Categoria: Tracce

Parlare del futuro, oggi, è solo fare propaganda

IMG_5855

“Di futuro ce n’è tanto, e a causa della sua abbondanza è propaganda. Come l’erba”. Firmato Iosif Brodskij. Parole sconcertanti, se pensiamo che abbiamo alle spalle un anno e mezzo di proclami, denunce e dichiarazioni sulla fine del mondo entro 12 anni, in mancanza di politiche climatiche adeguate. Brodskij era nato il 24 maggio del 1940 a Pietroburgo (allora Leningrado) e quindi possiamo dire che di catastrofi, di eventi bellici e di rivoluzioni qualcosa ne sapeva. A suo parere il futuro non è fonte di angoscia e neppure un tesoro da conquistare. È semplicemente propaganda. 

Le leggi del mercato ci insegnano che un bene ampiamente disponibile viene venduto ad un prezzo basso perché non è una merce ricercata, o rara. Così sarebbe il futuro: siccome nessuno sa cosa accadrà, quali ipotesi troveranno conferma nella realtà, il domani può essere dissipato in attesa di una maggiore chiarezza, o nella speranza di conferme, oppure, anche, nel desiderio che le previsioni fosche siano una allucinazione collettiva. Entrambi questi atteggiamenti, la dilazione continua, tipica della politica, e l’utopia edulcorata, appannaggio dei personaggi alla Greta Thunberg, strumentalizzano il futuro senza uno scopo preciso se non quello di dissolvere nel nulla il bruciante, spietato e indigesto cinismo che invece servirebbe spargere a piene mani per scongiurare il peggio. 

È così che il futuro (il nostro, quello delle specie animali) arriverà però il 21 gennaio prossimo a Davos, in Svizzera, per il cinquantesimo meeting annuale del World Economic Forum. Quest’anno la questione ambientale sarà al centro delle discussioni con un deciso appello al buon senso: come salvare il Pianeta. Alcuni punti chiave del meeting sono quindi già stati pubblicati sul sito dell’appuntamento: “il mondo degli affari ha bisogno di assumersi la responsabilità del proprio impatto sul clima; abbracciare un futuro più verde aprirà a nuove opportunità di business; un approccio integrato e basato sulla natura è il miglior modo per procedere in questa direzione; negli ultimi 50 anni gli standard di vita sono cresciuti, ma a discapito del clima”. 

Il riferimento allo standard di vita, per lo meno occidentale, è il passaggio più importante degli articoli introduttivi pubblicati sul sito del World Economic Forum. Qui si punta il dito dritto alla questione, e cioè come assicurare prosperità economica al nostro futuro in un Pianeta su cui la scarsità di risorse è già entrata in una spirale discendente. Anna Richards, Chief Executive Officer di Fidelity International cita addirittura uno storico dell’economia, R.H.Tawney, per meglio illustrare il tipo di congiuntura attuale: “Le certezze di una epoca saranno i problemi della successiva”. 

E i problemi della successiva sono presto detti. Stando ai dati della IEA (International Energy Agency) in un contributo della primavera scorsa, che fotografia il 2018: “La domanda di energia nel mondo è cresciuta del 2.3% l’anno scorso, l’incremento più rapido di questa decade, una performance eccezionale sostenuta da una robusta economica globale e da necessità più consistenti di riscaldamento e refrigerazione in alcune regioni. Il gas naturale emerge come il carburante preferenziale, con i maggiori introiti e un conto del 45% sulla crescita complessiva di energia”. Entro il 2050, sempre secondo la IEA, l’aria condizionata sarà il principale driver della richiesta energetica nel mondo. 

Il tipo di discorso economico in corso di preparazione a Davos si regge anch’esso su una idea propagandistica di futuro. In uno scenario globale a quasi 8 miliardi di esseri umani, tutti avidi di un miglioramento sostanziale nelle proprie condizioni di vita, i cambiamenti climatici e l’estinzione di massa (il fatto che il Pianeta sta diventando una monocoltura umana) vengono ascritti ad un disegno provvidenziale di innovazione tecnologica e conversione ideologica. Non si presta alcuna attenzione al tipo di futuro che costruiamo con questo tipo di scelte, ma soltanto al fatto che ci sia un futuro.

Nelle dittature comuniste la monocromia della propaganda era intrisa di conformismo e di omologazione. Il futuro era abbondante, perché conteneva la promessa di un destino compiuto e perfetto. Le ricette erano finalmente state trovate, non restava che applicarle. Ma sarebbe meglio ricordare che questa idea di futuro si fondava sul principio di redenzione implicito nella riflessione di Marx. Il riscatto delle masse sarebbe passato per il passaggio di proprietà dei mezzi di produzione. E noi oggi sappiamo che la storia non finisce, anzi comincia, proprio nel momento in cui chi riesce a mettere le mani sui mezzi di produzione immagina e traduce in realtà un nuovo tipo di esistenza. Possibilità di redenzione e fiducia nella provvidenza sono la storia stessa del capitalismo. Ogni propaganda si sgonfia all’urto della realtà. E per il capitalismo vale ciò che scrisse un grandissimo giornalista ambientale danese, Thorkild Hansen: il capitalismo comincia con la ricchezza e finisce con la povertà. 

Il rischio micidiale nell’abbandono delle aspirazioni politiche che animava l’attivismo degli ambientalisti negli anni Novanta e nei primi anni Duemila è di consegnare quella domanda di giustizia ad una altra ideologia provvidenziale, che ha già un apparato burocratico pronto a stampare moduli e tabelle per un regime verde, rinnovabile, circolare. 

Vivremo presto in un mondo popolato di fantasmi

IMG_5784

Soltanto lo scorso inverno, a Berlino, ho compreso quanto avesse ragione Romain Gary quando diceva che gli ebrei, nella capitale tedesca, sono ancora dappertutto, non se ne sono mai andati, non sono mai scomparsi. La Shoah non ha fatto che confermare la loro presenza. Perché i fantasmi non cambiano indirizzo di residenza per un esorcismo della storia, o del potere, o dei nuovi vincitori. Prendono invece possesso stabile degli edifici in cui un tempo hanno vissuto esistenze felici e gioiose, infestandoli con quella peculiare malattia della civiltà che prende il nome di perenne senso di colpa per crimini ormai irrimediabili.

È andata così. Appena fuori dal mio appartamento berlinese, non potei fare un passo verso il supermercato che già ero inciampata nei due tasselli in ottone, che, nel selciato del marciapiede, ricordano Alice e Brigitte Erb. Abitavano qui, al civico 13 della Niderbarmin, sono state deportate ad Auschwitz nel 1943 e lì uccise. Solo quando i loro nomi sono emersi dalla nebbia anonima di un qualunque tardo pomeriggio berlinese, proprio accanto alla casa dove nei giorni successivi avrei trovato conforto dal freddo e protezione dalla notte, mi sono accorta che il nome stesso della nostra via, Niderbarmin, era un nome ebraico e non tedesco.

Anche i nazisti sono ancora ovunque a Berlino, alla faccia della Berlinale di Cinema e di altre mille voci di contemporanea democrazia di idee e fantasia. Anche questo lo misi a fuoco in una freddissima mattina ventosa, allo Spandau. Appena scesa dalla metropolitana, notai una piccola libreria che esponeva all’esterno libri e pubblicazioni scontate. Tra gli album colorati per i bambini spuntava il saggio di Annette Hinz-Wessels sulla Operazione T4. L’eliminazione sistematica degli handicappati che fu la prova generale dello sterminio degli Ebrei. Questo crimine fu pianificato al civico 4 della Tiergartenstrasse, nel cuore del Tiergarten, un parco e un luogo che oggi sembra suggerire solo il desiderio spregiudicato di sedere su una panchina e leggere i versi di Hoelderlin. Aprii il libro per una sorta di curiosità ipnotica. Ed eccolo, subito, a pagina 41. Il dottor Goebbels, fotografato mentre teneva un comizio il 25 agosto del 1934 al Lustgarten. Fu una fucilata, una interruzione simultanea del principio di realtà. Eccolo, il ministro della propaganda. È lui. Non se ne è mai andato. È qui intorno, gira ovunque, come un cane che fiuta la preda. Supponiamo, poveri noi, di esserci sbarazzati di questi assassini perché sono organicamente morti. Ma ciò che ci hanno mostrato di noi stessi, quello non scompare. La catastrofe ecologica è qui per ricordarcelo, che i fantasmi non evaporano con un atto di ragione. 

Perché stiamo trasformando l’intera biosfera in un mondo popolato di fantasmi. Gli spettri azzittiti, silenziati, annichiliti di migliaia di specie estinte. Se riusciremo nell’impresa di spazzare via la biodiversità ancora allo stato selvatico, ci rimarranno i ricordi spettrali del Pianeta che fu. Gli animali diventeranno totem impotenti, non potremo più evocarli o riportarli indietro, non possederanno più nessun fascino e nessun potere taumaturgico. Gli animali diventeranno come gli antenati sepolti nei cimiteri indiani in Dakota di cui scrive Louise Eldrich. Irraggiungibili.

Ecco perché penso che Berlino sia la città più importante d’Europa in cui farci un esame di coscienza storico tarato sulla realtà. Ed ecco perché credo che una riflessione onesta sui genocidi potrebbe aiutarci non poco a rimettere in carreggiata un ambientalismo ormai asfittico. Arrivederci al 2020. 

L’Inghilterra non lascerà mai l’Unione Europea

IMG_0288

Londra, Inghilterra – Entro gennaio 2020 l’Inghilterra uscirà dall’Unione Europea. Non è del tutto vero. Il voto di ieri consegna il Paese ai conservatori ad amplissima maggioranza ed è proprio per questo che il Regno Unito conferma la sua piena adesione all’Europa. Non l’Europa dei trattati e di Bruxelles, certo. Ma una Europa molto più vera e cogente, che ancora una volta ha dato prova del suo carattere. 

Con Boris Johnson vince infatti un partito che se ne frega del cambiamento climatico e del collasso del Pianeta, che considera la povertà una colpa e che incarna i due pilastri fondativi del Regno Unito. I due pilastri su cui l’Inghilterra ha eretto l’impresa economica di un intero continente: la cultura d’élite di Oxford e Cambridge e l’avidità. Esercitando senza alcuna pietà queste due virtù nazionali, l’Inghilterra ha dato il ritmo all’espansione europea del ‘700 e dell’800. Ognuno di noi in quanto europeo è figlio del Regno Unito.

Ha ragione Rob Watson, il corrispondente politico della BBC, che stamattina alle 6 da Londra parlava della Brexit come di una “cultural identity”. Non solo inglese, stiamocene certi.

L’Europa vuole e ama soltanto se stessa. È capace di improvvisi balzi e di rivoluzioni politiche rapidissime, come appunto dimostra il referendum a valanga sulla Brexit e adesso il voto a favore dei Tory. Niente di questo genere si è ma visto nelle politiche ambientali. E chi è abbastanza lucido da capirlo, lo capisca e taccia impietrito per le conseguenze di un simile spietato ardimento. Lo European Green New Deal è una bazzecola in confronto alla reazione di stampo bellico che occorrerebbe per fronteggiare la catastrofe. E la ragione di questa impostazione che sposta tutto al 2050, come se avessimo ancora una montagna di tempo per negoziare, è che il carattere europeo non può modificare la sua natura.

Un carattere fatto di velieri, di colonie, di carbone, di esplorazioni artiche, di pittura a olio. Un carattere che ben sopporta la convivenza di Cecil John Rhodes e di Carlo Linneo. I diritti umani e i genocidi. 

Il carattere europeo è il grande nemico. Il nemico di un cambio di civiltà che ci permetta di guardare in faccia la catastrofe ecologica. Un nemico che è dentro di noi.

La vera figura politica del prossimo decennio, su questo continente, è la coscienza europea. Avremo abbastanza coraggio per prenderla in considerazione senza moralismi d’accatto? Sapremo sottoporla ad un esame radicale e pronto alla rinuncia? Sono questi gli interrogativi che rendono questo tempo di incertezza sociale e di disintegrazione delle certezze economiche che sono state l’orgoglio europeo del secondo dopoguerra così simile al decennio 1920-1930. Anche allora la coscienza europea era in pieno travaglio. 

È vero. Un pericolo fascista sta facendo i suoi sporchi giochi attorno a noi, in ogni contrada della vecchia Europa. Ma non è il fascismo descritto da Antonio Scurati. È il rifiuto violento, di stomaco, e per questo ancora più crudele e ributtante, di affrontare la catastrofe della biosfera. In nome dello stesso io assoluto di Federico il Grande di Prussia, Maria Teresa d’Austria, Robespierre e Danton, Newton e Kant, Lenin e Churchill: l’Europa.

Perché è indispensabile (oggi più che mai) leggere Peter Handke

IMG_6510 2

Belgrado, Serbia – Quando lo scorso ottobre è stato annunciato il premio Nobel per la letteratura a Peter Handke un coro di polemiche ha in un battere di ciglia offuscato le motivazioni dell’Accademia Svedese per un riconoscimento che va ben oltre la contingenza della critica. Queste motivazioni al conferimento del Nobel ci dicono che Handke ha vinto “per l’efficacia di un lavoro che con semplicità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell’esperienza umana”. Che cosa vuol dire che Handke ha camminato nelle periferie della vita umana? 

Fino a questa stagione di un Nobel per la letteratura diventato una guerra di critiche e disgusto (secondo alcuni Handke sarebbe una sorta di raffinatissimo fascista, viste le sue posizioni sulla Serbia e le guerre nei Balcani) non avevo mai letto con attenzione nessuno dei suoi libri. Ma in tempi di rivisitazione della nostra imbarazzata coscienza europea, che appena adesso s’attarda a prendere in considerazione le proprie responsabilità non tedesche in svariate forme di genocidio in giro per il mondo, non fa mai male soffermarsi su di un autore controverso. Da dove cominciare? Un po’ per caso, un po’ alla ricerca della sua voce originale in tedesco, ho ascoltato Handke nel trailer di un film documentario (“Bin im Wald, kann sein, pass Ich mich verspaete” ossia, Se sono nel bosco, è possibile che tardi un po’) che gli è stato dedicato qualche anno fa e che fu presentato al Festival del Cinema di Locarno. 

Un vecchio di 73 anni, magro, dallo sguardo azzurro e vigile, che passeggia nel bosco della sua casa in campagna. Un vecchio che prende appunti con la matita, disegna, raccoglie funghi. Un vecchio elegante, bello, che scrive di piccole cose con la stessa precisione poetica con cui sceglie ogni sostantivo delle sue frasi dense, appiccicate alla morbidezza dei suoi gesti. Questa luminosa semplicità, che proviene da una intelligenza vivissima, m’è subito sembrata una epifania di qualcosa che non esiste più nella nostra Europa, una condizione del nostro spirito continentale di cui Peter Handke è uno degli ultimi, meravigliosi vecchi. Quel modo, insomma, di stare al mondo che una volta si chiamava Bildung in lingua tedesca, e che non era, fino agli ’60 del secolo scorso, niente altro che la ruvida, brutale certezza che i giovani li si tira grandi con la letteratura. Insegnando loro a guardare il mondo, ossia ad allenare la mente sull’osservazione poetica delle cose. E forse dovremmo, giusto appunto, ricordarci che poesia non è solo comporre versi, ma fermarsi sulle piccole pieghe, sulle increspature, sui fruscii, sugli scricchiolii. Handke questo lo fa da sempre, perché ha imparato a farlo, perché lo sa fare come solo un genio può arrivare a farlo, e perché è uno degli ultimi europei che sanno guardare il mondo con lo sguardo di Goethe. Tra il 1832 e il 1833, allo sfiorire della sua vita, Goethe scrisse di se stesso: “Nato per vedere/Chiamato a guardare (Zum Sehen geboren/ Zum Schauen bestellt). Bestellen in tedesco significa che qualcosa, o qualcuno, è formato in modo da stare in una certa posizione. Si è umani, scrisse Goethe per se stesso e per i posteri, quando si dà voce allo sguardo sul mondo, che possiamo guardare perché siamo fatti per accorgerci del mondo, per stupircene. Questo è il modo in cui Peter Handke scrive. Ed è per questo che la sua prosa ha esplorato le periferie dell’anima umana. In periferia la vita è grezza, essenziale, spoglia. 

Oggi il modo alla Handke, diciamo così, è in via di disfacimento, anzi, potremmo dire che è ormai quasi incomprensibile alle nuove generazioni, a cui è stato invece insegnato, sui banchi di scuola, che stare al mondo in modo poetico frega la carriera, e che imparare a leggere è tutto sommato strumentale, non indispensabile. E tuttavia, la penuria di capacità di osservazione degli elementi naturali e umani conduce ad uno stato di miseria divorante: la incapacità attuale, collettiva, di massa, di mettere a fuoco la catastrofe ecologica. 

Chi fa scorrere lo sguardo, silenzioso e in attesa, sul Pianeta, sui boschi, sugli animali, sulle carpe del Danubio nel mercato di Belgrado, si accorge che il Pianeta sta morendo. Si pone domande sul destino delle specie animali. Ha dentro di sé, un individuo del genere, il cosmo, e non la home page di Amazon. 

E infatti la scrittura di Peter Handke è un programma politico, ossia un modo di vivere intero, in cui c’è coerenza tra atti e intenzioni, tra sentimento dell’esistenza e volontà critica: “Del mio viaggio attraverso la Serbia ho scritto come da sempre scrivo i miei libri, le mie opere letterarie: un narrare lento, interrogante; ogni capoverso tratta e narra un problema, di rappresentazione, di forma, di grammatica – di verosimiglianza estetica; e questo, come da sempre in ciò che scrivo, dalla prima all’ultima parola” (Premessa di Eine winterliche Reise zu den Fluessen Donau, Save, Morawa und Drina oder Gerechtigkeit fuer Serbien). Per gli stessi motivi, mi pare, nel viaggio in Serbia (non ho letto una sola parola fascista in questo capolavoro), sulla Drina, Handke scrive, polemizzando giustamente con il perbenismo sciatto del giornalismo pressapochista: “Il mio lavoro è un altro. Registrare i fatti bruti, e va bene. Per una pace comunque c’è bisogno di una cosa ancora diversa, che non sia da meno dei fatti. Adesso tiri fuori la poetica? Sì, se viene intesa come l’esatto contrario della nebulosità. O, invece di ‘poetica’, diciamo meglio l’elemento unificante, avvolgente – l’impulso alla rimembranza collettiva come unica possibilità di riconciliazione, per la seconda, comune infanzia. E come? Quanto ho annotato qui era destinato, oltre a questo o quel lettore tedesco, anche a questo o quel lettore in Slovenia, Croazia, Serbia, in base all’esperienza che proprio seguendo il tortuoso percorso della registrazione di determinate cose secondarie, comunque molto più efficace che attraverso il martellamento dei fatti principali, si risveglia quel ricordo collettivo, quella seconda infanzia comune. ‘In quel punto del ponte c’è stata per anni una asse traballante’ – ‘Sì, te ne sei accorto anche tu?’ ‘In un punto sotto il matroneo si sentiva l’eco dei passi’ – ‘Sì, te ne sei accorto anche tu?’. Oppure semplicemente deviare dalla prigionia, di noi tutti, nelle chiacchiere della storia e dell’attualità verso un presente incomparabilmente più fecondo: ‘Guarda, adesso nevica. Guarda, lì giocano dei bambini’ (l’arte della deviazione; l’arte come deviazione essenziale). E così là sulla Drina sentii la necessità di far danzare un sasso sull’acqua, lanciandolo  verso la sponda bosniaca (solo che poi non ne trovai neanche uno)”.

Ecco perché a mio parere Peter Handke va letto, e alla svelta. Con la sua prosa Handke protegge le cose e gli elementi, lo spazio e il tempo. Ovunque attorno a noi la profondità delle epoche ormai trascorse, secoli di storie e di atrocità, di missioni impossibili e di una salvezza sempre agognata si intrecciano in un racconto eterno che è il mondo: “Non era nostalgia di casa. Non era quello ad attrarre là. Le bancarelle del latte, anche se ormai da tempo erano fuori servizio, marcite, distrutte o crollate; i fienili, anche se il fieno, quello di tantissimi anni prima, era muffito e guasto; le capanne nei campi, anche se l’ultima delle brocche per il sidro che da sempre vi erano riposte era stata ridotta in cocci dal gelo dell’inverno e nessun topo di campagna avrebbe più cercato di scovare le croste di pane ormai pietrificate o le cotenne di speck trasformate in cuoio: ebbene, tutti quei luoghi tranquilli erano ancora lì, aspettavano qui, in me e accanto a me, e in particolare tutt’intorno a me. Può darsi che la loro esistenza non fosse più così concreta, tangibile e ‘riconoscibile’ come era un tempo, ma forse proprio per questo essa risultava meno vulnerabile alle attuali circostanze – tanto più capace di resistere, perfino di opporre una maggiore resistenza ( tratto da Saggio sul luogo tranquillo, Versuch ueber den Stillen Ort). 

IMG_6511 2

Sulle orme di Von Humboldt sull’Isola dei Musei di Berlino

IMG_5619

Berlino, Germania – In preparazione della spettacolare mostra sui fratelli Alexander e Wilhelm von Humbold al DHM – Deutsches Historisches Museum di Berlino (inaugurazione il prossimo 19 novembre) cresce di intensità nella capitale tedesca il dibattito sul ruolo dei musei nell’Europa che verrà.  Alexander fu un geniale ed avventuroso geografo, tra i messimi esploratori dell’America Latina; suo fratello Wilhelm, invece, scelse la strada degli studi umanistici e si dedicò alla filosofia ed alla linguistica. Due menti affini, poliedriche, che seppero esprimere le due anime profonde dell’Europa tra il XVIII e il XIX secolo, passaggio decisivo nella costruzione della modernità economica e scientifica. Due biografie che, da sole, ci raccontano delle contraddizioni implicite nella spinta espansionistica del vecchio continente, fatta di schiavismo, scoperte botaniche e geologiche, rapacità commerciale e una intuizione raffinatissima sul posto dell’uomo nel cosmo. 

In una epoca di estinzione i musei stanno ritornando ad essere, nonostante la retorica low cost dell’intrattenimento di massa, ciò per cui furono progettati ormai secoli fa: luoghi in cui è possibile, nello sgomento e nella fascinazione, scoprire le cause remote delle attitudini culturali umane che ci hanno condotto al nostro sconvolgente presente di distruzione del Pianeta. Qualunque tipo di museo è coinvolto in questo processo di auto-riconoscimento (le tracce del nostro ingegno, delle nostre conquiste e delle nostre elaborazioni morali sono ovunque), ma un ruolo senza dubbio singolare lo hanno, ormai, le collezioni etnologiche di Berlino, che dicono con sconcertante attualità quanto sia indispensabile ripensare la nostra relazione con il continente africano. La crisi migratoria in corso ci obbliga infatti a chiederci con urgenza chi siano i popoli con cui abbiamo a che fare e per quale motivo sembra che l’unico atteggiamento possibile nei confronti dell’Africa, per buona parte degli Europei, sia di pietistica commiserazione. Per questo la mostra sui fratelli Von Humbold arriva al momento giusto nel posto giusto. 

Al centro di quell’impressionante “acropoli della memoria e del futuro” che è, oggi, l’Isola dei Musei di Berlino. 

L’attitudine all’esplorazione degli Humboldt è alla radice dell’impresa economica moderna, cioè la costruzione di un capitalismo transoceanico in grado di connettere tutti i mercati del globo. Ma è anche il carattere originario dell’esperienza scientifica. La scorsa primavera SCIENCE ha pubblicato un vasto reportage che svela la verità delle nostre collezioni scientifiche: per i primi naturalisti del ‘700 era indispensabile appoggiarsi ai capitani in forza sulla rotta degli schiavi per recuperare piante, animali, ossa, insetti che poi divennero, nelle capitali europee del nebbioso nord, reperti. In maniera non diversa l’etnologia ottocentesca nasce in un clima di curiosità ed esotismo, razzismo e ferrea volontà di studio, ma è proprio la sua ansia descrittiva che ha finito con l’acconsentire alla rapina di oggetti d’arte africana, gli stessi che ora sono custoditi nei principali musei europei. Capolavori rubati, trafugati, sulla cui restituzione si rincorrono oggi pareri discordanti. Felwine Sarr, l’economista e filosofo senegalese incaricato nel 2018 dal presidente francese Emanuelle Macron di stilare, insieme alla storica Bénédicte Savoy, un rapporto speciale sulla questione della restituzione, ha spiegato l’intera questione a DIE ZEIT con una chiarezza encomiabile: “ Si tratta di rifondare una relazione tra Africa ed Europa. La questione della restituzione è soltanto il primo livello di un dibattito non così interessante. La terza parte del nostro Rapporto (ndr, per Emanuelle Macron) è, a onor del vero, la più importante, ma anche la meno discussa. Di solito nessuno la legge. Eppure qui noi abbiamo parlato di nuovi legami etnici e della loro chance di divenire effettivi. Poiché gli oggetti, è questo, sono ormai parte tanto dell’Africa quanto dell’Europa. Sono oggetti rituali, ma sono anche pezzi da museo. Se prendiamo sul serio questa forma di ‘creolizzazione’, allora questi oggetti possono essere interpretati come dei mediatori, degli strumenti, per ricostruire la storia e avvicinare l’una all’altra Africa ed Europa. Soltanto a quel punto saremo in grado di trovare un terreno comune di cooperazione e rispetto”. 

La collega di Sarr, Bénédicte Savoy, è una delle curatrici della mostra su Humboldt. Di tutto questo non c’è traccia sui giornali italiani, benché il nostro Paese sia dal 2013 al centro del tifone tropicale delle migrazioni dall’Africa all’Europa. Quando si tratta di Africa, la stampa nostrana o insiste su retoriche da sinistra obsoleta (dedita al piagnisteo piuttosto che alla analisi della realtà) o, all’opposto, dà spazio ai deliri razzisti della destra semianalfabeta. Si ottiene così l’obiettivo inconscio di perpetuare gli stereotipi sull’Africa tipici degli anni Settanta e Ottanta (africani poveri, malnutriti, morti di fame, che non potrebbero mai avere qualcosa da dire alla coltissima Europa). Non è un caso che un discorso del genere permei ogni partito politico, come si è visto a ottobre nella Leopolda di Firenze, trampolino per Italia Viva. Matteo Renzi s’è lanciato in una concione sulla necessità di aiutare a casa loro gli Africani, installando però milioni di pannelli solari europei nel deserto del Sahara in modo da ottenere, a casa altrui, la nostra indipendenza energetica. Questa narrativa Renzi la sfrutta anche sulla sua pagina Facebook. Domenica 3 novembre ha postato un articolo di giornale (probabilmente dal Corriere della Sera), di sapore neocoloniale ( Eni, Coldiretti e Bonifiche Ferraresi che investono sull’agricoltura sostenibile in Ghana): “L’unico modo per gestire l’immigrazione è investire in Africa. Farlo come Europei, non lasciarlo fare ai cinesi. Aiutarli a casa loro, si direbbe con uno slogan. Eni, Coldiretti e Bonifiche ferrarei ci stanno provando sul serio. Bravi!”. Quindi il messaggio è chiaro. Essendo incapaci di sviluppare un proprio modello economico post capitalista, i paesi dell’Africa occidentale come il Ghana vanno ricolonizzati seguendo le linee guida (già viste) dell’esportazione dello sviluppo. Tacendo delle voci africane, come Sarr, che rivendicano il diritto dell’Africa di pensare da sola, di riscoprire la propria autonomia di rappresentazione nel XXI secolo. Questo neocolonialismo ignorante e suicida (i cambiamenti climatici imporranno la loro agenda all’Europa, attraverso le genti africane, nonostante le sparate da boy scout cattolico di Matteo Renzi) può essere sconfitto esplorando gli oggetti di un museo. Nel tempo dell’estinzione, delle macerie e della memoria, le tracce dei nostri atteggiamenti culturali più spietati e antichi stanno nei musei, nei libri, nelle opere d’arte. In ciò che abbiamo creato, o rubato, mentre imparavamo a diventare sempre più crudeli, con il Pianeta e i nostri simili. 

Intanto, in attesa della conferenza stampa di inaugurazione della mostra al DHM, è uscito in Germania il libro dello storico storico americano H.Glenn Penny: Sulle orme di Humboldt. La tragica storia della etnologia tedesca”. Glenn si sofferma sulla figura di Adolf Bastian, un ex medico di marina che negli ultimi 25 anni dell’Ottocento fondò le collezioni berlinesi sulla scorta di una idea oggi dismessa di raccolta museale: una iper-collezione, un Museo dei Popoli, e cioè il museo universale dell’umanità tutta. Bastian non credeva quindi che il museo dovesse essere una platea di oggetti esotici in mostra, ma una officina in grado di produrre conoscenza. La sua impostazione, per Glenn, è andata persa a tutto vantaggio della concezione del museo come prodotto preconfezionato senza un largo orizzonte. Di qui la sua opposizione allo Humboldt Forum: “sarà solo una altra collezione senz’anima, con in più un bar per bersi un espresso”. L’alternativa dovrebbe assomigliare alle speranze di Adolf Bastian: fare di questo luogo un posto in cui apprendere la storia delle sue collezioni, con l’aiuto di curatori e studiosi di quei Paesi da cui gli oggetti artistici provengono. Per ora, non è affatto cosa da poco che nella fredda Berlino di inizio inverno le quasi perdute foreste tropicali dell’Africa centrale ed Occidentale abbiano una voce, che rincorre le nostre voci, che cercano la sua. 

Forse in Botswana le origini di Homo sapiens (e della libertà)

IMG_6896

Botswana, Africa meridionale – Il 28 ottobre è uscito su Nature ( “Human origins in a southern African palaeo-wetland and first migrations”) uno studio paleonantropologico estremamente suggestivo: la culla geografica di tutti gli esseri umani moderni sarebbe in Botswana, in una area oggi collocabile tra il delta del fiume Okavango e le regioni aridissime dei Makgadikgadi Salt Pans, al centro del deserto del Kalahari. Homo sapiens così come lo conosciamo, la specie, cioè, in grado di colonizzare e dominare tutto il Pianeta, non sarebbe nata nell’Africa Orientale, ma in Botswana. I nostri progenitori sarebbero dunque una piccola comunità di cacciatori raccoglitori di 200mila anni fa geneticamente affini ai Khoisan, o boscimani, che in poche migliaia ancora abitano il Botswana centrale e meridionale. Questo studio, che ha immediatamente suscitato dibattito e non sempre consenso tra gli esperti, non si basa sulla comparazione di reperti fossili, ma sulla analisi del mitogenoma, ossia del dna mitocondriale di 1217 individui appartenenti a diversi gruppi etnici africani. 

Il dibattito sul tassello numero uno del puzzle evolutivo umano attraversa una fase particolarmente fertile di ipotesi. E incrocia la discussione sul futuro del Pianeta, aggiungendo elementi di peso filosofico alla ricostruzione della nostra identità primaria, che è poi quella di specie. Questo è il motivo principale per cui vale la pena parlarne senza indugi, salvaguardando tutta la complessità dell’argomento. 

Nel suo articolo su Scientific American sulle novità dal Botswana, Richard Conniff ha ricordato un secondo studio, pubblicato sempre su Nature ( il 10 settembre scorso: “Deciphering African late middle Pleistocene hominin diversity and the origin of our species”). Gli autori avvertono che “le origini di Homo sapiens rimangono oggetto di controversia. L’estensione dello schema geografico della diversità morfologica fra gli ominidi africani nel periodo centrale del tardo Pleistocene è in parte sconosciuta, fatto che preclude una definizione precisa dei limiti di variabilità dei primi Homo sapiens e della interpretazione dei fossili presi uno per uno”. Sappiamo cioè ancora molto poco non solo dei primi Sapiens, ma dei contesti geografici in cui si sono evoluti e se tra le singole popolazioni ci fossero delle differenze. Il processo evolutivo che ha condotto a noi, questo pare chiaro, fu complesso ed esistettero, nel contesto africano, linee di derivazione diverse: non tutte contribuirono a dare origine ad Homo sapiens. “Sulla base dei fossili disponibili, Homo sapiens sembra essere nato dalla confluenza di popolazioni-fonte dell’Africa meridionale e orientale, mentre i fossili nordafricani potrebbero rappresentare una popolazione che confluì per ibridazione nei Neandertal durante la fase mediana del tardo Pleistocene”. In generale, la cornice teorica sulla questione dell’origine dei Sapiens è stata profondamente modificata, si legge in questo studio, non solo dalle ultime scoperte, ma anche da diverse tecniche analitiche, compresa la paleo-genetica. Secondo l’ipotesi che colloca in Botswana la culla della nostra specie, ci furono due grandi migrazioni, entrambe collegate ad alterazioni climatiche, che spinsero i Sapiens verso altre regioni del continente: la prima, 130mila anni fa, verso nord-est, in una fase più umida; e la seconda, attorno ai 110mila anni fa, verso il sud ovest. I fossili rimangono però indizi fondamentali nella ricostruzione di un passato cruciale per tutto il Pianeta ed è sulla non sufficiente considerazione dei resti fossili (e della loro provenienza), a tutto vantaggio delle evidenze genetiche, che, ad esempio Ian Tattersall – raggiunto via email – esprime i suoi dubbi sulla rilevanza complessiva dell’ipotesi Botswana. Dice Tattersall: “Ritengo molto probabile che gli esseri umani moderni siano i discendenti di una piccola popolazione ancestrale collocata in Africa. Il Botswana potrebbe andare bene, come molti altri luoghi. Ma a questa distanza nel tempo, e sapendo che le popolazioni umane tendono a spostarsi e a mischiarsi, è inverosimile che quanto è registrato nel dna mitocondriale potrà decidere in via definitiva questo interrogativo”. 

Quando osserviamo le grandezze temporali in gioco nelle linee di discendenza che hanno prodotto prima le scimmie antropomorfe del Miocene, poi le australopitecine, quindi Homo erectus e poi, in qualche luogo e per qualche motivo, Homo sapiens, la immensità del tempo geologico ed evolutivo ci sommerge. Quasi trenta milioni di anni per giungere agli ultimi diecimila in cui è cambiata letteralmente ogni cosa. Eppure, è proprio in questa enorme distanza spazio-tempo che possiamo provare a comprendere quanto casuale e imprevista sia stata la nostra comparsa, in mezzo a specie che ci assomigliavano, ma che non erano “umani” nel senso che attribuiamo a questa parola. La sensazione quasi istintiva di potere che proviamo oggi quando contempliamo gli altri animali è solo un prodotto secondario della nostra evoluzione. Molto più semplicemente, se ci guardiamo alle spalle, possiamo ricostruire occasioni adattative e soluzioni anatomiche che, come negli esperimenti condotti in un grande laboratorio, hanno infine tentato la sorte con Homo sapiens. L’incertezza scientifica, la sostanziosa mancanza di fossili, che grava sui passaggi cruciali di questa storia evolutiva, può anche rappresentare un vuoto fondamentale della nostra coscienza. Ci sono molte lacune nella nostra identità, non sappiamo tutto di noi e quindi siamo costretti a fare i conti con dubbi morali sempre più enigmatici sul posto che occupiamo sul Pianeta e sulle scelte che compiamo.  Siamo coinvolti nel nostro stesso buio, in una tenebra che è emozionante, e che però dà anche le vertigini. Abbiamo imparato ad essere radicalmente liberi, ma non sappiamo con precisione da dove ci venga questa passione per la libertà. 

Quello che, invece, sappiamo è che le indagini paleontologiche sulle origini umane ci pongono faccia a faccia con gli antenati. Specie estinte che stanno sulla nostra linea di derivazione, padri fondatori, generazioni di pionieri (come i pittori della grotta di Chauvet di 36mila anni fa): tutti soggetti, ossia protagonisti, di un passato che non smette di dare forma al nostro presente attraverso i vincoli biologici della nostra identità più profonda. Dal punto di vista morale dunque, oltre che scientifico, non esiste discorso sul futuro che non sia anche un discorso sul passato. 

Il pensiero africano contemporaneo ci può essere di grande aiuto per inquadrare correttamente il ruolo della evoluzione nella definizione delle nostre attuali responsabilità, perché in molti pensatori africani è ancora vivo un problema teoretico che in Europa consideriamo (a torto) superato, ossia il problema di dove mettere il passato, di come dargli valore senza rinnegare il futuro. L’economista e filosofo senegalese Felwine Sarr esplora spesso questi argomenti e anzi li pone al centro del movimento di rinnovamento della coscienza collettiva africana. Come è facilmente intuibile, l’analisi della condizione culturale e psicologica delle nazioni africane è segnata dalla frattura coloniale. Ma Sarr ragiona in realtà su di un aspetto della questione del passato che coinvolge tutti noi uomini e donne del XXI secolo su di un piano di responsabilità storica sottovalutato in Europa. Qualunque passato umano è ormai costellato di delitti e atrocità, in ogni continente. Proprio per questo, sostiene Sarr, “la condizione della vera crescita e della creatività si deve ancorare al diventare più antichi e anche più nuovi. Su questo rapporto il lavoro di memoria, di storia, di riconciliazione con le multiple fonti della propria identità ma anche recupero e riordino è imperioso”. 

È un discorso africano, è vero, che però, seguendo la sollecitazione di Wole Soynka a chiedersi che cosa l’Africa possa fare per il mondo oggi, può avere una sua coerenza anche per noi e mostrarci una strada. Un discorso sugli antenati ( paleo-antropologico e genetico) è indispensabile, se vogliamo provare a costruire un discorso nuovo sul Pianeta, i suoi animali, i suoi habitat e il suo futuro. È, per citare ancora Soynka, “self apprehension”: capire se stessi appropriandosi di se stessi. In un prisma temporale. 

Avvertenza: per tutti gli interessantissimi dubbi sulla ipotesi Botswana Richard Conniff mi ha consigliato di leggere questa analisi uscita su The Atlantic. 

 

Dobbiamo tutti diventare degli storici

IMG_5655

Un esercizio utile per capire quanto siamo dentro il nostro tempo, quanto cioè comprendiamo l’epoca in cui ci è capitato di stare su questo Pianeta, e fino a che punto ce ne sentiamo o meno protagonisti, è rivedere i film che ci hanno entusiasmato, e di cui conosciamo ogni dettaglio. I cult movie di cui sappiamo già la trama, in altre parole, sul cui intreccio abbiamo già letto di tutto, e che però, alla faccia dell’ormai impossibile effetto sorpresa, continuano ad inchiodarci alla poltrona davanti alla televisione. Questo è il caso, ad esempio di Titanic, il capolavoro (forse) di James Cameron, oggi uomo della National Geographic Society grazie alla sua impresa nella Fossa delle Marianne del 2012. Quando rivediamo per la centesima volta ( come ieri sera) un cult movie che conosciamo a memoria ci accorgiamo, immancabilmente, di qualche sfumatura che avevamo ignorato o sottovalutato. Qualcosa di nuovo fa breccia e pensiamo che il capolavoro stia tutto lì, nel fatto cioè che una sceneggiatura sia così ben calibrata da sprigionare nuovi significati nel corso del tempo. Ma le cose stanno in un modo completamente diverso.

I Greci non andavano a teatro per sapere come sarebbe finita la saga degli Atridi o se un certo eroe avrebbe pagato con la vita l’offesa recata agli Dei, e la loro invidia. Ci andavano perché la rilettura del testo fondamentale di un mito (la tragedia così come la interpretava un certo poeta) riservava loro una esperienza originale del reale e delle sue contraddizioni. Non è cioè la storia in se stessa che si modifica, ma il modo in cui noi (o i Greci) la osserviamo. Quando il presente già visto ci dice una parola mai ascoltata prima ciò avviene perché la nostra coscienza storica ha preso ad analizzare il reale con nuove categorie. Dentro di noi la capacità di comprendere le cose è mutata, si è ampliata, o si è contratta, si è rattrappita sulla noia o invece si è aperta all’impensato. 

È il richiamo del reale che modifica lo sguardo sulle cose del mondo. 

Ecco perché essere dei soggetti storici consapevoli della nostra epoca – una epoca di estinzione – significa aderire al principio di realtà, ossia ad un bisogno coraggioso di rispondere ai dati di fatto del presente, e non ad illusioni, proiezioni, vane speranze. Non possiamo essere presenti a noi stessi se non siamo presenti all’epoca in cui viviamo: non ci è dato essere individui capaci di progetti, cittadini informati e persone consapevoli al di fuori di una considerazione complessiva di questo XXI secolo, della crisi delle economie fondate sui combustibili fossili, del prezzo che la biosfera ha pagato per il nostro comfort di massa. La nostra singola, autonoma, preziosa esistenza è il punto di partenza di uno sguardo sul mondo davvero storico. 

Negli anni Venti del secolo scorso il pensiero europeo provò a ripensare attorno al problema dell’esistenza ( e cioè sostanzialmente il problema dell’essere qui, sul Pianeta) anche i problemi, ancora più insondabili e tragici, del buio sempre incombente sulla coscienza umana. Il sentimento, cioè, che l’essere umano sia in fondo così solo, mortale e fragile da non poter riscattare l’esistenza in un progetto coerente con l’essere del mondo. Eppure, si diceva, ci deve pur essere una via per cui un uomo può trovarsi in coerente sintonia con il resto delle cose viventi. Oggi queste domande sono più aperte che mai. La catastrofe ecologica intorno a noi dà forma alle nostre vite ( vi siete accorti di quanto costa un chilo di farina di castagne in questi giorni?), anche nel senso che il collasso della Terra, trovandoci vigili e pronti a comprendere, a esplorare, a sperimentare, nella nostra piccola vita quotidiana, ci impone il peso della Storia. Di una esistenza che sappia di se stessa e della propria epoca. 

Cos’è l’estinzione? Solitudine

IMG_6425

È troppo poco sostenere che l’estinzione sia soltanto la perdita irreversibile del patrimonio biologico del nostro Pianeta. Troppo poco, perché la parola stessa, patrimonio, rimanda a qualcosa di ben più intimo dei freddi dati statistici. Estinguere significa prima di tutto perdita assoluta, trovare il nulla là dove, invece, si sospettava di poter recuperare un senso. Gli esseri umani sembrano trovarsi particolarmente a proprio agio nella scoperta del potere immenso dell’oblio e della collera impotente della nostalgia. Per gli umani la consapevolezza di ciò che non potrà mai più tornare è una ispirazione. Tantissime volte è bastato questo per scrivere capolavori della letteratura, per osare indagini sulla arcaicità delle emozioni fondamentali prodotte nel nostro cervello, e dipingere quadri che riproducono in modo stupefacente la realtà vista da noi. Possiamo senz’altro dire che una consistente porzione della percezione orgogliosa che abbiamo della nostra specie dipenda da questa tendenza a far tesoro della perdita, trasformandola in un anelito pressoché infinito al sublime. Siamo così innamorati della forza creatrice del sentimento della perdita che ne ignoriamo quasi sempre gli effetti collaterali. Ma una perdita è definitiva. Ed è per questo che se abbiamo fatto di tutto per separarci da qualcosa o da qualcuno, dalle foreste ad esempio, o dalle tigri siberiane, non avremo solo il criticabile diritto di tessere orazioni funebri ed elogi della bellezza scomparsa; ci ritroveremo, soprattutto, immersi fino al collo in una nuova dimensione storica ed esistenziale che stava nelle premesse implicite della possibilità della perdita. L’estinzione è esattamente questo: una inedita epoca storica, in cui, ormai, la coscienza della perdita permea ogni angolo della nostra esperienza del mondo, lasciandoci soli con sentimenti che mai avremmo immaginato di provare nei confronti della nostra famiglia tassonomica. L’estinzione è dappertutto. È un colore, una nebbia sottile che non si dirada mai completamente, una atmosfera di inquietudine e senso di colpa, che assomiglia molto ai sentimenti esistenzialisti che coinvolsero la società europea all’indomani dell’armistizio della Prima Guerra Mondiale. Quando scoprimmo, in altre parole, in che cosa consisteva esattamente il nostro essere moderni. 

Wolfram Eilenberger (Il tempo degli stregoni) ha ricostruito in modo estremamente lucido e preciso quel passaggio storico, mostrando che lo sconvolgimento della Grande Guerra aveva preso possesso in pianta stabile delle menti più illuminate degli anni ’20, le quali erano alle prese, tanto nel campo della logica quanto in quello della filosofia, con domande brutali sulla coesistenza ontologica, negli esseri umani, di un vuoto autodistruttivo e di una inarrestabile fame di affermazione storica. Perché gli umani continuano a rimanere aggrappati al desiderio di conquista, di costruzione di imperi, di espansione economica, se dentro di loro alberga un abisso esistenziale fatto dello stesso materiale disperato, insano ed esplosivo di cui sono fatti i peggiori istinti bellici? Come si può rimanere umani quanto l’esistenza, è chiaro, è un essere per la morte, o, nel migliore dei casi, un non senso inscritto nelle stesse impressionanti strutture del linguaggio? Quando l’esistenza stessa diventa un problema, allora l’essere umano è costretto ad interrogarsi sulla tenuta complessiva del suo mondo. Oggi viviamo qualcosa di assolutamente analogo. L’estinzione, aggravata dalla catastrofe climatica, ci interroga sulla ragionevolezza delle società avanzate del XXI secolo, e sulla coerenza biologica del nostro posto su un Pianeta che abbiamo in buona parte distrutto. 

Scrive a questo proposito Ian Tattersal, il grande paleoantropologo americano del Natural History Museum di New York: “Quando gli esseri umani moderni hanno raggiunto l’Europa, i Neandertal hanno ceduto il passo. Quando si sono spinti nell’Asia meridionale è stato Homo erectus a sparire, anche se in una fase altrettanto recente proliferava nel suo ultimo avamposto insulare dell’Asia sudorientale. Lo stesso è accaduto, un po’ di tempo dopo, nel caso degli sfortunati Hobbit di Flores e probabilmente anche in varie località dell’Africa poco studiate, dove altri ominidi erano riusciti a sopravvivere ai rigori dello stadio MIS 4 ( ndr, una delle fasi più fredde del Pleistocene). C’era davvero qualcosa di speciale nei nuovi invasori. Fin dall’inizio dell’evoluzione umana il mondo ha ospitato diverse specie di ominidi nello stesso tempo, e talvolta molte di esse coabitavano nel medesimo ambiente. Ma quando i nostri antenati hanno abbandonato l’Africa il mondo è diventato rapidamente una monocoltura ‘umana’. Questo particolare ci insegna qualcosa di importante su noi stessi: non soltanto siamo incapaci di tollerare la competizione, ma possediamo anche mezzi incomparabili per esprimere e imporre tale intolleranza. È una riflessione da tenere bene a mente, visto che continuiamo a perseguire con violenza i nostri più stretti parenti, con il rischio di portarli all’estinzione”. 

La monocoltura umana è il Pianeta del nostro presente, abitato da quasi 8 miliardi di persone, con 1 milione di specie in estinzione e i grandi mammiferi confinati in habitat sotto assedio. Che significato ha questa condizione storica? Io credo che il nucleo più autentico dell’estinzione sia la solitudine. Non solo perché estinguendo tutte le altre specie animali e vegetali non rimarrà nessun altro essere vivente con cui condividere l’esperienza del Pianeta; completamente soli, finiremo con il guardarci allo specchio con un sentimento di sgomento e di alienazione, e vedremo in noi stessi una tautologia autoreplicante.  Questo tipo di solitudine è già tra noi, ne possiamo udire gli scricchiolii. 

Non è dunque l’orrore a dominare il nostro sentimento della fine della natura, come sembra suggerire anche il lungo excursus Appetite for Extinction pubblicato dal magazine on line (italianissimo) NOT (not.neroeditions.com) e scritto da Tommaso Guariento. Il ragionamento dell’autore parte da una recensione dell’acclamata serie HBO sull’incidente nucleare di Chernobyl. Moltissime persone che ignorano cosa sia l’IPCC hanno invece seguito questa storia televisiva sovietica con un entusiasmo che mai metterebbero nell’informarsi sulla estinzione di massa ormai alle porte. Infatti, spiega Guariento, “anche senza spingere troppo sulla sovrainterpretazione, è abbastanza chiaro che questa serie funziona come una specie di monito verso la catastrofe climatica che stiamo vivendo. In particolare, la contrapposizione fra volontà di verità del discorso scientifico e volontà di potere della prassi politica torna, in forma mutata, nell’epoca dell’Antropocene”. Facendo riferimento a numerosi studi ( ad esempio del prestigioso Breakthrough Institute) l’autore sostiene la tesi che Homo sapiens sia, per ragioni cognitive inscritte nella nostra stessa evoluzione, incapace di immaginare la propria fine, ma che proprio per questo la rappresentazione dell’apocalisse della natura “continua ad affascinarci e a catturare le nostre limitate riserve di attenzione”. D’altronde, “ormai è troppo tardi per pensare razionalmente a un futuro che preservi le stesse forme di vita del nostro presente”. Per Guariento, dunque, la fiction apocalittica ha un suo ruolo ben preciso nella strategia psicologica con cui le persone comuni tentano di scendere a patti con il disastro ambientale: “da un lato, mentre il clima globale sembra essere uscito dai suoi cardini, le finzioni apocalittiche come Chernobyl consumano la nostra attenzione, che potrebbe essere rivolta alla ricerca immediata di soluzioni collettive. Dall’altro, all’interno delle finzioni noi incontriamo l’aspetto orrido del Reale, e, come sostiene Matteo Meschiari, ci esercitiamo per futura sopravvivenza in un mondo devastato e inospitale”. 

Questa interpretazione, fondata sulla rielaborazione del grande tema spettacolare della “fine del mondo”, è a mio parere molto riduttiva. L’estinzione è una condizione dannatamente concreta, non solo perché già adesso negli ecosistemi risparmiati all’agricoltura le popolazioni animali sono sempre più rarefatte, ma soprattutto perché noi viviamo in una epoca di estinzione. E questo significa che l’intera nostra vita quotidiana, il nostro pensiero su noi stessi e il mondo, sono plasmati dal declino della vita biologica. Siamo nella storia del XXI secolo esattamente come siamo nella storia dell’estinzione. Non possiamo tirarci fuori dall’obbligo di appartenente a questa epoca, che ci impone una responsabilità prima di tutto esistenziale. A dispetto dell’individualismo tipico degli stili di vita contemporanei, ognuno di noi è figlio dell’Antropocene. Può fregarsene, non poterci fare nulla, ma la sua esistenza emotiva e spirituale è condizionata dal tempo dell’estinzione. E cioè, in parole da bar, dalla perdita, dall’abbandono e dalla solitudine. Ciascuna di queste condizioni la imponiamo alle faune del Pianeta e imponendola agli animali e alle piante la imponiamo anche a noi stessi. 

Per tutte queste ragioni, se vogliamo rispondere alla domanda, ma, allora, che cosa è l’estinzione, dobbiamo metterci in cammino. La ricerca di una risposta a questa domanda assomiglia ad una pista incerta, e spesso interrotta, in una foresta, o nel caos urbano di una megalopoli, che ancora protegge, qua e là, qualche edificio storico ormai allestito a museo, soffocato nei particolati, abbandonato a se stesso. Su questa pista ci sono frammenti, fossili, reperti, quadri, archivi, elementi sparsi in attesa di qualcuno che sappia dare loro un nome. Il racconto dell’estinzione non può che procedere per frammenti, perché viviamo in una epoca di rovine, ma proprio per questo è in qualunque esperienza umana (artistica, letteraria, tecnologica, poetica, scientifica) che possiamo identificare le tracce del presente in disfacimento. 

 

L’estate in cui finì l’Olocene

s. 8327
(Photo Credit: @Museo Egizio, Torino)

È cominciata con una confusione in cielo, sotto le nuvole. È cominciata con la notte che scende giù di botto, in pochi minuti, e cancella il nome della stagione scritta sul calendario. In una sorta di rappresentazione biblica, senza un Dio irato a cui appellarsi con speranzose suppliche, le tenebre soppiantano la luce dell’estate. E poi tutto il calore abnorme accumulato in giorni e giorni a quaranta gradi si tramuta in grandine, pioggia, e sgomento. Nell’estate che ha segnato la fine dell’Olocene – luglio è stato il mese più caldo mai registrato, come hanno confermato le rilevazioni satellitari europee del Copernicus Climate Change Service  il cielo sopra di noi s’è fatto impudico. È un impostore, perché ci parla dell’autunno, ma siamo invece in una estate che non abbiamo più il diritto di chiamare estate. 

Non è solo ansia climatica, depressione da global warming, o come preferiscono definirla i gruppi scelti di psichiatri di lingua inglese che s’affanno a spiegarci, guarda un po’, come il collasso del Pianeta indurrà sentimenti di scoramento estremi nelle nostre anime esauste. È il nuovo tipo di tifoni improvvisi che scende come una nemesi sulle città torride con una frequenza sempre più ravvicinata ed imprevedibile. Primo agosto, stazione centrale di Milano, regionale veloce delle ore 8 per Torino Porta Susa. Nella seconda heat wave di questo 2019, il sapore della desolazione è una noia impotente. Ovunque si respira l’aria viziata della disfatta climatica. 

Il fatto è che questa è l’estate del climate apartheid. Qui a Milano, mentre l’amministrazione comunale di Beppe Sala acclamava l’assegnazione delle Olimpiadi Invernali senza neve del 2026, la differenza razziale tra chi vive con un condizionatore e chi non vede l’ora di salire sulla metropolitana per stare almeno venti minuti al fresco la prima decade di luglio l’aveva già rivelata agli occhi indiscreti dei poveri. Quando il buio di un tifone tropicale a 415 ppm di CO2 si abbatte sulla città, il sottosuolo dei precari, dei sottopagati, degli scarti di vario genere e grado che prendono i mezzi pubblici, e la sera tornano nei loro appartamenti in affitto, non ha solo paura. Avverte gli insani scricchiolii della solitudine climatica totale. Perché non abbiamo tutti gli stessi diritti, nel post Olocene. Nel pieno di un tifone, dai finestrini del bus ATM,  le ville di Viale Lombardia, chiuse per ferie, annegate nei loro giardini privati, raccontano la storia meneghina di Milano a cui il sottosuolo non potrà mai accedere. La gente che sta sull’autobus ci va a fare le pulizie, in quelle dimore. Il clima, è solo soldi. Quelli che ti servirebbero per comprare un condizionatore, e succhiare energia, e aggravare il riscaldamento del globo, ma tu hai una vita di sette-otto decadi da consumare su questo Pianeta, mica una eternità per sentirti in colpa o inventare soluzioni alle sofferenze collettive. La gente che sta sull’autobus non ci va in vacanza. E allora sotto con gli effetti collaterali del tifone, che costringe i coloured del regime di apartheid energetico a diventare testimoni della catastrofe. Soldati richiamati alle armi. Soldati che non possono disertare, come fanno i ricchi, e che devono invece scivolare nelle retrovie della sconfitta sociale. Non lo avevamo ancora capito, ma è il cielo sopra di noi, da cui proviene il tifone, a sapere bene che cosa fare delle nostre vite. 

Questi programmi scritti da altri, e però ormai impliciti nelle esistenze degli uomini, e peggio va per i peggio messi quanto a risorse economiche, sono lo schema di massima della fine dei tempi. L’epoca attuale esaurisce se stessa nelle proprie rovine; poco assomiglia al tramonto dell’occidente di Oswald Spengler, Ludwig Klages e Max Scheler, se non altro perché nessuno si aspetta più un nuovo avvento o una rinascita dello spirito. Siamo nel punto preciso individuato da Cioran al principio degli anni ’50 del secolo scorso: “Per amore o per forza, subiremo l’esperienza di una eclisse storica, l’imperativo della confusione”. Gli ambientalisti stanno ovviamente dalla parte del per forza, pur tentando di non cedere alla forza delle cose già in atto, e di sottrarre alla forza un po’ del suo impeto a effetto domino. 

IMG_2623
(Photo Credit: Extinction Rebellion Twitter, Summer Uprising July 2019, Wales)

La nostra auto-rappresentazione del presente oscilla tra un ripiegamento totale ed egoistico sull’impresa personale, meschina od eroica che sia, e un titanismo della sconfitta, che può mirare solo ad una mutilata sopravvivenza. Con habitat ridotti a frammenti di un Pianeta che non esiste più, e specie condannate a smarrire nell’impronta ecologica umana il loro potenziale evolutivo. In fondo, è questo panorama artificiale, e cioè artefatto, che Extinction Rebellion consegna ai cuori puri e rivoltosi dell’Europa. Facciamo esperienza della fine di un sogno durato cinque secoli, diciamo addio al miracolo consegnato all’umanità dall’atto assoluto di Magellano, salutiamo la fatica immane, per seguire Peter Sloderdijk, con cui in millenni di storia abbiamo tentato di emanciparci dalla rassegnazione, dalla miseria e dalla morte, trovando nella economia globale del Pianeta il carburante che ci occorreva per smettere di sottomettersi a tutto in nome della imitato Christi. Adesso torniamo a subire, subiamo come bestie da soma, a milioni, il caldo invincibile e vendicativo dei 40 gradi Celsius: “le questioni onto-storiche decisive sono perciò: che cosa è propriamente ciò che viene verso di noi? – scrive Sloterdijk parafrasando gli anni Venti del secolo scorso – Che cosa avrà abbastanza forza da trascinarci con sé per una nuova convinzione?”. Nessuna ONG ha una risposta a questa domanda. 

Siamo in una guerra, una guerra nuova, è vero, ma pur sempre un conflitto. E forse è per questo che l’ode alla guerra del monumento ad Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, in Piazza Castello, a Torino, è così brutale agli occhi di un moderno. Il fondamentale spirito guerriero che ha forgiato le nostre comodità, l’adorabile sensazione di conforto che proviamo verso le conquiste energetiche della vita quotidiana, come il condizionatore e l’acqua calda della doccia, ci imbarazza. Noi siamo per i diritti civili e umani. Eppure, ecco che la tendenza aborrita a far la guerra per far pagare a qualcun altro la fame fondamentale dell’Occidente (la bio-economia europea, come la definisce lo Stockholm Resilience Centre di Stoccolma) torna a spuntare nei centri storici delle nostre città heritage, cioè in quei centri urbani che meglio raccontano lo spirito artistico e mitopoietico del nostro carattere. Le figure giganti di questo monumento hanno qualcosa di mostruoso e di dissonante, che ricorda, senza averlo mai voluto, la rassegnazione del tempo andato. Questa piazza si espone ai passanti e ai cittadini come un fantasma spogliato della vita trascorsa. I tanto decantati beni heritage si stanno trasformando in demoni muti, nonostante le campagne di marketizzazione del patrimonio. Non è rimasto quasi nessuno a conoscere la loro lingua, anche se tutti subiscono le conseguenze della loro ambizione. 

IMG_6357

Sono anche loro antenati di cui non importa più niente a nessuno. E così, scivolando dentro via Accademia delle Scienze, direzione Museo Egizio, mi viene in mente Toni Morrison: “La storia al confronto con la memoria, e la memoria a confronto con l’amnesia. Ricordare significa rimettere insieme, in collezione, i ricordi, ma anche restituire una forma alle parti di un corpo, di una famiglia e di un popolo che appartengono al passato. Ed era questa la immane e vischiosa fatica tra dimenticare e ricordare”. La morte del passato – condannare all’oblio la filogenesi delle specie che popolano il Pianeta – è un atteggiamento psicologico sostanziale della nostra epoca. E informa di sé pure la disinvoltura con cui abbiamo ridotto monumenti, opere d’arte e reperti a gadget di intrattenimento.

IMG_6357 2

Non c’è dunque da stupirsi se l’English Bookshop Rosa Luxemburg, e le sue vetrine zeppe di romanzi meravigliosi e di saggi illuminanti, qui nel cuore di Torino, abbia il fascino di una apparizione numinosa. Il posto di ritrovo perfetto per i sopravvissuti che godono ancora del privilegio di saper leggere, quel genere di persone che per moltissimo tempo si sono battuti, si sono aspettati un risveglio, una rottura con lo schema, un qualche tipo di risposta civile al disastro ecologico incombente, e che poi non hanno potuto che dichiararsi sconfitti. Già, ma sconfitti da cosa? Se gli uomini sono questo (edonisti forsennati privi ormai di un orizzonte ontologico realistico), possiamo essere sconfitti dal nostro stesso DNA? C’è ormai da chiedersi se possa essere sufficiente il principio guida delle nascenti scienze paleo-antropologiche del ‘700, che Stephen J. Gould usava ricordare contro ogni fanatismo metafisico: “Noi viviamo in una tensione essenziale e irresolubile fra la nostra unità con la natura e la nostra pericolosa unicità (…) Non possiamo fare niente di meglio che seguire il consiglio di Linneo, incarnato nella sua descrizione di Homo sapiens all’interno del suo sistema. Egli descrisse altre specie fondandosi sul numero delle dita, sulla mole corporea e sul colore. Per noi, in luogo dell’anatomia, scrisse semplicemente il precetto socratico: nosce te ipsum (conosci te stesso)”. 

Concedendo spazio ad un filo d’ironia, è il Libro dei Morti a dare il benvenuto ai visitatori dell’Egizio. Pur essendo una atea convinta, ho sempre percepito un inquietante disagio dinanzi alle manifestazioni scritte di una religiosità votata a tenere vigile il legame tra morti e vivi. Almeno in teoria, chiunque potrebbe leggere questo testo e ripetere il rito antico, spalancando la porta al tribunale di Anubi. La maledizione della scrittura, come nel film La Mummia, analoga però pure alle perplessità di Platone su uno stratagemma grafico dalle imprevedibili conseguenze sulle capacità mnemoniche degli eruditi, dubbi esternati dall’Ateniese nelle pagine del Fedro sull’Egitto e il mito di Theut. Rischi sconosciuti ai Papi che nel XV secolo cominciarono a concepire le collezioni, per meglio studiare e scrutare le cose del mondo. Presto eruditi ed aristocratici seguirono il loro esempio, costruendo da subito quella intimità pericolosa tra carabattole di un qualche pregio artistico e animali essiccati che in qualche secolo divenne una sconcertante impudicizia classificatoria: “Furono dei marinai portoghesi a portare in Europa, verso la fine del quindicesimo secolo, i primi feiticos, oggetti africani che si supponeva possedessero poteri misteriosi. Li troviamo soprattutto nelle camere delle meraviglie, assieme alle asce tomahawk o alle frecce indiane, a manufatti egiziani e a tamburi del Siam”, sintetizza Valentin Y. Mudimbe. 

IMG_6359

Ed ecco che collezionare anticaglie, oggetti preziosi e naturalistici divenne così importante per la incipiente modernità che Diderot, nell’Enciclopedia, ammise che i musei completano l’opera dell’uomo. Andò in modo simile anche a Torino, tant’è che dalla metà del ‘600 divenne motivo di vanto regale disporre di manufatti artistici concepiti altrove. Nel 1824 vennero esposte le prime antichità della Collezione Drovetti, ma, fatto ancora più significativo, accanto ai reperti egizi si dispose una sezione di storia naturale. È così, dai suoi albori, che l’Egizio siglò il vincolo estetico e storico fondamentale del pensiero moderno e scientifico, che dura ancora oggi. Le collezioni artistiche, del pari di quelle naturalistiche, raccontano il Mondo perché lo traducono in oggetto. Isolando il reperto diviene possibile costruire narrazioni storiche, che non hanno solo obiettivi ricostruttivi, e quindi archeologici o tassonomici, ma sono soprattutto funzionali ad appropriarsi del Pianeta e delle sue epoche geologiche secondo paradigmi epistemologici del tutto inediti. Nel XXI secolo il museo, qualunque museo, è uno dei simboli viventi più possenti e dinamici dell’estinzione. Assonanze prodigiose si intrecciano sulla mappa dell’Europa, quando ci si azzardi a ragionare sulla somiglianza originaria tra collezione artistica e collezione naturalistica. Il 1 settembre del 1948, il Consiglio Parlamentare incaricato di redigere la Costituzione della Germania Federale si riunì nel Museum Alexander Koenig di Bonn, che era un museo di scienze naturali, ma fu requisito e trasformato in ospedale militare già nel 1914. Nell’atrio stava una giraffa imbalsamata, coperta con drappi, in quel fatidico 1948, per la solennità dell’occasione che, solo apparentemente, non c’entrava nulla con la guerra civile europea e il dominio sul mondo naturale. 

Ma la frizione crescente, o, all’opposto, l’incontro poroso con le faune è un filo rosso, ancorché visibile, che i musei custodiscono in vista della nostra eternità. All’Egizio di Torino, ben introdotti dai vasi canopi del salone di ingresso, al primo piano, subito dopo la biglietteria, sono i felini a recitare per noi il ruolo che ebbero specie estinte nella porzione di Africa del Nord dipinta di geroglifici e bagnata dal Nilo. Le loro impronte, il profilo squadrato e astuto dei loro musi, sono tracce, avvolte nel silenzio, di una geografica che non esiste più. Questa pista sabbiosa, africana, raggiunge la sua destinazione finale dinanzi al letto di Kha, un letto in legno massello appartenente al tesoro di Kha, facoltoso architetto della 18° Dinastia ( 1425-1353 a.C. circa) che si fece seppellire con una maschera funebre in oro simile a quella di Tutankhamon. Ma Kha scelse di essere inumato anche con il suo letto, che ha le zampe di leone. Una Panthera leo persica, cioè la sottospecie di leone africana oggi estinta nella porzione nord orientale dell’Africa, nel Medio Oriente e in Grecia. Ridotta a 400-500 individui confinati nella foresta del Gir in India. Il vento dell’estinzione non aveva ancora cominciato a soffiare sulle popolazioni di leoni nel tempo della vita mortale di Kha. I leoni non popolavano solo il suo pantheon religioso, colonizzavano anche il suo tempo, il suo landscape, le sue giornate. Seguendo fin qui le orme di leone asiatico sulla pista sabbiosa si prova la desolante sensazione che Kha avesse conosciuto una specie di grande gatto vicina al punto di origine. L’epoca preistorica della nostra parabola umana, in altre parole, in cui convivevamo con le faune selvatiche, che erano soggetti della nostra esistenza, una epoca che anche per noi è ormai solo una memoria archetipica. Ipnotizzati e ammaliati dal potere dei numeri e delle analisi genetiche, ci siamo dimenticati che nei reperti archeologici e nelle opere d’arte dei musei stanno – dannatamente visibili – indizi concreti, icone, fissate sul mappamondo della storia, delle faune che abbiamo spazzato via dalla faccia della Terra.

pAMzrvTA
(Photo Credit: Panthera Press Office)

In questa estate di addii e di abbandoni, l’estate in cui abbiamo salutato per sempre il clima dell’Olocene, anche i gatti hanno il loro tardivo momento di agnizione e gloria. Il 7 giugno la Saudi Arabia’s Royal Commission for AlUla (RCU) e Panthera, il più importante network al mondo per la protezione dei big cats, hanno firmato un accordo che non ha precedenti per riportare indietro dall’abisso dell’estinzione ormai imminente il leopardo arabico (Panthera pardus nimr), una sottospecie di Panthera pardus che solo pochi decenni fa abitava l’intera penisola arabica: 20 milioni di dollari, una cifra che da sola è una follia, verranno investiti nei prossimi dieci anni in un programma di allevamento in cattività (nella captive breeding facility di Taif, Saudi Arabia) e di reinserimento allo stato selvaggio nella Saharaan Nature Reserve, 925 chilometri quadrati di habitat “restored” e cioè recuperato dalla desertificazione tagliando fuori le greggi di ovini e reinserendo le prede naturali del leopardo. I discendenti di questa popolazione, se mai ce ne saranno, se mai avranno imparato, dopo essere nati in gabbia, a cacciare, costituiranno il bacino genetico della specie rediviva human-design. Ma gli dei possono tornare indietro? Possono accettare di tornare, dopo che li abbiamo scacciati consapevolmente? O non hanno invece altra opzione che raggiungere gli antenati, i nostri e i loro, nei cimiteri del tempo profondo? Perché nel Pianeta reale, nelle radiose mattine africane, gli dei – leopardi e leoni – giungono senza preavviso, volendolo, tradendo ogni aspettativa e ogni programma scientifico. Nei musei, dove le loro effigie ammoniscono il visitatore che ogni specie persa è andata per sempre, gli dei non possono più presentarsi al nostro sguardo nell’aura del sorgere del sole. Sono diventati ricordo, frammento, libro, cultura. Non possiamo più parlare con loro. 

IMG_6257
(T-shirt fotografata sulla Metropolitana Lilla di Milano)

Mentre cominceremo presto a parlare, volenti o nolenti, con i giovani di origine africana che aspettano il tramonto seduti a bere birra sull’erba dei Giardini Sambuy, di fronte alla stazione di Porta Nuova. I pensionati, prosciugati dall’afa, sono usciti per una passeggiata e sembrano inebetiti da qualcosa che non riescono a comprendere, ma di cui hanno paura. Sui loro volti pallidi si legge una preoccupazione sorda a qualunque politica del cambiamento, la fragilità venuta fuori dalla consunzione ecologica delle risorse naturali che una manciata di decenni fa essi davano per scontate, come le pesche bianche sulle bancarelle dei mercati rionali di Torino, che ora sono quasi introvabili. 

Quando ancora esistevano le stagioni, non era possibile mangiare il tempo. Subivamo il vincolo del freddo e del caldo, scrutando il consesso degli astri notturni, come usava fare, in una epoca non troppo distante dagli anni mortali di Kha, la scolta dell’Agamennone di Eschilo. Nell’estate dei tifoni tropicali sotto un cielo autunnale, il cielo ci osserva impietrito. E intanto, il 2 agosto, il Pasta a Gogò di viale Abruzzi, Milano, ormai a due passi da Piazzale Loreto, offre ai suoi avventori, in un non più di due metri quadrati, dei quali uno sul marciapiede nella nube di particolati del traffico cittadino, il conforto fugace di una vaschetta di pasta made in Italy ridicolmente minuscola e americanizzata. Bisogna imparare a divorare qualunque cosa, per essere socialmente dotati di urbano buon senso, in questa disintegrazione dell’equilibrio atmosferico. Altrimenti, sei un estremista, un romantico, un poeta, un giornalista ambientale, tutti rompicoglioni per cui, vivaddio, la legislazione del climate apartheid ha già designato una collocazione giuridica adeguata insieme a extracomunitari, migranti, poveri, locatori e disoccupati. 

Piazzare ovunque rivenditori di cibo a buon prezzo, stipare le strade di occasioni per divorare le ore così come si metabolizza una forchettata di carbonara. Fino ad un certo punto, ci ha creduto fino in fondo, a questa dieta, anche Alex Peroni di RadioNumerOne, che, con una ironia non troppo simpatica, per mesi ha elogiato l’estate perenne dei trenta gradi ad ottobre. RadioNumerOne non ha mai fatto trasmissioni sul clima, anzi, grazie a Peroni, l’appuntamento quotidiano con le previsioni meteo delle 17.30, al timone della nave di Paolino Corazzon, è diventato un circo intitolato “domenica vogliamo il sole a qualunque costo, anche se non piove da tre mesi”. Eppure, la squadra della emittente di Bergamo ha cambiato direzione, alzando il naso, forse, al tipo di cielo che in questo 2 agosto si annuvola su Piazzale Loreto e assomiglia al grumo di vapore acqueo incattivito dei tifoni del sud est asiatico.  Adesso Peroni, alle 17.30, prega, tra il faceto e l’ironico, che non ci attendano altri giorni caldi alla Bangkok. La squadra di Peroni è probabile non lo sappia, ma ha inaugurato la stagione del cambiamento climatico definitivo, del limite meteorologico alla battuta, allo scherzo, alla sdrammatizzazione continua. Quel tempo, insomma, in cui a metà pomeriggio, come in un giallo horror-climatico alla Fred Vargas, c’è da aspettarsi il calare delle tenebre e si teme per la propria vita, e si agogna al ritorno a casa, dalla propria famiglia, o dal proprio gatto, che è poi la stessa cosa, non per vedere Netflix, ma per sentirsi al sicuro dal cielo sopra di noi. Il tempo del coprifuoco da grandine e diluvio, non del fine settimana e del ristorante su Grupon. Il tempo della paura e della colpa. 

Ma intanto, sono su un autobus che ci fa scendere al capolinea proprio nel preciso secondo in cui le 415 ppm di CO2 danno mostra di cosa siamo stati in grado di imporre al nostro Pianeta. Insieme a un gruppo di donne filippine come me vestite alla maniera della estate antica (t-shirt, per intenderci) sprofondo in un crollo termico di 10 Celsius. Raffiche spietate di vento e pioggia tagliente si abbattono sulla pensilina sotto cui cerchiamo di sfuggire all’aggressione del tifone. È l’urlo del Pianeta. Un grido senza più appelli, corti di giustizia, tribunale speciale per i diritti umani dell’Aja, panel IPCC, balle buoniste dei Verdi e di Legambiente e via discorrendo. C’è solo questa eruzione di energia termica, convertita in potenza sonora, ritrasformata in diluvio sull’asfalto caldo, e poi evaporata in una malinconia infinita che, nonostante tutto, raggiunge le parole profetiche di Felwine Sarr lette di ritorno da Torino: “Comincia un giorno nuovo, come sempre, sulla vita e il cammino della società. Una luce incerta cresce e illumina progressivamente i sentieri di chi cammina all’alba. Nelle ore diurne brillerà di molti fuochi sulle loro opere e sui loro fallimenti. Questo tempo di chiaroscuro è di innovazione, chi si impegna ha solo bisogno di un piccolo barlume di luce per intraprendere il viaggio, sono uomini di mezzo, intermediari. Conoscono la marcia necessaria, scolpiscono pietre per la stabilità degli edifici che verranno, e di cui non vedranno il compimento. Sanno di dover essere, adesso, all’altezza dei bisogni necessari all’avvento di un mondo che cercano di far accadere”.

La solitudine della Biblioteca Nazionale Braidense

saladilettura
Allo scoccare del solstizio d’estate la biblioteca Braidense di Milano diventa inagibile. Quando le temperature esterne si assestano sui 30 gradi, un caldo soffocante e tropicale attanaglia i saloni asburgici della biblioteca, solleticando la malefica colonnina di mercurio a salire, salire, salire, fino a fissarsi, imperterrita, sui 40 gradi. Con un bel cento-per-cento di umidità – ma da dove diavolo può venire l’aria stantia e umida, in un santuario che custodisce carta, pergamena e mappe geografiche? Si soffoca, in Braidense, in estate. Soffocano i dipendenti, che stanno a boccheggiare sotto le deboli e inutili brezze dei ventilatori, e soffocano quei due, tre temerari che ancora si addentrano nel suo cuore abbandonato per prendere a prestito un saggio o un romanzo. Vestigia antiche, pure quelle, del tempo degli addii e del declino, come definisce la nostra epoca Apolline, la giovane geniale e devota al suicidio che nel film L’ultima Ora ha capito quanto sia inutile, pure per il figlio di un ricco, puntare ad un futuro inesistente su un Pianeta al collasso. 

Questa condizione in Braidense c’è da sempre, credo, ma io ne faccio esperienza da circa sei anni e mezzo, tanti sono i cicli delle stagioni da cui ho preso a frequentare la biblioteca e la sua cronica solitudine. Già, perché la Braidense, che evidentemente non è mai stata restaurata a dovere, o coibentata, e nemmeno, questo è chiaro, dotata di moderni impianti di condizionamento, giace stremata dalle temperature di un Pianeta a 415 ppm di CO2 in atmosfera nella più sordida, stolida e becera indifferenza. Ogni solitudine è marcata a fuoco dal sentimento che la propria dipartita sia solo una voce di bilancio per una agenzia di pompe funebri, ma la solitudine del patrimonio suona come una condanna senza appello. Non arriverà la telefonata salvifica dell’ultimo secondo.  

Non credo infatti che qui, nella celebratissima Milano dei super-ricchi che guadagnano almeno 500mila euro all’anno, sotto il giogo della tipica politica-non politica che ormai ha ridotto la vita culturale della nazione a una barzelletta, il problema della Braidense vuota e sola sia solo imputabile al Potere. E cioè alla mancanza di volontà di rendere una istituzione di questa importanza un luogo di sapere e di incontro, vitale, tanto quanto Corso Como e la Piazza Gae Aulenti, o il quadrilatero di tavolini all’aperto di Eataly. In questi sei anni e mezzo sono andata in Braidense a qualunque orario e sempre, instancabilmente, se eravamo in quattro al banco del prestito eravamo in tanti. In Braidense non ci va più praticamente nessuno a prender libri per legger qualcosa con sugo e costrutto, e allora non è priva di sentimento della realtà la domanda di chi si chiede perché dobbiamo pagare tasse per la sopravvivenza di un bene pubblico che pubblico, essendo disertato dai più, ha smesso di essere.

No, io credo che ce ne sia un altro di vuoto, qui. Ai cittadini milanesi, prima ancora che alla politica, non interessano i libri della Braidense. Per loro questo è un luogo spento, anzi, un luogo-non-luogo, un tempio dal quale gli dei si sono assentati epoche geologiche fa. La Braidense in estate è il punto di collisione, o meglio, di conflagrazione, tra il nuovo assetto climatico terrestre e la sabbia che il fiume prosciugato del legame con ciò che ci ha preceduti ha lasciato dietro di sé. In altre parole, la solitudine della Braidense ben rappresenta la morte del passato. La fine della derivazione come figura culturale condivisa e collettiva: la rottura con i padri, con gli antenati, con i Lari.

La morte del passato è la cifra dominante dell’epoca dell’estinzione. Si è già detto addio al sentimento di appartenenza ad un sostrato comune, alla autorità del pensiero, della poesia e della dignità umana; non ci sentiamo più figli dell’eredità storica e biologica che si chiama evoluzione, e che ci imporrebbe, se ce ne importasse qualcosa, una preoccupazione da dichiarazione di guerra per rimediare alla distruzione del sistema climatico terrestre.

Non siamo cioè dinanzi solo ad una avanzata politica dell’incuria e del degrado. Siamo di fronte all’interruzione del legame fondativo con ciò che ci ha preceduti: i libri hanno fatto la stessa fine dei grandi primati africani, tutti, ormai, ad un passo dall’estinzione. È l’ignoranza di un presente che si pretende onnisciente. 

Siamo, del resto, lo abbiamo appreso il mese scorso, la nazione europea con il più alto tasso di analfabetismo funzionale. Il 70% degli italiani legge un testo scritto, ma non è in grado di comprenderlo. Perciò ieri, che era il 20 luglio, anniversario a cinque decadi dello sbarco sulla Luna, Tomaso Montanari ha scritto: “La luna che vogliamo sta tutta in una fotografia scattata durante lo sgombero di Primavalle, a Roma. La foto di Rayane: che è nato in Italia da genitori marocchini (lei badante, lui venditore di cose vintage, a Porta Portese), ha undici anni e viveva in una casa occupata. E che in quello sgombero ha perso la sua gattina, ma non i suoi libri. Che ha portato fuori con sé, sfilando davanti alla polizia della Repubblica italiana con una dignità e una carica di futuro che non si vedevano da tanto tempo, sulla scena pubblica.La luna che vogliamo è un paese con un tasso di alfabetizzazione tale da non permettere che un numero rilevante di cittadini siano convinti che quella foto è una montatura dei giornalisti di sinistra”. 

La solitudine della Braidense, del pari del Pianeta sempre più caldo e dell’estinzione della biodiversità, sono una nostra responsabilità. E se è chiaro che viviamo ormai in un mondo di macerie, e che è con queste macerie che siamo costretti a confrontarci, rimane almeno in alcuni di noi quel colore europeo, quella Stimmung, che Friedrich Hoelderlin colse così bene sul finire del Settecento, come sempre gli accadeva, tornando con i suoi versi all’Atene dei Padri: “Ancora vive e regna e pensa l’anima / degli Ateniesi, silenziosa tra gli uomini, / se pure il saggio giardino di Platone/ non ha più verde lungo il fiume antico / e i bisognosi arano le ceneri / degli Eroi e l’uccello della notte / piange luttuoso sopra le colonne”.