con le finestre intatte ma buie come occhi senza pupille, è perso nel bosco, inglobato nel consumarsi del tempo, sperduto, ormai fuori posto, come lo sguardo attonito del baffuto autista di autobus che non sa chi sia Reinhard Heydrich, che era figlio di musicisti e un giorno deve pur essere stato un bambino. Sono i bambini  a fare spazio tutto attorno a questi luoghi della memoria, scavando una trincea tra il passato e noi, un solco nella terra che sempre di più isola gli antenati da noi, da un qualunque “e poi”, e però ce lo rende anche vicino. I bambini donano al tempo presente questa distanza incolmabile senza il cui vuoto non potremmo riconoscere gli antenati, e neppure le vittime. Sono i bambini a darci il permesso di dare un nome a chi non esiste più.

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Succede la stessa cosa alle specie in via di estinzione, sostiene Joshua Schuster. Solo quando sono perdute, allora acquistano un nome. E se “amore è amore di un nome”, come diceva Lacan, e se noi umani eravamo, centomila anni fa, l’unica specie che non aveva un nome ma poteva darne uno a tutte le altre, è questa la ricostruzione di Elizabeth Kolbert nella sua esplorazione sull’estinzione, allora i nomi delle vittime, degli scomparsi, dei perduti per sempre, dei soli per l’eternità (perché non ebbero nessuno accanto che li prese per mano dicendo, non lascerò che ti portino via), sono il nostro unico sigillo, la nostra unica presa – pur così debole – su quanto è già stato. Conosciamo e custodiamo e proteggiamo, nei musei, dentro i nostri neuroni, i loro nomi, perché sono estinti. L’uso dell’estinzione, lo ha intuito Guido Chelazzi, è da molto tempo uno strumento di appropriazione della terra, degli uomini e delle faune inscritto nella nostra “impronta originale”. Che ne siamo stati capaci su scala industriale tra il 1939 e il 1945 non dovrebbe sorprenderci, se non fosse per l’enormità, resasi evidente nei fatti del Reich, del Male come processo implicito nella matrice storica umana. Sì, esiste. Sì, avviene. Sì, all’inizio nessuno osa dargli il suo vero nome.

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C’è stato un momento nella storia europea in cui, nonostante la formidabile spinta in avanti della produzione industriale borghese, lo spazio era una esperienza collettiva. Eduard Gaertner colse questo tratto epocale, senza sapere che fosse in via di disfacimento, in un paio di tele a olio che oggi sono alla National Galerie, di fronte alla cupola del Bode Museum. Die neue Wache in Berlin (1833) e ancor di più Unter den Linden (1852) sono l’esemplificazione di quanto lo spazio sia indispensabile per accorgersi di ciò che sta attorno. Gli elementi architettonici appaiono in una solitudine sfumata sul giallo, mentre coppie ignare della propria epoca passeggiano godendo di un privilegio che oggi non immaginiamo neppure più. Una insospettabile angoscia sfugge da questi due quadri a causa della serenità stessa in cui le persone che vi si muovono danno l’impressione di sostare. La fame di spazio creava lo spazio delle loro passeggiate: gli architetti disegnavano grandi viali, lunghi e arieggiati, simboli inconfondibili della potenza della nazione prussiana, e dell’Europa. E mentre queste persone si illudevano di avere abbastanza spazio per poter coltivare un qualche sogno di gioia personale (dando corso alla rivoluzione politica di Saint Just), era lo spazio del mondo (le sue foreste, le sue faune, le sue genti non europee) a morire. L’onnivoria territoriale prussiana voleva più Lebensraum, e se lo prese con la forza. In Africa.

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Una tempesta di neve si abbatte sul Museum der deutschen Geschichte, il museo della storia tedesca sull’Unter den Linden. Molti berlinesi si sono rifugiati nella caffetteria. Torte viennesi al cioccolato, crostate di mele, caffè bollente mitigano il gelo implacabile del primo pomeriggio. È in corso una mostra sul colonialismo in Africa che ripercorre, per la prima volta in modo sistematico, una pagina del periodo guglielmino di solito messa sotto chiave, e invece fondamentale per comprendere come un certo schema di sfruttamento – fino alla morte – delle popolazioni non europee (gli Herero della Nambia, ad esempio) sia fermentato per decenni prima di prendere il potere al crollo della Repubblica di Weimar. In Africa, a fine Ottocento, erano tedeschi il Togo, il Cameroon, la Namibia, la Tanzania, il Rwanda e il Burundi. A Grande Guerra conclusa, il giornalista Willi Muenzberg, sul numero inaugurale della rivista “Die Arbeiter – Illustrierte Zeitung aller Laender” (1927), definiva le imprese di Von Throtta nel deserto namibiano “una guerra di sterminio”. Anche le autorità britanniche, che nel 1918 avevano assunto il controllo della regione, denunciarono le atrocità commesse dai tedeschi in una inchiesta che fece clamore, il Blue Book. Che cosa effettivamente i coloni e i militari tedeschi fecero alla popolazione civile lo dimostrano le decine di fotografie della esposizione, che mostrano corpi emaciati di prigionieri che stanno morendo di fame (pursued by Germans to near extinction, sintetizza una t-shirt, opera d’arte contemporanea sul genocidio namibiano). Ma al volgere del secolo la linea di demarcazione tra bianchi e neri non era solo una politica razziale, bensì una forma mentale che aiutava a mettere ordine nelle intenzioni dei padroni: “Colonialism demanded clarity. Scientists classified humans according to races and tribes. By endeavouring to set and implement a clear line between rulers and the ruled, the colonizers continually reasserted their own identity”. Per poter dominare, e farti spazio, devi sapere chi sei. E poi, ancora una volta, tirare dritto.

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Il colonialismo non ha solo distrutto il tessuto sociale ed economico delle nazioni africane invase e aggredite. Il colonialismo si è lasciato alle spalle un alone di sconfitta, di perdita, di irrecuperabilità che il fotografo tedesco Andreas Lang è riuscito a fotografare catturando i fantasmi di un passato remoto che ancora aleggiano in Cameron, Congo e Repubblica Centrale Africana. Le sue foto non è chiaro di quale estinzione parlino, eppure senza dubbio raccontano – nelle assenze che ingombrano le inquadrature – la fine definitiva di qualcosa, e di qualcuno. Uomini, animali, villaggi, civiltà. La special exhibition dello straordinario lavoro di Andreas – Kamerun und Kongo. Eine Spurensuche un Phantom Geographie – sta nella parte nuova del Museo e completa il percorso di nauseante dolore e senso di colpa che i curatori hanno dedicato al colonialismo tedesco. Il tratto di un fiume nebbioso in bianco e nero, una strada spoglia che conduce ad un ospedale che l’occhio non riesce a raggiungere, alcuni edifici abbandonati ad Akonolinga prendono per mano lo spettatore e lo portano sussurrando nel centro del sottosuolo psichico che ha motivato la barbarie coloniale. Nessun volto umano, dicono le foto di Andreas, può rimanere indenne dinanzi a ciò di cui noi siamo capaci. E allora uno stupore immobile, o una disperata inerzia, sono appiccicati sulle facce dei suoi ritratti: una guardia in Cameroon, uno studente, sempre in Cameroon, con una t-shirt a righe e in mano una padella per la raccolta della sabbia da costruzione lungo il corso del fiume, in piedi davanti ad un contesto senza libri, edifici, compagni di classe. E soprattutto, la solitudine assoluta di un militare davanti a ciò che resta di una caserma nella Repubblica Centro Africana. Ci sono anche gli animali, alla fine, in questo inferno dei ricordi in cui non si riesce più a distinguere il nome di chi ti tiene in ostaggio, di chi si è preso tutto per poi scomparire anche lui. In ognuno dei Paesi in cui Andreas ha viaggiato il leone è estinto. Eppure, un leone in legno piantona l’ingresso di una Chefferie, in Cameroon. E una montagna di ossa di grossi erbivori – Slaughterhouse – rompe la monotonia della vegetazione. Il Cameron, insieme alle altre nazioni del Congo Basin, è una delle regioni africane dove la caccia di sussistenza (la cosiddetta bushmeat crisis) è oggi il principale fattore di defaunazione delle specie tropicali. In questo vuoto troviamo infine noi stessi.

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 Ma è davvero tutto qui? Se l’estinzione è per sempre, non rimangono che le parole dei posteri e le tracce degli antenati? Non possiamo scegliere nulla se non i fossili e i reperti? All’ingresso della villa di Wannsee sono disponibili opuscoli sulla guerra di sterminio di Hitler estremamente accurati dal punto di vista storiografico. La Polonia, che per il regime, come scrisse Ian Kershaw. era una “discarica razziale”, la Russia, dove le Einsatzgruppen fucilarono centinaia di migliaia di persone. E le steppe russe, e le loro popolazioni condannate a morire di fame. Su uno di questi libretti sta una fotografia, molto sfuocata, che ritrae una donna, Marija Makarowa Rytschankowa, il 19 marzo 1944. Marija tiene per mano i suoi bambini, Ivan, che ha sei anni, Fenja di 2 e Anja di 4. Sono stati appena liberati dal lager di Osaritischi, nella Russia Bianca. I bambini sono avvolti in coperte, Marija tiene in braccio la piccola Fenja, Ivan sorride. Anche la sua di esistenza a un certo punto ha preso una di quelle strade anonime che si inoltrano nella foresta – Andreas Lang le ha rintracciate – e che portano verso tenebre di quasi impossibile decifrazione.

 

Oxford, Cecil Summit : il destino del leone è irreversibile ?

Si è tenuto ieri 7 settembre alla Blavatnik School Of Governement il public event inaugurale di uno workshop  dedicato al futuro del leone – Cecil Summit – organizzato dal WildCru di Oxford, il gruppo di ricerca che seguiva Cecil da anni nel parco nazionale Hwange, nello Zimbabwe. Il summit raccoglie fino al 9 settembre 30 esperti di ogni disciplina ( economisti, ecologi, filosofi, biologi) impegnati a discutere il passaggio di livello indispensabile nelle politiche di conservazione del leone africano. A sostenere l’iniziativa con forte convinzione c’è Panthera, il network internazionale con base a New York che annovera alcuni tra i migliori progetti sul campo per la protezione dei grandi felini del pianeta. Al public event partecipavano due personalità di primissimo livello negli studi sui leoni e cioè, appunto, Luke Hunter presidente di Panthera  e Craig Packer della Minnesota University, probabilmente l’uomo che oggi meglio conosce il leone e il Serengeti.

La domanda attorno a cui ruotava l’incontro pubblico era sostanzialmente questa: considerato che oggi abita solo l’8% del suo range originario, il destino del leone è ormai irreversibile ? L’enorme espansione mediatica della storia di Cecil ha segnato probabilmente un momento cruciale nella esposizione mediatica del leone, che non è però sufficiente a garantirne la sopravvivenza come specie. Il workshop ha perciò focalizzato l’attenzione del pubblico su alcuni punti fondamentali, su cui neppure gli esperti hanno risposte univoche, ma che ci inchiodano alla devastante realtà che il tempo sta scadendo : solo un secolo fa i leoni africani erano 200mila, oggi sono 20mila.

David Macdonald, presidente e fondatore del WildCru, ha insistito sulla responsabilità che tutti hanno in questo frangente storico di cambiare le strategie di conservazione del leone. L’obiettivo è accrescere le nostre conoscenze sulle popolazioni rimaste ( estremamente frammentate ) per capire i trend demografici. I dati raccolti da Panthera nel centro, nel sud e nell’ovest del continente confermano che il bushmeat, la caccia di carne selvatica a scopo alimentare ad opera delle comunità locali, rappresenta una crisi distruttiva e permanente ovunque, con una particolare gravità e incidenza nel bacino dello Zambesi. Zambia e Angola, come documentato da recenti ricerche di Steve Boyes per la Society ( National Geographic ) e Vincent Nijman, esperto di wildlife trade della University Of Liverpool, sono al centro di questo fenomeno che non impatta più solo sui primati dell’Africa occidentale e dell’Albertine Rift, ma anche sui leoni. Semplicemente, ci sono sempre meno prede.

In Africa le aree protette con più di 1000 leoni sono solo 6, almeno 16 quelle in cui, secondo Luke Hunter, si potrebbe estendere la protezione giuridica in modo da ampliare lo spazio disponibile per la specie e soddisfare quella che a suo dire è ancora una notevole capacità di carico degli ecosistemi africani. Un milione almeno di chilometri quadrati potrebbero servire per questo scopo. Su questo ragionamento si è innestata però la riflessione straordinariamente pragmatica di Craig Packer che da trenta anni studia i leoni del Serengeti, un sostenitore delle aree cintate (fenced). Packer ha ricordato senza tanti complimenti che servono miliardi di dollari per proteggere i leoni nei sistemi a savana e “probabilmente per sempre “. Lo spazio costa moltissimo in un continente afflitto dalla povertà che sta dando in concessione terre fino a pochi anni fa considerate marginali a ispezioni minerarie di verio genere, un continente in cerca di un riscatto sociale che non possiamo ignorare. I leoni però sono anche la condizione primaria per il funzionamento essenziale degli ecosistemi africani: senza di loro collasserà l’intero habitat.

Non si possono quindi ignorare due questioni fondamentali. La prima è la demografia umana : secondo le nazioni unite entro il secolo ci saranno in Africa 4 miliardi in più di persone. La seconda : il sistema di aiuti uscito come visone di economia e conservazione sostenibile  dal summit di Rio del 1992 è superato perché inefficace. Le comunità locali chiedono un maggiore coinvolgimento lamentando ancora la cosiddetta ideologia della conservazione che privilegia gli animali a scapito degli esseri umani. Ma la comunità internazionale deve prendersi, tutta, l’onore della sopravvivenza di questa specie: bisogna investire insieme, finanziare insieme, cioè in modo partecipato e moralmente condiviso.

Rory Stewart, ministro per lo sviluppo internazionale del governo May, personaggio carismatico, ha insistito sul valore simbolico, culturale del leone:”siamo fortunati ad averlo” ha detto aggiungendo che la portentosa bellezza della specie motiva i finanziatori e dovrebbe convincerci che in gioco c’è in fondo anche una parte di noi stessi.

Se c’è una lezione che Cecil ha impartito è che il leone africano non è più un affare coloniale, in qualche modo. Non appartiene più al design dell’Africa della Blixen. Ma non è neppure solo affare africano. Il leone è “un nostro patrimonio comune”  e come tale va protetto.