La !Xaus Community è la porta dell’eternità

IMG_6688

Occorre più o meno una ora e mezza di jeep per raggiungere, viaggiando verso ovest, lo !Xaus partendo da Kamqua. Questa parte del Kgalagadi non è pianeggiante: le dune compatte formano un paesaggio collinare, con rade acacie solitarie e un veld ininterrotto di cespugli di Stipagrostis amabilis. La jeep procede su un continuo alternarsi di salite e ripide discese, che le ruote 4×4 aggrediscono slittando: i bordi dei solchi scavati dai pneumatici sono diventati alti come contrafforti, e arrivano quasi ai cerchioni. Procediamo a non più di 30 o 40 chilometri orari, ma l’aria gelata del tramonto ci si schianta addosso velocissima e implacabile dandoci la sensazione di star correndo a perdifiato sulle dune, sempre più in alto, verso l’eternità. 

Il paesaggio stesso sembra aver perso la sua dimensione terrena per aprirsi all’atmosfera, dove il sole va spegnendosi all’avanzare delle tenebre. Le dune rosse del Kgalagadi sprigionano poteri cosmologici e rivelano di nuovo gli elementi primordiali di cui è fatto il mondo. La radiazione ultravioletta, decisa a non morire prima di aver completato il proprio lavoro di creazione, trasforma ogni sfumatura di colore in una unica tonalità arancione. Una gazzella steenbok e una aquila Chanting Gostwawk, in un secondo che rimane immediatamente fissato nella infinità del tempo, ci osservano, chiusi in un enigmatico silenzio di attesa. 

IMG_6691 2

Spingendoci sempre più verso ovest, le colline e le dune rosse prendono possesso di tutto, sovvertendo gli equilibri di potere di ogni forma di civiltà. Agguantano i nostri strumenti fotografici e telefonici, regolano i giri del motore diesel della jeep, vanificano la nostra mappa geografica del Kgalagadi. Entriamo in un regno dove tutto può ricominciare da capo, ciò che è e ciò che potrà essere. Una fragranza sconcertante, pastosa, di tuberi dolci aleggia sui cespugli verde acqua e satura il nostro olfatto. In Europa, millenni fa, i Greci chiamarono un simile profumo ambrosia, e lo immaginarono come un privilegio degli Dei. Ma qui non ci sono Dei europei. E neppure le pretese dei figli di Prometeo. In questo sprofondare, salendo sulle colline, nella immensità non misurabile del tempo profondo – il tempo che in biologia evolutiva designa lo spazio cronologico lungo il quale ciò che è ha avuto l’opportunità di diventare ciò che appunto è – risorge, questa è la mia impressione – il primo pensiero dell’uomo su se stesso, sugli animali, sulle piante, sugli enti. “Diventare una specie è un processo, non un evento”, ha scritto Carl Safina su Yale Environment 360; e in questo divenire le estinzioni stesse rappresentano la continuità della vita: “la vita intera presente oggi non è il prodotto di una serie di estinzioni; ogni specie, ogni individuo vivente è parte di una linea di discendenza che non si è ancora estinta lungo miliardi di anni”.

IMG_6697

Per questo gli animali che stanno attorno a noi, qui, ora, nel veld freddo della sera, portano con sé storie millenarie. I loro geni, il loro stesso aspetto è la sintesi del passato, del presente e del futuro. Gli animali sono messaggeri del tempo. Per questo sono gli Dei autentici di quel luogo remoto in cui ancora adesso in Antropocene riposano le radici di noi umani. Può darsi, questo provo a pensare chilometro dopo chilometro, che i Greci lo abbiano pensato questo luogo remoto, ma dalle loro premesse emerse infine la nostra civiltà europea bianca, che, lo si ammetta o meno, ha purtroppo deciso la partita sull’intero Pianeta. Il pensiero aurorale, come Heidegger chiamava il principio dell’interrogazione filosofica prima di Platone, fu in grado di cogliere l’importanza imperitura di questo luogo remoto? E se ciò non accadde, le scienze naturali, oggi, sono abbastanza vaste da cogliere il significato ontologico di ciò che hanno scoperto? Non è forse la conservazione una consapevolezza su tutto questo che aspira a diventare legge, diritto e legislazione universale?

IMG_6699

La magnificenza del territorio che appartiene alla !Xaus Community va al di là delle nostre capacità di comprensione. Mentre il direttore del lodge, Anthony, ci accoglie attorno a noi suona una musica di sconcerto e stupore così nuova da disintegrare la nostra lingua e il nostro linguaggio. Qualunque cosa sia, nell’animo e nella genetica di Homo sapiens, il luogo remoto da cui proveniamo, la storia che abbiamo intrapreso negli ultimi cinque secoli ce ne ha distanziati con effetti nefasti che ora mettono in pericolo la sopravvivenza di tutti. Lo !Xaus è lo scrigno in cui provare a recuperare i pezzi del puzzle. Ed ecco che il buio della notte è su di noi e laggiù, sotto lo scintillio di galassie di stelle, sul pan, il grido di una iena maculata annuncia l’inizio. 

Annunci

Commercio di ossa di leone: ”La cornice giuridica della conservazione in Sudafrica è spezzata”

IMG_8031

Pubblico per intero l’intervista sul commercio di ossa di leone che mi ha rilasciato Smaragda Louw, di BAN – Animal Trading, uno delle NGO che ha edito l’investigazione appena uscita The Extinction Business. Come giornalista ambientale, ritengo eticamente doveroso affrontare per esteso questa storia, prima di procedere con il racconto della spedizione nel Kgalagadi. Tutte le fotografie di questo post mi sono state gentilmente fornire da Smaragda Louw.

Oggi il Sudafrica può esportare legalmente 1500 scheletri di leoni. Cosa è cambiato rispetto al recente passato?

I leoni africani sono listati in CITES Appendix II. Una nota aggiunta alla classificazione CITES durante la COP17 di Johannesburg (2016) permette il commercio dal Sudafrica di parti del corpo di leoni allevati, soggetti ad una quota definita dal Dipartimento degli Affari Ambientali (DEA). La nota è criticabile, perché cerca di regolare una industria indecente che non dovrebbe essere riconosciuta nemmeno in prima battuta. È importante dire l’ovvio: il Sudafrica non è obbligato a vendere ossa di leone da un accordo multilaterale come il CITES. Tutte le informazioni che abbiamo riguardo le esportazioni di ossa e scheletri provengono dal database CITES sul commercio. Durante gli anni 2005-2014, questo database indicò il numero totale di leoni che erano stati esportati legalmente dalla RSA (Repubblica Sudafricana), e questo numero era 19.666. Ci sono approssimativamente 250 ossa in uno scheletro di leone. Perciò, il numero di ossa che sarebbero state esportate dalla RSA conformemente alla quota proposta è 200.000. Si tratta di una mera stima, certo, ma è chiaro che la quota proposta (di 1500, ndr) ha il potenziale di eccedere il numero di leoni esportati dal RSA durante i 9 anni del periodo considerato (2004-2014). La quota proposta dal DEA si riferisce a scheletri completi di leoni, e quindi queste cifre illustrano la disparità tra la quota proposta adesso e le pratiche degli anni passati. 

IMG_8030

Ho letto sul magazine AGRISA.CO.ZA e su PROPERTY24.COM che i cambiamenti climatici stanno spingendo sempre più allevatori di bestiame a convertire i loro ranch in game farm. Ritiene che il business dell’estinzione che descrivete nella vostra investigazione possa essere, da qualche punto di vista, una conseguenza del cambiamento climatico? Una conseguenza terrificante, certo, ma un passaggio di livello nello sfruttamento biopolitico delle risorse naturali e viventi. 

Non credo che il cambiamento climatico abbia niente a che vedere con la proliferazione delle wildlife farm. Il Sudafrica è una destinazione per i cacciatori, e la maggior parte, se non tutte le wildlife farm, offrono la possibilità di cacciare gli animali allevati. Un esempio sono le giraffe: la giraffa è in estinzione in Africa, ma non in Sudafrica. La ragione, tuttavia, è duplice: l’esportazione di giraffe verso la Cina ha raggiunto letteralmente proporzioni epiche in Sudafrica, dove più di 500 giraffe sono state spedite negli zoo cinesi. La caccia alla giraffa in Sudafrica è molto popolare tra i cacciatori stranieri. L’allevamento di specie selvatiche è semplicemente una forma di avidità e non c’entra con la conservazione.

IMG_4926(Tiger in captivity at Brian Boswell’s Zoo – Natal Zoological Garden. Esporta in tutto il mondo).

L’allevamento di leoni e tigri è molto lucrativo, visto che uno scheletro di leone può essere venduto per 100 milioni di RAND. Questo è il fattore trainante. Lo sviluppo dell’industria dell’allevamento del leone non può essere spiegata con la logica, la scienza, la cultura o la moralità. È una peculiarità storica. In una prima fase si è sviluppata l’industria dei leoni allevati per essere cacciati (canned lions). 

IMG_6284(Credits: EMS Foundation)

Cacciatori benestanti, soprattutto americani, venivano qui per cacciare i leoni. Si trattava di leoni non selvaggi perché quelli selvaggi erano troppo pochi per essere abbattuti e una simile caccia sarebbe risultata troppo costosa e pericolosa per la maggior parte dei cacciatori americani. Per rifornire gli americani, servivano schemi di rifornimento di leoni più a buon mercato ed è così che nacque l’industria dei leoni allevati, che col tempo divenne una caratteristica unica del Sudafrica. I cacciatori americani venivano a frotte in Sudafrica per abbattere col fucile leoni indifesi. Poi, ne esportavano le spoglie come trofei negli USA. In seguito la legislazione americana ha bandito l’importazione di trofei di questo tipo. Il risultato fu un forte declino dell’industria del ‘canned hunting’ e quindi una inaspettata, eccessiva disponibilità di leoni nati in cattività. Serviva un nuovo mercato e fu trovato nell’esportazione di ossa verso i Paesi del sud est Asia. 

IMG_1390

Per coprire l’industria con un alone di rispettabilità, le strutture per l’allevamento dei leoni vennero spacciate al pubblico come istituzioni per l’educazione, devote alla cura dei piccoli, alle passeggiate con i leoni e anche come luoghi per feste esotiche. Quello che il pubblico non sospetta né sa è che questi leoni, allattati con il biberon e trattati come animali da compagnia, saranno macellati, come vacche, una volta adulti, per un solo scopo, arrivare alle loro ossa. L’industria è basata su di una rappresentazione fallace e sulla frode dall’inizio alla fine e non può essere giustificata se non con l’avidità. Mente al pubblico e ne sfrutta i sentimenti per indurli a spendere soldi per coccolare i piccoli di leone e camminare con loro, senza dire una parola sul fatto che la destinazione finale di quei leoni è una bevanda ritenuta magica bevuta da uomini a migliaia di chilometri di distanza.

IMG_0279
(Shared on Social Media – Source not sure, maybe UKULULA Facility)

Ciò che emerge qui è un Paese avvolto nelle ombre. Il turismo è una fonte di orgoglio e guadagno, un business con tutti i crismi che sostiene la conservazione e una certa idea di nazione. Ma queste strutture che allevano leoni parlano di qualcosa di diverso. Come possono coesistere queste due tendenze? In che modo il Sudafrica si confronta con il proprio patrimonio naturalistico ? 

L’allevamento della wildlife, l’esportazione di questi animali magnifici e il sistema di permessi provinciale, nonché quello CITES, e i loro procedimenti, hanno elementi di segretezza e sono altamente fallati. Hai ragione, questo Paese è avvolto in ombre create da coloro che sono responsabili della conservazione. Subito la pubblicazione della nostra indagine – The Extinction Business – il Parlamento ha convocato una interrogazione sul captive breding dei leoni destinati alla caccia, su come esso stia compromettendo il ‘brand’ del Sudafrica. È chiaro che la questione del danno al brand nazionale apre un contenzioso, e mentre alla maggior parte delle organizzazioni di caccia è stato chiesto di presenziare alla interrogazione, hanno avuto l’opportunità di partecipare soltanto tre organizzazioni che parlano per il rispetto dei diritti degli animali: BAN – Ban Animal Trading South Africa, EMS Foundation and Born Free. Una nuova pubblicazione questa settimana, che segue un paper in peer-review condotto dal South African Institute of International Affairs (ne abbiamo parlato nel precedente post, tra gli autori Ian Michler, ndr), rivela che il la riproduzione in cattività dei predatori (leoni, tigri, puma) potrebbe costare al Sudafrica 54 milioni di RAND nel prossimo decennio (oltre 3 miliardi di euro). 

IMG_6752

C’è uno tsunami di critiche domestiche ed internazionali contro la RSA, con molti soggetti impegnati nella conservazione, ricercatori che studiano il leone ed NGO che affermano che il supporto incondizionato del governo a questa industria distruttiva non può avere basi scientifiche, o trovare ragioni in una prospettiva etica, di turismo o del benessere degli animali. Il commercio di ossa di leoni del DEA danneggia il brand Sudafrica e anche il turismo. Molte persone fanno affidamento su di un impiego fisso nel turismo. La loro vita è sulla linea di fuoco, e questo per favorire una elite predatoria che commercia in ossa. Il turismo stesso è un asset nazionale. Il Sudafrica fronteggia una marea di pubblicità negativa a causa della sua compromissione con questo commercio scioccante. I turisti sceglieranno di spendere altrove i loro soldi. Ci opponiamo fermamente a ogni commercio di ossa di leoni allevati. La reputazione di responsabilità del Sudafrica in ciò che è la conservazione delle sue popolazioni di specie wild in pericolo o minacciate è stata irreparabilmente danneggiata.

IMG_6750

Su di un piano culturale, che cosa è il Leone per il Sudafrica? Pensi che ci siano differenze nel modo in cui I differenti gruppi etnici della Repubblica considerano questa questione?
Il leone è il simbolo dell’Africa e per la maggior parte delle persone è ripugnante assistere a questa commercializzazione, dell’allevamento e del macello. Ti chiedo di guardare questo video.

IMG_8029

Avete riscontrato che la legislazione in vigore della CITES ha delle falle ed è incompleta per arginare e definire questo commercio, Sembra che la cornice giuridica della conservazione non riesca a fare il punto sul tipo di sfruttamento che questo business comporta. Si tratta di qualcosa di biopolitico: “fare di animali vivi materiale grezzo da profitto”. Pensi che il destino del leone in Sudafrica mostri un problema di questo tipo?

La cornice giuridica della conservazione in Sudafrica è spezzata. Il Dipartimento degli Affari Ambientali ha devoluto molte delle sue responsabilità, come ad esempio il rilascio dei permessi CITES alle province – e alcune province non implementano la legislazione nazionale che offre una sorta di protezione più alta agli animali. Il contesto giuridico in Sudafrica è la ragione vera per cui il benessere degli animali nelle strutture per il captive breeding è compromessa, poiché la responsabilità legale cade nelle crepe del sistema mentre i diversi dipartimenti governativi tentano di provare il loro ruolo. Non solo il destino del leone africano è in pericolo, ma tutte le specie selvatiche (wildlife) in Sudafrica corrono il rischio dell’estinzione se la legge non rimetterà mano urgentemente ai propri parametri. 

IMG_6749

Nel vostro Rapporto si legge che il governo ha una “ideologia sull’animale selvaggio e il suo uso sostenibile”: puoi dirmi di più su questo atteggiamento? A tuo parere, perché il governo include questo sfruttamento nella green economy?

Il governo del Sudafrica non ha offerto nessuna definizione o spiegazione della sua idea di ‘uso sostenibile’. Come il governo possa mettere in correlazione un indefinito uso sostenibile e la green economy, è difficile da capire in termini logici. Chiaramente, il governo crede che l’industria crei posti di lavoro e porti valuta straniera, ma questa è una rappresentazione del tutto fuorviante. Non soltanto i volontari si aspettano di pagare per avere un ruolo nella cosiddetta conservazione lavorando negli allevamenti (sottraendo anche lavoro alla gente del posto), ma la nostra indagine mostra che i commercianti dichiarano il valore degli scheletri come beni tassabili per l’esportazione e ogni cosa è firmata dalla DEA. 

IMG_2370

 

Kamqua, Kgalagadi: affidare la propria vita ai leoni

IMG_7058

Ma non tutto il Sudafrica è un posto felice per la megafauna. A questo punto ci sono da dire altre cose, che hanno sì a che fare con il leone del Kgalagadi, ma in forme decisamente meno accattivanti. Il Sudafrica è un Paese di ombre e oscurità, per dire il meno. Molta di questa oscurità non ha origine nella segregazione razziale e nell’apartheid, ma in decisioni prese dopo che la Nazione decise di imboccare la strada del post colonialismo e della propria emancipazione spirituale. Gli animali sono una voce di PIL per il Sudafrica. E i leoni rendono parecchio. 

L’allevamento dei leoni in cattività in ranch, game farms, fattorie è un business in crescita, denunciato nel 2015 dal documentario Blood Lions e poi a settembre del 2016 durante la COP 17 della Convenzione Mondiale per la Biodiversità che si svolse proprio a Johannesburg. Molte nazioni, tra cui il Botswana, si batterono allora fino all’ultimo voto per un upgrading di Panthera leo in Appendix I della classificazione internazionale Cites. Questo avrebbe significato spostare il leone dallo status “vulnerabile” ( in cui è dal 1996) alla condizione di “minacciato”, con lo scopo di rendere illegale su scala mondiale il commercio di ogni parte della carcassa di un qualunque esemplare morto: denti, ossa, pelle, cranio, artigli. Da un punto di vista biologico, il leone appartiene alla famiglia delle pantere, e questo lo pone comodamente accanto alla tigre, sempre più rara, nella medicina tradizionale cinese aggiornata al terzo millennio. Per questo le sue ossa valgono una montagna di dollari. Nel 2016 il Sudafrica ottenne infine ciò che voleva, e cioè bloccare l’upgrading e continua indisturbato a rilasciare permessi per le farms. Il lion breeding è un affare che, come ha qualche giorno fa ha ammesso una investigazione dettagliata della EMS Foundation insieme a BAN ANIMAL TRADING, The Extinction Business – South Africa’s Lion Bone Trade, consente di fatturare sull’estinzione del leone, in collaborazione occulta con i cartelli asiatici del traffico di specie africane. L’indagine è stata annunciata da Africa Geographic, che mette a disposizione il pdf per chi volesse approfondire (con la raccomandazione che le foto dei leoni in attesa di essere macellati non sono facili da sostenere). 

Il Sudafrica comincia ad allevare leoni negli anni ’90 e secondo stime attendibili nel 1999 c’erano già almeno 1000 leoni in gabbia. Le statistiche attuali non danno certezze, proprio perché questo mercato gode di una impunità legislativa che trova i suoi appigli giuridici, secondo EMS e BAN, in falle del sistema CITES (che è un regolamento internazionale a cui devono attenersi gli Stati che ne abbiano firmato l’accordo, come il Sudafrica) e in palesi omissioni di controllo da parte del Ministero dell’Ambiente (Dipartimento per gli Affari Ambientali). Una ricognizione del 2015 condotta da Traffic e WildCru Oxford ( la task force inglese che monitorava anche Cecil the Lion in Zimbabwe) dava 9100 leoni in tutto il Sudafrica, cifra che comprendeva ogni tipo di leone del Sudafrica: quelli allevati erano circa il 68%, e cioè 6.188. Un numero impressionante, se si riflette sul totale di leoni rimasti in Africa, non più di 25mila. Nel 2017 il Ministero ha dichiarato che sul suolo nazionale ci sono 300 strutture impegnate nell’allevamento, senza fornire numeri complessivi. Infine, lo scorso giugno, lo stesso Ministero, nella persona del Ministro, Edna Molewa, annunciava che la quota di ossa di leoni esportabile dal Paese su base annua passava da 800 scheletri a 1500 scheletri. Questi 800 scheletri, per i parametri Cites, erano del tutto “conformi”. 

Secondo questa indagine, durata 18 mesi, il Sudafrica sta facilitando un ulteriore peggioramento: permettere che i leoni siano velocemente macellati in modo da vendere le loro ossa sui mercati asiatici. I mattatoi per leoni si moltiplicano nel Free State (Orange). Il 91% delle ossa esportate nel 2017 include anche i crani: “Questo dimostra che il commercio di ossa di leone in Sudafrica non è un sotto prodotto dell’industria, già esistente, della caccia da trofeo, bensì una industria interamente separata (…) il Ministro sta tentando, senza riuscirci, di far passare questa industria aberrante e distruttiva come una alternativa sostenibile ed etica al trophy hunting”. 

IMG_6922

Il Kgalagadi non è una area protetta chiusa (fenced). Scendere dalla propria jeep è un rischio che risponde solo al proprio libero arbitrio, ma poiché è inevitabile è consigliabile farlo in apposite aree di sosta. Soprattutto, il codice di condotta del Kgalagadi promuove una “cultura del leone e dei predatori”. Rispettare le regole (se ti trovi davanti un leone, non perdere il contatto visivo con il suo sguardo e indietreggia lentamente, non scrutare il paesaggio in lontananza nell’erba alta, non camminare lungo le piste sabbiose, rientra nei luoghi di sosta al calare delle tenebre) rende possibile, qui, una convivenza straordinaria non solo con i leoni veri che si aggirano ovunque, anche se non li vedi, ma con la propria paura. Alla fine, il leone del Kgalagadi diventa una presenza certa, continua, consustanziale all’alba, al caffè della mattina, al fuoco della sera. Lui è con te, e tu sei con lui. E’ una legge scritta in un tempo per noi ormai scomparso, ma è una legge genetica, e quindi incancellabile dalla nostra storia.

IMG_6889(Una pagina del magazine del SanParks disponibile allo !Xaus Lodge)

Questo non significa che quando leggi il cartello di avviso nelle aree di sosta non senti un brivido gelato lungo la schiena. Significa soltanto che accetti il predatore di vertice, il leone appunto, gli affidi la tua presenza così come lui è costretto a tollerare la tua. Nei libri di Elizabeth Marshall Thomas (che visse per anni nel Kalahari con la famiglia), di John Vaillant ( nella sua biografia della tigre siberiana), di Mark e Delia Owens (che trascorsero 7 anni nella Central Kalahari Game Reserve, Botswana) questa condizione ecologica è documentata da decine di esempi storici che trovano conferma nella civiltà San: il leone del Kalahari può convivere con gli esseri umani. E quindi anche con i visitatori occasionali. Il fatto che il Sudafrica esprima, come nazione, una cultura della conservazione così avanzata come quella del Kgalagadi e che, contemporaneamente, programmi su scala industriale lo sterminio di migliaia di leoni compromettendo anche le popolazioni selvatiche ( la domanda di ossa è a tal punto in crescita da motivare i bracconieri a spostarsi sui leoni wild) dimostra l’insufficienza degli apparati burocratici, come la Cites, dinanzi ai problemi biopolitici e culturali posti dall’esigenza di protezione del Pianeta. 

IMG_7083( i leoni del Kgalagadi, Predator Centre Nossob Gate)

Perché quando si legge che “Il Dipartimento per gli Affari Ambientali ha ripetutamente sostenuto che l’allevamento in cattività dei leoni per i cacciatori di trofei e il commercio di leoni vivi e dei loro scheletri è compatibile con la promozione del concetto di green economy”, è chiaro che la questione non riguarda solo il diritto di intendere il proprio patrimonio faunistico nei modi più consoni all’interesse nazionale. Qui si tratta di come il leone viene percepito in Sudafrica in termini economici e politici; di conseguenza, la questione del futuro del leone in Sudafrica – ricordiamo che il Sudafrica è insostituibile per la specie perché contiene due strongholds genetici, il Kgalagadi appunto e il Grande Kruger – dipende dalla possibilità che si attribuisca alla specie una dignità ecologica e storica e dunque un diritto genetico, evolutivo alla sopravvivenza. Questi aspetti culturali sono stati colti, nella loro vastità, da Paul Funston, Lion and Cheetah Program Senior Director per Panthera, che è stato anni al Kgalagadi: “I leoni selvaggi sono una tale fonte di orgoglio nazionale”. Un partito di opposizione al governo ANC, lo Inkhata Freedon Party, ha detto: “questa pratica non è altro se non la riduzione a prodotto commerciale (commodification) di un predatore di vertice dell’Africa, per il vantaggio economico di un pugno di persone, con un danno grande e disturbante per il brand South Africa”.

IMG_7085(due piccoli, foto esposta sempre al Predator Centre del Nossob Gate)

In una rete di affari transnazionale di questa portata, le aree protette non possono essere escluse dal bilancio. The Extinction Business cita anche un altro studio, uscito su PLOS ONE lo scorso ottobre, Questionnaire survey of the pan-African trade in lion body parts , che mette in correlazione il numero crescente di leoni avvelenati o uccisi in Mozambico, Zimbabwe, Sudafrica, Uganda e Tanzania con la domanda di ossa di felini in Cina e sud-est Asia. Secondo EMS, infatti, pezzi di leoni selvatici uccisi di frodo escono dal Paese in bagagli di passeggeri diretti in nazioni africane “di transito” verso l’Asia; nel 2017 all’aeroporto internazionale Tambo di Johannesburg sono state sequestrati 51 artigli e 19 denti in una valigia che sarebbe finita in Nigeria. Diciamo che considerato ciò che si vede al Tambo nei negozi del Duty Free, e che io e Davide vedremo in uscita dal Paese, ci sarà da riflettere non poco sull’ipocrisia che motiva e sostiene contraddizioni così profonde. Nei prossimi giorni uscirà un ulteriore studio sulle lion farms cui ha collaborato proprio Ian Michler, uno degli autori di Blood Lions. Qui le anticipazioni. 

Ma adesso siamo a Kamqua e l’ultima radiazione solare potente della giornata si riversa su di noi come una promessa che nessuno ha il diritto di negare. Le promesse sono il fondamento di ogni orizzonte e possono aspettare lunghi anni per essere soddisfatte. La !Xaus Community è una di queste promesse all’umanità tutta. 

Auob River, dove scorrono le epoche geologiche del Kalahari

IMG_6637

Ci troviamo ormai in un angolo remoto e felice del SA. Il Kgalagadi si spalanca davanti a noi con un silenzio che sembra invincibile. Immenso, di una purezza crudele in cui la vita, la nostra, la vita degli animali stessi, non è scontata, e neppure assuefatta alla dittatura dell’abitudine. Siamo soli su di una pista di sabbia sassosa, color crema. Decine di chilometri senza incontrare nessuna Jeep o Land Rover, sotto lo sguardo dei gemsbok dallo scatto sicuro e improvviso. Ma questa non è più la solitudine europea. “Per trovarsi in ciò che è senza confini – Im Grenzenlosen sich zu finden” scrisse Goethe, “scompare volentieri il singolo – Wird gern der Einzelne verschwinden”. 

Il Kgalagadi coincide con il mistero del Kalahari, che i geologi considerano “elusivo” come un felino. Proprio a causa della diversità degli aspetti geo-morfologici il dibattito sulla vera natura del Kalahari è ancora aperto. Sono evidenti, sul paesaggio, i segni di un feroce regime desertico di pioggia e umidità, eppure la vegetazione invernale è saldamente aggrappata alla sabbia. I cespugli ruvidissimi e pallidi dei sistemi a savana ci sono anche qui, se non fosse che il territorio attorno a noi non diventa mai distesa erbosa e piatta, ma cambia continuamente, e paesaggi differenti si danno il cambio cedendo l’uno dentro l’altro in una strana armonia sempre più enigmatica sotto l’avanzare del sole, dal suo zenit al primo pomeriggio. All’inizio, tra Houmoed e Monro, il veld riesce a sconfiggere la sabbia di dune alte fino a venti metri e sopporta le acacie haematoxylon dal tronco spesso e robusto, antiche di anni; le erbe ad alto fusto di Stipagrostis amabilis (di un opalescente verde turchese) e di Stipagrostis uniplumis (con i suoi tipici cespugli di un giallo oro infiacchito dalla mancanza di acqua ) convivono in prati resistenti, aggrappati alla superficie del suolo e ostili da millenni al passaggio degli erbivori. 

IMG_6680

Poi, lungo il corso dell’Auob, procedendo verso nord est, in direzione di Auchterlonie, le dune diventano più irregolari, compaiono le acacie mellifere e creste calcaree come fatte di stucco d’avorio decorano i profili delle dune più piatte e levigate. In questi anfratti simili a rifugi paleolitici si nascondono i leopardi, che approfittano delle grotte spoglie poste in altitudine per pattugliare il veld sottostante. Individuarli a occhio nudo è sostanzialmente impossibile, ma impareremo presto che per tutti i grandi felini del Kgalagadi le regole di avvistamento della savana non sono efficaci. Qui occorre scaltrezza, pazienza e un intuito inselvatichito per sapere dove un leone, al tramonto, ha scelto di tentare il suo coraggio. Perché ogni centimetro quadrato del paesaggio congiura contro lo sguardo umano, confonde, trae in seducenti inganni l’illusione di aver avvistato il lampo di una zampa o il movimento di un corpo, tra i cespugli. E’ come se il Kgalagadi stesso proteggesse le sue faune, rendendole così poco accessibili e così immensamente desiderabili. Decine di springbok, le gazzelle eleganti e flessuose del Kalahari, brucano l’erba secca e rugosa nutrendo le nostre aspettative con la loro continua vigilanza contro i predatori. Gli springbok sono erbivori generalisti che, come i gemsbok e i kudu, hanno tratto vantaggio dall’inaridimento dei pan negli anni venti del secolo scorso, fino a moltiplicarsi con enorme successo. Quarant’anni fa il numero di springbok, gnu e alcelafi rossi raggiunse le migliaia di esemplari: non c’è traccia di proporzioni del genere nelle fonti ottocentesche su questa area del Kalahari meridionale. L’impronta umana, e più tardi le scelte di amministrazione del parco, hanno plasmato ciò che vediamo oggi piegando antichi equilibri a nuovi rapporti di forza. Il numero dei felini non è cresciuto di pari passo, e tutte le specie soffrono qui di problemi analoghi se non uguali a tutte le aree faunisticamente ricche dell’Africa. Il SanParks dichiara 450 leoni (le stime sul Botswana non sono del tutto sicure), 150 leopardi e 200 ghepardi. Considerate le condizioni generali del ghepardo, questa cifra appare un quasi miracolo. Le iene sarebbero più numerose: 375 spotted, e 600 brown, la specie più rara. 

IMG_6682

Molti alberi, la corteccia annerita dalla sete, hanno cime mutile e grosse braccia spezzate. Altri sono già morti, ma presidiano il paesaggio senza arrendersi, e trattengono ancora il vigore e la resistenza delle loro migliori stagioni. Negli anni ’90 le condizioni climatiche del Kalahari sono diventate più fluttuanti. Qui cadono solo 200 mm di pioggia in un anno, e i due fiumi del parco, il Nossob, che segna il “confine” con il Botswana, e lo Auob, sono quasi sempre asciutti. I fiumi, se e quando piove, riescono a trattenere l’acqua solo in superficie e al Kgalagadi questo basta per interi decenni. Una vera e propria corrente scorre molto di rado in questi due fiumi: si ritiene che il Nossob abbia una portata di acqua tale da generare una corrente solo una volta ogni secolo. Nel 2016, però, le piogge furono eccezionali e lo Auob tornò ad essere un fiume. Chi viene qui non si lascia scoraggiare dall’aridità e dal freddo invernale, pari solo al massacrante caldo estivo. Nei prossimi giorni le minime notturne saranno sotto zero, ma la massima diurna di 25 – nient’affatto scontata – è ingannevole. Soffia costantemente un vento tagliente, che prende a pugni la faccia e gli occhi e che diventa gelido dal tramonto. Detto tutto questo, l’escursione termica può raggiungere i 20 gradi nel giro di sole tre ore, dalle 7 alle 10 di mattina.

IMG_6686

“Il KTP è uno degli ultimi parchi intatti del SA, con una interferenza umana ridotta considerata la sua estensione. E’ una vera wilderness e un vital natural heritage; gli animali sono abituati a vedere macchine ed esseri umani, ma devono sempre essere trattati come selvaggi – dice il codice di condotta del SanParks – Rispettare loro e il loro ambiente, cercando di avere sul parco il minor impatto possibile è cruciale per assicurare una gestione efficace della wildlife e della wilderness in nome di un futuro comune”. Si tratta qui di aderire ad una cultura della wilderness: ci sono delle restrizioni precise alla produzione di rumore e quindi alle cause di stress acustico per gli animali: dalle 9 di sera alle 7 del mattino tutto deve essere fermo. Un imperativo ripetuto nei campi tendati, ovunque, è di risparmiare l’acqua salata e oleosa, l’unica disponibile per lavarsi sommariamente. Le pozze d’acqua sono ormai quasi asciutte e le pompe a pannelli solari attendono la stagione delle piogge per ricominciare a lavorare a pieno regime. Questi pannelli solari – il SanParks ha pianificato l’energia rinnovabile in tutto il Kgalagadi – sono disorientanti. Sono indubbiamente giusti, ma inaspettati, e sono anche sicuramente aggiornati alla epoca dei cambiamenti climatici, ma ci vorrà del tempo per abituarsi alla loro presenza. 

IMG_6661

Del resto, ad Auchterlonie, tra Monro e Kamfersboom e poi ancora dopo Batulama, sono ancora visibili i resti di insediamenti umani in pietra del periodo coloniale. Su una duna c’è anche un piccolo museo, Le Righe House, riassorbita nel paesaggio, vestigia e frammento, ancora una volta, del passato ereditato. Molte epoche si sommano una all’altra nel Kgalagadi, e la sintesi che abbiamo di fronte a noi ci chiama a comprendere secondo percorsi non lineari. Le risposte ai problemi di oggi, ad esempio al bisogno di energia, quando riescono ad essere almeno abbozzate, pretendono che la domanda di giustizia degli uomini e degli animali trovi sempre una riformulazione proprio dove l’eredità iniqua del passato ha più crudamente trasformato situazioni, sentimenti, percezioni, e risorse naturali. 

IMG_6677

IMG_6673

IMG_6672

La maggior parte delle watehole, le pozze d’acqua artificiali, sono in questa parte del parco. Sono contrassegnate da cippi in pietra, con il nome della pozza scritto in afrikaans. Anche queste indicazioni sulla pista principale appartengono agli uomini, ma non entrano in conflitto con la sostanza selvaggia del Kgalagadi. Molto utili per avere costantemente la misura di dove ci si trovi, soprattutto nel tardo pomeriggio, quando è urgente dirigersi verso i luoghi di riposo e ricovero notturno, i cippi delle waterhole sono anche i punti nevralgici in cui avvistare i predatori. 

IMG_6676

“L’introduzione dei waterhole ha diminuito il bisogno degli animali di migrare (ad esempio il wildebeest) e ha creato popolazioni più sedentarie – dichiara il Sanparks – e nondimeno l’adattamento ad un ambiente duro e così arido è eccezionale, con o senza le pozze di acqua artificiali”. E’ la storia delle zebre e degli springbok, che prosperano nel Kalahari in modo diverso da un secolo e mezzo fa, in un clima in cui non esiste un giorno che sia uguale al precedente. Un clima in cui, quanto alla luce, non si dà secondo che sia identico al prossimo. La radiazione solare è cangiante e così varia da richiedere un adattamento continuo delle lenti fotografiche. Sono ormai le 17 del pomeriggio e attraversiamo il Gemsbok Plein lungo l’Auob, verso Kamqua. Da qui saliremo sulle colline di nord ovest per raggiungere, insieme ad una guida San, la !Xaus Community. Sì, siamo in un angolo felice del Sudafrica.

Twee Rivieren, il XXI secolo alla sbarra

IMG_4795

Alle 10.40 mancano solo 20 chilometri al Twee Rivieren, il gate di ingresso al Kgalagadi. Un gruppo di San in evidenti condizioni di povertà piantona un albero di acacia e un vecchio mima una danza rituale. Il suo corpo è di una magrezza estrema, ha perso il tono muscolare agile e scattante della sua gente, tipico dei cacciatori raccoglitori. E’ una scena deprimente, che fa a pugni con un cartello allegro e vivace che annuncia una “farm kitchen”, probabilmente uno di quei latifondi ormai così diffusi in Sudafrica dove si allevano specie selvatiche a scopo commerciale. Ci sono ancora vacche e capre che pascolano sulla sabbia nei pressi di alcuni kraal di pastori, e siamo ormai a soli 15 chilometri dal gate. Le case sono capanne in lamiera, che però hanno elettricità da pannelli solari. Un certa cupezza tenebrosa circonda questi insediamenti rurali. 

IMG_4794

Eppure, qualcosa di inesorabile sta già accadendo, e il conta chilometri non può fare altro che accompagnarne l’approssimarsi. Il confine con il parco risucchia il ventunesimo secolo, lo interroga e si prepara a presentarci la sua proposta. Saremo pronti ad accettarla? Siamo davvero sicuri di avere abbastanza energie psicologiche ed emotive da fronteggiare l’immensità ancora viva di ciò che pur sta ormai scomparendo dalla maggior parte del Pianeta? Siamo disposti a prenderci la responsabilità di vedere ciò che vedremo? Da dove proviene ciò che dimora dentro il Kgalagadi? Dal tempo, almeno questa risposta, almeno una, s’è presentata chiara e bella nitida negli indizi e nelle tracce sul nostro cammino: nel corpo emaciato del vecchio San, nella carcassa dello sciacallo spappolato sull’asfalto, nelle ossa dello springbok e nei cespugli turchesi del veld che Davide ha affettuosamente chiamato “gli alberi blu”. La vita viene dal tempo, dalla vertiginosa profondità di tutto ciò che è già morto alle nostre spalle, dalla continuità che lo scomparire ritmico di milioni di esseri viventi vegetali e animali produce attraverso la loro estinzione perenne. Ciò che persiste trova la sua continuità in un indomabile assentarsi delle cose. Ciò che è perduto per sempre riempie di sé ciò che rimane. Questa assenza è il territorio selvaggio dentro noi umani. 

IMG_4797

Parcheggiamo la Duster nel piccolo parcheggio dove è obbligatorio sostare prima di aver sbrigato le formalità burocratiche e amministrative di ingresso nel parco. Un bungalow di canne di bambù e muratura ospita entrambe le autorità di frontiera del Kgalagadi, la Repubblica Sudafricana e il Botswana. Il simbolo del Sudafrica è il gemsbok, la poderosa gazzella dal manto grigio-lilla e le corna simili a sarisse persiane, mentre l’araldo del Botswana è il licaone, il cane selvatico. Paghiamo le fees del parco in Rand e ritiriamo una seconda mappa, insieme a materiale informativo del SanParks, l’ente governativo di gestione del parco per il Sudafrica. Il leone è il dominatore assoluto dell’Impero in cui ci apprestiamo ad entrare. Eppure, la stessa rivista del SanParks tace sulle ragioni più strutturali per cui i leoni del Kgalagadi sono così importanti per il futuro della specie. Queste ragioni coincidono con le caratteristiche stesse del Kgalagadi: una porzione di deserto del Kalahari composto da almeno 20 differenti paesaggi che corrispondono ad altrettanti tipi di vegetazione. Tutto questo rispecchia un tipo di leone: il leone criniera nera del Kgalagadi. 

IMG_4934

Bruce Patterson del Field Museum di Chicago ha studiato a lungo la plasticità del leone: “Gli studi su un singolo ecosistema necessariamente generano una visione incompleta della specie. Non possono rendere conto del numero di unità evolutive, spiegare le contrastanti informazioni sul comportamento, l’ecologia e anche l’aspetto o determinare i membri della specie, lo status e le minacce in tutto il range. I leoni variano in modo impressionante nella morfologia, nella genetica, nei comportamenti e nell’ecologia” ( On the nature and significance of variability in lions – Panthera leo, Evolutionary Biology (2007) 34:55-60). Oggi le prospettive di conservazione per il leone sono discusse all’interno di un cambio di paradigma: bisogna ragionare per “landscape” e cioè per popolazioni, non solo perché la specie è ormai molto frammentata sotto l’equatore (anche nelle strongholds) ma anche perché le popolazioni sono straordinariamente adattate agli ecosistemi in cui sopravvivono. Il ragionamento per landscape è utile anche per progettare l’auspicato ampliamento delle aree da proteggere in quanto adeguate ad ospitare il ritorno dei leoni. In definitiva, comprendere sempre di più e sempre meglio come singole popolazioni, come quella del Kgalagadi, si muovono, cacciano e si riproducono è di vitale importanza per progettare la protezione del pool genetico dell’intera specie. 

IMG_4935

Ma accanto al leone, nel Kgalagadi prosperano le cosiddette “serie complete” di erbivori e un numero enorme di onnivori e carnivori opportunisti. Una rapida galleria fotografica di ciò che sta dentro le terre selvagge del Kalahari del sud è per forza di realtà piuttosto incompleta. Quando la sbarra del check point documenti si alza e ci lascia passare il confine è ormai superato. Come gli intrepidi trekker boeri, anche se ad anni luce dalla loro mentalità e dal loro ardimento, non torniamo più indietro.

IMG_4936

Il Twee Rivieren è l’ultimo avamposto prima del deserto e i pochi turisti che sostano qui in questo momento dell’anno hanno a disposizione dal SanParks attrezzature per il barbecue e qualche alloggio coperto anche se rudimentale, in caso di necessità. C’è una pompa di benzina, l’ultima fino al Nossob Gate, e un negozio di generi alimentari. Frutta sciroppata, minestre essiccate Knor, acqua potabile, pies di cipolle e pollo, e anche pelli di springbok conciate per diventare tappeto. Mangiamo con gli scarponi che affondano nella sabbia color crema delle dune del Twee Rivieren, disposti a sperimentare la proposta del confine. Del Kgalagadi.  

IMG_4798

 

My blog quoted at 11th Mercosul Visual Arts Biennal for Andréas Lang’s work on Lagos

My conversation – published on this blog – with Andréas Lang about his work in Lagos, Nigeria (Lagos, a story of disappearance) has been quoted on the Catalogue of the 11th Mercosul Visual Art Biennal ( Puerto Alegre, Brazil, 6 April 2018 – 03 June 2018, here the website). Lang’s perspective on African history and its contemporary struggle is of particular importance in the debate on the future of Europe, but Andréas is able to grasp more than this. By far his “African photography” is the deepest insight into the pattern of extinction I’ve ever came across. It is an honor for me to have him on this blog.

KatalogBienalMercosul2018-2_3517m

 

 

Kalahari Red Dune Route

IMG_4770

Attraversiamo il distretto industriale di Upington percorrendo  la Swartmodder, per infilarci sulla Route 360 e proseguire dritto lungo i 200 chilometri di “zona cuscinetto” tra gli insediamenti umani e il Kgalagadi. Un cartello stradale indica la direzione del parco, verso Askham. E’ un annuncio, un urlo che arriva dalla fine di questi duecento chilometri, dalla sabbia sdrucciolevole del Kalahari, come se volesse scuotere la nostra epoca, che ci sta cucita addosso, dalle sue fondamenta. Le buffle zone sono territori di confine in cui il paesaggio umano, e cioè le coltivazioni, le mandrie e le greggi, cedono lentamente il passo agli habitat selvatici. In certi contesti, ad esempio in Uganda, spostandosi verso il Queen Elizabeth, ci sono solo “farmlands and exotic trees”, come racconta il Lion Recovery Fund, il gruppo non governativo più avanzato nell’analisi del futuro del leone con cui collabora anche la Leonardo Di Caprio Fundation. Il Queen Elizabeth è una benedizione, ma questo non rende l’assedio meno perverso. Nella Tanzania del nord il passaggio di testimone tra Antropocene africano ed ecosistema è brutale: campi di mais e villaggi impoveriti accompagnano lo sguardo di chi, venendo dal Lake Manyara, sale verso il Rift, per entrare a NgoroNgoro e scivolare poi nella piana erbosa del Serengeti. Lo stacco è netto, la cicatrice tra i due lembi della realtà spessa e non più negoziabile. Una delle due parti ha già perso. Per sempre. 

IMG_4779

E’ così che la teoria della separazione della wilderness invocata dai Britannici del Capo a inizio Novecento come principio cardine della salvaguardia faunistica non è del tutto superata. La parola parco implica confini e del resto sono proprio le buffle zone a ribadire che i confini di un parco, ancora oggi, dividono noi da loro. Il contesto umano dal contesto animale non addomesticato. I parchi non sono luoghi di riconciliazione o di compromesso, sono decisioni già consolidate a cui adattarsi. Il Trattato di Versailles della conservazione è scritto. I duecento chilometri della Route 360 sono però una altra cosa. Appartengono al Kalahari, ce ne accorgiamo quando l’asfalto scorre sotto le ruote della Duster come se fosse una unica, nuova dimensione del Pianeta Terra, aggrappata ad un cielo a grumi di nuvole blu e grigie profondo quanto l’irrequietezza perenne della nostra specie, di noi uomini. A Nonieput questo cielo concede a qualunque cosa respiri sotto di lui una pioggia caduca e fuggevole, a grosse gocce simili a biglie. Uno sciacallo giace morto sull’asfalto, dopo aver tentato di attraversare, il primo della sua famiglia di canidi furbi e incredibilmente adattabili a presentarsi a noi, e un cartello avvisa che i rapaci si aggirano con occhio scaltro sopra i cespugli. Siamo già nel Kalahari, ci siamo già dentro in questo inverno 2018 dell’Africa del sud, sulle sabbie rosse disidratate che corrono dietro i finestrini. 

IMG_4780

Qui le persone sopravvivono allevando pecore e capre. Qualche gregge pascola sulla sabbia l’erba che ha il colore dell’oro, del turchese marino e della salvia. Le bestie appartengono a insediamenti umani modesti e minuscoli. A Norokeipan si raccoglie il sale in una salina bianchissima, scorticata. Poco più avanti, dopo un lodge abbandonato, incontriamo un pastore a cavallo. Siamo al miglio 163: colline di sabbia rossa riempiono i trencentosessanta gradi di orizzonte che sta tra noi, dentro la Duster, e il possente mondo esterno. Poi ecco che, improvvisamente, alla nostra destra, compare il profilo marrone di un enorme pan, il tipico lago secco salato del Kalahari, una distesa piatta e infida – sotto la crosta dura potrebbe esserci fango ancora umido – a forma circolare, che assomiglia ad una isola, il modulo geometrico primordiale del Kalahari meridionale e centrale. 

IMG_4784

Siamo al Goerapan, una conca pianeggiante soffusa di giallo, uno spazio autonomo nella grandezza dello spazio che lo contiene. Ecco perché qui si forma nel cervello una percezione diretta, verosimile degli animali selvatici. Si riesce ad immaginarli muoversi nello spazio, la profondità della danza di dune che si espandono fin dentro il Kalahari è anch’essa un movimento che diventa uno con lo spostarsi e il camminare degli animali, mentre ogni specie della terra e del cielo prosegue per il suo viaggio incastonata nello spazio e lo spazio, per conto suo, dà ritmo, consistenza e significato al frullare delle ali o all’incedere degli zoccoli. Il pensiero è geografia. Andare, mettersi sulle tracce di questi animali, e raggiungere la grandezza dello spazio là in fondo, dove le dune rosse sconfiggono la misura della distanza e sono, imperturbabili, soltanto Pianeta Terra. Di questo cammino per noi perduto, dileggiato dall’epoca della tecnologia padrona di ogni sentimento, parlava Thoreau al principio di Walden:  “Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza (….)” perché “c’è una alternativa al perseguimento del superfluo: avventurarsi subito nella vita”. Il pensiero è geografia. 

Poco dopo il pan Davide accosta. A un paio di metri sotto il bordo sabbioso della strada, in fondo alla scarpata c’è lo scheletro scomposto di uno springbok.

IMG_4788

Esaminiamo le piccole vertebre e il cranio bianco ripulito da ogni traccia organica. Le sue ossa sono ormai solo frammenti, la morte l’ha colta molto tempo prima, eppure è il suo mondo, non la materia, a sembrarmi un mondo in dissoluzione. Nell’Ottocento le genti Ottentotte dicevano agli inglesi che lo springbok è sempre esistito e che quindi non viene da nessun luogo, non ha una origine. I boscimani del Kalahari centrale custodivano un mito analogo su se stessi: “da dove viene il boscimane? Un sogno ci ha sognati”, racconta Laurens van der Post. Ma le gazzelle e le genti San e Mier conobbero ciò che prima di loro avevano conosciuto gli Ottentotti. La fauna che conoscevano da millenni non era eterna, era preda, così come lo erano loro, preda di qualcosa di così inaudito che anche oggi, francamente, non è facile farsene una idea. Lungo la 360 ci sono negozi di biltong, la carne selvatica secca del Kalahari, insaporita con erbe aromatiche e sale. Si mastica biltong in silenzio mentre si osservano gli animali attorno alle pozze d’acqua, in attesa dei leoni. Il biltong è un cibo ricco di storia, un simbolo del destino di uomini e animali del Sudafrica. Nel 1931 una delle ragioni per la proclamazione del Kalahari Gemsbok NP fu l’intenzione di prevenire l’eccessiva caccia agli erbivori per mano dei “cacciatori di biltong”. Molti Mier erano cacciatori di questo tipo, essendo stati privati dei diritti di proprietà sulla terra. Negli ultimi tre decenni dell’Ottocento i Mier avevano vissuto di allevamento di bovini e pastorizia entro i confini di quello che è oggi il Kgalagadi, ma la perdita della terra, a causa della legislazione progressivamente razzista del Paese, li spinse su altre fonti di approvvigionamento. Persa la terra, si diedero alla caccia per vendere il biltong e infine la dichiarazione del Gemsbok park li condannò anche a perdere la caccia, perché erano cacciatori sgraditi e pericolosi per la “salute” della fauna. 

IMG_4787

Conflitti disperati, che pur conclusi nelle fase acuta ( quella dei morti, degli abusi, degli sconfitti) segnano ancora il Kgalagadi. Proprio come un secolo fa, sulla pelle degli animali e delle persone si combatte, si mercanteggia, si impone potere. Gli allevatori di ovini continuano ad essere in guerra con il caracal, la lince del deserto, che uccide e mangia gli agnelli causando ingenti danni economici. Da metà degli anni ’70 il caracal da queste parti è un problema, e non certo una star come negli sporadici documentari BBC che riescono a filmarlo. E’ in buona compagnia. I leoni del Kgalagadi non hanno mai firmato la pace con nessuno. 

Gus Mills è stato il ricercatore sudafricano che ha speso più tempo nel Kgalagadi fra gli anni ’70 e la fine degli anni ’90. L’African Lion Group, nonostante sia in pensione, lo cita ancora tra i massimi conoscitori del parco. In un paper uscito su Koedoe nel 1978  Mills parlava della convivenza con i leoni del parco: “Durante gli ultimi anni ci sono stati considerevoli problemi con i leoni che passavano attraverso le fences lungo i confini sud e sud-occidentali del parco, in particolare dentro l’insediamento del Mier Coloured Settlement. I leoni però si spostavano anche dai villaggi Mier verso le fattorie sudafricane. Predavano su prede selvatiche, ma occasionalmente anche sulle pecore”. La prassi del KGNP ( Kalahari Gemsbok NP) prevedeva di riportare i leoni dentro il parco. Ma tavolata l’abbattimento era l’unica via di uscita. Secondo Mills, gli esemplari che uscivano erano giovani maschi in cerca di un loro pride e di un futuro. In un solo anno, dal gennaio del 1975 al gennaio del 1976, dovettero essere abbattuti 15 leoni. A quel tempo il Nossob River segnava il confine tra la parte sudafricana dell’area protetta ( Il Kalahari Gemsbok, 9591 Kmq ) e il Gemsbok NP che era per intero in Botswana (esteso per 24.800 Kmq). Era chiaro che il Botswana giocava la parte principale nella sopravvivenza dei leoni. Mills si era infatti accorto che i leoni del Nossob proseguivano verso Nord e sconfinavano in Botswana. La loro vita era transfrontaliera. 

IMG_4773