Categoria: Range, Space and Landscape

Il Belize si impegna a proteggere il Maya Forest Corridor, cruciale per il giaguaro

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(Credits: Jayro Bardales)

Il governo del Belize ha annunciato nuovi, ambiziosi piani di protezione per il Maya Forest Corridor, un lembo di foresta tropicale cruciale per la sopravvivenza di specie iconiche della regione, come il giaguaro (Panthera Onca), la tartaruga di fiume (Dermatemys marwii), già sull’orlo dell’estinzione, e la scimmia-ragno (un primate della famiglia degli Ateli ormai criticamente minacciata) e il tapiro di Baird. Tutte queste specie hanno bisogno di spostarsi su distese enormi, in poche parole su aree protette che abbiano l’ambizione di raggiungere una scala continentale. La decisione del Belize è stata quindi salutata con particolare soddisfazione dalle organizzazioni maggiormente impegnate nello studio e nel monitoraggio di questo hotspot di biodiversità tropicale: Panthera (per il giaguaro), Global Wildflife Conservation, WCS (World Conservation Society, che sta già facendo un lavoro immane in Africa con il Lion Recovery Fund per tirare su i numeri del leone in due-tre decenni), WWF, Monkey Bay Wildlife Sanctuary and Field School, e la University of Belize. 

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La caratteristica fondamentale del Maya Forest Corridor è la sua posizione geografica, nel centro del Brasile, che lo rende  un punto di passaggio e di connessione tra due altre aree di enorme valore ecologico: la Selva Maya, a nord, e le Maya Mountains, a sud.

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(le piantagioni di canna da zucchero. Credits: Tony Rath)

“Senza protezione, il Maya Corridor è in una condizione critica di rischio, perché è già stato ampiamente ridotto di almeno il 65% negli ultimi dieci anni, soprattutto a causa della deforestazione per l’agricoltura estensiva, inclusa la canna da zucchero – si legge in una nota ufficiale di Panthera – Dal 2011, il Maya Corridor ha dovuto fronteggiare un tasso di deforestazione di almeno 4 volte superiore alla media nazionale e grossi disboscamenti negli ultimi mesi indicano che, senza una azione diretta come quella annunciata questa settimana, il più esteso blocco di foresta tropicale del Centro America rimarrà tagliato fuori dalla unità geografica più importante sul lato meridionale, e cioè il massiccio delle Maya Mountains”. 

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Secondo Panthera,  “Il corridoio è lungo solo 5-6 miglia, eppure è uno degli ultimi pertugi rimasti ai giaguari per entrare in Selva Maya a nord, e spostarsi verso il Centro e il Sud America”. E per quanto riguarda il giaguaro, una specie che ha uno home range immenso, che copre tutta l’America del Sud e arriva fino al Texas, negli Stati Uniti, questo è il punto essenziale.

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(Credits: Panthera)

La connettività dei suoi habitat è il tassello strategico decisivo per portare la specie nel XXII secolo: “Il Maya Corridor è l’unica area che mette in comunicazione le due Jaguar Conservation Unit del Belize: il massiccio delle Maya Mountains e la Selva Maya a a nord, che si estende sin dentro il Messico e il Guatemala. Perdere la connettività genetica del Corridoio segnerebbe un passo in avanti verso l’estinzione del giaguaro e di molte altre specie terrestri di significato culturale del Belize”. 

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(Il corridoio Maya e le piantagioni di canna da zucchero, Credits: Tony Rath)

Una nitida consapevolezza della posta in gioco sembra pervadere le istituzioni governative del Paese: “Riconosciamo che la finestra di opportunità per assicurare la connettività nel Maya Forest Corridor si sta rapidamente chiudendo – ha detto il dottor Omar Figueroa, Ministro del Governo del Belize responsabile per l’Agricoltura, la Pesca, le Foreste, l’Ambiente e lo Sviluppo Sostenibile – Una squadra locale e internazionale di biologi esperti di conservazione, e di professionisti, si rende conto dell’importanza di tutto questo e collabora l’uno accanto all’altro per fornire un supporto valido alla protezione dell’integrità geografica di questa regione”.

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(il tapiro di Baird. Credits: Nick Hawkins)

Nella costruzione di un sistema di aree protette ogni lembo di habitat conta. La Runaway Creek Nature Reserve si trova all’interno del corridoio e partecipa a questa visione condivisa. Gil Boese, fondatore della riserva per The Foundation for Wildlife Conservation, ha riassunto perfettamente i termini della questione: “Un mondo con corridoi che connettono le aree protette dando agli animali l’opzione di spostarsi e di prosperare è fondamentale per la sopravvivenza delle specie. Tutti questi piccoli puntini sulla mappa, se ne puoi salvarne uno, be’ è fantastico. Ma se riesci a salvare abbastanza di questi frammenti unici, in modo da legarli insieme, allora avrai creato un sistema. E se altri, in altri Paesi e continenti, faranno lo stesso, avremo allora un network per la sopravvivenza delle specie rimaste su questo Pianeta”. 

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(Un giaguaro in una piantagione di canna da zucchero. Credits: Panthera)

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ESCLUSIVA – L’impatto umano sulle specie minacciate si estende ormai sull’84% della Terra

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(Niassa, Mozambico: pratica dello slush and burn, abbatti e brucia, per liberare terreni adatti all’agricoltura)
È appena uscita su PLOS BIOLOGY (“Hotspots of human impact on threatened terrestrial vertebrates”la prima analisi globale degli impatti delle attività umane su 5.475 specie minacciate calcolata sulla aree geografiche di distribuzione di queste specie. Lo studio ha cioè verificato in quali regioni del Pianeta gli otto principali fattori di distruzione delle biodiversità si sovrappongono alla presenza di popolazioni animali a rischio di estinzione. Gli autori hanno preso in considerazione 1277 mammiferi, 2.120 uccelli e 2.060 anfibi, identificando gli “hotspot” della Terra, ossia le regioni dove la biodiversità è maggiormente sotto pressione, e anche i “cool spot”, le zone-rifugio, dove invece specie più resilienti hanno maggiori possibilità di sopravvivere nei decenni a venire.  

Comprendere secondo quali schemi spaziali e geografici la pressione umana coincide con le specie maggiormente sensibili al risciò di estinzione è determinante per pianificare gli sforzi di conservazione. E per stilare l’elenco, purtroppo, delle priorità. Mappare le minacce alla biodiversità non è sufficiente: bisogna capire, questo l’intento dello studio, dove l’intensità del disturbo umano coincide con la presenza di una popolazione cruciale per la sopravvivenza a lungo termine di una specie. 

Moreno Di Marco, ricercatore presso il CSIRO Land & Water, EcoSciences Precinct, di Brisbane Australia e alla Sapienza di Roma, co-autore della mappatura, spiega: “Nell’approccio che abbiamo utilizzato le specie minacciate sono osservate in correlazione spaziale con i processi distruttivi che le minacciano e a cui esse sono sensibili. L’associazione spaziale innesca un impatto sulla specie che si trova a fronteggiare insieme una o più minacce. Uno hotspot è una area in cui questi impatti, che agiscono sulla specie, possono essere individuati: un alto numero di specie che coesistono con un alto numero di minacce prodotte dall’uomo. Invece i cool spot sono quelle aree che ospitano sì un alto numero di specie minacciate ma in assenza delle minacce che sono direttamente collegate a loro, e perciò funzionano come rifugi”. 

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I risultati di questo studio sono, ancora una volta, molto cupi: “In media, il 38% del range di distribuzione di una specie è sottoposto agli effetti di uno e più fattori di minaccia. I mammiferi sono il gruppo tassonomico più colpito, il 52% del loro home range è ormai soggetto a minacce di forte impatto. Preoccupante è che un quarto di tutte le specie considerate subisce le conseguenze di una qualche minaccia su più del 90% del proprio areale. Solo un terzo di tutte le specie è al sicuro”. I driver di distruzione presi in considerazione sono quelli ufficiali della “Impronta umana”, la human footprint, riconosciuti dalla IUCN e pubblicati nel 2016 su Nature: edifici e costruzioni, campi coltivati, pascoli, la densità demografica umana, le luci notturne, le ferrovie, le strade a larga percorrenza come le autostrade, il traffico marittimo. Insomma, il complesso delle attività commerciali e industriali che sostengono gli insediamenti umani in continua espansione. 

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(Credits: WCS by Paul Mulondo)

“L’impatto umano sui vertebrati già minacciati è ubiquo e si estende sull’84% della superficie terrestre. Ci sono forti variazioni spaziali, con un picco allarmante nell’Asia del Sud Est, e anche negli hot spot gli effetti differiscono tra gruppi tassonomici distinti. La Malesia è il punteggio più alto sulla media calcolata (125 specie colpite), seguita dal Brunei e da Singapore (rispettivamente 124 e 112)”. Le foreste tropicali umide a latifoglie del sud est del Brasile e Indonesia si collocano al secondo posto fra i biomi maggiormente disturbati. L’Europa e il Centro America emergono come hot spot globali soprattutto per i mammiferi e per gli anfibi. L’impatto sugli uccelli è omogeneo, con picchi di interferenza grave nel sud est Asia e anche del sud est del Sudamerica. Le mangrovie hanno la più alta proporzione di specie compromesse (61-3%), seguite dalle foreste temperate a latifoglie e le foreste miste (60.7%). Di contro, come è intuibile, la tundra e la foresta boreale ha le percentuali più basse (14.6% e 29%, rispettivamente). 

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(Tsavo, Kenya)

Un punto molto interessante dello studio è la coesistenza, all’interno, di una stessa area geografica di specie minacciate e di specie invece che in quella area hanno trovato un rifugio, un cool spot in gergo tecnico. Una condizione che riguarda l’80% del Pianeta. Il rischio di estinzione è infatti una funzione sinergica tra le caratteristiche intrinseche di una specie e il tipo di minaccia presente. In altre parole, non tutte le specie rispondono in maniera identica ad una stessa minaccia a ragione del proprio tipo di adattamento e dei propri tratti ecologici. Ad esempio, in Sudafrica i grandi felini, come i leoni, hanno grosse difficoltà, mentre un felino di medie dimensioni, il serval, rivela uno studio recente condotto in un impianto petrolchimico a 130 chilometri da Johannesburg, prospera nelle aree industriali dismesse: “Questo è un buon esempio. In generale, una strada o una ferrovia possono avere effetti devastanti per i mammiferi che tentano di attraversale, ma non per gli uccelli che le volevano sopra – dice James Allan, tra gli autori della ricerca uscita su PLOS BIOLOGY, della School of Earth and Environmental Sciences, University of Queensland, Australia, un esperto nella mappatura degli habitat wild – Oppure, considera i pascoli, in Africa: i grandi mammiferi come i leoni e gli erbivori come le zebre possono coesistere con le mandrie, ma gli anfibi delle pozze d’acqua no. Gli hot spot e i cool spot si susseguono l’uno con l’altro in conseguenza della ricchezza di specie: dove ci sono molte specie, osserviamo che l’impatto delle minacce studiate è simultaneo su molte di esse e che tante altre invece ne sono al riparo. Questo si osserva bene in Brunei, che ha la media più alta come rifugio di specie: è incredibilmente ricco e quindi le sue foreste risultano meno compromesse delle loro analoghe in Malesia e Indonesia”. Tra questi rifugi ci sono la Liberia, in Africa, per i mammiferi e gli anfibi, e le Ande, in Sud America, dove sopravvive, in popolazioni frammentate, il magnifico gatto andino (Leopardus jacobita): “Abbiamo incluso moltissimi felini nel nostro studio, perché sono quasi tutti ormai minacciati”, spiega Allan. 

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(Western Ghats, India)

Aggiunge Moreno di Marco: “Nella nostra ricerca abbiamo scoperto che queste aree sono sia hot spot che cool spot per diverse specie. Si tratta di aree molto ricche, ma su cui insistono solo alcune minacce specifiche con effetti diretti sulle specie, come ad esempio la caccia eccessiva, e non invece la perdita di habitat.  Qui, molte specie minacciate sono in declino ma ci sono anche altre specie in difficoltà che possono vivere senza la pressione di minacce per loro significative”. 

Le implicazioni di questo censimento sulla conservazione sono piuttosto importanti. Di nuovo, si pone l’accento sul fatto, cruciale eppure sistematicamente ignorato, che “la frammentazione riduce la proiezione di habitat particolarmente adatti alla distribuzione di certe specie, riducendo i loro movimenti e aumentando il loro rischio di estinzione”. Due punti sono determinati sul futuro: primo, gli sforzi di protezione daranno benefici se terranno conto dei rifugi di biodiversità rimasti e, secondo, questi stessi rifugi sono i luoghi critici perché le specie sviluppino gli adattamenti loro richiesti da un Pianeta in rapidissima trasformazione. 

 

ESCLUSIVA – I territori ancora selvaggi sono in estinzione tanto quanto le specie animali, avvertono gli ecologi su NATURE

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(Credits: Julie Larsen)

Le terre selvagge rimaste sul nostro Pianeta – la wilderness – stanno diventando sempre più importanti nel controbilanciare gli effetti dei cambiamenti climatici e nell’assicurare la sopravvivenza di noi umani fornendo servizi ecosistemi essenziali. Eppure, sono in estinzione, ed è urgente parlare di una crisi di estinzione della wilderness, analoga alla crisi di estinzione della biodiversità. Questa la inquietante conclusione di uno studio iniziato nel 2009 e pubblicato domani su Nature ( volume 563, 1 novembre 2018, Protect the last of the wild) da un gruppo di ricercatori che hanno costruito una mappa delle ultime wilderness del Pianeta. 

L’allarme arriva a 48 ore di distanza dall’uscita del Living Planet 2018 del WWF, che mostra come in meno di 50 anni le popolazioni di vertebrati non domesticati sia crollato del 60%. 

Soltanto un secolo fa, rivela lo studio di Nature, usavamo il 15% del Pianeta per l’allevamento e l’agricoltura. Oggi il 77% delle terre emerse (esclusa l’Antartide) e l’87% degli oceani è ormai stato modificato dalle attività umane. Nonostante questo, le terre selvagge non godono ancora  di uno status politico concreto: “il contributo degli ecosistemi intatti non è stato ancora inserito in nessuna cornice politica internazionale, ad esempio il Piano Strategico per la Biodiversità delle Nazioni Unite oppure l’accordo di Parigi sul clima”. James Allan, postdoc e fellow research alla School of Biological Sciences della University of Queensland, St. Lucia, Australia, tra gli autori dello studio, mi spiega infatti: “Il consenso scientifico attorno all’importanza delle aree wilderness è recente ed in crescita e non era ancora mainstream al tempo degli accordi di Parigi. Inoltre, prima che le nostre mappe fossero pubblicate, nessuna delle nuove aree definibili come wilderness era ancora così minacciata. C’era una mal comprensione dovuta al fatto che queste aree erano lontane dalle persone, che quindi non ne erano direttamente danneggiate. Le mappe hanno invece mostrato che quelle terre selvagge venivano distrutte e che era urgente proteggerle. Dovremmo essere sicuri che nei prossimi summit la wilderness sia inclusa nei negoziati”. 

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(Credits: Julie Larsen)

Per mappare la wilderness del Pianeta sulle terre emerse, gli autori hanno usato 8 indicatori ambientali che esprimono la pressione umana sugli ecosistemi, in una risoluzione di 1 chilometro quadrato. Questi indicatori sono: ambienti ricoperti da edifici, campi coltivati, terre destinate al pascolo, densità di popolazione, luci notturne, ferrovie, strade a grande percorrenza e corsi d’acqua percorsi da traffico marittimo. Nel 2013 è stata invece mappata la “sea wilderness”, gli oceani intatti dal punto di vista ecologico, impiegando 16 indicatori tra cui la pesca, il traffico marittimo industriale, lo scarico in acqua di fertilizzanti. Una wilderness, sui continenti o al largo degli oceani, è tale quando è priva di pressione umana su di una area geografica continua di 10.000 chilometri quadrati. Una estensione che pone il problema della frammentazione degli habitat in modo drammatico.

La wilderness infatti non è sostituibile, poiché le sue caratteristiche ecologiche sono uniche: “Alcuni conservazionisti sostengono che certe aree in ecosistemi frammentati e degradati in altro modo siano più importanti degli ecosistemi intatti. Le aree frammentate (separate tra loro da campi coltivati, insediamenti umani, strade, NdR) possono fornire servizi cruciali, come i proventi del turismo e fornire quindi benefici alla salute umana, o, anche, essere ricchi di biodiversità minacciata. Eppure, numerosi studi stanno cominciando a rivelare che gli ecosistemi più intatti della Terra hanno ancora tutta una serie di funzioni sempre più cruciali”, avverte lo studio. Secondo James Allan, “Abbiamo bisogno di entrambe le strategie: mettere in sicurezza tutti gli ecosistemi intatti su scala globale, in modo che da garantire un successo di conservazione di lungo periodo; mettere in sicurezza i posti più importanti per le specie minacciate, con lo scopo di evitare estinzioni nell’immediato. I due approcci sono complementari, uno non esclude l’altro”. 

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(Credits: James Allan)

Nelle terre selvagge ciò che conta è appunto la conservazione sui tempi lunghi, per motivi strettamente evolutivi: “Le aree wilderness sono gli unici posti che contengono mix di specie al loro livello naturale di abbondanza. Sono anche le uniche aree – spiega lo studio su Nature – che supportano i processi ecologici alla base della biodiversità su scale temporali evolutive. In quanto tali, quindi, esse sono serbatoi di informazioni genetiche e agiscono come aree di riferimento per gli sforzi di riconversione in condizioni selvagge di terre degradate e di ambienti marini”. Questi aspetti sono cruciali per il mantenimento del “Pianeta vivente”, ossia della cornice di proliferazione e di differenziazione delle specie animali e vegetali del Pianeta, ciò che James Allan chiama “evoluzione naturale”: “Solo nella wilderness le specie si possono evolvere al di fuori dell’influenza umana, essenzialmente come pura evoluzione naturale. Si tratta di una importante risorsa per la nostra stessa comprensione del Pianeta. Quando discutiamo di evoluzione naturale intendiamo che nei paesaggi ormai degradati possono ancora esserci le stesse specie che vivono nella wilderness, ma in numeri più ridotti, in popolazioni più piccole e quindi con una ecologia che sarà diversa, più innaturale”.  La defaunazione, infatti, il processo di lento assottigliamento delle popolazioni di una specie, come hanno dimostrato le ricerche di Rodolfo Dirzo della Stanford, ha catastrofiche ricadute sistemiche: i cambiamenti di composizione numerica delle comunità animali si risolvono in un impatto diretto sulla diversità filogenetica e su tutte le interazioni trofiche che coinvolgono animali, piante, batteri e infine i pattern climatici di un habitat. 

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(Credits: DCSL)

Questo studio rende inoltre chiaro quanto la wilderness sia cruciale per fronteggiare i problemi attuali innescati dalla nostra espansione e dal nostro uso delle risorse. Questi territori funzionano come rifugio per specie ormai braccate in terra e nelle acque oceaniche. Negli oceani, esse rappresentano gli ultimi Eden per i predatori di vertice, come i tonni, i marlin e gli squali. Ma la wilderness svolge anche un ruolo protettivo contro i devastanti cambiamenti climatici che entro questo secolo imporranno alterazioni significative al Pianeta. Le foreste integre sono in grado di sequestrare molto più carbonio dall’atmosfera delle aree degradate: “I modelli basati sulla geografia, sulle piogge e sul gradiente di deforestazione rivelano ormai fino a che punto le aree wilderness regolino il clima e il ciclo dell’acqua – su scala locale, regionale e globale. Queste aree forniscono una protezione contro gli eventi meteorologici estremi e contro gli avvenimenti geologici”. In presenza di uno tsunami, ad esempio, una barriera corallina in salute offre alle coste una protezione doppia rispetto ad un reef devastato dallo sbiancamento, della pesca illegale con esplosivi o con il cianuro. Lo studio non dimentica poi di citare le popolazioni di nativi che abitano ancora queste regioni, popoli marginalizzati nell’organigramma attuale della civiltà, con pochissimi diritti politici e modelli di adattamento ambientale di straordinario valore storico, paleo-genetico e culturale. Come le specie animali ancora selvagge, anche queste genti umane sono insostituibili nella nostra coscienza di Homo sapiens sapiens. 

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Ma dove si trovano queste regioni wild? Il futuro del 70% delle terre selvagge rimaste è nelle assemblee parlamentari di Canada, Brasile, Russia, Stati Uniti, Australia. Ma la mappa riserva anche qualche sorpresa: Chad, Mauritania, Niger presentano indici migliori di nazioni come il Sudafrica e la Tanzania. La Russia è l’avamposto di resistenza del prossimo secolo per predatori di vertice magnifici come la tigre siberiana, mentre il delta dell’Okavango e il Botswana (compreso il Kgalagadi Transfrontier Park) sono i due hot spot critici per il leone africano allo stato di natura. Particolarmente urgente è una presa di posizione sull’Antartide. Il continente deve diventare off limit per ogni tipo di esplorazione mineraria o estrattiva e servono “rigorose procedure di controllo biologico che riducano al minimo il rischio che i visitatori introducano specie invasive”.

Perché il Pianeta rimanga selvaggio sono indispensabili misure forti da subito, e vincolanti, avvertono gli autori. Bisogna riscrivere parte della cornice giuridica della conservazione. In primo luogo documentare in modo serio le capacità di sequestro e accumulo di carbonio dall’atmosfera delle foreste e degli habitat, per poi inserire questa funzione ecologica della wilderness nella Convenzione sul Clima delle Nazioni Unite (UNFCCC). Attraverso questo passaggio i Paesi firmatari degli accordi dovranno inserire la protezione delle terre selvagge nella loro strategia di riduzione delle emissioni serra. L’obiettivo “molto ambizioso, eppure raggiungibile” è di definire e quindi conservare il 100% di tutto ciò che oggi è ancora wild. Un obiettivo globale renderebbe infatti più facile mobiliare risorse economiche anche per i governi e per soggetti pronti ad investire come il Global Environment Facility, un programma internazionale di finanziamento. Un secondo passaggio è imporre al settore privato la protezione delle terre selvagge come assist strategico, attraverso l’introduzione di performance standard, soprattutto per organizzazioni come la World Bank e l’International Finance Corporation (a sua volta agenzia affiliata alla World Bank), oltre alle banche di sviluppo regionali. 

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Il tempo per implementare tutto questo sta però inesorabilmente finendo. La spaventosa realtà con cui dobbiamo fare i conti è, a parere degli autori, l’estinzione degli habitat selvaggi secondo parametri di intensità e di irreversibilità identici a quelli, come è intuibile, delle specie. Non sarà possibile tornare indietro, una volta, se dovesse accadere, che avremo scelto di estinguere il Pianeta su cui viviamo: “è impossibile ripristinare o rendere di nuovo selvaggio un ecosistema nelle stesse condizioni di una wilderness. Noi non possiamo ricreare la wilderness – spiega James Allan – Perciò abbiamo deciso di parlare di estinzione. Crediamo che mettere nella giusta cornice quanto accade sia importante per portare il significato della perdita della wilderness al pubblico e alle organizzazioni come le banche. Non ci sono altre opzioni al di fuori della protezione di queste enormi aree”. 

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(Antartica)

 

 

Leopardi delle nevi e pastori convivono nel parco nazionale Siilkhem, in Mongolia

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Per capire il futuro del leopardo delle nevi (Panthera uncia) è indispensabile studiare le interazioni tra questo impescrutabile predatore, le mandrie di pecore e capre che sempre più affollano i suoi habitat remoti e gelidi, e l’ibex (stambecco siberiano), la sua preda naturale. Questo il compito di un lavoro di raccolta dati iniziato a marzo e concluso a giugno del 2015 dal gruppo di ricercatori del MUSE di Trento, guidati da Francesco Rovero e Simone Tenan, nel parco nazionale Siilkhem, in Mongolia, sui Monti Altai. I risultati dello studio, reso possibile da 49 fototrappole disposte su una area di 513 chilometri quadrati, sono stati pubblicati su Oryx, la prestigiosa rivista scientifica edita dalla Università di Cambridge.

Lo scopo della spedizione nel Siilkhem – a quasi 4000 metri di altitudine – era di meglio definire il livello di compatibilità tra il pastoralismo all’interno dell’habitat del leopardo delle nevi e le esigenze di conservazione. Sappiamo infatti che la presenza di numeri consistenti di animali da allevamento (mandrie e greggi) in un ecosistema ancora integro hanno effetti ecologici importanti: riduzione delle prede disponibili e uccisioni dei predatori da parte dei pastori, che perdono capi di bestiame. Il sovraffollamento, infatti, peggiora il conflitto tra gli esseri umani e i predatori, soprattutto quelli di vertice, come i grossi felini. Produce quella che viene definita una “esclusione competitiva”, che finisce con il danneggiare gli erbivori selvatici e dirottare i carnivori sugli animali da allevamento. Nell’Asia centrale, sotto la spinta di una “corsa al cashmere” a basso costo sui mercati occidentali, spiegano dal MUSE, è in corso da qualche anno un incremento esponenziale delle capre, fin dentro le aree protette di Mongolia e Cina: nel 1970 in c’erano 21.937 capre, che nel 2015 erano diventate 105.376.

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Le fototrappole del MUSE hanno registrato 494 intercettazioni di animali selvatici, e ben 912 di ungulati domestici, cani ed esseri umani (168 capre, 163 vacche e yak, 105 persone), 33 passaggi di ibex e 14 del leopardo delle nevi. La lettura di questi dati, per quanto limitati, non è del tutto negativa. Le greggi hanno sicuramente un indice di presenza (occupancy) più alto dell’ibex (0,65), che è meno frequente quando deve fare i conti con animali allevati (0,11) rispetto a condizioni più selvagge (0,34-0,35). Eppure, le interviste condotte con i pastori delle montagne dal team di Francesco Rovero descrivono una rapporto di convivenza culturale con il leopardo piuttosto variegato. I pastori tendono a riferire l’uccisione delle loro bestie, che avviene regolarmente, ai lupi e non ai leopardi.

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Nelle loro izbe tengono pellicce di lupo, ma non di leopardo, e non ci sono tracce di bracconieri. Se dunque è vero che sugli Altai l’allevamento è diventato un fattore di disturbo ambientale cospicuo (pecore e greggi nel 43% dei siti di osservazione) non esistono per ora correlazioni solide su un declino del leopardo e le attività economiche umane. È presto per definire gli Altai un paradiso per questo felino unico al mondo, ma lo studio del MUSE conferma che il punto di frizione tra i bisogni dei gruppi umani e i grandi predatori è ormai transnazionale, e riguarda le nostre scelte di vita, qui come in Mongolia.

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Il programma di ricerca del MUSE in Mongolia è condotto in collaborazione con la Ong Green Initiative (Mongolia), il Museo Danese di Storia Naturale di Copenhagen e l’Università di Losanna. Una terza fase di ricerca è programmata per il 2018/2019.

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(Credits: MUSE Trento)

 

 

 

 

Sono le nostre abitudini a decidere le dimensioni degli habitat selvaggi

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Quanto spazio siamo disposti a concedere agli spazi selvaggi e alle specie non domesticate nei decenni a venire? È questa la domanda che domina il dibattito sul futuro degli Aichi Targets (gli obiettivi per la conservazione della natura su scala globale fissati al 2020) e che è stata discussa in un simposio internazionale voluto dalla Zoological Society di Londra lo scorso 27 e 28 febbraio: Safeguarding space for nature and securing our future. Ne avevamo già parlato su queste pagine, perché la questione dello spazio è la più scottante nel confronto di pareri e numeri sulle possibilità di contenere la attuale perdita di biodiversità; lo spazio però, vista la nostra demografia, chiama in causa anche la concezione che la civiltà umana ha di se stessa, le rinunce che è disposta ad attuare e lo stile di vita che consideriamo ormai inalienabile. Per questo, nel racconto via Twitter del simposio, s’è diffusa prima di tutto una constatazione: bisogna spostarsi dall’ipotesi di lasciare, come auspica E.O.Wilson, metà del Pianeta alle altre specie (opzione che suona già parecchio ambiziosa), ad una visione molto più integrata del Pianeta come un unico contesto ambientale in cui la dipartita di migliaia di specie finirà con il condizionare drammaticamente anche le uniche specie rimaste (Homo sapiens e i suoi animali d’allevamento): “move from Half Earth to whole Earth”.

 

Gli Aichi Targets (stabiliti nel 2010) prevedevano che noi si proteggesse il 17% della superficie terrestre e il 10% degli oceani entro il 2020; di fatto, oggi è protetto solo il 15% delle terre emerse e il 7% degli oceani. Il punto tuttavia, come ha spiegato al Guardian Harvey Locke di Nature Needs Half (il network di organizzazioni che preme per parchi su scala continentale, e cioè il 50% protetto entro il 2050, posizione che condivido), è che se anche gli obiettivi di Aichi fossero stati soddisfatti al cento per cento, ciò non basterebbe a limitare le estinzioni già avviate. Locke ha spiegato ciò che ancora in pochissimi sono disposti ad ammettere e cioè che è indispensabile disegnare una mappa integrata di aree protette connesse tra loro (“integrated pattern of wildlife areas”), in cui le faune selvatiche siano libere di muoversi e mantenere così la diversità genetica, che è l’unico, vero antidoto alla defaunazione prima e alla estinzione in seguito. I fattori di estinzione sono infatti funzioni sinergiche di più tratti intrinseci ad una specie ed al suo habitat; ma nessuna specie confinata in un parco nazionale è in grado di rispondere efficacemente alle modifiche del suo ambiente sui tempi lunghi, e alla progressiva carenza di diversità genica inevitabile in popolazioni chiuse.

 

Noelle Kumpel, a capo delle policies di BirdLife International a Cambridge, ed esperta di bushmeat, ha detto che “occorre proteggere il 30% del Pianeta, ma il 100% del Pianeta richiede un uso sostenibile”, insistendo su un punto che questo simposio ha tenuto al centro della discussione, e cioè che lo spazio da lasciare agli habitat non convertiti all’agricoltura o ad attività umane non dipende soltanto dalle decisioni politiche prese in sede di definizione delle aree protette. Piero Visconti del Dipartimento di Genetica, Evoluzione e Ambiente della UCL di Londra, e research fellow all’Istituto di Zoologia della ZSL, mi ha spiegato perché: “Abbiamo bisogno di obiettivi ambiziosi per le aree dedicate alla conservazione della biodiversità da raggiungere il più presto possibile e comunque non più tardi del 2030. Se falliamo, dobbiamo aspettarci che gli attuali livelli di perdita di biodiversità continuino. Abbiamo rilevato che raggiungere gli obiettivi di conservazione richiede però non soltanto il recupero di quasi il 15% delle aree degradate e la protezione di quasi tutto quello che è attualmente intatto. La questione principale, e il risultato più consistente delle nostre ricerche, è che non conta solo quanto spazio diamo alla natura, ma come abbiamo intenzione di far spazio per la natura. Questo richiede una generale trasformazione nel modo in cui consumiamo e produciamo beni e servizi. Dobbiamo ridurre gli sprechi, svoltare verso una dieta prevalentemente vegetariana e chiudere così il cerchio se vogliamo davvero far spazio alla natura”.

 

Siamo cioè chiamati a scegliere di lasciare spazio alla wilderness e alla specie animali, ma anche a paesaggi non ingegnerizzati per soddisfare la misura dell’esistenza tipica degli esseri umani, paesaggi invece indipendenti da noi e dalla nostra storia evolutiva, magnificamente selvaggi perché testimonianze viventi, in continuo cambiamento, dei processi chimici, fisici e genetici che ci hanno condotti, tutti quanti, dove siamo ora. “In alcuni posti serviranno aree intatte di grosse dimensioni, in altre un approccio più di land-sharing potrebbe essere appropriato”, continua Visconti. “Voglio spostare il focus lontano dalle aree protette verso cambiamenti di uso del suolo positivi per la biodiversità. Le aree protette non bastano, non solo, ci portano a pensare ad una separazione tra noi e la natura. Il risultato è che tutto quello che non è protetto è considerato disponibile per attività insostenibili. Le aree protette recintate, come il Kruger, sono il caso estremo. La visione dovrebbe essere di un uso sostenibile delle risorse a tutti i livelli. Possiamo stabilire aree di conservazione che siano gestite specificamente per la biodiversità, ma questo non può essere il perno della conservazione perché equivale a continuare ad arginare le minacce senza risolvere il problema di fondo, l’uso insostenibile del territorio”.

Gli ultimi trenta leopardi della Cambogia a un passo dall’estinzione

Lo scorso primo marzo un comunicato stampa di Panthera ha confermato, grazie a dati recentissimi, che l’ultima popolazione ancora in grado di riprodursi di leopardo della Cambogia e’ ad immediato rischio di estinzione. Negli ultimi 5 anni il loro numero è crollato del 72%. Stiamo parlando degli ultimi 20-30 leopardi dell’intera Indocina orientale e cioè dell Cambogia, del Laos e del Vietnam. Dello home range originario e’ perso il 95%. La notizia di impatto catastrofico per la tenuta degli ecosistemi a foresta tropicale della regione non giunge purtroppo inaspettata considerato la estrema frammentazione degli habitat e la perdita progressiva di grossi erbivori (defaunazione) che sono la preda naturale del leopardo, ma anche dei cacciatori di frodo che riforniscono i mercati rurali di bushmeat (carne selvatica). La perdita e’ tuttavia particolarmente grave perché il leopardo della Cambogia e’ una sotto specie di leopardo e la sua scomparsa segna una semplificazione irrecuperabile in termini evolutivi nella famiglia dei felidi. 

 Il report e’ stato pubblicato nel giornale ufficiale del gruppo WildCru di Oxford (University’s Wildlife Conservation Research Unit, lo stesso che aveva monitorato Cecil the Lion in Zimbabwe ), e cioè il Royal Society Open Science journal, insieme a Panthera ( che ha in Cambogia un suo ricercatore di punta, il dottor Jan Kamler ), WWF-Cambodia, l’American Museum of Natural History, e il Forestry Administration of the Ministry of Agriculture Forestry and Fisheries of Cambodia. I dati sono stati raccolti sulle Eastern Plains e rivelano la densità più bassa di leopardi mai riscontrata in Asia ( 1 individuo ogni 100 kmq ). 


Jan Kamler e’ il coordinatore del Panthera Southeast Asia Leopard Program: “questa popolazione rappresenta l’ultimo barlume di speranza per i leopardi di tutto il Laos, la Cambogia e il Vietnam – una sottospecie sul punto di scomparire. Come comunità internazionale non possiamo più permetterci di trascurare la protezione di un felino assolutamente unico. Dobbiamo unire le forze per agire e non soltanto a parole, per stroncare la diffusione epidemica del bracconaggio che minaccia questo animale meraviglioso”. 


Il professor David Macdonald, direttore del WildCRU e anche lui coautore della pubblicazione : “i leopardi sono capaci di un opportunismo incredibile, si adattano ad habitat molto diversi dai deserti alla giungle urbane, ma la loro adattabilità li mette rischio ; la gente pensa, fantastico, allora i leopardi possono cavarsela, ma non sarà così ! In nessun posto le cose vanno ben come crede il pubblico e ci siamo resi conto dati alla mano che nel sud est asiatico i leopardi si avviano verso una catastrofe”. Per dare una idea del tipo di animale che perderemo gli autori sottolineano che la preda preferita del leopardo qui in Cambogia e’ il banteng, un bovino selvatico che può pesare fino a 800 chili, cioè 5 volte la massa corporea di un leopardo adulto. Si tratta di un cambiamento nelle abitudini predatori dei leopardi causato dalla estinzione della tigre (2009 per le fonti ufficiali ), che ha aperto una nicchia eclogica finora inaccessibile. 


Questo conferma quanto sta emergendo dagli studi più aggiornati sui grandi felini che un tempo coesistevano in tutti i loro habitat, e cioè che i predatori di vertice compongono reti trofiche complesse e interdipendenti ; la fine della tigre in Asia orienta poi i bracconieri sui leopardi nebulosi e i leopardi, senza contare le ossa da importazione di giaguari, e soprattutto leoni africani. I bracconieri mettono trappole dappertutto per catturare maiali selvatici e cervi da destinare alle macellerie di bushmeat e puntano ai felini per rivendere a prezzi altissimi denti e pelli. Da molto tempo ormai il sud est asiatico e’ diventato un laboratorio per il cocktail di defaunazione, demografia umana e cambiamenti climatici che segneranno il futuro della regione in questo secolo. 

Credits : Panthera and especially Susie Weller; all photos are from Panthera 

Grandi mammiferi, no room to roam

AlessandrodeMichele

Gli animali selvatici si muovono sempre meno, con conseguenze devastanti su scala globale. Uno studio appena uscito su Science (SCIENCE 359 26 January 2018 – Moving in Athropocene: global reductions in terrestrial mammal movements) conferma che la questione dello spazio sarà l’argomento più scottante di quest’anno sulle riviste scientifiche e ovunque si discuta in maniera seria del futuro dei grandi mammiferi. No room to roam, non c’è più spazio per muoversi, denuncia la copertina del magazine: spazio in senso quantitativo (non dovremmo cominciare a ragionare sulle mega-riserve?) e qualitativo (cosa accade alle popolazioni numericamente consistenti rimaste se le aree protette sono sempre più frammentate?).

“Il fatto che gli animali possano muoversi è fondamentale per il funzionamento di un ecosistema. Usando un sistema di monitoraggio (tracking) a GPS su un database di 803 individui appartenenti a 57 specie differenti, abbiamo rilevato che i movimenti dei mammiferi in aree con una alta impronta umana sono ridotti in media di 2-3 volte”, spiegano gli autori, rispetto ai territori in cui invece la pressione della presenza umana è meno invasiva. Le 57 specie prese in esame comprendono gli erbivori (28), i carnivori (11) e gli onnivori (18). Tra le specie considerate ci sono il ghiottone (Gulo gulo), la giraffa (Giraffa camelopardalis), l’elefante di foresta africano (Loxodonta africana cyclotis), l’orso bruno (Ursus arctos), il babbuino (Papio cynocephalus) e il leopardo (Panthera pardus).

Lo studio ha esaminato la distanza percorsa dagli animali in relazione all’impronta umana dei territori attraversati con un modello matematico avanzato ( Human Footprint Index) che include gli effetti sinergici di più fattori: quanto un ambiente è costruito con case e infrastrutture, campi coltivati, terre messe a pascolo, la densità della popolazione umana, l’illuminazione artificiale notturna, ferrovie, strade, e vie d’acqua navigabili. Questo indice va da 0 (punteggio del Pantanal, in Brasile) a 100 (punteggio di New York).

“La perdita globale di mobilità altera un tratto ecologico fondamentale degli animali che ha conseguenze non solo sulla persistenza di una singola popolazione”, ossia la sua capacità di resistere nel tempo in un certo habitat, “ma anche sui processi ecosistemici come ad esempio le interazioni predatore-preda, il ciclo dei nutrienti e la trasmissione delle malattie”. Gli animali che si spostano all’interno dei loro habitat lavorano infatti come “mobile links” cioè come mediatori di funzioni biochimiche strutturali in un ecosistema: la dispersione dei semi, i trasferimenti energetici ( il passaggio dell’energia solare catturata dalla fotosintesi nelle piante, quindi negli erbivori, nei carnivori e infine di nuovo al suolo) e gli equilibri genetici intrinseci alle metapopolazioni.

Oggi, una porzione enorme del globo terrestre (dal 50 al 70% ) è già stata ampiamente modificata da noi umani. La qualità dello spazio rimasto per le specie selvatiche è un punto di discussione decisivo per il futuro: “L’espansione dell’impronta umana non sta solo causando perdita di habitat e di biodiversità, sta anche alterando il modo in cui gli animali si muovono attraverso habitat frammentati e disturbati”.

Le conseguenze più gravi di questa condizione globale saranno visibili sui tempi lunghi: “gli individui possono spostarsi alla stessa velocità se i loro movimenti vengono misurati in brevi intervalli di tempo, ma questi stessi movimenti appaiono più tortuosi dove l’impronta umana è più alta effettuando la misurazione su intervalli temporali più lunghi”. Nei decenni a venire il destino degli erbivori in movimento non sarà molto diverso da quello dei carnivori di vertice. C’è un rapporto negativo tra la disponibilità di risorse e la distanza da percorrere.

 

WWF Canada chiede al governo di stanziare 1,4 miliardi di dollari per la protezione degli habitat selvaggi 

WWF Canada ha chiesto al governo canadese di stanziare almeno 1,4 miliardi di dollari del bilancio federale per la protezione degli habitat selvaggi. Il governo renderà noto soltanto a marzo come le risorse finanziarie saranno distribuite per gli anni a venire, ma dopo la pubblicazione dei dati sullo stato reale dei suoi ecosistemi – in un paese considerato ancora ampiamente intatto ( il 50% delle specie monitorate in Canada tra cui i grandi mammiferi sono purtroppo ormai in declino ) – stavolta il WWF spinge per una valutazione più completa. 
In una lettera diffusa via web Megan Leslie, presidente e Ceo di WWF Canada, ha spiegato che “il denaro non è sufficiente. Per arginare davvero il collasso della wildlife abbiamo bisogno di qualcosa di più di una infusione di denaro contante. Dobbiamo rivoluzionare il nostro approccio alla conservazione”. Leslie si riferisce al dibattito in corso sul futuro dello spazio selvaggio e sulla constatazione che le faune del pianeta potranno sopravvivere solo in territori abbastanza vasti da contenere funzioni ecologiche intatte: gli studi recenti del WWF mostrano che i trend in corso per la biodiversità globale, se qualcosa non cambia, ci porteranno ad una perdita del 67% delle popolazioni di specie selvagge entro il 2020, l’anno in cui faremo i conti con gli Aichi Targets, e cioè gli obiettivi per la conservazione posti al 2020. Il Canada si era impegnato a proteggere il 17% del suo territorio ( compresi fiumi e laghi ) ma nel 2016 si era appena al 10,5%. 
La questione – come è ormai chiaro anche in Africa – e’ solo una: lo spazio, quanto siamo disposti a concederne alle altre specie. Non basta che un parco nazionale sia qualitativamente splendido, deve essere anche molto, molto grande. Leslie: “per ottenere risultati consistenti nelle nuove aree protette la qualità e’ importante tanto quanto la qualità. Non possiamo sempre scegliere di cogliere i frutti scarsi di territori spogli e poveri di faune selvatiche dove ci sono anche poche minacce umane”. 
Inoltre, si legge nella lettera, “Un piano federale ben progettato può rafforzare la riconciliazione con le comunità indigene applicando le loro conoscenze e coinvolgendole direttamente nell’identificazione delle aree naturali più importanti, nonché nella loro gestione”. 

Natura, di cosa si parlerà nel 2018

poster_IUCN

Quanto spazio lasciare alle specie selvatiche e ai loro habitat? Questa è la questione cruciale della conservazione per il prossimo anno. La Zoological Society London ha organizzato per il 27 e il 28 febbraio un simposio, insieme alla IUCN, al National Geographic e BirdLife, in cui discutere il futuro degli Aichi Targets, gli obiettivi di protezione di faune ed ecosistemi fissati nel 2014 e ora considerati da molti al di sotto di ciò che effettivamente serve: “Safeguarding space for nature and securing our future: developing a post-2020 strategy”, questo il titolo del simposio. Negli ultimi 40 anni ( Planet Index WWF 2016) abbiamo perso il 50% dei vertebrati  e se consideriamo la soglia di controllo del 2020 i loro trend di popolazione sono tutti in declino. “Il Piano Strategico per la protezione della biodiversità aveva promesso di proteggere almeno il 17% delle aree terrestri e delle acque dolci, e il 10% dei nostri oceani, entro il 2020”, spiega la ZSL, “Il piano è focalizzato su aree importanti per la biodiversità e rilevanti per i loro servizi ecosistemici, aree protette e ben connesse dal punto di vista ecologico. Molti esperti tuttavia, e anche scienziati e soggetti politici si stanno ancora chiedendo se questo obiettivo sia adeguato, e se non lo è, ci si interroga su quale tipo di spazio debba essere conservato e come”.

Il dibattito si è intensificato grazie alla ipotesi provocatoria di E.O.Wilson di lasciare la metà del Pianeta alle altre specie, una visione grandiosa che ha dato nuovo impulso ai sostenitori del modello continentale, transfrontaliero di parco nazionale ( come lo Yellowstone to Yukon tra Stati Uniti e Canada) riuniti ora nel network “Earth Needs Half” (@NatureNeedsHalf), che sarà presente al simposio il giorno 28 febbraio con Harvey Locke.  Secondo la IUCN infatti (dati settembre 2016) oggi 8 su 10 “key biodiversity areas” mancano di completa protezione. Parte a Londra un lungo percorso: “Il simposio completerà e integrerà il lavoro degli altri gruppi che sono su questo argomento, come ad esempio la task force della IUCN Beyond the Aichi Targets”. I risultati del meeting contribuiranno ai negoziati per definire la strategia di conservazione globale della natura a partire dal 2020, che sarà discussa a 2018 inoltrato nella 14° conferenza delle parti sullo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite ( UN Economic and Social Council).

L’aspetto cruciale del simposio è che lo spazio in se stesso – quanto ne occorre alle specie diverse dall’uomo per sopravvivere ? – è diventato un elemento di confronto morale tra gli addetti ai lavori, quel ponte, anche, di coinvolgimento dell’opinione pubblica che dal 1992, anno dello Earth summit di Rio de Janeiro, si invoca da ogni parte per cambiare paradigma nello sfruttamento delle risorse naturali. Ecco perché la task force della IUCN ha fissato due obiettivi indispensabili per il post 2020: il primo, contribuire a costruire un movimento di idee e impegni globali “to scale up conservation”, cioè per rendere la conservazione più ambiziosa, usando le aree protette come strumento principale; secondo, assicurarsi che i nuovi obiettivi condivisi dalla comunità internazionale riguardino la “spatial conservation”, cioè la conservazione dello spazio, in modo adeguato a proteggere la diversità biologica e ad interromperne il declino.

Per capire in tre minuti come lo spazio sia ormai al centro del dibattito la ZSL ha reso disponibile un video molto eloquente: Space for Nature

Oslo, addio a Ibsen

Aeroporto internazionale di Gardemoer, Oslo, Norvegia, al crepuscolo. E’ il primo di settembre e l’aria fresca del nord agogna il freddo nebbioso dell’autunno. Il boing della flotta Norvegian Air accanto a noi porta impressa sulla coda una gigantografia di Linneo in parrucca settecentesca. La compagnia di bandiera ha dedicato ogni aereo ad un illustre uomo, o donna, di origine scandinava che abbia fatto grandi cose per il suo Paese e per il mondo intero. Il padre della moderna tassonomia nelle scienze naturali è un presagio. Questo non è un settembre come tutti gli altri: con alle nostre spalle l’estate più torrida di sempre per almeno metà del globo terrestre, il cambiamento climatico ci è esploso in faccia, prendendoci a schiaffi con temperature e siccità da far disperare per un futuro vivibile su un Pianeta con temperature medie globali entro questo secolo di + 2,9 gradi Celsius. La Norvegia prospera sulle sue riserve petrolifere. Però è anche il Paese in cui esploratori eccentrici dell’animo umano hanno visto lungo sul peso che l’angoscia ha nella nostra capacità di prendere buone decisioni al momento opportuno, o di rinunciare su tutta la linea per torbida vigliaccheria. Mollare la presa per sopravvivere, come nel film Gravity, quando Sandra Bullock tiene aggrappato a sé George Clooney, in bilico sulla immensità dell’universo, con un nastro di metallo leggero come carta velina, e lui dice a lei, perché sa che in due non possono farcela, sa che lei deve abbandonarlo per avere una chance, “Devi imparare a lasciar andare”. Ma gli esseri umani non cambiano facilmente, rimangono aggrappati alle loro illusioni e fanno marcire le loro nevrosi fino all’esito fatale. Il riscaldamento globale non modifica l’impostazione psicologica che sorregge le nostre economie di mercato, non è mai diventato storia collettiva, sentita nella pancia e nella testa delle persone comuni. Siamo alla fine di qualcosa, a cui però, a differenza di Linneo, non siamo in grado di dare un nome preciso, e rimaniamo paralizzati in attesa di vedere come andrà. 
Il FlytoGet, il treno superveloce che porta dal Gardemoer al centro città, corre per le campagne ondeggianti sotto un velo leggero di oscurità, chilometri di campi di cereali simili a decrepite spugne color ocra punteggiate di buchi e da abitazioni in legno rosso vivo. Contrade che appaiono più placide di quanto probabilmente non siano perché vengo dal sud del continente spazzato da una estate a 40 gradi. Contrade diventate ricche grazie alle risorse petrolifere. L’opulenza è il lato più imbarazzante del cambiamento climatico, il suo vero carburante, talmente radicale da aver prodotto negli esseri umani un nuovo tipo di esilio per cui non serve aver perduto il passaporto. Kierkegaard, che come dice Andrew Graham Dixon era il “naturalista di una società sull’orlo dell’abisso”, ci aveva visto giusto su questo carattere antropocenico con stupefacente anticipo: “Dovunque vi sia un avvenimento, ci sei anche tu. Nella vita ti comporti come nella folla, ti spingi fino nel folto, cerchi, se possibile di essere buttato sopra gli altri, in modo da poter stare sopra, e, una volta lassù, cerchi di accomodarti meglio che puoi; nello stesso modo ti fai portare attraverso la vita. Ma quando la folla è dileguata, quando l’avvenimento è finito, ti trovi di nuovo all’angolo della via a guardare il mondo (…) La facoltà dello spirito che veramente ti manca è la memoria, cioè, non la memoria per questa o quella cosa, per le idee, le facezie o i giochi dialettici, mi guardo bene da affermarlo, ma ti manca la memoria per la tua vita intima, per quello che in essa hai vissuto”. Ai nostri tempi, s’è escogitata una definizione brillante, di mercato, per questo carattere: frequent flyer. Accumulare miglia, punti, Paesi, timbri sul passaporto, emissioni serra (l’aviazione civile è esclusa dall’Accordo di Parigi sul clima) e poi, non sapere più esattamente dove si stia andando, con la sola certezza che un unico luogo in cui stare non basta più per proteggersi dalla propria solitudine. Ma che la solitudine globale stessa può almeno farti diventare uno che ha migliaia di followers su FB. Bruciare carburante fossile per nutrire vite fossili. Ogni nozione di patria è insufficiente, se, come ammise Kierkegaard, “vuoi saziare la fame del dubbio che è in te a prezzo dell’esistenza”. 


Il 5 marzo del 1900 Spettri di Ibsen venne finalmente rappresentato al Teatro Nazionale. L’opera era scandalosa per l’epoca, perché suscitava troppi sensi di colpa e vergogna, ma la sua eco non è ancora finita in Norvegia. Le onde di rifrazione, però, non sono quelle che ci si potrebbe aspettare, non hanno cioè a che fare con lo sconvolgimento delle convenzioni borghesi. Lo scrittore Dag Solstad si è spinto molto oltre. Nel suo romanzo La notte del professor Andersen un affermato docente di letteratura dell’Università di Oslo, uno specialista della drammaturgia di Ibsen, pensa che il passato sia ormai liquefatto: “C’è qualcosa nel nostro tempo che non ci rende particolarmente interessati a quel che è stato prima di noi, e in ogni caso molto meno di quanto noi pretendiamo. Ha a che fare con la modernità. E deve essere cominciato presto, perché entrambi sapremmo qualcosa dei bisnonni, se i nostri genitori fossero stati interessati a raccontarci di loro”. Il professor Andersen confessa ad un collega che la sua stessa ignoranza per il secolo precedente “mi spaventa molto più del fatto di non avere figli”. 
La nuova angoscia nordica è la stessa che serra in una morsa gli ambientalisti, soprattutto dopo la vittoria di Trump nelle elezioni americane. Per come sono messi gli habitat e gli ecosistemi, non parliamo delle specie animali, la modernità dà prova di non sentirsi legata ad una qualche filogenesi naturale. Ibsen camminava ogni giorno lungo la Karl Johans Gate, aggiustava l’orologio davanti agli edifici dell’Università e poi procedeva verso il caffè dove pranzava con pane e aringhe. Quel percorso oggi, alle otto e mezza di mattina, è squallido e triste. I magazzini Paleet sono ancora chiusi, i camerieri di pub dal raffazonato stile americano spazzano porzioni di moquette rossiccia e consunta, un minimarket con un bancomat per carte Mastercard serve caffé e un assortimento untissimo di noodles, involtini, paste fritte. Il gestore è un immigrato nero dai modi spicci e gentili, che probabilmente non fa nemmeno caso all’anonimo junk food esposto sotto il registratore di cassa che ha sostituito il merluzzo e il nasello pescati nei fiordi. Il sushi giapponese a Oslo è una specie invasiva. Ed è per via di questo anonimato senz’anima – eppure del tutto commestibile – che è quasi impossibile trovare una ragione per la presenza, dietro l’angolo, sulla Universitetsgata, della Galleria Nazionale dove stanno alcune delle opere più grandiose di Edvar Munch. Perché Munch è ancora qui con noi? Ma soprattutto, per diventare adulti adattati al proprio ambiente, ci serve ancora ammirare i suoi quadri? Sul tetto dell’edificio compatto di inizio Novecento quattro arpie pattugliano l’orizzonte, proteggendo tesori di colori e forme, ma impotenti nel contrastare l’avanzare del sentimento di frantumazione del passato di cui parla Solstad. E che effettivamente cammina per le strade di Christiania, come di quelle di ogni metropoli dell’Occidente. 


Ma chi è smarrito sa che è pur esistito un posto che poteva chiamare “casa”. Ho l’impressione che per noi, oggi, ci sia anche questo – una sorta di anelito antico ad una compattezza psicologica che ci regali un posto sul Pianeta – nella pittura di Edvar Munch, soprattutto nelle serie di paesaggi di Skogen (Foresta) che sono esposti nel museo a lui intitolato nel distretto di Toyen, a nord ovest di Oslo. Il cielo è cupo, un dromedario spaesato osserva il traffico nel recinto sterrato di un circo che ha piantato le tende e parcheggiato le roulotte proprio di fronte al Munchmuseet. Oltre la strada, sulla collina del parco di Ola Nar, un gruppo di atleti americani e britannici è chiamato a raccolta da un team coach per una gara di corsa campestre. Il parco confina con un bosco di latifoglie ad alto fusto, mentre il sentiero che lo attraversa apre la vista sui condomini residenziali a quattro piani della Sofienbergata. Case ordinate, senza recinzioni, in attesa dello sbocciare della domenica mattina dopo una settimana di lavoro. Alberi vecchi di decenni stanno immobili nel vento freddo. C’è anche l’attrezzatura per un barbecue all’aperto, alcune sedie di ferro, una bottiglia di accelerante per il fuoco con l’etichetta ammorbidita dalla pioggia. Le nubi scorrono nel cielo, si fa d’improvviso più buio, un giovane uomo con uno chignon sulla nuca, una t-shirt e un paio di bermuda esce dal portone tenendo per mano il suo bambino di un paio d’anni. I rami degli alberi sibilano, c’è un gracidare di cornacchie. Queste case hanno una loro rassicurante, elegante monotonia; dietro i vetri delle finestre senza tende singole lampade abajour spuntano dal nulla, come se fossero post-it della famosa disperazione del Nord. 


Ma è la nave vichinga del Viking Ship Museum a Bigdoy ad avere qualcosa da dire sull’impronta ecologica umana, e su queste abajour. Il vascello di Gokstad, costruito nel IX secolo del Medioevo cristiano, appartiene per davvero a quella dimensione dell’umano che Juenger chiamava “epoca eroica”, pensando non tanto al valore delle imprese compiute, ma alla capacità di tollerare il dolore implicito nell’azione. Uno shop di gadget e paccottiglia made in China invade per intero l’atrio del museo, che è diventato un tempio pagano dell’ammirazione hollywoodiana per i Vichinghi. Il profilo crudele e chirurgico della chiglia in legno, sul cui bordo si snoda una iconografia popolata di animali, e non di déi gelosi e solitari, rinnova l’interrogativo di Solstad: a che diavolo serve, per noi, per le nostre vite occidentali, preservare una bellezza del genere? Simile ad un gigantesco animale artificiale, fatto per l’oceano e dell’oceano, questa nave, oggi, la si capisce solo aprendo una sedia da campeggio e mettendosi a guardare un breve documentario proiettato sulle pareti e il soffitto del Museo. 


E’ una epica, una saga: la nave, carica di guerrieri, salpa verso l’ignoto. Nei lontani califfati arabi vende schiavi cristiani in cambio di argento, e probabilmente grossi felini selvatici che potrebbero essere ghepardi o leopardi, fonte di ispirazione per gli arredi funebri dei capi più carismatici. Tra la gente presente scorre la stessa curiosità elettrizzata, sexy, che ha fatto il successo della serie Vikings. Tutti si sentono addosso il passo baldanzoso del guerriero che esce di scena dopo aver saccheggiato un monastero scozzese e che inevitabilmente, mi pare, tende però a confondersi per noi con Conon McGregor. Ma questo è spettacolo, non storia. Questo è Netflix una gelida sera di inverno in una opulenta città dell’Europa continentale, con una pizza congelata nel forno, non il modo in cui eravamo prima. E che ci ha portati a ciò che siamo adesso. Mi viene in mente la signora Alving negli Spettri di Ibsen, secondo atto: “Qualcosa di quegli spettri. Quando ho sentito Regine e Osvald là dentro è stato come vedere degli spettri davanti a me. Ma io credo quasi che noi tutti siamo spettri, pastore Manders. Non è solo ciò che abbiamo ereditato da padre e madre, che ritorna in noi. E’ ogni specie di vecchie, morte opinioni e ogni genere di vecchie, morte credenze e cose simili. Esse non vivono in noi; ma intanto sussistono e non riusciamo a sbarazzarcene. Basta prendere un giornale e leggerlo, ed è come se gli spettri strisciassero tra le righe. Devono esistere spettri per tutto il paese. Devono essere fitti come la rena, mi sembra. E per questo abbiamo tutti così pietosamente paura della luce”. L’acqua infine inghiotte la nave, che diventa una costellazione. Fine del divertimento. Estinti anche gli spettri. Esilio con in mano un biglietto aereo. Colonna sonora: Fade away di Susanne Sudfor. 

“Il nostro rapporto con il passato è segnato da una profonda indifferenza, anche se diciamo il contrario, anche se siamo sinceri quando sosteniamo – dice il professor Andersen – che si tratta di valori inalienabili, ma a cui siamo legati solo dal senso del dovere (…) non è l’opera di Ibsen che rappresentiamo, è la sua fama”. Ma il peggio deve ancora venire per Andersen: “A volte, dopo aver letto e studiato Spettri, per esempio, mi capita di pensare: ma come, era tutto qui? (…) Non mi scuote, non mi sconvolge. Non nel modo in cui sconvolse il pubblico quando fu rappresentato la prima volta, come un evento contemporaneo. Non è sopravvissuto in me con l’autentica forza sconvolgente che aveva un tempo, perciò come posso compiere il mio dovere sociale, che è di trasmettere questo dramma alle nuove generazioni?”. Scavando nel dubbio, Andersen arriva a intuire che nel suo nichilismo è la radice stessa della drammaturgia occidentale, il teatro greco, ad essersi essiccata: “Solo cent’anni ci separano dal quel turbamento, che per tutta la storia dell’umanità (dal V secolo a.C.) è stato una condizione essenziale per una vita ricca di significato, e non siamo più capaci di afferrarlo. Così vicini, e tuttavia esclusi. È finita. Siamo esclusi da una delle possibilità più originali, più sostanziali della natura umana, documentata per almeno 2500 anni? Se questo è vero, vuol dire che sta nascendo una nuova tipologia umana e io, che lo voglia o no, ne sono un rappresentante, e anche i miei studenti, e nemmeno lo sanno”. A questo punto è Solstad ad arrivare alle più logiche conclusioni: “Pensò allo scintillio dei loro occhi quando, partendo da Ibsen, li aveva portati indietro nella storia fino alla mitica Grecia, individuando connessioni. E dopo aver fatto notare loro quel ‘turbamento’ si erano messi a confrontare Spettri, il dramma di Ibsen del 1880, con una tragedia di Sofocle, per vedere in che modo potesse rivelarsi (…) Il professor Andersen provava compassione per i suoi studenti e si chiedeva se non fosse arrivato il momento di farsi avanti e dichiarare apertamente i suoi sospetti: che l’individuo intellettuale, riflettente e letterato era fuori dal gioco”. Non è forse lo stesso tipo di ironia che il nostro secolo rivendica contro le pretese ambientaliste di lasciare sul Pianeta un posto per le specie selvatiche? Non è forse l’eredità di cui sta parlando Andersen dello stesso tipo difeso dal fronte ecologista – il patrimonio letterario della civiltà umana, la filogenesi e l’evoluzione delle forme di vita ? Sì. Eccome.


È questa continuità che non riusciamo più ad afferrare, annientata nelle smorfie dei turisti che si scattano un selfie davanti all’Urlo di Munch, alla Galleria Nazionale. Ma per Munch, la vita era un vecchio che contempla un albero fiorito sulle cui radici siedono due fanciulle con lo sguardo rivolto verso l’alto. Le sue foreste, le numerose forme in cui dipinse gli alberi dal 1904 al 1929 (chiome simili a nuvole, robusti rami decorati da foglie ovoidali, tronchi sprofondati nell’erba alta e rigogliosa, oppure carichi di pomi rosso corallo, e coni compatti e morbidi) raccontano gli alberi della sua epoca. Seguendo un destino analogo a quello degli animali domestici, anche gli alberi sono cambiati in Antropocene. Delle floride foreste di Munch, che inghiottono spontaneamente gli esseri umani, siamo ora ad una ipotesi di alberi, penso camminando per le vie strette di Gamlebyen, l’antica Oslo, sotto le cui fondamenta stanno abbazie medievali e chissà quanto altro. Nei nostri giardini decidiamo noi che cosa debba svettare in altezza, anche gli alberi, come i cani e i gatti li vogliamo a modo nostro, e mozziamo loro i rami più alti e ingombranti, perché fanno ombra sulle migliaia di automobili delle nostre città. Munch non conosceva l’angoscia di perderli, gli alberi, gli uomini e le donne delle sue tele ci sprofondavano dentro, non c’era paura di non avere mai più il profilo di una foresta primaria sul bordo dell’orizzonte, ma solo alberi piantumati, domesticati, selezionati. Nella serie Skogen, le macchie di colore accanto agli alberi erano come orsi giganti, capaci di proteggere teneramente anche l’anima difficile di Munch. Elm forest in Winter. E noi invece scattiamo selfie.

Eppure, c’è tutto un movimento in corso a Oslo, che punta alla sintesi tra passato, presente e futuro, che sbatte contro gli edifici storici giallo zafferano, azzurro e rosso in ristrutturazione a Gamlebyen. Il clima architettonico è austero, come una poesia russa recitata ad alta voce per scongiurare il freddo e la solitudine; ma l’effetto di contrasto con i grattacieli del Bar Code sulla Dronning Eufemias Gate assolutamente spettacolare. Tre epoche storiche condensate in un solo sguardo. Il tempo che ritrova una sua unità di misura stabile, concreta, affidabile. 


Gli orti urbani dei bambini delle scuole elementari, con striminzite zucchine piantate in cassette di compensato di legno, e i colossi scintillanti dei gruppi finanziari globali, dove chi ha i soldi veri, e chi ha un lavoro di successo (leggi: stipendi indifferenti all’impatto ecologico di attività oltre oceano) gode tutto quello che il nostro tempo può concedere di godere ai mortali. Lo specchio di acqua del Ladergarden, e un gruppo di anitre arruffate, la riduzione in formato skyline del fiordo di tre secoli fa. Un pub chiuso sulla Oslogate, un edificio turchese amareggiato dallo scorrere delle generazioni, e da una quantità di amori finiti che sono passati per questa strada in cui c’è anche un asilo frequentato da bambini musulmani figli di genitori nati nel Corno d’Africa. La nave, nonostante tutto, può solcare di nuovo l’oceano.