Londra, parte dal Regno Unito l’era della Extinction Rebellion

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Il 31 ottobre scorso, a Westminster, Londra, è uscita allo scoperto Extinction Rebellion  un movimento rivoluzionario che ha dichiarato la disobbedienza civile nei confronti delle istituzioni britanniche, colpevoli, negli ultimi decenni, di non aver fatto nulla (come del resto tutti gli altri governi europei) contro i cambiamenti climatici e il collasso della biodiversità. Hanno firmato la Declaration of Rebellion anche 100 accademici inglesi, moltissimi professori emeriti nelle migliori università del Regno, e quindi del mondo. Nella settimana in cui sono usciti dati terrificanti sulla condizione ecologica del Pianeta ( il Living Planet del WWF e lo special report sulla wilderness pubblicato su Nature e di cui abbiamo già parlato) Extinction Rebellion ha chiesto lo stato di emergenza. La prima manifestazione pubblica del movimento ( la prossima, massiccia, il 17 novembre) si è conclusa con un centinaio di arresti. Tutti gli attivisti del movimento, proprio come accadde nell’America di Martin Luther King, sono infatti pronti ad affrontare il carcere pur di portare l’estinzione e il surriscaldamento del Pianeta, e quindi il Capitalismo, al centro del dibattito pubblico. Un atto di clamoroso coraggio, che nulla a che fare con il conformismo, e la complicità, di moltissime organizzazioni non governative, editori e partiti politici “verdi”, che in questi anni si sono ben guardati dal denunciare la compiacenza ipocrita della assemblee elettive della nazioni più ricche del Pianeta verso un’economia rapace e nichilista. Il 31 ottobre è cominciata a Londra l’era della Extinction Rebellion. Ne ho parlato con Acorn Anderson, da Bristol, che ha aderito al movimento, e mi ha spiegato perché stavolta, purtroppo, è tutto diverso. 

Alcune persone sostengono che la possibilità dell’estinzione sia a tal punto terrificante che è meglio guardare altrove e vivere una vita più o meno buona, senza badare a scenari drammatici. In anni recenti, il sistema ha potuto contare su una massiccia e pervasiva inerzia. Come Extinction Rebellion avete interrotto questa inerzia e vi siete alzati in piedi: che cosa vi ha motivate a dire NO e a decidere per una rivolta civile?

È vero che la gente trova molto difficile guardare alla possibilità di una estinzione e vuole continuare una vita ‘normale’, e questo crea una cultura dell’inerzia. Uno dei nostri obiettivi è fermare questa inerzia e sostenere le persone perché si sentano rafforzate a credere che ciò che è alla loro portata fare, e il modo in cui decidono di rispondere e di agire, può effettivamente fare la differenza. La nostra motivazione viene dal desiderio di proteggere e di aver caro quanto è rimasto – reports recenti hanno stabilito che il 57% della vita sulla Terra è già andato distrutto e che gli esseri umani stessi sono molto vicini ad un reale rischio di estinzione. Certo, questa situazione è molto difficile da considerare e produrrà sentimenti di dolore e anche di rabbia. Qualche volta è più semplice pretendere che l’estinzione non stia avvenendo. L’alternativa, che è voltare lo sguardo e considerare la catastrofe piuttosto che fare spallucce, richiede moltissimo coraggio, ma anche, in definitiva, un sentimento di speranza, che noi possiamo fare la differenza e proteggere ciò che rimane. Possiamo agire e agire è enormemente importante: le nostre vite ne risulteranno arricchite. Il governo ha fallito nel proteggerci e allora noi ci alziamo in piedi, diciamo NO, e creiamo qualcosa che è rappresentativo di ciò in cui crediamo.

La Declaration of Rebellion “dichiara che i vincoli del contratto sociale sono nulli e vuoti ormai”. Il contratto sociale è il fondamento della democrazia, nel senso che, storicamente, stabilì una sorta di reciprocità nel funzionamento della democrazia rappresentativa e della politica. A metà del XVIII secolo gli attivisti Britannici – i primi, in verità – invocarono la rottura del contratto sociale contro il commercio degli schiavi e l’economia schiavile. Pensa che stiamo entrando in una nuova era analoga ad altri periodi cruciali nella storia della politica?

Sì, stiamo entrando in una nuova era. La fine del mondo è stata prevista dagli scienziati ed è impossibile vedere nei nostri tempi un passaggio cruciale. Soltanto il tempo, del resto, ci darà cosa accadrà. Ci sono più crisi che stanno convergendo l’una sull’altra in questo momento. È un passaggio delicatissimo per gli esseri umani. Se anche diventiamo ‘carbon neutral’ ( Ndr, zero emissioni di CO2), c’è ancora la minaccia dell’abbattimento delle foreste. Ci sarebbe ancora la questione della plastica. Se tutto questo sia simile ad altre stagioni di attivismo, assolutamente sì, perché siamo un movimento che è partito dal basso, per poi salire, ma, onestamente, la posta in palio è ancora più alta, e più grande, di qualunque sfida abbiamo mai fronteggiato in passato. Stiamo chiamando ad una ribellione e stiamo chiedendo anche un governo rappresentativo (The People’s Assembly), per spostarsi dalla ‘democrazia’ corrotta e distruttiva che ci ha già messi in questo casino. La Storia ci mostra che l’azione diretta, non violenta è un modo per cambiare la narrativa corrente e per creare cambiamenti di lungo periodo. Ci sono ancora 100 persone tra noi che vogliono essere arrestate per ciò in cui credono. Abbiamo anche un sottogruppo di Rising Up UK, il Regenerative Culture. È il gruppo che si occupa del benessere dei membri e incoraggia la auto-responsabilità perché le persone si occupino di se stesse. Lo scopo è prevenire il burnout  e dar corpo ad una visione di attivismo forte e duraturo. 

Davanti al Parlamento alcuni attivisti hanno parlato delle diseguaglianza sociali ed economiche e della correlazione tra il collasso ecologico, il capitalismo rampante e l’impressionante crollo del ceto medio qui in Europa. Come puoi descrivere il modo in cui l’estinzione e la distruzione del sistema climatico terrestre danno forma alle nostre storie personali?

La correlazione tra il capitalismo, le ingiustizie sociali e il cambiamento climatico non può essere messa in discussione. Esiste. Il Capitalismo ha reso la natura un bene di consumo (commodification of nature) e ne ha impostato lo sfruttamento per profitto. Le radici del cambiamento climatico possono essere rintracciate nel colonialismo e nel neo-colonialismo, che distrugge le comunità, sfrutta le risorse in tutto il mondo per generare ricchezza a favore dell’Europa e l’1% dei ricchissimi del Pianeta. Se guardiamo alle nostre singole storie, molti di noi si accorgono che le loro priorità si stanno spostando sostanzialmente. Le persone scelgono sempre di più di focalizzare tempo ed energie che sarebbero altrimenti investite nel lavoro, o nella formazione, perché abbiamo un tempo talmente limitato da vivere, e allora a cosa serve una grande carriera, una casa, un diploma di livello? C’è molta tristezza in giro e questo deve motivare non a lasciarsi andare ad una spirale di intorpidimento, ma, al contrario, a raccogliere le energie e metterle nell’azione. Non c’è più valore negli oggetti, nei soldi, nello status sociale; invece, il sentirsi legati gli uni agli altri, in una comunità, creando così molta più bellezza, questo è un reale obiettivo per noi. Proviamo più amore, ed è questo a motivarci lungo il cammino. Questa è la risposta al fatto che ci saranno milioni di rifugiati ambientali; in un futuro nient’affatto lontano 1 persona su 6 sarà un rifugiato ambientale. Non vogliamo lasciare che la scarsità di cibo, la competizione, le tensioni sociali permettano alle destre, e ai fascismi, di essere considerati delle risposte alla crisi ! Vogliamo invece lavorare per un futuro di condivisione consapevole delle risorse, occuparci gli uni degli altri, perché siamo tutti sulla stessa barca, affonderemo o nuoteremo tutti insieme. 

Dall’Italia Extinction Rebellion appare come un miracolo. Nel mio Paese si discute pochissimo di cambiamento climatico in pubblico e il clima è costantemente trascurato nei grandi media hub. Se poi prendiamo l’estinzione, be’, la gente comune ti chiede che cosa esattamente intendi per ‘collasso della biodiversità’. L’estinzione è ben lontana dall’essere una categoria del pensiero o una realtà: dici estinzione e tutti pensano solo ai dinosauri. Credi che Extinction Rebellion possa segnare una pietra miliare nel dibattito politico sulla biodiversità?

Sì, lo speriamo. Ho appena letto un report sulla morte dell’ultimo rinoceronte bianco.Gli scienziati premono molto per riportare indietro questa creatura usando la fecondazione assistita con sperma precedentemente conservato, perché il rinoceronte è un animale iconico. E tutte le altre specie che non fanno notizia e per cui nessuno piange il canto funebre? L’estinzione, questa tragedia, è ampiamente taciuta e ignorata. La speranza è che le persone comincino a dar valore alle specie e che se ne parli molto di più, sia in politica che nelle occasioni pubbliche. 

La maggior parte delle persone – se solo provi ad affrontare questi argomenti – dice che fare sacrifici per la salvezza del Pianeta è una imposizione morale e che il nostro modo di vivere è il migliore di quanti gli esseri umani ne abbiano mai sperimentati lungo la loro storia. Come replichi?

Risponderei, e a che prezzo? E se la cosiddetta qualità della vita ci sta costando il pianeta, allora non rimarrà più nulla per sostenerla comunque – è come rubare tutto ciò che possiamo rubare, adesso, senza pensare alle ripercussioni per le prossime generazioni e per il nostro stesso futuro. Io e Cameron Harris stavamo proprio parlando del fatto che non ha senso parlare di sacrifico quando rifletti sul fatto che hai delle alternative. Intendo che vivere con la cognizione di ciò che è reale e non fittizio significa vivere in un modo decisamente più connesso e potente. Conversiamo con tantissime persone, che spesso coltivano il sogno di una vita più semplice e concreta, vivere in campagna, far crescere il proprio cibo, sentire un legame più stretto con la terra. Si ricordano di quando giocavano nei boschi da bambini e la gioia di questo piacere così semplice, e si augurano questo per i loro figli. È la trappola della vita moderna che ci spinge verso questo ideale. Molti aspettano di andare in pensione prima di godere appieno della tranquillità, della pace interiore, della semplicità. Solo che ovviamente il tempo rimasto a quel punto non è molto ! Il nostro suggerimento è di optare per la semplicità adesso. Non è una lotta faticosa e non si tratta di rinunciare nulla. Si ottiene così tanto in cambio. Non ultimo, si conquista la libertà. Una comunità, un sentimento di appartenenza, l’adesione ad un movimento che è per la salute del nostro bellissimo mondo. Fa sentire forti e umili sapere che si contribuisce a salvare il mondo. 

Il giornalismo libero è un grande problema in Italia: troppi giornali non sono indipendenti e si appoggiano a tychoon o compagnie private. George Monbiot di The Guardian ha sposato il movimento e partecipato alla manifestazione del 31 ottobre. È notevole. Quanto è importante per Extinction Rebellion l’appoggio dei giornalisti? Soprattutto i reporter indipendenti, che di solito lavorano free lance e hanno molta meno influenza?

Scriviamo comunicati stampa e invitiamo i media a ogni manifestazione. Geroge Monbiot è venuto perché sentiva l’importanza della manifestazione e hanno raccontato di noi giornalisti di idee simili alle sue. I media verranno quando si accorgeranno della importanza e della enormità di quello che sta uscendo. Purtroppo, anche in questo Paese la stampa e i media sono ancora controllati: il 31 ottobre, quando abbiamo fatto la Dichiarazione, la BBC ci ha ignorati, ma non il Guardian e l’Independent. E la voce si diffonde. Il 31 ottobre è stato solo l’inizio. Il Media Team è una parte rilevante del movimento: più i media ne parlano, meglio è, e questo include anche i reporter free lance e coloro che lavorano sulla cronaca locale. 

Sono convinta che viviamo nel Post-Umanismo. Le cause sono molte, ma ritengo che non pochi pensatori, ad esempio Max Horkheimer, avessero ragione sostenendo che la questione più scottante della Modernità è se l’essere umano può rimanere umano. La vostra chiamata all’azione è anche una esortazione a rimanere umani proteggendo le altre specie? È questo un passaggio di livello nel pensiero occidentale?

Questa è una domanda davvero interessante e potente. La metterei così, quale è il ruolo dell’essere umano su questo Pianeta? Siamo signori delle altre creature, legittimati a prendere ciò che ci appartiene, senza cura o compassione? Questa concezione sembra riflettere l’attuale pensiero occidentale, consciamente o meno. Oppure, siamo ambasciatori e protettori, incaricati di salvaguardare la vita, servitori di qualcosa di più grande inscritto nella vita e nella natura? Non siamo una coscienza che prova a salvare se stessa? Che cosa è umano? Vedo gli uomini come parte della natura, non separati da essa, ed è per questo che ho cambiato il mio nome in Acorn (ghianda) per sentire questo legame nel mio stesso corpo. Non è affatto semplice rimanere connessi con l’umanità in tempi ostili, ed quello che Extinction Rebellion invece chiama a fare. Sì, è un passaggio nel pensiero occidentale, che fino ad ora è coinciso con il prendere tutto senza badare alle conseguenze. È ora di svegliarsi e di passare ad un serio esame le nostre motivazioni e i nostri obiettivi. Hai mai sentito la leggenda del ‘fuoco dei bambini’?   Nessuna legge, nessuna decisione, niente di niente sarà approvato da questa assemblea che danneggi i bambini, lungo le 7 generazioni a venire. Una promessa di una semplicità e di una eleganza che fa a pezzi il nostro educatissimo cinismo. Qui si vede cosa davvero significa prendersi delle responsabilità e aver la vita in sacra considerazione, come ciò che maggiormente vale, imparare a crescere e ad evolversi fronteggiando le sfide con il cuore e la mente aperti. Questo è essere umani. Soprattutto, dobbiamo agire adesso, uscire da schemi vetusti ed essere ora umani nel modo migliore possibile. 

Monbiot ha detto, il 31 ottobre, che non possiamo aspettare le ONG perché hanno fallito contro il feticcio della crescita economica, del pari del governo. È una frase coraggiosa. È arrivato il momento di NO anche a potenti organizzazioni no profit che sembrano limitarsi a pubblicare report sull’estinzione e nulla di più?

Non è necessariamente un attacco contro queste ONG, ma una chiamata all’azione, a svegliarsi e a cambiare prospettiva. Abbiamo bisogno di ogni singolo individuo, ora e in futuro. Vacilliamo sul bordo di un abisso più grande di qualunque altro già vissuto. È un imperativo morale che le persone lo capiscano e che adeguino di conseguenza la loro risposta. Noi speriamo, e lavoriamo in questa direzione, per una mobilitazione sul livello di quella delle ultime guerre mondiali. Non un grammo di meno. È il momento di azioni coraggiose, e grandi, di voci pacifiche. La forza sta nella unità, stiamo provando a costruire un modello che dia speranza, ispirazione e motivazioni. Tutti dobbiamo trovare la nostra serenità, il nostro tipo di forza e le risorse per completare questo lavoro. 

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My blog quoted at 11th Mercosul Visual Arts Biennal for Andréas Lang’s work on Lagos

My conversation – published on this blog – with Andréas Lang about his work in Lagos, Nigeria (Lagos, a story of disappearance) has been quoted on the Catalogue of the 11th Mercosul Visual Art Biennal ( Puerto Alegre, Brazil, 6 April 2018 – 03 June 2018, here the website). Lang’s perspective on African history and its contemporary struggle is of particular importance in the debate on the future of Europe, but Andréas is able to grasp more than this. By far his “African photography” is the deepest insight into the pattern of extinction I’ve ever came across. It is an honor for me to have him on this blog.

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Alexey Rozin, “le donne sono tutte principesse”


Fa un freddo siberiano il giorno in cui ho appuntamento via FaceTime con Alexey Rozin. Per caso, nell’androne del palazzo della mia interprete dal russo sta una Madonna in gesso custodita in una discreta teca dal vetro opaco ; ma no, questa non sarà una conversazione sfumata su antiche icone e devozione contadina, e nemmeno sulla rassegnazione russa, perché la statura artistica di Rozin porta altrove. Rozin ti fa percepire una intimità umana fatta di vodka e dolore, è vero, simile agli abissi disperati dei quadri di Ilya Repin, eppure intrisa di una dirompente virilità. Sono le cinque e mezzo a Mosca, lo scorcio di una finestra alle spalle di Rozin mostra la neve bianca che si spoglia della sua luce nel tardo pomeriggio. Alexey ha addosso una polo nera, i capelli corti e arruffati; è a suo agio, e saluta in inglese con un sorriso divertito. Scanzonato e diretto come il ragazzone di Leviathan, dedito agli scherzi con gli amici e ad un lavoro noioso e anonimo da agente della polizia stradale. Il Boris di Loveless, invece, è un uomo maturo e affermato : “ma sai, sono un attore, osservo le persone e questo mi aiuta a calarmi nei ruoli”. Gli credo, ma la ruvidezza del suo volto concentrato svela, così, lontano dalle scene, le sue doti mitopoietiche. Adesso ha quello sguardo tra il blu cobalto e il marrone con cui, in Loveless, entra dentro le cose, prova ad appropriarsene, per trovare un senso logico, anche quando sta zitto ed emana un silenzio denso come un buco nero di terrore e sgomento. Mi ricorda Nikolaj Stavrogin nei Demoni di Dostoevskij: ” si era fatto pensoso, ma forse senza sapere a cosa pensava”.

Forse, ma del resto Loveless ha detto qualcosa su di noi. Questo film di Zvyagintsev è un incontro con l’anima russa, e la sua immortale capacità di capire l’umano pur raccontando delle proprie lacerazioni. La cinematografia di Zvyagintsev è la Russia di Tiutcev, pur essendo anche il nostro Occidente : “Con la mente non si può capire la Russia/Non la si può misurare  con il metro comune / In lei c’è una essenza particolare / Nella Russia si può solo credere”. Loveless  e’ una storia russa che farà tradizione del pari dei suoi maestosi scrittori: “probabile, non ci ho mai pensato in questo modo, ma se lei fa questo parallelo, per la profondità del film,è possibile”. Sì, e la continuità  di caratteri riguarda sia gli uomini che le donne. Nella letteratura russa il sadismo femminile vanta tutta una galleria di donne frustrate e crudeli – come la Katerina Ivanonva dei Karamazov, che tormenta Dimitrij proprio perché lui non la desidera – e la moglie di Boris è questo tipo di donna. Insulta l’ex marito, gli dà del deficiente, dell’idiota, pretende di obbligarlo a prendersi tutta la colpa del suo essere rimasta incinta. Boris non la aggredisce mai, pur sentendosi umiliato. Alexey Rozin sospira:”è molto importante che lei abbia notato la violenza verbale di Zhenya. Tanti dicono, le parole sono parole, le azioni azioni, invece no, a forza di dirti brutte parole cominci a comportarti male, a crederci”. 


Ma Boris la paternità la rifiuta, Alexey ? Perché neppure lui è un angelo. Mi sono fatta una certa idea dell’atteggiamento che assume con Zhenya e poi con Maryana, la nuova compagna, con cui è molto coinvolto e poi però sempre più assente. Boris sembra un uomo senza una autentica intimità, isolato dalle proprie emozioni, afflitto da un senso di colpa che non sa riconoscere perché in fondo non ha mai saputo cosa farsene del suo essere padre. L’ho chiamato nichilismo erotico, perché la potenza sessuale e’ un elemento decisivo del film. Boris è capace di godimento, per se’ e per Maryana, ma affettivamente e’ lontano: “non ho mai pensato a questo rifiuto della paternità come un tema del film. E non è un compito che il regista ha affidato a Boris. Il fatto è che arriva un momento nella vita in cui le donne, che all’inizio erano tenere, amate principesse, si rivoltano contro di te; in più la vita quotidiana fa sì che la mascolinità venga fuori, l’uomo deve sentirsi uomo. Anche nel finale, vedi, quando Boris è cattivo col bambino avuto da Maryana, c’è questa mascolinità molto sentita”. Qui Rozin mi spiazza, mi da’ torto. Ma mi piace. Ha smontato ogni riga che ho scritto fino ad ora sul film. Nascondo gli appunti, quasi che possa sbirciare ciò di cui andavo fiera dal suo salotto di Mosca. Magari non erano proprio delle boiate, ma adesso la determinazione di Alexey coincide con la verità della sceneggiatura così come se la è sentita sulla pelle lui. Mi ritiro sul nichilismo anaffettivo, ma troviamo comunque una sintonia su un tratto determinante del suo personaggio, che per Zvyangitsev e’ stato possibile scolpire grazie soprattutto a Rozin. Perché Alexey è maschio. E oggi, in questa nostra conversazione, e’ disposto a concedere molto all’eros che vivono Boris e Maryana, una pulsione senza fronzoli, che si chiude, come un gioiello perfetto, invidiabile, nello spazio – tempo del fare l’amore dopo una giornata di lavoro. I registi americani non sono capaci di girare scene così pulite, e così eccitanti. Forse questa magia e’ prodotta proprio dal silenzio di Boris e dal suo corpo forte e pesante: ” se dovessimo trovare qualcosa di russo in Boris, dovrei dire che i russi non sono abituati ad esternare le emozioni , cercano di tenere tutto dentro. Il rapporto di coppia si deteriora, si’, e non è solo una questione di bambini. È l’ambiente. Ogni persona è responsabile del contesto che ha creato, ognuno sceglie la propria situazione, anche se i bambini contribuiscono alle difficoltà. Non so se Boris ami i suoi bambini, ma è lui che non vuole che Alioscia finisca in orfanotrofio”.


A questo punto entra nella stanza il figlio di Alexey, un bambino con i capelli biondo scuro, incuriosito, che si siede sul davanzale della finestra accanto al gatto di casa. Alexey, e se fosse, questo disgregarsi delle relazioni, un effetto economico del capitalismo? “Puo’ darsi. Chiaramente adesso, per un uomo medio – europeo, americano, nero o bianco – e’ difficile reggere. C’è l’ipoteca, il mutuo. C’è poca differenza con la schiavitu’ del Medioevo. Se non fossimo costretti a pensare al pane quotidiano, sarebbe tutto più facile. Siamo tutti sommersi da una marea di problemi. Tutto è però eros con Maryana, anche mentre lei è incinta, certo, quando la situazione diventa pesante l’eros scivola al secondo posto, ma non scompare”. Qualcosa sopravvive, nonostante quel momento mostruoso in cui Boris e Zhenya sono convocati all’obitorio per il riconoscimento del cadavere di un adolescente che potrebbe essere Alioscia. Lei ricomincia ad accusare lui di non avere abbastanza parole, non hai niente da dire, e Boris sprofonda in un pianto che azzera tutta la sua esistenza nell’enigma dell’essere la causa della vita e della morte di un bambino che era il suo bambino.

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Vien da chiedersi che cosa di ogni uomo e ogni donna resista a simili incontri con il limite delle proprie azioni, che possono essersi rivelate nefaste fino alla morte prima ancora che si avesse coscienza delle loro conseguenze. Sento che nel rifiuto di Alexey Rozin di considerare la freddezza verso la paternità un tratto emotivo del suo personaggio sta una chiave di lettura del modo in cui Loveless parla del sesso e dell’amore. Gli dico che lui è un sex symbol, appunto, perché il suo corpo di maschio quarantenne e’ vero, non omogeneizzato a furia di ginnastica come i corpi di Instagram, e questo rende le scene di sesso particolarmente realistiche, anni luce dalle banalità genitali Made in USA. Scoppia a ridere: “fa piacere sentirselo dire, non me lo aveva ancora detto nessuno! Cercherò di utilizzare questa considerazione e di approfittarne ! Se le donne italiane dicono che sono un sex symbol, c’è da crederci ! Sono d’accordo, gli uomini non sono perfetti”. No, nessuno lo è. Qualunque cosa accada, qualunque delusione o disperazione ci abbia fatti a pezzi, l’eros e’ l’opzione più umana che abbiamo a disposizione. L’unica che ci rende umani.

PS Alexey non andrà a Los Angeles per gli Oscar e seguirà la premiazione da casa sua a Mosca. Credits: Anna Kalinko per la traduzione dal russo, Anna Chiara Ferrero per mediazione e pr.

Alexey Rozin versus Dostoevskij, nascita di un sex symbol 


Non sappiamo se diserterà anche la notte degli Oscar, ma dopo la candidatura al Golden Globe, almeno per chi ha occhi per vedere, e’ chiaro che il sex symbol del 2018 sarà Alexey Rozin, il protagonista di Loveless, film epocale della nuova Russia firmato Andrey Zyvangitsev. Rozin e’ supremo in un film in cui raggiunge la maturità artistica ( e tutto un altro spessore maschile ) dopo aver interpretato il ragazzone scoppiato di vodka di Leviathan (2014) che aveva una famiglia solida alle spalle e una rassicurante monogamia vecchio stile (leggi: periferia dell’impero russo, e del XXI secolo). In Loveless la musica cambia tono: Boris e’ un trentenne congelato, con un matrimonio fallito, con cui Rozin da’ corpo, e non anima, perché di anima non c’è più traccia, all’unico tipo di maschio esuberante che sembra rimasto nelle società avanzate del post amore. 

Nascita di un sex symbol 

Forse bisogna aver letto almeno qualche pagina di sana, antica letteratura russa per riconoscere in Rozin/ Boris la forza di un archetipo. Il suo precedente russo è infatti il personaggio più corrotto di Dostoevskij, ossia Nikolaj Stavrogin che nei Demoni (1873) rappresenta il nichilista sensuale, l’edonista autodistruttivo, un uomo dal successo sociale assoluto. Stavrogin e’ il carattere per eccellenza del fallito con un ragguardevole conto in banca, che seduce e che però marcisce da solo nel proprio narcisismo mortifero. Un archetipo ottocentesco. Ma con il Boris di Rozin la Russia di Putin produce qualcosa di più, una figura non solo simile, ma abbastanza convincente da riassumere le tendenze erotiche di una intera società, e quelle economiche. Boris e’ un maschio vuoto, sessualmente potente, la cui anaffettività’ non gli impedisce certo di trovare donne disposte a sceglierlo. Le donne lo vogliono, eccome. Perché è questo il vero sex symbol di una epoca votata all’isolamento e alla solitudine ( l’epoca dell’IPhone ), incarnazione di una sorta di purismo erotico in cui la potenza della scopata ( la performance di Rozin nel letto della nuova compagna già incinta farà storia ) e’ corpo e basta, senza un domani, senza aspirazioni femminili da buttarci dentro ( “vero che non ci lascerai ?” chiede questa giovanissima ragazza amante di Boris ), senza un solo sentimento. Il purismo del nulla. Puro Antropocene. La gloria del testosterone nel terzo millennio. Dostoevskij non ci sarebbe arrivato, ma Zvyangitsev si’. Per questo a Cannes il suo sceneggiatore, Oleg Negin, ha insistito sul fatto che la storia di Loveless non è solo russa, e’ umana, ed è ormai dappertutto nel mondo occidentale. E aspettiamo che ne scriva Bettina Zagnoli su Il Fatto. 

Uomini di cartone

Boris e’ totalmente incapace di provare emozioni, ma non è solo un narcisista. È uno di quegli uomini che non si scusano mai, ignorano le conseguenze della maternità, e nei momenti estremi – quando le compagne e le mogli li smascherano – riescono a diventare patetici tirando su dal sottosuolo una tenerezza che non possono che recitare. Rozin riesce a dar corpo a quella forma di fascino erotico che consiste nell’essere assente, nel far aspettare, nell’essere al lavoro ( sempre ), nell’essere irraggiungibile ( perché appunto la scopata ha in se’ un valore ontologico assoluto, e’ contemplativa ). Un aspetto notevole (occhi blu e una barba che Peter Bradshaw sul Guardian ha definito alla Fidel Castro e che però ha indubbiamente una sua virtù ) aiuta Rozin a interpretare un sex appeal ruvido ma di impatto, dentro i cui misteri un sospiro al telefono mentre si sta in coda alla mensa aziendale vale più di dieci chili di muscoli. La narrativa globale pullula di questi caratteri, gonfi di testosterone auto-referenziale e la campagna #metoo ne ha ignorato l’importanza nello stesso immaginario femminile. Anna Karenina non si sarebbe innamorata di Boris, perché Vronskij era non solo sessualmente ben più del marito, era anche un gentleman. Ma nella cultura di Instagram, visto che l’esibizione è tutto, il narcisista alla Boris e’ una aspirazione collettiva: non da’ nulla, ma promette tutto. Ed è qui, su come le donne vivono un personaggio del genere, che il film gioca le sue carte più spietate : la nuova amante di Boris non ha minimamente capito di che pasta è fatto quest’uomo, irretita dalla suggestione romantica ( ebbene sì , ancora degna di Madame Bovary ) dell’amore senza preservativo, e quanto alla ex moglie, pure lei aveva commesso lo stesso errore della numero due. Come nella più grandiosa tradizione russa, il nuovo sex symbol di Zvyangitsev porta chiarezza nel sottosuolo.

Corpo e anima, la wilderness è il luogo dell’eros 


Può succedere che l’intimità dei corpi cominci dove il corpo si addormenta, soggiogato dalla dimensione oscura e pretenziosa a cui non è possibile dire di no, che la si chiami inconscio, come Freud, o anche anima. Un uomo e una donna sono colleghi di lavoro: Endre dirige il mattatoio dove Maria e’ la nuova addetta al controllo qualità delle carni macellate. Una indagine della polizia su un furto di farmaci veterinari obbliga Endre a disporre una consulenza psicologica per tutti i dipendenti, compreso se stesso. È così che lui e Maria  scoprono di sognare la stessa cosa : sono una coppia di cervi, maschio e femmina, che ogni notte si incontrano nel bosco. 


Questo è l’incipit del film del regista ungherese Ildiko’ Enyedi che ha vinto l’Orso d’Oro all’ultimo festival del cinema di Berlino e che è nelle sale italiane dal 4 gennaio: Corpo e anima. Una storia di sogni, animali e amore, che si dipana oltre gli stereotipi comuni su cosa è normale, giusto e appropriato e diviene, dopo 116 minuti di soggiogante carnalità emotiva, un inno al coraggio. Un film erotico che spinge la vicenda verso un interrogativo originale e che fa di Corpo e anima una riflessione sul posto che gli animali selvaggi hanno ancora dentro di noi. Questa domanda è se per caso il posto degli animali (la wilderness) non sia anche, per noi esseri umani, il posto dell’amore.
In questo film infatti gli animali compaiono in diversi contesti, e con differenti ruoli, in una stratificazione di significati. I bovini condotti al mattatoio (è tutto vero e non è per vegetariani, perché il regista ha girato uccisioni reali ), i cervi che brucano sul terreno gelato di una foresta del nord Europa, una pantera di peluche. Morte, nutrimento, fame, onanismo, voyeurismo, gioco e poi anche sole che sorge ogni mattina con il ritmo semplice di meccanismi biologici antichi di milioni di anni. Silenzio, paura di un no dopo un appuntamento di cui vorresti il seguito, sangue sulle piastrelle bianche dove è finita la vita di un bovino e sangue nelle vene di una giovane donna che ascolta la prima canzone romantica della sua vita perché adesso sa cosa è una canzone d’amore. Mentre l’empatia per gli animali da carne scivola via, perché in fondo un lavoro di questi tempi è sempre un lavoro a Budapest, gli animali dei sogni prendono il sopravvento nel tentativo faticosissimo di Maria di desiderare il proprio desiderio per Endre. Ma la storia non è condizionata da un ricorso stucchevole alla psicoanalisi e ci dice invece che la psiche è estremamente concreta, perché è dove siamo noi stessi, con tutte le nostre deformità e imperfezioni,  che comincia l’eros. Un territorio sconfinato dove i cervi non solo dicono ciò che questo uomo e questa donna vogliono, ma anche perché lo vogliono. In Corpo e anima e’ chiaro che l’amore è qualcosa di molto primitivo ed è per questo che non possiamo farne a meno.  


Rispetto alle antropologie contemporanee del cinema recente, popolato di soggetti narcisisticamente tossici come Miss Sloane,  questo film mette in scena caratteri ancora capaci di correre il rischio di una intimità emotiva. Il che equivale a varcare il confine del proprio home range per avventurarsi in un territorio sconosciuto quanto una foresta: “Gli animali gravitano attorno ai luoghi oscuri in noi (…) sono fessure attraverso cui facciamo cambiare posizione alla nostra coscienza”, scrive Neil Russack.  È questo che il film mostra con una delicatezza estrema : il nostro io più intimo è spazio, è wilderness, è una geografia. Tutti ne possediamo uno, proprio come gli animali che hanno uno habitat, ma non ci è dato entrarci da soli. Noi umani abbiamo bisogno che qualcuno venga a prenderci e ci porti lì dove il nostro desiderio si è evoluto insieme alla nostra  intelligenza.  In questo territorio il corpo è l’anima perché, come comprese Jung, il corpo produce pensiero . 

Sentiamo parlare in ogni modo e in molte forme dei motivi per cui dovremmo conservare gli ultimi spazi selvaggi del pianeta. Ma è probabile che una ragione molto valida sia che le specie animali e i loro habitat possono davvero reintrodurci nel regno della possibilità, dell’impensato, dell’assoluto.  Cioè il regno di Eros.  

( Credits: Movie Inspired )

Dimenticate Escobar: la Colombia di Juan Gabriel Vásquez è ostaggio delle sue reliquie

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La forma delle rovine (Feltrinelli, 2016) di Juan Gabriel Vásquez è una storia di rovine: parti anatomiche di politici morti ammazzati, e trafugate dai musei, speranze politiche disilluse e finite negli archivi delle ipotesi, ricordi che prendono in ostaggio vite intere facendone, appunto, cumuli di resti archeologici incompleti. L’opera di Vásquez è un romanzo di 500 pagine che dà le vertigini riuscendo a mettere in trama una miriade quasi soffocante di supposizioni, contro-deduzioni, teorie cospirative e sospetti sui due delitti eccellenti della Colombia post coloniale, e cioè l’uccisione del generale Rafael Uribe Uribe (15 ottobre 1914) e del leader del partito liberale laico Jorge Eliécer Gaitan (9 aprile 1948).

Il narratore-autore, che è poi lo stesso Vásquez, lascia la Colombia nel 1996, nel pieno del potere anti-governativo di Pablo Escobar. Dopo 9 anni di lontananza, Vasquez ritorna a Bogotà con tutta la famiglia, sconvolto dall’aver riconosciuto su una rivista in spagnolo la foto dell’ippopotamo che proprio Pablo Escobar teneva, insieme ad altri animali esotici, nel giardino zoologico del suo quartier generale, la Hacienda Napoles; come moltissimi altri ragazzini colombiani, Vásquez aveva visitato quel luogo ignaro della complicità di Escobar nello stato di terrore permanente del suo Paese.

Il libro di Vasquez assomiglia ad una mappa geografica frammentaria, in cui è facilissimo perdersi e il cui senso complessivo arriva solo alla fine, e in modo inatteso. E’ una crime fiction, eppure è anche una investigazione personale su come si possa trasformare il passato ereditato in qualcosa di nuovo senza passare la vita in uno stato mentale fissato sull’archeologia del possibile e del già accaduto:

“Non so quando iniziai a rendermi conto che il passato del mio paese mi risultava incomprensibile (…) con il tempo ho pensato che è questa la vera ragione per cui gli scrittori scrivono dei luoghi della loro infanzia e adolescenza e anche della loro prima gioventù: non si scrive di ciò che si conosce e si comprende, e men che meno perché si conosce e si comprende, ma proprio perché ci si rende conto che tutta la conoscenza e la comprensione erano false, un miraggio, un’illusione, tanto che i libri non sono, non potranno mai essere altro che elaborati esempi di disorientamento: estese e multiformi dichiarazioni di perplessità”. E così lo scrittore, scrivendo un libro, confessa Vásquez, “prova a mitigare il suo sconcerto, a ridurre lo spazio tra ciò che si ignora e ciò che si può venire a sapere, e soprattutto a risolvere il profondo dissidio con quella realtà imprevedibile”.

E la realtà imprevedibile è che forse i maniaci del complotto qualcosa avevano visto di davvero storto nella ricostruzione giudiziaria del caso Uribe Uribe e poi del caso Gaitan. Ma il passato della Colombia si trasforma in una ossessione per i teorici del complotto, che condividono con tutti i colombiani una assuefazione genetica alla violenza. Le rovine del titolo sono il debito di sangue, che non si estingue mai, e passa invece da una generazione all’altra:

“Noi, i vivi, che continuiamo a cercare di capire quanto è accaduto, che tanti anni dopo continuiamo a cercare di capire quanto è accaduto, che tanti anni dopo continuiamo a raccontare storie per spiegarcelo (…) Ora mi sembra incredibile che non avessi capito che le nostre violenze non sono solamente quelle che ci hanno toccato in vita, ma comprendono anche le altre, quelle che vengono da prima, perché tutte sono legate, anche se i fili che le uniscono non sono visibili, perché il tempo passato è contenuto nel tempo presente, o perché il passato è la nostra eredità senza beneficio di inventario e finiamo per ricevere tutto: la saggezza e gli eccessi, le scelte giuste e gli errori, l’innocenza e i crimini”.

Vásquez riesce, a prescindere dalla Colombia, a dirci qualcosa di veramente adeguato al nostro presente. I conti con il passato non possono mai essere chiusi, ce li portiamo addosso sempre, e la fatica immane è riuscire a non rimanerne vittime. La scomoda eredità di ciò che sta sulle nostre spalle, anche quando non siamo rei confessi, ad esempio l’anidride carbonica pompata in atmosfera prima che nascessimo, le specie estinte dalla struttura economica che sorregge la nostra idea di mondo, i crimini contro l’umanità della Seconda Guerra Mondiale, è un copione che portiamo nel nostro stesso dna. Non esiste, per nessuno e per niente, un tempo davvero vergine:

“Io posso pensare ad eventi della mia vita (le cose viste, udite, decise in qualche momento) senza i quali starei meglio, perché non sono utili e per di più si rivelano scomodi, vergognosi o dolorosi, ma so che dimenticarsene a comando non è possibile, perché rimarranno accovacciati nella mia memoria; e può darsi che mi lascino in pace per un tempo più o meno lungo, come animali in letargo, ma un giorno vedrò o sentirò qualcosa o prenderò qualche decisione che li farà tornare ad affacciarsi: i ricordi colposi o semplicemente perturbanti tornano nella nostra memoria in momenti imprevedibili, e allora di attiva una sorta di reazione muscolare – un atto riflesso del nostro corpo – che accompagna sempre questi ritorni (…) no, non si controlla l’oblio, non abbiamo imparato a farlo, e dire che la nostra mente funzionerebbe meglio se ne fossimo capaci: se avessimo del potere sul modo in cui il passato si intromette nel presente”.

Che cosa sono, allora, le rovine del titolo? Sono le fratture sulle nostre ossa, le ferite di guerra, la ricomposizione impossibile di un prima dotato di un significato più ragionevole del dolore patito; le rovine sono la nostra inettitudine a ricomporre il presente secondo logiche opportune. La vertebra di Gaitan e il cranio di Uribe Uribe sono rovine:

“Le rovine di uomini nobili: il verso del Giulio Cesare mi aveva assalito (o forse dovrei dire: era accorso in mio aiuto) come tante altre volte mi era accaduto con il vecchio Will, le cui parole mi aiutano a dare forma e ordine alla caotica esperienza. In quella scena, Giulio Cesare è appena morto in Senato, accoltellato ventitré volte dai cospiratori, dissanguato sotto la statua di Pompeo, e Antonio, il suo amico e protetto, rimane da solo accanto al cadavere. ‘Perdonami, tu sanguinante pezzo di terra’, gli dice Antonio, ‘per il mio essere mite e gentile con questi macellai. Tu sei le rovine dell’uomo più nobile che mai visse nella marea dei tempi’. Io non so se Uribe Uribe e Gaitan furono gli uomini più nobili del loro tempo, ma le loro rovine, che mi accompagnavano nel viaggio di ritorno a casa, avevano quella nobiltà. Quelle rovine umane erano moniti dei nostri errori passati, e in qualche modo furono anche profezie. (…) la cosa importante per me non era quella memoria delle ossa, ma ciò che il contatto con esse aveva provocato nelle vite di questi uomini: Carlos Carballo, Francisco Benavides e il suo defunto padre. E nella mia, ovviamente. Anche nella mia”.

Quando facciamo i conti con noi stessi e la nostra epoca, rimangono soltanto le rovine (le storie passate, i fantasmi privati, i genitori perduti), che ci ossessionano oltre la malinconia. Le rovine possono diventare paranoia pura, ma soprattutto smascherano la nostra adesione impossibile alla realtà reale. E per questo non sono che reliquie.

Loveless, le anime estinte di Andrej Zvyagintsev


Non è la Mosca di Tolstoj ma neppure quella del Cremlino ; la Mosca di Loveless, il film di Andrej Zvyagintsev premio speciale della giuria all’ultimo festival di Cannes uscito ieri nelle sale italiane, è la Mosca dei moscoviti, della gente ricca vestita con i brand francesi e italiani che vive in appartamenti lussuosi – pavimenti in legno e cucine in pannelli laccati – e non beve più vodka ma vino. Loveless – un film crudelissimo – comincia in uno di questi condomini a decine di piani raccolti attorno ad un piccolo bosco con lo stagno. Boris e Zhenya stanno per divorziare e non sanno dove mettere il figlio dodicenne Alioscia : Boris (lo strepitoso e bellissimo Alexey Rozin ) ha già una altra donna, incinta, e Zhenia ha sedotto un ricco imprenditore più vecchio di lei che abita in un appartamento di cemento e vetrate ghiacciate, parla con la figlia solo su Skype, e veste Ralph Lauren. Il posto migliore per Alioscia sarebbe un istituto, visto che la vera felicità per entrambi gli ex coniugi  è in arrivo e il ragazzino è solo un impiccio.  Da sempre. Dal giorno della sua nascita. Ma dopo l’ennesima lite furibonda il cui unico argomento è l’inutilità di sentirsi ed essere padre e madre, Alioscia scompare. 
Zvyagintsev  dirige in modo superbo un film atroce nella sua assoluta raffinatezza  su una tipologia specifica di uomini e donne contemporanee, in una Russia assuefatta agli effetti più nefasti del dio denaro. Boris, il narcisista con un ottimo impiego che non sa cosa provare di fronte al pericolo mortale corso dal figlio perso chissà dove in una città gelida e ostile, un uomo tanto potente a letto quanto inutile nella sua totale indifferenza per le conseguenze emotive delle proprie azioni con le donne ; Zhenya, figlia di una madre incapace di amore che a sua volta odia Alioscia per il semplice fatto di averlo davanti, prova inconfutabile del suo vuoto interiore. Entrambi personaggi perfettamente raccontati nel loro deserto psichico, automi di una società opulenta che non conosce più amore perché l’amore non serve più. Non le anime morte di Gogol, molto più banalmente anime estinte.

Loveless è una denuncia del degrado affettivo del nostro tempo, degli incontri vissuti sugli IPhone e mai dove davvero gli individui in carne e ossa sono e respirano. La Russia, disperata, al contrario di quanto scritto da Paolo Mereghetti, sopravvive solo nei suoi boschi, che, pur inquinati dalle rovine di vecchi edifici sovietici ormai marci e decrepiti, sono per Alioscia un rifugio in una delicatezza pura e intonsa. Non a caso in tutto il film compare un solo animale, un cane husky che aspetta fuori dai cancelli della scuola il suo piccolo padrone. Ancora un film, ancora europeo naturalmente, sulla condizione psicologica di tanti uomini e donne del nostro tempo straordinariamente anaffettivi. Spietatamente ricchi.