Un profugo al Grant Museum di Bloomsbury, Londra 


Ci sono tanti modi per essere dei profughi. Gli esiliati dalla propria terra natale a causa di conflitti armati e guerre civili, come la gente della Siria che è arrivata in Europa negli ultimi due anni, e poi però ci sono anche i profughi dell’anima, che passano la vita a vagare per il mondo, spaesati e disorientati nonostante il successo personale, l’affermazione sociale e un affidabile passaporto. E’ stato Winfried Sebald a individuare questa nuova figura di profugo antropocenico, fino a farne un leitmotiv della sua opera in generale, ma soprattutto nel suo romanzo Austerlitz ( Adelphi, 2002) di cui si è parlato in modo inedito a Londra lo scorso 23 novembre nel contesto scientifico del Grant Museum, a Bloomsbury, all’interno del palinsesto dello Being Human Festival. L’edizione 2017 della manifestazione voluta e ideata dalla UCL di Londra era appunto dedicata alla condizione di profugo nella nostra Europa attuale. Il Grant Museum di Gower Street è il più antico museo di storia naturale rimasto a Londra, uno dei più preziosi d’Inghilterra, perché porta il nome del primo “padre spirituale” di Charles Darwin e perché contiene una vastissima collezione di scheletri di specie tropicali ed euroasiatiche. Il Grant è sostanzialmente un museo di ossa, dove la “natura morta” (dead nature non meno che still nature) che sta a fondamento delle scienze naturali, e della tassonomia, espresse, due secoli fa, la sua vocazione globale, insaziabilmente saccheggiatrice, moderna. E’ su montagne di ossa che abbiamo conosciuto ciò che sappiamo delle faune della Terra, e quindi di noi stessi. Se dunque si è parlato di Austerlitz al Grant è perché, come spiega Meredid Puw Davies della UCL, “natural history is a key motivation in the novel”. 

Austerlitz è un architetto brillante, insegna all’università e ha uno studio a Bloomsbury. I suoi studi comprendono peregrinazioni apparentemente sconnesse per l’Europa continentale, alla ricerca di edifici dalla pianta eccentrica e onirica, bastioni militari disegnati per non essere mai sconfitti da un assedio, stazioni ferroviarie consumate dal transito di milioni di individui, cortili di case rimaste intatte nel tempo lungo della catastrofica storia europea del XX secolo. Austerlitz vive come un profugo anche se è cresciuto in Inghilterra; la sua vita è “organizzata solo in modo provvisorio (…) nell’incapacità di fermarsi su preliminari di qualsiasi genere”. Qualunque cosa lo impegni mentalmente suscita in lui la sensazione “dell’isolamento, di non avere più terreno sotto i piedi”. Austerlitz conduce una esistenza che assomiglia ad un reperto in un museo di storia naturale: è stata, ma in un luogo e in un tempo che non ha più cittadinanza, e che tuttavia lo determina nei suoi tessuti vitali. L’intero romanzo di Sebald può essere letto come una metafora dell’estinzione. Estinzione naturale, psicologica, affettiva. L’analogia tra i reperti del Grant Museum e la desertificazione emotiva prodotta da un trauma sepolto nell’inconscio è potente: “Nel museo ci sono anche specie dimenticate. E’ una sorta di mondo utopico, i cui protagonisti sono estinti e incapsulati nella collezione”, osserva Meredid Puw Davies, aggiungendo che “i reperti sono un simbolo del pensiero umano”. Come la Davies ricorda al telefono da Londra sono del resto i reperti animali a mettere in movimento la decostruzione cognitiva che affligge Austerlitz all’inizio del romanzo e che in estenuanti colloqui con il narratore lo condurrà alla verità su se stesso. Durante un soggiorno a Parigi per motivi di studio, Austerlitz visita il Museo di Medicina Veterinaria di Maisons-Alfort:
“All’interno del museo, sullo scalone dalle armoniose proporzioni e nelle tre sale del primo piano, non incontrai anima viva, e tanto più inquietanti mi parvero allora, nel silenzio esaltato dallo scricchiolio del parquet sotto i miei piedi, i preparati raccolti nelle vetrine che quasi giungevano al soffitto e risalivano in genere alla fine del XVIII secolo o all’inizio del XIX: riproduzioni in gesso della dentatura dei più diversi ruminanti e roditori, calcoli renali grandi come bocce per il gioco dei birilli, e altrettanto perfettamente sferici, che erano stati trovati nei cammelli dei circhi; un maialino vissuto solo poche ore, in sezione trasversale, i cui organi erano stati resi trasparenti mediante un processo chimico di diafanizzazione e che adesso, come un pesce degli abissi destinato a non vedere mai la luce del giorno, era lì sospeso nel liquido che lo avvolgeva; il feto azzurro pallido di un cavallo, sotto la cui pelle sottile il mercurio, iniettato nel reticolo venoso per ottenere un migliore contrasto, aveva formato sgocciolando un disegno simile ad arabeschi di ghiaccio; crani e scheletri delle più diverse creature, interi apparati intestinali in formaldeide, organi patologicamente deformati, cuori atrofici e fegati gonfi, alberi bronchiali in certi casi alti tre piedi che, nelle loro ramificazioni calcificate color ruggine, ricordavano strutture coralline; così come, nel reparto teratologico, tutte le mostruosità possibili e immaginabili: vitelli bifronti o con due teste, un essere umano – nato a Maisons-Alfort il giorno in cui l’imperatore partì per l’esilio a Sant’Elena -, al quale le gambe erano cresciute attaccate l’una all’altra conferivano un aspetto da sirena, una pecora con dieci zampe e creature spaventose, poco più che un brandello di pelliccia, un’ala deforme o un mezzo artiglio. Ma di gran lunga più sconvolgente fra tutte, disse Austerlitz, era la figura a grandezza naturale – che si poteva vedere in una vetrina in fondo all’ultima sala del museo – di un cavaliere, al quale l’anatomista e imbalsamatore Honoré Fragonard, giunto all’apice della sua fama nel periodo successivo alla Rivoluzione, aveva tolto con somma perizia la pelle, di modo che, nei colori del sangue coagulato, si delineava perfettamente nitido, insieme con le vene azzurre, con i tendini e i legamenti giallo ocra, ogni singolo fascio di muscoli tesi sia del cavaliere sia del cavallo”.

(Photo credit: Lilian Gergely)

La visita al museo scatena in Austerlitz una sorta di black out psicologico, ossia “il primo di quegli svenimenti, uniti alla scomparsa temporanea di ogni traccia mnestica” che la medicina degli anni ’70 ancora definiva “epilessia isterica”. Austerlitz viene ricoverato alla Salpetrière. Ed è Marie, la donna che lo amava e che lui non è riuscito a ricambiare, che lo assiste in questo attraversamento del labirinto dei ricordi simili ad una orripilante collezione naturalistica. Lungo l’intera esistenza di Austerlitz, i reperti svolgono una funzione di intermediazione con il mondo sepolto che il giovane e poi l’uomo adulto porta nascosto dentro di sé: a quattro anni, sull’orlo dell’occupazione nazista di Praga, la madre Agàta (la famiglia era ebrea) era riuscita a farlo partire alla volta della salvezza in Inghilterra in un convoglio speciale di bambini. Cresciuto da una coppia di rigidi pastori protestanti nel Galles, Austerlitz prende casa a Londra in Alderney Street ed è in questa casa ordinata, spoglia, la tipica casa inglese a due piani con un minuscolo giardino, che i suoi fantasmi prendono corpo, come le falene ormai secche e spente che custodisce in piccole scatole addormentate nel tempo della sua infanzia:

“Trascorso ancora un quarto d’ora, o forse una mezz’ora, al guizzo uniforme delle fiamme azzurre sul fornello a gas, Austerlitz si alzò in piedi, dichiarando che sarebbe stato senz’altro meglio se io avessi trascorso la notte sotto il suo tetto: mentre ancora parlava, già mi precedeva su per le scale conducendomi in una stanza quasi del tutto sgombra come quella al pian terreno; faceva eccezione una specie di lettino da campo, aperto e accostato alla parete, che aveva due manici alle estremità e perciò ricordava una barella. Vicino al letto c’era una cassetta di Chateau Gruaud-Larose con uno stemma nero marchiato a fuoco e, al di sopra, nel debole chiarore di una abat-jour, c’erano un bicchiere, una caraffa d’acqua e una radio d’altri tempi nella sua cassa di bachelite marrone scuro. Austerlitz mi augurà buon riposo e si chiuse garbatamente la porta alle spalle. Io mi avvicinai alla finestra, guardai fuori Alderney Street deserta, mi voltai di nuovo verso la stanza, mi sedetti sul letto, slegai i lacci delle scarpe, riflettei su Austerlitz, che adesso sentivo muoversi nella camera lì accanto, e poi, levando ancora una volta lo sguardo, vidi nella penombra sulla mensola del camino una piccola collezione di sette scatole di bachelite diverse tra loro per forma, alte non più di due o tre pollici, ciascuna delle quali, come risultò quando le aprii in successione e le misi sotto la luce della lampada, conteneva i resti mortali di una delle tignole che, come mi aveva raccontato Austerlitz, erano giunte in quella casa alla fine della loro vita. Ne esumai una dal suo contenitore – era un essere senza peso, color avorio, con le ali ripiegate e di una materia intessuta non si sa come – e la posai sul palmo della mano destra rivolto verso l’alto. Le zampe, raccolte sotto il tronco coperto di squamette d’argento, come nell’atto di saltare un ultimo ostacolo, erano così sottili che quasi non riuscivo a distinguerle. Anche le antenne, che si slanciavano al di sopra dell’intero corpo, tremavano ai limiti della visibilità. Facilmente individuabili erano invece gli occhi nerissimi, un poco sporgenti dalla testa, che io studiai a lungo prima di calare di nuovo nel suo angusto sepolcro quello spirito notturno, morto probabilmente già da anni, ma non ancora sfiorato da alcun segno di decomposizione”. 

Questi insetti assomigliano a dei fossili di sentimenti che non hanno più luce. Simboli, come sostiene la Davies, “della mortalità e della vulnerabilità”; sono i reperti, animali perduti, estinti, tassidermizzati, a condurre verso il passato di Austerlitz, a rendere possibile il viaggio e consistente il ricordo.  


Ma la vastità del carattere di Austerlitz sta nel fatto che la sua esperienza di profugo – “non potrà mai più tornare indietro”, sottolinea la Davies – assume le tonalità universali dell’individuo di successo che è nondimeno un perenne espatriato, sconosciuto a se stesso. Il passato è per lui una forza invasiva ed eversiva: vive uno schema di estinzione psicologica – Austerlitz non riesce a ricambiare l’amore della giovane collega Marie de Verneuil pur desiderandolo – che lo vincola, pur non impedendone i movimenti. Vaga per Londra di notte, traendone forse un conforto medicamentoso, così come vaga da un libro ad un altro, da una tazza di tè ad un’altra, da una amnesia all’altra, da un corso universitario al successivo. Del resto, in queste passeggiate infinite, per Davies “c’è anche una affinità con la Londra di oggi, così multilingue, così multiculturale” che è anche la megalopoli della solitudine descritta puntualmente dal quotidiano The Guardian. 
Il ritorno a Praga, all’infanzia nella casa dei genitori sulla Sporkova, comincia per Austerlitz con una improvvisa perdita della lingua inglese. Meredid Davies: “C’è qui una questione, è possibile, sull’estinzione linguistica. Una lingua può tornare indietro? Il linguaggio può cambiare direzione? Nel romanzo è essenziale per recuperare una sorta di mappa che a sua volta permette di ritrovare gli oggetti che redimono”. E infatti, nei sogni, i genitori di Austerlitz gli parlano nel “linguaggio misterioso dei sordomuti”. E di nuovo, al ritorno a Praga dalla città di Terezin dove la comunità ebraica praghese venne rinchiusa in attesa di partire per i campi di sterminio polacchi, Austerlitz piomba in un sonno lunghissimo in cui gli animali prendono per mano i suoi ricordi ora ricomposti: “continuai a vedere l’occhio di vetro dello scoiattolo e le orecchie di Agàta e Vera mentre trascinavano la slitta carica di bagagli”, perché da piccolo sempre al principio dell’inverno con Vera Austerlitz andava ad osservare gli scoiattoli raccogliere le loro provviste nel giardino di Schönborn. 

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Lagos, a story of disappearance by Andréas Lang – a conversation

 

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Lagos, a story of disappearance by Andréas Lang is a journey to the ultimate consequences of human enterprise on Earth. At a first glance, the vanishing, colonial past of Lagos is made of the clues slave trade left in city architecture; but afterward it becomes evident that its memory is wrapped into the daily life struggle of people. This happens in more than an aspect the sophisticated view of Andréas Lang discovered with a subtle and unconscious exploration of meanings. Where history meets the present Andréas unveils the very face of brutal exploitation, a sort of extinction – the total loss of historical identity – that is also a psychological exile.

Indeed, Andréas’ sensibility in telling Nigeria’s heritage, and arguably colonial legacy, reminds me of a pass of Beloved the masterpiece by Toni Morrison. In a rough translation it sounds so: places are always there. If a house burns, it disappeares, but the place – the image of the place – persists, and not only in memory but also in the world. What we can remember, Toni Morrison says, is an image swaying in our brain, and in front of our eyes. Colonialism is a footprint, just the same of carbon dioxide in the atmosphere or defaunation in the tropical forests all around Nigeria.  And if you’re brave enough to face the demons of the past, you realize that footprint is a restless vestige which takes future hostage. But Lagos Disappearance explores the footprint and shows how time and oblivion are real forces; time, indeed, is a power that shapes, or disintegrates, our human capability to cope with, to react. No one better than Friedrich Hoelderlin might give the meaning of it: “Doch, uns ist gegeben auf keiner Staette zu ruhn. Es schwinden, es fallen die leidenden Menschen, blindings von einer Stunde zur andern. Wie Wasser von Klippe zu Klippe geworfen, Jahr lang ins Ungewisse hinab”.  Being geworfen is the current status of humanity in Anthropocene’s new colonialist age marked by the anonymity of exploitation. So, this is a conversation about Lagos, and us.

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Andréas – It shows all the layers in Lagos. It looks like a mountain (the city landscape). It has an aestethic beauty for me. The story of the past and the story of the present, the sense of deception along with the ambulatory trait of African cities: the stones, the trash, some bowls and trees; and then, in the corner, you see the colonial building dated back to British times with its charachteristic peach color wall. Trash is always present in Africa. These pieces of civilization all around immediately connected with pollution and destruction. They’re very visible in Africa both in the urban and in the rural landscape. Even in natural enviroments wherever there’s a human settlement you immediately realize that something different is going on; you can detect the effects of civilization through plastic bags. Plastic shopping bags are free and if you buy only a banana, sellers give you one. Usually, people have no consciousness of environmental implications because survival on a daily base is a so imminent driving force. So, plastic is a part of urban and rural landscape.

Elisabetta: In some ways, plastic, too, is a foreign thing, an imported one, a colonial object now widespread. Plastic is a capitalistic object. You always pull the observers to think about the real nature of objects taken for granted. Objects are not always the same. Some of them are only Plunder, others are Altware, said G.W.Sebald who thought that Gottfried Keller described the golden age of a time when human relationships were not yet regulated by money.

Heinrich der Gruene, Sebald reports, was used to spend time in a dark lobby full of any kind of trash: zwecklose, veraltete, wunderliche Dinge. These objects tell the story of Capitalism, Sebald declaires: while capital runs all the time, “diese Dinge gehoeren der Daemmerung, sie sind ausserhalb des wirtschaftlichen Handels und darum sind sie nicht mehr Kommerz-Ware. Sie sind für die Ewigkeit geeignet.”  Maybe, we should ask ourselves which category is appropriate for plastic.

Andréas : Lagos is booming, it’s one of the few booming places in Africa. You can see an emerging bourgeoise, super luxury cars and even fastfoods along with boxes to keep hamburgers. In general people are very nice, very communicative and open. I met excellent people and made new friends, also with artists and photographers. It was also thanks to them that I got a deeper insight of whats going on in Lagos. If you consider the reactions of people to illegal demolitions – I found a video on youtube which I use in the exhibition – the locals present were really upset; they perfectly understood the scale of destruction and its intrinsic violence against the integrity of the community.

 

Elisabetta: There are open yards all around and all the time…Archeological sites, new foundations, hard to identify what’s really lays above and under. But there are also abandoned homes and buildings, lost clothes and the pointless plastic bags. Even books. I see not only a language of disappereance but also a permanent Aufloesung that has to do with the contemporary difficult to hold, keep and protect the past. In the sense you discovered in Lagos, it is also a consequence of Colonialism. Yet, the omnipresent garbage looks like the offal of time. I think time is a permanent hypothesis in your photos. The ongoing feeling of emptiness and disintegration, and its undisturbed ran we call progress. Walter Benjiamin identified history in Paul Klee’s Angelus Novus: the angel is a flying demon, with the face turned to the ruins of past; but beyond his shoulders, the wind of progress is so strong that he cannot close his wings. The progress, in Benjamin’s view, is this frightened Angelus who cannot resist the future but, at the same time, contemplates a complete destruction. The balance of history is totally unbalanced.

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Andréas: I dont really know what the original purpose of that building was, but to me there is something very Western in its appearance. I felt, it went along with my research: here, you have the past (maybe, glory and wealthy bourgeoise) but now it’s all gone. And with the handcarts in the front, loaded with petrol canisters, it becomes a very African scenario.

Elisabetta: Personally, I find this photo simply magnificent. There’s so much affliction….The building is sumptuous but it seems lonely. It’s obviously ancient, but I think it contains a sort of purity. At the same time, the entire building talks of the beauty of scars: it recalls that beauty tolerates scars. For me, it is a very impressive example of your “archeological narrative” just because the building is partially eroded by the past. Ancient ruins – Greek or Roman, especially for Europeans – dominate archeological celebration. But here you captured the living soul of modern archeology that is the troublesome coexistence of fragments and living objects.

Andréas: I think that what’s going on in the digital era is the loss of beauty. I have the impression that all these virtual parallels create a detachment from the real world in the sense of the estetics of the real world.

Elisabetta: I agree. And I do believe that is a relevant problem, too, in our awareness of the ecological decline we now face. Consider animal representation in social media and tourism industry (very expensive eco-safari as well): animals are depicted as iconic items, not as species. Their wildness is beauty on sale. Stephanie Rutherford assumes that defined “visual grammars” of wild nature is actually a form of government. Many part of conservation narrative is also so colonialist, so white. And it counts on a totally human point of view – an assessment of nature, not a way to stay in.

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Andréas: On top of the right building, you can see a fresco depicting the Yoruba people, the native people who were sent to Brazil and suffered from colonial slave trade. This fresco is a reminiscent of their culture when they decided to put it on a bulding in colonial style. In Nigeria, usually heritage is split among family members, so many times there are heritage problems, unresolved. Many buldings can survive in a limbo state, and this adds to the illegal demolition under way and corruption as well. The red gate with the big H has a very particular estetic. In Africa there’re so less visible traces of African history, not of the local folklore, but of the history. And now there’re the developers who sweep away what remains of the past.

Elisabetta: Last week eminent ecologists talked about the annihilation of biodiversity: we face a mass extinction era that is a sort of turning-life-into-nothing. What you say about Lagos is that the other side of planned and business-designed destruction is always the loss of past. When destruction becomes a chapter in the plot of history, history itself seems to implode. The present time is a battlefield where economic interests devour the possibility of past as a framework to write in your identity. I do believe that biological extinction shares this aspect of our reality (Dasein, you know) with the empowering power of economics on our life.

 

Andréas: People in Lagos are quite awake and seem very comfortable with trade and finance. I had the opportunity to visit stock exchange in Lagos, to film and take photographs. Its been quite an experience. There are many extremes in this megacity, great misery in contrast with big finance at work. There are two forces – poverty and business – and which one of them will prevail? They seem to work together in shaping the future of the nation, but it is definately shaky ground to look at Africa from a European perspective. Pasolini maybe realized something similar when he filmed his Notes towards an African Orestes and then abandoned his planned project where he wanted to place the greek tragedy Orestes in Africa.

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Andréas: It’s totally new colonialist. In Jean-Pierre Bekolo’s terms – colonialism is a virus and a disease that is still affecting Africa, but, more seriously, the body infected cannot be separated by the invader and vice versa. Polo is quite a symbolical remains of the British Empire and actually the British imported it in 19th century from their colony India and then exported it into the rest of their colonies. This Polo tournament was attended by wealthy Nigerians and western business men living in Lagos. The players were international, from Britain, Lebanon, Nigeria etc. I wanted to show the “backstage” of the tournament, where the social reality comes in, including the white horse. What really is Polo in an African country.

Elisabetta: I was thinking you described a white horse as a symbol of foreign and invasive entertainment. Maybe we might talk about “colonial animals”.

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Andréas: It is a sport stadium built by the government, especially for parades and national celebrations. Again something strange is going on here, they remind of the Napoleonic eagle and also eagles are typically european emblems. African dictators, like Bokassa for example, were using those same symbols of power.

Elisabetta: Another example of animal representation for the sake of a psychological invasion. Nigeria has a lot of species of raptors, but here on the roof top eagles are definitely European. I feel ambiguity in these eagles. In the Western imagination, eagles and hawks announce glory, but they can be also a symbol of the perils it implies or even a prophecy of ruin. I especially love the way Russian poet Aleksandr Blok, singing the plight of his country, questions the imminent future: till when does the kite fly? till when does the mother cry? Species become increasingly rare all around us and I perceive them, in your photos, as testimonies of our mistakes. Like the woody lion in your Eingang zur Chefferie.

ILPONTEDI NON RITORNO

Andréas : Not far from Lagos is the village of Badagry, it used to be a Portuguese port and slave trade center. It is the landing bridge on a small island with the so-called “the point of no return”, across from Badagry. The immanent cruelty of slave trade becomes quite tangible in these places and the people suffered unspeakable conditions on the slaveships. Those who survived the passage to the New World would never return to their homeland. For me, slavery has a likely cruelty and horror as the Holocaust did.

Elisabetta: I think you have been able to show that humanity cannot be really virgin and we constantly come across point of no return, I mean crossing points; they tell us of the impossibility of a sort of human innocence. In your narrative Bilder, to me, you seem to ask about the meaning of life and for the place we should give to the past. A possibile answer I find, again, in Hoelderlin’s Hyperion perspective. Life is tracking. Tracking something we cannot properly grasp or see, but that is constantly with us.

CIMITERO

In Hoelderlin’s words: “Ich ziehe durch die Vergangenheit, wie ein Aehrenleser über die Stoppelaecker, wenn der Herr des Landes geerntet hat; da liest man jeden Strohhalm auf (…) Wie ein heulender Nordwind, faehrt die Gegenwart über die Blueten unsers Geistes und versengt sie im Entstehen”.

Aknowledgement: Andréas Lang’s project  came about in collaboration with Goethe Institute Lagos.

Credits for all photos: © Andréas Lang, Lagos/Nigeria 2017 – all rights reserved , no part of these images may be reproduced, stored or transmitted in any form or by any means, electronic, mechanical photo copying, or other-wise, without prior permission in writing from the copyright owner.

 

 

Una specie abbandonata al proprio talento

“Con tutti i loro discorsi sul mondo moderno e sul fatto che simili manufatti andrebbero conservati nei musei, un po’ come quelli che preferirebbero che tutti i grizzly, i puma e i lupi fossero confinati negli zoo”.
Jim Harrison, La strada di casa

 

“Come un immenso naufragio, dopo che gli uragani si sono placati e i marinari fuggiti via e la carcassa della flotta frantumata giace irriconoscibile sul banco di sabbia, così stava Atene davanti a me, e le orfane colonne si levavano davanti a noi come nudi tronchi di un bosco che, la sera prima, ancora verdeggiava e, durante la notte, fu preda delle fiamme”.
Friedrich Hoelderlin, Iperione

 

Nel film epico di John Woo La battaglia dei tre regni il generale e condottiero Zhou Yu riunisce i suoi eserciti e si prepara a motivare le truppe in vista dello scontro con il nemico. Il simbolo del suo potere militare, e del suo prestigio, è una bacchetta di semplice legno coronata dalle piume di un uccello. Anche il suo alleato Zhuge Liang, che conosce le rotte dei venti, impartisce gli ordini con un ventaglio di piume di oca. Leggerissimo, eppure incontrovertibile. Ma Zhou You è anche un musicista. Durante l’adunata del suo esercito, improvvisamente, il suono di un flauto in bambù fa irruzione nel fruscio delle piume degli uccelli che dettano il ritmo della guerra. È un bambino a suonarlo. L’eleganza dello scettro di Zhou You, che interrompe la preparazione alla battaglia per ascoltare la canzone di un flauto, sta nell’ambiguità della nostra specie. Noi siamo guerra e poesia. Non sono affatto tratti contraddittori, ma, per così dire, mostruose virtù che ci hanno consentito di arrivare fino a qui – a ciò che Guido Chelazzi ha definito la “saturazione demografica del Pianeta” – e di costruire un nuovo tipo di eredità antropologica. Oggi, dall’altra parte del mondo, un Lakota Sioux innalza verso le pianure del North Dakota un mazzo conico di piume di uccello (la foto è stata pubblicata sul sito THEHOODWITCH.COM) atto eroico della difesa delle terre dei Nativi dal progetto Dakota Access Pipeline, un gigantesco oleodotto che è al centro della sollevazione indigena ambientalista di Standing Rock. Ancora piume, ancora potere.

Nell’interferenza ecologica con cui abbiamo imposto al Pianeta il nostro programma culturale il debito verso le faune è stato dimesso, l’appartenenza filogenetica sostituita da una proprietà esclusiva. I padri non contano più nulla. Negli ultimi due secoli abbiamo pianificato lo sfruttamento delle risorse naturali della Terra, ma la dimensione storica attuale ci parla di un passaggio di livello. L’Antropocene non è l’epoca dello sfruttamento della Natura, ma del suo possesso. Sta in questa svolta, vincolata all’impiego massiccio dei combustibili fossili che ci hanno garantito una straordinaria disponibilità energetica, e all’espansione delle biotecnologie, il significato antropologico delle forme contemporanee di distruzione economicamente redditizia delle faune. I legami di dipendenza culturale con ciò che chiamiamo wilderness si assottigliano, si fanno più fragili perché è l’identità stessa di questa Natura a perdere importanza. La Natura cui dovremmo prestare attenzione, però, non è una Natura idealizzata, ricondotta nell’alveo rassicurante dell’archetipo di Eden originario datato anni Settanta; la Natura su cui la conservazione gioca la sua partita – una partita che restringe sempre più il nostro margine di manovra – è semplicemente la vita come evento biologico. Heidegger chiamava tutto questo Lichtung, radura, lo spazio in cui l’essere è.

 

I meccanismi che presiedono alla proliferazione, e alla prosperità, della vita sul Pianeta sono storicamente determinati. Questo significa che la vita, come scoprì Charles Darwin, non è intelligibile all’interno di categorie mitologiche, moralistiche, utopistiche e religiose. La vita è decodificabile in senso storico. Spiega Telmo Pievani in La vita inaspettata: “Ciò che si vede in azione è un insieme di meccanismi e di fattori, di regole simili a leggi, di schemi ripetuti di dinamiche evolutive, il cui intreccio causale spiega sì adeguatamente a posteriori che cosa è successo e perché, ma che tuttavia non è tanto stringente da rendere il processo predeterminato. Allora, l’assenza di una direzione consegna l’evoluzione ad una interrelazione tra elementi causali e storici, funzionali e strutturali, che produce una molteplicità di storie possibili”. Il percorso storico che ha fatto di una sola specie, la nostra, la specie che ha letteralmente nelle proprie mani il destino della biosfera ci parla di un carattere, di una impronta, di una parabola evolutiva ben precise. Ma ci parla anche di scelte, perché questo stesso percorso è stato continuamente impedito da colli di bottiglia, passaggi imprevisti ed eventi fuori controllo. Se la contingenza è la caratteristica fondamentale del percorso evolutivo umano, oggi possiamo constatare, attraverso gli strumenti della indagine scientifica, che lo è anche la capacità di scegliere. Solo noi sembriamo essere stati capaci, scrive Telmo Pievani, “di inventare alternative nelle nostre teste anziché accettare la natura per come è”. Il piano della scelta, ci indica il nostro presente, non ha a che fare con gli strumenti di produzione tecnologica, e non riguarda quanto possiamo influenzare i processi naturali. Ciò che possiamo scegliere sta nella forma che la civiltà umana ha assunto. È il modo in cui ormai non pensiamo la Natura che detta le regole della produzione e dello sfruttamento. Il suono di un flauto può davvero interrompere l’avanzare di una guerra. O al contrario, innescarla.

Gli animali che abbiamo incontrato nella colonizzazione del Pianeta non sono stati soltanto risorse naturali cui attingere secondo modi progressivamente più complessi. Queste faune sono gli Altri, coloro con cui abbiamo condiviso la nostra avventura ecologica: siedono anche loro come eredi al tavolo dei negoziati su cui stiamo scrivendo il nostro testamento per le generazioni a venire. La domanda di una vita decente che i miserabili del Pianeta pongono ai Paesi industrializzati dichiara, però, che la protezione della wilderness è una questione umana. Di giustizia, di dignità e di equità. Gli spazi selvaggi ci riportano alla dimensione originaria dell’esperienza dell’esistere. Ci parlano di ciò che definisce l’umano. Questa esperienza è come il primo respiro di un bambino che viene al mondo: faticoso, pericoloso, pieno di muco e di incognite. La dignità dell’essere umano non può sussistere senza un legame con la vita, che diventa, questo sì, insostenibile, nell’inferno di una baraccopoli, in mezzo alla spazzatura, dove non c’è cibo e il ventre è gonfio. La causa della wildlife è la causa delle comunità umane che nel corso di milioni di anni hanno imparato ad essere umane accanto agli animali. Se perderemo le faune selvatiche, perderemo la nostra umanità. L’estinzione, allora, prenderà la forma di un esilio permanente dalla vita. Ciò che è nascosto nella crisi attuale è infatti la possibilità, sempre più concreta, che le forme attuali della civiltà umana prosciughino il legame ontologico con la vita intesa in senso biologico ed evolutivo. Il contesto che abbiamo attorno non ci dice solo che gli ecosistemi sono sotto stress, ma anche che si stanno dissolvendo come spazio reale in cui pensare noi stessi. La perdita di un sentimento di eredità equivale alla rinuncia ad un paesaggio esterno ed interno ad Homo sapiens.

L’aggiornamento della nostra carta di identità pone fine agli alibi, alle distorsioni e ai camuffamenti e fornisce l’occasione di costruire, finalmente, una concezione completa delle faune. Il tetto è crollato, ora posso vedere le stelle, recita un Haiku giapponese. Le altre specie sono, non possiamo più mentire a noi stessi, un elemento strutturante di questo racconto. L’estinzione, che nel corso del Novecento si è dimostrata un effetto collaterale della modernità tecnologica, è infatti anche una idea, una figura di civiltà, come ha mostrato Melanie Challenger: “Il conoscere l’estinzione ha alterato per sempre la percezione della storia naturale. Prima della industrializzazione, le persone si aspettavano di ereditare il mondo dei loro genitori; dopo il sorgere dell’industrializzazione, presero a prefigurarsi un futuro diverso da quello dei propri antenati, una ideologia a cui diede un certo contributo l’idea di estinzione. Uno dei cambiamenti epocali introdotti dalle tecnologie industriali degli anni della Guerra (la prima, NdA) fu che le persone presero a percepire l’estinzione delle forme di vita e dei modi di vita, dei paesaggi e delle culture come la norma piuttosto che come l’eccezione”. L’estinzione pone l’eredità del passato, che aveva dominato la cultura occidentale per secoli, in un modo radicalmente inedito.

L’evidenza dell’estinzione obbliga a chiudere con le motivazioni psicologiche che negli ultimi due decenni hanno pervaso l’intero dibattito ambientalista: l’idealizzazione, il deferimento della responsabilità, la seduzione del “museo della natura” (Ne è un esempio Documenting the World’s Animals, il progetto fotografico di Joel Sartori per National Geographic) come unica opzione rimasta, il primitivismo, la ingegnerizzazione delle specie come via di fuga dai disastri del presente, la fantasia che installare pale eoliche ovunque ripulisca il Pianeta e le nostre coscienze. L’affidarsi propagandistico alle tecnologie non fossili ostacola il lavoro del pensiero, che invece è chiamato ad elaborare le proprie azioni e a metterle in prospettiva. Non si tratta quindi di dimenticare o idealizzare il passato, di congelarlo o di farne una collezione tassonomica; ereditare vuol dire stare  in bilico tra la coscienza storica delle proprie origini e la spinta incessante al futuro, il vento che sempre soffia potente sulle ali dell’Angelus Novus di Walter Benjamin. La “frattura del tempo”, come la chiamò Hanna Arendt, consiste della continua pressione contrapposta di ciò che trascina verso il passato e di ciò che strattona verso il futuro. La vita non può mai prescindere da questo conflitto, che è originario, scritto dentro ogni forma di vita nel codice genetico della sua evoluzione. Il nostro carattere ecologico ci pone, di necessità, in questa condizione di equilibrismo permanente. La crisi costante è la cifra del nostro presente. Per questo la discussione sul futuro non può essere solo tecnica, deve essere anche ontologica.

L’evoluzione avviene e si propaga in un contesto (landscape). I processi di speciazione accadono nello spazio geografico e storico; in questo spazio hanno un fondamento i diritti della altre specie, e quindi anche i nostri interrogativi sull’avvenire, se un avvenire sostenibile sia possibile, e in che termini. Può esistere un avvenire successivo alla constatazione dei danni recati all’atmosfera e alla biosfera? Per due secoli – i duecento anni centrali della rivoluzione energetica del Pianeta – non ci è interessato osservare meglio le conseguenze dell’impiego di intere specie su scala industriale. Herman Melville ( aspetto molto ben raccontato nel documentario Into the Deep: America, Whaling and the World, by Ric Burns, edited by American Experience, Environment Collection tramesso in Italia da RaiStoria) si spinse molto avanti in questo percorso inquietante, ma morì dileggiato dai suoi contemporanei. Il Pequod, però, era il mondo industriale stesso, il nuovo mondo fondato sul capitale e sull’estirpazione di intere specie ridotte a carburante inerte. È solo con il sorgere del discorso ambientalista, post eventum, alla fine degli anni Settanta, che comincia a farsi strada il pensiero che ci sia una continuità strutturale tra i danni sistemici agli ecosistemi e il nostro modo moderno non solo di produrre, ma soprattutto di intendere l’esistenza. Lo sfruttamento biopolitico dell’estinzione mostra che il lato misconosciuto del capitalismo moderno è esistenzialista. È l’esistenza umana a rititarsi, a retrocedere, a perdere terreno nel discorso globale di estrazione e impiego delle risorse naturali. Oggi ci troviamo in una condizione ancora diversa, che pur nella preoccupante evidenza dei numeri ci espone ad una congiuntura temporale potenzialmente fertile. Archiviato il sentimento di colpa per il clima e le foreste, messo a fuoco, finalmente, che i disastri attuali stanno producendo una estinzione di massa, dato carburante alle energie rinnovabili, una percezione storica, non più mitologica, della realtà si apre un varco nella valutazione complessiva della crisi. Ora possiamo scoprirci eredi dell’atmosfera e della biosfera, una scoperta che avviene al futuro anteriore, per usare una espressione di Lacan. La rielaborazione del passato fonda la progettualità del futuro, in una continuità di mezzi e sostanza. Il lavoro dell’ereditare, per chiunque, può infatti avvenire solo coniugando la propria vita già vissuta (il passato) al futuro anteriore (fare del passato qualcosa di nuovo).

 

La domanda sulla eredità ha attraversato gli ultimi venti anni di dibattito ecologista, raggiungendo nella aspirazione alla condivisione degli oneri delle politiche di mitigazione del riscaldamento globale il proprio acme. La giustizia climatica ha potentemente chiamato in causa, nel corso dell’ultra ventennale lavoro negoziale della UNCCC (United Nations Conference on Climate Change), i diritti delle generazioni future. Anche la questione della protezione della biodiversità, nata, come la Convenzione sul Clima, in seno allo Earth Summit di Rio de Janeiro (1992), è da sempre intrinsecamente avviluppata in una richiesta di equità verso le comunità umane dei prossimi decenni. Questa impostazione, però, non è stata sufficiente ad elaborare una figura dell’eredità della civiltà fossile costruita sul carbone e sul petrolio. Infatti, durante questo stesso periodo, il legame con ogni forma di passato è andato frantumandosi sempre più. L’ascesa prodigiosa del capitalismo globale, la rivoluzione informatica e tecnologica, la costituzione progressiva di ceti medi ad alto tenore di consumi pro capite sono tutti passaggi di civiltà da cui la tradizione è stata espulsa come anacronismo. Infine, i cambiamenti strutturali che hanno investito le società avanzate negli ultimi tre decenni del Novecento hanno polverizzato l’idea che le risposte ai problemi di oggi potessero essere trovate nell’autorità o nel modello del passato, creando de facto una nuova condizione antropologica che tende a enfatizzare le potenzialità tecnologiche come unica via di uscita dai guai del presente. Il passato è morto.

 

Il pensiero psicoanalitico ha riflettuto molto su questi passaggi ed ha parlato di “eclissi del Padre”. Un percorso analogo, anche se sul fronte del patrimonio artistico e culturale, lo percorre con i suoi documentari (La vera natura di Caravaggio e La libertà di Bernini ) Tomaso Montanari, insieme al movimento Emergenza Cultura. Ma se entriamo nel dibattito sulla protezione delle specie questo stato d’animo collettivo ha portato a conseguenze ben peggiori dello smarrimento angosciato in cui moltissimi sembrano muoversi senza una bussola.  La negazione  e la rottura del legame filogenetico si sono portati dietro una clamorosa sottovalutazione delle condizioni generali della conservazione degli habitat. Un esempio stupefacente di questa impostazione sono i programmi di conservazione della tigre in India. Un rapporto recente del WWF (The Road ahead: protecting Tigers from Asia’s Infrastructure Development Boom) denuncia il programma di costruzione di infrastrutture, cioè strade, per 11.000 chilometri, previsto per i prossimi anni dal governo centrale, che isoleranno le une dalle altre tutte le “riserve” rimaste in cui sopravvive Panthera bengalensis. Nonostante i proclami internazionali sulla volontà del Paese di conservare il felino, la realtà è che la tigre non potrà rimanere in India in condizioni di habitat altamente frammentati, con popolazioni già molto ridotte di numero sempre più separate le une dalle altre. Più dello stato delle cose sul campo conta il fatto che la tigre è un gadget, un simbolo nazionale, una attrazione turistica, una icona. Incredible India. Mentre il suo statuto di specie scivola inevitabilmente verso il confinamento geografico e psicologico di grandi zoo. Le riserve.

 

Qui è all’opera non solo un antroprocentrismo di vecchia forma, ma soprattutto la dismissione del senso di appartenenza alla biosfera (il padre o meglio i padri). La civiltà umana attuale non si riconosce più nella continuità storica quanto piuttosto nella capacità inventiva dell’essere umano, che, per definizione, è infinita.  Tutto ciò che è “tradizione”  – traditum ossia passato da un prima ad un dopo – appare insensato, già visto, e quindi vincolo, zavorra nella progettazione del futuro. A partire dalla Rivoluzione energetica del XIX secolo la nostra derivazione dal mondo naturale sfuma in qualche cosa d’altro.  Scrive Hanna Arendt: “Forse soltanto adesso il passato si apre davanti a noi con inattesa freschezza, per dirci cose che nessuno finora aveva orecchie per ascoltare. Ma non si può negare che senza una tradizione saldamente radicata (e tale saldezza si è perduta già da alcune centinaia di anni) l’intera dimensione del passato risulta compromessa. Corriamo il rischio di dimenticare: e questo oblio, a parte i contenuti che potrebbero andar perduti, equivarrebbe, umanamente parlando, a restare privi della dimensione della profondità nell’esistenza umana. Infatti, memoria e profondità sono la stessa cosa, o meglio, l’uomo può raggiungere la profondità soltanto attraverso la memoria”.

Possiamo amministrare la wilderness in modo spericolato, ricreando le specie estinte, lasciandone moltissime altre, come ad esempio i grandi mammiferi e i predatori di vertice, sparire per sempre perché i loro habitat sono troppo ampi rispetto alle nostre pretese geografiche e demografiche? Cosa accadrà, se davvero andremo fino in fondo? I nostri strumenti tecnologici – i droni che sorvegliano le savane, l’inseminazione artificiale impiegata nel captive breeding, la rendicontazione informatica degli effetti della defaunazione – possono davvero mantenersi indipendenti, svincolati da ogni pensiero preesistente che ne limiti o sospenda l’utilizzo? Siamo ormai figli senza padri, una specie divenuta isolata da tutte le altre, con cui pur intratteniamo solidi legami di parentela genetica, una specie abbandonata al proprio talento ecologico di costruttrice di nicchia?

La risposta a queste domande, in realtà, sta nell’opera principe che ha modificato per sempre la nostra concezione del Pianeta (Weltanschauung), e cioè L’Origine delle specie di Charles Darwin. Il significato ultimo dell’evoluzione è il filo rosso che connette gli esseri viventi, la condizione primaria della vita sulla Terra. L’appartenenza ad una filogenesi comune, per Darwin, non dimostra soltanto come le specie sono diventate, nel corso del tempo profondo, ciò che sono oggi, ma anche l’intelaiatura fondamentale della vita biologica cui non è possibile sottrarsi. In altre parole, Darwin non ha semplicemente scoperto come funziona la vita; egli ha descritto l’orizzonte di senso della vita. “Se la fallacia naturalistica ci mostra come, nel bene e nel male, la natura non sia deposito né fondamento dei nostri valori morali – scrive Telmo Pievani in Creazione senza Dio – non è così sorprendente che molti evoluzionisti prediligano una visione epicurea dell’indifferenza dell’universo verso il destino umano come presupposto di emancipazione e di libertà nella propria ricerca personale del ‘senso’ da dare a questa storia. Qui risiede, ben oltre il compromesso timido della ‘doppia verità’, la sfida culturale del naturalismo, la possibilità, e non la necessità, che qualcuno possa muovere da questo presupposto di emancipazione per costruire sistemi morali autonomi, garanti di convivenza democratica e di solidarietà umana, che non abbiano bisogno di porre fondamento su alcun principio trascendente e rivelato. Per una volta, questa è la ‘differenza del laico’”. Qui possiamo rintracciare quale possa essere, in Antropocene, la bussola con cui orientare le politiche della Natura, il “Padre” di cui continuiamo ad avere bisogno. Jacques Lacan insegnò che il “Padre” è ciò che è in grado di veicolare un significato dello stare al mondo, ciò che è capace di passare l’idea che l’esistenza non è una partita in solitario, ma che, al contrario, ogni vita si gioca sempre all’interno di una storia. Sono proprio le altre specie a ricordarci che le cose stanno così: la biodiversità è questo contesto comune. La diversità delle specie rammenta che la vita dipende sempre da molteplici fattori (significanti) che determinano, condizionano, plasmano, interrompono, fratturano la proliferazione degli organismi. Heidegger definì la opposizione irriducibile tra il mondo come lo pianifichiamo noi, attraverso la tecnica (Gestell, cioè che è posto, costruito, progettato) e ciò che invece sussiste sempre a prescindere da noi pur essendo parte di noi (Lichtung): “L’è circola nel linguaggio come la parola più consunta e tuttavia regge pur sempre tutto il dire, non solo nel senso della comunicazione verbale (…) L’uniformità di questo è, consunto eppure mai esaurito, dietro l’identicità del suono e della forma della parola cela una ricchezza quasi impensata”. La biodiversità è.

 

Questo non ci costringe a diventare dei rigidi conservatori. Non siamo cioè stretti nel dilemma tra il rifiuto a priori dell’innovazione tecnologica come strumento di conservazione delle specie e una fantasia utopica di un Eden da riconquistare (la connettività indispensabile delle aree protette non ci restituirà comunque i paesaggi immensi di diecimila anni fa). Il riconoscimento della storia evolutiva è uno sguardo più aperto, meno pregiudiziale, sul mondo. Uno sguardo libero e però incantato. Gli esempi sono innumerevoli nella cronaca ambientale ed estremamente diversificati: i piloti del Solar Impulse, Bertrand Piccard e Andre Borschberg, o un giaguaro osservato oltre le sbarre di uno zoo (Alan Rabinowitz, tra i co-fondatori del network Panthera, tra i massimi esperti al mondo di grandi felini, ha raccontato pubblicamente della sua infanzia ed adolescenza segnate da problemi di linguaggio di ordine psicologico. La svolta nella sequenza di insuccessi scolastici e incertezze croniche venne dall’incontro con un giaguaro allo zoo di New York. Rabinowitz ha scritto la sua storia con Catia Thien in un libro illustrato, A boy and a jaguar (2014)) che insegna a parlare ad un ragazzo forse dislessico, o una gazza caduta dal nido che riaccende la vita in una famiglia devastata dal dolore (Penguin bloom: how a scruffy magpie saved a family, Instagram ) . È per trovare questa certezza – la vita è – che la gente va in Africa, o sulle montagne del Nord America. Ha scritto Ernst Juenger: “Ora siamo nell’incommensurato. Qui la sicurezza è minore, ma è maggiore la speranza di ottenere risultati. ‘Sentieri interrotti’ è una bella espressione socratica per disegnare questa situazione. Essa allude al fatto che ci troviamo fuori da strade sicure e dentro la ricchezza, nell’indifferenziato. Ciò comporta anche la possibilità di fallire”.

 

La paleo-derivazione della nostra specie e di tutte le altre specie da una storia comune trasforma la condivisione del Pianeta in una comunità; la nostra stessa esistenza è inserita in questo tessuto sociale ed evolutivo. Ma non possiamo più fermarci qui: le sfide dell’Antropocene impongono con particolare urgenza che il nostro essere figli venga interpretato in un modo molto più creativo di quanto gli ultimi due secoli di industrializzazione ci abbiamo suggerito. Per imparare a “parlare la lingua del leone”(speaking lion), come ha scritto su Science W.Adams, è indispensabile abituarsi a intrecciare suoni di fonetiche differenti, anche quando le dissonanze sembrano a tal segno stridule e cacofoniche da suggerire un non senso totale. “Qui, nel posto più selvaggio che avevo mai conosciuto (in Antartico, NdA) – ammette Melanie Challenger – dove la presenza umana era la più sottile possibile, il paesaggio mi parlava meno di un qualche remoto, indisturbato stato di natura in cui potremmo tornare di quanto mi raccontasse, invece, delle turbolente forze del cambiamento, della infaticabile azione del tempo che ha reso impossibile fermarsi e volgersi indietro”.

Non si danno efficaci politiche di conservazione senza un pensiero sulla Natura. E quindi è l’attuale assenza di un nuovo pensiero sulla Natura che mette in scacco il modo in cui pretendiamo di pianificarne la salvezza. La ricerca inesausta di ragioni sufficienti per proteggere gli ecosistemi è un sintomo della nostra incertezza forse più del nichilismo di un’epoca di consumi e saccheggi. Abbiamo però la sensazione che per trovare ciò che ci occorre non possiamo far conto sul margine di certezza che pretendiamo dal calcolo matematico e dal discorso scientifico. Può darsi che le risposte stiano altrove, e che proprio per questo sia così importante riuscire a capire a quali svolte del nostro cammino evolutivo imboccammo certe strade dalle conseguenze enormi. Da qualche parte permane la certezza che il senso del vivente sta nella possibilità che esista il vivente. La “riconquista pericolosa” dell’erede, che è chiamato ad essere figlio di suo padre pur dovendo abbandonare il padre, si gioca sulla ri-formulazione, ha scritto Massimo Recalcati.

 

La protezione delle specie oggi sta nel mezzo di una contraddizione evidentissima, eppure proprio per questo sostanzialmente misconosciuta. Lo spazio disponibile per tutti gli esseri viventi, dal più grande al più piccolo, è limitato su un Pianeta che non è senza confini geografici e planetari. Ciò nonostante, il sistema economico industriale su base capitalistica tende a pensare lo spazio come infinito, non solo perché le merci circolano sui mercati globali, ovunque, ma soprattutto perché si suppone che esistano sempre nuovi spazi in cui sviluppare business di vario genere, in ogni settore. Ma non è neppure tutto qui, perché se anche disponessimo di parchi nazionali transfrontalieri più estesi ci servirebbe uno sguardo nuovo sulle faune che li abitano per poter immaginare che cosa è esistere sul Pianeta.

Lo schema “long landscape” (paesaggio senza soluzione di continuità) suggerito da E.O.Wilson sottintende una concezione delle altre specie diversa rispetto a quella che abbiamo visto fino a questo momento e che non si esaurisce nella descrizione scientifica. Le specie dovrebbero cioè essere comprese storicamente, nella continuità dello spazio e del tempo. Il loro disporsi nello spazio e attraverso il tempo smonta l’ipotesi dei parchi nazionali come habitat: l’accadere storico non può essere confinato in porzioni di realtà, e di territorio disegnate a tavolino. Le specie storicamente intese sono invece una parte imprescindibile del concetto di Pianeta. Nel suo manifestarsi storicamente la Natura smette di essere Natura perché non è altro che lo spazio in cui il vivente si dispiega nel corso del tempo. La Natura oltre la Natura, allora. La storia prescinde dalla volontà consapevole di costruire una sequenza di gesta e di racconti tramandati dall’arte e dal linguaggio; è storia tutto ciò che, messo in sequenza, segna le forme e le condizioni del vivente. Non è storia solo la campagna di Dacia istoriata sulla Colonna Traiana. È storia la continuità del tempo attraverso gli avvenimenti che segnano la superficie del Pianeta, delle sue foreste e dei suoi oceani. Ed è storia l’accadere stesso dell’evoluzione che intreccia a sé piante, animali e uomini.

L’esploratrice Robyn Davidson, che attraversò da sola 1700 miglia di deserto austrialiano, parlò dell’unità di misura di questo tempo storico: “migliaia di anni pressati in un solo giorno ed interi eoni in ogni passo”. In questo tempo onnicomprensivo lo spazio fonde quantità e qualità. La Davidson scoprì che l’esperienza dello spazio è infatti inconscia: è la presenza degli Altri a far risuonare le distanze e fornire la comprensione necessaria a capire dove si è: la quercia del deserto, la traccia di un coleottero nella sabbia, il passaggio di un uccello nel cielo.  Qualcosa di analogo si trova nel lavoro Owl: A Year in the Lives of North American Owls del fotografo Paul Bannick. In questi territori, dove i legami originari tornano visibili, ciò che infine scopriamo è un immenso silenzio. Qualcosa ci ha preceduti, anche se non sappiamo più dargli un nome preciso. Sono i padri, probabilmente, la matrice comune in cui si risolve la domanda sulla provenienza del vivente.  Così, lo psicoanalista Alberto Antonio Semi racconta di una sua passeggiata nel bosco in cui si accorse che tutto taceva improvvisamente perché, come seppe più tardi, un gufo bianco aveva compiuto un volo di ricognizione al primo calare delle tenebre, molto prima della sua abituale uscita: “la sensazione è questa, che il silenzio sia venuto e poi se ne sia andato”. Semi si chiede che cosa sia davvero accaduto in quella pausa infinita: “Non un vuoto, un silenzio, non una mancanza, ma una presenza indecifrabile perché indicibile”. Il gufo bianco del bosco è un messaggero di ciò “che esiste anche prima di noi, al di fuori della nostra vocazione”, per questo è opportuno prestargli attenzione, se sorvola il bosco prima del tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Collezioni incontrollabili

” Il darwinismo classico rientra fra i sistemi lineari, e tuttavia concezioni cicliche si inseriscono in esso. L’immagine dei secchi alberi genealogici nei manuali comincia a corprirsi di foglie, ad assumere la forma di sfera o cespuglio. La ‘legge fondamentale della biogenesi’ è stata pensata a riprova dell’evoluzione lineare ascendente. Là si potrebbe altresì concepire come il ripetersi e il rinnovato attuarsi dell’idea della creazione nel singolo individuo e come servizio che la natura, nel complesso, anzi l’intero universo, ha da apportare alla sua formazione. È intorno all’uomo che ruota il grande teatro. Con ogni uomo, il mondo viene concepito nuovamente.

Sull’ininterrotto fluire del bios domina, nell’evoluzione dei ceppi animali, il ripresentarsi di elementi costitutivi, indipendenti dall’affinità: si tratta dell’ideale intervento di principi formativi. Ognuno dei grandi ceppi al suo interno da’ forma a esseri che volano, che nuotano, che vivono sulla terraferma, a parassiti e imitatori, a predatori ed erbivori, ed è sorprendente quale somiglianza nella forma e nella natura possa comparire nonostante la massima diversità in fatto di discendenza. Un saurio vive come un uccello, una civetta alla maniera della marmotta. 

Se si concepisce il pesce non più come una sorta di staffetta nel sistema dell’anatomia, bensì come una forma di vita e di destini, si può dire che esistono vermi, serpenti, sauri, uccelli, mammiferi e perfino uomini i quali sono pesci. Ciò presuppone uno spostamento minimo di prospettiva, che potrebbe verificarsi se la controversia sul nominalismo fosse affrontata in modo nuovo, come alcuni indizi stanno a indicare. Accanto, al di fuori e al di sopra del nostro sistema naturale ne esistono molti altri possibili. 

Un ordinamento della storia dell’umanità secondo prospettive estranee alla storia della civiltà e dei popoli, e che quindi somigliassero, diciamo, a quelle dell’astrologia, sembra oggi particolarmente difficile, anche prescindendo dal grande accumulo di dati. Quest’ultimo non dipende solo dai progressi compiuti anzitutto dall’archeologia – progressi che hanno ampliato la nostra conoscenza della protostoria e continuano a farla progredire, al punto che non solo sulle civiltà a noi già note viene gettata nuova luce, ma se ne scoprono altresì di nuove, prima totalmente sconosciute. A tutto ciò si aggiunge anche la sorprendente visione dischiusa sulla preistoria che ci rivela molto di più di un nuovo campo di indagine : a essere aperta davanti ai nostri occhi è una nuova  dimensione .

Quanto più i dati si accumulano, tanto più lo spirito deve con decisione riaffermare la propria giusta pretesa di dominarli, di ordinarli e di dare loro un nome. Forse già l’accavallarsi dei dati è in se’ un sintomo di indebolimento, un tratto ellenistico. Lo spirito si trasforma in direttore di museo, diviene custode di collezioni incontrollabili”.

Ernst Juenger, Al muro del tempo ( An der Zeitmauer ), Adelphi 2000

Lebensraum or Berlin 2017

 

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How long is now ? asks an anonymous, enormous face, a graffiti designed on the white rectangle of a building that, only some years ago, was a refuge for underground culture, and, now, waits for its demolition. It is in the Oranienburgerstrasse, Berlin. The crumbled border of the wall, similar to a stale biscuit, has a disquieting, but not hostile tone. When the palace will be knocked down, it will leave place to a new present, that will endures for some time, engaged in its rich illusion of eternity. This approximate wall talks about its extinction, that in German sounds Austerben: to die off or to die completely. A touch of inexorability goes together with the Aus prefix and remembers to anyone pronouncing it that, of course, extinction is forever. It’s January in Berlin and under a snowy sky this question seems to gather all the Angst of a present time called Anthropocene. Berlin is the European town where entire extermination plans emerged during the Third Reich not only in the criminal minds of political groups, bur, throghout their murders, in the consciousness of humankind. If a place exists where to go down in the darkness of extinction, well, it’s Berlin.

Since extermination was planned in the offices and ministeries of the Nazi regime, Berlin knew extinction, but it also suffered from it. At the end of April 1945 Hitler’s nihilistic adventure unfolded its intrinsic truth: Germany is destroyed. This is the end of an entire climax of European civilization, and of its greed for greatness, that, for better or for worse, had been lasting since 1870. Prussia’s continental egemony, colonial bourgeoisie in Nambia and Cameroon, urban lifestyle as the supreme expression of human genius. Searching for space, everywhere, and in many ways. After 1945, Berlin will not be no longer Berlin. Theodor Adorno thought that mass society would gobble culture considering it a waste product derived from something cheaper, the entertainment. Berlin absorbed its own extinction so much to make a touristic attraction of it: groups of tourists hungry for live details about Nazismus enjoyed on line booked dates in specific spots of the city: they’re ready to walk 4 hours to visit the so-called “places of memory” of the Third Reich, and its  steady police state. What do they really look for?

Down Oranienburgerstrasse, the metallic bulb of television looses glamour as the green, Moorish chapel of the Neue Synagoge appears on the left. Spared to distruction in the Kristallnacht, today the synagogue is deconsecrated, but it has been rebuilt in its substantial architectury. Sun is going down, temperatures are freezing, and the pavement round dowells gleam of a mahogany-brown humidity, old dated, a little bit Thirties; they look like the floors made by creaky wood in the luxury flats in Tucholskystrasse, their severe halls, cream plaster, marble floors and stony stairs. Some people stopped before the main entrance of the synagogue, reading the commemorative plaque and remembering the crimes implicit in the survival of the temple. Everyone, persons and synagogue, seems to be petrified in a sort of pre-language aphasia, where nobody knows well what to say, or, even, whether it’s remained something to say. The residues of the past, its fossils and ruins, one day are accomodated again into the lived life. It occurs everywhere there’re human beings, and it happened here. Gusts of wind are caught under the parka hood, and you realize that it occurs because life does not pass, life wears out, and it’s in the continous comsuming of the organic life, season after season, birth after birth, that all puts straight. The atrocious indifference of the after that. The rightful vigour of the news.

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A few hours before, on the plane, I was observing two dead arthropods. Their bodies were yellow and dried. Probably, they were trapped in the cavity of the window. Long time before, they encountered the wrong place, among plastic materials that had nothing to do with their genic code, and that made of them antiquated creatures. That morning, the FAZ published a news as overwhelming as the terror attacks that fisted Europe and Turkey in the last day of the year: human population reached 7 billions and half of individuals. The review of human demography matches the catastrophic numbers from WWF Planet Index 2016 of the last autumn, telling in a not so brutal way how it is for the not-humans on Earth.  In our young past (between 1970 and 2012) vertebrates species diminished of 58%. Defaunation moves forward, due to a widespread and radical habitat loss, required to leave space to the increasing numbers of human beings, and their way of producing food, energy, clothes. While we travelled through the Cold War, the fall of Berlin Wall and, then, the Nineties of Bill Clinton and the Kyoto Protocol (1970-2012), terrestrial species declined of 38%, fresh water species of 81% and marine species of 36%.

If on the Planet space is not infinite, our expansion plans are. They’re substantially borderless. Last century, Germany coined a word for the hunger of virgin land to feed its enormous lust for new territories: Lebensraum, vital space. The conquest, manu militari, of the East even inside the Russian steppes of the Soviet Union, to leave room to the Central-European settlers of German origin. And also to the shocked generation of young men and women, and their violet and grey faces resembling an expressionist painting became the mass-nightmare of an entire country, described in the fiction Unsere Mütter, Unsere Väter (ZDF, 2013). Hitler’s Vernichtungskrieg managed the geography between Europe and Asia as a matter of survival of the only people worth affirming itself on Earth. Today, Lebensraum is a filthy word, but it does not exist any better to depict the collapse of natural habitats and wild species that must retreat before the unstoppable arrival of human beings. The future of wildlife regards the vital space, and no other. An observation that is rooted in the pages of The Origin of the Species by Charles Darwin and that, unfortunately, puts us in the most disappointing position. Maybe, should we step back?

The yellow arthropode tells our story by telling its. Extinction is a human condition, so interrelated with the way our species took possession of every continent. Maybe, the arthropode didn’t ever know, yet we loved to produce plastics that suffocated it. And, maybe, this is the reason why we invented the collections of natural specimens, the gigantic archives of animal and plant species that enshrine the history of the Planet from the point of view of Homo sapiens. The 30 millions of records in the Museum fuer Naturkunde Berlin, in the Invalidenstrasse, conserve the extinct past, but claim for extinction the place of honor in the human enterprise that here, in Germany, revealed our most aberrant traits. We are it. Therefore, I think, Kaiser Wilhelm the Second smiled to the lens in the black and white picture tube bookshops sell to tourists. He did. He knew.

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The Schwarzer Weg is desert, and the Invalidenpark too. It’s not yet 9 a.m.,  the sky is beaten by the gusts of an Artic wind. The hallucinated perception that here in Berlin only an endless and solid winter is possible swirls around. On the synthetic rubber coating of the playground stayed the exploded cartridges of New Year Eve’s fireworks. The luxury apartments closed to the Energy Ministery are silent. A typical Prussian house hides behind red berry bushes. Near, a smokey chimney emerges. The fossil power, that we derived from coal and oil deposits in the last 150 years, has been the ultimate piece in the seizure of the Planet. Natural collections were born in Europe just when the Industrial revolution blasted. An intimate and dissolute relationship joined together the expansion ability of Homo sapiens and the scientific wit required to collect specimens of species by millions. Soon, they will have their Lebensraum only in the museums.

In the North, human discomfort often turns into philosophy. For Hegel, unpleasant things too have a sense, even if swift and dissimulated. This awareness of bad luck and violence, southern peoples always detect it in the big northern thinkers, is at the contrary a dialogue with themselves and the status of the things. It is, really, the ubiquitous frost that always meets the human events when we discover our power. Any supremacy has the same side effect: it compresses the space left to the others: enemies, defeated, dissidents. From Linneus, taxonomy imposed to the natural sciences not only the obligation to list living creatures, but also a new notion of the space among species. Species distribution in groups and families anticipated the order by evolutionary derivation by which Darwin organized the tree of life according to real criteria, but, for the first time, designed by the human being. This means that, from a certain point forward, species do not have only their habitat, but they also had an evolutionary position decided by the scientific thought. A new category of space that it never existed before man deduced it from the way things are, emerged. In the natural collections it works particularly clear. The main feature of any natural history museum is that species are forced to be all together. Space between them is not allowed but that artificial of display cabinets. While outside animals appear – as in Steven Gnam’s photos – in the collections animals are accumulated in an inflicted coexistence. These places tell us how we learnt to manage Nature: umzuhandeln, Heidegger said, to have animals, plants and ecosystems at our fingertips. But above all it means that from now we’re us to decide how much space to leave to them. It’s extinct the age outside time when Uroghompus eximius and Stenophlebia amphitrite flied in a world pure from any sort of consciousness able to think the Planet.

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Marine species cabinet conserved in an alcoholic solution is in a semidarkness; it’s closed in a huge room where access is permitted only through an automatic door. Temperature is under 20 degree Celsius. It’s once more cold. Tens of fishes, moray eels, sharks lie in the amber liquid that protect them from time as an amnios of the third millennium. The shape of the jars force them to stay vertically. To be honest, you expect something from these creatures. They’re not stuffed with polyammide or straw or cotton wool. They’re complete, tissues are still intact and the entrails are where they have to be. Only the eyes reveal death, and the surgical act of the removal from oceans and seas. A small hammerhead shark floats in its death with a sort of agility. It looks at me astonishngly, iced in a far away dimension it had never supposed to exist on Earth. Just like everything else in the natural collections, it ended to speak a totally estrange language, diluted in the feeling of injustice taking your throat before stuffed animals. They should be there to testify the beautiful biodiversity of the Planet. These species had to die to become a knowledge available to human beings. Scientific thought grew on records, fossils, and capture in the wild. Zebras, tigers, jaguars, lions play in  a strong and detailed plot they didn’t want to be in. Because no one species knows to have a story.

Cats are one of the families that suffer most the consequences of the human ecological footprint. An ocelot with only an eye, stuffed in 1819 stares into space in the same glass cabinet where a relative of it turns the head toward a Smyrne alcyon (Alcedo smyrnensis) gathered around 1800 at Pondicherry, India, by George Cuvier, the father of the concept of extinction. Early before Christmas, it had been published on PNAS an assessment of cheetah (Acinonyx jubatus); the study reveals what anyone already suspected, that the remnant  7100 cheetah on the Planet are inexorably walking along the path of extinction.   Cheetah is a “protection-reliant species”: without human help it cannot cope with the other predators, poaching and habitat erosion. Many cats started dramatically declining when their fur became fashion goods. Spotted fur trade was extremely successful in triggering defaunation on the behalf of its intrisic capacity to amplify its effects. As Kent Redford argued in his remarkable work “The empty forest” (1992), trade engages many wild species, but it’s also able to shift from one other if market demands it  or supply chain encounters fluctuations on the base of intense offtake. The jaguar (Panthera onca) started to transform into coat at the end of Nineties, but in the Sixties of the last century too few jaguars remained and hunters moved to smaller cats: Leopardus wiedii (margay), Leopardus tigrinus (tiger cat) and Leopardus pardalis (ocelot). The survival of top predators, such as big cats are, depends on a negotiable principle, and that is space. But in the meantime he discusses how much room to give to animals, Homo sapiens displays also another one of his amazing skills he had been proving to have before Nature over time. It is the capacity for imposing silence, for making silence, for converting biological life into a majestic aphony. Superbly taxidermised, one Bubo nipalensis (Nepal’s owl) and one Harpia harpyia (the greatest hawk of the American continent) listen to the sweet chatter of some kids. They visit the museum with the grandparents for Christmas holidays. This silence stems from the same matrix of the shock the civil population in Germany experienced at the end of May in 1945. Suddenly waken up to himself, man has no concepts or representations to face what he did. Made unable to speak due to the destruction, in the mid of the Berlin’s waste dust, this human being cannot identify himself. But it’s his shadow to stun it, not a lack of awareness. Almost always, Homo sapiens knows well what he’s doing. But he continues to do it.

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At half past nine a.m. the Wannsee railstation is semi-desert. Train stopped in time, after sliding along kilometers of dry and bare woods. Elias Canetti wrote that German people has his natural root in the Northern forests, since pines and firs line up as soldats in an army unit. The strong attitude to obedience was one of the elements – the easest to be judged by winners in the aftermath of the war – that, slowly, brought Germany to a moral catastrophe and finally to Wannsee. Here, in an elegant lakeside villa, on the 20th of January 1942, some high officials and admistrators of the Reich and SS were called by Reinhardt Heydrich to plan the killing of all the European jews. Bus 114 runs along the lake; the driver is not sure of the stop . This “villa of the conference” seems not to have a certain place in the route he runs every day. He never payed attention to it, probably. But a sophisticated middle age woman who looks like Lauren Bacall told me to be comfortable, since I have to get off at the end of the line.

The constant show provided by social media detached us from the real dimensions of political and social apocalypse, that never occurs in an epiphanic event, but rather follows a syntomatic course for years. It’s hard to imagine a more ordinary spot than Wannsee to realize how genocide grew gradually in any interstices of the German civil life until the day Heydrich’s boots pace resounded on this driveway. It starts snowing now and the wind misshape the plastic posters hanged on the villa’s gate. They tell the past of Wannsee, when in the Thirties it was a holiday resort for Berliner wealthy families, even jew: Oppenheim, Langenscheidt, Springer, Fassbender, Lieberman, Baumgarten. Then, Wanssee was a nice place to rest, read good books, look at children playing in the garden. Much of the informations are available also in Hebrew; on the copybook where visitors record their impressions, many notes are in Ivrit. They are written in a rhytme of anxiety and determination. We’re still alive, these voices from the far Israel repeat, pretending rights their father were defrauded of. But also their contemporary voice weakens more and more, up to disappear, in the labyrinth of rooms in the museum the villa is today. And the voice changes its body, and it turns into a matt glass, foggy, edged with fixtures made of a white, dirty wood. Beyond it, young faces of women, boys, teenagers wait that an Einsatzgruppe organizes their shooting.

 

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A long, dark table captures the sight and leads it to outside, to the park trees. The windows allows you to breath, it is a cheap escape from the absolute violence marked by an heartbreaking simplicity that stops any effort to take notes. The perfect organization capacity of a modern burocracy, this is what Heydrich called around the lost table where proportions were made, quantitative factors were discussed, measures were taken. Reinhardt Heydrich was the devil of this simplicity. Out there, red brick houses in teutonic style seem standstill to the Thirties. A Kindergarten jumps out. The palisade of the building is bucolic and unpainful, the wood eroded by winter weather. An abandoned compound, closed to the Kindergarten, is lost in the woods, displaced, like the surprised sight of the bus driver who doesn’t know who’s Reinhardt Heydrich, who was the son of two musicians and yes, once upon a time ought to be a kid. Actually, kids create the space surrounding these spots of memories; they dig a trench between the past and us, a furrow in the land that isolate even more our ancestors from us. Kids keep our fathers separeted from any kind of “and then”, but so doing they make it closer. Kids donate to the present time the not-possibile-to-fill emptiness where we can aknowldege the ancestors, and the victims. Kids permit us to give a name to those who no longer exist.

The same thing happens to species threatened of extinction, Joshua Schuster says. Only when they are lost, they get a name. And if “love is love of a name, as Lacan believed, and if 100 hundred thousands years ago we humans were the species “that have not yet a name, but it has the capacity to name things”, as Elizabeth Kolbert assumed in her exploration of extinction, then the names of the victims, of the disappeared, of the lost forever, of the alone for the eternity to come (because they could not ask for anyone’s help who took their hand and told, i will never let they deport you) are our only seal, even so weak, on what has already gone. We can keep it only this way, by names. Since they’re extinct, we know and conserve and protect their names in the museums and in our neurons. The use of extinction, Guido Chelazzi understood, is since a lot of time a tool to perfom the possession of land, peoples and faunas encoded in our “primeval footprint”. That we were able to use it on an industrial scale between 1939 and 1945 should not surprise, but because the enormity of evil as a process fitting with the human historical enterprise that became evident in the Third Reich’s occurencies. Yes, it exists. Yes, it happens. Yes, at the beginning no one dares to give it its true name.

In a precise moment in the European history, despite the huge acceleration of the industrial production, space was a colletive experience. Eduard Gaertner grasped what space meant to his age. He didn’t know that it was about to vanish, but he depicted it in two paintings now at National Galerie, in front of the Bode Museum. Die neue Wache in Berlin (1833) and even better Unter den Linden (1852) show that space is needed to comprehend the presence of a landscape. On a golden background, architectural elements appeared lonely, while young couples, unaware of their own epoch, walk enjoying a privilege that now is gone. We cannot neither imagine how it is to have so much space all around. But the two paintings communicate also an unsuspicious anguish because of the tranquillity the people rest in. Hunger for space, at that time, produced the room where these people roam: architects designed wide, long avenues, the unconditioned symbols of the Prussian power, and of Europe. As these young couple hoped to have enough room to cultivate a dream of happiness (according to Saint Just’s political revolution), the world (forests, faunas, not European peoples) were fading away. Prussian omnivory for new territories pretended more Lebensraum, and took it. By force. In Africa.

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A snow storm hit the Museum der deutschen Geschichte, the museum of German history on the Unter den Linden. Many berliners seek a shelter in the café. Vienese chocolate chakes, apple pies, hot coffee mitigate the reckless frost in the early afternoon. An exhibition on the German colonialism in Africa is under way; it considers sistematically a page of the Wilhelm’s time that it’s used to be dismissed. Instead, it’s fundamental to understand how an overexploitation pattern – to death – of the not European populations ( the Herero in Namibia, for instance) had been fermenting for decades before to take the power at the collapse of the Weimar Republic. At the end of the Nineties, in Africa Germany occupied Togo, Cameroon, Namibia, Tanzania, Rwanda and Burundi. When the Great War was over, in the first number of the magazine “Die Arbeiter – Illustrierte Zeitung aller Laender” (1927) the journalist Willi Muenzberg called general Von Throtta’s acts in the Namibian desert “a war of exetermination”. In 1918 Britain tool over the control of the region and denounced the atrocities committed by Germans in a reverbative investigation, The Blue Book.

What really the German settlers and soldiers did to the civil population is shown by tens of photos: emaciated bodies starving to death (pursued by Germans to near extinction, says a t-shirt, a sort of contemporary artwork about the Namibian genocide). Between the two centuries the line marking whites and blacks was not only a racial policy, but also a mindset that helped putting order in the masters’ intentions: “Colonialism demanded clarity. Scientists classified humans according to races and tribes. By endeavouring to set and implement a clear line between rulers and the ruled, the colonizers continually reasserted their own identity”. To dominate, and make space, you must know who you are. And then, go straight ahead.

Colonialism not only destroyed the social and economic tissue of the African nations it invaded and haressed. Colonialism left beyond a halo of defeat, loss and irrecoverability that the German photographer Andréas Lang has been able to track catching the ghosts of an ancient past still effective in Cameroon, Congo and Central African Republic. It’s not easy to say about which kind of extinction his photos talk, yet they tell – in the absences at the centre of the picture – the definitive end of something, and someone. People, animals, villages, civilizations. The special exhibition of the extraordinary Andréas’ artwork – Kamerun und Kongo. Eine Spurensuche und Phantom Geographie – is in the new section of the Museum and completes a path of sickening and guilty the curators dedicated to German colonialism. The black and white stretch of a foggy river, a nude road heading to an hospital eyes cannot reach, some abandoned buildings in Akanolinga take visitor’s hand. Whispering, these photos bring him in the psychic underground that sustained the colonial barbarism. Neither human face, Andréas’ imagines say, can stay undamaged contemplating what we are able to do. So, a motionless astonishment, or a desperate inertia, are stuck on the faces of his portraits: a guardian in Cameroon, a student with a stripe-t-shirt and a pan to sift river sable, standing in a landscape empty of any kind of book or school buildings or classmates. And, first of all, the absolute loneliness of a gendarm in Nola, Central African Republic. There’s animals here as well in the hell of memories where you can no longer distinguish the name of who keeps you as an hostage or who took away everything and then vashined himself. In any of the country where Andréas travelled lion is functionally extinct. Yet, one woody lion controlls a chafferie entrance, in Cameroon. And a mountain of bones from big herbivores  – Slaughterhouse – breaks the vegetation uniformity. Cameroon and the other nations in the Congo Basin are the African countries where survival hunting (the so called bushmeat crisis) is the main driver of defaunation among tropical species. In this emptiness we finally find ourselves.

But, is the story really this way? If extinction is forever, do only the posterity’s words and the ancestors’ tracks remain? Do we have no other choice but to single out fossils or specimens? At the entrance hall of Wannsee villa, leaflets historically accurate about Hitler’s war of extermination are at public disposal. For the regime, Ian Kershaw wrote, Poland was a “racial damp”, and then Russia came, where the Einsatzgruppen shot dead hundreds of thousands of individuals. And the Russian steppes and their peoples damned to starve. Inside one of this little books I find a very blurred photo with a woman.

It is the 19 th of March 1944: Marija Makarowa Rytschankowa took the hands of her three children, Ivan, 6 years old, Fenja, 2 and Anja 4. They have been just freed from the Lager of Osaritischi, in the White Russia. The children are wrapped in blankets, Marija held the little Fenja, Ivan smiled. Even Marija’s existence, at a certain point, started running along one of those anonimous roads delving into the forest – Andréas Lang tracked them – toward almost-impossibile-to understand darknesses.

( More photos are available in the Italian version)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sull’ereditare

 

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Nella sua notevole ed impressionante descrizione del quadro di Paul Klee, Walter Benjamin vide nell’ Angelus Novus la pressione della storia nel suo stesso accadere. Ma per Benjamin l’Angelo è anche qualcosa di più misterioso. Se il progresso è, in definitiva, un risvegliarsi continuo e senza limiti governato dalla sola legge della storia ( procedere oltre in cerca di un tempo migliore o semplicemente altro ), il progresso è però anche un angelo le cui ali finiscono in polvere. L’Angelus tende a disintegrarsi su se stesso. Le contraddizioni dell’idea che Benjamin aveva del progresso ci conducono dentro l’Antropocene. L’Età dell’Uomo sembra distruggere il modo in cui l’Angelus poteva guardare al passato nella misura in cui quello sguardo gli consentiva di costruire il futuro.

La continuità fertile tra il passato e il futuro, che aveva dominato il Rinascimento e il Romanticismo, cambia tono con l’avvento della Modernità. L’idea di progresso mette in scacco quella figura fondamentale per il pensiero occidentale che era stata l’eredità. Potremmo sintetizzare il significato di questa figura così: l’eredità è la consapevolezza di un debito che lega una società al suo passato. Questo legame si è oggi affievolito sino ad un punto di rottura: l’umanità si percepisce ormai svincolata dal debito strutturante che la civiltà ha imposto, nel corso dei processi storici, al suo stesso accadere. È la inebriante certezza che gli strepitosi strumenti tecnologici a nostra disposizione possano emanciparci, in via definitiva, dai vincoli ecologici cui gli uomini sono sempre stati sottomessi.

Ma chi siamo veramente, e perché negli ultimi 50 anni siamo stati in grado di superare la capacità di carico del Pianeta? Da qualche tempo ormai gli ecologi lavorano a definire questo impatto muovendosi lungo una linea di ragionamento che sta spostando la riflessione ambientale da un moralismo classico ad una considerazione più pragmatica delle azioni di Homo sapiens a partire già dal Pleistocene. Dati recenti sempre più accurati consentono cioè di inquadrare l’eredità della nostra specie rispetto alle faune presenti e passate, ma anche di leggere la storia della civiltà futura come un insieme di domande a intensa caratura morale. Sapremo lasciare una eredità alle prossime generazioni? E che cosa significa essere responsabili di questa eredità?

Da una parte sta la nostra derivazione da un passato, il nostro essere specie e le scelte che dobbiamo affrontare in quell’ambito di amministrazione della natura che chiamiamo conservazione; dall’altro lato sta però il nostro rifiuto, sostenuto da una fiducia illimitata nella tecnosfera, del processo di filiazione che da un prima ci ha portati – consequenzialmente – a un adesso. Il fatto che il nostro essere eredi sia culturalmente disattivato nasconde un problema ancora più pervasivo, e cioè la fantasia di incastonare la vita delle culture umane in un presente astorico, innamorato di se stesso, che non presta più attenzione alle conseguenze delle proprie azioni perché il concetto stesso di conseguenza appare troppo evanescente rispetto ai meccanismi di esperienza della realtà filtrati dal potere del consumismo globale.  L’eredità si presenta dunque come una frattura della continuità storica ed ecologica.

In che cosa consista, da un punto di vista ambientale, la storia nel contesto biologico lo aveva già intuito Charles Darwin. L’evoluzione non è un semplice accadere della speciazione, ma un processo continuo e inarrestabile (almeno finora) che dà senso alla vita terrestre perché ne motiva le cause tracciandone anche i confini. Nell’Origine, discutendo della variabilità dei caratteri e sostituendo quindi l’ipotesi dei “nuclei di creazione” con quella di eredità filogenetica, Charles Darwin pose il concetto di antenato al centro della ricostruzione scientifica del passato. Questo significa che, per Darwin, è la discendenza a fondare le ragioni della presenza dell’uomo sul Pianeta, del pari di tutte le altre specie. Nel riconoscere alla discendenza la chiave di comprensione della radiazione evolutiva, Darwin realizza un fondamentale scarto rispetto alle concezioni allora correnti delle faune, strettamente dipendenti dalla religione: le specie fanno parte di una intelaiatura complessa, dotata di spessore temporale, ed è questo loro essere nel tempo che ne spiega la collocazione ecologica le une rispetto alle altre e infine rispetto all’uomo stesso. La teoria darwiniana insiste, attraverso il concetto di antenato e di predecessore, sul carattere relazionale della vita biologica.

Perciò Telmo Pievani ha parlato di “contingenza”, un intreccio di caso fortuito, vincoli ecologici e circostanze epocali – come ad esempio l’impatto di un grosso meteorite sul nostro Pianeta, o, in anni decisamente più recenti, l’accesso alla produzione netta primaria fossile per alimentare la Rivoluzione Industriale – che detta il ritmo della vita biologica sbozzando i contorni e l’aspetto della flora e della fauna. Da un punto di vista strettamente evolutivo, dunque, l’eredità consiste nel patrimonio genetico che “fluisce” attraverso le generazioni e che rende possibile alle specie di prosperare e di mutare. Oggi questo contesto evolutivo è messo a rischio da processi di estinzione che gli esperti identificano come sesta estinzione di massa, una emorragia di biodiversità che delinea, su tempi non troppo lunghi, un collasso delle reti trofiche degli ecosistemi. Il quadro genetico-evolutivo in cui la vita esiste sul Pianeta da tempi per noi immemorabili è ora messo in scacco dalle conseguenze non lineari dei progetti, delle idee e della fantasia di una sola specie, Homo sapiens. La nostra Cultura sfida sfacciatamente la nostra appartenenza alla Natura come eredi di processi evolutivi lunghi e complessi che riguardano non solo la famiglia dei Mammiferi (a cui apparteniamo per nascita), ma anche la nostra relazione di specie con tutti gli altri esseri viventi del Pianeta.

Riconoscere il luogo, il territorio, la lingua da cui si è nati significa costruire e stringere legami significanti. Questi legami danno valore a ciò che siamo perché spiegano perché siamo fatti in un certo modo: il vincolo con il passato dà rilevanza agli esseri viventi perché riconosce nella vita una continuità, e non un accidente autonomo. L’eredità funziona cioè come un racconto. Come ha detto il giornalista americano Paul Salopek : “Tutti camminiamo attraverso la geografia del tempo. Il tempo si accumula profondamente in ogni valle. Si muove a gran velocità come un torrente lungo certe strade. Sono sorpreso che noi tutti assorbiamo questo incantesimo del tempo come fosse una routine, come una cosa scontata”.

La matrice del tempo trasforma gli animali, le piante, le rocce, i sedimenti in sequenze, come sanno bene paleontologia e paleo-archeologia. Fuori di questa dimensione del vivente – che la stessa Origine illumina –  le altre specie non possono che sopravvivere come gadget a disposizione degli usi che gli esseri umani sono disposti a riservare loro. Ed è questo rischio, il rischio molto concreto di limitare la presenza animale ad un gadget (nella accezione di Jacques Lacan) un pericolo parallelo a quello dell’estinzione. Si tratta però di un rischio culturale, a cui cioè va incontro la nostra Cultura, che mostra bene quanto l’eclissi della biodiversità sia anche idea e non solo processo ecologico.

L’eredità è dunque declinabile come filogenesi, appartenenza, vincolo, relazione di specie, racconto, memoria. Ma la civiltà dei consumi insiste dismette il passato a favore di una autonomia assoluta. La protagonista di un recente spot pubblicitario di una compagnia telefonica leader del settore, in cerca dell’ultimo modello di smarthphone, si muove in un museo di storia naturale fra gli scheletri di rettili marini del Giurassico e con un sorriso smagliante dichiara “che il passato è già passato”. L’ignoranza palese della sceneggiatura di questo spot, che dimentica che tutto il DNA attualmente in circolazione sul Pianeta è lo stesso di quattro miliardi di anni fa, mostra il disprezzo dell’epoca presente per la paleo-derivazione da ciò che ci ha preceduti.  Del resto, le società complesse attuali non sanno che farsene del passato, comprese quelle dei Paesi in via di rapido sviluppo. In Vietnam, il progetto di avviare ad Hanoi un museo di storia naturale che cataloghi la ricchezza faunistica del Paese prima che scompaia per sempre riflette lo sforzo, probabilmente anacronistico nel senso nietzschiano del termine, di inserire il patrimonio biologico nell’idea di nazione. Uno sforzo che è, letteralmente, una corsa contro il tempo. L’eredità non è un argomento di dibattito sui mezzi di informazione. Relegata ad essere, appunto, oggetto da museo, non ha un posto nella riflessione politica e sociale. Il pensiero largamente dominante è “straordinariamente aperto alle differenze, ma definitivamente chiuso alle aporie”, mentre purtroppo sono proprio le aporie a dirci in che direzione stiamo andando rispetto alle premesse ecologiche ed ambientali da cui tutti dipendiamo.

 

 

 

 

 

Fare ostaggi

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La “natura” attuale non è un dato di fatto, bensì un prodotto storicamente determinato.  A partire dal XVIII secolo la tradizione filosofica europea ha plasmato la figura della natura come “orrore meraviglioso” e “estasi infinita” influenzando il modo in cui le società complesse impararono ad osservare gli habitat e gli ecosistemi man mano che i cambiamenti economici indotti dalla Rivoluzione Industriale restringevano lo spazio delle Natura. Crescevano la malinconia e la nostalgia per un mondo che andava scomparendo, e che veniva percepito sempre più spesso in opposizione morale con l’urbanizzazione e la civiltà della macchina.

Ma a partire dagli anni Novanta del secolo scorso – quando la consapevolezza della crisi ecologica esplode – si impone un fattore determinante per le politiche ambientali dei decenni a venire: la valorizzazione economica della natura. Da questo momento la Natura non è più solo Natura, comunque la si voglia intendere, perché, assorbita nel discorso del capitale economico-finanziario, essa diventa un terreno di caccia per interessi commerciali e di business. A questo puno la Natura ha già smesso da tempo di essere la savana africana di Hemingway o la Sierra di Muir. Non è più un paesaggio sconfinato e intatto, ma un mosaico di riserve, aree protette o parchi nazionali – magnifici – che hanno il compito improbo di conservare la diversità biologica contro l’assedio di una umanità senza più confini. Se prendiamo in considerazione il costo dei migliori safari di lusso in Botswana ( nel Makkadikadi Salt Pans, sul delta dell’Okavango e nel Kgalagadi, transfrontaliero con il Sud Africa, ovvero le ultime enormi aree selvagge del continente), è facile rendersi conto di quanto ci avesse visto giusto Thoreau: “Ma verrà forse il giorno in cui questa terra sarà smembrata in parchi per così dire di svago, di cui solo pochi godranno in modo limitato ed esclusivo, in cui i recinti saranno moltiplicati e altre invenzioni respingeranno gli uomini sulla strada pubblica”.

I parchi nazionali non esprimono le esigenze della conservazione: mostrano invece quanto sia difficile per noi tenere un posto per la Natura nel mondo reale. Il design dei grandi parchi, da una prospettiva filosofica, liquida l’eredità ecologica perché confina la wildlife in una dimensione protetta tagliata e cucita sulla misura stessa dei nostri desideri. Nel suo romanzo La casa tonda, la scrittrice americana Louise Eldrich è riuscita a cogliere questa dimensione (come gli spazi densi delle ombre della storia siano ingombri di sensi di colpa e conti aperti ) descrivendo lo stato mentale di un adolescente ojibwe che entra in un cimitero indiano del North Dakota dove sono seppelliti molti dei suoi antenati: “Vissero e morirono troppo in fretta negli anni della creazione della riserva, morirono prima di poter essere registrati e in tale numero che era difficile ricordarli tutti senza sentirsi straziati e senza dire, come faceva mio padre qualche volta leggendo testi di storia locale: E l’uomo bianco fece la comparsa e li schiacciò e li spinse sottoterra. E così, aver paura di entrare nel cimitero di notte voleva dire avere paura non degli amorevoli antenati che vi erano sepolti, ma del colpo basso alla nostra storia che mi stavo preparando ad assorbire. Il vecchio cimitero era pieno delle sue complicazioni”. I parchi nazionali pullulano delle nostre complicazioni. Più che incarnare soluzioni realistiche alla perdita di biodiversità essi costituiscono una esemplificazione del nostro atteggiamento verso le altre specie: confinare, contenere, reprimere, tenere a bada, mantenere sotto controllo. Fare ostaggi.

Georgina Mace ha spiegato su Nature come è cambiata l’idea di conservazione negli ultimi 60 anni. Prima degli anni ’60 la conservazione corrispondeva al modello “nature for itself” ( la natura per se stessa), con un focus specifico sulla wilderness come spazio originario, disabitato e intatto. A partire dagli anni ’70 e poi negli anni ’80, però, l’espandersi delle attività umane e i loro impatti ( distruzione degli habitat, iper-sfruttamento delle risorse, specie invasive) sposta l’attenzione su una visione “nature despite people” (la natura a dispetto delle persone). È in questo periodo che diventano rilevanti nuovi concetti come “minima popolazione vitale” per la sopravvivenza di una specie sui tempi lunghi. Negli anni ’90, grazie all’influenza dell’Earth Summit di Rio del 1992, cresce la consapevolezza che i danni agli ecosistemi hanno una scala globale e che i processi di estinzione sono entrati in una fase di accelerazione. I servizi ecosistemici (nature’s benefits) non sono sostituibili e la gestione degli habitat, si diceva allora, deve seguire un approccio integrato. Ma anche le persone non possono più stare fuori dall’amministrazione delle specie e dei loro habitat. È l’approccio “nature for people” (shared human-nature environment) che considera gli esseri umani una parte non trascurabile della Natura, compresa quella sottoposta al degrado e all’erosione. Tutto molto giusto e corretto. Ma che cosa manca a questa impostazione? Il discorso della conservazione è sempre stato orientato sul trovare un posto per la Natura. Non si è mai discusso quindi sul fatto che la Natura esiste a prescindere da noi, come se la Natura non avesse più, ormai, nessuna consistenza ontologica. Ecco allora che il problema della conservazione, a guardare a fondo, si mostra per quello che è: siamo ancora in grado di pensare la Natura come spazio dove la vita si manifesta ed accade? Siamo ancora capaci di pensarci come esseri viventi che condividono la storia biologica ed evolutiva della Natura? Ernst Juenger aveva chiara questa questione quando scriveva (Oltre la linea): “Ma la libertà non abita nel vuoto, essa dimora piuttosto nel disordinato e nell’indifferenziato, in quei territori che sono sì, organizzabili ma che non appartengono all’organizzazione. Vogliamo chiamarla la ‘terra selvaggia’ (die Wildnis): la terra selvaggia è lo spazio dal quale l’uomo può sperare non solo di condurre la lotta, ma anche di vincere. Non è più naturalmente una terra selvaggia di tipo romantico. È il terreno primordiale della sua esistenza, la boscaglia da cui egli un giorno irromperà come un leone”.

I Romantici, però, possedevano pur qualche idea che non dovremmo considerare un fossile inutile. La wilderness come costruzione culturale (“the full continuum or a natural landscape that is also cultural”, scrive William Cronon) nasce dopo la Rivoluzione Industriale. Prima della macchina a vapore, la Natura romantica offriva il vantaggio di pensare il Pianeta come il Tutto, cioè come il “contenitore ontologico” della nostra esperienza della natura, il Da-sein stesso direbbe Heidegger. L’essere umano che contemplava un paesaggio alpino non si era auto-escluso dal Tutto, ma ne condivideva i presupposti. Il sublime era quindi una esperienza della realtà. Per questo i filosofi romantici, come ad esempio Schelling, parlavano di “anima del mondo” (Weltseele) intendendo con “anima” le ragioni ultime della vita che accomunavano uomini, piante e animali: il sublime era contenuto nella natura in quanto “vincolo”, legame di appartenenza. Oggi siamo in una epoca che funziona secondo paradigmi completamente diversi: all’esperienza si è sostituito il gadget. Il gadget ha trasformato la natura in turismo e profitto, enfatizzando al massimo lo spettacolo e facendo del sublime un post su Facebook. Ma se tutto è un gadget, non rimane niente da elaborare e quindi da ereditare perché il gadget è per definizione un oggetto ludico confinato nel presente. Il gadget produce consumo, non esperienza.

La gravità delle condizioni presenti ( negli ultimi 40 anni abbiamo perso la metà dei vertebrati terrestri) spinge quindi ad un ripensamento radicale non solo della Natura, ma del posto che oggi ha questa natura nel definire il nostro essere Homo sapiens. Al centro del discorso ambientalista non c’è più, quindi, soltanto la definizione di wilderness, ma anche una concezione in divenire dell’eredità, cioè dell’intreccio tra l’identità costitutiva, storica, evolutiva degli esseri umani e il modo in cui le civiltà complesse stanno modificando per sempre le condizioni della vita sul Pianeta.

C’è un certo accordo ormai attorno al fatto che le aree protette, pur giocando un ruolo molto importante nella tenuta delle biodiversità su scala globale non siano sufficienti sui tempi lunghi per garantire la sopravvivenza di moltissime specie. Il tasso attuale di estinzione è di 100 volte superiore al normale “eclissarsi” delle specie nel tempo profondo. Ma altri dati sono forse ancora più significativi. L’85% delle riserve protette ha ormai perduto le foreste circostanti, che funzionano come “buffer zones” (zone cuscinetto) rispetto a fattori di distruzione molto diversificati, che vanno dal bracconaggio, al taglio illegale, all’espansione dei terreni agricoli. Ormai, si parla perciò dell’urgenza di “elaborare un nuovo modo di pensare attorno alla gestione del nostro paesaggio rurale e peri-urbano”. Rispetto a soli trenta anni fa nelle aree protette è diminuito anche il numero di alberi a lunga crescita, e stiamo parlando di un trend ubiquo. Nel solo continente africano sono in costruzione o a progetto 33 “massive development corridors”, cioè unità di infrastrutture per implementare la mobilità delle merci e delle persone tra l’interno e gli snodi commerciali sulla costa: almeno una grande strada, e qualche volta anche un oleodotto o una linea elettrica. Si calcola che questi corridoi di infrastrutture passeranno attraverso 400 aree protette e potrebbero impattare seriamente su almeno 2000 aree selvagge.

 D’altro canto i servizi ecosistemici calcolati e definiti come capitale economico rinnovabile non corrispondono al “valore intrinseco” di specie e habitat, quanto piuttosto ad un gradiente di sfruttamento a scopo di profitto. Al contrario, l’attribuzione di un valore economico a piante ed animali rafforza i problemi che le società avanzate dimostrano nel considerare legittima la co-presenza e la co-esistenza con ecosistemi abitati da altri esseri viventi. Secondo una ricerca del gruppo di ricerca WildCru presso la Oxford University, quasi nessuno dei sostenitori via Facebook della causa di Cecil the Lion era a conoscenza della condizione delle savane africane, e del fatto che Panthera leo è in estinzione. Ma cosa proteggere allora, e perché?