Conquistadores Adventum è la migliore lezione di storia trasmessa finora dalla Rai

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Quando una fiction funziona, Netflix o meno, il racconto produce una sensazione fisica, non importa quanti secoli siano passati dagli accadimenti messi in plot del XXI secolo. Ti senti addosso quello che passa sullo schermo. Questo è Conquistadores Adventum, una strepitosa serie tv spagnola, prodotta e voluta dalla Movistar +, che Rai Storia – non si capisce per quale motivo in sordina – trasmette il giovedì in prima serata dalle 21, con l’introduzione di Alessandro Barbero. 

Conquistadores Adventum racconta la storia dei primi decenni della scoperta e poi della conquista del cosiddetto Nuovo Mondo: dal 1492 al 1530. Decenni preparatori, decenni di prove generali di quella che Peter Linebaugh e Marcus Rediker hanno definito “l’impresa atlantica” e cioè l’avvio del meccanismo di espansione territoriale e coloniale durato due secoli e mezzo oggi chiamato Capitalismo. Astutamente, e con una notevole onestà intellettuale, gli autori fissano l’origine della storia dei Conquistadores nel campo dell’esercito spagnolo davanti a Granada, ultima roccaforte musulmana in terra ispanica. Isabella di Castilla passa in rassegna l’esercito, incita i suoi e dinanzi ad un soldato che le crolla ai piedi sconvolto dall’entusiasmo della crociata religiosa e dalla riverenza assoluta per una sovrana altrettanto assoluta, con atto di tenerezza dice: “avremo altre battaglie in cui la Spagna sarà vittoriosa”. Già la attende una conversazione con l’Italiano Colombo ( un super convincente Miguel Lago), che sa che le esplorazioni sono ispirazioni della divina saggezza a uomini audaci impegnati a far trionfare la gloria di Dio meno di quanto, invece, siano esercizio del potere di uomini su altri uomini: “Sua maestà deve avere il coraggio di regnare”. 

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Conquistadore Adventum è stata girato con una precisione documentaria al millimetro, tanto che la televisione spagnola ha parlato di un nuovo genere a metà tra la fiction e il documentario. Il casting, in particolare, è curato in modo direi artistico, fuori dai canoni gommosi di Hollywood: si son cercati, con una indagine evidentemente iconografica condotta in collezioni museali, volti e corpi di uomini dall’aspetto cinquecentesco, pittorico. I Conquistadores – Colombo, Fransisco Pizarro, Vasco Nunez de Balboa, Alonso de Ojeda – sono caratteri religiosi, barbuti, brutali. Sussurrano alla spada e alla croce traendo ardimento da un carattere per noi quasi inaccessibile. Oscuro.

L’oscurità è infatti l’atmosfera metafisica di Conquistadores. Colori tutti sul verde, sul blu, sul grigio, una monocromia che in qualche modo riflette la poca luce della foresta tropicale intatta in cui si addentrano gli Spagnoli, ma che è anche una metafora di altro. E questo altro è il principio stesso della civiltà occidentale, che gli autori sembrano aver messo in sceneggiatura più guardando a Nietzsche che a modelli come Nuovo Mondo di Terrence Malick. La nostra civiltà occidentale, che non riusciamo più a leggere se non entro schemi di matrice positivista importati dalla cultura di massa americana, non viene dalla luce, ma dal buio. Un buio che Conquistadores mostra in molte declinazioni, tutte efficacissime dal punto di vista cinematografico: il buio del totalmente ignoto, che era ovviamente paura fottuta ma anche adrenalina purissima e quindi motore a pieno regime per l’impresa; il buio della ferocia di caratteri puramente erotici come De Ojeda (l’ottimo Roberto Bonacini), il “demonio dagli occhi azzurri” devoto alla Vergine Maria, prototipo appunto nietzschiano di una volontà di potenza ambiguamente fusa con un desiderio di affermazione incomprensibile al suo stesso animo; il buio dei genocidi che verranno, che la conquista imponeva e voleva. Tutto questo fa riflettere lo spettatore europeo, che nello spettacolo avverte l’ingombrante sentimento di avere qualcosa di più di un lontano passato in comune con questi precursori oscuri dell’altrettanto oscura avanzata del capitalismo globale. 

La lingua di tutto questo fu lo spagnolo. I Conquistadores parlano uno spagnolo maestoso e terrificante. La sonorità scultorea, eburnea e tornita della lingua va purtroppo perduta in traduzione, ma chiunque volesse avere una sensazione fisica di cosa fu per l’Europa e poi per l’umanità intera arrivare oltre le colonne d’Ercole, Conquistadores Adventum lo deve vedere.

Prossima puntata giovedì 1 novembre ore 21 Rai Storia.
Qui alcuni video originali. 

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I mammiferi impiegheranno milioni di anni per riprendersi dal collasso dalla biodiversità globale

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(Toxodon platensis – ungulato vissuto nel tardo Pleistocene e probabilmente estinto all’inizio dell’Olocene, circa 11.700 anni fa)

Tra i tanti privilegi che gli esseri umani pretendono di rivendicare, c’è il diritto ad avere una storia. Un importante studio appena uscito sulla PNAS ( Mammal diversity will take millions of years to recover from the current biodiversity crisis ) confuta questo sguardo sul Pianeta, usando la diversità filogenetica come indicatore per valutare l’impatto delle estinzioni sull’assetto faunistico contemporaneo e futuro della Terra. Al punto di civiltà in cui siamo, gli esseri umani hanno già eradicato dal Pianeta 300 specie di mammiferi, che corrispondo a 2 milioni e mezzo di storia evolutiva persi per sempre. Ma i processi di estinzione oggi sono così pervasivi e diffusi su scala globale che, se anche nel corso dei prossimi 50 anni riuscissimo ad arginare la distruzione degli habitat ancora selvaggi, il bracconaggio e l’inquinamento, servirebbero ai mammiferi e alla “natura” tra i 5 e i 7 milioni di anni per tornare a condizioni pre-umane. 

La diversità filogenetica è misurata in milioni di anni di evoluzione indipendente, ossia “la somma della lunghezza di tutti i rami di un certo gruppo di specie, fino alle radici del loro albero evolutivo”. Ad esempio, considerando i grandi felini, la diversità filogenetica riassume il tempo lungo nel quale le pantere, come i leoni e i giaguari, si sono differenziati dal ghepardo (Acinonyx jubatus), dal leopardo nebuloso (Neofelis nebulosa) e dalla lince (Lynx lynx). La storia evolutiva di una specie – tutto il tempo che ha impiegato per diventare ciò che è oggi – può essere recuperata solo su di una scala temporale altrettanto lunga e complessa. La domanda che si sono posti gli autori è quindi: data l’intensità crescente del tasso di estinzione, i mammiferi potranno evolversi sufficientemente per recuperare il grado di differenziazione genetica perduto?

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Gli autori hanno campionato 30 differenti linee di diversificazione filogenetica di mammiferi, seguendo una selezione a random, tenendo conto della loro passata distribuzione, e includendo così nello studio tutte le specie di mammiferi rimaste, e quelle estinte, del Tardo Quaternario, al termine del Pleistocene. Uno dei pregi dello studio è infatti di aver orientato l’attenzione sulla “profondità storica” di una specie, che, in quanto storia, è un elemento strutturale del Pianeta e di Homo sapiens sapiens. Spiega Matt Davis, tra gli autori del paper, che fa ricerca presso il Center for Biodiversity Dynamics in a changing World (BIOCHANGE) della università di Aarhus, in Danimarca: “La diversità filogenetica può esser vista anche come un natural heritage, una eredità naturale, se una specie si è realmente distinta dal punto di vista evolutivo. Ad esempio, gli abitanti della Nuova Zelanda sono piuttosto orgogliosi del tuatara e gli Americani ammirano l’antilocapra un po’ di più, perché questa linea evolutiva della specie c’è solo in America. Se si impiega la diversità filogenetica in una cornice di conservazione, allora automaticamente si utilizza la storia evolutiva come strumento di conservazione”. 

Affrontando la questione da questa prospettiva, strategie come la reintroduzione e il rewilding sono parte di dinamiche più articolate che riguardano i meccanismi fondamentali di proliferazione della vita: “Se un parco nazionale perde la sua diversità filogenetica”, spiega Davis, e cioè il totale di storia evolutiva condivisa da tutte le specie all’interno di quella particolare comunità, in un determinato habitat, “può ripristinarlo reintroducendo alcune specie. E tuttavia, abbiamo solo una Terra. Una volta che una specie è estinta, scompare completamente e nessun movimento avanti e indietro di altre specie potrà recuperare il livello globale di diversità filogenetica. Qualche volta possiamo truccare le cose con noi stessi e pensare che non va poi così male se facciamo il conto delle specie in un solo posto, ma dovremmo invece sempre pensare alla scala globale. Entrambe le dimensioni sono importanti”. 

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(Macrauchenia patachonica – mammifero del Sud America del genere dei Litopterni, vissuto tra il Miocene e il Pleistocene)

Il punto di riferimento dell’analisi è stato, in particolare, l’ultimo interglaciale (circa 130mila anni fa): “A differenza di moltissimi studi precedenti qui usiamo l’ultimo interglaciale come punto di riferimento, e non il nostro presente, perché rappresenta meglio la tipica condizione di ricchezza in termini di megafauna che è esistita per buona parte del Cenozoico. Lasciare le estinzioni preistoriche fuori delle nostre analisi avrebbe sottostimato la perdita di biodiversità, ignorando gli impatti di vaste proporzioni che queste estinzioni hanno avuto sulla moderna ecologia”, scrivono gli autori. 

Sono queste estinzioni preistoriche, infatti, a rendere la nostra condizione attuale particolarmente critica: in termini di diversità filogenetica, hanno imposto ai mammiferi attuali una perdita di ulteriori 2 miliardi di anni di una storia evolutiva unica, e irripetibile. Se a queste aggiungiamo il fardello delle estinzioni avvenute in periodo storico, e cioè a partire dal 1500 in avanti, si arriva ad una impressionante cifra di 500 milioni di anni di storia evolutiva ormai irrimediabilmente consegnata agli archivi dei musei di storia naturale. La sconcertante semplificazione dell’albero della vita dipende, tra gli altri fattori, proprio dalla eccezionale proliferazione di specie di mammiferi degli ultimi centomila anni, come ad esempio i bradipi giganti, gli armadilli e i formichieri del Sud America. I grandi mammiferi del Pleistocene erano incredibilmente diversificati e questo significa che il loro percorso evolutivo era lungo, variegato e complesso.  

Come ha scritto E.O.Wilson, ogni specie ha una storia, ed anche una epica. La storia evolutiva rappresenta un patrimonio a più capitoli, la cui perdita finisce col compromettere anche l’uso che le comunità umane possono fare delle risorse naturali a loro disposizione : “La storia evolutiva ha un suo valore intrinseco – avvertono gli autori – ma questi anni perduti rappresentano una perdita anche di valore strumentale, nel senso che estinti sono anche tratti funzionali. Le estinzioni connesse con noi umani hanno già alterato il mondo, che si trova in una condizione atipica: impoverito dall’assenza dei grandi mammiferi e quindi delle importanti funzioni ecosistemiche che essi fornivano”. 

Indri Indri (Babakoto)

Cosa dobbiamo aspettarci, allora, nei prossimi decenni?

“Se gli alberi genealogici attuali si mantenessero costanti senza ulteriori, nuovi fenomeni di speciazione o di estinzione, ci vorrebbero quasi 500mila anni perché le 5400 specie di mammiferi si evolvessero abbastanza da sviluppare una nuova storia e quindi ripristinare la loro diversità filogenetica al netto dei livelli pre-antropici. Ma ci saranno ulteriori estinzioni. Le definizioni della stessa IUCN che classificano i livelli di minaccia predicono una perdita del 99,9% delle specie oggi criticamente minacciate e del 67% di quelle in pericolo entro i prossimi 100 anni”. 

E’ quindi piuttosto improbabile che, da soli, i mammiferi potranno recuperare la diversità filogenetica perduta in una scala temporale commisurata a noi umani, questa la conclusione dello studio. Quello che sta già accadendo è, invece, una dissoluzione rapidissima di un patrimonio paleo-genetico, che avrà bisogno, se mai ne avrà l’opportunità, di milioni di anni per tornare quello di un tempo. La vastità dei processi di cui parliamo è tale che in un ipotetico percorso di “convalescenza e restaurazione” la interazione delle specie decimate con i loro ecosistemi – con la vegetazione, con le altre specie, con i meccanismi di impollinazione, con il ciclo dei nutrienti attraverso il suolo e i corsi d’acqua, nonché con il sistema climatico terrestre – rimarrebbe compromesso per altrettanti milioni di anni. 

Ai mammiferi sarà concesso di ricominciare con nuovi percorsi evolutivi, puntualizza lo studio, o perché ci sarà un gigantesco cambiamento di paradigma e quindi sforzi titanici sulla conservazione, o perché le popolazioni umane in qualche modo collasseranno fino ad un punto in cui “non saranno più una forza dominante e una minaccia ecologica”. Nessun ragionamento può escludere la demografia umana da una valutazione dei rischi: “Noi pensiamo che la crescita della popolazione umana sia veramente molto rilevante. Questo è il motivo per cui le nostre previsioni sono conservative. Abbiamo preso lo scenario migliore in cui i tassi di estinzione scenderanno. Ma non ci sono motivi per aspettarselo, considerato come noi stiamo crescendo e la richieste che avanziamo sulle risorse”, ammette Matt Davis. 

In una sorta di paradosso logico, l’estinzione, che si è soliti attribuire al passato fossile, è invece un fenomeno assolutamente coevo alla nostra civiltà, e ben presente nella nostra vita quotidiana. La continuità storica tra il passato e il futuro è il vero terreno di studio su cui provare a costruire una visione della conservazione efficace, che ci restituisca anche un esame di realtà realistico sulla nostra stessa appartenenza alla storia dei mammiferi. “Direi che siamo ai primi stadi di una crisi di biodiversità che potrebbe diventare una estinzione di massa se continuiamo a far peggiorare le cose. Ma anche una una estinzione di massa non ucciderà tutti i mammiferi. I mammiferi sono molto resistenti. Sono sopravvissuti all’asteroide della fine del Cretaceo. E questo stesso asteroide non ha spazzato via tutti i dinosauri. Sono semplicemente diventati uccelli. Io direi quindi che in fondo anche i dinosauri hanno ancora un discreto successo. Contano un numero di specie viventi doppio rispetto ai mammiferi. Si potrebbe dire che l’età dei dinosauri non è mai finita”. 

“Esplorare significa necessariamente anche abbandonare”

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Ogni chilometro di una spedizione è la spedizione. Il ritorno al Nossob North Gate fa la sintesi, è un assessment. Parte da zero, anche se il suo principio sta in tutto ciò che, ormai, è alle spalle. Lo scopo del viaggio, in un modo che ora mi appare imperfetto, era individuare il leone del Kalahari e osservarlo nel suo habitat così come, un secolo fa, Vaughan Kirby osservò i grandi leoni della Colonia del Capo. Ma il leone non si è presentato, ed è così riuscito a sfidare lo stereotipo fissato, rigido dell’Africa,  che è ovunque sui giornali occidentali. Questa assenza ha invece aperto sentieri inesplorati per la comprensione di che cosa è un leone, oggi. Il suo sottrarsi ha rinviato a qualcosa d’altro che non sia un volantino turistico o una foto insulsa, strappata alla estensione del tempo che questa specie ha già trascorso in Africa. “Il rinvio non risale alla causa, ma colloca nel luogo (Ort) da cui ogni dire (Eroerterung) si invia”, scrisse Heidegger in L’essenza del linguaggio. La sua insistenza sul “luogo” da cui provengono le manifestazioni tangibili, vive, della nostra vita, indica la concretezza della matrice da cui non solo si origina il pensiero, ma, con il pensiero, anche il nostro essere nel mondo. Nel Kalahari, questa riflessione acquista una forza paurosa, perché si ha timore a inquinare le impressioni del deserto, che appartengono all’Africa, con le intuizioni occidentali. Eppure è l’Africa che rende comprensibile il pensiero occidentale. Il pensare il mondo viene dallo stesso posto da cui si manifesta l’esistenza del Pianeta. Il pensiero è geografia. Da questi luoghi viene anche il leone del Kalahari. Li possediamo dentro di noi come ricordo e solitudine, ma senza attraversarli non potremo mai davvero proteggere le terre selvagge e i loro predatori di vertice. Forse, c’è in questa corruzione concettuale un ipotetico embrione di comprensione reciproca. 

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Ogni animale è una apparizione da decifrare, un messaggero che ricorda come tutto ciò che è appartiene a tutto ciò che non può essere pre-stabilito. La vita è incertezza, è mutazione casuale, è imprecisione continua e disperata. Per questo, stando a queste premesse, la spedizione può dirsi compiuta anche se il leone dalla criniera nera si è fatto i fatti suoi durante i giorni di Polentswa. Entro nel piccolo spaccio del Nossob North Gate: voglio prendere nota dei generi di prima necessità che i visitatori devono acquistare prima di addentrarsi nelle loro speranze escluse dal gioco infernale e fatato del capitalismo globale, e cioè le speranze di incontrare i leoni e i leopardi.

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Arance e mele, come per le esplorazioni di Jens Munk nelle acque gelide del Nord. Le patate, l’ortaggio globale e coloniale che ha lavorato insieme alla lingua inglese per diffondere ovunque un unico modello di umanità. Gli insetticidi, immancabili compagni di un fastidio da poltrone di velluto damascato che non riusciremo mai a levarci di dosso, nella nostra perenne crociata contro gli insetti. La legna da ardere nei falò da campo, questa sì amatissima e amica, attesa con trepidazione. 

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E poi un ritratto in bianco e nero del leone: il suo muso serio, lo sguardo tipico da gatto accigliato. La sua faccia regale serve per sponsorizzare una marca di vino. Cosa questo significhi per lui, è difficile dirlo. Ma i leoni sono ovunque ci sia qualcosa per cui valga la pena di respirare su questo Pianeta. La “differenziazione regionale” e gli “adattamenti locali” altamente specifici di cui i leoni del Kalahari danno prova non sono, in fondo, altro che questo, la constatazione che i tantissimi habitat del continente africano sono tutti egualmente unici e irripetibili. Chi li abita, si sente a casa: uomini e animali insieme.

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Il pensiero benpensante in Italia racconta da anni dei muri che sorgono in varie parti del mondo per tenere a freno, inutilmente, migranti, rifugiati, immigrati, poveri di ogni specie. L’umanità miserabile che ci è convenuto rendere miserabile per alimentare la termodinamica folle del Capitalismo. Ma anche le barriere attorno agli animali prolificano. Attorno alle riserve, attorno ai parchi nazionali, e anche lungo le concessioni come lo !Xaus. Perché oltre la recinzione c’è un ranch che alleva specie selvatiche per usi commerciali. Le fence, adesso che siamo alla fine, non mi appaiono solo un sintomo inquietante nei lacunosi piani di conservazione fondati su una demografia umana inarrestabile; mi appaiono anche come un insulto contro le ragioni evolutive e biologiche che ci hanno messi qui, sulla Terra. Sono cicatrici che portiamo sulla nostra stessa faccia. Per chi ne volesse sapere di più rimando ad una inchiesta strepitosa firmata da Adam Welz per ENSIA: South Africa’s private wildlife ranching industry. 

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Usciamo dal gate di Twee Riverien alle sei di sera. I fuochi dei campeggiatori bruciano caldi e ospitali nei bracieri di ferro. La notte è vicina, lunga e oscura come il ritorno in Europa. 

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La mattina successiva, all’aeroporto di Upington, mi soffermo a guardare la collezione di manufatti Khomani San di una vetrina-museo. La bellezza del legno scolpito è stupefacente nella sua semplicità. Gli animali sono raffigurati con amore perché sono parte del mondo dei San in un modo pre-religioso, anti-cristiano, non monoteista: “I dipinti del boscimani sulle sua amate rupi, per coloro che sanno vedere oltre con gli occhi. In esse, gli animali dell’Africa continuano a vivere come lui li conobbe e come nessun artista europeo o bantù è ancora stato in grado in raffigurarli. Non si trovano lì come una preda per il suo arco in ozio – scrive Laurens Van Der Post – o come cibo per il suo stomaco, ma quali compagni del mistero, oltre che quali compagni di pellegrinaggio, intenti a percorrere la stessa pista perigliosa tra lontane acque, fonte di vita”. 

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Quanto questi animali siano lontani dagli animali come li pretendiamo noi me lo trovo davanti al Tambo di Johannesburg. Nei negozi lussuosi del duty-free sono in vendita pelli di springbok e di zebra, quel che resta degli erbivori allevati proprio nelle game farms. I leopardi sono diventati un disegno stilizzato su una insegna commerciale, l’Out of Africa è uno slogan buono per il peggior offerente, il turista da pacchetto a prezzo fisso che ignora la differenza tra leopardo e ghepardo ma ha i quattrini per volare qui da una nazione dal solido PIL.

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Anche Nelson Mandela, del resto, è diventato una marca di tè, come la wildlife: è il brand Sudafrica. Una tristezza infinita prende dinanzi a tutto ciò, perché vien da chiedersi se le motivazioni che spingono allevatori senza pietà ad allevare leoni in gabbia per poi scuoiarli e rivenderne le ossa non sia poi sorella di questo business, che ha ridotto la vita a gadget.

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Poco prima dell’imbarco del volo per Dubai, una inserviente della toilette, una donna nera di una trentina d’anni, canticchia una canzone in inglese. La sua voce è più dolce della melodia che ha imparato in una lingua che ormai, come sosteneva Achinua Achebe, non può che non essere anche sua. Eppure, mi ricorda Mandela, Biko e tutti coloro che hanno combattuto perché il Sudafrica avesse una dignità. Che un giorno questa canzone possa essere cantata anche per le specie carismatiche di questo continente è ciò che, penso, debba augurarsi ogni discorso sulla protezione delle terre selvagge. 

(il titolo è una frase di Filippo Tuena tratta da Ultimo Parallelo – Il Saggiatore 2013)

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(il nuovo Sudafrica all’aeroporto di Upington)

 

 

Polentswa, Botswana. Andare oltre il National Geographic

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Anche la notte a Polentswa è gonfia di preoccupazione per il futuro del Kgalagadi. Al tramonto del primo giorno, una luna, grossa e piena, era più simile al sole che ad un astro notturno. La notte successiva, invece, il vento ha raccolto ogni forza disponibile nella savana e ha urlato contro la nostra tenda. Gli sciacalli, una coppia che caccia colombe del Capo attorno alla waterhole e alla grande acacia, si avvicinano e il maschio mi guarda con il suo muso da volpe e le piume della preda impigliate fra i denti. Per la terza volta in questa spedizione una iena, poco dopo le sei di mattina, arriva da lontano, beve, anche lei fra i corpi eterei e grigi delle colombe, che le volteggiano attorno come coriandoli viventi. La sua sicurezza è incontestabile. Non dà nulla per scontato, ma anche i leoni temono gli attacchi di gruppo delle iene maculate. Sa della sua forza. Ma è come se sapesse anche che questo è il nostro ultimo appuntamento e quando il suo compito è concluso mi volta le spalle e trotterellando si incammina, di nuovo, lungo una pista di sabbia. La seguo fino a quando riesco a individuare, sul giallo, la sua sagoma marrone. Eppure, questo non è un commiato. La iena, spietata, segue la direzione che deve seguire, torna nel luogo lontanissimo e inaccessibile da cui allo !Xaus aveva annunciato il suo messaggio.  In ciò che se ne va, e se ne deve andare, risiede l’intera giustizia del nostro esistere. 

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Del resto, le piste di sabbia di questo lato del Botswana non hanno mai una meta predefinita, sono possibilità del pensiero e dell’immaginazione. Ormai, sarebbe quasi una stonatura se i leoni comparissero sotto questo cielo blu e granuloso di nuvole: hanno deciso di non presentarsi, per questo appuntamento i tempi non sono ancora maturi. E se una pista di sabbia è pura possibilità che qualcosa, prima o poi, accada – l’Ereignis di Heidegger, quegli eventi che chiamano nel luogo che ci è più congeniale e attraverso la reciproca, nuova appartenenza, ci dicono chi siamo – non è poi tanto strano che la domenica della finale della Coppa del mondo di calcio noi si sia invece qui, ad agognare un incontro che non avverrà. 

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Che cosa è, allora, il problema della conservazione? La spedizione sta per terminare e provo a dare una risposta aggiornata a questa domanda. Sono le due del pomeriggio e siedo sulla terrazza davanti al pan di Polentswa, da sola. Una coppia di gemsbok attraversa l’isola gialla: sono più reali di qualunque ricordo dell’Europa io abbia in questo momento. E penso di nuovo ai grandi musei europei, al fatto che la cultura di massa contemporanea non sappia come integrarli in una visione del mondo e delle cose; un tempo, almeno per le élites colte, essi erano motivo di autocompiacimento per l’ingegno umano, ma oggi vivono una solitudine di significato collettivo che invano alcuni vorrebbero sostituire con voci di profitto chiamate intrattenimento e turismo. Condividono, in qualche modo, il destino delle specie in via di estinzione, ridotte a teorie di foto spettacolari esposte nei distretti dell’architettura urbana di extra lusso, come Ark di Joel Sartore a City Life, a Milano. 

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Khali non sapeva ragionevolmente nulla del leone berbero a misura di pubblico, ma non certo perché è un giovane San del Sudafrica. Khali gli animali li incontra, non li guarda come simulacri sul National Geographic. Per la sua gente, il mito della caverna sarebbe stato impossibile: la verità era nel Kalahari, l’orizzonte del deserto, il ruggito beffardo del leone, davano la misura di ciò che era giusto e di ciò che era finito. L’Antropocene non sa cosa farsene di Caravaggio, così come gli animali delle “riserve” non hanno più nessuno che li desideri. Non voglio dire che non ci siano gruppi di pressione e di ricerca, come Panthera, che lottano eroicamente per salvare il salvabile, ma su scala globale, dentro la testa delle persone comuni che la sera tornano a casa con la metropolitana e poi si guardano una serie su Netflix, la conservazione semplicemente non esiste. Se le aree protette valgono solo in quanto producono utili nel turismo, allora non hanno realmente un valore proprio, ma solo un valore deciso da altri, a vantaggio di altri. 

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Secondo la Economic Analysis di Statistics South Africa 2018, nel Paese il turismo genera il 2,9% del PIL (dato calcolato sul 2016). Il numero di addetti, in una nazione dove la disoccupazione e la povertà sono rampanti, arriva ad essere il 4,4% del totale: sono 687.00 posti di lavoro, contro gli 874.000 dell’agricoltura. Eppure, le aree protette sono “budget-starved”, ossia sotto-finanziate rispetto a quanto occorrerebbe. Nelle riserve cintate con i grossi predatori ( i numeri provengono da Craig Packer), la conservazione costa 3000 dollari americani al kmq; nei parchi non cintati si scende a 2000 dollari americani al kmq. Ogni anno vengono abbattuti come “trofei” 1500 leoni, con un introito di 1000 dollari americani a kmq. Soldi utilissimi, è innegabile. 

Tutto questo è “dare valore alla natura”? Forse in parte sì, ma la questione non ha la stessa tonalità se guardata dall’Europa o dal Bostwana, o dal Kgalagadi. Abbiamo disfatto l’Africa con il colonialismo e adesso proviamo a rimetterla insieme con il turismo-conservazione… Abbiamo perso al 99% la megafauna europea e allora pretendiamo che i Paesi africani proteggano la loro, per ammirarla pagando centinaia di dollari al giorno. Non c’è qualcosa che stona in tutto questo? Non hanno ragione i colleghi di Kaneli che ascoltano i discorsi sul futuro del leone con la perplessità di chi ha visto accadere di tutto in nome di dinamiche economiche autoreferenziali? 

Il dubbio è che queste domande nascondano un forte imbarazzo occidentale. L’ipotesi, in altre parole, piuttosto verosimile, che dietro le nostre certezze matematiche, algoritmiche, statistiche e finanziarie ci sia un resto che non torna. Un altrove che non riusciamo a raggiungere. Un residuo che si sottrae, lasciando un alone maledettamente disturbante sulle pagine on line dei nostri magazine. Heidegger chiamava questo altrove sempre presente Lichtung. La radura dell’essere. Le terre selvagge di Polentswa sono la Lichtung. Ed è soltanto in una radura di questo tipo che un leone, per sempre, sarà un leone. 

 

Polentswa Pan, Botswana: “Eppure, l’uomo soltanto può l’impossibile”

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Salire là dove tutto è cominciato. Questo è il sentimento delle due ore di tragitto che conducono dal Nossob Gate a Polentswa. Sopra la sabbia la savana piatta e gialla torna a dar forma all’orizzonte. Nelle valli immense del corso del Nossob, superando Kwang, Bedinkt e Langklaas, lo spazio dei predatori di vertice acquista un significato. Nelle conservation area estese quanto il Kgalagadi i leoni sono costretti ad avere range molto più ampi ( fino a 1000 Kmq) e pride più piccoli. Il Kalahari, in qualche modo, riesce a sottomettere anche il suo imperatore. I leoni criniera nera qui sono rarefatti e remoti, isolati e autosufficienti, puri combattenti contro le minacce che li estingueranno. I leoni svaniranno, come lo scorrere dei cespugli dalla savana. Non c’è nulla che li possa descrivere se non loro stessi. Per questo se ne andranno con onore. La loro assenza comincia ad assomigliare ad una strana malinconia, che ha il profilo dell’orizzonte. Qui il Botswana è sferzato dal gelo invernale. Le pozze artificiali sono scure e solitarie. Le ombre si allungano sulla savana come dita di spiriti antichi, e il giallo ambra dell’erba assorbe la luce fino ad una inconcepibile contrazione di pigmenti luminosi. 

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Una grande acacia, subito dopo Kousant, segna la svolta a destra per Polentswa. Qui la solitudine sembra assoluta. Folle di animali, di iene e di leoni, di leopardi e di ghepardi, affollano l’immaginazione, tanto il desiderio di vederli è deformato dalla nudità del presente. Da qui in poi, in un tratto di savana a cespugli radi e bassi, il paesaggio sprigiona qualcosa di bellissimo e di spietato. Una famiglia di otocioni spunta dal nulla e corre via spaventata dal motore. È cominciata la salita verso Polentswa Ta Shebube, il punto di avvistamento a cui l’impero – il Kgalagadi stesso – ha affidato il compito di accendere il fuoco del coraggio e della verità. Come fu per i fuochi che annunciarono la presa di Troia lungo le colline dell’Asia sino alla rocca di Micene, in Grecia, il fuoco di Polentwsa avrà cose spietate da dire. Gli ultimi chilometri sono in pendenza, e procediamo a venti all’ora; la pista è segnata al centro da una dorsale di sabbia compatta che rischia di intrappolare il nostro suv. Superiamo l’area per il camping dove le leonesse vanno e vengono, fotografate sulle mappe del Kgalagadi; l’erba è alta quasi quanto un uomo, gli steli sottili come graminacee giganti. E poi, ecco, sulla sinistra, l’enorme pan di Polentswa. Una isola gialla su un lago più scuro, al centro di una pianura salata piatta e incontaminata.

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Guardo il pan e l’isola gialla dalla terrazza in legno del campo tendato. Presto accenderanno il fuoco, e avrò agio di scambiare racconti di animali con gli altri ospiti, Erik, un fotografo professionista di Pretoria, un suo amico e collaboratore in questa spedizione, lo scrittore svedese, esperto di specie avicole e Canon ambassador nel 2014, Brutus Östling, la moglie di Brutus, e Mpho Steven Kaneli, il direttore di Polentswa. Siamo in pochi e a questa strana riunione sul futuro parteciperanno anche le tre persone dello staff di Kaneli. 

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È come se qui la distanza del tempo e dello spazio (tutto ciò che ci ha preceduto e ci ha resi possibili come esseri viventi qui ed ora) avesse licenza di manifestarsi e soprattutto di attraversarci, come scrisse Goethe: “Anima del mondo, vieni, spingiti dentro di noi e attraversaci ! ( Weltseele komm uns zu druchdringen !). Molte persone accusano i conservazionisti più tenaci di ambire ad un ritorno impossibile ad una età wild ormai perduta. L’errore madornale di queste persone consiste nel non aver compreso che la coscienza radicale del tempo ormai trascorso – in sintesi, gli ultimi 100mila anni del Pianeta – non ammette nessun primitivismo utopico. E questo perché la coscienza comprende solo il principio responsabilità. La devastante constatazione dello stato delle cose obbliga, invece, a prendere finalmente in seria considerazione il tipo di pressioni evolutive che plasmarono la nostra immaginazione, spingendoci infine dentro la nostra ultima collocazione tassonomica, Homo sapiens sapiens. La nostra specie si è evoluta in sincrono con le altre specie e con lo spazio immenso e ostile che gli antenati hanno dovuto conoscere e interpretare per spingersi oltre, e per sopravvivere. Come dice Andréas Lang “lo spazio non è una area attrezzata per lo sfruttamento o la ricreazione, per le vacanze o le attività all’aperto”. 

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La frugalità ontologica della wilderness ha reso possibile il pensare, l’imparare a pensare. Le savane gialle e sabbiose di Polentswa non ispirano nessun primitivismo, non fanno politica, producono invece la vita, la pongono come problema di cui occuparsi su di un piano spirituale ed esistenziale. La ricchissima desolazione del pan a forma di isola che ho davanti, in una attesa ferma di qualcosa che pur dovrà accadere, per me come per gli animali, il richiamo che proviene dal pan, ammorbidito dal vento, questo richiamo che è una invocazione bagnata di tenerezza e disperazione (per questi ultimi 500 leoni del Kalahari che non possono contare su nessun benpensante innamorato della crescita economica e prontissimo a sparare cazzate contro l’ipotesi di dare metà del Pianeta alle altre specie), mi dice, perché me lo deve dire senza condizioni, questo: c’erano altre opzioni, ma noi abbiamo scelto – negli ultimi tre secoli – di arrivare qui in queste condizioni. È stata una scelta e di questo dobbiamo prenderci sulle spalle tutto l’onere. 

(Nota: il titolo è un verso di Goethe dalla poesia Das Goettliche, Il Divino)

Nossob North Gate, che cosa significa essere vecchi

 

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Il Nossob North Gate è un avamposto di collegamento tra il sud del Kgalagadi e la porzione dell’estremo nord. Il Nossob è anche l’unico accampamento fisso della conservation area in cui fare benzina e rifornirsi di alimentari (minestre liofilizzate, biscotti al burro, pesce in scatola). La sede del SanParks tiene d’occhio chiunque entri qui. Per accedere al Gate bisogna scendere dalla jeep e aprire il cancello scorrevole che interrompe la fence, la recinzione, lungo l’intero perimetro dell’accampamento. 

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Uomini e donne con i capelli bianchi, e il corpo ancora scattante di chi è abituato da sempre a dormire all’aria aperta e ai bivacchi improvvisati con cibo di fortuna, si scambiano informazioni davanti alla pompa di carburante Total. Sono anche loro il popolo del Kgalagadi, quasi tutti con passaporto sudafricano o tedesco, gente minimalista, ancorata al proprio entusiasmo, sessantenni che non danno l’impressione di rimpiangere la giovinezza che non c’è più, anche loro, in un certo senso, figli delle terre selvagge  e libere. Quanto è diversa questa senilità brillante e affidabile dalla apatia di moltissimi vecchi in Occidente, che non sanno più che farsene della vita se non masticare medicinali e raccontare tutto dei propri malanni al primo conoscente braccato per via. 

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Appena fuori dal secondo cancello del Nossob Gate le forze dinamiche di questo posto che sempre più assomiglia ad un palinsesto completo dell’esistenza mettono in scena una ennesima lezione. In una waterhole artificiale, una aquila Bateleur contende ad uno sciacallo pochi sorsi di acqua. La Bateleur, grossa tanto quanto l’astuto canide dal dorso argenteo, non teme di piegarsi o fratturarsi le ali. Mentre la guardo, la ammiro, e mi viene in mente una pagina di Laurens Van der Post: “E invero la vita non si limita ad esigere il perdono, ma ci dà l’esempio. La vendetta, la rivincita, la vendicatività, l’odio, sono tute reazioni del retrogrado vecchio Còrso che è in noi: esse hanno una parte nella immutabile affermazione della vita. La vita è troppo incalzante e per non immobilizzarsi nella mera azione e reazione, procede, con la conseguenza che, liberamente, essa perdona”. 

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A volte, il perdono è soprattutto accettazione di una assenza. Aspettiamo il leone a Cubitje, sotto il frullio di ali di decine di colombe del Capo. Il protagonista di tutti i racconti antichi, ottocenteschi, sulla Provincia del Capo, è anche lui oggi un racconto, l’informazione di un avvistamento tra Toyota 4×4 e Land Rover su di un tratto di pista sabbiosa. Ma nessun ingresso nelle terre selvagge ha il diritto di diventare solo una caccia al trofeo, e cioè una ostinazione assoluta a fotografare un grande maschio criniera nera. Paul Valery era convinto che “una difficoltà è una luce, una difficoltà insormontabile è un sole”. Il fatto che i leoni siano qui attorno, pur non facendosi vedere, permette all’attenzione di concentrarsi sul paesaggio e di tradurlo in una idea concreta. Purtroppo, è questo il vero privilegio di posti come il Kgalagadi, e il “purtroppo” sta nella realtà che parchi famosi come il Kruger e il Mara questa condizione non la possono più offrire. Con chiunque io abbia parlato qui del Kruger, la risposta è sempre la stessa: “ormai è sovraffollato”. E questo apre quanto meno qualche domanda, per dire il meno, sul turismo di massa e la conservazione. I vecchi rampanti che parlano inglese oxoniense e afrikaans del Nossob Gate non sono diventati ciò che sono, quella fibra resistente, intelligente e resiliente di cui sono fatti il loro animo e i loro muscoli, nello spreco di risorse e sentimenti che è oggi il turismo di massa da safari. La loro lezione l’hanno imparata sotto le stelle. 

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Rooiputs, Botswana: Wittgenstein e i biscotti rusks

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Si producono le riflessioni più strambe, la mattina, a zero gradi, bevendo caffè da un termos e mangiando i rusks, i biscotti secchi del Kalahari, con gli occhi bene aperti perché “there’re cats around”, ci sono i felini in giro. E questo genere di riflessioni arrivano sotto la spinta dei dubbi, delle incertezze sul linguaggio occidentale, se cioè ne abbiamo abbastanza di parole europee per descrivere i paesaggi del Bostwana. Dopo lo !Xaus, penso sempre più spesso allo scarto tra gli elementi di cui è fatto il mondo attorno a noi, gli animali, le piante, e la terra di nessuno che gli ominidi hanno dovuto attraversare per sviluppare la capacità di parlare. Forse la frattura temporale in cui osservavamo gli orizzonti africani senza ancora essere in grado di descrivere paesaggi e savane, e di dirli a modo nostro, ha lasciato un segno nello stupore afono con cui, ogni mattina, ci addentriamo in questi territori. Non riusciamo a dire tutto ciò che vorremmo dire, benché all’alba il Kgalagadi sia ancora con noi, e noi nel Kgalagadi. La struttura logica del Pianeta Terra, cioè le catene di causa-effetto inscritte nei meccanismi chimici e fisici che rendono possibile la vita – logica soltanto perché così appare alla lettura moderna, scientifica, dell’evento biologico – non possiamo descriverla con un linguaggio altrettanto logico. Questo lo aveva capito anche Ludwig Wittgenstein: “Ciò che nel linguaggio si rispecchia, il linguaggio non può rappresentarlo. Ciò che si esprime nel linguaggio, noi non possiamo esprimerlo per mezzo del linguaggio”. 

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In un perenne stato di sospensione, sono gli animali, che compaiono all’improvviso, a ricordarci che non tutto è comprensibile, che, anzi, di ben poche cose possiamo essere certi, e che le ragioni più concrete di ogni nostro presente hanno le loro radici in un luogo lontanissimo. Ancora una volta è una iena maculata ad annunciare questa legge insondabile, estranea agli assessment sulle specie del Kgalagadi, così sconfortante per noi occidentali che pretendiamo sempre di muoverci a misura chirurgica nelle cose delle vita. La iena arriva trotterellando, si guarda attorno, perché deve bere. L’infanzia del mondo è il suo luogo lontanissimo, ma anche il mio, la iena viene a prendere la mia infanzia, la riporta a galla, la pone in una nuova narrativa, le cerca un posto migliore. Anche questo è l’effetto di una mattina in Africa, una filogenesi al contrario, il nastro che si riavvolge. Precisamente qui si incontrano uomini e animali. 

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(uno honey-badger, a Kij: la sua tana è a pochi metri da un pannello solare. Sulla destra una sequenza di pan in prossimità di Gunong)

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(il pannello solare con cui convive lo honey-badger. Il SanParks sarà carbon free entro il 2020, il che significa che tutti e 19 i parchi nazionali del Paese andranno ad energia solare, se tutto procede come previsto).

Fedeli a  questa legge i leoni non si fanno vedere. E invece, a Melkvlei compare un caracal femmina, la lince del deserto. Sono proprio queste le aspettative frustrate con cui i predatori si prendono gioco del turismo, dei fotografi professionisti, dei giornalisti, delle economia avanzate. Non esiste statistica che possa dare la certezza matematica di incontrare i leoni in un posto come il Kgalagadi. E più loro sono nascosti, più è il loro habitat a diventare davvero rilevante.

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( le foto al caracal di Davide Cisterna – e un video su di una predazione – saranno pubblicate su La Stampa insieme al mio reportage)

Al Masai Mara, al Serengeti, al Kruger, in pochi ormai fanno caso all’ecosistema in cui i leoni, a decine, riempiono gli obiettivi Canon. Viviamo ormai in una civiltà dell’aspettativa, da quando siamo in fasce fino agli inevitabili fallimenti dei 40 anni. Ma le aspettative sono tossiche, un doping a buon mercato per il consumismo del tutto, che impone di passare senza sosta da un pacchetto preconfezionato di esperienze ad un altro, per evitare tanto l’attesa del possibile quanto la delusione dell’impossibile.  Il Kgalagadi è invece un luogo dell’ironia, della radura, dello schiaffo in faccia, un posto dove tutto quello che non puoi avere ti riempie il cervello e l’animo di autentica estasi. 

IMG_4846( Ta Shebubwe Rooiputs – i leoni sono, anche qui, di casa)

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( sul bellissimo libro di Powell Van der Berg “Kgalagadi Self-Drive” troviamo una foto del campo di sosta a mezzo chilometro da Polentswa, dove siamo diretti: le leonesse fanno regolarmente visita ai campeggiatori, e alle tende del lodge)

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( Il Kgalagadi in primavera, quando il veld è coperto di fiori, ma i tramonti meno spettacolari che in inverno: meno vento, meno sabbia, meno luce arancione ).

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(la mappa della nostra prossima tappa, il Nossob Gate).