Corpo e anima, la wilderness è il luogo dell’eros 


Può succedere che l’intimità dei corpi cominci dove il corpo si addormenta, soggiogato dalla dimensione oscura e pretenziosa a cui non è possibile dire di no, che la si chiami inconscio, come Freud, o anche anima. Un uomo e una donna sono colleghi di lavoro: Endre dirige il mattatoio dove Maria e’ la nuova addetta al controllo qualità delle carni macellate. Una indagine della polizia su un furto di farmaci veterinari obbliga Endre a disporre una consulenza psicologica per tutti i dipendenti, compreso se stesso. È così che lui e Maria  scoprono di sognare la stessa cosa : sono una coppia di cervi, maschio e femmina, che ogni notte si incontrano nel bosco. 


Questo è l’incipit del film del regista ungherese Ildiko’ Enyedi che ha vinto l’Orso d’Oro all’ultimo festival del cinema di Berlino e che è nelle sale italiane dal 4 gennaio: Corpo e anima. Una storia di sogni, animali e amore, che si dipana oltre gli stereotipi comuni su cosa è normale, giusto e appropriato e diviene, dopo 116 minuti di soggiogante carnalità emotiva, un inno al coraggio. Un film erotico che spinge la vicenda verso un interrogativo originale e che fa di Corpo e anima una riflessione sul posto che gli animali selvaggi hanno ancora dentro di noi. Questa domanda è se per caso il posto degli animali (la wilderness) non sia anche, per noi esseri umani, il posto dell’amore.
In questo film infatti gli animali compaiono in diversi contesti, e con differenti ruoli, in una stratificazione di significati. I bovini condotti al mattatoio (è tutto vero e non è per vegetariani, perché il regista ha girato uccisioni reali ), i cervi che brucano sul terreno gelato di una foresta del nord Europa, una pantera di peluche. Morte, nutrimento, fame, onanismo, voyeurismo, gioco e poi anche sole che sorge ogni mattina con il ritmo semplice di meccanismi biologici antichi di milioni di anni. Silenzio, paura di un no dopo un appuntamento di cui vorresti il seguito, sangue sulle piastrelle bianche dove è finita la vita di un bovino e sangue nelle vene di una giovane donna che ascolta la prima canzone romantica della sua vita perché adesso sa cosa è una canzone d’amore. Mentre l’empatia per gli animali da carne scivola via, perché in fondo un lavoro di questi tempi è sempre un lavoro a Budapest, gli animali dei sogni prendono il sopravvento nel tentativo faticosissimo di Maria di desiderare il proprio desiderio per Endre. Ma la storia non è condizionata da un ricorso stucchevole alla psicoanalisi e ci dice invece che la psiche è estremamente concreta, perché è dove siamo noi stessi, con tutte le nostre deformità e imperfezioni,  che comincia l’eros. Un territorio sconfinato dove i cervi non solo dicono ciò che questo uomo e questa donna vogliono, ma anche perché lo vogliono. In Corpo e anima e’ chiaro che l’amore è qualcosa di molto primitivo ed è per questo che non possiamo farne a meno.  


Rispetto alle antropologie contemporanee del cinema recente, popolato di soggetti narcisisticamente tossici come Miss Sloane,  questo film mette in scena caratteri ancora capaci di correre il rischio di una intimità emotiva. Il che equivale a varcare il confine del proprio home range per avventurarsi in un territorio sconosciuto quanto una foresta: “Gli animali gravitano attorno ai luoghi oscuri in noi (…) sono fessure attraverso cui facciamo cambiare posizione alla natura coscienza”, scrive Neil Russack.  È questo che il film mostra con una delicatezza estrema : il nostro io più intimo è spazio, è wilderness, è una geografia. Tutti ne possediamo uno, proprio come gli animali che hanno uno habitat, ma non ci è dato entrarci da soli. Noi umani abbiamo bisogno che qualcuno venga a prenderci e ci porti lì dove il nostro desiderio si è evoluto insieme alla nostra  intelligenza.  In questo territorio il corpo è l’anima perché, come comprese Jung, il corpo produce pensiero . 

Sentiamo parlare in ogni modo e in molte forme dei motivi per cui dovremmo conservare gli ultimi spazi selvaggi del pianeta. Ma è probabile che una ragione molto valida sia che le specie animali e i loro habitat possono davvero reintrodurci nel regno della possibilità, dell’impensato, dell’assoluto.  Cioè il regno di Eros.  

( Credits: Movie Inspired )

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Dimenticate Escobar: la Colombia di Juan Gabriel Vásquez è ostaggio delle sue reliquie

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La forma delle rovine (Feltrinelli, 2016) di Juan Gabriel Vásquez è una storia di rovine: parti anatomiche di politici morti ammazzati, e trafugate dai musei, speranze politiche disilluse e finite negli archivi delle ipotesi, ricordi che prendono in ostaggio vite intere facendone, appunto, cumuli di resti archeologici incompleti. L’opera di Vásquez è un romanzo di 500 pagine che dà le vertigini riuscendo a mettere in trama una miriade quasi soffocante di supposizioni, contro-deduzioni, teorie cospirative e sospetti sui due delitti eccellenti della Colombia post coloniale, e cioè l’uccisione del generale Rafael Uribe Uribe (15 ottobre 1914) e del leader del partito liberale laico Jorge Eliécer Gaitan (9 aprile 1948).

Il narratore-autore, che è poi lo stesso Vásquez, lascia la Colombia nel 1996, nel pieno del potere anti-governativo di Pablo Escobar. Dopo 9 anni di lontananza, Vasquez ritorna a Bogotà con tutta la famiglia, sconvolto dall’aver riconosciuto su una rivista in spagnolo la foto dell’ippopotamo che proprio Pablo Escobar teneva, insieme ad altri animali esotici, nel giardino zoologico del suo quartier generale, la Hacienda Napoles; come moltissimi altri ragazzini colombiani, Vásquez aveva visitato quel luogo ignaro della complicità di Escobar nello stato di terrore permanente del suo Paese.

Il libro di Vasquez assomiglia ad una mappa geografica frammentaria, in cui è facilissimo perdersi e il cui senso complessivo arriva solo alla fine, e in modo inatteso. E’ una crime fiction, eppure è anche una investigazione personale su come si possa trasformare il passato ereditato in qualcosa di nuovo senza passare la vita in uno stato mentale fissato sull’archeologia del possibile e del già accaduto:

“Non so quando iniziai a rendermi conto che il passato del mio paese mi risultava incomprensibile (…) con il tempo ho pensato che è questa la vera ragione per cui gli scrittori scrivono dei luoghi della loro infanzia e adolescenza e anche della loro prima gioventù: non si scrive di ciò che si conosce e si comprende, e men che meno perché si conosce e si comprende, ma proprio perché ci si rende conto che tutta la conoscenza e la comprensione erano false, un miraggio, un’illusione, tanto che i libri non sono, non potranno mai essere altro che elaborati esempi di disorientamento: estese e multiformi dichiarazioni di perplessità”. E così lo scrittore, scrivendo un libro, confessa Vásquez, “prova a mitigare il suo sconcerto, a ridurre lo spazio tra ciò che si ignora e ciò che si può venire a sapere, e soprattutto a risolvere il profondo dissidio con quella realtà imprevedibile”.

E la realtà imprevedibile è che forse i maniaci del complotto qualcosa avevano visto di davvero storto nella ricostruzione giudiziaria del caso Uribe Uribe e poi del caso Gaitan. Ma il passato della Colombia si trasforma in una ossessione per i teorici del complotto, che condividono con tutti i colombiani una assuefazione genetica alla violenza. Le rovine del titolo sono il debito di sangue, che non si estingue mai, e passa invece da una generazione all’altra:

“Noi, i vivi, che continuiamo a cercare di capire quanto è accaduto, che tanti anni dopo continuiamo a cercare di capire quanto è accaduto, che tanti anni dopo continuiamo a raccontare storie per spiegarcelo (…) Ora mi sembra incredibile che non avessi capito che le nostre violenze non sono solamente quelle che ci hanno toccato in vita, ma comprendono anche le altre, quelle che vengono da prima, perché tutte sono legate, anche se i fili che le uniscono non sono visibili, perché il tempo passato è contenuto nel tempo presente, o perché il passato è la nostra eredità senza beneficio di inventario e finiamo per ricevere tutto: la saggezza e gli eccessi, le scelte giuste e gli errori, l’innocenza e i crimini”.

Vásquez riesce, a prescindere dalla Colombia, a dirci qualcosa di veramente adeguato al nostro presente. I conti con il passato non possono mai essere chiusi, ce li portiamo addosso sempre, e la fatica immane è riuscire a non rimanerne vittime. La scomoda eredità di ciò che sta sulle nostre spalle, anche quando non siamo rei confessi, ad esempio l’anidride carbonica pompata in atmosfera prima che nascessimo, le specie estinte dalla struttura economica che sorregge la nostra idea di mondo, i crimini contro l’umanità della Seconda Guerra Mondiale, è un copione che portiamo nel nostro stesso dna. Non esiste, per nessuno e per niente, un tempo davvero vergine:

“Io posso pensare ad eventi della mia vita (le cose viste, udite, decise in qualche momento) senza i quali starei meglio, perché non sono utili e per di più si rivelano scomodi, vergognosi o dolorosi, ma so che dimenticarsene a comando non è possibile, perché rimarranno accovacciati nella mia memoria; e può darsi che mi lascino in pace per un tempo più o meno lungo, come animali in letargo, ma un giorno vedrò o sentirò qualcosa o prenderò qualche decisione che li farà tornare ad affacciarsi: i ricordi colposi o semplicemente perturbanti tornano nella nostra memoria in momenti imprevedibili, e allora di attiva una sorta di reazione muscolare – un atto riflesso del nostro corpo – che accompagna sempre questi ritorni (…) no, non si controlla l’oblio, non abbiamo imparato a farlo, e dire che la nostra mente funzionerebbe meglio se ne fossimo capaci: se avessimo del potere sul modo in cui il passato si intromette nel presente”.

Che cosa sono, allora, le rovine del titolo? Sono le fratture sulle nostre ossa, le ferite di guerra, la ricomposizione impossibile di un prima dotato di un significato più ragionevole del dolore patito; le rovine sono la nostra inettitudine a ricomporre il presente secondo logiche opportune. La vertebra di Gaitan e il cranio di Uribe Uribe sono rovine:

“Le rovine di uomini nobili: il verso del Giulio Cesare mi aveva assalito (o forse dovrei dire: era accorso in mio aiuto) come tante altre volte mi era accaduto con il vecchio Will, le cui parole mi aiutano a dare forma e ordine alla caotica esperienza. In quella scena, Giulio Cesare è appena morto in Senato, accoltellato ventitré volte dai cospiratori, dissanguato sotto la statua di Pompeo, e Antonio, il suo amico e protetto, rimane da solo accanto al cadavere. ‘Perdonami, tu sanguinante pezzo di terra’, gli dice Antonio, ‘per il mio essere mite e gentile con questi macellai. Tu sei le rovine dell’uomo più nobile che mai visse nella marea dei tempi’. Io non so se Uribe Uribe e Gaitan furono gli uomini più nobili del loro tempo, ma le loro rovine, che mi accompagnavano nel viaggio di ritorno a casa, avevano quella nobiltà. Quelle rovine umane erano moniti dei nostri errori passati, e in qualche modo furono anche profezie. (…) la cosa importante per me non era quella memoria delle ossa, ma ciò che il contatto con esse aveva provocato nelle vite di questi uomini: Carlos Carballo, Francisco Benavides e il suo defunto padre. E nella mia, ovviamente. Anche nella mia”.

Quando facciamo i conti con noi stessi e la nostra epoca, rimangono soltanto le rovine (le storie passate, i fantasmi privati, i genitori perduti), che ci ossessionano oltre la malinconia. Le rovine possono diventare paranoia pura, ma soprattutto smascherano la nostra adesione impossibile alla realtà reale. E per questo non sono che reliquie.

Loveless, le anime estinte di Andrej Zvyagintsev


Non è la Mosca di Tolstoj ma neppure quella del Cremlino ; la Mosca di Loveless, il film di Andrej Zvyagintsev premio speciale della giuria all’ultimo festival di Cannes uscito ieri nelle sale italiane, è la Mosca dei moscoviti, della gente ricca vestita con i brand francesi e italiani che vive in appartamenti lussuosi – pavimenti in legno e cucine in pannelli laccati – e non beve più vodka ma vino. Loveless – un film crudelissimo – comincia in uno di questi condomini a decine di piani raccolti attorno ad un piccolo bosco con lo stagno. Boris e Zhenya stanno per divorziare e non sanno dove mettere il figlio dodicenne Alioscia : Boris (lo strepitoso e bellissimo Alexey Rozin ) ha già una altra donna, incinta, e Zhenia ha sedotto un ricco imprenditore più vecchio di lei che abita in un appartamento di cemento e vetrate ghiacciate, parla con la figlia solo su Skype, e veste Ralph Lauren. Il posto migliore per Alioscia sarebbe un istituto, visto che la vera felicità per entrambi gli ex coniugi  è in arrivo e il ragazzino è solo un impiccio.  Da sempre. Dal giorno della sua nascita. Ma dopo l’ennesima lite furibonda il cui unico argomento è l’inutilità di sentirsi ed essere padre e madre, Alioscia scompare. 
Zvyagintsev  dirige in modo superbo un film atroce nella sua assoluta raffinatezza  su una tipologia specifica di uomini e donne contemporanee, in una Russia assuefatta agli effetti più nefasti del dio denaro. Boris, il narcisista con un ottimo impiego che non sa cosa provare di fronte al pericolo mortale corso dal figlio perso chissà dove in una città gelida e ostile, un uomo tanto potente a letto quanto inutile nella sua totale indifferenza per le conseguenze emotive delle proprie azioni con le donne ; Zhenya, figlia di una madre incapace di amore che a sua volta odia Alioscia per il semplice fatto di averlo davanti, prova inconfutabile del suo vuoto interiore. Entrambi personaggi perfettamente raccontati nel loro deserto psichico, automi di una società opulenta che non conosce più amore perché l’amore non serve più. Non le anime morte di Gogol, molto più banalmente anime estinte.

Loveless è una denuncia del degrado affettivo del nostro tempo, degli incontri vissuti sugli IPhone e mai dove davvero gli individui in carne e ossa sono e respirano. La Russia, disperata, al contrario di quanto scritto da Paolo Mereghetti, sopravvive solo nei suoi boschi, che, pur inquinati dalle rovine di vecchi edifici sovietici ormai marci e decrepiti, sono per Alioscia un rifugio in una delicatezza pura e intonsa. Non a caso in tutto il film compare un solo animale, un cane husky che aspetta fuori dai cancelli della scuola il suo piccolo padrone. Ancora un film, ancora europeo naturalmente, sulla condizione psicologica di tanti uomini e donne del nostro tempo straordinariamente anaffettivi. Spietatamente ricchi. 

Un profugo al Grant Museum di Bloomsbury, Londra 


Ci sono tanti modi per essere dei profughi. Gli esiliati dalla propria terra natale a causa di conflitti armati e guerre civili, come la gente della Siria che è arrivata in Europa negli ultimi due anni, e poi però ci sono anche i profughi dell’anima, che passano la vita a vagare per il mondo, spaesati e disorientati nonostante il successo personale, l’affermazione sociale e un affidabile passaporto. E’ stato Winfried Sebald a individuare questa nuova figura di profugo antropocenico, fino a farne un leitmotiv della sua opera in generale, ma soprattutto nel suo romanzo Austerlitz ( Adelphi, 2002) di cui si è parlato in modo inedito a Londra lo scorso 23 novembre nel contesto scientifico del Grant Museum, a Bloomsbury, all’interno del palinsesto dello Being Human Festival. L’edizione 2017 della manifestazione voluta e ideata dalla UCL di Londra era appunto dedicata alla condizione di profugo nella nostra Europa attuale. Il Grant Museum di Gower Street è il più antico museo di storia naturale rimasto a Londra, uno dei più preziosi d’Inghilterra, perché porta il nome del primo “padre spirituale” di Charles Darwin e perché contiene una vastissima collezione di scheletri di specie tropicali ed euroasiatiche. Il Grant è sostanzialmente un museo di ossa, dove la “natura morta” (dead nature non meno che still nature) che sta a fondamento delle scienze naturali, e della tassonomia, espresse, due secoli fa, la sua vocazione globale, insaziabilmente saccheggiatrice, moderna. E’ su montagne di ossa che abbiamo conosciuto ciò che sappiamo delle faune della Terra, e quindi di noi stessi. Se dunque si è parlato di Austerlitz al Grant è perché, come spiega Meredid Puw Davies della UCL, “natural history is a key motivation in the novel”. 

Austerlitz è un architetto brillante, insegna all’università e ha uno studio a Bloomsbury. I suoi studi comprendono peregrinazioni apparentemente sconnesse per l’Europa continentale, alla ricerca di edifici dalla pianta eccentrica e onirica, bastioni militari disegnati per non essere mai sconfitti da un assedio, stazioni ferroviarie consumate dal transito di milioni di individui, cortili di case rimaste intatte nel tempo lungo della catastrofica storia europea del XX secolo. Austerlitz vive come un profugo anche se è cresciuto in Inghilterra; la sua vita è “organizzata solo in modo provvisorio (…) nell’incapacità di fermarsi su preliminari di qualsiasi genere”. Qualunque cosa lo impegni mentalmente suscita in lui la sensazione “dell’isolamento, di non avere più terreno sotto i piedi”. Austerlitz conduce una esistenza che assomiglia ad un reperto in un museo di storia naturale: è stata, ma in un luogo e in un tempo che non ha più cittadinanza, e che tuttavia lo determina nei suoi tessuti vitali. L’intero romanzo di Sebald può essere letto come una metafora dell’estinzione. Estinzione naturale, psicologica, affettiva. L’analogia tra i reperti del Grant Museum e la desertificazione emotiva prodotta da un trauma sepolto nell’inconscio è potente: “Nel museo ci sono anche specie dimenticate. E’ una sorta di mondo utopico, i cui protagonisti sono estinti e incapsulati nella collezione”, osserva Meredid Puw Davies, aggiungendo che “i reperti sono un simbolo del pensiero umano”. Come la Davies ricorda al telefono da Londra sono del resto i reperti animali a mettere in movimento la decostruzione cognitiva che affligge Austerlitz all’inizio del romanzo e che in estenuanti colloqui con il narratore lo condurrà alla verità su se stesso. Durante un soggiorno a Parigi per motivi di studio, Austerlitz visita il Museo di Medicina Veterinaria di Maisons-Alfort:
“All’interno del museo, sullo scalone dalle armoniose proporzioni e nelle tre sale del primo piano, non incontrai anima viva, e tanto più inquietanti mi parvero allora, nel silenzio esaltato dallo scricchiolio del parquet sotto i miei piedi, i preparati raccolti nelle vetrine che quasi giungevano al soffitto e risalivano in genere alla fine del XVIII secolo o all’inizio del XIX: riproduzioni in gesso della dentatura dei più diversi ruminanti e roditori, calcoli renali grandi come bocce per il gioco dei birilli, e altrettanto perfettamente sferici, che erano stati trovati nei cammelli dei circhi; un maialino vissuto solo poche ore, in sezione trasversale, i cui organi erano stati resi trasparenti mediante un processo chimico di diafanizzazione e che adesso, come un pesce degli abissi destinato a non vedere mai la luce del giorno, era lì sospeso nel liquido che lo avvolgeva; il feto azzurro pallido di un cavallo, sotto la cui pelle sottile il mercurio, iniettato nel reticolo venoso per ottenere un migliore contrasto, aveva formato sgocciolando un disegno simile ad arabeschi di ghiaccio; crani e scheletri delle più diverse creature, interi apparati intestinali in formaldeide, organi patologicamente deformati, cuori atrofici e fegati gonfi, alberi bronchiali in certi casi alti tre piedi che, nelle loro ramificazioni calcificate color ruggine, ricordavano strutture coralline; così come, nel reparto teratologico, tutte le mostruosità possibili e immaginabili: vitelli bifronti o con due teste, un essere umano – nato a Maisons-Alfort il giorno in cui l’imperatore partì per l’esilio a Sant’Elena -, al quale le gambe erano cresciute attaccate l’una all’altra conferivano un aspetto da sirena, una pecora con dieci zampe e creature spaventose, poco più che un brandello di pelliccia, un’ala deforme o un mezzo artiglio. Ma di gran lunga più sconvolgente fra tutte, disse Austerlitz, era la figura a grandezza naturale – che si poteva vedere in una vetrina in fondo all’ultima sala del museo – di un cavaliere, al quale l’anatomista e imbalsamatore Honoré Fragonard, giunto all’apice della sua fama nel periodo successivo alla Rivoluzione, aveva tolto con somma perizia la pelle, di modo che, nei colori del sangue coagulato, si delineava perfettamente nitido, insieme con le vene azzurre, con i tendini e i legamenti giallo ocra, ogni singolo fascio di muscoli tesi sia del cavaliere sia del cavallo”.

(Photo credit: Lilian Gergely)

La visita al museo scatena in Austerlitz una sorta di black out psicologico, ossia “il primo di quegli svenimenti, uniti alla scomparsa temporanea di ogni traccia mnestica” che la medicina degli anni ’70 ancora definiva “epilessia isterica”. Austerlitz viene ricoverato alla Salpetrière. Ed è Marie, la donna che lo amava e che lui non è riuscito a ricambiare, che lo assiste in questo attraversamento del labirinto dei ricordi simili ad una orripilante collezione naturalistica. Lungo l’intera esistenza di Austerlitz, i reperti svolgono una funzione di intermediazione con il mondo sepolto che il giovane e poi l’uomo adulto porta nascosto dentro di sé: a quattro anni, sull’orlo dell’occupazione nazista di Praga, la madre Agàta (la famiglia era ebrea) era riuscita a farlo partire alla volta della salvezza in Inghilterra in un convoglio speciale di bambini. Cresciuto da una coppia di rigidi pastori protestanti nel Galles, Austerlitz prende casa a Londra in Alderney Street ed è in questa casa ordinata, spoglia, la tipica casa inglese a due piani con un minuscolo giardino, che i suoi fantasmi prendono corpo, come le falene ormai secche e spente che custodisce in piccole scatole addormentate nel tempo della sua infanzia:

“Trascorso ancora un quarto d’ora, o forse una mezz’ora, al guizzo uniforme delle fiamme azzurre sul fornello a gas, Austerlitz si alzò in piedi, dichiarando che sarebbe stato senz’altro meglio se io avessi trascorso la notte sotto il suo tetto: mentre ancora parlava, già mi precedeva su per le scale conducendomi in una stanza quasi del tutto sgombra come quella al pian terreno; faceva eccezione una specie di lettino da campo, aperto e accostato alla parete, che aveva due manici alle estremità e perciò ricordava una barella. Vicino al letto c’era una cassetta di Chateau Gruaud-Larose con uno stemma nero marchiato a fuoco e, al di sopra, nel debole chiarore di una abat-jour, c’erano un bicchiere, una caraffa d’acqua e una radio d’altri tempi nella sua cassa di bachelite marrone scuro. Austerlitz mi augurà buon riposo e si chiuse garbatamente la porta alle spalle. Io mi avvicinai alla finestra, guardai fuori Alderney Street deserta, mi voltai di nuovo verso la stanza, mi sedetti sul letto, slegai i lacci delle scarpe, riflettei su Austerlitz, che adesso sentivo muoversi nella camera lì accanto, e poi, levando ancora una volta lo sguardo, vidi nella penombra sulla mensola del camino una piccola collezione di sette scatole di bachelite diverse tra loro per forma, alte non più di due o tre pollici, ciascuna delle quali, come risultò quando le aprii in successione e le misi sotto la luce della lampada, conteneva i resti mortali di una delle tignole che, come mi aveva raccontato Austerlitz, erano giunte in quella casa alla fine della loro vita. Ne esumai una dal suo contenitore – era un essere senza peso, color avorio, con le ali ripiegate e di una materia intessuta non si sa come – e la posai sul palmo della mano destra rivolto verso l’alto. Le zampe, raccolte sotto il tronco coperto di squamette d’argento, come nell’atto di saltare un ultimo ostacolo, erano così sottili che quasi non riuscivo a distinguerle. Anche le antenne, che si slanciavano al di sopra dell’intero corpo, tremavano ai limiti della visibilità. Facilmente individuabili erano invece gli occhi nerissimi, un poco sporgenti dalla testa, che io studiai a lungo prima di calare di nuovo nel suo angusto sepolcro quello spirito notturno, morto probabilmente già da anni, ma non ancora sfiorato da alcun segno di decomposizione”. 

Questi insetti assomigliano a dei fossili di sentimenti che non hanno più luce. Simboli, come sostiene la Davies, “della mortalità e della vulnerabilità”; sono i reperti, animali perduti, estinti, tassidermizzati, a condurre verso il passato di Austerlitz, a rendere possibile il viaggio e consistente il ricordo.  


Ma la vastità del carattere di Austerlitz sta nel fatto che la sua esperienza di profugo – “non potrà mai più tornare indietro”, sottolinea la Davies – assume le tonalità universali dell’individuo di successo che è nondimeno un perenne espatriato, sconosciuto a se stesso. Il passato è per lui una forza invasiva ed eversiva: vive uno schema di estinzione psicologica – Austerlitz non riesce a ricambiare l’amore della giovane collega Marie de Verneuil pur desiderandolo – che lo vincola, pur non impedendone i movimenti. Vaga per Londra di notte, traendone forse un conforto medicamentoso, così come vaga da un libro ad un altro, da una tazza di tè ad un’altra, da una amnesia all’altra, da un corso universitario al successivo. Del resto, in queste passeggiate infinite, per Davies “c’è anche una affinità con la Londra di oggi, così multilingue, così multiculturale” che è anche la megalopoli della solitudine descritta puntualmente dal quotidiano The Guardian. 
Il ritorno a Praga, all’infanzia nella casa dei genitori sulla Sporkova, comincia per Austerlitz con una improvvisa perdita della lingua inglese. Meredid Davies: “C’è qui una questione, è possibile, sull’estinzione linguistica. Una lingua può tornare indietro? Il linguaggio può cambiare direzione? Nel romanzo è essenziale per recuperare una sorta di mappa che a sua volta permette di ritrovare gli oggetti che redimono”. E infatti, nei sogni, i genitori di Austerlitz gli parlano nel “linguaggio misterioso dei sordomuti”. E di nuovo, al ritorno a Praga dalla città di Terezin dove la comunità ebraica praghese venne rinchiusa in attesa di partire per i campi di sterminio polacchi, Austerlitz piomba in un sonno lunghissimo in cui gli animali prendono per mano i suoi ricordi ora ricomposti: “continuai a vedere l’occhio di vetro dello scoiattolo e le orecchie di Agàta e Vera mentre trascinavano la slitta carica di bagagli”, perché da piccolo sempre al principio dell’inverno con Vera Austerlitz andava ad osservare gli scoiattoli raccogliere le loro provviste nel giardino di Schönborn. 

Lagos, a story of disappearance by Andréas Lang – a conversation

 

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Lagos, a story of disappearance by Andréas Lang is a journey to the ultimate consequences of human enterprise on Earth. At a first glance, the vanishing, colonial past of Lagos is made of the clues slave trade left in city architecture; but afterward it becomes evident that its memory is wrapped into the daily life struggle of people. This happens in more than an aspect the sophisticated view of Andréas Lang discovered with a subtle and unconscious exploration of meanings. Where history meets the present Andréas unveils the very face of brutal exploitation, a sort of extinction – the total loss of historical identity – that is also a psychological exile.

Indeed, Andréas’ sensibility in telling Nigeria’s heritage, and arguably colonial legacy, reminds me of a pass of Beloved the masterpiece by Toni Morrison. In a rough translation it sounds so: places are always there. If a house burns, it disappeares, but the place – the image of the place – persists, and not only in memory but also in the world. What we can remember, Toni Morrison says, is an image swaying in our brain, and in front of our eyes. Colonialism is a footprint, just the same of carbon dioxide in the atmosphere or defaunation in the tropical forests all around Nigeria.  And if you’re brave enough to face the demons of the past, you realize that footprint is a restless vestige which takes future hostage. But Lagos Disappearance explores the footprint and shows how time and oblivion are real forces; time, indeed, is a power that shapes, or disintegrates, our human capability to cope with, to react. No one better than Friedrich Hoelderlin might give the meaning of it: “Doch, uns ist gegeben auf keiner Staette zu ruhn. Es schwinden, es fallen die leidenden Menschen, blindings von einer Stunde zur andern. Wie Wasser von Klippe zu Klippe geworfen, Jahr lang ins Ungewisse hinab”.  Being geworfen is the current status of humanity in Anthropocene’s new colonialist age marked by the anonymity of exploitation. So, this is a conversation about Lagos, and us.

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Andréas – It shows all the layers in Lagos. It looks like a mountain (the city landscape). It has an aestethic beauty for me. The story of the past and the story of the present, the sense of deception along with the ambulatory trait of African cities: the stones, the trash, some bowls and trees; and then, in the corner, you see the colonial building dated back to British times with its charachteristic peach color wall. Trash is always present in Africa. These pieces of civilization all around immediately connected with pollution and destruction. They’re very visible in Africa both in the urban and in the rural landscape. Even in natural enviroments wherever there’s a human settlement you immediately realize that something different is going on; you can detect the effects of civilization through plastic bags. Plastic shopping bags are free and if you buy only a banana, sellers give you one. Usually, people have no consciousness of environmental implications because survival on a daily base is a so imminent driving force. So, plastic is a part of urban and rural landscape.

Elisabetta: In some ways, plastic, too, is a foreign thing, an imported one, a colonial object now widespread. Plastic is a capitalistic object. You always pull the observers to think about the real nature of objects taken for granted. Objects are not always the same. Some of them are only Plunder, others are Altware, said G.W.Sebald who thought that Gottfried Keller described the golden age of a time when human relationships were not yet regulated by money.

Heinrich der Gruene, Sebald reports, was used to spend time in a dark lobby full of any kind of trash: zwecklose, veraltete, wunderliche Dinge. These objects tell the story of Capitalism, Sebald declaires: while capital runs all the time, “diese Dinge gehoeren der Daemmerung, sie sind ausserhalb des wirtschaftlichen Handels und darum sind sie nicht mehr Kommerz-Ware. Sie sind für die Ewigkeit geeignet.”  Maybe, we should ask ourselves which category is appropriate for plastic.

Andréas : Lagos is booming, it’s one of the few booming places in Africa. You can see an emerging bourgeoise, super luxury cars and even fastfoods along with boxes to keep hamburgers. In general people are very nice, very communicative and open. I met excellent people and made new friends, also with artists and photographers. It was also thanks to them that I got a deeper insight of whats going on in Lagos. If you consider the reactions of people to illegal demolitions – I found a video on youtube which I use in the exhibition – the locals present were really upset; they perfectly understood the scale of destruction and its intrinsic violence against the integrity of the community.

 

Elisabetta: There’s open yards all around and all the time…Archeological sites, new foundations, hard to identify what’s really lays above and under. But there’s also abandoned homes and buildings, lost clothes and the pointless plastic bags. Even books. I see not only a language of disappereance but also a permanent Aufloesung that has to do with the contemporary difficult to hold, keep and protect the past. In the sense you discovered in Lagos, it is also a consequence of Colonialism. Yet, the omnipresent garbage looks like the offal of time. I think time is a permanent hypothesis in your photos. The ongoing feeling of emptiness and disintegration, and its undisturbed ran we call progress. Walter Benjiamin identified history in Paul Klee’s Angelus Novus: the angel is a flying demon, with the face turned to the ruins of past; but beyond his shoulders, the wind of progress is so strong that he cannot close his wings. The progress, in Benjamin’s view, is this frightened Angelus who cannot resist the future but, at the same time, contemplates a complete destruction. The balance of history is totally unbalanced.

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Andréas: I dont really know what the original purpose of that building was, but to me there is something very Western in its appearance. I felt, it went along with my research: here, you have the past (maybe, glory and wealthy bourgeoise) but now it’s all gone. And with the handcarts in the front, loaded with petrol canisters, it becomes a very African scenario.

Elisabetta: Personally, I find this photo simply magnificent. There’s so much affliction….The building is sumptuous but it seems lonely. It’s obviously ancient, but I think it contains a sort of purity. At the same time, the entire building talks of the beauty of scars: it recalls that beauty tolerates scars. For me, it is a very impressive example of your “archeological narrative” just because the building is partially eroded by the past. Ancient ruins – Greek or Roman, especially for Europeans – dominate archeological celebration. But here you captured the living soul of modern archeology that is the troublesome coexistence of fragments and living objects.

Andréas: I think that what’s going on in the digital era is the loss of beauty. I have the impression that all these virtual parallels create a detachment from the real world in the sense of the estetics of the real world.

Elisabetta: I agree. And I do believe that is a relevant problem, too, in our awareness of the ecological decline we now face. Consider animal representation in social media and tourism industry (very expensive eco-safari as well): animals are depicted as iconic items, not as species. Their wildness is beauty on sale. Stephanie Rutherford assumes that defined “visual grammars” of wild nature is actually a form of government. Many part of conservation narrative is also so colonialist, so white. And it counts on a totally human point of view – an assessment of nature, not a way to stay in.

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Andréas: On top of the right building, you can see a fresco depicting the Yoruba people, the native people who were sent to Brazil and suffered from colonial slave trade. This fresco is a reminiscent of their culture when they decided to put it on a bulding in colonial style. In Nigeria, usually heritage is split among family members, so many times there are heritage problems, unresolved. Many buldings can survive in a limbo state, and this adds to the illegal demolition under way and corruption as well. The red gate with the big H has a very particular estetic. In Africa there’re so less visible traces of African history, not of the local folklore, but of the history. And now there’re the developers who sweep away what remains of the past.

Elisabetta: Last week eminent ecologists talked about the annihilation of biodiversity: we face a mass extinction era that is a sort of turning-life-into-nothing. What you say about Lagos is that the other side of planned and business-designed destruction is always the loss of past. When destruction becomes a chapter in the plot of history, history itself seems to implode. The present time is a battlefield where economic interests devour the possibility of past as a framework to write in your identity. I do believe that biological extinction shares this aspect of our reality (Dasein, you know) with the empowering power of economics on our life.

 

Andréas: People in Lagos are quite awake and seem very comfortable with trade and finance. I had the opportunity to visit stock exchange in Lagos, to film and take photographs. Its been quite an experience. There are many extremes in this megacity, great misery in contrast with big finance at work. There are two forces – poverty and business – and which one of them will prevail? They seem to work together in shaping the future of the nation, but it is definately shaky ground to look at Africa from a European perspective. Pasolini maybe realized something similar when he filmed his Notes towards an African Orestes and then abandoned his planned project where he wanted to place the greek tragedy Orestes in Africa.

POLO_UNO

 

POLO_DUE

Andréas: It’s totally new colonialist. In Jean-Pierre Bekolo’s terms – colonialism is a virus and a disease that is still affecting Africa, but, more seriously, the body infected cannot be separated by the invader and vice versa. Polo is quite a symbolical remains of the British Empire and actually the British imported it in 19th century from their colony India and then exported it into the rest of their colonies. This Polo tournament was attended by wealthy Nigerians and western business men living in Lagos. The players were international, from Britain, Lebanon, Nigeria etc. I wanted to show the “backstage” of the tournament, where the social reality comes in, including the white horse. What really is Polo in an African country.

Elisabetta: I was thinking you described a white horse as a symbol of foreign and invasive entertainment. Maybe we might talk about “colonial animals”.

AQUILE

Andréas: It is a sport stadium built by the government, especially for parades and national celebrations. Again something strange is going on here, they remind of the Napoleonic eagle and also eagles are typically european emblems. African dictators, like Bokassa for example, were using those same symbols of power.

Elisabetta: Another example of animal representation for the sake of a psychological invasion. Nigeria has a lot of species of raptors, but here on the roof top eagles are definitely European. I feel ambiguity in these eagles. In the Western imagination, eagles and hawks announce glory, but they can be also a symbol of the perils it implies or even a prophecy of ruin. I especially love the way Russian poet Aleksandr Blok, singing the plight of his country, questions the imminent future: till when does the kite fly? till when does the mother cry? Species become increasingly rare all around us and I perceive them, in your photos, as testimonies of our mistakes. Like the woody lion in your Eingang zur Chefferie.

ILPONTEDI NON RITORNO

Andréas : Not far from Lagos is the village of Badagry, it used to be a Portuguese port and slave trade center. It is the landing bridge on a small island with the so-called “the point of no return”, across from Badagry. The immanent cruelty of slave trade becomes quite tangible in these places and the people suffered unspeakable conditions on the slaveships. Those who survived the passage to the New World would never return to their homeland. For me, slavery has a likely cruelty and horror as the Holocaust did.

Elisabetta: I think you have been able to show that humanity cannot be really virgin and we constantly come across point of no returns, I mean crossing points; they tell us of the impossibility of a sort of human innocence. In your narrative Bilder, to me, you seem to ask about the meaning of life and for the place we should give to the past. A possibile answer I find, again, in Hoelderlin’s Hyperion perspective. Life is tracking. Tracking something we cannot properly grasp or see, but that is constantly with us.

CIMITERO

In Hoelderlin’s words: “Ich ziehe durch die Vergangenheit, wie ein Aehrenleser über die Stoppelaecker, wenn der Herr des Landes geerntet hat; da liest man jeden Strohhalm auf (…) Wie ein heulender Nordwind, faehrt die Gegenwart über die Blueten unsers Geistes und versengt sie im Entstehen”.

Aknowledgement: Andréas Lang’s project  came about in collaboration with Goethe Institute Lagos.

Credits for all photos: © Andréas Lang, Lagos/Nigeria 2017 – all rights reserved , no part of these images may be reproduced, stored or transmitted in any form or by any means, electronic, mechanical photo copying, or other-wise, without prior permission in writing from the copyright owner.

 

 

Una specie abbandonata al proprio talento

“Con tutti i loro discorsi sul mondo moderno e sul fatto che simili manufatti andrebbero conservati nei musei, un po’ come quelli che preferirebbero che tutti i grizzly, i puma e i lupi fossero confinati negli zoo”.
Jim Harrison, La strada di casa

 

“Come un immenso naufragio, dopo che gli uragani si sono placati e i marinari fuggiti via e la carcassa della flotta frantumata giace irriconoscibile sul banco di sabbia, così stava Atene davanti a me, e le orfane colonne si levavano davanti a noi come nudi tronchi di un bosco che, la sera prima, ancora verdeggiava e, durante la notte, fu preda delle fiamme”.
Friedrich Hoelderlin, Iperione

 

Nel film epico di John Woo La battaglia dei tre regni il generale e condottiero Zhou Yu riunisce i suoi eserciti e si prepara a motivare le truppe in vista dello scontro con il nemico. Il simbolo del suo potere militare, e del suo prestigio, è una bacchetta di semplice legno coronata dalle piume di un uccello. Anche il suo alleato Zhuge Liang, che conosce le rotte dei venti, impartisce gli ordini con un ventaglio di piume di oca. Leggerissimo, eppure incontrovertibile. Ma Zhou You è anche un musicista. Durante l’adunata del suo esercito, improvvisamente, il suono di un flauto in bambù fa irruzione nel fruscio delle piume degli uccelli che dettano il ritmo della guerra. È un bambino a suonarlo. L’eleganza dello scettro di Zhou You, che interrompe la preparazione alla battaglia per ascoltare la canzone di un flauto, sta nell’ambiguità della nostra specie. Noi siamo guerra e poesia. Non sono affatto tratti contraddittori, ma, per così dire, mostruose virtù che ci hanno consentito di arrivare fino a qui – a ciò che Guido Chelazzi ha definito la “saturazione demografica del Pianeta” – e di costruire un nuovo tipo di eredità antropologica. Oggi, dall’altra parte del mondo, un Lakota Sioux innalza verso le pianure del North Dakota un mazzo conico di piume di uccello (la foto è stata pubblicata sul sito THEHOODWITCH.COM) atto eroico della difesa delle terre dei Nativi dal progetto Dakota Access Pipeline, un gigantesco oleodotto che è al centro della sollevazione indigena ambientalista di Standing Rock. Ancora piume, ancora potere.

Nell’interferenza ecologica con cui abbiamo imposto al Pianeta il nostro programma culturale il debito verso le faune è stato dimesso, l’appartenenza filogenetica sostituita da una proprietà esclusiva. I padri non contano più nulla. Negli ultimi due secoli abbiamo pianificato lo sfruttamento delle risorse naturali della Terra, ma la dimensione storica attuale ci parla di un passaggio di livello. L’Antropocene non è l’epoca dello sfruttamento della Natura, ma del suo possesso. Sta in questa svolta, vincolata all’impiego massiccio dei combustibili fossili che ci hanno garantito una straordinaria disponibilità energetica, e all’espansione delle biotecnologie, il significato antropologico delle forme contemporanee di distruzione economicamente redditizia delle faune. I legami di dipendenza culturale con ciò che chiamiamo wilderness si assottigliano, si fanno più fragili perché è l’identità stessa di questa Natura a perdere importanza. La Natura cui dovremmo prestare attenzione, però, non è una Natura idealizzata, ricondotta nell’alveo rassicurante dell’archetipo di Eden originario datato anni Settanta; la Natura su cui la conservazione gioca la sua partita – una partita che restringe sempre più il nostro margine di manovra – è semplicemente la vita come evento biologico. Heidegger chiamava tutto questo Lichtung, radura, lo spazio in cui l’essere è.

 

I meccanismi che presiedono alla proliferazione, e alla prosperità, della vita sul Pianeta sono storicamente determinati. Questo significa che la vita, come scoprì Charles Darwin, non è intelligibile all’interno di categorie mitologiche, moralistiche, utopistiche e religiose. La vita è decodificabile in senso storico. Spiega Telmo Pievani in La vita inaspettata: “Ciò che si vede in azione è un insieme di meccanismi e di fattori, di regole simili a leggi, di schemi ripetuti di dinamiche evolutive, il cui intreccio causale spiega sì adeguatamente a posteriori che cosa è successo e perché, ma che tuttavia non è tanto stringente da rendere il processo predeterminato. Allora, l’assenza di una direzione consegna l’evoluzione ad una interrelazione tra elementi causali e storici, funzionali e strutturali, che produce una molteplicità di storie possibili”. Il percorso storico che ha fatto di una sola specie, la nostra, la specie che ha letteralmente nelle proprie mani il destino della biosfera ci parla di un carattere, di una impronta, di una parabola evolutiva ben precise. Ma ci parla anche di scelte, perché questo stesso percorso è stato continuamente impedito da colli di bottiglia, passaggi imprevisti ed eventi fuori controllo. Se la contingenza è la caratteristica fondamentale del percorso evolutivo umano, oggi possiamo constatare, attraverso gli strumenti della indagine scientifica, che lo è anche la capacità di scegliere. Solo noi sembriamo essere stati capaci, scrive Telmo Pievani, “di inventare alternative nelle nostre teste anziché accettare la natura per come è”. Il piano della scelta, ci indica il nostro presente, non ha a che fare con gli strumenti di produzione tecnologica, e non riguarda quanto possiamo influenzare i processi naturali. Ciò che possiamo scegliere sta nella forma che la civiltà umana ha assunto. È il modo in cui ormai non pensiamo la Natura che detta le regole della produzione e dello sfruttamento. Il suono di un flauto può davvero interrompere l’avanzare di una guerra. O al contrario, innescarla.

Gli animali che abbiamo incontrato nella colonizzazione del Pianeta non sono stati soltanto risorse naturali cui attingere secondo modi progressivamente più complessi. Queste faune sono gli Altri, coloro con cui abbiamo condiviso la nostra avventura ecologica: siedono anche loro come eredi al tavolo dei negoziati su cui stiamo scrivendo il nostro testamento per le generazioni a venire. La domanda di una vita decente che i miserabili del Pianeta pongono ai Paesi industrializzati dichiara, però, che la protezione della wilderness è una questione umana. Di giustizia, di dignità e di equità. Gli spazi selvaggi ci riportano alla dimensione originaria dell’esperienza dell’esistere. Ci parlano di ciò che definisce l’umano. Questa esperienza è come il primo respiro di un bambino che viene al mondo: faticoso, pericoloso, pieno di muco e di incognite. La dignità dell’essere umano non può sussistere senza un legame con la vita, che diventa, questo sì, insostenibile, nell’inferno di una baraccopoli, in mezzo alla spazzatura, dove non c’è cibo e il ventre è gonfio. La causa della wildlife è la causa delle comunità umane che nel corso di milioni di anni hanno imparato ad essere umane accanto agli animali. Se perderemo le faune selvatiche, perderemo la nostra umanità. L’estinzione, allora, prenderà la forma di un esilio permanente dalla vita. Ciò che è nascosto nella crisi attuale è infatti la possibilità, sempre più concreta, che le forme attuali della civiltà umana prosciughino il legame ontologico con la vita intesa in senso biologico ed evolutivo. Il contesto che abbiamo attorno non ci dice solo che gli ecosistemi sono sotto stress, ma anche che si stanno dissolvendo come spazio reale in cui pensare noi stessi. La perdita di un sentimento di eredità equivale alla rinuncia ad un paesaggio esterno ed interno ad Homo sapiens.

L’aggiornamento della nostra carta di identità pone fine agli alibi, alle distorsioni e ai camuffamenti e fornisce l’occasione di costruire, finalmente, una concezione completa delle faune. Il tetto è crollato, ora posso vedere le stelle, recita un Haiku giapponese. Le altre specie sono, non possiamo più mentire a noi stessi, un elemento strutturante di questo racconto. L’estinzione, che nel corso del Novecento si è dimostrata un effetto collaterale della modernità tecnologica, è infatti anche una idea, una figura di civiltà, come ha mostrato Melanie Challenger: “Il conoscere l’estinzione ha alterato per sempre la percezione della storia naturale. Prima della industrializzazione, le persone si aspettavano di ereditare il mondo dei loro genitori; dopo il sorgere dell’industrializzazione, presero a prefigurarsi un futuro diverso da quello dei propri antenati, una ideologia a cui diede un certo contributo l’idea di estinzione. Uno dei cambiamenti epocali introdotti dalle tecnologie industriali degli anni della Guerra (la prima, NdA) fu che le persone presero a percepire l’estinzione delle forme di vita e dei modi di vita, dei paesaggi e delle culture come la norma piuttosto che come l’eccezione”. L’estinzione pone l’eredità del passato, che aveva dominato la cultura occidentale per secoli, in un modo radicalmente inedito.

L’evidenza dell’estinzione obbliga a chiudere con le motivazioni psicologiche che negli ultimi due decenni hanno pervaso l’intero dibattito ambientalista: l’idealizzazione, il deferimento della responsabilità, la seduzione del “museo della natura” (Ne è un esempio Documenting the World’s Animals, il progetto fotografico di Joel Sartori per National Geographic) come unica opzione rimasta, il primitivismo, la ingegnerizzazione delle specie come via di fuga dai disastri del presente, la fantasia che installare pale eoliche ovunque ripulisca il Pianeta e le nostre coscienze. L’affidarsi propagandistico alle tecnologie non fossili ostacola il lavoro del pensiero, che invece è chiamato ad elaborare le proprie azioni e a metterle in prospettiva. Non si tratta quindi di dimenticare o idealizzare il passato, di congelarlo o di farne una collezione tassonomica; ereditare vuol dire stare  in bilico tra la coscienza storica delle proprie origini e la spinta incessante al futuro, il vento che sempre soffia potente sulle ali dell’Angelus Novus di Walter Benjamin. La “frattura del tempo”, come la chiamò Hanna Arendt, consiste della continua pressione contrapposta di ciò che trascina verso il passato e di ciò che strattona verso il futuro. La vita non può mai prescindere da questo conflitto, che è originario, scritto dentro ogni forma di vita nel codice genetico della sua evoluzione. Il nostro carattere ecologico ci pone, di necessità, in questa condizione di equilibrismo permanente. La crisi costante è la cifra del nostro presente. Per questo la discussione sul futuro non può essere solo tecnica, deve essere anche ontologica.

L’evoluzione avviene e si propaga in un contesto (landscape). I processi di speciazione accadono nello spazio geografico e storico; in questo spazio hanno un fondamento i diritti della altre specie, e quindi anche i nostri interrogativi sull’avvenire, se un avvenire sostenibile sia possibile, e in che termini. Può esistere un avvenire successivo alla constatazione dei danni recati all’atmosfera e alla biosfera? Per due secoli – i duecento anni centrali della rivoluzione energetica del Pianeta – non ci è interessato osservare meglio le conseguenze dell’impiego di intere specie su scala industriale. Herman Melville ( aspetto molto ben raccontato nel documentario Into the Deep: America, Whaling and the World, by Ric Burns, edited by American Experience, Environment Collection tramesso in Italia da RaiStoria) si spinse molto avanti in questo percorso inquietante, ma morì dileggiato dai suoi contemporanei. Il Pequod, però, era il mondo industriale stesso, il nuovo mondo fondato sul capitale e sull’estirpazione di intere specie ridotte a carburante inerte. È solo con il sorgere del discorso ambientalista, post eventum, alla fine degli anni Settanta, che comincia a farsi strada il pensiero che ci sia una continuità strutturale tra i danni sistemici agli ecosistemi e il nostro modo moderno non solo di produrre, ma soprattutto di intendere l’esistenza. Lo sfruttamento biopolitico dell’estinzione mostra che il lato misconosciuto del capitalismo moderno è esistenzialista. È l’esistenza umana a rititarsi, a retrocedere, a perdere terreno nel discorso globale di estrazione e impiego delle risorse naturali. Oggi ci troviamo in una condizione ancora diversa, che pur nella preoccupante evidenza dei numeri ci espone ad una congiuntura temporale potenzialmente fertile. Archiviato il sentimento di colpa per il clima e le foreste, messo a fuoco, finalmente, che i disastri attuali stanno producendo una estinzione di massa, dato carburante alle energie rinnovabili, una percezione storica, non più mitologica, della realtà si apre un varco nella valutazione complessiva della crisi. Ora possiamo scoprirci eredi dell’atmosfera e della biosfera, una scoperta che avviene al futuro anteriore, per usare una espressione di Lacan. La rielaborazione del passato fonda la progettualità del futuro, in una continuità di mezzi e sostanza. Il lavoro dell’ereditare, per chiunque, può infatti avvenire solo coniugando la propria vita già vissuta (il passato) al futuro anteriore (fare del passato qualcosa di nuovo).

 

La domanda sulla eredità ha attraversato gli ultimi venti anni di dibattito ecologista, raggiungendo nella aspirazione alla condivisione degli oneri delle politiche di mitigazione del riscaldamento globale il proprio acme. La giustizia climatica ha potentemente chiamato in causa, nel corso dell’ultra ventennale lavoro negoziale della UNCCC (United Nations Conference on Climate Change), i diritti delle generazioni future. Anche la questione della protezione della biodiversità, nata, come la Convenzione sul Clima, in seno allo Earth Summit di Rio de Janeiro (1992), è da sempre intrinsecamente avviluppata in una richiesta di equità verso le comunità umane dei prossimi decenni. Questa impostazione, però, non è stata sufficiente ad elaborare una figura dell’eredità della civiltà fossile costruita sul carbone e sul petrolio. Infatti, durante questo stesso periodo, il legame con ogni forma di passato è andato frantumandosi sempre più. L’ascesa prodigiosa del capitalismo globale, la rivoluzione informatica e tecnologica, la costituzione progressiva di ceti medi ad alto tenore di consumi pro capite sono tutti passaggi di civiltà da cui la tradizione è stata espulsa come anacronismo. Infine, i cambiamenti strutturali che hanno investito le società avanzate negli ultimi tre decenni del Novecento hanno polverizzato l’idea che le risposte ai problemi di oggi potessero essere trovate nell’autorità o nel modello del passato, creando de facto una nuova condizione antropologica che tende a enfatizzare le potenzialità tecnologiche come unica via di uscita dai guai del presente. Il passato è morto.

 

Il pensiero psicoanalitico ha riflettuto molto su questi passaggi ed ha parlato di “eclissi del Padre”. Un percorso analogo, anche se sul fronte del patrimonio artistico e culturale, lo percorre con i suoi documentari (La vera natura di Caravaggio e La libertà di Bernini ) Tomaso Montanari, insieme al movimento Emergenza Cultura. Ma se entriamo nel dibattito sulla protezione delle specie questo stato d’animo collettivo ha portato a conseguenze ben peggiori dello smarrimento angosciato in cui moltissimi sembrano muoversi senza una bussola.  La negazione  e la rottura del legame filogenetico si sono portati dietro una clamorosa sottovalutazione delle condizioni generali della conservazione degli habitat. Un esempio stupefacente di questa impostazione sono i programmi di conservazione della tigre in India. Un rapporto recente del WWF (The Road ahead: protecting Tigers from Asia’s Infrastructure Development Boom) denuncia il programma di costruzione di infrastrutture, cioè strade, per 11.000 chilometri, previsto per i prossimi anni dal governo centrale, che isoleranno le une dalle altre tutte le “riserve” rimaste in cui sopravvive Panthera bengalensis. Nonostante i proclami internazionali sulla volontà del Paese di conservare il felino, la realtà è che la tigre non potrà rimanere in India in condizioni di habitat altamente frammentati, con popolazioni già molto ridotte di numero sempre più separate le une dalle altre. Più dello stato delle cose sul campo conta il fatto che la tigre è un gadget, un simbolo nazionale, una attrazione turistica, una icona. Incredible India. Mentre il suo statuto di specie scivola inevitabilmente verso il confinamento geografico e psicologico di grandi zoo. Le riserve.

 

Qui è all’opera non solo un antroprocentrismo di vecchia forma, ma soprattutto la dismissione del senso di appartenenza alla biosfera (il padre o meglio i padri). La civiltà umana attuale non si riconosce più nella continuità storica quanto piuttosto nella capacità inventiva dell’essere umano, che, per definizione, è infinita.  Tutto ciò che è “tradizione”  – traditum ossia passato da un prima ad un dopo – appare insensato, già visto, e quindi vincolo, zavorra nella progettazione del futuro. A partire dalla Rivoluzione energetica del XIX secolo la nostra derivazione dal mondo naturale sfuma in qualche cosa d’altro.  Scrive Hanna Arendt: “Forse soltanto adesso il passato si apre davanti a noi con inattesa freschezza, per dirci cose che nessuno finora aveva orecchie per ascoltare. Ma non si può negare che senza una tradizione saldamente radicata (e tale saldezza si è perduta già da alcune centinaia di anni) l’intera dimensione del passato risulta compromessa. Corriamo il rischio di dimenticare: e questo oblio, a parte i contenuti che potrebbero andar perduti, equivarrebbe, umanamente parlando, a restare privi della dimensione della profondità nell’esistenza umana. Infatti, memoria e profondità sono la stessa cosa, o meglio, l’uomo può raggiungere la profondità soltanto attraverso la memoria”.

Possiamo amministrare la wilderness in modo spericolato, ricreando le specie estinte, lasciandone moltissime altre, come ad esempio i grandi mammiferi e i predatori di vertice, sparire per sempre perché i loro habitat sono troppo ampi rispetto alle nostre pretese geografiche e demografiche? Cosa accadrà, se davvero andremo fino in fondo? I nostri strumenti tecnologici – i droni che sorvegliano le savane, l’inseminazione artificiale impiegata nel captive breeding, la rendicontazione informatica degli effetti della defaunazione – possono davvero mantenersi indipendenti, svincolati da ogni pensiero preesistente che ne limiti o sospenda l’utilizzo? Siamo ormai figli senza padri, una specie divenuta isolata da tutte le altre, con cui pur intratteniamo solidi legami di parentela genetica, una specie abbandonata al proprio talento ecologico di costruttrice di nicchia?

La risposta a queste domande, in realtà, sta nell’opera principe che ha modificato per sempre la nostra concezione del Pianeta (Weltanschauung), e cioè L’Origine delle specie di Charles Darwin. Il significato ultimo dell’evoluzione è il filo rosso che connette gli esseri viventi, la condizione primaria della vita sulla Terra. L’appartenenza ad una filogenesi comune, per Darwin, non dimostra soltanto come le specie sono diventate, nel corso del tempo profondo, ciò che sono oggi, ma anche l’intelaiatura fondamentale della vita biologica cui non è possibile sottrarsi. In altre parole, Darwin non ha semplicemente scoperto come funziona la vita; egli ha descritto l’orizzonte di senso della vita. “Se la fallacia naturalistica ci mostra come, nel bene e nel male, la natura non sia deposito né fondamento dei nostri valori morali – scrive Telmo Pievani in Creazione senza Dio – non è così sorprendente che molti evoluzionisti prediligano una visione epicurea dell’indifferenza dell’universo verso il destino umano come presupposto di emancipazione e di libertà nella propria ricerca personale del ‘senso’ da dare a questa storia. Qui risiede, ben oltre il compromesso timido della ‘doppia verità’, la sfida culturale del naturalismo, la possibilità, e non la necessità, che qualcuno possa muovere da questo presupposto di emancipazione per costruire sistemi morali autonomi, garanti di convivenza democratica e di solidarietà umana, che non abbiano bisogno di porre fondamento su alcun principio trascendente e rivelato. Per una volta, questa è la ‘differenza del laico’”. Qui possiamo rintracciare quale possa essere, in Antropocene, la bussola con cui orientare le politiche della Natura, il “Padre” di cui continuiamo ad avere bisogno. Jacques Lacan insegnò che il “Padre” è ciò che è in grado di veicolare un significato dello stare al mondo, ciò che è capace di passare l’idea che l’esistenza non è una partita in solitario, ma che, al contrario, ogni vita si gioca sempre all’interno di una storia. Sono proprio le altre specie a ricordarci che le cose stanno così: la biodiversità è questo contesto comune. La diversità delle specie rammenta che la vita dipende sempre da molteplici fattori (significanti) che determinano, condizionano, plasmano, interrompono, fratturano la proliferazione degli organismi. Heidegger definì la opposizione irriducibile tra il mondo come lo pianifichiamo noi, attraverso la tecnica (Gestell, cioè che è posto, costruito, progettato) e ciò che invece sussiste sempre a prescindere da noi pur essendo parte di noi (Lichtung): “L’è circola nel linguaggio come la parola più consunta e tuttavia regge pur sempre tutto il dire, non solo nel senso della comunicazione verbale (…) L’uniformità di questo è, consunto eppure mai esaurito, dietro l’identicità del suono e della forma della parola cela una ricchezza quasi impensata”. La biodiversità è.

 

Questo non ci costringe a diventare dei rigidi conservatori. Non siamo cioè stretti nel dilemma tra il rifiuto a priori dell’innovazione tecnologica come strumento di conservazione delle specie e una fantasia utopica di un Eden da riconquistare (la connettività indispensabile delle aree protette non ci restituirà comunque i paesaggi immensi di diecimila anni fa). Il riconoscimento della storia evolutiva è uno sguardo più aperto, meno pregiudiziale, sul mondo. Uno sguardo libero e però incantato. Gli esempi sono innumerevoli nella cronaca ambientale ed estremamente diversificati: i piloti del Solar Impulse, Bertrand Piccard e Andre Borschberg, o un giaguaro osservato oltre le sbarre di uno zoo (Alan Rabinowitz, tra i co-fondatori del network Panthera, tra i massimi esperti al mondo di grandi felini, ha raccontato pubblicamente della sua infanzia ed adolescenza segnate da problemi di linguaggio di ordine psicologico. La svolta nella sequenza di insuccessi scolastici e incertezze croniche venne dall’incontro con un giaguaro allo zoo di New York. Rabinowitz ha scritto la sua storia con Catia Thien in un libro illustrato, A boy and a jaguar (2014)) che insegna a parlare ad un ragazzo forse dislessico, o una gazza caduta dal nido che riaccende la vita in una famiglia devastata dal dolore (Penguin bloom: how a scruffy magpie saved a family, Instagram ) . È per trovare questa certezza – la vita è – che la gente va in Africa, o sulle montagne del Nord America. Ha scritto Ernst Juenger: “Ora siamo nell’incommensurato. Qui la sicurezza è minore, ma è maggiore la speranza di ottenere risultati. ‘Sentieri interrotti’ è una bella espressione socratica per disegnare questa situazione. Essa allude al fatto che ci troviamo fuori da strade sicure e dentro la ricchezza, nell’indifferenziato. Ciò comporta anche la possibilità di fallire”.

 

La paleo-derivazione della nostra specie e di tutte le altre specie da una storia comune trasforma la condivisione del Pianeta in una comunità; la nostra stessa esistenza è inserita in questo tessuto sociale ed evolutivo. Ma non possiamo più fermarci qui: le sfide dell’Antropocene impongono con particolare urgenza che il nostro essere figli venga interpretato in un modo molto più creativo di quanto gli ultimi due secoli di industrializzazione ci abbiamo suggerito. Per imparare a “parlare la lingua del leone”(speaking lion), come ha scritto su Science W.Adams, è indispensabile abituarsi a intrecciare suoni di fonetiche differenti, anche quando le dissonanze sembrano a tal segno stridule e cacofoniche da suggerire un non senso totale. “Qui, nel posto più selvaggio che avevo mai conosciuto (in Antartico, NdA) – ammette Melanie Challenger – dove la presenza umana era la più sottile possibile, il paesaggio mi parlava meno di un qualche remoto, indisturbato stato di natura in cui potremmo tornare di quanto mi raccontasse, invece, delle turbolente forze del cambiamento, della infaticabile azione del tempo che ha reso impossibile fermarsi e volgersi indietro”.

Non si danno efficaci politiche di conservazione senza un pensiero sulla Natura. E quindi è l’attuale assenza di un nuovo pensiero sulla Natura che mette in scacco il modo in cui pretendiamo di pianificarne la salvezza. La ricerca inesausta di ragioni sufficienti per proteggere gli ecosistemi è un sintomo della nostra incertezza forse più del nichilismo di un’epoca di consumi e saccheggi. Abbiamo però la sensazione che per trovare ciò che ci occorre non possiamo far conto sul margine di certezza che pretendiamo dal calcolo matematico e dal discorso scientifico. Può darsi che le risposte stiano altrove, e che proprio per questo sia così importante riuscire a capire a quali svolte del nostro cammino evolutivo imboccammo certe strade dalle conseguenze enormi. Da qualche parte permane la certezza che il senso del vivente sta nella possibilità che esista il vivente. La “riconquista pericolosa” dell’erede, che è chiamato ad essere figlio di suo padre pur dovendo abbandonare il padre, si gioca sulla ri-formulazione, ha scritto Massimo Recalcati.

 

La protezione delle specie oggi sta nel mezzo di una contraddizione evidentissima, eppure proprio per questo sostanzialmente misconosciuta. Lo spazio disponibile per tutti gli esseri viventi, dal più grande al più piccolo, è limitato su un Pianeta che non è senza confini geografici e planetari. Ciò nonostante, il sistema economico industriale su base capitalistica tende a pensare lo spazio come infinito, non solo perché le merci circolano sui mercati globali, ovunque, ma soprattutto perché si suppone che esistano sempre nuovi spazi in cui sviluppare business di vario genere, in ogni settore. Ma non è neppure tutto qui, perché se anche disponessimo di parchi nazionali transfrontalieri più estesi ci servirebbe uno sguardo nuovo sulle faune che li abitano per poter immaginare che cosa è esistere sul Pianeta.

Lo schema “long landscape” (paesaggio senza soluzione di continuità) suggerito da E.O.Wilson sottintende una concezione delle altre specie diversa rispetto a quella che abbiamo visto fino a questo momento e che non si esaurisce nella descrizione scientifica. Le specie dovrebbero cioè essere comprese storicamente, nella continuità dello spazio e del tempo. Il loro disporsi nello spazio e attraverso il tempo smonta l’ipotesi dei parchi nazionali come habitat: l’accadere storico non può essere confinato in porzioni di realtà, e di territorio disegnate a tavolino. Le specie storicamente intese sono invece una parte imprescindibile del concetto di Pianeta. Nel suo manifestarsi storicamente la Natura smette di essere Natura perché non è altro che lo spazio in cui il vivente si dispiega nel corso del tempo. La Natura oltre la Natura, allora. La storia prescinde dalla volontà consapevole di costruire una sequenza di gesta e di racconti tramandati dall’arte e dal linguaggio; è storia tutto ciò che, messo in sequenza, segna le forme e le condizioni del vivente. Non è storia solo la campagna di Dacia istoriata sulla Colonna Traiana. È storia la continuità del tempo attraverso gli avvenimenti che segnano la superficie del Pianeta, delle sue foreste e dei suoi oceani. Ed è storia l’accadere stesso dell’evoluzione che intreccia a sé piante, animali e uomini.

L’esploratrice Robyn Davidson, che attraversò da sola 1700 miglia di deserto austrialiano, parlò dell’unità di misura di questo tempo storico: “migliaia di anni pressati in un solo giorno ed interi eoni in ogni passo”. In questo tempo onnicomprensivo lo spazio fonde quantità e qualità. La Davidson scoprì che l’esperienza dello spazio è infatti inconscia: è la presenza degli Altri a far risuonare le distanze e fornire la comprensione necessaria a capire dove si è: la quercia del deserto, la traccia di un coleottero nella sabbia, il passaggio di un uccello nel cielo.  Qualcosa di analogo si trova nel lavoro Owl: A Year in the Lives of North American Owls del fotografo Paul Bannick. In questi territori, dove i legami originari tornano visibili, ciò che infine scopriamo è un immenso silenzio. Qualcosa ci ha preceduti, anche se non sappiamo più dargli un nome preciso. Sono i padri, probabilmente, la matrice comune in cui si risolve la domanda sulla provenienza del vivente.  Così, lo psicoanalista Alberto Antonio Semi racconta di una sua passeggiata nel bosco in cui si accorse che tutto taceva improvvisamente perché, come seppe più tardi, un gufo bianco aveva compiuto un volo di ricognizione al primo calare delle tenebre, molto prima della sua abituale uscita: “la sensazione è questa, che il silenzio sia venuto e poi se ne sia andato”. Semi si chiede che cosa sia davvero accaduto in quella pausa infinita: “Non un vuoto, un silenzio, non una mancanza, ma una presenza indecifrabile perché indicibile”. Il gufo bianco del bosco è un messaggero di ciò “che esiste anche prima di noi, al di fuori della nostra vocazione”, per questo è opportuno prestargli attenzione, se sorvola il bosco prima del tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Collezioni incontrollabili

” Il darwinismo classico rientra fra i sistemi lineari, e tuttavia concezioni cicliche si inseriscono in esso. L’immagine dei secchi alberi genealogici nei manuali comincia a corprirsi di foglie, ad assumere la forma di sfera o cespuglio. La ‘legge fondamentale della biogenesi’ è stata pensata a riprova dell’evoluzione lineare ascendente. Là si potrebbe altresì concepire come il ripetersi e il rinnovato attuarsi dell’idea della creazione nel singolo individuo e come servizio che la natura, nel complesso, anzi l’intero universo, ha da apportare alla sua formazione. È intorno all’uomo che ruota il grande teatro. Con ogni uomo, il mondo viene concepito nuovamente.

Sull’ininterrotto fluire del bios domina, nell’evoluzione dei ceppi animali, il ripresentarsi di elementi costitutivi, indipendenti dall’affinità: si tratta dell’ideale intervento di principi formativi. Ognuno dei grandi ceppi al suo interno da’ forma a esseri che volano, che nuotano, che vivono sulla terraferma, a parassiti e imitatori, a predatori ed erbivori, ed è sorprendente quale somiglianza nella forma e nella natura possa comparire nonostante la massima diversità in fatto di discendenza. Un saurio vive come un uccello, una civetta alla maniera della marmotta. 

Se si concepisce il pesce non più come una sorta di staffetta nel sistema dell’anatomia, bensì come una forma di vita e di destini, si può dire che esistono vermi, serpenti, sauri, uccelli, mammiferi e perfino uomini i quali sono pesci. Ciò presuppone uno spostamento minimo di prospettiva, che potrebbe verificarsi se la controversia sul nominalismo fosse affrontata in modo nuovo, come alcuni indizi stanno a indicare. Accanto, al di fuori e al di sopra del nostro sistema naturale ne esistono molti altri possibili. 

Un ordinamento della storia dell’umanità secondo prospettive estranee alla storia della civiltà e dei popoli, e che quindi somigliassero, diciamo, a quelle dell’astrologia, sembra oggi particolarmente difficile, anche prescindendo dal grande accumulo di dati. Quest’ultimo non dipende solo dai progressi compiuti anzitutto dall’archeologia – progressi che hanno ampliato la nostra conoscenza della protostoria e continuano a farla progredire, al punto che non solo sulle civiltà a noi già note viene gettata nuova luce, ma se ne scoprono altresì di nuove, prima totalmente sconosciute. A tutto ciò si aggiunge anche la sorprendente visione dischiusa sulla preistoria che ci rivela molto di più di un nuovo campo di indagine : a essere aperta davanti ai nostri occhi è una nuova  dimensione .

Quanto più i dati si accumulano, tanto più lo spirito deve con decisione riaffermare la propria giusta pretesa di dominarli, di ordinarli e di dare loro un nome. Forse già l’accavallarsi dei dati è in se’ un sintomo di indebolimento, un tratto ellenistico. Lo spirito si trasforma in direttore di museo, diviene custode di collezioni incontrollabili”.

Ernst Juenger, Al muro del tempo ( An der Zeitmauer ), Adelphi 2000