Categoria: Tracking Extinction

Londra, parte dal Regno Unito l’era della Extinction Rebellion

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Il 31 ottobre scorso, a Westminster, Londra, è uscita allo scoperto Extinction Rebellion  un movimento rivoluzionario che ha dichiarato la disobbedienza civile nei confronti delle istituzioni britanniche, colpevoli, negli ultimi decenni, di non aver fatto nulla (come del resto tutti gli altri governi europei) contro i cambiamenti climatici e il collasso della biodiversità. Hanno firmato la Declaration of Rebellion anche 100 accademici inglesi, moltissimi professori emeriti nelle migliori università del Regno, e quindi del mondo. Nella settimana in cui sono usciti dati terrificanti sulla condizione ecologica del Pianeta ( il Living Planet del WWF e lo special report sulla wilderness pubblicato su Nature e di cui abbiamo già parlato) Extinction Rebellion ha chiesto lo stato di emergenza. La prima manifestazione pubblica del movimento ( la prossima, massiccia, il 17 novembre) si è conclusa con un centinaio di arresti. Tutti gli attivisti del movimento, proprio come accadde nell’America di Martin Luther King, sono infatti pronti ad affrontare il carcere pur di portare l’estinzione e il surriscaldamento del Pianeta, e quindi il Capitalismo, al centro del dibattito pubblico. Un atto di clamoroso coraggio, che nulla a che fare con il conformismo, e la complicità, di moltissime organizzazioni non governative, editori e partiti politici “verdi”, che in questi anni si sono ben guardati dal denunciare la compiacenza ipocrita della assemblee elettive della nazioni più ricche del Pianeta verso un’economia rapace e nichilista. Il 31 ottobre è cominciata a Londra l’era della Extinction Rebellion. Ne ho parlato con Acorn Anderson, da Bristol, che ha aderito al movimento, e mi ha spiegato perché stavolta, purtroppo, è tutto diverso. 

Alcune persone sostengono che la possibilità dell’estinzione sia a tal punto terrificante che è meglio guardare altrove e vivere una vita più o meno buona, senza badare a scenari drammatici. In anni recenti, il sistema ha potuto contare su una massiccia e pervasiva inerzia. Come Extinction Rebellion avete interrotto questa inerzia e vi siete alzati in piedi: che cosa vi ha motivate a dire NO e a decidere per una rivolta civile?

È vero che la gente trova molto difficile guardare alla possibilità di una estinzione e vuole continuare una vita ‘normale’, e questo crea una cultura dell’inerzia. Uno dei nostri obiettivi è fermare questa inerzia e sostenere le persone perché si sentano rafforzate a credere che ciò che è alla loro portata fare, e il modo in cui decidono di rispondere e di agire, può effettivamente fare la differenza. La nostra motivazione viene dal desiderio di proteggere e di aver caro quanto è rimasto – reports recenti hanno stabilito che il 57% della vita sulla Terra è già andato distrutto e che gli esseri umani stessi sono molto vicini ad un reale rischio di estinzione. Certo, questa situazione è molto difficile da considerare e produrrà sentimenti di dolore e anche di rabbia. Qualche volta è più semplice pretendere che l’estinzione non stia avvenendo. L’alternativa, che è voltare lo sguardo e considerare la catastrofe piuttosto che fare spallucce, richiede moltissimo coraggio, ma anche, in definitiva, un sentimento di speranza, che noi possiamo fare la differenza e proteggere ciò che rimane. Possiamo agire e agire è enormemente importante: le nostre vite ne risulteranno arricchite. Il governo ha fallito nel proteggerci e allora noi ci alziamo in piedi, diciamo NO, e creiamo qualcosa che è rappresentativo di ciò in cui crediamo.

La Declaration of Rebellion “dichiara che i vincoli del contratto sociale sono nulli e vuoti ormai”. Il contratto sociale è il fondamento della democrazia, nel senso che, storicamente, stabilì una sorta di reciprocità nel funzionamento della democrazia rappresentativa e della politica. A metà del XVIII secolo gli attivisti Britannici – i primi, in verità – invocarono la rottura del contratto sociale contro il commercio degli schiavi e l’economia schiavile. Pensa che stiamo entrando in una nuova era analoga ad altri periodi cruciali nella storia della politica?

Sì, stiamo entrando in una nuova era. La fine del mondo è stata prevista dagli scienziati ed è impossibile vedere nei nostri tempi un passaggio cruciale. Soltanto il tempo, del resto, ci darà cosa accadrà. Ci sono più crisi che stanno convergendo l’una sull’altra in questo momento. È un passaggio delicatissimo per gli esseri umani. Se anche diventiamo ‘carbon neutral’ ( Ndr, zero emissioni di CO2), c’è ancora la minaccia dell’abbattimento delle foreste. Ci sarebbe ancora la questione della plastica. Se tutto questo sia simile ad altre stagioni di attivismo, assolutamente sì, perché siamo un movimento che è partito dal basso, per poi salire, ma, onestamente, la posta in palio è ancora più alta, e più grande, di qualunque sfida abbiamo mai fronteggiato in passato. Stiamo chiamando ad una ribellione e stiamo chiedendo anche un governo rappresentativo (The People’s Assembly), per spostarsi dalla ‘democrazia’ corrotta e distruttiva che ci ha già messi in questo casino. La Storia ci mostra che l’azione diretta, non violenta è un modo per cambiare la narrativa corrente e per creare cambiamenti di lungo periodo. Ci sono ancora 100 persone tra noi che vogliono essere arrestate per ciò in cui credono. Abbiamo anche un sottogruppo di Rising Up UK, il Regenerative Culture. È il gruppo che si occupa del benessere dei membri e incoraggia la auto-responsabilità perché le persone si occupino di se stesse. Lo scopo è prevenire il burnout  e dar corpo ad una visione di attivismo forte e duraturo. 

Davanti al Parlamento alcuni attivisti hanno parlato delle diseguaglianza sociali ed economiche e della correlazione tra il collasso ecologico, il capitalismo rampante e l’impressionante crollo del ceto medio qui in Europa. Come puoi descrivere il modo in cui l’estinzione e la distruzione del sistema climatico terrestre danno forma alle nostre storie personali?

La correlazione tra il capitalismo, le ingiustizie sociali e il cambiamento climatico non può essere messa in discussione. Esiste. Il Capitalismo ha reso la natura un bene di consumo (commodification of nature) e ne ha impostato lo sfruttamento per profitto. Le radici del cambiamento climatico possono essere rintracciate nel colonialismo e nel neo-colonialismo, che distrugge le comunità, sfrutta le risorse in tutto il mondo per generare ricchezza a favore dell’Europa e l’1% dei ricchissimi del Pianeta. Se guardiamo alle nostre singole storie, molti di noi si accorgono che le loro priorità si stanno spostando sostanzialmente. Le persone scelgono sempre di più di focalizzare tempo ed energie che sarebbero altrimenti investite nel lavoro, o nella formazione, perché abbiamo un tempo talmente limitato da vivere, e allora a cosa serve una grande carriera, una casa, un diploma di livello? C’è molta tristezza in giro e questo deve motivare non a lasciarsi andare ad una spirale di intorpidimento, ma, al contrario, a raccogliere le energie e metterle nell’azione. Non c’è più valore negli oggetti, nei soldi, nello status sociale; invece, il sentirsi legati gli uni agli altri, in una comunità, creando così molta più bellezza, questo è un reale obiettivo per noi. Proviamo più amore, ed è questo a motivarci lungo il cammino. Questa è la risposta al fatto che ci saranno milioni di rifugiati ambientali; in un futuro nient’affatto lontano 1 persona su 6 sarà un rifugiato ambientale. Non vogliamo lasciare che la scarsità di cibo, la competizione, le tensioni sociali permettano alle destre, e ai fascismi, di essere considerati delle risposte alla crisi ! Vogliamo invece lavorare per un futuro di condivisione consapevole delle risorse, occuparci gli uni degli altri, perché siamo tutti sulla stessa barca, affonderemo o nuoteremo tutti insieme. 

Dall’Italia Extinction Rebellion appare come un miracolo. Nel mio Paese si discute pochissimo di cambiamento climatico in pubblico e il clima è costantemente trascurato nei grandi media hub. Se poi prendiamo l’estinzione, be’, la gente comune ti chiede che cosa esattamente intendi per ‘collasso della biodiversità’. L’estinzione è ben lontana dall’essere una categoria del pensiero o una realtà: dici estinzione e tutti pensano solo ai dinosauri. Credi che Extinction Rebellion possa segnare una pietra miliare nel dibattito politico sulla biodiversità?

Sì, lo speriamo. Ho appena letto un report sulla morte dell’ultimo rinoceronte bianco.Gli scienziati premono molto per riportare indietro questa creatura usando la fecondazione assistita con sperma precedentemente conservato, perché il rinoceronte è un animale iconico. E tutte le altre specie che non fanno notizia e per cui nessuno piange il canto funebre? L’estinzione, questa tragedia, è ampiamente taciuta e ignorata. La speranza è che le persone comincino a dar valore alle specie e che se ne parli molto di più, sia in politica che nelle occasioni pubbliche. 

La maggior parte delle persone – se solo provi ad affrontare questi argomenti – dice che fare sacrifici per la salvezza del Pianeta è una imposizione morale e che il nostro modo di vivere è il migliore di quanti gli esseri umani ne abbiano mai sperimentati lungo la loro storia. Come replichi?

Risponderei, e a che prezzo? E se la cosiddetta qualità della vita ci sta costando il pianeta, allora non rimarrà più nulla per sostenerla comunque – è come rubare tutto ciò che possiamo rubare, adesso, senza pensare alle ripercussioni per le prossime generazioni e per il nostro stesso futuro. Io e Cameron Harris stavamo proprio parlando del fatto che non ha senso parlare di sacrifico quando rifletti sul fatto che hai delle alternative. Intendo che vivere con la cognizione di ciò che è reale e non fittizio significa vivere in un modo decisamente più connesso e potente. Conversiamo con tantissime persone, che spesso coltivano il sogno di una vita più semplice e concreta, vivere in campagna, far crescere il proprio cibo, sentire un legame più stretto con la terra. Si ricordano di quando giocavano nei boschi da bambini e la gioia di questo piacere così semplice, e si augurano questo per i loro figli. È la trappola della vita moderna che ci spinge verso questo ideale. Molti aspettano di andare in pensione prima di godere appieno della tranquillità, della pace interiore, della semplicità. Solo che ovviamente il tempo rimasto a quel punto non è molto ! Il nostro suggerimento è di optare per la semplicità adesso. Non è una lotta faticosa e non si tratta di rinunciare nulla. Si ottiene così tanto in cambio. Non ultimo, si conquista la libertà. Una comunità, un sentimento di appartenenza, l’adesione ad un movimento che è per la salute del nostro bellissimo mondo. Fa sentire forti e umili sapere che si contribuisce a salvare il mondo. 

Il giornalismo libero è un grande problema in Italia: troppi giornali non sono indipendenti e si appoggiano a tychoon o compagnie private. George Monbiot di The Guardian ha sposato il movimento e partecipato alla manifestazione del 31 ottobre. È notevole. Quanto è importante per Extinction Rebellion l’appoggio dei giornalisti? Soprattutto i reporter indipendenti, che di solito lavorano free lance e hanno molta meno influenza?

Scriviamo comunicati stampa e invitiamo i media a ogni manifestazione. Geroge Monbiot è venuto perché sentiva l’importanza della manifestazione e hanno raccontato di noi giornalisti di idee simili alle sue. I media verranno quando si accorgeranno della importanza e della enormità di quello che sta uscendo. Purtroppo, anche in questo Paese la stampa e i media sono ancora controllati: il 31 ottobre, quando abbiamo fatto la Dichiarazione, la BBC ci ha ignorati, ma non il Guardian e l’Independent. E la voce si diffonde. Il 31 ottobre è stato solo l’inizio. Il Media Team è una parte rilevante del movimento: più i media ne parlano, meglio è, e questo include anche i reporter free lance e coloro che lavorano sulla cronaca locale. 

Sono convinta che viviamo nel Post-Umanismo. Le cause sono molte, ma ritengo che non pochi pensatori, ad esempio Max Horkheimer, avessero ragione sostenendo che la questione più scottante della Modernità è se l’essere umano può rimanere umano. La vostra chiamata all’azione è anche una esortazione a rimanere umani proteggendo le altre specie? È questo un passaggio di livello nel pensiero occidentale?

Questa è una domanda davvero interessante e potente. La metterei così, quale è il ruolo dell’essere umano su questo Pianeta? Siamo signori delle altre creature, legittimati a prendere ciò che ci appartiene, senza cura o compassione? Questa concezione sembra riflettere l’attuale pensiero occidentale, consciamente o meno. Oppure, siamo ambasciatori e protettori, incaricati di salvaguardare la vita, servitori di qualcosa di più grande inscritto nella vita e nella natura? Non siamo una coscienza che prova a salvare se stessa? Che cosa è umano? Vedo gli uomini come parte della natura, non separati da essa, ed è per questo che ho cambiato il mio nome in Acorn (ghianda) per sentire questo legame nel mio stesso corpo. Non è affatto semplice rimanere connessi con l’umanità in tempi ostili, ed quello che Extinction Rebellion invece chiama a fare. Sì, è un passaggio nel pensiero occidentale, che fino ad ora è coinciso con il prendere tutto senza badare alle conseguenze. È ora di svegliarsi e di passare ad un serio esame le nostre motivazioni e i nostri obiettivi. Hai mai sentito la leggenda del ‘fuoco dei bambini’?   Nessuna legge, nessuna decisione, niente di niente sarà approvato da questa assemblea che danneggi i bambini, lungo le 7 generazioni a venire. Una promessa di una semplicità e di una eleganza che fa a pezzi il nostro educatissimo cinismo. Qui si vede cosa davvero significa prendersi delle responsabilità e aver la vita in sacra considerazione, come ciò che maggiormente vale, imparare a crescere e ad evolversi fronteggiando le sfide con il cuore e la mente aperti. Questo è essere umani. Soprattutto, dobbiamo agire adesso, uscire da schemi vetusti ed essere ora umani nel modo migliore possibile. 

Monbiot ha detto, il 31 ottobre, che non possiamo aspettare le ONG perché hanno fallito contro il feticcio della crescita economica, del pari del governo. È una frase coraggiosa. È arrivato il momento di NO anche a potenti organizzazioni no profit che sembrano limitarsi a pubblicare report sull’estinzione e nulla di più?

Non è necessariamente un attacco contro queste ONG, ma una chiamata all’azione, a svegliarsi e a cambiare prospettiva. Abbiamo bisogno di ogni singolo individuo, ora e in futuro. Vacilliamo sul bordo di un abisso più grande di qualunque altro già vissuto. È un imperativo morale che le persone lo capiscano e che adeguino di conseguenza la loro risposta. Noi speriamo, e lavoriamo in questa direzione, per una mobilitazione sul livello di quella delle ultime guerre mondiali. Non un grammo di meno. È il momento di azioni coraggiose, e grandi, di voci pacifiche. La forza sta nella unità, stiamo provando a costruire un modello che dia speranza, ispirazione e motivazioni. Tutti dobbiamo trovare la nostra serenità, il nostro tipo di forza e le risorse per completare questo lavoro. 

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Lebensraum or Berlin 2017

 

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How long is now ? asks an anonymous, enormous face, a graffiti designed on the white rectangle of a building that, only some years ago, was a refuge for underground culture, and, now, waits for its demolition. It is in the Oranienburgerstrasse, Berlin. The crumbled border of the wall, similar to a stale biscuit, has a disquieting, but not hostile tone. When the palace will be knocked down, it will leave place to a new present, that will endures for some time, engaged in its rich illusion of eternity. This approximate wall talks about its extinction, that in German sounds Austerben: to die off or to die completely. A touch of inexorability goes together with the Aus prefix and remembers to anyone pronouncing it that, of course, extinction is forever. It’s January in Berlin and under a snowy sky this question seems to gather all the Angst of a present time called Anthropocene. Berlin is the European town where entire extermination plans emerged during the Third Reich not only in the criminal minds of political groups, bur, throghout their murders, in the consciousness of humankind. If a place exists where to go down in the darkness of extinction, well, it’s Berlin.

Since extermination was planned in the offices and ministeries of the Nazi regime, Berlin knew extinction, but it also suffered from it. At the end of April 1945 Hitler’s nihilistic adventure unfolded its intrinsic truth: Germany is destroyed. This is the end of an entire climax of European civilization, and of its greed for greatness, that, for better or for worse, had been lasting since 1870. Prussia’s continental egemony, colonial bourgeoisie in Nambia and Cameroon, urban lifestyle as the supreme expression of human genius. Searching for space, everywhere, and in many ways. After 1945, Berlin will not be no longer Berlin. Theodor Adorno thought that mass society would gobble culture considering it a waste product derived from something cheaper, the entertainment. Berlin absorbed its own extinction so much to make a touristic attraction of it: groups of tourists hungry for live details about Nazismus enjoyed on line booked dates in specific spots of the city: they’re ready to walk 4 hours to visit the so-called “places of memory” of the Third Reich, and its  steady police state. What do they really look for?

Down Oranienburgerstrasse, the metallic bulb of television looses glamour as the green, Moorish chapel of the Neue Synagoge appears on the left. Spared to distruction in the Kristallnacht, today the synagogue is deconsecrated, but it has been rebuilt in its substantial architectury. Sun is going down, temperatures are freezing, and the pavement round dowells gleam of a mahogany-brown humidity, old dated, a little bit Thirties; they look like the floors made by creaky wood in the luxury flats in Tucholskystrasse, their severe halls, cream plaster, marble floors and stony stairs. Some people stopped before the main entrance of the synagogue, reading the commemorative plaque and remembering the crimes implicit in the survival of the temple. Everyone, persons and synagogue, seems to be petrified in a sort of pre-language aphasia, where nobody knows well what to say, or, even, whether it’s remained something to say. The residues of the past, its fossils and ruins, one day are accomodated again into the lived life. It occurs everywhere there’re human beings, and it happened here. Gusts of wind are caught under the parka hood, and you realize that it occurs because life does not pass, life wears out, and it’s in the continous comsuming of the organic life, season after season, birth after birth, that all puts straight. The atrocious indifference of the after that. The rightful vigour of the news.

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A few hours before, on the plane, I was observing two dead arthropods. Their bodies were yellow and dried. Probably, they were trapped in the cavity of the window. Long time before, they encountered the wrong place, among plastic materials that had nothing to do with their genic code, and that made of them antiquated creatures. That morning, the FAZ published a news as overwhelming as the terror attacks that fisted Europe and Turkey in the last day of the year: human population reached 7 billions and half of individuals. The review of human demography matches the catastrophic numbers from WWF Planet Index 2016 of the last autumn, telling in a not so brutal way how it is for the not-humans on Earth.  In our young past (between 1970 and 2012) vertebrates species diminished of 58%. Defaunation moves forward, due to a widespread and radical habitat loss, required to leave space to the increasing numbers of human beings, and their way of producing food, energy, clothes. While we travelled through the Cold War, the fall of Berlin Wall and, then, the Nineties of Bill Clinton and the Kyoto Protocol (1970-2012), terrestrial species declined of 38%, fresh water species of 81% and marine species of 36%.

If on the Planet space is not infinite, our expansion plans are. They’re substantially borderless. Last century, Germany coined a word for the hunger of virgin land to feed its enormous lust for new territories: Lebensraum, vital space. The conquest, manu militari, of the East even inside the Russian steppes of the Soviet Union, to leave room to the Central-European settlers of German origin. And also to the shocked generation of young men and women, and their violet and grey faces resembling an expressionist painting became the mass-nightmare of an entire country, described in the fiction Unsere Mütter, Unsere Väter (ZDF, 2013). Hitler’s Vernichtungskrieg managed the geography between Europe and Asia as a matter of survival of the only people worth affirming itself on Earth. Today, Lebensraum is a filthy word, but it does not exist any better to depict the collapse of natural habitats and wild species that must retreat before the unstoppable arrival of human beings. The future of wildlife regards the vital space, and no other. An observation that is rooted in the pages of The Origin of the Species by Charles Darwin and that, unfortunately, puts us in the most disappointing position. Maybe, should we step back?

The yellow arthropode tells our story by telling its. Extinction is a human condition, so interrelated with the way our species took possession of every continent. Maybe, the arthropode didn’t ever know, yet we loved to produce plastics that suffocated it. And, maybe, this is the reason why we invented the collections of natural specimens, the gigantic archives of animal and plant species that enshrine the history of the Planet from the point of view of Homo sapiens. The 30 millions of records in the Museum fuer Naturkunde Berlin, in the Invalidenstrasse, conserve the extinct past, but claim for extinction the place of honor in the human enterprise that here, in Germany, revealed our most aberrant traits. We are it. Therefore, I think, Kaiser Wilhelm the Second smiled to the lens in the black and white picture tube bookshops sell to tourists. He did. He knew.

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The Schwarzer Weg is desert, and the Invalidenpark too. It’s not yet 9 a.m.,  the sky is beaten by the gusts of an Artic wind. The hallucinated perception that here in Berlin only an endless and solid winter is possible swirls around. On the synthetic rubber coating of the playground stayed the exploded cartridges of New Year Eve’s fireworks. The luxury apartments closed to the Energy Ministery are silent. A typical Prussian house hides behind red berry bushes. Near, a smokey chimney emerges. The fossil power, that we derived from coal and oil deposits in the last 150 years, has been the ultimate piece in the seizure of the Planet. Natural collections were born in Europe just when the Industrial revolution blasted. An intimate and dissolute relationship joined together the expansion ability of Homo sapiens and the scientific wit required to collect specimens of species by millions. Soon, they will have their Lebensraum only in the museums.

In the North, human discomfort often turns into philosophy. For Hegel, unpleasant things too have a sense, even if swift and dissimulated. This awareness of bad luck and violence, southern peoples always detect it in the big northern thinkers, is at the contrary a dialogue with themselves and the status of the things. It is, really, the ubiquitous frost that always meets the human events when we discover our power. Any supremacy has the same side effect: it compresses the space left to the others: enemies, defeated, dissidents. From Linneus, taxonomy imposed to the natural sciences not only the obligation to list living creatures, but also a new notion of the space among species. Species distribution in groups and families anticipated the order by evolutionary derivation by which Darwin organized the tree of life according to real criteria, but, for the first time, designed by the human being. This means that, from a certain point forward, species do not have only their habitat, but they also had an evolutionary position decided by the scientific thought. A new category of space that it never existed before man deduced it from the way things are, emerged. In the natural collections it works particularly clear. The main feature of any natural history museum is that species are forced to be all together. Space between them is not allowed but that artificial of display cabinets. While outside animals appear – as in Steven Gnam’s photos – in the collections animals are accumulated in an inflicted coexistence. These places tell us how we learnt to manage Nature: umzuhandeln, Heidegger said, to have animals, plants and ecosystems at our fingertips. But above all it means that from now we’re us to decide how much space to leave to them. It’s extinct the age outside time when Uroghompus eximius and Stenophlebia amphitrite flied in a world pure from any sort of consciousness able to think the Planet.

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Marine species cabinet conserved in an alcoholic solution is in a semidarkness; it’s closed in a huge room where access is permitted only through an automatic door. Temperature is under 20 degree Celsius. It’s once more cold. Tens of fishes, moray eels, sharks lie in the amber liquid that protect them from time as an amnios of the third millennium. The shape of the jars force them to stay vertically. To be honest, you expect something from these creatures. They’re not stuffed with polyammide or straw or cotton wool. They’re complete, tissues are still intact and the entrails are where they have to be. Only the eyes reveal death, and the surgical act of the removal from oceans and seas. A small hammerhead shark floats in its death with a sort of agility. It looks at me astonishngly, iced in a far away dimension it had never supposed to exist on Earth. Just like everything else in the natural collections, it ended to speak a totally estrange language, diluted in the feeling of injustice taking your throat before stuffed animals. They should be there to testify the beautiful biodiversity of the Planet. These species had to die to become a knowledge available to human beings. Scientific thought grew on records, fossils, and capture in the wild. Zebras, tigers, jaguars, lions play in  a strong and detailed plot they didn’t want to be in. Because no one species knows to have a story.

Cats are one of the families that suffer most the consequences of the human ecological footprint. An ocelot with only an eye, stuffed in 1819 stares into space in the same glass cabinet where a relative of it turns the head toward a Smyrne alcyon (Alcedo smyrnensis) gathered around 1800 at Pondicherry, India, by George Cuvier, the father of the concept of extinction. Early before Christmas, it had been published on PNAS an assessment of cheetah (Acinonyx jubatus); the study reveals what anyone already suspected, that the remnant  7100 cheetah on the Planet are inexorably walking along the path of extinction.   Cheetah is a “protection-reliant species”: without human help it cannot cope with the other predators, poaching and habitat erosion. Many cats started dramatically declining when their fur became fashion goods. Spotted fur trade was extremely successful in triggering defaunation on the behalf of its intrisic capacity to amplify its effects. As Kent Redford argued in his remarkable work “The empty forest” (1992), trade engages many wild species, but it’s also able to shift from one other if market demands it  or supply chain encounters fluctuations on the base of intense offtake. The jaguar (Panthera onca) started to transform into coat at the end of Nineties, but in the Sixties of the last century too few jaguars remained and hunters moved to smaller cats: Leopardus wiedii (margay), Leopardus tigrinus (tiger cat) and Leopardus pardalis (ocelot). The survival of top predators, such as big cats are, depends on a negotiable principle, and that is space. But in the meantime he discusses how much room to give to animals, Homo sapiens displays also another one of his amazing skills he had been proving to have before Nature over time. It is the capacity for imposing silence, for making silence, for converting biological life into a majestic aphony. Superbly taxidermised, one Bubo nipalensis (Nepal’s owl) and one Harpia harpyia (the greatest hawk of the American continent) listen to the sweet chatter of some kids. They visit the museum with the grandparents for Christmas holidays. This silence stems from the same matrix of the shock the civil population in Germany experienced at the end of May in 1945. Suddenly waken up to himself, man has no concepts or representations to face what he did. Made unable to speak due to the destruction, in the mid of the Berlin’s waste dust, this human being cannot identify himself. But it’s his shadow to stun it, not a lack of awareness. Almost always, Homo sapiens knows well what he’s doing. But he continues to do it.

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At half past nine a.m. the Wannsee railstation is semi-desert. Train stopped in time, after sliding along kilometers of dry and bare woods. Elias Canetti wrote that German people has his natural root in the Northern forests, since pines and firs line up as soldats in an army unit. The strong attitude to obedience was one of the elements – the easest to be judged by winners in the aftermath of the war – that, slowly, brought Germany to a moral catastrophe and finally to Wannsee. Here, in an elegant lakeside villa, on the 20th of January 1942, some high officials and admistrators of the Reich and SS were called by Reinhardt Heydrich to plan the killing of all the European jews. Bus 114 runs along the lake; the driver is not sure of the stop . This “villa of the conference” seems not to have a certain place in the route he runs every day. He never payed attention to it, probably. But a sophisticated middle age woman who looks like Lauren Bacall told me to be comfortable, since I have to get off at the end of the line.

The constant show provided by social media detached us from the real dimensions of political and social apocalypse, that never occurs in an epiphanic event, but rather follows a syntomatic course for years. It’s hard to imagine a more ordinary spot than Wannsee to realize how genocide grew gradually in any interstices of the German civil life until the day Heydrich’s boots pace resounded on this driveway. It starts snowing now and the wind misshape the plastic posters hanged on the villa’s gate. They tell the past of Wannsee, when in the Thirties it was a holiday resort for Berliner wealthy families, even jew: Oppenheim, Langenscheidt, Springer, Fassbender, Lieberman, Baumgarten. Then, Wanssee was a nice place to rest, read good books, look at children playing in the garden. Much of the informations are available also in Hebrew; on the copybook where visitors record their impressions, many notes are in Ivrit. They are written in a rhytme of anxiety and determination. We’re still alive, these voices from the far Israel repeat, pretending rights their father were defrauded of. But also their contemporary voice weakens more and more, up to disappear, in the labyrinth of rooms in the museum the villa is today. And the voice changes its body, and it turns into a matt glass, foggy, edged with fixtures made of a white, dirty wood. Beyond it, young faces of women, boys, teenagers wait that an Einsatzgruppe organizes their shooting.

 

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A long, dark table captures the sight and leads it to outside, to the park trees. The windows allows you to breath, it is a cheap escape from the absolute violence marked by an heartbreaking simplicity that stops any effort to take notes. The perfect organization capacity of a modern burocracy, this is what Heydrich called around the lost table where proportions were made, quantitative factors were discussed, measures were taken. Reinhardt Heydrich was the devil of this simplicity. Out there, red brick houses in teutonic style seem standstill to the Thirties. A Kindergarten jumps out. The palisade of the building is bucolic and unpainful, the wood eroded by winter weather. An abandoned compound, closed to the Kindergarten, is lost in the woods, displaced, like the surprised sight of the bus driver who doesn’t know who’s Reinhardt Heydrich, who was the son of two musicians and yes, once upon a time ought to be a kid. Actually, kids create the space surrounding these spots of memories; they dig a trench between the past and us, a furrow in the land that isolate even more our ancestors from us. Kids keep our fathers separeted from any kind of “and then”, but so doing they make it closer. Kids donate to the present time the not-possibile-to-fill emptiness where we can aknowldege the ancestors, and the victims. Kids permit us to give a name to those who no longer exist.

The same thing happens to species threatened of extinction, Joshua Schuster says. Only when they are lost, they get a name. And if “love is love of a name, as Lacan believed, and if 100 hundred thousands years ago we humans were the species “that have not yet a name, but it has the capacity to name things”, as Elizabeth Kolbert assumed in her exploration of extinction, then the names of the victims, of the disappeared, of the lost forever, of the alone for the eternity to come (because they could not ask for anyone’s help who took their hand and told, i will never let they deport you) are our only seal, even so weak, on what has already gone. We can keep it only this way, by names. Since they’re extinct, we know and conserve and protect their names in the museums and in our neurons. The use of extinction, Guido Chelazzi understood, is since a lot of time a tool to perfom the possession of land, peoples and faunas encoded in our “primeval footprint”. That we were able to use it on an industrial scale between 1939 and 1945 should not surprise, but because the enormity of evil as a process fitting with the human historical enterprise that became evident in the Third Reich’s occurencies. Yes, it exists. Yes, it happens. Yes, at the beginning no one dares to give it its true name.

In a precise moment in the European history, despite the huge acceleration of the industrial production, space was a colletive experience. Eduard Gaertner grasped what space meant to his age. He didn’t know that it was about to vanish, but he depicted it in two paintings now at National Galerie, in front of the Bode Museum. Die neue Wache in Berlin (1833) and even better Unter den Linden (1852) show that space is needed to comprehend the presence of a landscape. On a golden background, architectural elements appeared lonely, while young couples, unaware of their own epoch, walk enjoying a privilege that now is gone. We cannot neither imagine how it is to have so much space all around. But the two paintings communicate also an unsuspicious anguish because of the tranquillity the people rest in. Hunger for space, at that time, produced the room where these people roam: architects designed wide, long avenues, the unconditioned symbols of the Prussian power, and of Europe. As these young couple hoped to have enough room to cultivate a dream of happiness (according to Saint Just’s political revolution), the world (forests, faunas, not European peoples) were fading away. Prussian omnivory for new territories pretended more Lebensraum, and took it. By force. In Africa.

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A snow storm hit the Museum der deutschen Geschichte, the museum of German history on the Unter den Linden. Many berliners seek a shelter in the café. Vienese chocolate chakes, apple pies, hot coffee mitigate the reckless frost in the early afternoon. An exhibition on the German colonialism in Africa is under way; it considers sistematically a page of the Wilhelm’s time that it’s used to be dismissed. Instead, it’s fundamental to understand how an overexploitation pattern – to death – of the not European populations ( the Herero in Namibia, for instance) had been fermenting for decades before to take the power at the collapse of the Weimar Republic. At the end of the Nineties, in Africa Germany occupied Togo, Cameroon, Namibia, Tanzania, Rwanda and Burundi. When the Great War was over, in the first number of the magazine “Die Arbeiter – Illustrierte Zeitung aller Laender” (1927) the journalist Willi Muenzberg called general Von Throtta’s acts in the Namibian desert “a war of exetermination”. In 1918 Britain tool over the control of the region and denounced the atrocities committed by Germans in a reverbative investigation, The Blue Book.

What really the German settlers and soldiers did to the civil population is shown by tens of photos: emaciated bodies starving to death (pursued by Germans to near extinction, says a t-shirt, a sort of contemporary artwork about the Namibian genocide). Between the two centuries the line marking whites and blacks was not only a racial policy, but also a mindset that helped putting order in the masters’ intentions: “Colonialism demanded clarity. Scientists classified humans according to races and tribes. By endeavouring to set and implement a clear line between rulers and the ruled, the colonizers continually reasserted their own identity”. To dominate, and make space, you must know who you are. And then, go straight ahead.

Colonialism not only destroyed the social and economic tissue of the African nations it invaded and haressed. Colonialism left beyond a halo of defeat, loss and irrecoverability that the German photographer Andréas Lang has been able to track catching the ghosts of an ancient past still effective in Cameroon, Congo and Central African Republic. It’s not easy to say about which kind of extinction his photos talk, yet they tell – in the absences at the centre of the picture – the definitive end of something, and someone. People, animals, villages, civilizations. The special exhibition of the extraordinary Andréas’ artwork – Kamerun und Kongo. Eine Spurensuche und Phantom Geographie – is in the new section of the Museum and completes a path of sickening and guilty the curators dedicated to German colonialism. The black and white stretch of a foggy river, a nude road heading to an hospital eyes cannot reach, some abandoned buildings in Akanolinga take visitor’s hand. Whispering, these photos bring him in the psychic underground that sustained the colonial barbarism. Neither human face, Andréas’ imagines say, can stay undamaged contemplating what we are able to do. So, a motionless astonishment, or a desperate inertia, are stuck on the faces of his portraits: a guardian in Cameroon, a student with a stripe-t-shirt and a pan to sift river sable, standing in a landscape empty of any kind of book or school buildings or classmates. And, first of all, the absolute loneliness of a gendarm in Nola, Central African Republic. There’s animals here as well in the hell of memories where you can no longer distinguish the name of who keeps you as an hostage or who took away everything and then vashined himself. In any of the country where Andréas travelled lion is functionally extinct. Yet, one woody lion controlls a chafferie entrance, in Cameroon. And a mountain of bones from big herbivores  – Slaughterhouse – breaks the vegetation uniformity. Cameroon and the other nations in the Congo Basin are the African countries where survival hunting (the so called bushmeat crisis) is the main driver of defaunation among tropical species. In this emptiness we finally find ourselves.

But, is the story really this way? If extinction is forever, do only the posterity’s words and the ancestors’ tracks remain? Do we have no other choice but to single out fossils or specimens? At the entrance hall of Wannsee villa, leaflets historically accurate about Hitler’s war of extermination are at public disposal. For the regime, Ian Kershaw wrote, Poland was a “racial damp”, and then Russia came, where the Einsatzgruppen shot dead hundreds of thousands of individuals. And the Russian steppes and their peoples damned to starve. Inside one of this little books I find a very blurred photo with a woman.

It is the 19 th of March 1944: Marija Makarowa Rytschankowa took the hands of her three children, Ivan, 6 years old, Fenja, 2 and Anja 4. They have been just freed from the Lager of Osaritischi, in the White Russia. The children are wrapped in blankets, Marija held the little Fenja, Ivan smiled. Even Marija’s existence, at a certain point, started running along one of those anonimous roads delving into the forest – Andréas Lang tracked them – toward almost-impossibile-to understand darknesses.

( More photos are available in the Italian version)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oxford, Cecil Summit : il destino del leone è irreversibile ?

Si è tenuto ieri 7 settembre alla Blavatnik School Of Governement il public event inaugurale di uno workshop  dedicato al futuro del leone – Cecil Summit – organizzato dal WildCru di Oxford, il gruppo di ricerca che seguiva Cecil da anni nel parco nazionale Hwange, nello Zimbabwe. Il summit raccoglie fino al 9 settembre 30 esperti di ogni disciplina ( economisti, ecologi, filosofi, biologi) impegnati a discutere il passaggio di livello indispensabile nelle politiche di conservazione del leone africano. A sostenere l’iniziativa con forte convinzione c’è Panthera, il network internazionale con base a New York che annovera alcuni tra i migliori progetti sul campo per la protezione dei grandi felini del pianeta. Al public event partecipavano due personalità di primissimo livello negli studi sui leoni e cioè, appunto, Luke Hunter presidente di Panthera  e Craig Packer della Minnesota University, probabilmente l’uomo che oggi meglio conosce il leone e il Serengeti.

La domanda attorno a cui ruotava l’incontro pubblico era sostanzialmente questa: considerato che oggi abita solo l’8% del suo range originario, il destino del leone è ormai irreversibile ? L’enorme espansione mediatica della storia di Cecil ha segnato probabilmente un momento cruciale nella esposizione mediatica del leone, che non è però sufficiente a garantirne la sopravvivenza come specie. Il workshop ha perciò focalizzato l’attenzione del pubblico su alcuni punti fondamentali, su cui neppure gli esperti hanno risposte univoche, ma che ci inchiodano alla devastante realtà che il tempo sta scadendo : solo un secolo fa i leoni africani erano 200mila, oggi sono 20mila.

David Macdonald, presidente e fondatore del WildCru, ha insistito sulla responsabilità che tutti hanno in questo frangente storico di cambiare le strategie di conservazione del leone. L’obiettivo è accrescere le nostre conoscenze sulle popolazioni rimaste ( estremamente frammentate ) per capire i trend demografici. I dati raccolti da Panthera nel centro, nel sud e nell’ovest del continente confermano che il bushmeat, la caccia di carne selvatica a scopo alimentare ad opera delle comunità locali, rappresenta una crisi distruttiva e permanente ovunque, con una particolare gravità e incidenza nel bacino dello Zambesi. Zambia e Angola, come documentato da recenti ricerche di Steve Boyes per la Society ( National Geographic ) e Vincent Nijman, esperto di wildlife trade della University Of Liverpool, sono al centro di questo fenomeno che non impatta più solo sui primati dell’Africa occidentale e dell’Albertine Rift, ma anche sui leoni. Semplicemente, ci sono sempre meno prede.

In Africa le aree protette con più di 1000 leoni sono solo 6, almeno 16 quelle in cui, secondo Luke Hunter, si potrebbe estendere la protezione giuridica in modo da ampliare lo spazio disponibile per la specie e soddisfare quella che a suo dire è ancora una notevole capacità di carico degli ecosistemi africani. Un milione almeno di chilometri quadrati potrebbero servire per questo scopo. Su questo ragionamento si è innestata però la riflessione straordinariamente pragmatica di Craig Packer che da trenta anni studia i leoni del Serengeti, un sostenitore delle aree cintate (fenced). Packer ha ricordato senza tanti complimenti che servono miliardi di dollari per proteggere i leoni nei sistemi a savana e “probabilmente per sempre “. Lo spazio costa moltissimo in un continente afflitto dalla povertà che sta dando in concessione terre fino a pochi anni fa considerate marginali a ispezioni minerarie di verio genere, un continente in cerca di un riscatto sociale che non possiamo ignorare. I leoni però sono anche la condizione primaria per il funzionamento essenziale degli ecosistemi africani: senza di loro collasserà l’intero habitat.

Non si possono quindi ignorare due questioni fondamentali. La prima è la demografia umana : secondo le nazioni unite entro il secolo ci saranno in Africa 4 miliardi in più di persone. La seconda : il sistema di aiuti uscito come visone di economia e conservazione sostenibile  dal summit di Rio del 1992 è superato perché inefficace. Le comunità locali chiedono un maggiore coinvolgimento lamentando ancora la cosiddetta ideologia della conservazione che privilegia gli animali a scapito degli esseri umani. Ma la comunità internazionale deve prendersi, tutta, l’onore della sopravvivenza di questa specie: bisogna investire insieme, finanziare insieme, cioè in modo partecipato e moralmente condiviso.

Rory Stewart, ministro per lo sviluppo internazionale del governo May, personaggio carismatico, ha insistito sul valore simbolico, culturale del leone:”siamo fortunati ad averlo” ha detto aggiungendo che la portentosa bellezza della specie motiva i finanziatori e dovrebbe convincerci che in gioco c’è in fondo anche una parte di noi stessi.

Se c’è una lezione che Cecil ha impartito è che il leone africano non è più un affare coloniale, in qualche modo. Non appartiene più al design dell’Africa della Blixen. Ma non è neppure solo affare africano. Il leone è “un nostro patrimonio comune”  e come tale va protetto.

 

 

 

Tomaso Montanari: ereditare Bernini e la biosfera

 

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La manifestazione del prossimo 7 maggio a Roma, Emergenza Cultura, pone per la prima volta un nesso molto chiaro tra pensiero e paesaggio. E questo accade perché i problemi che fronteggia il patrimonio artistico del nostro Paese sono gli stessi che minacciano e compromettono la biosfera: cosa proteggere ? Perché conservare? Che posto ha il passato nel nostro presente, e nel futuro? Tomaso Montanari ha riassunto molto bene il succo della questione: “la ‘tutela’ non è emergenziale ma sistematica e preventiva, ed ha l’obiettivo di rendere sicuro il patrimonio, e di consegnarlo inalterato alle generazioni future”. Quello che è in discussione attorno al 7 maggio è una dimensione storica che sta diventando determinante nelle forme che il futuro della società già ora va acquisendo, e cioè il problema dell’eredità. Due opposte concezioni si fronteggiano: alcuni considerano l’eredità (la bellezza artistica, linguistica, filosofica, biologica, geologica) come un dagherrotipo obsoleto, un gadget, un luna park, un safari; altri ritengono invece che l’eredità sia un sostrato imprescindibile del reale, perché l’eredità è il presupposto di ciò che siamo, non un inventario di beni promozionali. L’eredità, questo il messaggio estremamente costruttivo e nuovo degli interventi di Tomaso Montanari, è la capacità di elaborare il presente senza far fuori il debito contratto nei confronti dell’Altro; questa eredità fondativa non sa di polvere e di vecchie biblioteche, ma parte da Bernini, così come da Tacito e da Platone, per ripensare il mondo, e la cittadinanza, secondo una traiettoria di senso, non sciogliendosi in logiche di consumo. Il consumatore non si preoccupa di tirar fuori un orizzonte possibile dal suo consumo contingente, vive di un presente asintomatico ma per questo sterile e muto, mentre l’erede – della nostra storia evolutiva non meno che della nostra storia artistica – ha come scopo primario, citando Hegel, “di cercare ciò che ha spessore prima di tutto nella figura della lontananza”. Non per ripetere all’infinito il già ripetuto, ma per stabilire proporzioni, lasciar fiorire il nuovo, creare storie, sentirsi parte di un percorso e non un esule o un esiliato in terra propria. Come ha magnificamente mostrato Tomaso Montanari nella serie La Libertà di Bernini, il passato si eredita dentro il futuro. Cosa significa? Agamben: “La vera continuità storica non è quella che crede di potersi sbarazzare dei significanti della discontinuità relegandoli in un paese dei balocchi o in un museo delle larve, ma quella che accetta ‘giocando’ con essi di assumerli, per restituirli al passato e trasmetterli al futuro”.

Henrik Jeppesen : ma l’avventura è esperienza ?

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La notizia che il ventisettenne Henrik Jeppesen a 27 anni ha visitato 196 Paesi del mondo riporta in primo piano un libro pressoché dimenticato di Giorgio Agamben “Infanzia e Storia”. Qui Agamben si chiede se esista una infanzia dell’uomo, un momento zero in cui “tutto è cominciato” e se fare esperienza delle cose del mondo sia un processo automatico o dipenda piuttosto da qualche caratteristica intrinseca ad Homo sapiens. Secondo Agamben l’infanzia dell’uomo – che l’ambientalismo tende a identificare con un Eden puro dal conflitto con le altre specie – è sin dalla notte dei tempi un atto inserito nella storia, perché l’uomo è soggetto ed accede all’esperienza solo affermandola. È la parola che gli consente di entrare nel mondo, quindi nel fare esperienza e quindi nella storia. Lo stesso Eden dunque non è mai esistito – come insistono a dire i teorici della antroecologia come Erle Ellis – perché non c’è storia fuori del linguaggio. Il linguaggio è insomma un agente ecologico, o, detto in altre parole, è lo strumento che consente di modificare il pianeta perché nominando terre, laghi, montagne, animali porta questi stessi enti dentro una storia nuova. Umana. Ma se le doti esplorative hanno funzionato come un portentoso driver evolutivo, Agamben vede nella ricerca dell’esotico un sintomo della crisi dell’esperienza nelle società iper moderne: “La ricerca è il contrario dell’avventura, che presuppone che la via per l’esperienza passi attraverso lo straordinario e l’esotico (contrapposto al familiare e al comune); mentre nella ricerca lo straordinario e l’esotico sono soltanto la cifra dell’aporia essenziale di ogni esperienza”. In Antropocene, sembra dirci Agamben, la fame del nuovo fagocita il tempo necessario per fare di un viaggio un vissuto. Se ormai l’Eden appare perduto, smarrito sembra anche il Pianeta come territorio di scoperta proprio nel senso più strettamente evolutivo che la nostra storia ci consegna.