La solitudine della Biblioteca Nazionale Braidense

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Allo scoccare del solstizio d’estate la biblioteca Braidense di Milano diventa inagibile. Quando le temperature esterne si assestano sui 30 gradi, un caldo soffocante e tropicale attanaglia i saloni asburgici della biblioteca, solleticando la malefica colonnina di mercurio a salire, salire, salire, fino a fissarsi, imperterrita, sui 40 gradi. Con un bel cento-per-cento di umidità – ma da dove diavolo può venire l’aria stantia e umida, in un santuario che custodisce carta, pergamena e mappe geografiche? Si soffoca, in Braidense, in estate. Soffocano i dipendenti, che stanno a boccheggiare sotto le deboli e inutili brezze dei ventilatori, e soffocano quei due, tre temerari che ancora si addentrano nel suo cuore abbandonato per prendere a prestito un saggio o un romanzo. Vestigia antiche, pure quelle, del tempo degli addii e del declino, come definisce la nostra epoca Apolline, la giovane geniale e devota al suicidio che nel film L’ultima Ora ha capito quanto sia inutile, pure per il figlio di un ricco, puntare ad un futuro inesistente su un Pianeta al collasso. 

Questa condizione in Braidense c’è da sempre, credo, ma io ne faccio esperienza da circa sei anni e mezzo, tanti sono i cicli delle stagioni da cui ho preso a frequentare la biblioteca e la sua cronica solitudine. Già, perché la Braidense, che evidentemente non è mai stata restaurata a dovere, o coibentata, e nemmeno, questo è chiaro, dotata di moderni impianti di condizionamento, giace stremata dalle temperature di un Pianeta a 415 ppm di CO2 in atmosfera nella più sordida, stolida e becera indifferenza. Ogni solitudine è marcata a fuoco dal sentimento che la propria dipartita sia solo una voce di bilancio per una agenzia di pompe funebri, ma la solitudine del patrimonio suona come una condanna senza appello. Non arriverà la telefonata salvifica dell’ultimo secondo.  

Non credo infatti che qui, nella celebratissima Milano dei super-ricchi che guadagnano almeno 500mila euro all’anno, sotto il giogo della tipica politica-non politica che ormai ha ridotto la vita culturale della nazione a una barzelletta, il problema della Braidense vuota e sola sia solo imputabile al Potere. E cioè alla mancanza di volontà di rendere una istituzione di questa importanza un luogo di sapere e di incontro, vitale, tanto quanto Corso Como e la Piazza Gae Aulenti, o il quadrilatero di tavolini all’aperto di Eataly. In questi sei anni e mezzo sono andata in Braidense a qualunque orario e sempre, instancabilmente, se eravamo in quattro al banco del prestito eravamo in tanti. In Braidense non ci va più praticamente nessuno a prender libri per legger qualcosa con sugo e costrutto, e allora non è priva di sentimento della realtà la domanda di chi si chiede perché dobbiamo pagare tasse per la sopravvivenza di un bene pubblico che pubblico, essendo disertato dai più, ha smesso di essere.

No, io credo che ce ne sia un altro di vuoto, qui. Ai cittadini milanesi, prima ancora che alla politica, non interessano i libri della Braidense. Per loro questo è un luogo spento, anzi, un luogo-non-luogo, un tempio dal quale gli dei si sono assentati epoche geologiche fa. La Braidense in estate è il punto di collisione, o meglio, di conflagrazione, tra il nuovo assetto climatico terrestre e la sabbia che il fiume prosciugato del legame con ciò che ci ha preceduti ha lasciato dietro di sé. In altre parole, la solitudine della Braidense ben rappresenta la morte del passato. La fine della derivazione come figura culturale condivisa e collettiva: la rottura con i padri, con gli antenati, con i Lari.

La morte del passato è la cifra dominante dell’epoca dell’estinzione. Si è già detto addio al sentimento di appartenenza ad un sostrato comune, alla autorità del pensiero, della poesia e della dignità umana; non ci sentiamo più figli dell’eredità storica e biologica che si chiama evoluzione, e che ci imporrebbe, se ce ne importasse qualcosa, una preoccupazione da dichiarazione di guerra per rimediare alla distruzione del sistema climatico terrestre.

Non siamo cioè dinanzi solo ad una avanzata politica dell’incuria e del degrado. Siamo di fronte all’interruzione del legame fondativo con ciò che ci ha preceduti: i libri hanno fatto la stessa fine dei grandi primati africani, tutti, ormai, ad un passo dall’estinzione. È l’ignoranza di un presente che si pretende onnisciente. 

Siamo, del resto, lo abbiamo appreso il mese scorso, la nazione europea con il più alto tasso di analfabetismo funzionale. Il 70% degli italiani legge un testo scritto, ma non è in grado di comprenderlo. Perciò ieri, che era il 20 luglio, anniversario a cinque decadi dello sbarco sulla Luna, Tomaso Montanari ha scritto: “La luna che vogliamo sta tutta in una fotografia scattata durante lo sgombero di Primavalle, a Roma. La foto di Rayane: che è nato in Italia da genitori marocchini (lei badante, lui venditore di cose vintage, a Porta Portese), ha undici anni e viveva in una casa occupata. E che in quello sgombero ha perso la sua gattina, ma non i suoi libri. Che ha portato fuori con sé, sfilando davanti alla polizia della Repubblica italiana con una dignità e una carica di futuro che non si vedevano da tanto tempo, sulla scena pubblica.La luna che vogliamo è un paese con un tasso di alfabetizzazione tale da non permettere che un numero rilevante di cittadini siano convinti che quella foto è una montatura dei giornalisti di sinistra”. 

La solitudine della Braidense, del pari del Pianeta sempre più caldo e dell’estinzione della biodiversità, sono una nostra responsabilità. E se è chiaro che viviamo ormai in un mondo di macerie, e che è con queste macerie che siamo costretti a confrontarci, rimane almeno in alcuni di noi quel colore europeo, quella Stimmung, che Friedrich Hoelderlin colse così bene sul finire del Settecento, come sempre gli accadeva, tornando con i suoi versi all’Atene dei Padri: “Ancora vive e regna e pensa l’anima / degli Ateniesi, silenziosa tra gli uomini, / se pure il saggio giardino di Platone/ non ha più verde lungo il fiume antico / e i bisognosi arano le ceneri / degli Eroi e l’uccello della notte / piange luttuoso sopra le colonne”.

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Che cosa è Umanismo?

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La Ostbahnhof si rannicchia sotto il ponte della sopraelevata che taglia di netto l’ultimo tratto della Pariser Kommune Strasse, risucchiata nell’amalgama grigio di un cielo spoglio, in un inverno incerto e insicuro. Palazzi a quindici piani, di un giallo e di un azzurro scoloriti, svettano verso l’alto, con una aria stupefatta. Dall’altra parte della Pariser, un Konditorei improvvisato sembra emanare anche dall’esterno l’odore di polvere dei fiori finti e dei dolci troppo zuccherati. Uno squallore enigmatico penetra questo angolo di Berlino, ovunque volgo lo sguardo, lo stesso sconforto indecifrabile delle migliori sceneggiature de Il Commissario Schumann, la serie tv che ha dato popolarità a Christian Berkel. In questi giorni Berkel è al quattordicesimo posto della “classifica best seller dello Spiegel” con il suo biopic Der Apfelbaum. Un altro tuffo nella memoria imbarazzante di una nazione che, nonostante tutto e tutti, oggi ha rimasticato se stessa fino a darsi un futuro. Vanno fortissimo in Germania, questo genere di libri. E ottengono l’effetto opposto delle intenzioni degli editori. Rafforzano infatti quel sentimento di destino che si respira in ogni angolo di Berlino, capitale della Germania unita, una cognizione perennemente malinconica di umanità ferita e umanità colpevole. Il destino nostro, di noi Europei e di noi umani, adesso, nel 2019, al cospetto di un nuovo soggetto politico: il collasso del Pianeta.
L’autista del bus numero 242 direzione Friedrichshain mi conferma con un cenno che il biglietto è valido. Ha la faccia consunta di una metropoli usurata da una economia onnipotente. Quest’uomo percorre un tragitto identico miliardi di volte all’anno, non ha vie di fuga, facendo così della ripetizione, suo malgrado, in una alleanza mortifera con i pneumatici del suo bus, una micidiale forza di erosione del mondo. Come gli assassini del Commissario Schumann, maciullati dai propri conflitti interiori. Ci assomigliano quei soggetti da fiction, penso, mentre l’autobus procede sulla Wedekind Strasse, immergendosi fra i palazzi in stile sovietico della DDR, che oggi invece sono solo venature più scure di quel blocco di marmo che è la Berlino europea. Qui, esattamente un secolo fa, si costruivano barricate per difendere la Repubblica di Weimar. La gente voleva essere libera e cioè umana. Che ne è stato di quella libertà, se Angela Merkel definisce le proteste dei giovani contro l’inerzia di politiche climatiche autentiche una interferenza dei Russi via Facebook? Was ist Humanismus? Che cosa è, ormai, l’umanismo, mi chiedo in un febbraio senza neve a Berlino, Europa. 

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Sulla Max Gabriel Strasse, che costeggia la Boxhagener Platz, incontro qualche giovane ubriaco, che impugna la bottiglia di birra come fosse la mano di una fidanzata. Gente triste in uno dei Paesi più ricchi d’Europa. Negli anni ’90 lo storico Francis Fukuyama scrisse che la storia era finita. Aveva torto, la storia è piuttosto in decomposizione. Scivoliamo in un putridume di sentimenti e di intenzioni (dove andare? E per cosa?), che si manifesta nella sequenza di ristoranti vegani, vietnamiti, thailandesi, shabby chic della Simon Dach Strasse. L’esotismo di una noia incontenibile che si sa già invincibile ogni benedetto fine settimana. È così che funziona, ormai, il Capitalismo avanzato. Nulla basta mai davvero, e non sarebbe così se potessimo ancora contare su di una semplice minestra calda al termine di una giornata di lavoro, come la mela cotta nella stufa che Walter Benjamin, da bambino, aspettava con trepidazione prima di recarsi a scuola. La vita di noi uomini si è espansa fino a scoppiare. Sì, lo squallore della nostra tristezza può esistere anche in Boxhagener Platz. Un pastone emotivo di indifferenza – il fastidio con cui la padrona di casa mi consegna le chiavi dell’appartamento sulla Niederbarminstrasse – e di opulenta indigenza. Un demone, insomma. L’unico demone del nostro XXI secolo, che rende qualunque altro terrore una bazzecola da film di Hollywood. 

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In mezzo alle macerie della Germania, sotto tutto il peso della sua personale compromissione politica, Martin Heidegger scrisse, nella Lettera sull’Umanismo, che “Umanismus è questo: è meditare e curarsi che l’uomo sia umano e non inumano, cioè al di fuori della sua essenza”. Ma ogni sfumatura possibile si gioca proprio sul fronte dell’essenza, perché se noi uomini siamo ciò che siamo, può anche darsi che la nostra disumanità ci contraddistingua molto al di là delle nostre aspettative umanistiche. Il 14 ottobre del 1915 le donne berlinesi, esasperate dalla carestia, saccheggiarono i negozi della Boxhagener Platz. Fu il proprietario di una latteria ad accendere la miccia della rivolta, dicendo alle sue clienti: “Presto mangerete succo di aringa e merda come fossero leccornie e il burro vi costerà 6 marchi all’oncia”. Di lì ad un anno le rape avevano sostituito i cereali, le patate e la carne. Nella conflagrazione della Grande Guerra, e nella folgorante caparbietà degli uomini che, per instaurare la Repubblica, fecero la rivoluzione a Berlino nel Novembre 1918, si osservò all’opera quella dichiarazione fulminante di Hoelderlin, che l’uomo abita questa Terra pieno di doti, eppure secondo poesia. Dentro la poesia. Perché la rivoluzione stessa nasce dalla poesia. Se poesia è ascolto della voce del mondo, allora anche la politica che cambia le cose risponde alla sua originaria voce poetica. C’è un richiamo, fatto di realtà, che dovrebbe motivare le nostre scelte, ma, in fondo, quando esco sulla Frankfurther Strasse per scendere in metropolitana, e mi trovo davanti i due palazzi gemelli di Stalin,  e rammento che qui e poco più avanti, nel marzo del 1919, a Weberwiese, sulla Lange Strasse all’incrocio con la Karl Marx Allee, c’erano le barricate innalzate dai comunisti che sostenevano lo sciopero generale; quando rifletto su questa gente che voleva la rivoluzione, che venne presa a fucilate dai Freikorps con autorizzazione governativa, gente che rispondeva ad una voce interiore fatta di giustizia, pane e dignità, ecco, l’umanismo mi sembra una virtù corruttibile, che pur nutrendosi del richiamo della realtà non di sola realtà può vivere. “Ma se l’humanitas è così essenziale al pensiero dell’essere – si chiedeva Heidegger –  non è allora necessario completare l’ontologia con l’etica?”.

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Del resto, la Frankfurther, “la prima strada socialista della Germania”, è enorme, vuota, dominata da austeri edifici sovietici, squadrati, governativi, che incombono sul passante con uno sguardo senza appello. Queste sensazioni sul potere, il potere che annichilisce, non finiscono con il tramonto delle dittature; sono invece consustanziali a qualunque ordine delle cose si pretenda definitivo, scritto una volta per sempre. Il fatto che sia ormai evidente una catastrofica alterazione del sistema climatico terrestre rafforza nei più lo spegnersi degli istinti rivoluzionari. Ciò che già vediamo compiuto non merita neppure la spesa della reazione. È puro fastidio. Una nuova forma di negazionismo, lo definisce Extinction Rebellion Deutschland.

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Anna Seghers, che fu testimone della vittoria del Nazismo, fece dire a Geschke, il socialdemocratico protagonista del suo romanzo Die Toten bleiben jung ( I morti rimangono giovani, edito in Italia da Mimesi): “Ed era questa la radice del suo dolore: non credeva più a nulla. Ci vuole molta forza per fare qualcosa in cui si crede. Sia la pazienza per far progredire a poco a poco gli uomini, magari con pentimenti ed errori, ma costantemente, o sia il sovvertimento improvviso, in cui si impegna tutto, l’esperienza e la vita. Ci vuole tanta forza per fare qualcosa in cui si crede. Ma anzitutto ci vuole una forza terribile per credere davvero a qualcosa”. Questi palazzi ex DDR spiano dentro le nostre coscienze, perché sanno che il nostro sistema sociale ed economico è gemello del loro. Le super-democrazie, dotate di efficienti reti metropolitane, hanno deciso di ignorare i cambiamenti climatici perché questo è, cosa credete, il migliore dei mondi possibili. Come si diceva nella DDR. L’estinzione ha dunque, ora è chiaro, una sua completezza, una sua perfezione interna. La nostra impresa è compiuta. Contempliamola pure. Ma allora, il potere democratico, quando fa a pezzi la biosfera con voto parlamentare, è ancora una forma sofisticata di umanismo?

Sotto una pioggia torrenziale, attraverso i sentieri fangosi del Monbijou park: la cupola barocca del Bode Museum davanti a me è la bussola scintillante di un esperimento umanistico senza precedenti a Berlino. Sono le 11 di mattina, e i Berlinesi si alzano tardi la domenica: il Bode è silenzioso, come raccolto in meditazione. Dal 27 ottobre 2017 il museo ospita l’Africa Occidentale e Centrale: 80 capolavori che appartengono al Museo Etnologico – attualmente chiuso e in attesa della sua nuova sede, lo spettacolare Humbold Forum, nel ricostruito palazzo imperiale –  stanno accanto ai loro corrispettivi italiani e centro-europei del tardo Medioevo e del Rinascimento. L’allestimento porta il titolo di Unvergleichbar ( “Non confrontabile”): “un dialogo diretto attorno ai grandi temi dell’umanità: il potere e la morte, la bellezza e l’identità, la giustizia e il ricordo”. Uomini africani ed europei, gli dei cristiani e  gli antenati ancora vivi sul fiume Congo, si guardano in faccia. E sfidano il visitatore. La Germania ha ormai avviato un percorso di rivalutazione storiografica del proprio passato coloniale. Lo scorso 12 dicembre un folto gruppo di accademici tedeschi ha firmato un appello, pubblicato da Die Zeit, sulla restituzione delle opere d’arte africane di fatto rubate in epoca imperiale. Una presa di posizione che fa seguito alle conclusioni della Commissione Speciale voluta da Emmanuel Macron in Francia, e del rapporto finale firmato da Felwine Sarr e Bénédicte Savoy. “Anche noi reputiamo la restituzione – hanno scritto i ricercatori tedeschi – , così come una disponibilità generale a restituire, una premessa indispensabile per superare il problema del riconoscimento negato e dell’assenza di reciprocità (…) la restituzione e perciò la memoria storica hanno sempre a che fare anche con le questioni della colpa e della giustizia, della morale e della ingiustizia, in modo a tal punto importante che, benché lo si possa dimenticare, gli oggetti raccontano ancora oggi storie dotate di una risonanza profonda, in divenire (…)”. Il legame con il nostro presente è strutturale: “Dovremmo, in generale, cogliere l’occasione che questa discussione ci offre: la possibilità, mettendoci a confronto con questi oggetti, di strappare all’oblio coloniale una storia comune lunga secoli, in molti casi anche brutale e segnata dalla violenza, e di assumerci invece la responsabilità di come questa storia finisce con l’essersi impigliata con il nostro presente e con il nostro futuro”. Nello splendore dorato delle sue sale, in una atmosfera di terso raccoglimento, il Bode apre prospettive per nulla di meno che una “Neugestaltung der Gegenwart”, una riformulazione del presente. 

Che questo avvenga qui, sull’Isola dei Musei, non è affatto causale, perché questa porzione di Berlino è patrimonio dell’umanità e a qualche decina di metri in linea d’aria c’è il Pergamo Museo, forse la più spettacolare rappresentazione plastica di ciò che proprio Heidegger chiamò metafisica. Il punto zero in cui si intravede qualcosa della civiltà occidentale che conteneva il seme cattivo della sua stessa fine, quel seme eclettico e spietato che in Africa Occidentale e Centrale si mise al lavoro conducendoci al nostro XXI secolo. La metafisica ci appartiene. Oggi, genti africane del Sahel sono in movimento verso l’Europa, spinte dagli effetti sinergici dei cambiamenti climatici e della defaunazione. Mi viene in mente Minna, la protagonista tedesca del romanzo di Romain Gary Le radici del cielo. In quanto tedesca, violentata dai Russi all’ingresso dell’Armata Rossa nella capitale del Reich nell’aprile del ’45, Minna sposa la causa di Morel, un idealista che è disposto a tutto per proteggere la wilderness africana e i suoi elefanti, con questa motivazione: “es war aber doch ganz natuerlich dass ein Mensch aus Berlin bei him war, nicht?” (era del tutto naturale che con lui ci fosse qualcuno di Berlino, no?). Già.

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Ed è così che nell’inconfondibile odore di legno e stucco della nostra esausta Europa, io e la dea Ihervbu ( XVI-XVII secolo, Regno del Benin-Nigeria) ci guardiamo negli occhi. Parliamo una lingua di solitudine. Perché lei se ne sta in un salone bianco, che pretende di essere senza peccato, e invece sussurra delle operazioni di pulizia che sono implicite nell’apparato ideologico che lo ha voluto al mondo, santuario di forza e di genio artistico, che ha spodestato la dea. È sicura di sé Ihervbu, certo, ma ormai sola in questo museo del lontano nord, come la Regina Madre Iyoba che è costretta a condividere la sua bellezza con un altro coro in legno, su cui i teschi della morte banchettano attorno al moralismo cristiano.

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Eccola qui la compiutezza dell’estinzione: la solitudine dei reperti, il loro isolamento. È la perfezione di una parte di umanità, l’Occidente, che raggiungendo il suo apice ha condannato a morte tutti gli altri. Uomini e animali. Aristotele avrebbe considerato buona parte della storia del mondo una bestemmia, se solo avesse saputo che quando la potenza diventa atto, be’, cambia nome ed è solo estinzione. Su questo vuoto che avanza Africa ed Europa sono ormai terribilmente vicine. In piena età coloniale, a metà Ottocento, sul fiume Chiloango, oggi Repubblica Democratica del Congo, un artista sconosciuto scolpì nel legno un Mangaaka, un demone possente capace di catalizzare su di sé ogni male e ingiustizia, trafitto di chiodi, un demone incaricato di pagare il fio al posto della sua tribù, tenendo lontani i bianchi.

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Questi europei scaltri, che mancavano di già di un cordone ombelicale che invece le nazioni africane tenevano al riparo dalla consunzione del tempo, e cioè l’intimità con gli antenati. In Cameroon, nella regione di Bangwa, il re Fosia era conservato nel tesoro reale: presente, concreto, custodiva il ricordo dei primi legislatori.

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(Ritratto commemorativo del re Fosia, Cameroon, Bangwa, XIX secolo) 

La maggior parte della collezione sta al piano meno uno del Bode, che un visitatore con saggia ironia definisce “Keller”, e cioè cantina. Una enorme mappa geografica dell’Africa riporta i nomi delle civiltà estinte e sterminate e sembra una apparizione magica, un memorandum sconcertante, quel genere di notizie che ti fanno esclamare con gioia e con rabbia, non ne sapevo nulla ! 

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Giunta qui, sulle rive del Congo e del Niger, ammetto che il capitolo cristiano, le opere intrise di fede cattolica e protestante, mi interessano sempre meno. Stucchevoli, esorbitanti e presuntuose. Invece, due teste imperiali, una tardo romana dalla Turchia e l’altra nigeriana, personificano l’opposizione ferrea, nella società civile, tra chi ritiene di avere diritto al mondo e chi invece, oggi, nel 2019, con crescente angoscia si chiede, dove è ancora Mondo. Dove è ancora Umanismo. 

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(Scultura memoriale di un re, Bangu, Cameroon, XIX secolo)

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Più tardi, sedendo nel caffè del Bode, sotto la cupola, riordino le idee. So di aver camminato io stessa, senza averne avuto coscienza, in mezzo agli spiriti. Qui al Bode, qui in Africa Occidentale, è come avere gli dei, gli antenati e i demoni alle porte. Come se fossero arrivati, un esercito di idee e di persone post platoniche, post Mito della Caverna. È tutto vero, invece. Non avremmo mai pensato che sarebbero arrivati, che avrebbero potuto arrivare. E questo perché quasi tutti abbiamo vissuto fino a 70 anni senza mai chiederci quale prezzo spirituale abbiamo pagato per avere ciò che abbiamo. A forza di parlare del Nazismo nessuno si ricorda più di quanto è stato cruciale il periodo 1870-1900 per plasmare ciò che, oggi, chiamiamo: NOI.

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(Figura commemorativa con due gemelli. Bangwa, Cameroon, XIX secolo. I gemelli erano considerati figure pericolose, poteri né buoni né cattivi. Il dignitario qui rappresentato è estremamente forte perché riesce ad avere ragione di de gemelli, che siedono al suo cospetto. Per questo è un uomo della Legge) 

È come se avessimo vissuto l’Ottocento e il Novecento al buio. Qualcuno, nelle foreste tropicali, combatteva per noi, ma a casa, in patria, nessuno conosceva il nome del nemico. Ora, un esercito sconosciuto è alle porte. E non sappiamo che cosa dire. Ma non può che essere così, perché lo schema di espansione vecchio di cinque secoli in cui siamo stati allevati e cresciuti è imperniato su un continuo rinnovamento. Ciò che non serve più è superfluo, e viene abbandonato. Non si poteva che abbandonarli, gli antenati. Achinua Achebe, in Nigeria, lo aveva capito prima dei nostri movimenti ambientalisti.

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(Figura commemorativa Byeri, Cameroon, Fang-Ntumu o Ngumba del XIX o XX secolo)

Gli antenati possono persistere solo in una civiltà tradizionale, che sopravvive perché vive in continuità con le generazioni precedenti. Ma se spingo, invece, in avanti, se voglio pro-gredire, cioè camminare oltre il sentiero già battuto, gli antenati diventano inutili. Devo rompere totalmente con il passato, e scegliere di estinguere senza posa, anno dopo anno, ciò che sta dietro di me. Per queste ragioni l’umanismo europeo è stato una forma di estinzione programmata.

È dunque vera la frase di Heidegger secondo cui “l’essenza dell’agire è il portare a compimento”. Il significato estremo, eppure storico, dell’umanismo è stato condurre a compimento la spinta in avanti. Far coincidere l’uomo che cammina in avanti con il Pianeta. Fino al punto che del Pianeta nulla rimane se non Homo sapiens. Questo è il destino che si respira a Berlino, questo colore tipico berlinese di cupezza e nostalgia, il silenzioso marrone di Georg Trakl, un destino che scivola furtivo e seducente lungo i vagoni della S5, verso il Wedding, e poi sul Westhafen, e poi la sera, al tramonto, sulla strada di casa, sul ponte della Warschauer. Lo incontro ancora in un caffè sulla Hobrechstrasse, al Kreuzberg. Una grande stufa a legna riscalda un interno arredato con mobili degli anni Cinquanta e Sessanta. È il tipico locale della città, fuori non gli daresti un euro, ma una volta all’interno la durezza prussiana si fa sentimento dell’infinito travaglio umano, questa sensazione pesante, onerosa, eppure anche dolce, e quindi tedesca, dei mali dell’uomo e delle sue piccole gioie. Se è dal poco che emergono, come risorse straordinarie, le nostre migliori virtù, come possiamo proteggerle in questa epoca di eccessi e di onnipotenza?

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Voglio provare a cercare una risposta al FHXB, il Friedrichshain – Kreuzberg Museum. Una mostra interattiva – Freiden, Freiheit, Brot ! – racconta i giorni di caos della Repubblica di Weimar attraverso le storie del quartiere. Nei volti in bianco e nero dei protagonisti è ancora visibile l’impronta della voglia di libertà. Nel 1919 i tedeschi abbandonavano la monarchia, osando pensare un futuro tedesco che però rifiutasse i principi dell’elmo prussiano. Per farlo, nonostante i pesanti tomi di filosofia socialista e marxista su cui avevano consumato giovinezza e vita, i rivoluzionari dovettero affrontare un rischio totale. Il rischio di finire nella pattumiera della Storia. Questo genere di pericolo è umanista. È il carattere del Faust di Goethe quando al momento del patto col Diavolo Faust afferma “sono pronto a non tremare di fronte allo schianto del naufragio”. Perché il fondo di ogni azione politica è esistenziale: senza una domanda brutale sul significato della vita il pensiero politico perde sostanza, e scopo.

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E questo tipo di politica, la democrazia, è stata una conquista della modernità umanista. Arrivo al Charlottenburg, per visitare la reggia degli Hohenzollern, con un certo anticipo sull’orario di apertura e prendo un caffè in una piccola pasticceria turca. Su un giornale della domenica precedente mi imbatto in un articolo su Aby Warbug, che passò per il Museo Etnologico di Berlino nel 1896 con lo scopo di approfondire i suoi studi antropologici sui Navajo del New Mexico. 

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Già allora, leggo, il Koenigliche Museum si era dato il compito di raccogliere i tesori dell’umanità, prima che l’industrializzazione e la colonizzazione li distruggessero per sempre. Il direttore, Philipp Wilhelm Adolf Bastian, riteneva che indispensabili fossero non tanto opere di supremo valore estetico, quanto piuttosto i manufatti della vita quotidiana, che restituivano gli aspetti psicologici dei popoli. Bastian si muoveva in aperta rottura con lo storico Carl Einstein, che più tardi avrebbe paragonato le sculture africane con quelle del Rinascimento. L’apparizione di Warburg in questa mattina di foschia suona quasi come un segno profetico. Warburg era convinto che la separazione tra discipline e saperi non avesse ragion d’essere; al contrario, lo studio dell’ingegno umano conduceva il ricercatore su piste invisibili, ma solidissime, di risonanze e allitterazioni geografiche, temporali e filosofiche. L’uomo lo si capisce uscendo dal dogmatismo, sosteneva Warburg, e accettando invece la sfida di percorsi enigmatici. Credo che Warburg, insieme poi a Ernst Cassirer, abbia intuito ciò che oggi consideriamo una conquista dell’ecologismo, e cioè che le civiltà sono sin dall’inizio in una sorta di intimità con il Pianeta. E se il Pianeta è uno, una è anche la specie che lo ha abitato e interpretato nella cultura. Nella prima sala del Castello un video ripercorre le fasi di costruzione del Charlottenburg: il suono delle sirene della contra-aerea annuncia che siamo nel 1945 e l’agonia di Berlino è iniziata. 

 

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Ho ancora nelle orecchie questo fischio risoluto quando salgo al primo piano, nella stanza ovale, proprio sotto la cupola, al cui centro è esposto l’elmo prussiano con la punta d’acciaio, simbolo degli Hohenzollern da sempre. Ne avevo fotografato una intera collezione nella Cittadella, a Spandau, ma questo pezzo unico è davvero terrificante. Sprigiona per intero la cultura della guerra nei termini riservati alla questione da Nietzsche. Nietzsche ha compiuto una lettura del “destino dell’essere” di portata identica a Marx, forse addirittura superiore, perché la dimensione tragica del destino vi è già segnata; non ci illusioni o utopie, c’è invece una coscienza lucidissima del potere sul mondo come espressione di diritto ad esistere (Angriff) e, quindi, anche come auto-annientamento (Selbst-Vernichtung). Qui, nella reggia dei deposti Hohenzollern, davanti al sorriso sarcastico di Guglielmo II, mi appare evidente che se non si capisce questo, non si può elaborare una nuova etica ecologica. 

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Là in fondo, dirimpetto il viale d’ingresso, il principe ereditario Albrecht von Preussen, guarda verso il castello, la sua casa, per l’eternità. Quest’uomo, di quella austera bellezza teutonica in uniforme che per noi europei sarà sempre la virilità par excellence dei romanzi ottocenteschi, è di una umanità straziante. Ed è sul suo volto che si comprende Nietzsche. La totale impotenza della potenza. Inadatta a perpetuare se stessa nel momento stesso in cui sa di esistere. Nietzsche questo lo sapeva. Umanismo è l’impotenza della potenza. Fintanto che, in quanto Europei, ci siamo sentiti onnipotenti, non ci potevamo accorgere di come la nostra spietatezza fosse anche la nostra tomba. E questa tomba, prima ancora che il disastro ecologico fosse palese, era la morte senza nome dei bambini figli di operai e contadini che, a inizio ‘900, perdevano la vita in soffitte umide e scure divorate dal carbone. Il bambino, della serie di Kaethe Kollwitz “Weaver Aufstand” (1893-1897), già in pace, messo al caldo dai suoi genitori sotto tutte le trapunte che possedevano, e il padre, a sinistra, in un cantuccio, con la testa di un secondo figlio nascosta nel suo abbraccio, e la madre essiccata dalle lacrime. 

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Per discutere dell’alba di un simile destino umano ho appuntamento con Martin Maischberger, il direttore delle Collezioni Antiche dello Stato del Brandeburgo, nel suo ufficio sulla Am Lustgarten. La Gigantomachia sull’Altare di Pergamo, il gioiello dell’Isola dei Musei, ho l’impressione, racchiude molte possibili risposte alle domande sulla attualità dell’idea di umanismo, che ha formato l’Europa in un arco temporale di due millenni. La tempesta della battaglia tra Giganti e Dei, rappresentata nel fregio che corre lungo l’altare maggiore, portò ordine nel caos, incoronando la guerra come strumento di organizzazione della realtà. Fu tra le spire di quei serpenti, sulle criniere di quei leoni che imparammo a governare la notte e il giorno, trasformando il Pianeta, e gli ecosistemi, nel nostro Cosmo. È un giorno di confusione anche a Berlino, a causa di un imprevisto sciopero della metropolitana. Non posso che arrivare in ritardo, ma il dottor Maischberger mi accoglie nel suo studio con una cortesia di altri tempi. Entriamo immediatamente nella questione, perché il Pergamo Museo è chiuso, anche lui in attesa della fine (prevista ormai per il 2030) di lunghissimi lavori di riallestimento: un unico “rettangolo” di edifici che unirà dal punto di vista tanto architettonico quanto storico Pergamo, l’Egitto, il vicino Oriente e l’arte Islamica. “Il Masterplan sull’Isola dei Musei risale al 1999, quando l’Isola venne dichiarata dall’Unesco patrimonio mondiale dell’Umanità”, spiega Maischberger. “Ancora nel 1999 il Neues Museum, che farà parte del nuovo assetto, era in rovina, c’erano tetti provvisori e due idee di ricostruzione opposte. È prevalsa l’idea di Chipperfield di tenere solo ciò che era ancora in piedi”. La storia delle collezioni del Brandeburgo comincia nel 1648, ma è devastata dagli eventi della Seconda Guerra Mondiale, che hanno finito con l’imporre sui muri e sulle opere d’arte una riflessione complessiva sul significato del passato nella cultura Europea. Nel 1943 l’Altes Museum venne distrutto e solo nel 1958 molte sculture greche e romane trovarono una nuova casa al Charlottenburg. Il Pergamo Museo, che era stato inaugurato nel 1930, fu riaperto tra il 1954 e il 1955. Nel 1995 molte antichità sottrarre come bottino di guerra dall’Armata Rossa fecero ritorno a Berlino riunificata dal settore est della DDR. Chiedo al dottor Maischberger se non sia sotto i nostri occhi una sorta di “archeologia metafisica del passato”, che va ben oltre il godimento estetico di opere d’arte magnifiche, che stanno a fondamento del concetto che abbiamo di noi stessi come Europei: “Sì, è una definizione che può andar bene. La gestione della distanza culturale e geografica non è semplice, non è scontata, si pone sempre, di nuovo. Non c’è una sola risposta all’interrogativo sul passato: bisogna non stancarsi di rifletterci, non pretendere che la questione sia chiusa”. Il destino dell’altare di Pergamo è scritto nella storia del colonialismo imperiale tedesco a partire dal 1870; a quell’epoca il Reich era in ottimi rapporti con gli Ottomani e le campagne di scavo procedevano con un mutuo accordo di scambio dei reperti: “L’Altare fu dato alla Germania con una decisione ufficiale e su fondamenti giuridici solidi. Berlino non viveva più la stagione del classicismo, molto in voga nel periodo 1830-1840. Era piuttosto il momento del colonialismo. Si tentava di recuperare, in competizione con Parigi e Londra per le grandi collezioni museali”. Spostare un edificio monumentale come l’Altare di Pergamo significò “far nascere qualcosa di nuovo”. Se l’aura, come la intendeva Benjiamin, ossia la irriproducibilità dell’atto artistico vincolato, nella sua perfezione di significato, alla tradizione che lo aveva immaginato e realizzato, fissandolo in un momento preciso del divenire e proprio per questo accentuandone all’estremo il carattere filogenetico, non poteva più sussistere, nel 1930, con la ricostruzione dell’Altare, qui a Berlino accadde un passaggio epocale nella coscienza europea: “Nacque la architettura esterna in interni”, come la definisce Maischberger. Il capolavoro ellenistico perdeva per sempre la sua ragione di esistere in un contesto geografico, reale, non era più cioè soggetto degli Annali del mondo antico, ma diventava testimonianza assoluta, attraverso la meraviglia della Gigantomachia, del carattere originario del destino occidentale. Oggetto di contemplazione, frammento, appunto, metafisico, di un passato lontanissimo che tuttavia è per il nostro presente di distruzione ecologica un testamento fatale. 

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Intanto, però, mentre la Gigantomachia giace chiusa al pubblico nel suo silenzio millenario, s’è deciso, mi spiega Maischberger, per un museo provvisorio aperto nel novembre dell’anno scorso, che ospiti il piccolo fregio di Telefo e le statue che stavano sul tetto dei lati lunghi dell’altare: il Panorama, un cono alto 30 metri, che riproduce alla perfezione i “panorami” di inizio Novecento: un “nastro” dipinto da Yadegar Asisi che riproduce la acropoli di Pergamo nel 129 d.C., restituendo in una vertiginosa verosimiglianza i colori, i rumori e la vitalità della rocca ellenistica. È verso il Panorama che ci incamminiamo, commentando anche l’operazione straordinaria sull’Africa del Bode Museum: “Lo Humboldt Forum aprirà il confronto con il continente sconosciuto. C’è questo paradosso, stiamo ricostruendo un castello barocco, per poi inserirci un nuovo museo, che sarà quindi molto di più di ciò che fu il museo etnografico. Un luogo di dialogo ispirato alle due nature, così differenti, proprio dei due fratelli von Humboldt: Wilhelm, di formazione classica,  e Alexander, l’esploratore cosmopolita appassionato di culture extra-europee”. Questa è l’Europa. La capacità umanistica di cercare gli opposti, di perseguire convivenze scandalose, di far fuori l’oscuro tacciandolo di ridicola barbarie, e poi, anche, di inglobarlo fino a risucchiarne la natura. 

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Attraversiamo a piedi l’Isola, camminando lungo il porticato dorico della Alte Nationalgalerie e poi la James Simon Galerie, che formerà uno dei lati del rettangolo sulle civiltà del Mediterraneo e del Vicino Oriente, insieme a Pergamo. Nel nostro scambio di mail di dicembre, avevo accennato a Maischberger alcune riflessioni sull’urgenza di rileggere opere come l’Altare alla luce di quanto sta accadendo al Pianeta, fuori dunque da una logica strettamente archeologica. Il legame con il passato è sempre più sfilacciato: abbandoniamo il sentimento di appartenenza alle figure sociali e culturali che per secoli ci hanno fatto da antenati. Un processo che prosegue dal Rinascimento, con l’avanzare del progresso tecnologico. L’estinzione dell’attaccamento filogenetico motiva in profondità l’indifferenza per le sorti della biosfera. Nella Lettera, Heidegger scrisse: “Nominare una cosa è chiamarla per nome. Ancora più originariamente è chiamarla nella parola (…) nel nominare, chiediamo a ciò che è presente di venire (…) ciò che chiama ci affida il pensiero come nostra determinazione essenziale”. L’origine del pensiero è il Mondo. È per questo che pensare la nostra storia su questo Pianeta equivale a restituire il dono di ciò che abbiamo ereditato. Ma una simile prospettiva è lontana anni luce da ciò che, nella cruda realtà dei fatti, siamo disposti a fare, per noi e per il Pianeta Terra. 

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“Qualche giorno fa, durante una visita guidata, mi hanno chiesto, ma come fate a spiegare a qualcuno che non sia uno specialista, chi è Afrodite? – continua Maischberger – Certo, queste storie non sono più presenti fra noi. Però abbiamo ancora queste rappresentazioni straordinarie dell’essere umano, come Pergamo, dotate di una grande forza estetica e anche metafisica. Il passato esiste ancora, ma come dimensione spirituale. La Gigantomachia è un archetipo: vecchie autorità e nuove autorità entrano in conflitto. E poi la questione del governo del mondo. Il potere stesso è cosmogonia, il potere crea il mondo, propio come gli elementi naturali, l’acqua, l’aria, la terra e l’acqua”. E gli animali, che ruolo hanno nel caos che diventa ordine? “Il cane molosso seguace di Artemide sta dalla nostra parte, accanto agli dei contro i Giganti. Non c’è ancora una frattura così netta tra le faune e gli umani”. 

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Mentre saliamo la scala che conduce lo spettatore in quota, all’interno del Panorama, il mondo antico, ricostruito nel suo apogeo, si sfalda. Irrimediabilmente lontano, anche per chi, come me, gli ha dedicato dieci anni di studi. Ma è proprio in questo abisso che il destino dell’Occidente, ossia i 5 secoli di espansione economica capitalistica che abbiamo alle spalle, trova un suo lucore. Umanismo è consapevolezza di una via tracciata consapevolmente e inconsapevolmente. È progetto ecologico scritto nei geni, danza infinita tra il caso e il pensiero: “Se e come esso ci appaia, se e come Dio e gli dèi, la storia e la natura entrino nella radura dell’essere, si presentino e si assentino, non è l’uomo a deciderlo”, scrive Heidegger. 

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Qualche giorno dopo, passeggio sotto un sole insolitamente caldo: passo oltre la Comenius Platz e arrivo sulla Marklewskistrasse. I portoni dei condomini sovietici sono avvolti in una ombra vellutata, in contrasto totale e nero con la luce sfolgorante che ha già fatto sbocciare i bucaneve sulla terra nuda di un giardino. Se l’umanismo, agli albori della nostra Abendland, la terra della sera, e cioè l’Occidente, era dar corso all’essenza dell’uomo, allora per davvero non può esserci, a questo punto della faccenda, una etica senza una ontologia. Siamo umani quando siamo ciò che siamo, senza nasconderci dietro la nevrosi, la religione o l’utopia. Ora il problema dell’umanismo è superare il carattere tragico inscritto in Homo sapiens, riuscire ad elaborare una indole post-evolutiva, che ci insegni a sopravvivere dentro il Pianeta e non al di là delle savane in cui imparammo il nostro nome. 

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Sulla Wedekind incontro una famiglia tipicamente berlinese. Le due bambine, una di 8 e l’altra di 10 anni, con le trecce biondissime e le giacche a vento fucsia, ascoltano con attenzione il padre, un uomo magro e atletico sui 50 anni, con i capelli lunghi e un giaccone in pelle da punk. La madre, anche lei vestita sportiva e coloratissima, conduce una bicicletta: ha un viso maturo, sereno, struccato. Un uomo e una donna che hanno l’aria di non aver fantasticato fantasie narcisistiche pretendendo l’impossibile da se stessi e dagli altri.

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Che sia così la vita, anche dopo la DDR, anche dopo che tutto è cambiato di nuovo per la Germania, la passeggiata del sabato mattina con le proprie figlie e la propria moglie. Le strade segnate dal nostro cuore sono umanismo. Behausung si dice in tedesco, stare a casa in un luogo. La stessa parola che, al termine della Lettera, sceglie Heidegger per descrivere che cosa significa scoprire la propria umanità: dimorare nell’esistere del Pianeta Terra. 

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Clima, pane ed elezioni europee: Berlino, febbraio 2019

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In questo inverno europeo con un febbraio dalle temperature già primaverili, ed imminenti elezioni per il parlamento comunitario di Bruxelles, un nuovo, devastante soggetto politico è ormai sulla scena. Molto più disturbante del populismo, che, anzi, ne è un sintomo: il collasso della biosfera. Non più tardi del 21 febbraio, la FAO ha pubblicato un rapporto – Biodiversity for food and agricolture – sulla connessione tra il crollo dei sistemi trofici terrestri, dovuti all’estinzione delle popolazioni di specie chiave come gli impollinatori, e la nostra possibilità di produrre cibo: negli ultimi 20 anni il 20% della superficie coltivabile della Terra ha perso fertilità; sono in declino il 63% delle piante, l’11% degli uccelli e il 5% dei pesci e dei funghi. In termini semplicissimi, il fatto che i pipistrelli siano in estinzione ha conseguenze dirette sul fatto che gli scaffali del supermercato siano pieni di scatole e confezioni di alimenti commestibili. 

La crisi alimentare è un incubo che a partire dal secondo dopo guerra l’Occidente ha dato per sconfitto. Troppa fame s’era vista in Europa nei decenni precedenti. John Maynard-Keynes, l’economista del circolo di Bloomsbury che nel 1918 partecipò, insieme alla Delegazione Britannica, alle prime fasi dei negoziati di Versailles per definire il Trattato di pace con la Germania, discusse del peso che la disponibilità di derrate alimentari ebbe nello sforzo bellico tedesco e nelle sue, improbabili, possibilità di successo. Maynard -Keynes discusse anche del fatto che riparazioni di guerra inique avrebbero innescato un problema generale di privazione alimentare che, infine, sarebbe diventato miccia incendiaria per i nazionalisti. Per i populisti, diremmo oggi. Quando una nazione dipende dall’importazione di cibo oltre la propria capacità produttiva, la carestia è una probabilità concreta. Così fu per la Germania del Kaiser, in cui già nell’ottobre del 1915 le donne del quartiere berlinese di Friedrichshain organizzarono accese rivolte per il pane. Ma Keynes, nella sua analisi delle “conseguenze economiche della pace” di Versailles, aveva preso in considerazione anche l’eccesso di popolazione come fattore di crisi interna, dalle implicazioni sicure ancorché non lineari sulla stabilità interna di un sistema economico e politico: lo spettro di Malthus. Da sempre, anche se ce lo siamo dimenticati, la fame è un soggetto politico. E poiché i cambiamenti climatici e l’estinzione delle forme di vita del Pianeta riguardano, ahimè, da vicinissimo la capacità stessa di ricavare cereali dalla terra, ci troviamo, come Europei, di nuovo al centro di una tempesta  di proporzioni apocalittiche che riguarda il pane. 

Nell’anniversario della fondazione della Repubblica di Weimar (1919-2019), la Germania e Berlino, sede del dominio finanziario tedesco sulla EU, sono al centro della tempesta. Il Bundestag ha deciso l’uscita dal carbone (la Kohleaufstieg) per il 2038, data incompatibile con gli obiettivi climatici pur sottoscritti nel 2015 a Parigi; la foresta di Hambach, agorà di scontri violenti con gli ambientalisti, è “congelata” fino al 2020. Il Paese, intanto, non sta a guardare ed è percorso da fortissimi fermenti politici giovanili, che pretendono un cambio di rotta serio: Extinction Rebellion e la Demokratische Stimme sono i più radicali. A Berlino, la drammatica carenza di alloggi e il caro affitti motiva un discorso pubblico al vetriolo per il diritto alla casa: ovunque in città annunci, proclami e slogan stanno appiccicati su muri e piloni della luce a denunciare la condizione di miseria di migliaia di cittadini tedeschi. 

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(Berlino, giugno del 1945: donne fanno la fila per le patate)

Queste voci chiedono di svegliarsi dal sonno del giusto, alla società civile in primis. E di cominciare a prendere in serissima considerazione ciò che anche parte degli economisti ormai ammette. Il 9 febbraio un articolo uscito su FORBES.COM ( Unless it changes, Capitalism will starve humanity by 2050) poneva lo stesso interrogativo degli attivisti tedeschi: “Come possiamo aspettarci di nutrire così tante persone ( ndr: i 10 miliardi di individui che ci si aspetta abiteranno il Pianeta entro il 2050) mentre, al tempo stesso, esauriamo le risorse naturali rimaste?”. Una domanda cui Maynard – Keynes avrebbe dato il suo assenso. FORBES cita il libro di due professori di economia, Christopher Wright e Daniel Nyberg (Climate Change, Capitalism and Corporations ) uscito l’autunno scorso, che è molto chiaro al proposito: “Il nostro libro mostra come le grandi Corporation siano in grado di continuare a investire in comportamenti sempre più distruttivi per l’ambiente oscurando il nesso tra una crescita economica senza fine e il peggioramento della distruzione ambientale”. La lotta per canoni di affitto equi e proporzionati ai salari è una eco contemporanea delle grida per il pane nel freddissimo inverno del 1915, al Kreuzberg. La crisi europea è già una crisi di civiltà. E di umanità. 

La BBC ha inserito nel suo palinsesto web una nuova serie di contributi sul futuro dell’umanità, chiedendosi se noi non si sia per caso di già sulla strada per un collasso di civiltà. L’impegno del broadcaster britannico, che pubblicherà anche micro saggi del Centre for the Study of Existential Risk della Università di Cambridge, segue una linea editoriale inedita: “la serie fa un passo indietro rispetto al ciclo chiuso delle notizie del giorno e allarga invece l’angolo visuale oltre l’immediato presente. La società moderna soffre di un consunzione temporale, come ha detto la sociologa Elise Boulding. Vivendo alla prese con un presente che ti mozza il respiro per l’impegno mentale che richiede, non rimangono energie per immaginare il futuro, sostiene la Boulding. Deep Civilization esplorerà cosa veramente ha avuto peso lungo l’intero arco della storia umana e che cosa questo significa per noi e per i nostri discendenti”. Lo stesso giornalismo ambientale, insomma, ha bisogno, urgente, di un lavoro di scavo filologico per mettere in risonanza i diversi aspetti, interrelati, della crisi del XXI secolo. 

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In discussione c’è in sostanza il nostro stesso modello di civiltà. Lo ha spiegato con grande chiarezza su MEDIUM.COM ((Extinction Rebellion isn’t about climate) Stuart Basden, tra i fondatori di Extinction Rebellion: “Quando un autobus sta viaggiando con una certa velocità verso una persona, la sua traiettoria è chiara: finirà addosso a quella persona. Superato un certo punto, diventa inevitabile. Ed è precisamente la situazione in cui ci troviamo noi adesso, considerando l’accelerazione dei cambiamenti climatici. Abbiamo l’autobus addosso. Le nostre vite stanno per cambiare. E non sappiamo ancora se riusciremo a sopravvivere (…) Sono qui per dire che XR non riguarda il clima. La distruzione del clima è soltanto un sintomo di un sistema tossico che ha ormai infettato i modi in cui ci costruiamo relazioni tra noi essere umani e il resto delle forme di vita. Una condizione che è stata esacerbata da quando la cosiddetta civiltà europea si è diffusa in tutto il globo attraverso la violenza e la crudeltà di 600 anni di colonialismo (…) Dobbiamo curare le cause di questa infezione, non soltanto alleviare i sintomi. Focalizzarsi sulla distruzione del clima (il sintomo) senza presentare attenzione alle ideologie tossiche (le cause) che ne sono il presupposto è una forma di negazionismo”. 

La domanda che sta a fondamento di queste riflessioni è, se possibile, ancora più inquietante: in che modo e in che senso possiamo ancora definirci umani dopo esserci scoperti capaci di distruggere il Pianeta? In Europa, patria dell’umanismo, cioè della visione moderna dell’individuo capace di darsi obiettivi di giustizia, equità e dispiegamento delle sue migliori qualità inventive ed artistiche, l’umanismo è ancora vivo? Oppure no, e il vuoto che sperimentiamo nelle politiche ambientali è invece la nullificazione di ciò che fino ad oggi abbiamo considerato umano? Nei giorni scorsi ero a Berlino per scoprire che cosa ne è stato della nostra idea di umanismo. E per cercare le tracce della nostra umanità oggi sotto accusa. 

Londra, parte dal Regno Unito l’era della Extinction Rebellion

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Il 31 ottobre scorso, a Westminster, Londra, è uscita allo scoperto Extinction Rebellion  un movimento rivoluzionario che ha dichiarato la disobbedienza civile nei confronti delle istituzioni britanniche, colpevoli, negli ultimi decenni, di non aver fatto nulla (come del resto tutti gli altri governi europei) contro i cambiamenti climatici e il collasso della biodiversità. Hanno firmato la Declaration of Rebellion anche 100 accademici inglesi, moltissimi professori emeriti nelle migliori università del Regno, e quindi del mondo. Nella settimana in cui sono usciti dati terrificanti sulla condizione ecologica del Pianeta ( il Living Planet del WWF e lo special report sulla wilderness pubblicato su Nature e di cui abbiamo già parlato) Extinction Rebellion ha chiesto lo stato di emergenza. La prima manifestazione pubblica del movimento ( la prossima, massiccia, il 17 novembre) si è conclusa con un centinaio di arresti. Tutti gli attivisti del movimento, proprio come accadde nell’America di Martin Luther King, sono infatti pronti ad affrontare il carcere pur di portare l’estinzione e il surriscaldamento del Pianeta, e quindi il Capitalismo, al centro del dibattito pubblico. Un atto di clamoroso coraggio, che nulla a che fare con il conformismo, e la complicità, di moltissime organizzazioni non governative, editori e partiti politici “verdi”, che in questi anni si sono ben guardati dal denunciare la compiacenza ipocrita della assemblee elettive della nazioni più ricche del Pianeta verso un’economia rapace e nichilista. Il 31 ottobre è cominciata a Londra l’era della Extinction Rebellion. Ne ho parlato con Acorn Anderson, da Bristol, che ha aderito al movimento, e mi ha spiegato perché stavolta, purtroppo, è tutto diverso. 

Alcune persone sostengono che la possibilità dell’estinzione sia a tal punto terrificante che è meglio guardare altrove e vivere una vita più o meno buona, senza badare a scenari drammatici. In anni recenti, il sistema ha potuto contare su una massiccia e pervasiva inerzia. Come Extinction Rebellion avete interrotto questa inerzia e vi siete alzati in piedi: che cosa vi ha motivate a dire NO e a decidere per una rivolta civile?

È vero che la gente trova molto difficile guardare alla possibilità di una estinzione e vuole continuare una vita ‘normale’, e questo crea una cultura dell’inerzia. Uno dei nostri obiettivi è fermare questa inerzia e sostenere le persone perché si sentano rafforzate a credere che ciò che è alla loro portata fare, e il modo in cui decidono di rispondere e di agire, può effettivamente fare la differenza. La nostra motivazione viene dal desiderio di proteggere e di aver caro quanto è rimasto – reports recenti hanno stabilito che il 57% della vita sulla Terra è già andato distrutto e che gli esseri umani stessi sono molto vicini ad un reale rischio di estinzione. Certo, questa situazione è molto difficile da considerare e produrrà sentimenti di dolore e anche di rabbia. Qualche volta è più semplice pretendere che l’estinzione non stia avvenendo. L’alternativa, che è voltare lo sguardo e considerare la catastrofe piuttosto che fare spallucce, richiede moltissimo coraggio, ma anche, in definitiva, un sentimento di speranza, che noi possiamo fare la differenza e proteggere ciò che rimane. Possiamo agire e agire è enormemente importante: le nostre vite ne risulteranno arricchite. Il governo ha fallito nel proteggerci e allora noi ci alziamo in piedi, diciamo NO, e creiamo qualcosa che è rappresentativo di ciò in cui crediamo.

La Declaration of Rebellion “dichiara che i vincoli del contratto sociale sono nulli e vuoti ormai”. Il contratto sociale è il fondamento della democrazia, nel senso che, storicamente, stabilì una sorta di reciprocità nel funzionamento della democrazia rappresentativa e della politica. A metà del XVIII secolo gli attivisti Britannici – i primi, in verità – invocarono la rottura del contratto sociale contro il commercio degli schiavi e l’economia schiavile. Pensa che stiamo entrando in una nuova era analoga ad altri periodi cruciali nella storia della politica?

Sì, stiamo entrando in una nuova era. La fine del mondo è stata prevista dagli scienziati ed è impossibile vedere nei nostri tempi un passaggio cruciale. Soltanto il tempo, del resto, ci darà cosa accadrà. Ci sono più crisi che stanno convergendo l’una sull’altra in questo momento. È un passaggio delicatissimo per gli esseri umani. Se anche diventiamo ‘carbon neutral’ ( Ndr, zero emissioni di CO2), c’è ancora la minaccia dell’abbattimento delle foreste. Ci sarebbe ancora la questione della plastica. Se tutto questo sia simile ad altre stagioni di attivismo, assolutamente sì, perché siamo un movimento che è partito dal basso, per poi salire, ma, onestamente, la posta in palio è ancora più alta, e più grande, di qualunque sfida abbiamo mai fronteggiato in passato. Stiamo chiamando ad una ribellione e stiamo chiedendo anche un governo rappresentativo (The People’s Assembly), per spostarsi dalla ‘democrazia’ corrotta e distruttiva che ci ha già messi in questo casino. La Storia ci mostra che l’azione diretta, non violenta è un modo per cambiare la narrativa corrente e per creare cambiamenti di lungo periodo. Ci sono ancora 100 persone tra noi che vogliono essere arrestate per ciò in cui credono. Abbiamo anche un sottogruppo di Rising Up UK, il Regenerative Culture. È il gruppo che si occupa del benessere dei membri e incoraggia la auto-responsabilità perché le persone si occupino di se stesse. Lo scopo è prevenire il burnout  e dar corpo ad una visione di attivismo forte e duraturo. 

Davanti al Parlamento alcuni attivisti hanno parlato delle diseguaglianza sociali ed economiche e della correlazione tra il collasso ecologico, il capitalismo rampante e l’impressionante crollo del ceto medio qui in Europa. Come puoi descrivere il modo in cui l’estinzione e la distruzione del sistema climatico terrestre danno forma alle nostre storie personali?

La correlazione tra il capitalismo, le ingiustizie sociali e il cambiamento climatico non può essere messa in discussione. Esiste. Il Capitalismo ha reso la natura un bene di consumo (commodification of nature) e ne ha impostato lo sfruttamento per profitto. Le radici del cambiamento climatico possono essere rintracciate nel colonialismo e nel neo-colonialismo, che distrugge le comunità, sfrutta le risorse in tutto il mondo per generare ricchezza a favore dell’Europa e l’1% dei ricchissimi del Pianeta. Se guardiamo alle nostre singole storie, molti di noi si accorgono che le loro priorità si stanno spostando sostanzialmente. Le persone scelgono sempre di più di focalizzare tempo ed energie che sarebbero altrimenti investite nel lavoro, o nella formazione, perché abbiamo un tempo talmente limitato da vivere, e allora a cosa serve una grande carriera, una casa, un diploma di livello? C’è molta tristezza in giro e questo deve motivare non a lasciarsi andare ad una spirale di intorpidimento, ma, al contrario, a raccogliere le energie e metterle nell’azione. Non c’è più valore negli oggetti, nei soldi, nello status sociale; invece, il sentirsi legati gli uni agli altri, in una comunità, creando così molta più bellezza, questo è un reale obiettivo per noi. Proviamo più amore, ed è questo a motivarci lungo il cammino. Questa è la risposta al fatto che ci saranno milioni di rifugiati ambientali; in un futuro nient’affatto lontano 1 persona su 6 sarà un rifugiato ambientale. Non vogliamo lasciare che la scarsità di cibo, la competizione, le tensioni sociali permettano alle destre, e ai fascismi, di essere considerati delle risposte alla crisi ! Vogliamo invece lavorare per un futuro di condivisione consapevole delle risorse, occuparci gli uni degli altri, perché siamo tutti sulla stessa barca, affonderemo o nuoteremo tutti insieme. 

Dall’Italia Extinction Rebellion appare come un miracolo. Nel mio Paese si discute pochissimo di cambiamento climatico in pubblico e il clima è costantemente trascurato nei grandi media hub. Se poi prendiamo l’estinzione, be’, la gente comune ti chiede che cosa esattamente intendi per ‘collasso della biodiversità’. L’estinzione è ben lontana dall’essere una categoria del pensiero o una realtà: dici estinzione e tutti pensano solo ai dinosauri. Credi che Extinction Rebellion possa segnare una pietra miliare nel dibattito politico sulla biodiversità?

Sì, lo speriamo. Ho appena letto un report sulla morte dell’ultimo rinoceronte bianco.Gli scienziati premono molto per riportare indietro questa creatura usando la fecondazione assistita con sperma precedentemente conservato, perché il rinoceronte è un animale iconico. E tutte le altre specie che non fanno notizia e per cui nessuno piange il canto funebre? L’estinzione, questa tragedia, è ampiamente taciuta e ignorata. La speranza è che le persone comincino a dar valore alle specie e che se ne parli molto di più, sia in politica che nelle occasioni pubbliche. 

La maggior parte delle persone – se solo provi ad affrontare questi argomenti – dice che fare sacrifici per la salvezza del Pianeta è una imposizione morale e che il nostro modo di vivere è il migliore di quanti gli esseri umani ne abbiano mai sperimentati lungo la loro storia. Come replichi?

Risponderei, e a che prezzo? E se la cosiddetta qualità della vita ci sta costando il pianeta, allora non rimarrà più nulla per sostenerla comunque – è come rubare tutto ciò che possiamo rubare, adesso, senza pensare alle ripercussioni per le prossime generazioni e per il nostro stesso futuro. Io e Cameron Harris stavamo proprio parlando del fatto che non ha senso parlare di sacrifico quando rifletti sul fatto che hai delle alternative. Intendo che vivere con la cognizione di ciò che è reale e non fittizio significa vivere in un modo decisamente più connesso e potente. Conversiamo con tantissime persone, che spesso coltivano il sogno di una vita più semplice e concreta, vivere in campagna, far crescere il proprio cibo, sentire un legame più stretto con la terra. Si ricordano di quando giocavano nei boschi da bambini e la gioia di questo piacere così semplice, e si augurano questo per i loro figli. È la trappola della vita moderna che ci spinge verso questo ideale. Molti aspettano di andare in pensione prima di godere appieno della tranquillità, della pace interiore, della semplicità. Solo che ovviamente il tempo rimasto a quel punto non è molto ! Il nostro suggerimento è di optare per la semplicità adesso. Non è una lotta faticosa e non si tratta di rinunciare nulla. Si ottiene così tanto in cambio. Non ultimo, si conquista la libertà. Una comunità, un sentimento di appartenenza, l’adesione ad un movimento che è per la salute del nostro bellissimo mondo. Fa sentire forti e umili sapere che si contribuisce a salvare il mondo. 

Il giornalismo libero è un grande problema in Italia: troppi giornali non sono indipendenti e si appoggiano a tychoon o compagnie private. George Monbiot di The Guardian ha sposato il movimento e partecipato alla manifestazione del 31 ottobre. È notevole. Quanto è importante per Extinction Rebellion l’appoggio dei giornalisti? Soprattutto i reporter indipendenti, che di solito lavorano free lance e hanno molta meno influenza?

Scriviamo comunicati stampa e invitiamo i media a ogni manifestazione. Geroge Monbiot è venuto perché sentiva l’importanza della manifestazione e hanno raccontato di noi giornalisti di idee simili alle sue. I media verranno quando si accorgeranno della importanza e della enormità di quello che sta uscendo. Purtroppo, anche in questo Paese la stampa e i media sono ancora controllati: il 31 ottobre, quando abbiamo fatto la Dichiarazione, la BBC ci ha ignorati, ma non il Guardian e l’Independent. E la voce si diffonde. Il 31 ottobre è stato solo l’inizio. Il Media Team è una parte rilevante del movimento: più i media ne parlano, meglio è, e questo include anche i reporter free lance e coloro che lavorano sulla cronaca locale. 

Sono convinta che viviamo nel Post-Umanismo. Le cause sono molte, ma ritengo che non pochi pensatori, ad esempio Max Horkheimer, avessero ragione sostenendo che la questione più scottante della Modernità è se l’essere umano può rimanere umano. La vostra chiamata all’azione è anche una esortazione a rimanere umani proteggendo le altre specie? È questo un passaggio di livello nel pensiero occidentale?

Questa è una domanda davvero interessante e potente. La metterei così, quale è il ruolo dell’essere umano su questo Pianeta? Siamo signori delle altre creature, legittimati a prendere ciò che ci appartiene, senza cura o compassione? Questa concezione sembra riflettere l’attuale pensiero occidentale, consciamente o meno. Oppure, siamo ambasciatori e protettori, incaricati di salvaguardare la vita, servitori di qualcosa di più grande inscritto nella vita e nella natura? Non siamo una coscienza che prova a salvare se stessa? Che cosa è umano? Vedo gli uomini come parte della natura, non separati da essa, ed è per questo che ho cambiato il mio nome in Acorn (ghianda) per sentire questo legame nel mio stesso corpo. Non è affatto semplice rimanere connessi con l’umanità in tempi ostili, ed quello che Extinction Rebellion invece chiama a fare. Sì, è un passaggio nel pensiero occidentale, che fino ad ora è coinciso con il prendere tutto senza badare alle conseguenze. È ora di svegliarsi e di passare ad un serio esame le nostre motivazioni e i nostri obiettivi. Hai mai sentito la leggenda del ‘fuoco dei bambini’?   Nessuna legge, nessuna decisione, niente di niente sarà approvato da questa assemblea che danneggi i bambini, lungo le 7 generazioni a venire. Una promessa di una semplicità e di una eleganza che fa a pezzi il nostro educatissimo cinismo. Qui si vede cosa davvero significa prendersi delle responsabilità e aver la vita in sacra considerazione, come ciò che maggiormente vale, imparare a crescere e ad evolversi fronteggiando le sfide con il cuore e la mente aperti. Questo è essere umani. Soprattutto, dobbiamo agire adesso, uscire da schemi vetusti ed essere ora umani nel modo migliore possibile. 

Monbiot ha detto, il 31 ottobre, che non possiamo aspettare le ONG perché hanno fallito contro il feticcio della crescita economica, del pari del governo. È una frase coraggiosa. È arrivato il momento di NO anche a potenti organizzazioni no profit che sembrano limitarsi a pubblicare report sull’estinzione e nulla di più?

Non è necessariamente un attacco contro queste ONG, ma una chiamata all’azione, a svegliarsi e a cambiare prospettiva. Abbiamo bisogno di ogni singolo individuo, ora e in futuro. Vacilliamo sul bordo di un abisso più grande di qualunque altro già vissuto. È un imperativo morale che le persone lo capiscano e che adeguino di conseguenza la loro risposta. Noi speriamo, e lavoriamo in questa direzione, per una mobilitazione sul livello di quella delle ultime guerre mondiali. Non un grammo di meno. È il momento di azioni coraggiose, e grandi, di voci pacifiche. La forza sta nella unità, stiamo provando a costruire un modello che dia speranza, ispirazione e motivazioni. Tutti dobbiamo trovare la nostra serenità, il nostro tipo di forza e le risorse per completare questo lavoro. 

My blog quoted at 11th Mercosul Visual Arts Biennal for Andréas Lang’s work on Lagos

My conversation – published on this blog – with Andréas Lang about his work in Lagos, Nigeria (Lagos, a story of disappearance) has been quoted on the Catalogue of the 11th Mercosul Visual Art Biennal ( Puerto Alegre, Brazil, 6 April 2018 – 03 June 2018, here the website). Lang’s perspective on African history and its contemporary struggle is of particular importance in the debate on the future of Europe, but Andréas is able to grasp more than this. By far his “African photography” is the deepest insight into the pattern of extinction I’ve ever came across. It is an honor for me to have him on this blog.

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Alexey Rozin, “le donne sono tutte principesse”


Fa un freddo siberiano il giorno in cui ho appuntamento via FaceTime con Alexey Rozin. Per caso, nell’androne del palazzo della mia interprete dal russo sta una Madonna in gesso custodita in una discreta teca dal vetro opaco ; ma no, questa non sarà una conversazione sfumata su antiche icone e devozione contadina, e nemmeno sulla rassegnazione russa, perché la statura artistica di Rozin porta altrove. Rozin ti fa percepire una intimità umana fatta di vodka e dolore, è vero, simile agli abissi disperati dei quadri di Ilya Repin, eppure intrisa di una dirompente virilità. Sono le cinque e mezzo a Mosca, lo scorcio di una finestra alle spalle di Rozin mostra la neve bianca che si spoglia della sua luce nel tardo pomeriggio. Alexey ha addosso una polo nera, i capelli corti e arruffati; è a suo agio, e saluta in inglese con un sorriso divertito. Scanzonato e diretto come il ragazzone di Leviathan, dedito agli scherzi con gli amici e ad un lavoro noioso e anonimo da agente della polizia stradale. Il Boris di Loveless, invece, è un uomo maturo e affermato : “ma sai, sono un attore, osservo le persone e questo mi aiuta a calarmi nei ruoli”. Gli credo, ma la ruvidezza del suo volto concentrato svela, così, lontano dalle scene, le sue doti mitopoietiche. Adesso ha quello sguardo tra il blu cobalto e il marrone con cui, in Loveless, entra dentro le cose, prova ad appropriarsene, per trovare un senso logico, anche quando sta zitto ed emana un silenzio denso come un buco nero di terrore e sgomento. Mi ricorda Nikolaj Stavrogin nei Demoni di Dostoevskij: ” si era fatto pensoso, ma forse senza sapere a cosa pensava”.

Forse, ma del resto Loveless ha detto qualcosa su di noi. Questo film di Zvyagintsev è un incontro con l’anima russa, e la sua immortale capacità di capire l’umano pur raccontando delle proprie lacerazioni. La cinematografia di Zvyagintsev è la Russia di Tiutcev, pur essendo anche il nostro Occidente : “Con la mente non si può capire la Russia/Non la si può misurare  con il metro comune / In lei c’è una essenza particolare / Nella Russia si può solo credere”. Loveless  e’ una storia russa che farà tradizione del pari dei suoi maestosi scrittori: “probabile, non ci ho mai pensato in questo modo, ma se lei fa questo parallelo, per la profondità del film,è possibile”. Sì, e la continuità  di caratteri riguarda sia gli uomini che le donne. Nella letteratura russa il sadismo femminile vanta tutta una galleria di donne frustrate e crudeli – come la Katerina Ivanonva dei Karamazov, che tormenta Dimitrij proprio perché lui non la desidera – e la moglie di Boris è questo tipo di donna. Insulta l’ex marito, gli dà del deficiente, dell’idiota, pretende di obbligarlo a prendersi tutta la colpa del suo essere rimasta incinta. Boris non la aggredisce mai, pur sentendosi umiliato. Alexey Rozin sospira:”è molto importante che lei abbia notato la violenza verbale di Zhenya. Tanti dicono, le parole sono parole, le azioni azioni, invece no, a forza di dirti brutte parole cominci a comportarti male, a crederci”. 


Ma Boris la paternità la rifiuta, Alexey ? Perché neppure lui è un angelo. Mi sono fatta una certa idea dell’atteggiamento che assume con Zhenya e poi con Maryana, la nuova compagna, con cui è molto coinvolto e poi però sempre più assente. Boris sembra un uomo senza una autentica intimità, isolato dalle proprie emozioni, afflitto da un senso di colpa che non sa riconoscere perché in fondo non ha mai saputo cosa farsene del suo essere padre. L’ho chiamato nichilismo erotico, perché la potenza sessuale e’ un elemento decisivo del film. Boris è capace di godimento, per se’ e per Maryana, ma affettivamente e’ lontano: “non ho mai pensato a questo rifiuto della paternità come un tema del film. E non è un compito che il regista ha affidato a Boris. Il fatto è che arriva un momento nella vita in cui le donne, che all’inizio erano tenere, amate principesse, si rivoltano contro di te; in più la vita quotidiana fa sì che la mascolinità venga fuori, l’uomo deve sentirsi uomo. Anche nel finale, vedi, quando Boris è cattivo col bambino avuto da Maryana, c’è questa mascolinità molto sentita”. Qui Rozin mi spiazza, mi da’ torto. Ma mi piace. Ha smontato ogni riga che ho scritto fino ad ora sul film. Nascondo gli appunti, quasi che possa sbirciare ciò di cui andavo fiera dal suo salotto di Mosca. Magari non erano proprio delle boiate, ma adesso la determinazione di Alexey coincide con la verità della sceneggiatura così come se la è sentita sulla pelle lui. Mi ritiro sul nichilismo anaffettivo, ma troviamo comunque una sintonia su un tratto determinante del suo personaggio, che per Zvyangitsev e’ stato possibile scolpire grazie soprattutto a Rozin. Perché Alexey è maschio. E oggi, in questa nostra conversazione, e’ disposto a concedere molto all’eros che vivono Boris e Maryana, una pulsione senza fronzoli, che si chiude, come un gioiello perfetto, invidiabile, nello spazio – tempo del fare l’amore dopo una giornata di lavoro. I registi americani non sono capaci di girare scene così pulite, e così eccitanti. Forse questa magia e’ prodotta proprio dal silenzio di Boris e dal suo corpo forte e pesante: ” se dovessimo trovare qualcosa di russo in Boris, dovrei dire che i russi non sono abituati ad esternare le emozioni , cercano di tenere tutto dentro. Il rapporto di coppia si deteriora, si’, e non è solo una questione di bambini. È l’ambiente. Ogni persona è responsabile del contesto che ha creato, ognuno sceglie la propria situazione, anche se i bambini contribuiscono alle difficoltà. Non so se Boris ami i suoi bambini, ma è lui che non vuole che Alioscia finisca in orfanotrofio”.


A questo punto entra nella stanza il figlio di Alexey, un bambino con i capelli biondo scuro, incuriosito, che si siede sul davanzale della finestra accanto al gatto di casa. Alexey, e se fosse, questo disgregarsi delle relazioni, un effetto economico del capitalismo? “Puo’ darsi. Chiaramente adesso, per un uomo medio – europeo, americano, nero o bianco – e’ difficile reggere. C’è l’ipoteca, il mutuo. C’è poca differenza con la schiavitu’ del Medioevo. Se non fossimo costretti a pensare al pane quotidiano, sarebbe tutto più facile. Siamo tutti sommersi da una marea di problemi. Tutto è però eros con Maryana, anche mentre lei è incinta, certo, quando la situazione diventa pesante l’eros scivola al secondo posto, ma non scompare”. Qualcosa sopravvive, nonostante quel momento mostruoso in cui Boris e Zhenya sono convocati all’obitorio per il riconoscimento del cadavere di un adolescente che potrebbe essere Alioscia. Lei ricomincia ad accusare lui di non avere abbastanza parole, non hai niente da dire, e Boris sprofonda in un pianto che azzera tutta la sua esistenza nell’enigma dell’essere la causa della vita e della morte di un bambino che era il suo bambino.

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Vien da chiedersi che cosa di ogni uomo e ogni donna resista a simili incontri con il limite delle proprie azioni, che possono essersi rivelate nefaste fino alla morte prima ancora che si avesse coscienza delle loro conseguenze. Sento che nel rifiuto di Alexey Rozin di considerare la freddezza verso la paternità un tratto emotivo del suo personaggio sta una chiave di lettura del modo in cui Loveless parla del sesso e dell’amore. Gli dico che lui è un sex symbol, appunto, perché il suo corpo di maschio quarantenne e’ vero, non omogeneizzato a furia di ginnastica come i corpi di Instagram, e questo rende le scene di sesso particolarmente realistiche, anni luce dalle banalità genitali Made in USA. Scoppia a ridere: “fa piacere sentirselo dire, non me lo aveva ancora detto nessuno! Cercherò di utilizzare questa considerazione e di approfittarne ! Se le donne italiane dicono che sono un sex symbol, c’è da crederci ! Sono d’accordo, gli uomini non sono perfetti”. No, nessuno lo è. Qualunque cosa accada, qualunque delusione o disperazione ci abbia fatti a pezzi, l’eros e’ l’opzione più umana che abbiamo a disposizione. L’unica che ci rende umani.

PS Alexey non andrà a Los Angeles per gli Oscar e seguirà la premiazione da casa sua a Mosca. Credits: Anna Kalinko per la traduzione dal russo, Anna Chiara Ferrero per mediazione e pr.

Alexey Rozin versus Dostoevskij, nascita di un sex symbol 


Non sappiamo se diserterà anche la notte degli Oscar, ma dopo la candidatura al Golden Globe, almeno per chi ha occhi per vedere, e’ chiaro che il sex symbol del 2018 sarà Alexey Rozin, il protagonista di Loveless, film epocale della nuova Russia firmato Andrey Zyvangitsev. Rozin e’ supremo in un film in cui raggiunge la maturità artistica ( e tutto un altro spessore maschile ) dopo aver interpretato il ragazzone scoppiato di vodka di Leviathan (2014) che aveva una famiglia solida alle spalle e una rassicurante monogamia vecchio stile (leggi: periferia dell’impero russo, e del XXI secolo). In Loveless la musica cambia tono: Boris e’ un trentenne congelato, con un matrimonio fallito, con cui Rozin da’ corpo, e non anima, perché di anima non c’è più traccia, all’unico tipo di maschio esuberante che sembra rimasto nelle società avanzate del post amore. 

Nascita di un sex symbol 

Forse bisogna aver letto almeno qualche pagina di sana, antica letteratura russa per riconoscere in Rozin/ Boris la forza di un archetipo. Il suo precedente russo è infatti il personaggio più corrotto di Dostoevskij, ossia Nikolaj Stavrogin che nei Demoni (1873) rappresenta il nichilista sensuale, l’edonista autodistruttivo, un uomo dal successo sociale assoluto. Stavrogin e’ il carattere per eccellenza del fallito con un ragguardevole conto in banca, che seduce e che però marcisce da solo nel proprio narcisismo mortifero. Un archetipo ottocentesco. Ma con il Boris di Rozin la Russia di Putin produce qualcosa di più, una figura non solo simile, ma abbastanza convincente da riassumere le tendenze erotiche di una intera società, e quelle economiche. Boris e’ un maschio vuoto, sessualmente potente, la cui anaffettività’ non gli impedisce certo di trovare donne disposte a sceglierlo. Le donne lo vogliono, eccome. Perché è questo il vero sex symbol di una epoca votata all’isolamento e alla solitudine ( l’epoca dell’IPhone ), incarnazione di una sorta di purismo erotico in cui la potenza della scopata ( la performance di Rozin nel letto della nuova compagna già incinta farà storia ) e’ corpo e basta, senza un domani, senza aspirazioni femminili da buttarci dentro ( “vero che non ci lascerai ?” chiede questa giovanissima ragazza amante di Boris ), senza un solo sentimento. Il purismo del nulla. Puro Antropocene. La gloria del testosterone nel terzo millennio. Dostoevskij non ci sarebbe arrivato, ma Zvyangitsev si’. Per questo a Cannes il suo sceneggiatore, Oleg Negin, ha insistito sul fatto che la storia di Loveless non è solo russa, e’ umana, ed è ormai dappertutto nel mondo occidentale. E aspettiamo che ne scriva Bettina Zagnoli su Il Fatto. 

Uomini di cartone

Boris e’ totalmente incapace di provare emozioni, ma non è solo un narcisista. È uno di quegli uomini che non si scusano mai, ignorano le conseguenze della maternità, e nei momenti estremi – quando le compagne e le mogli li smascherano – riescono a diventare patetici tirando su dal sottosuolo una tenerezza che non possono che recitare. Rozin riesce a dar corpo a quella forma di fascino erotico che consiste nell’essere assente, nel far aspettare, nell’essere al lavoro ( sempre ), nell’essere irraggiungibile ( perché appunto la scopata ha in se’ un valore ontologico assoluto, e’ contemplativa ). Un aspetto notevole (occhi blu e una barba che Peter Bradshaw sul Guardian ha definito alla Fidel Castro e che però ha indubbiamente una sua virtù ) aiuta Rozin a interpretare un sex appeal ruvido ma di impatto, dentro i cui misteri un sospiro al telefono mentre si sta in coda alla mensa aziendale vale più di dieci chili di muscoli. La narrativa globale pullula di questi caratteri, gonfi di testosterone auto-referenziale e la campagna #metoo ne ha ignorato l’importanza nello stesso immaginario femminile. Anna Karenina non si sarebbe innamorata di Boris, perché Vronskij era non solo sessualmente ben più del marito, era anche un gentleman. Ma nella cultura di Instagram, visto che l’esibizione è tutto, il narcisista alla Boris e’ una aspirazione collettiva: non da’ nulla, ma promette tutto. Ed è qui, su come le donne vivono un personaggio del genere, che il film gioca le sue carte più spietate : la nuova amante di Boris non ha minimamente capito di che pasta è fatto quest’uomo, irretita dalla suggestione romantica ( ebbene sì , ancora degna di Madame Bovary ) dell’amore senza preservativo, e quanto alla ex moglie, pure lei aveva commesso lo stesso errore della numero due. Come nella più grandiosa tradizione russa, il nuovo sex symbol di Zvyangitsev porta chiarezza nel sottosuolo.