Dimenticate Escobar: la Colombia di Juan Gabriel Vásquez è ostaggio delle sue reliquie

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La forma delle rovine (Feltrinelli, 2016) di Juan Gabriel Vásquez è una storia di rovine: parti anatomiche di politici morti ammazzati, e trafugate dai musei, speranze politiche disilluse e finite negli archivi delle ipotesi, ricordi che prendono in ostaggio vite intere facendone, appunto, cumuli di resti archeologici incompleti. L’opera di Vásquez è un romanzo di 500 pagine che dà le vertigini riuscendo a mettere in trama una miriade quasi soffocante di supposizioni, contro-deduzioni, teorie cospirative e sospetti sui due delitti eccellenti della Colombia post coloniale, e cioè l’uccisione del generale Rafael Uribe Uribe (15 ottobre 1914) e del leader del partito liberale laico Jorge Eliécer Gaitan (9 aprile 1948).

Il narratore-autore, che è poi lo stesso Vásquez, lascia la Colombia nel 1996, nel pieno del potere anti-governativo di Pablo Escobar. Dopo 9 anni di lontananza, Vasquez ritorna a Bogotà con tutta la famiglia, sconvolto dall’aver riconosciuto su una rivista in spagnolo la foto dell’ippopotamo che proprio Pablo Escobar teneva, insieme ad altri animali esotici, nel giardino zoologico del suo quartier generale, la Hacienda Napoles; come moltissimi altri ragazzini colombiani, Vásquez aveva visitato quel luogo ignaro della complicità di Escobar nello stato di terrore permanente del suo Paese.

Il libro di Vasquez assomiglia ad una mappa geografica frammentaria, in cui è facilissimo perdersi e il cui senso complessivo arriva solo alla fine, e in modo inatteso. E’ una crime fiction, eppure è anche una investigazione personale su come si possa trasformare il passato ereditato in qualcosa di nuovo senza passare la vita in uno stato mentale fissato sull’archeologia del possibile e del già accaduto:

“Non so quando iniziai a rendermi conto che il passato del mio paese mi risultava incomprensibile (…) con il tempo ho pensato che è questa la vera ragione per cui gli scrittori scrivono dei luoghi della loro infanzia e adolescenza e anche della loro prima gioventù: non si scrive di ciò che si conosce e si comprende, e men che meno perché si conosce e si comprende, ma proprio perché ci si rende conto che tutta la conoscenza e la comprensione erano false, un miraggio, un’illusione, tanto che i libri non sono, non potranno mai essere altro che elaborati esempi di disorientamento: estese e multiformi dichiarazioni di perplessità”. E così lo scrittore, scrivendo un libro, confessa Vásquez, “prova a mitigare il suo sconcerto, a ridurre lo spazio tra ciò che si ignora e ciò che si può venire a sapere, e soprattutto a risolvere il profondo dissidio con quella realtà imprevedibile”.

E la realtà imprevedibile è che forse i maniaci del complotto qualcosa avevano visto di davvero storto nella ricostruzione giudiziaria del caso Uribe Uribe e poi del caso Gaitan. Ma il passato della Colombia si trasforma in una ossessione per i teorici del complotto, che condividono con tutti i colombiani una assuefazione genetica alla violenza. Le rovine del titolo sono il debito di sangue, che non si estingue mai, e passa invece da una generazione all’altra:

“Noi, i vivi, che continuiamo a cercare di capire quanto è accaduto, che tanti anni dopo continuiamo a cercare di capire quanto è accaduto, che tanti anni dopo continuiamo a raccontare storie per spiegarcelo (…) Ora mi sembra incredibile che non avessi capito che le nostre violenze non sono solamente quelle che ci hanno toccato in vita, ma comprendono anche le altre, quelle che vengono da prima, perché tutte sono legate, anche se i fili che le uniscono non sono visibili, perché il tempo passato è contenuto nel tempo presente, o perché il passato è la nostra eredità senza beneficio di inventario e finiamo per ricevere tutto: la saggezza e gli eccessi, le scelte giuste e gli errori, l’innocenza e i crimini”.

Vásquez riesce, a prescindere dalla Colombia, a dirci qualcosa di veramente adeguato al nostro presente. I conti con il passato non possono mai essere chiusi, ce li portiamo addosso sempre, e la fatica immane è riuscire a non rimanerne vittime. La scomoda eredità di ciò che sta sulle nostre spalle, anche quando non siamo rei confessi, ad esempio l’anidride carbonica pompata in atmosfera prima che nascessimo, le specie estinte dalla struttura economica che sorregge la nostra idea di mondo, i crimini contro l’umanità della Seconda Guerra Mondiale, è un copione che portiamo nel nostro stesso dna. Non esiste, per nessuno e per niente, un tempo davvero vergine:

“Io posso pensare ad eventi della mia vita (le cose viste, udite, decise in qualche momento) senza i quali starei meglio, perché non sono utili e per di più si rivelano scomodi, vergognosi o dolorosi, ma so che dimenticarsene a comando non è possibile, perché rimarranno accovacciati nella mia memoria; e può darsi che mi lascino in pace per un tempo più o meno lungo, come animali in letargo, ma un giorno vedrò o sentirò qualcosa o prenderò qualche decisione che li farà tornare ad affacciarsi: i ricordi colposi o semplicemente perturbanti tornano nella nostra memoria in momenti imprevedibili, e allora di attiva una sorta di reazione muscolare – un atto riflesso del nostro corpo – che accompagna sempre questi ritorni (…) no, non si controlla l’oblio, non abbiamo imparato a farlo, e dire che la nostra mente funzionerebbe meglio se ne fossimo capaci: se avessimo del potere sul modo in cui il passato si intromette nel presente”.

Che cosa sono, allora, le rovine del titolo? Sono le fratture sulle nostre ossa, le ferite di guerra, la ricomposizione impossibile di un prima dotato di un significato più ragionevole del dolore patito; le rovine sono la nostra inettitudine a ricomporre il presente secondo logiche opportune. La vertebra di Gaitan e il cranio di Uribe Uribe sono rovine:

“Le rovine di uomini nobili: il verso del Giulio Cesare mi aveva assalito (o forse dovrei dire: era accorso in mio aiuto) come tante altre volte mi era accaduto con il vecchio Will, le cui parole mi aiutano a dare forma e ordine alla caotica esperienza. In quella scena, Giulio Cesare è appena morto in Senato, accoltellato ventitré volte dai cospiratori, dissanguato sotto la statua di Pompeo, e Antonio, il suo amico e protetto, rimane da solo accanto al cadavere. ‘Perdonami, tu sanguinante pezzo di terra’, gli dice Antonio, ‘per il mio essere mite e gentile con questi macellai. Tu sei le rovine dell’uomo più nobile che mai visse nella marea dei tempi’. Io non so se Uribe Uribe e Gaitan furono gli uomini più nobili del loro tempo, ma le loro rovine, che mi accompagnavano nel viaggio di ritorno a casa, avevano quella nobiltà. Quelle rovine umane erano moniti dei nostri errori passati, e in qualche modo furono anche profezie. (…) la cosa importante per me non era quella memoria delle ossa, ma ciò che il contatto con esse aveva provocato nelle vite di questi uomini: Carlos Carballo, Francisco Benavides e il suo defunto padre. E nella mia, ovviamente. Anche nella mia”.

Quando facciamo i conti con noi stessi e la nostra epoca, rimangono soltanto le rovine (le storie passate, i fantasmi privati, i genitori perduti), che ci ossessionano oltre la malinconia. Le rovine possono diventare paranoia pura, ma soprattutto smascherano la nostra adesione impossibile alla realtà reale. E per questo non sono che reliquie.

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Loveless, le anime estinte di Andrej Zvyagintsev


Non è la Mosca di Tolstoj ma neppure quella del Cremlino ; la Mosca di Loveless, il film di Andrej Zvyagintsev premio speciale della giuria all’ultimo festival di Cannes uscito ieri nelle sale italiane, è la Mosca dei moscoviti, della gente ricca vestita con i brand francesi e italiani che vive in appartamenti lussuosi – pavimenti in legno e cucine in pannelli laccati – e non beve più vodka ma vino. Loveless – un film crudelissimo – comincia in uno di questi condomini a decine di piani raccolti attorno ad un piccolo bosco con lo stagno. Boris e Zhenya stanno per divorziare e non sanno dove mettere il figlio dodicenne Alioscia : Boris (lo strepitoso e bellissimo Alexey Rozin ) ha già una altra donna, incinta, e Zhenia ha sedotto un ricco imprenditore più vecchio di lei che abita in un appartamento di cemento e vetrate ghiacciate, parla con la figlia solo su Skype, e veste Ralph Lauren. Il posto migliore per Alioscia sarebbe un istituto, visto che la vera felicità per entrambi gli ex coniugi  è in arrivo e il ragazzino è solo un impiccio.  Da sempre. Dal giorno della sua nascita. Ma dopo l’ennesima lite furibonda il cui unico argomento è l’inutilità di sentirsi ed essere padre e madre, Alioscia scompare. 
Zvyagintsev  dirige in modo superbo un film atroce nella sua assoluta raffinatezza  su una tipologia specifica di uomini e donne contemporanee, in una Russia assuefatta agli effetti più nefasti del dio denaro. Boris, il narcisista con un ottimo impiego che non sa cosa provare di fronte al pericolo mortale corso dal figlio perso chissà dove in una città gelida e ostile, un uomo tanto potente a letto quanto inutile nella sua totale indifferenza per le conseguenze emotive delle proprie azioni con le donne ; Zhenya, figlia di una madre incapace di amore che a sua volta odia Alioscia per il semplice fatto di averlo davanti, prova inconfutabile del suo vuoto interiore. Entrambi personaggi perfettamente raccontati nel loro deserto psichico, automi di una società opulenta che non conosce più amore perché l’amore non serve più. Non le anime morte di Gogol, molto più banalmente anime estinte.

Loveless è una denuncia del degrado affettivo del nostro tempo, degli incontri vissuti sugli IPhone e mai dove davvero gli individui in carne e ossa sono e respirano. La Russia, disperata, al contrario di quanto scritto da Paolo Mereghetti, sopravvive solo nei suoi boschi, che, pur inquinati dalle rovine di vecchi edifici sovietici ormai marci e decrepiti, sono per Alioscia un rifugio in una delicatezza pura e intonsa. Non a caso in tutto il film compare un solo animale, un cane husky che aspetta fuori dai cancelli della scuola il suo piccolo padrone. Ancora un film, ancora europeo naturalmente, sulla condizione psicologica di tanti uomini e donne del nostro tempo straordinariamente anaffettivi. Spietatamente ricchi. 

Un profugo al Grant Museum di Bloomsbury, Londra 


Ci sono tanti modi per essere dei profughi. Gli esiliati dalla propria terra natale a causa di conflitti armati e guerre civili, come la gente della Siria che è arrivata in Europa negli ultimi due anni, e poi però ci sono anche i profughi dell’anima, che passano la vita a vagare per il mondo, spaesati e disorientati nonostante il successo personale, l’affermazione sociale e un affidabile passaporto. E’ stato Winfried Sebald a individuare questa nuova figura di profugo antropocenico, fino a farne un leitmotiv della sua opera in generale, ma soprattutto nel suo romanzo Austerlitz ( Adelphi, 2002) di cui si è parlato in modo inedito a Londra lo scorso 23 novembre nel contesto scientifico del Grant Museum, a Bloomsbury, all’interno del palinsesto dello Being Human Festival. L’edizione 2017 della manifestazione voluta e ideata dalla UCL di Londra era appunto dedicata alla condizione di profugo nella nostra Europa attuale. Il Grant Museum di Gower Street è il più antico museo di storia naturale rimasto a Londra, uno dei più preziosi d’Inghilterra, perché porta il nome del primo “padre spirituale” di Charles Darwin e perché contiene una vastissima collezione di scheletri di specie tropicali ed euroasiatiche. Il Grant è sostanzialmente un museo di ossa, dove la “natura morta” (dead nature non meno che still nature) che sta a fondamento delle scienze naturali, e della tassonomia, espresse, due secoli fa, la sua vocazione globale, insaziabilmente saccheggiatrice, moderna. E’ su montagne di ossa che abbiamo conosciuto ciò che sappiamo delle faune della Terra, e quindi di noi stessi. Se dunque si è parlato di Austerlitz al Grant è perché, come spiega Meredid Puw Davies della UCL, “natural history is a key motivation in the novel”. 

Austerlitz è un architetto brillante, insegna all’università e ha uno studio a Bloomsbury. I suoi studi comprendono peregrinazioni apparentemente sconnesse per l’Europa continentale, alla ricerca di edifici dalla pianta eccentrica e onirica, bastioni militari disegnati per non essere mai sconfitti da un assedio, stazioni ferroviarie consumate dal transito di milioni di individui, cortili di case rimaste intatte nel tempo lungo della catastrofica storia europea del XX secolo. Austerlitz vive come un profugo anche se è cresciuto in Inghilterra; la sua vita è “organizzata solo in modo provvisorio (…) nell’incapacità di fermarsi su preliminari di qualsiasi genere”. Qualunque cosa lo impegni mentalmente suscita in lui la sensazione “dell’isolamento, di non avere più terreno sotto i piedi”. Austerlitz conduce una esistenza che assomiglia ad un reperto in un museo di storia naturale: è stata, ma in un luogo e in un tempo che non ha più cittadinanza, e che tuttavia lo determina nei suoi tessuti vitali. L’intero romanzo di Sebald può essere letto come una metafora dell’estinzione. Estinzione naturale, psicologica, affettiva. L’analogia tra i reperti del Grant Museum e la desertificazione emotiva prodotta da un trauma sepolto nell’inconscio è potente: “Nel museo ci sono anche specie dimenticate. E’ una sorta di mondo utopico, i cui protagonisti sono estinti e incapsulati nella collezione”, osserva Meredid Puw Davies, aggiungendo che “i reperti sono un simbolo del pensiero umano”. Come la Davies ricorda al telefono da Londra sono del resto i reperti animali a mettere in movimento la decostruzione cognitiva che affligge Austerlitz all’inizio del romanzo e che in estenuanti colloqui con il narratore lo condurrà alla verità su se stesso. Durante un soggiorno a Parigi per motivi di studio, Austerlitz visita il Museo di Medicina Veterinaria di Maisons-Alfort:
“All’interno del museo, sullo scalone dalle armoniose proporzioni e nelle tre sale del primo piano, non incontrai anima viva, e tanto più inquietanti mi parvero allora, nel silenzio esaltato dallo scricchiolio del parquet sotto i miei piedi, i preparati raccolti nelle vetrine che quasi giungevano al soffitto e risalivano in genere alla fine del XVIII secolo o all’inizio del XIX: riproduzioni in gesso della dentatura dei più diversi ruminanti e roditori, calcoli renali grandi come bocce per il gioco dei birilli, e altrettanto perfettamente sferici, che erano stati trovati nei cammelli dei circhi; un maialino vissuto solo poche ore, in sezione trasversale, i cui organi erano stati resi trasparenti mediante un processo chimico di diafanizzazione e che adesso, come un pesce degli abissi destinato a non vedere mai la luce del giorno, era lì sospeso nel liquido che lo avvolgeva; il feto azzurro pallido di un cavallo, sotto la cui pelle sottile il mercurio, iniettato nel reticolo venoso per ottenere un migliore contrasto, aveva formato sgocciolando un disegno simile ad arabeschi di ghiaccio; crani e scheletri delle più diverse creature, interi apparati intestinali in formaldeide, organi patologicamente deformati, cuori atrofici e fegati gonfi, alberi bronchiali in certi casi alti tre piedi che, nelle loro ramificazioni calcificate color ruggine, ricordavano strutture coralline; così come, nel reparto teratologico, tutte le mostruosità possibili e immaginabili: vitelli bifronti o con due teste, un essere umano – nato a Maisons-Alfort il giorno in cui l’imperatore partì per l’esilio a Sant’Elena -, al quale le gambe erano cresciute attaccate l’una all’altra conferivano un aspetto da sirena, una pecora con dieci zampe e creature spaventose, poco più che un brandello di pelliccia, un’ala deforme o un mezzo artiglio. Ma di gran lunga più sconvolgente fra tutte, disse Austerlitz, era la figura a grandezza naturale – che si poteva vedere in una vetrina in fondo all’ultima sala del museo – di un cavaliere, al quale l’anatomista e imbalsamatore Honoré Fragonard, giunto all’apice della sua fama nel periodo successivo alla Rivoluzione, aveva tolto con somma perizia la pelle, di modo che, nei colori del sangue coagulato, si delineava perfettamente nitido, insieme con le vene azzurre, con i tendini e i legamenti giallo ocra, ogni singolo fascio di muscoli tesi sia del cavaliere sia del cavallo”.

(Photo credit: Lilian Gergely)

La visita al museo scatena in Austerlitz una sorta di black out psicologico, ossia “il primo di quegli svenimenti, uniti alla scomparsa temporanea di ogni traccia mnestica” che la medicina degli anni ’70 ancora definiva “epilessia isterica”. Austerlitz viene ricoverato alla Salpetrière. Ed è Marie, la donna che lo amava e che lui non è riuscito a ricambiare, che lo assiste in questo attraversamento del labirinto dei ricordi simili ad una orripilante collezione naturalistica. Lungo l’intera esistenza di Austerlitz, i reperti svolgono una funzione di intermediazione con il mondo sepolto che il giovane e poi l’uomo adulto porta nascosto dentro di sé: a quattro anni, sull’orlo dell’occupazione nazista di Praga, la madre Agàta (la famiglia era ebrea) era riuscita a farlo partire alla volta della salvezza in Inghilterra in un convoglio speciale di bambini. Cresciuto da una coppia di rigidi pastori protestanti nel Galles, Austerlitz prende casa a Londra in Alderney Street ed è in questa casa ordinata, spoglia, la tipica casa inglese a due piani con un minuscolo giardino, che i suoi fantasmi prendono corpo, come le falene ormai secche e spente che custodisce in piccole scatole addormentate nel tempo della sua infanzia:

“Trascorso ancora un quarto d’ora, o forse una mezz’ora, al guizzo uniforme delle fiamme azzurre sul fornello a gas, Austerlitz si alzò in piedi, dichiarando che sarebbe stato senz’altro meglio se io avessi trascorso la notte sotto il suo tetto: mentre ancora parlava, già mi precedeva su per le scale conducendomi in una stanza quasi del tutto sgombra come quella al pian terreno; faceva eccezione una specie di lettino da campo, aperto e accostato alla parete, che aveva due manici alle estremità e perciò ricordava una barella. Vicino al letto c’era una cassetta di Chateau Gruaud-Larose con uno stemma nero marchiato a fuoco e, al di sopra, nel debole chiarore di una abat-jour, c’erano un bicchiere, una caraffa d’acqua e una radio d’altri tempi nella sua cassa di bachelite marrone scuro. Austerlitz mi augurà buon riposo e si chiuse garbatamente la porta alle spalle. Io mi avvicinai alla finestra, guardai fuori Alderney Street deserta, mi voltai di nuovo verso la stanza, mi sedetti sul letto, slegai i lacci delle scarpe, riflettei su Austerlitz, che adesso sentivo muoversi nella camera lì accanto, e poi, levando ancora una volta lo sguardo, vidi nella penombra sulla mensola del camino una piccola collezione di sette scatole di bachelite diverse tra loro per forma, alte non più di due o tre pollici, ciascuna delle quali, come risultò quando le aprii in successione e le misi sotto la luce della lampada, conteneva i resti mortali di una delle tignole che, come mi aveva raccontato Austerlitz, erano giunte in quella casa alla fine della loro vita. Ne esumai una dal suo contenitore – era un essere senza peso, color avorio, con le ali ripiegate e di una materia intessuta non si sa come – e la posai sul palmo della mano destra rivolto verso l’alto. Le zampe, raccolte sotto il tronco coperto di squamette d’argento, come nell’atto di saltare un ultimo ostacolo, erano così sottili che quasi non riuscivo a distinguerle. Anche le antenne, che si slanciavano al di sopra dell’intero corpo, tremavano ai limiti della visibilità. Facilmente individuabili erano invece gli occhi nerissimi, un poco sporgenti dalla testa, che io studiai a lungo prima di calare di nuovo nel suo angusto sepolcro quello spirito notturno, morto probabilmente già da anni, ma non ancora sfiorato da alcun segno di decomposizione”. 

Questi insetti assomigliano a dei fossili di sentimenti che non hanno più luce. Simboli, come sostiene la Davies, “della mortalità e della vulnerabilità”; sono i reperti, animali perduti, estinti, tassidermizzati, a condurre verso il passato di Austerlitz, a rendere possibile il viaggio e consistente il ricordo.  


Ma la vastità del carattere di Austerlitz sta nel fatto che la sua esperienza di profugo – “non potrà mai più tornare indietro”, sottolinea la Davies – assume le tonalità universali dell’individuo di successo che è nondimeno un perenne espatriato, sconosciuto a se stesso. Il passato è per lui una forza invasiva ed eversiva: vive uno schema di estinzione psicologica – Austerlitz non riesce a ricambiare l’amore della giovane collega Marie de Verneuil pur desiderandolo – che lo vincola, pur non impedendone i movimenti. Vaga per Londra di notte, traendone forse un conforto medicamentoso, così come vaga da un libro ad un altro, da una tazza di tè ad un’altra, da una amnesia all’altra, da un corso universitario al successivo. Del resto, in queste passeggiate infinite, per Davies “c’è anche una affinità con la Londra di oggi, così multilingue, così multiculturale” che è anche la megalopoli della solitudine descritta puntualmente dal quotidiano The Guardian. 
Il ritorno a Praga, all’infanzia nella casa dei genitori sulla Sporkova, comincia per Austerlitz con una improvvisa perdita della lingua inglese. Meredid Davies: “C’è qui una questione, è possibile, sull’estinzione linguistica. Una lingua può tornare indietro? Il linguaggio può cambiare direzione? Nel romanzo è essenziale per recuperare una sorta di mappa che a sua volta permette di ritrovare gli oggetti che redimono”. E infatti, nei sogni, i genitori di Austerlitz gli parlano nel “linguaggio misterioso dei sordomuti”. E di nuovo, al ritorno a Praga dalla città di Terezin dove la comunità ebraica praghese venne rinchiusa in attesa di partire per i campi di sterminio polacchi, Austerlitz piomba in un sonno lunghissimo in cui gli animali prendono per mano i suoi ricordi ora ricomposti: “continuai a vedere l’occhio di vetro dello scoiattolo e le orecchie di Agàta e Vera mentre trascinavano la slitta carica di bagagli”, perché da piccolo sempre al principio dell’inverno con Vera Austerlitz andava ad osservare gli scoiattoli raccogliere le loro provviste nel giardino di Schönborn. 

Lagos, a story of disappearance by Andréas Lang – a conversation

 

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Lagos, a story of disappearance by Andréas Lang is a journey to the ultimate consequences of human enterprise on Earth. At a first glance, the vanishing, colonial past of Lagos is made of the clues slave trade left in city architecture; but afterward it becomes evident that its memory is wrapped into the daily life struggle of people. This happens in more than an aspect the sophisticated view of Andréas Lang discovered with a subtle and unconscious exploration of meanings. Where history meets the present Andréas unveils the very face of brutal exploitation, a sort of extinction – the total loss of historical identity – that is also a psychological exile.

Indeed, Andréas’ sensibility in telling Nigeria’s heritage, and arguably colonial legacy, reminds me of a pass of Beloved the masterpiece by Toni Morrison. In a rough translation it sounds so: places are always there. If a house burns, it disappeares, but the place – the image of the place – persists, and not only in memory but also in the world. What we can remember, Toni Morrison says, is an image swaying in our brain, and in front of our eyes. Colonialism is a footprint, just the same of carbon dioxide in the atmosphere or defaunation in the tropical forests all around Nigeria.  And if you’re brave enough to face the demons of the past, you realize that footprint is a restless vestige which takes future hostage. But Lagos Disappearance explores the footprint and shows how time and oblivion are real forces; time, indeed, is a power that shapes, or disintegrates, our human capability to cope with, to react. No one better than Friedrich Hoelderlin might give the meaning of it: “Doch, uns ist gegeben auf keiner Staette zu ruhn. Es schwinden, es fallen die leidenden Menschen, blindings von einer Stunde zur andern. Wie Wasser von Klippe zu Klippe geworfen, Jahr lang ins Ungewisse hinab”.  Being geworfen is the current status of humanity in Anthropocene’s new colonialist age marked by the anonymity of exploitation. So, this is a conversation about Lagos, and us.

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Andréas – It shows all the layers in Lagos. It looks like a mountain (the city landscape). It has an aestethic beauty for me. The story of the past and the story of the present, the sense of deception along with the ambulatory trait of African cities: the stones, the trash, some bowls and trees; and then, in the corner, you see the colonial building dated back to British times with its charachteristic peach color wall. Trash is always present in Africa. These pieces of civilization all around immediately connected with pollution and destruction. They’re very visible in Africa both in the urban and in the rural landscape. Even in natural enviroments wherever there’s a human settlement you immediately realize that something different is going on; you can detect the effects of civilization through plastic bags. Plastic shopping bags are free and if you buy only a banana, sellers give you one. Usually, people have no consciousness of environmental implications because survival on a daily base is a so imminent driving force. So, plastic is a part of urban and rural landscape.

Elisabetta: In some ways, plastic, too, is a foreign thing, an imported one, a colonial object now widespread. Plastic is a capitalistic object. You always pull the observers to think about the real nature of objects taken for granted. Objects are not always the same. Some of them are only Plunder, others are Altware, said G.W.Sebald who thought that Gottfried Keller described the golden age of a time when human relationships were not yet regulated by money.

Heinrich der Gruene, Sebald reports, was used to spend time in a dark lobby full of any kind of trash: zwecklose, veraltete, wunderliche Dinge. These objects tell the story of Capitalism, Sebald declaires: while capital runs all the time, “diese Dinge gehoeren der Daemmerung, sie sind ausserhalb des wirtschaftlichen Handels und darum sind sie nicht mehr Kommerz-Ware. Sie sind für die Ewigkeit geeignet.”  Maybe, we should ask ourselves which category is appropriate for plastic.

Andréas : Lagos is booming, it’s one of the few booming places in Africa. You can see an emerging bourgeoise, super luxury cars and even fastfoods along with boxes to keep hamburgers. In general people are very nice, very communicative and open. I met excellent people and made new friends, also with artists and photographers. It was also thanks to them that I got a deeper insight of whats going on in Lagos. If you consider the reactions of people to illegal demolitions – I found a video on youtube which I use in the exhibition – the locals present were really upset; they perfectly understood the scale of destruction and its intrinsic violence against the integrity of the community.

 

Elisabetta: There are open yards all around and all the time…Archeological sites, new foundations, hard to identify what’s really lays above and under. But there are also abandoned homes and buildings, lost clothes and the pointless plastic bags. Even books. I see not only a language of disappereance but also a permanent Aufloesung that has to do with the contemporary difficult to hold, keep and protect the past. In the sense you discovered in Lagos, it is also a consequence of Colonialism. Yet, the omnipresent garbage looks like the offal of time. I think time is a permanent hypothesis in your photos. The ongoing feeling of emptiness and disintegration, and its undisturbed ran we call progress. Walter Benjiamin identified history in Paul Klee’s Angelus Novus: the angel is a flying demon, with the face turned to the ruins of past; but beyond his shoulders, the wind of progress is so strong that he cannot close his wings. The progress, in Benjamin’s view, is this frightened Angelus who cannot resist the future but, at the same time, contemplates a complete destruction. The balance of history is totally unbalanced.

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Andréas: I dont really know what the original purpose of that building was, but to me there is something very Western in its appearance. I felt, it went along with my research: here, you have the past (maybe, glory and wealthy bourgeoise) but now it’s all gone. And with the handcarts in the front, loaded with petrol canisters, it becomes a very African scenario.

Elisabetta: Personally, I find this photo simply magnificent. There’s so much affliction….The building is sumptuous but it seems lonely. It’s obviously ancient, but I think it contains a sort of purity. At the same time, the entire building talks of the beauty of scars: it recalls that beauty tolerates scars. For me, it is a very impressive example of your “archeological narrative” just because the building is partially eroded by the past. Ancient ruins – Greek or Roman, especially for Europeans – dominate archeological celebration. But here you captured the living soul of modern archeology that is the troublesome coexistence of fragments and living objects.

Andréas: I think that what’s going on in the digital era is the loss of beauty. I have the impression that all these virtual parallels create a detachment from the real world in the sense of the estetics of the real world.

Elisabetta: I agree. And I do believe that is a relevant problem, too, in our awareness of the ecological decline we now face. Consider animal representation in social media and tourism industry (very expensive eco-safari as well): animals are depicted as iconic items, not as species. Their wildness is beauty on sale. Stephanie Rutherford assumes that defined “visual grammars” of wild nature is actually a form of government. Many part of conservation narrative is also so colonialist, so white. And it counts on a totally human point of view – an assessment of nature, not a way to stay in.

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Andréas: On top of the right building, you can see a fresco depicting the Yoruba people, the native people who were sent to Brazil and suffered from colonial slave trade. This fresco is a reminiscent of their culture when they decided to put it on a bulding in colonial style. In Nigeria, usually heritage is split among family members, so many times there are heritage problems, unresolved. Many buldings can survive in a limbo state, and this adds to the illegal demolition under way and corruption as well. The red gate with the big H has a very particular estetic. In Africa there’re so less visible traces of African history, not of the local folklore, but of the history. And now there’re the developers who sweep away what remains of the past.

Elisabetta: Last week eminent ecologists talked about the annihilation of biodiversity: we face a mass extinction era that is a sort of turning-life-into-nothing. What you say about Lagos is that the other side of planned and business-designed destruction is always the loss of past. When destruction becomes a chapter in the plot of history, history itself seems to implode. The present time is a battlefield where economic interests devour the possibility of past as a framework to write in your identity. I do believe that biological extinction shares this aspect of our reality (Dasein, you know) with the empowering power of economics on our life.

 

Andréas: People in Lagos are quite awake and seem very comfortable with trade and finance. I had the opportunity to visit stock exchange in Lagos, to film and take photographs. Its been quite an experience. There are many extremes in this megacity, great misery in contrast with big finance at work. There are two forces – poverty and business – and which one of them will prevail? They seem to work together in shaping the future of the nation, but it is definately shaky ground to look at Africa from a European perspective. Pasolini maybe realized something similar when he filmed his Notes towards an African Orestes and then abandoned his planned project where he wanted to place the greek tragedy Orestes in Africa.

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Andréas: It’s totally new colonialist. In Jean-Pierre Bekolo’s terms – colonialism is a virus and a disease that is still affecting Africa, but, more seriously, the body infected cannot be separated by the invader and vice versa. Polo is quite a symbolical remains of the British Empire and actually the British imported it in 19th century from their colony India and then exported it into the rest of their colonies. This Polo tournament was attended by wealthy Nigerians and western business men living in Lagos. The players were international, from Britain, Lebanon, Nigeria etc. I wanted to show the “backstage” of the tournament, where the social reality comes in, including the white horse. What really is Polo in an African country.

Elisabetta: I was thinking you described a white horse as a symbol of foreign and invasive entertainment. Maybe we might talk about “colonial animals”.

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Andréas: It is a sport stadium built by the government, especially for parades and national celebrations. Again something strange is going on here, they remind of the Napoleonic eagle and also eagles are typically european emblems. African dictators, like Bokassa for example, were using those same symbols of power.

Elisabetta: Another example of animal representation for the sake of a psychological invasion. Nigeria has a lot of species of raptors, but here on the roof top eagles are definitely European. I feel ambiguity in these eagles. In the Western imagination, eagles and hawks announce glory, but they can be also a symbol of the perils it implies or even a prophecy of ruin. I especially love the way Russian poet Aleksandr Blok, singing the plight of his country, questions the imminent future: till when does the kite fly? till when does the mother cry? Species become increasingly rare all around us and I perceive them, in your photos, as testimonies of our mistakes. Like the woody lion in your Eingang zur Chefferie.

ILPONTEDI NON RITORNO

Andréas : Not far from Lagos is the village of Badagry, it used to be a Portuguese port and slave trade center. It is the landing bridge on a small island with the so-called “the point of no return”, across from Badagry. The immanent cruelty of slave trade becomes quite tangible in these places and the people suffered unspeakable conditions on the slaveships. Those who survived the passage to the New World would never return to their homeland. For me, slavery has a likely cruelty and horror as the Holocaust did.

Elisabetta: I think you have been able to show that humanity cannot be really virgin and we constantly come across point of no return, I mean crossing points; they tell us of the impossibility of a sort of human innocence. In your narrative Bilder, to me, you seem to ask about the meaning of life and for the place we should give to the past. A possibile answer I find, again, in Hoelderlin’s Hyperion perspective. Life is tracking. Tracking something we cannot properly grasp or see, but that is constantly with us.

CIMITERO

In Hoelderlin’s words: “Ich ziehe durch die Vergangenheit, wie ein Aehrenleser über die Stoppelaecker, wenn der Herr des Landes geerntet hat; da liest man jeden Strohhalm auf (…) Wie ein heulender Nordwind, faehrt die Gegenwart über die Blueten unsers Geistes und versengt sie im Entstehen”.

Aknowledgement: Andréas Lang’s project  came about in collaboration with Goethe Institute Lagos.

Credits for all photos: © Andréas Lang, Lagos/Nigeria 2017 – all rights reserved , no part of these images may be reproduced, stored or transmitted in any form or by any means, electronic, mechanical photo copying, or other-wise, without prior permission in writing from the copyright owner.

 

 

Lebensraum or Berlin 2017

 

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How long is now ? asks an anonymous, enormous face, a graffiti designed on the white rectangle of a building that, only some years ago, was a refuge for underground culture, and, now, waits for its demolition. It is in the Oranienburgerstrasse, Berlin. The crumbled border of the wall, similar to a stale biscuit, has a disquieting, but not hostile tone. When the palace will be knocked down, it will leave place to a new present, that will endures for some time, engaged in its rich illusion of eternity. This approximate wall talks about its extinction, that in German sounds Austerben: to die off or to die completely. A touch of inexorability goes together with the Aus prefix and remembers to anyone pronouncing it that, of course, extinction is forever. It’s January in Berlin and under a snowy sky this question seems to gather all the Angst of a present time called Anthropocene. Berlin is the European town where entire extermination plans emerged during the Third Reich not only in the criminal minds of political groups, bur, throghout their murders, in the consciousness of humankind. If a place exists where to go down in the darkness of extinction, well, it’s Berlin.

Since extermination was planned in the offices and ministeries of the Nazi regime, Berlin knew extinction, but it also suffered from it. At the end of April 1945 Hitler’s nihilistic adventure unfolded its intrinsic truth: Germany is destroyed. This is the end of an entire climax of European civilization, and of its greed for greatness, that, for better or for worse, had been lasting since 1870. Prussia’s continental egemony, colonial bourgeoisie in Nambia and Cameroon, urban lifestyle as the supreme expression of human genius. Searching for space, everywhere, and in many ways. After 1945, Berlin will not be no longer Berlin. Theodor Adorno thought that mass society would gobble culture considering it a waste product derived from something cheaper, the entertainment. Berlin absorbed its own extinction so much to make a touristic attraction of it: groups of tourists hungry for live details about Nazismus enjoyed on line booked dates in specific spots of the city: they’re ready to walk 4 hours to visit the so-called “places of memory” of the Third Reich, and its  steady police state. What do they really look for?

Down Oranienburgerstrasse, the metallic bulb of television looses glamour as the green, Moorish chapel of the Neue Synagoge appears on the left. Spared to distruction in the Kristallnacht, today the synagogue is deconsecrated, but it has been rebuilt in its substantial architectury. Sun is going down, temperatures are freezing, and the pavement round dowells gleam of a mahogany-brown humidity, old dated, a little bit Thirties; they look like the floors made by creaky wood in the luxury flats in Tucholskystrasse, their severe halls, cream plaster, marble floors and stony stairs. Some people stopped before the main entrance of the synagogue, reading the commemorative plaque and remembering the crimes implicit in the survival of the temple. Everyone, persons and synagogue, seems to be petrified in a sort of pre-language aphasia, where nobody knows well what to say, or, even, whether it’s remained something to say. The residues of the past, its fossils and ruins, one day are accomodated again into the lived life. It occurs everywhere there’re human beings, and it happened here. Gusts of wind are caught under the parka hood, and you realize that it occurs because life does not pass, life wears out, and it’s in the continous comsuming of the organic life, season after season, birth after birth, that all puts straight. The atrocious indifference of the after that. The rightful vigour of the news.

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A few hours before, on the plane, I was observing two dead arthropods. Their bodies were yellow and dried. Probably, they were trapped in the cavity of the window. Long time before, they encountered the wrong place, among plastic materials that had nothing to do with their genic code, and that made of them antiquated creatures. That morning, the FAZ published a news as overwhelming as the terror attacks that fisted Europe and Turkey in the last day of the year: human population reached 7 billions and half of individuals. The review of human demography matches the catastrophic numbers from WWF Planet Index 2016 of the last autumn, telling in a not so brutal way how it is for the not-humans on Earth.  In our young past (between 1970 and 2012) vertebrates species diminished of 58%. Defaunation moves forward, due to a widespread and radical habitat loss, required to leave space to the increasing numbers of human beings, and their way of producing food, energy, clothes. While we travelled through the Cold War, the fall of Berlin Wall and, then, the Nineties of Bill Clinton and the Kyoto Protocol (1970-2012), terrestrial species declined of 38%, fresh water species of 81% and marine species of 36%.

If on the Planet space is not infinite, our expansion plans are. They’re substantially borderless. Last century, Germany coined a word for the hunger of virgin land to feed its enormous lust for new territories: Lebensraum, vital space. The conquest, manu militari, of the East even inside the Russian steppes of the Soviet Union, to leave room to the Central-European settlers of German origin. And also to the shocked generation of young men and women, and their violet and grey faces resembling an expressionist painting became the mass-nightmare of an entire country, described in the fiction Unsere Mütter, Unsere Väter (ZDF, 2013). Hitler’s Vernichtungskrieg managed the geography between Europe and Asia as a matter of survival of the only people worth affirming itself on Earth. Today, Lebensraum is a filthy word, but it does not exist any better to depict the collapse of natural habitats and wild species that must retreat before the unstoppable arrival of human beings. The future of wildlife regards the vital space, and no other. An observation that is rooted in the pages of The Origin of the Species by Charles Darwin and that, unfortunately, puts us in the most disappointing position. Maybe, should we step back?

The yellow arthropode tells our story by telling its. Extinction is a human condition, so interrelated with the way our species took possession of every continent. Maybe, the arthropode didn’t ever know, yet we loved to produce plastics that suffocated it. And, maybe, this is the reason why we invented the collections of natural specimens, the gigantic archives of animal and plant species that enshrine the history of the Planet from the point of view of Homo sapiens. The 30 millions of records in the Museum fuer Naturkunde Berlin, in the Invalidenstrasse, conserve the extinct past, but claim for extinction the place of honor in the human enterprise that here, in Germany, revealed our most aberrant traits. We are it. Therefore, I think, Kaiser Wilhelm the Second smiled to the lens in the black and white picture tube bookshops sell to tourists. He did. He knew.

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The Schwarzer Weg is desert, and the Invalidenpark too. It’s not yet 9 a.m.,  the sky is beaten by the gusts of an Artic wind. The hallucinated perception that here in Berlin only an endless and solid winter is possible swirls around. On the synthetic rubber coating of the playground stayed the exploded cartridges of New Year Eve’s fireworks. The luxury apartments closed to the Energy Ministery are silent. A typical Prussian house hides behind red berry bushes. Near, a smokey chimney emerges. The fossil power, that we derived from coal and oil deposits in the last 150 years, has been the ultimate piece in the seizure of the Planet. Natural collections were born in Europe just when the Industrial revolution blasted. An intimate and dissolute relationship joined together the expansion ability of Homo sapiens and the scientific wit required to collect specimens of species by millions. Soon, they will have their Lebensraum only in the museums.

In the North, human discomfort often turns into philosophy. For Hegel, unpleasant things too have a sense, even if swift and dissimulated. This awareness of bad luck and violence, southern peoples always detect it in the big northern thinkers, is at the contrary a dialogue with themselves and the status of the things. It is, really, the ubiquitous frost that always meets the human events when we discover our power. Any supremacy has the same side effect: it compresses the space left to the others: enemies, defeated, dissidents. From Linneus, taxonomy imposed to the natural sciences not only the obligation to list living creatures, but also a new notion of the space among species. Species distribution in groups and families anticipated the order by evolutionary derivation by which Darwin organized the tree of life according to real criteria, but, for the first time, designed by the human being. This means that, from a certain point forward, species do not have only their habitat, but they also had an evolutionary position decided by the scientific thought. A new category of space that it never existed before man deduced it from the way things are, emerged. In the natural collections it works particularly clear. The main feature of any natural history museum is that species are forced to be all together. Space between them is not allowed but that artificial of display cabinets. While outside animals appear – as in Steven Gnam’s photos – in the collections animals are accumulated in an inflicted coexistence. These places tell us how we learnt to manage Nature: umzuhandeln, Heidegger said, to have animals, plants and ecosystems at our fingertips. But above all it means that from now we’re us to decide how much space to leave to them. It’s extinct the age outside time when Uroghompus eximius and Stenophlebia amphitrite flied in a world pure from any sort of consciousness able to think the Planet.

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Marine species cabinet conserved in an alcoholic solution is in a semidarkness; it’s closed in a huge room where access is permitted only through an automatic door. Temperature is under 20 degree Celsius. It’s once more cold. Tens of fishes, moray eels, sharks lie in the amber liquid that protect them from time as an amnios of the third millennium. The shape of the jars force them to stay vertically. To be honest, you expect something from these creatures. They’re not stuffed with polyammide or straw or cotton wool. They’re complete, tissues are still intact and the entrails are where they have to be. Only the eyes reveal death, and the surgical act of the removal from oceans and seas. A small hammerhead shark floats in its death with a sort of agility. It looks at me astonishngly, iced in a far away dimension it had never supposed to exist on Earth. Just like everything else in the natural collections, it ended to speak a totally estrange language, diluted in the feeling of injustice taking your throat before stuffed animals. They should be there to testify the beautiful biodiversity of the Planet. These species had to die to become a knowledge available to human beings. Scientific thought grew on records, fossils, and capture in the wild. Zebras, tigers, jaguars, lions play in  a strong and detailed plot they didn’t want to be in. Because no one species knows to have a story.

Cats are one of the families that suffer most the consequences of the human ecological footprint. An ocelot with only an eye, stuffed in 1819 stares into space in the same glass cabinet where a relative of it turns the head toward a Smyrne alcyon (Alcedo smyrnensis) gathered around 1800 at Pondicherry, India, by George Cuvier, the father of the concept of extinction. Early before Christmas, it had been published on PNAS an assessment of cheetah (Acinonyx jubatus); the study reveals what anyone already suspected, that the remnant  7100 cheetah on the Planet are inexorably walking along the path of extinction.   Cheetah is a “protection-reliant species”: without human help it cannot cope with the other predators, poaching and habitat erosion. Many cats started dramatically declining when their fur became fashion goods. Spotted fur trade was extremely successful in triggering defaunation on the behalf of its intrisic capacity to amplify its effects. As Kent Redford argued in his remarkable work “The empty forest” (1992), trade engages many wild species, but it’s also able to shift from one other if market demands it  or supply chain encounters fluctuations on the base of intense offtake. The jaguar (Panthera onca) started to transform into coat at the end of Nineties, but in the Sixties of the last century too few jaguars remained and hunters moved to smaller cats: Leopardus wiedii (margay), Leopardus tigrinus (tiger cat) and Leopardus pardalis (ocelot). The survival of top predators, such as big cats are, depends on a negotiable principle, and that is space. But in the meantime he discusses how much room to give to animals, Homo sapiens displays also another one of his amazing skills he had been proving to have before Nature over time. It is the capacity for imposing silence, for making silence, for converting biological life into a majestic aphony. Superbly taxidermised, one Bubo nipalensis (Nepal’s owl) and one Harpia harpyia (the greatest hawk of the American continent) listen to the sweet chatter of some kids. They visit the museum with the grandparents for Christmas holidays. This silence stems from the same matrix of the shock the civil population in Germany experienced at the end of May in 1945. Suddenly waken up to himself, man has no concepts or representations to face what he did. Made unable to speak due to the destruction, in the mid of the Berlin’s waste dust, this human being cannot identify himself. But it’s his shadow to stun it, not a lack of awareness. Almost always, Homo sapiens knows well what he’s doing. But he continues to do it.

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At half past nine a.m. the Wannsee railstation is semi-desert. Train stopped in time, after sliding along kilometers of dry and bare woods. Elias Canetti wrote that German people has his natural root in the Northern forests, since pines and firs line up as soldats in an army unit. The strong attitude to obedience was one of the elements – the easest to be judged by winners in the aftermath of the war – that, slowly, brought Germany to a moral catastrophe and finally to Wannsee. Here, in an elegant lakeside villa, on the 20th of January 1942, some high officials and admistrators of the Reich and SS were called by Reinhardt Heydrich to plan the killing of all the European jews. Bus 114 runs along the lake; the driver is not sure of the stop . This “villa of the conference” seems not to have a certain place in the route he runs every day. He never payed attention to it, probably. But a sophisticated middle age woman who looks like Lauren Bacall told me to be comfortable, since I have to get off at the end of the line.

The constant show provided by social media detached us from the real dimensions of political and social apocalypse, that never occurs in an epiphanic event, but rather follows a syntomatic course for years. It’s hard to imagine a more ordinary spot than Wannsee to realize how genocide grew gradually in any interstices of the German civil life until the day Heydrich’s boots pace resounded on this driveway. It starts snowing now and the wind misshape the plastic posters hanged on the villa’s gate. They tell the past of Wannsee, when in the Thirties it was a holiday resort for Berliner wealthy families, even jew: Oppenheim, Langenscheidt, Springer, Fassbender, Lieberman, Baumgarten. Then, Wanssee was a nice place to rest, read good books, look at children playing in the garden. Much of the informations are available also in Hebrew; on the copybook where visitors record their impressions, many notes are in Ivrit. They are written in a rhytme of anxiety and determination. We’re still alive, these voices from the far Israel repeat, pretending rights their father were defrauded of. But also their contemporary voice weakens more and more, up to disappear, in the labyrinth of rooms in the museum the villa is today. And the voice changes its body, and it turns into a matt glass, foggy, edged with fixtures made of a white, dirty wood. Beyond it, young faces of women, boys, teenagers wait that an Einsatzgruppe organizes their shooting.

 

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A long, dark table captures the sight and leads it to outside, to the park trees. The windows allows you to breath, it is a cheap escape from the absolute violence marked by an heartbreaking simplicity that stops any effort to take notes. The perfect organization capacity of a modern burocracy, this is what Heydrich called around the lost table where proportions were made, quantitative factors were discussed, measures were taken. Reinhardt Heydrich was the devil of this simplicity. Out there, red brick houses in teutonic style seem standstill to the Thirties. A Kindergarten jumps out. The palisade of the building is bucolic and unpainful, the wood eroded by winter weather. An abandoned compound, closed to the Kindergarten, is lost in the woods, displaced, like the surprised sight of the bus driver who doesn’t know who’s Reinhardt Heydrich, who was the son of two musicians and yes, once upon a time ought to be a kid. Actually, kids create the space surrounding these spots of memories; they dig a trench between the past and us, a furrow in the land that isolate even more our ancestors from us. Kids keep our fathers separeted from any kind of “and then”, but so doing they make it closer. Kids donate to the present time the not-possibile-to-fill emptiness where we can aknowldege the ancestors, and the victims. Kids permit us to give a name to those who no longer exist.

The same thing happens to species threatened of extinction, Joshua Schuster says. Only when they are lost, they get a name. And if “love is love of a name, as Lacan believed, and if 100 hundred thousands years ago we humans were the species “that have not yet a name, but it has the capacity to name things”, as Elizabeth Kolbert assumed in her exploration of extinction, then the names of the victims, of the disappeared, of the lost forever, of the alone for the eternity to come (because they could not ask for anyone’s help who took their hand and told, i will never let they deport you) are our only seal, even so weak, on what has already gone. We can keep it only this way, by names. Since they’re extinct, we know and conserve and protect their names in the museums and in our neurons. The use of extinction, Guido Chelazzi understood, is since a lot of time a tool to perfom the possession of land, peoples and faunas encoded in our “primeval footprint”. That we were able to use it on an industrial scale between 1939 and 1945 should not surprise, but because the enormity of evil as a process fitting with the human historical enterprise that became evident in the Third Reich’s occurencies. Yes, it exists. Yes, it happens. Yes, at the beginning no one dares to give it its true name.

In a precise moment in the European history, despite the huge acceleration of the industrial production, space was a colletive experience. Eduard Gaertner grasped what space meant to his age. He didn’t know that it was about to vanish, but he depicted it in two paintings now at National Galerie, in front of the Bode Museum. Die neue Wache in Berlin (1833) and even better Unter den Linden (1852) show that space is needed to comprehend the presence of a landscape. On a golden background, architectural elements appeared lonely, while young couples, unaware of their own epoch, walk enjoying a privilege that now is gone. We cannot neither imagine how it is to have so much space all around. But the two paintings communicate also an unsuspicious anguish because of the tranquillity the people rest in. Hunger for space, at that time, produced the room where these people roam: architects designed wide, long avenues, the unconditioned symbols of the Prussian power, and of Europe. As these young couple hoped to have enough room to cultivate a dream of happiness (according to Saint Just’s political revolution), the world (forests, faunas, not European peoples) were fading away. Prussian omnivory for new territories pretended more Lebensraum, and took it. By force. In Africa.

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A snow storm hit the Museum der deutschen Geschichte, the museum of German history on the Unter den Linden. Many berliners seek a shelter in the café. Vienese chocolate chakes, apple pies, hot coffee mitigate the reckless frost in the early afternoon. An exhibition on the German colonialism in Africa is under way; it considers sistematically a page of the Wilhelm’s time that it’s used to be dismissed. Instead, it’s fundamental to understand how an overexploitation pattern – to death – of the not European populations ( the Herero in Namibia, for instance) had been fermenting for decades before to take the power at the collapse of the Weimar Republic. At the end of the Nineties, in Africa Germany occupied Togo, Cameroon, Namibia, Tanzania, Rwanda and Burundi. When the Great War was over, in the first number of the magazine “Die Arbeiter – Illustrierte Zeitung aller Laender” (1927) the journalist Willi Muenzberg called general Von Throtta’s acts in the Namibian desert “a war of exetermination”. In 1918 Britain tool over the control of the region and denounced the atrocities committed by Germans in a reverbative investigation, The Blue Book.

What really the German settlers and soldiers did to the civil population is shown by tens of photos: emaciated bodies starving to death (pursued by Germans to near extinction, says a t-shirt, a sort of contemporary artwork about the Namibian genocide). Between the two centuries the line marking whites and blacks was not only a racial policy, but also a mindset that helped putting order in the masters’ intentions: “Colonialism demanded clarity. Scientists classified humans according to races and tribes. By endeavouring to set and implement a clear line between rulers and the ruled, the colonizers continually reasserted their own identity”. To dominate, and make space, you must know who you are. And then, go straight ahead.

Colonialism not only destroyed the social and economic tissue of the African nations it invaded and haressed. Colonialism left beyond a halo of defeat, loss and irrecoverability that the German photographer Andréas Lang has been able to track catching the ghosts of an ancient past still effective in Cameroon, Congo and Central African Republic. It’s not easy to say about which kind of extinction his photos talk, yet they tell – in the absences at the centre of the picture – the definitive end of something, and someone. People, animals, villages, civilizations. The special exhibition of the extraordinary Andréas’ artwork – Kamerun und Kongo. Eine Spurensuche und Phantom Geographie – is in the new section of the Museum and completes a path of sickening and guilty the curators dedicated to German colonialism. The black and white stretch of a foggy river, a nude road heading to an hospital eyes cannot reach, some abandoned buildings in Akanolinga take visitor’s hand. Whispering, these photos bring him in the psychic underground that sustained the colonial barbarism. Neither human face, Andréas’ imagines say, can stay undamaged contemplating what we are able to do. So, a motionless astonishment, or a desperate inertia, are stuck on the faces of his portraits: a guardian in Cameroon, a student with a stripe-t-shirt and a pan to sift river sable, standing in a landscape empty of any kind of book or school buildings or classmates. And, first of all, the absolute loneliness of a gendarm in Nola, Central African Republic. There’s animals here as well in the hell of memories where you can no longer distinguish the name of who keeps you as an hostage or who took away everything and then vashined himself. In any of the country where Andréas travelled lion is functionally extinct. Yet, one woody lion controlls a chafferie entrance, in Cameroon. And a mountain of bones from big herbivores  – Slaughterhouse – breaks the vegetation uniformity. Cameroon and the other nations in the Congo Basin are the African countries where survival hunting (the so called bushmeat crisis) is the main driver of defaunation among tropical species. In this emptiness we finally find ourselves.

But, is the story really this way? If extinction is forever, do only the posterity’s words and the ancestors’ tracks remain? Do we have no other choice but to single out fossils or specimens? At the entrance hall of Wannsee villa, leaflets historically accurate about Hitler’s war of extermination are at public disposal. For the regime, Ian Kershaw wrote, Poland was a “racial damp”, and then Russia came, where the Einsatzgruppen shot dead hundreds of thousands of individuals. And the Russian steppes and their peoples damned to starve. Inside one of this little books I find a very blurred photo with a woman.

It is the 19 th of March 1944: Marija Makarowa Rytschankowa took the hands of her three children, Ivan, 6 years old, Fenja, 2 and Anja 4. They have been just freed from the Lager of Osaritischi, in the White Russia. The children are wrapped in blankets, Marija held the little Fenja, Ivan smiled. Even Marija’s existence, at a certain point, started running along one of those anonimous roads delving into the forest – Andréas Lang tracked them – toward almost-impossibile-to understand darknesses.

( More photos are available in the Italian version)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lebensraum, Berlino 2017

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How long is now? Si interroga un volto anonimo, esorbitante, disegnato a graffiti sul rettangolo bianco dell’edificio che fino a qualche anno fa era un rifugio per musicisti ed eccentrici da cultura del sottosuolo, e che ora aspetta di essere demolito, sulla Oranienburgerstrasse, a Berlino. Il bordo sbriciolato del muro, simile a un biscotto raffermo, ha una tonalità sinistra, ma non ostile. Quando sarà abbattuto farà spazio ad un nuovo presente, che durerà per un certo periodo, ricco di una sua illusione di eternità. In qualche modo, questo muro approssimativo parla già della sua estinzione, che in tedesco si dice Aussterben, morire del tutto o morire completamente. Il tocco della inesorabilità accompagna il prefisso aus, ricordando a chiunque pronunci questa parola che, sì, l’estinzione è per sempre. È gennaio a Berlino, e sotto un cielo incombente di neve questa domanda sembra raccogliere tutta l’angoscia di un presente chiamato Antropocene. Berlino è la città europea in cui interi programmi di estinzione sono venuti a galla non solo nella mente di gruppi politici criminali durante il Terzo Reich, ma, attraverso i loro delitti, nella coscienza di sé dell’umanità intera. Se c’è un posto in cui scendere nelle tenebre dell’estinzione, è Berlino.

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Berlino conosce l’estinzione. L’ha pianificata, attraverso le politiche di sterminio elaborate negli uffici dei ministeri del regime nazista, e l’ha anche subita. A fine aprile del 1945 l’avventura nichilista di Hitler ha ormai svelato la sua intrinseca verità: la Germania è distrutta. Si chiude così una parabola di civiltà europea, e della sua ambizione di grandezza, che, nel bene e nel male, proseguiva dal 1870. Egemonia continentale prussiana, borghesia coloniale in Namibia e Cameroon, la vita urbana come massima manifestazione del genio umano. Ricerca di spazio dappertutto, e in molti sensi. Berlino, dopo il 1945, non sarà mai più Berlino. Theodor Adorno pensava che la società di massa avrebbe finito con l’ingurgitare la cultura come un prodotto di scarto di qualcosa di più a buon mercato, e cioè l’intrattenimento. Berlino ha a tal punto assorbito la propria estinzione da farne una attrazione turistica: gruppi di stranieri affamati di dettagli live sul nazismo hanno appuntamenti prenotati via internet in punti specifici della città, pronti a dedicare quattro ore di cammino ai cosiddetti luoghi della memoria del potere del Terzo Reich, e del suo stato di polizia permanente. Cosa cercano davvero?

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In fondo alla Oranienburgerstrasse, il bulbo metallico della torre della televisione perde fascino non appena spunta sulla sinistra la cupola verde, moresca, bordata di ottone dorato, della Nuova Sinagoga. Risparmiata al pogrom della Notte dei Cristalli, oggi la sinagoga è sconsacrata, ma ricostruita almeno nella sua intelaiatura architettonica fondamentale. Il sole sta calando, le temperature sono gelide, e i tasselli rotondi del selciato sono lucidi di una umidità marrone mogano, antica, un po’ anni Trenta, come i pavimenti in legno scricchiolante degli appartamenti di lusso in Tucholskystrasse, con i loro ingressi austeri, gli intonachi color crema, i pavimenti in marmo e le scale in pietra. Alcune persone si fermano dinanzi al portone principale, leggono le targhe commemorative dei crimini impliciti nella sopravvivenza dell’edificio. Tutti, la sinagoga e le persone, sembrano impietriti in una sorta di afasia prelinguistica, in cui nessuno sa bene cosa dovrebbe dire, o se è rimasto qualcosa da dire. I residui del passato, i suoi fossili o le sue rovine, vengono prima o poi riassorbiti nella vita vissuta. Accade ovunque ci siano esseri umani, ed è accaduto anche qui. Folate di vento artico ti si infilano sotto il cappuccio del parka, e comprendi che accade perché la vita non passa, si consuma, ed è nel lavorio costante del consumarsi della materia organica, stagione dopo stagione, nascita dopo nascita, che tutto tira dritto. La atroce indifferenza del dopo. La legittima esuberanza dei nuovi.

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Qualche ora prima, sull’aereo, osservavo un paio di artropodi morti, ingialliti e rinsecchiti, rimasti intrappolati nell’intercapedine del finestrino. Molto tempo prima, dovevano essersi trovati nel posto sbagliato, in mezzo a materiali plastici che non c’entravano nulla con il loro codice genetico, e che facevano di loro delle creature inevitabilmente antiquate. La FAZ pubblicava quella mattina in prima pagina una notizia dall’impatto almeno pari agli attentati terroristici che hanno tenuto in pugno il Capodanno in Europa, e in Turchia: gli esseri umani hanno raggiunto la quota 7 miliardi e mezzo. L’aggiornamento della demografia umana si sovrappone con i numeri catastrofici, giunti lo scorso autunno, del Planet Index 2016 del WWF, che ci dice in modo non troppo brutale come se la passano i non umani sulla Terra. Nel nostro tempo recente (tra il 1970 e il 2012) le specie di vertebrati sono diminuite del 58%. Avanza la defaunazione, cioè l’assottigliamento numerico delle popolazioni animali, che dipende da una generalizzata e radicale perdita di habitat, necessaria a far posto al crescente numero di esseri umani, e al loro modo di produrre cibo, energia, vestiti. Mentre passavamo dalla Guerra Fredda alla caduta del Muro di Berlino e poi attraverso gli anni Novanta di Bill Clinton e del Protocollo di Kyoto  (1970-2012) le specie terrestri declinavano del 38%, quelle di acqua dolce dell’81% e quelle marine del 36%.

Se lo spazio sul Pianeta è senza dubbio limitato, i nostri piani di espansione territoriale sono invece sconfinati. Nel secolo scorso i tedeschi coniarono una parola per la fame di terre vergini con cui nutrire brame territoriali e culturali fuori scala, e cioè Lebensraum, spazio vitale. L’apertura, manu militari, delle regioni orientali, fin dentro le steppe dell’Unione Sovietica, per lasciare il campo alle fattorie dei coloni centro-europei di origine germanica. E alla generazione di giovani sotto shock, con le facce viola e grigie di un quadro espressionista diventato incubo di massa, dei protagonisti di Unsere Muetter, Unsere Vaeter (ZDF, 2013, trasmesso dalla Rai a gennaio 2014 con il titolo Generation War). La Vernichtungskrieg di Hitler faceva della geografia tra Europa ed Asia una questione di sopravvivenza dell’unico popolo che avesse il diritto di affermare se stesso sulla terra. Oggi Lebensraum è una parola lurida, eppure non ne esiste una migliore per connotare il collasso degli habitat e delle specie che devono cedere il passo dinanzi all’inarrestabile arrivo degli esseri umani. Il futuro della wildlife è una questione di spazio vitale, e solo di questo. Una constatazione che sta ben fissa anche nelle pagine de L’Origine delle specie di Charles Darwin, e che però ci mette, in fin dei conti, nella più imbarazzante delle posizioni. Dovremmo forse ritirarci?

L’artropode giallo raccontando la sua storia racconta pure la nostra: l’estinzione è una condizione dell’umano, così interrelata con i modi in cui la nostra specie ha preso possesso di ogni continente. Forse, lui non lo ha mai scoperto, eppure noi abbiamo amato costruire le plastiche che lo hanno soffocato. Forse, invece, noi lo abbiamo sempre saputo. E, forse, è per questo che abbiamo inventato le collezioni naturalistiche, quei giganteschi archivi di specie animali e vegetali che racchiudono la storia del Pianeta dal punto di vista di Homo sapiens. I trenta milioni di reperti che stanno nel Museum fuer Naturkunde di Berlino, sulla Invalidenstrasse, trattengono il passato estinto, ma rivendicano all’estinzione un posto d’onore nella parabola umana che in Germania ha mostrato i tratti più aberranti dell’umanità. Noi siamo questo, punto. Per tutte queste ragioni, mi pare, il Kaiser Guglielmo II sorrideva in faccia all’obiettivo nella fotografia in bianco e nero che i bookshop della metropolitana vendono ai turisti. Lui sì. Sapeva.

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La Schwarzer Weg è deserta, come lo Invalidenpark. Non sono ancora le nove, il cielo è sbattuto da folate di vento artico. Vortica attorno la percezione, allucinata, che non possa che esserci un inverno permanente e solido, a Berlino. Sul rivestimento in gomma sintetica del parco giochi rimangono ancora i bussolotti scoppiati dei fuochi del Capodanno, tacciono gli appartamenti di lusso a ridosso del Ministero dell’Economia e dell’Energia. Una tipica casa prussiana si nasconde dietro i cespugli di bacche rosse sulla Habersaathstrasse, e accanto a lei spunta una ciminiera fumante. Il potere fossile, quello cioè che abbiamo dedotto dai giacimenti di carbone e petrolio negli ultimi 150 anni, è stato il tassello finale nella conquista del Pianeta. Le collezioni naturalistiche nascono in Europa proprio in coincidenza temporale con il sorgere della Rivoluzione Industriale. Una relazione intima, dissoluta, congiunge la capacità di espansione di Homo sapiens e l’arguzia scientifica con cui egli comincia a collezionare esemplari di milioni di specie, che presto avranno il proprio Lebensraum solo nei musei.

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Al Nord, spesso lo sconforto dell’uomo si fa filosofia. Per Hegel, anche le cose brutte avevano una ragione, per quanto astuta e dissimulata. Questa consapevolezza della sfiga e della violenza, che la gente del sud avverte sempre nei grandi pensatori nordici, è invece un dialogo con se stessi e con lo stato delle cose, e cioè l’onnipresente gelo che sempre si accompagna, nelle faccende umane, alla scoperta della propria potenza. Qualunque supremazia ha come effetto collaterale la compressione dello spazio lasciato agli altri: i nemici, gli sconfitti, i dissidenti. A partire da Linneo, la tassonomia impone alle scienze naturali non solo l’obbligo della catalogazione, ma anche una nuova concezione dello spazio tra una specie e l’altra. La distribuzione delle specie in gruppi e famiglie anticipa soltanto l’ordinamento per derivazione che con Darwin organizza l’albero della vita secondo criteri reali, ma disegnati per la prima volta dall’uomo. Questo significa che, da un certo punto in avanti, le specie non hanno più soltanto il proprio habitat, posseggono anche una collocazione evolutiva disegnata sulle intuizioni scientifiche. Nelle collezioni naturalistiche questa nuova categoria di spazio, che non esisteva in Natura prima che l’uomo la estrapolasse dello stato delle cose, è particolarmente evidente. La caratteristica più importante di ogni museo di storia naturale è che le specie sono costrette a stare tutte insieme. Non è concesso spazio tra una specie e l’altra, se non quello artificioso delle vetrine e dei saloni. Mentre all’esterno gli animali appaiono – come nelle fotografie di Steven Gnam – nelle collezioni essi sono ammassati, costretti alla convivenza. Questi posti ci dicono in che modo abbiamo imparato a trattare la Natura: umzuhandeln, diceva Heidegger, avere a portata di mano gli animali, le piante, gli ecosistemi. Ma soprattutto ribadire che lo spazio che possiamo loro concedere sarà, d’ora in poi, deciso da noi. Estinto il tempo fuori del tempo in cui Uroghompus eximius e Stenophlebia amphitrite volavano in un mondo ancora puro di ogni sorta di coscienza che fosse in grado di pensare il Pianeta.

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Il gabinetto delle specie marine conservate in soluzione alcolica è in penombra, e sigillato in una grande stanza cui si accede attraverso una porta automatica. La temperatura è sotto i venti gradi. Fa di nuovo freddo. Decine di pesci, murene, squali giacciono sospesi nel liquido giallo che li protegge dal tempo come un amnios del terzo millennio. La forma dei vasi che li contengono li costringe a rimanere in posizione verticale. Ti aspetti qualcosa da loro, in fondo. Non sono imbottiti di paglia o ovatta o poliammide. Sono integri, i tessuti intatti e le viscere ancora al loro posto. Soltanto gli occhi tradiscono la morte, l’atto chirurgico del prelievo dai mari e dagli oceani. Un piccolo squalo martello galleggia nella propria morte con una sorta di agilità. Mi guarda attonito, congelato in una qualche dimensione lontanissima di cui non sospettava l’esistenza. Come tutto il resto nelle collezioni naturalistiche, ha finito col parlare un linguaggio completamente diverso dal suo, diluito nel sentimento di ingiustizia che ti prende alla gola davanti agli animali impagliati che dovrebbero testimoniare la stupefacente biodiversità del Pianeta. Queste specie hanno dovuto morire per poter diventare conoscenza accessibile agli esseri umani. Il sapere scientifico è cresciuto  sui reperti, i fossili, e la cattura negli spazi selvaggi. Zebre, tigri, giaguari, leoni sono protagonisti di un racconto robusto e dettagliato, che però prescinde totalmente dalla loro volontà. Perché nessuna specie sa di avere una storia.

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I felidi sono una delle famiglie di mammiferi che patisce le conseguenze più devastanti dell’impronta ecologica umana. Un ocelotto impagliato nel 1819, senza un occhio, fissa il nulla dentro una vetrina in cui un suo simile più recente volge la testa verso un alcione di Smirne (Alcedo smyrnensis) raccolto da Georges Cuvier, il padre del concetto di estinzione biologica, attorno al 1800 a Pondicherry, in India. Poco prima di Natale, la PNAS ha pubblicato il censimento dei ghepardi (Acinonyx jubatus), rivelando ciò che tutti già sapevano, e cioè che i rimanenti 7100 ghepardi del Pianeta sono inesorabilmente incamminati verso l’estinzione. Il ghepardo è ormai una “protection-reliant species”, cioè una specie che senza l’aiuto dell’uomo non può più reggere la competizione con gli altri predatori, l’attacco del bracconaggio, e l’erosione del suo habitat. Molti felini cominciarono a diminuire drasticamente perché le loro pellicce divennero beni di consumo. Soprattutto, il commercio di maculati si è dimostrato particolarmente efficace nell’innescare i processi di defaunazione in virtù della sua capacità intrinseca di amplificare i propri effetti.

Come già osservava Kent Redford nel suo celebre lavoro “The empty forest” (1992), il commercio non solo coinvolge diverse specie selvatiche, ma passa da un gruppo ad un altro al cambiare del mercato e in base alle fluttuazioni di disponibilità inevitabili quando il prelievo è massiccio. Il giaguaro (Panthera onca) prese a diventare cappotto a fine Ottocento, ma al giro di boa degli anni ’60 ne sono rimasti abbastanza pochi da indurre i cacciatori a spostarsi su gatti più piccoli: il Leopardus wiedii (margay), il Leopardus tigrinus (gatto tigre) e naturalmente il Leopardus pardalis (ocelotto). La sopravvivenza dei predatori di vertice come i grandi gatti dipende da un principio negoziabile, e cioè lo spazio. Ma mentre discute quanto territorio destinare agli altri, Homo sapiens esprime anche un’altra delle sue stupefacenti virtù di cui ha dato prova nei confronti della Natura.

La capacità di imporre il silenzio, di fare il silenzio, di trasformare la vita biologica in una superba afonia. Splendidamente tassidermizzati, un Bubo nipalensis (gufo del Nepal) e una Harpia harpyia (la più grande aquila del continente sud americano) ascoltano il dolce chiacchiericcio dei bambini che sono venuti a visitare il Museo con i nonni per le vacanze di Natale. Questo silenzio ha la stessa matrice dello shock della popolazione civile tedesca alla fine di maggio del 1945. Improvvisamente risvegliato a se stesso, l’essere umano non ha concetti o rappresentazioni da opporre al proprio stesso operato. Ammutolito dalla distruzione, in mezzo alla polvere di Berlino quest’uomo non si riconosce più. Ma è la sua ombra a stordirlo, non certo una carenza di consapevolezza. Quasi sempre, Homo sapiens sa bene quello che fa, ma continua a farlo.

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Alle nove e mezza di mattina la stazione ferroviaria di Wannsee è quasi deserta. Il treno si è fermato puntuale, dopo essere scivolato attraverso chilometri di boschi secchi e spogli. Elias Canetti scrisse che il popolo tedesco ha la sua radice naturale nelle foreste del Nord, perché i pini e gli abeti stanno allineati l’uno accanto all’altro come i soldati di un battaglione. L’attitudine all’obbedienza fu uno degli ingredienti, di certo il più comodo per i vincitori da giudicare post eventum, del lento progredire della catastrofe morale che condusse qui a Wannsee, dove in una sobria ed elegante villa sul lago, il 20 gennaio del 1942, un gruppo di alti ufficiali ed amministratori del Reich e delle SS vennero convocati da Reinhardt Heydrich per pianificare l’omicidio di tutti gli ebrei d’Europa. L’autista dell’autobus numero 128 che costeggia il lago non è ben sicuro della fermata, perché non è certo che questa “villa della conferenza” abbia un posto nel tragitto che percorre ogni giorno. Non ci ha mai prestato attenzione, probabilmente. Ma una sofisticata donna di mezza età che assomiglia a Lauren Bacall mi dice di rimanere comoda, perché devo scendere a capolinea.

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Lo spettacolo permanente garantito dai social media ci ha disabituati alla reale dimensione delle apocalissi politiche e sociali, che non avvengono mai in una esplosione epifanica, ma hanno piuttosto un andamento sintomatico per anni. Difficile immaginare un luogo più normale di Wannsee per rendersi conto di come il genocidio crebbe in ogni interstizio della vita civile tedesca piano piano, fino al giorno in cui il passo degli stivali di Heydrich risuonò su questo viale d’ingresso. Comincia a nevicare e il vento deforma i poster plastificati appesi lungo il cancello della villa che raccontano di come questa località balneare ospitasse negli anni Trenta una folta comunità di facoltose famiglie, anche ebraiche: Oppenheim, Langenscheidt, Springer, Fassbender, Lieberman, Baumgarten. Wannsee era un bel posto per riposare, leggere buoni libri, osservare i propri bambini giocare sul prato. Molto del materiale informativo disponibile è anche in ebraico, e numerose note in ivrit si susseguono con ansia e determinazione sul quaderno dove i visitatori lasciano le loro impressioni. Siamo ancora vivi, ripetono queste voci dal lontano Israele, rivendicando il diritto che ai loro padri venne strappato. Ma anche la loro voce contemporanea si affievolisce, fino a scomparire, nel dedalo di stanze del museo che è oggi la villa. E cambia corpo, e diventa un vetro opaco, nebbioso, bordato di infissi in legno bianco sporco, dietro il quale i volti di giovani, donne, adolescenti sono in attesa che una Einsatzgruppe organizzi la loro fucilazione.

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Un lungo tavolo scuro conduce lo sguardo verso l’esterno, sugli alberi del parco. La finestra fa respirare, via di fuga a buon mercato in mezzo alla constatazione di atti di una violenza assoluta, e tuttavia di una semplicità operativa che mozza il fiato e impedisce ogni tentativo di prendere appunti. La capacità organizzativa di una burocrazia moderna, ecco che cosa Heydrich riunì attorno al tavolo oggi scomparso su cui si fecero delle proporzioni, si tenne conto di certi rapporti quantitativi, si presero le misure. Reinhard Heydrich fu il demonio di questa semplicità.

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Fuori, le case a mattoni rossi in stile teutonico sembrano ferme agli anni ’30. Un Kindergarten spunta dal nulla, con la sua palizzata rustica e indolore, di legno eroso dalle intemperie invernali. Un complesso di caseggiati quadrati in disuso, di fronte, con le finestre intatte ma buie come occhi senza pupille, è perso nel bosco, inglobato nel consumarsi del tempo, sperduto, ormai fuori posto, come lo sguardo attonito del baffuto autista di autobus che non sa chi sia Reinhard Heydrich, che era figlio di musicisti e un giorno deve pur essere stato un bambino. Sono i bambini  a fare spazio tutto attorno a questi luoghi della memoria, scavando una trincea tra il passato e noi, un solco nella terra che sempre di più isola gli antenati da noi, da un qualunque “e poi”, e però ce lo rende anche vicino. I bambini donano al tempo presente questa distanza incolmabile senza il cui vuoto non potremmo riconoscere gli antenati, e neppure le vittime. Sono i bambini a darci il permesso di dare un nome a chi non esiste più.

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Succede la stessa cosa alle specie in via di estinzione, sostiene Joshua Schuster. Solo quando sono perdute, allora acquistano un nome. E se “amore è amore di un nome”, come diceva Lacan, e se noi umani eravamo, centomila anni fa, l’unica specie che non aveva un nome ma poteva darne uno a tutte le altre, è questa la ricostruzione di Elizabeth Kolbert nella sua esplorazione sull’estinzione, allora i nomi delle vittime, degli scomparsi, dei perduti per sempre, dei soli per l’eternità (perché non ebbero nessuno accanto che li prese per mano dicendo, non lascerò che ti portino via), sono il nostro unico sigillo, la nostra unica presa – pur così debole – su quanto è già stato. Conosciamo e custodiamo e proteggiamo, nei musei, dentro i nostri neuroni, i loro nomi, perché sono estinti. L’uso dell’estinzione, lo ha intuito Guido Chelazzi, è da molto tempo uno strumento di appropriazione della terra, degli uomini e delle faune inscritto nella nostra “impronta originale”. Che ne siamo stati capaci su scala industriale tra il 1939 e il 1945 non dovrebbe sorprenderci, se non fosse per l’enormità, resasi evidente nei fatti del Reich, del Male come processo implicito nella matrice storica umana. Sì, esiste. Sì, avviene. Sì, all’inizio nessuno osa dargli il suo vero nome.

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C’è stato un momento nella storia europea in cui, nonostante la formidabile spinta in avanti della produzione industriale borghese, lo spazio era una esperienza collettiva. Eduard Gaertner colse questo tratto epocale, senza sapere che fosse in via di disfacimento, in un paio di tele a olio che oggi sono alla National Galerie, di fronte alla cupola del Bode Museum. Die neue Wache in Berlin (1833) e ancor di più Unter den Linden (1852) sono l’esemplificazione di quanto lo spazio sia indispensabile per accorgersi di ciò che sta attorno. Gli elementi architettonici appaiono in una solitudine sfumata sul giallo, mentre coppie ignare della propria epoca passeggiano godendo di un privilegio che oggi non immaginiamo neppure più. Una insospettabile angoscia sfugge da questi due quadri a causa della serenità stessa in cui le persone che vi si muovono danno l’impressione di sostare. La fame di spazio creava lo spazio delle loro passeggiate: gli architetti disegnavano grandi viali, lunghi e arieggiati, simboli inconfondibili della potenza della nazione prussiana, e dell’Europa. E mentre queste persone si illudevano di avere abbastanza spazio per poter coltivare un qualche sogno di gioia personale (dando corso alla rivoluzione politica di Saint Just), era lo spazio del mondo (le sue foreste, le sue faune, le sue genti non europee) a morire. L’onnivoria territoriale prussiana voleva più Lebensraum, e se lo prese con la forza. In Africa.

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Una tempesta di neve si abbatte sul Museum der deutschen Geschichte, il museo della storia tedesca sull’Unter den Linden. Molti berlinesi si sono rifugiati nella caffetteria. Torte viennesi al cioccolato, crostate di mele, caffè bollente mitigano il gelo implacabile del primo pomeriggio. È in corso una mostra sul colonialismo in Africa che ripercorre, per la prima volta in modo sistematico, una pagina del periodo guglielmino di solito messa sotto chiave, e invece fondamentale per comprendere come un certo schema di sfruttamento – fino alla morte – delle popolazioni non europee (gli Herero della Nambia, ad esempio) sia fermentato per decenni prima di prendere il potere al crollo della Repubblica di Weimar. In Africa, a fine Ottocento, erano tedeschi il Togo, il Cameroon, la Namibia, la Tanzania, il Rwanda e il Burundi. A Grande Guerra conclusa, il giornalista Willi Muenzberg, sul numero inaugurale della rivista “Die Arbeiter – Illustrierte Zeitung aller Laender” (1927), definiva le imprese di Von Throtta nel deserto namibiano “una guerra di sterminio”. Anche le autorità britanniche, che nel 1918 avevano assunto il controllo della regione, denunciarono le atrocità commesse dai tedeschi in una inchiesta che fece clamore, il Blue Book. Che cosa effettivamente i coloni e i militari tedeschi fecero alla popolazione civile lo dimostrano le decine di fotografie della esposizione, che mostrano corpi emaciati di prigionieri che stanno morendo di fame (pursued by Germans to near extinction, sintetizza una t-shirt, opera d’arte contemporanea sul genocidio namibiano). Ma al volgere del secolo la linea di demarcazione tra bianchi e neri non era solo una politica razziale, bensì una forma mentale che aiutava a mettere ordine nelle intenzioni dei padroni: “Colonialism demanded clarity. Scientists classified humans according to races and tribes. By endeavouring to set and implement a clear line between rulers and the ruled, the colonizers continually reasserted their own identity”. Per poter dominare, e farti spazio, devi sapere chi sei. E poi, ancora una volta, tirare dritto.

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Il colonialismo non ha solo distrutto il tessuto sociale ed economico delle nazioni africane invase e aggredite. Il colonialismo si è lasciato alle spalle un alone di sconfitta, di perdita, di irrecuperabilità che il fotografo tedesco Andreas Lang è riuscito a fotografare catturando i fantasmi di un passato remoto che ancora aleggiano in Cameron, Congo e Repubblica Centrale Africana. Le sue foto non è chiaro di quale estinzione parlino, eppure senza dubbio raccontano – nelle assenze che ingombrano le inquadrature – la fine definitiva di qualcosa, e di qualcuno. Uomini, animali, villaggi, civiltà. La special exhibition dello straordinario lavoro di Andreas – Kamerun und Kongo. Eine Spurensuche un Phantom Geographie – sta nella parte nuova del Museo e completa il percorso di nauseante dolore e senso di colpa che i curatori hanno dedicato al colonialismo tedesco. Il tratto di un fiume nebbioso in bianco e nero, una strada spoglia che conduce ad un ospedale che l’occhio non riesce a raggiungere, alcuni edifici abbandonati ad Akonolinga prendono per mano lo spettatore e lo portano sussurrando nel centro del sottosuolo psichico che ha motivato la barbarie coloniale. Nessun volto umano, dicono le foto di Andreas, può rimanere indenne dinanzi a ciò di cui noi siamo capaci. E allora uno stupore immobile, o una disperata inerzia, sono appiccicati sulle facce dei suoi ritratti: una guardia in Cameroon, uno studente, sempre in Cameroon, con una t-shirt a righe e in mano una padella per la raccolta della sabbia da costruzione lungo il corso del fiume, in piedi davanti ad un contesto senza libri, edifici, compagni di classe. E soprattutto, la solitudine assoluta di un militare davanti a ciò che resta di una caserma nella Repubblica Centro Africana. Ci sono anche gli animali, alla fine, in questo inferno dei ricordi in cui non si riesce più a distinguere il nome di chi ti tiene in ostaggio, di chi si è preso tutto per poi scomparire anche lui. In ognuno dei Paesi in cui Andreas ha viaggiato il leone è estinto. Eppure, un leone in legno piantona l’ingresso di una Chefferie, in Cameroon. E una montagna di ossa di grossi erbivori – Slaughterhouse – rompe la monotonia della vegetazione. Il Cameron, insieme alle altre nazioni del Congo Basin, è una delle regioni africane dove la caccia di sussistenza (la cosiddetta bushmeat crisis) è oggi il principale fattore di defaunazione delle specie tropicali. In questo vuoto troviamo infine noi stessi.

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 Ma è davvero tutto qui? Se l’estinzione è per sempre, non rimangono che le parole dei posteri e le tracce degli antenati? Non possiamo scegliere nulla se non i fossili e i reperti? All’ingresso della villa di Wannsee sono disponibili opuscoli sulla guerra di sterminio di Hitler estremamente accurati dal punto di vista storiografico. La Polonia, che per il regime, come scrisse Ian Kershaw. era una “discarica razziale”, la Russia, dove le Einsatzgruppen fucilarono centinaia di migliaia di persone. E le steppe russe, e le loro popolazioni condannate a morire di fame. Su uno di questi libretti sta una fotografia, molto sfuocata, che ritrae una donna, Marija Makarowa Rytschankowa, il 19 marzo 1944. Marija tiene per mano i suoi bambini, Ivan, che ha sei anni, Fenja di 2 e Anja di 4. Sono stati appena liberati dal lager di Osaritischi, nella Russia Bianca. I bambini sono avvolti in coperte, Marija tiene in braccio la piccola Fenja, Ivan sorride. Anche la sua di esistenza a un certo punto ha preso una di quelle strade anonime che si inoltrano nella foresta – Andreas Lang le ha rintracciate – e che portano verso tenebre di quasi impossibile decifrazione.

 

Oxford, Cecil Summit : il destino del leone è irreversibile ?

Si è tenuto ieri 7 settembre alla Blavatnik School Of Governement il public event inaugurale di uno workshop  dedicato al futuro del leone – Cecil Summit – organizzato dal WildCru di Oxford, il gruppo di ricerca che seguiva Cecil da anni nel parco nazionale Hwange, nello Zimbabwe. Il summit raccoglie fino al 9 settembre 30 esperti di ogni disciplina ( economisti, ecologi, filosofi, biologi) impegnati a discutere il passaggio di livello indispensabile nelle politiche di conservazione del leone africano. A sostenere l’iniziativa con forte convinzione c’è Panthera, il network internazionale con base a New York che annovera alcuni tra i migliori progetti sul campo per la protezione dei grandi felini del pianeta. Al public event partecipavano due personalità di primissimo livello negli studi sui leoni e cioè, appunto, Luke Hunter presidente di Panthera  e Craig Packer della Minnesota University, probabilmente l’uomo che oggi meglio conosce il leone e il Serengeti.

La domanda attorno a cui ruotava l’incontro pubblico era sostanzialmente questa: considerato che oggi abita solo l’8% del suo range originario, il destino del leone è ormai irreversibile ? L’enorme espansione mediatica della storia di Cecil ha segnato probabilmente un momento cruciale nella esposizione mediatica del leone, che non è però sufficiente a garantirne la sopravvivenza come specie. Il workshop ha perciò focalizzato l’attenzione del pubblico su alcuni punti fondamentali, su cui neppure gli esperti hanno risposte univoche, ma che ci inchiodano alla devastante realtà che il tempo sta scadendo : solo un secolo fa i leoni africani erano 200mila, oggi sono 20mila.

David Macdonald, presidente e fondatore del WildCru, ha insistito sulla responsabilità che tutti hanno in questo frangente storico di cambiare le strategie di conservazione del leone. L’obiettivo è accrescere le nostre conoscenze sulle popolazioni rimaste ( estremamente frammentate ) per capire i trend demografici. I dati raccolti da Panthera nel centro, nel sud e nell’ovest del continente confermano che il bushmeat, la caccia di carne selvatica a scopo alimentare ad opera delle comunità locali, rappresenta una crisi distruttiva e permanente ovunque, con una particolare gravità e incidenza nel bacino dello Zambesi. Zambia e Angola, come documentato da recenti ricerche di Steve Boyes per la Society ( National Geographic ) e Vincent Nijman, esperto di wildlife trade della University Of Liverpool, sono al centro di questo fenomeno che non impatta più solo sui primati dell’Africa occidentale e dell’Albertine Rift, ma anche sui leoni. Semplicemente, ci sono sempre meno prede.

In Africa le aree protette con più di 1000 leoni sono solo 6, almeno 16 quelle in cui, secondo Luke Hunter, si potrebbe estendere la protezione giuridica in modo da ampliare lo spazio disponibile per la specie e soddisfare quella che a suo dire è ancora una notevole capacità di carico degli ecosistemi africani. Un milione almeno di chilometri quadrati potrebbero servire per questo scopo. Su questo ragionamento si è innestata però la riflessione straordinariamente pragmatica di Craig Packer che da trenta anni studia i leoni del Serengeti, un sostenitore delle aree cintate (fenced). Packer ha ricordato senza tanti complimenti che servono miliardi di dollari per proteggere i leoni nei sistemi a savana e “probabilmente per sempre “. Lo spazio costa moltissimo in un continente afflitto dalla povertà che sta dando in concessione terre fino a pochi anni fa considerate marginali a ispezioni minerarie di verio genere, un continente in cerca di un riscatto sociale che non possiamo ignorare. I leoni però sono anche la condizione primaria per il funzionamento essenziale degli ecosistemi africani: senza di loro collasserà l’intero habitat.

Non si possono quindi ignorare due questioni fondamentali. La prima è la demografia umana : secondo le nazioni unite entro il secolo ci saranno in Africa 4 miliardi in più di persone. La seconda : il sistema di aiuti uscito come visone di economia e conservazione sostenibile  dal summit di Rio del 1992 è superato perché inefficace. Le comunità locali chiedono un maggiore coinvolgimento lamentando ancora la cosiddetta ideologia della conservazione che privilegia gli animali a scapito degli esseri umani. Ma la comunità internazionale deve prendersi, tutta, l’onore della sopravvivenza di questa specie: bisogna investire insieme, finanziare insieme, cioè in modo partecipato e moralmente condiviso.

Rory Stewart, ministro per lo sviluppo internazionale del governo May, personaggio carismatico, ha insistito sul valore simbolico, culturale del leone:”siamo fortunati ad averlo” ha detto aggiungendo che la portentosa bellezza della specie motiva i finanziatori e dovrebbe convincerci che in gioco c’è in fondo anche una parte di noi stessi.

Se c’è una lezione che Cecil ha impartito è che il leone africano non è più un affare coloniale, in qualche modo. Non appartiene più al design dell’Africa della Blixen. Ma non è neppure solo affare africano. Il leone è “un nostro patrimonio comune”  e come tale va protetto.