Grandi mammiferi, no room to roam

AlessandrodeMichele

Gli animali selvatici si muovono sempre meno, con conseguenze devastanti su scala globale. Uno studio appena uscito su Science (SCIENCE 359 26 January 2018 – Moving in Athropocene: global reductions in terrestrial mammal movements) conferma che la questione dello spazio sarà l’argomento più scottante di quest’anno sulle riviste scientifiche e ovunque si discuta in maniera seria del futuro dei grandi mammiferi. No room to roam, non c’è più spazio per muoversi, denuncia la copertina del magazine: spazio in senso quantitativo (non dovremmo cominciare a ragionare sulle mega-riserve?) e qualitativo (cosa accade alle popolazioni numericamente consistenti rimaste se le aree protette sono sempre più frammentate?).

“Il fatto che gli animali possano muoversi è fondamentale per il funzionamento di un ecosistema. Usando un sistema di monitoraggio (tracking) a GPS su un database di 803 individui appartenenti a 57 specie differenti, abbiamo rilevato che i movimenti dei mammiferi in aree con una alta impronta umana sono ridotti in media di 2-3 volte”, spiegano gli autori, rispetto ai territori in cui invece la pressione della presenza umana è meno invasiva. Le 57 specie prese in esame comprendono gli erbivori (28), i carnivori (11) e gli onnivori (18). Tra le specie considerate ci sono il ghiottone (Gulo gulo), la giraffa (Giraffa camelopardalis), l’elefante di foresta africano (Loxodonta africana cyclotis), l’orso bruno (Ursus arctos), il babbuino (Papio cynocephalus) e il leopardo (Panthera pardus).

Lo studio ha esaminato la distanza percorsa dagli animali in relazione all’impronta umana dei territori attraversati con un modello matematico avanzato ( Human Footprint Index) che include gli effetti sinergici di più fattori: quanto un ambiente è costruito con case e infrastrutture, campi coltivati, terre messe a pascolo, la densità della popolazione umana, l’illuminazione artificiale notturna, ferrovie, strade, e vie d’acqua navigabili. Questo indice va da 0 (punteggio del Pantanal, in Brasile) a 100 (punteggio di New York).

“La perdita globale di mobilità altera un tratto ecologico fondamentale degli animali che ha conseguenze non solo sulla persistenza di una singola popolazione”, ossia la sua capacità di resistere nel tempo in un certo habitat, “ma anche sui processi ecosistemici come ad esempio le interazioni predatore-preda, il ciclo dei nutrienti e la trasmissione delle malattie”. Gli animali che si spostano all’interno dei loro habitat lavorano infatti come “mobile links” cioè come mediatori di funzioni biochimiche strutturali in un ecosistema: la dispersione dei semi, i trasferimenti energetici ( il passaggio dell’energia solare catturata dalla fotosintesi nelle piante, quindi negli erbivori, nei carnivori e infine di nuovo al suolo) e gli equilibri genetici intrinseci alle metapopolazioni.

Oggi, una porzione enorme del globo terrestre (dal 50 al 70% ) è già stata ampiamente modificata da noi umani. La qualità dello spazio rimasto per le specie selvatiche è un punto di discussione decisivo per il futuro: “L’espansione dell’impronta umana non sta solo causando perdita di habitat e di biodiversità, sta anche alterando il modo in cui gli animali si muovono attraverso habitat frammentati e disturbati”.

Le conseguenze più gravi di questa condizione globale saranno visibili sui tempi lunghi: “gli individui possono spostarsi alla stessa velocità se i loro movimenti vengono misurati in brevi intervalli di tempo, ma questi stessi movimenti appaiono più tortuosi dove l’impronta umana è più alta effettuando la misurazione su intervalli temporali più lunghi”. Nei decenni a venire il destino degli erbivori in movimento non sarà molto diverso da quello dei carnivori di vertice. C’è un rapporto negativo tra la disponibilità di risorse e la distanza da percorrere.

 

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Scimmie clonate, vivere una vita già estinta 


Nel 2002 sul Monte Carmelo, in Israele, un team di paleontologi trova una mandibola visibilmente appartenente ad un ominide. Dopo anni di indagini per arrivare ad una datazione precisa la conferma è straordinaria : Homo sapiens, circa 170mila anni fa, il che significa che l’Out Of Africa potrebbe essere avvenuto quasi 40mila anni prima di quanto supposto finora. Questa notizia ne spiega una altra, e cioè l’annuncio della clonazione di due macachi in un laboratorio di bioingegneria in Cina. Due vicende che si spiegano una dentro l’altra, e che si completano a vicenda. Più a fondo scaviamo nel nostro passato evolutivo, più mostriamo disinteresse per il destino dei nostri parenti più prossimi ancora diffusi in brandelli di foresta su tre continenti . Più chiaro diventa il legame di parentela con gli antenati (i primati ) più siamo orgogliosi di potercene sbarazzare. La faccenda non riguarda solo interrogativi medici ed etici -è giusto sacrificare milioni di esseri viventi in laboratorio per sognare e conseguire l’immortalità ? – ma qualcosa di molto più pervasivo : la nostra identità di specie. Il nostro posto di specie in relazione a tutte le altre a cui il DNA ci lega, qui sì, per l’eternità.  

Il rapporto di parentela con le scimmie non è mai stato facile : Freud soleva dire che Darwin aveva strappato l’uomo alle sue fantasie narcisistiche attribuendone le origini ad un animale troppo simile a noi per non metterci in imbarazzo. L’identificazione era facile e per questo allarmante e paurosa. 
Mentre all’inizio della storia della biologia evolutiva moderna – durante i decenni centrali   dell’Ottocento, quando Darwin studiava la derivazione filogenetica delle specie – le collezioni naturalistiche delle principali città europee dimostravano l’ambizione umana di catalogare la natura e di comprenderla attraverso la comparazione, oggi i due macachi cinesi ( e la loro espressione terrorizzata ) ci parlano di un nuovo atteggiamento : il principio di riproduzione in serie. Le altre specie sono solo materiale da lavoro, i rapporti filogenetici uno strumento di implementazione della catena di montaggio. 
Quel che conta in questa storia di vita da laboratorio è la fine di ogni rispetto e riverenza nei confronti degli antenati, il taglio netto con il timore che annientare la dipendenza dal passato (la nostra storia evolutiva ) possa farci perdere la bussola. Homo sapiens ha costruito le sue civiltà sulla certezza del legame sociale, culturale e a volte addirittura religioso con gli antenati. Quando ha incluso tra di loro le scimmie antropomorfe ha imparato a dare valore alla natura. I due macachi ci dicono che tutto questo è un ricordo. Siamo già nel tempo oscuro di Blade Runner 2049 in cui il dolore di vivere coincide con la consapevolezza di essere stati creati e di non essere quindi mai nati.  E quindi già estinti. Privati di ogni legame evolutivo con un padre e una madre. 

South Africa: rhino poaching in 2017 almost matches 2016 figure: the crisis continues


TRAFFIC Press Release 

Johannesburg, South Africa, 25th January 2018—South Africa today announced the official number of rhinos illegally killed in the country during 2017 as 1028 animals: a tiny decrease on last year’s 1054.
“The marginally lower total in 2017 still remains unacceptably high and with close to three rhinos illegally killed daily in South Africa every single day, the bottom line is the crisis continues unabated,” said Tom Milliken, TRAFFIC’s Rhino Programme Leader.Although this figure marks the third year in a row where the rhino poaching total has dropped since the record high of 1,215 losses reported in 2014, undetected carcasses in vast places like Kruger National Park could easily account for the reported decline.
Kruger National Park, where the heaviest poaching losses have occurred previously, reported 504 animals poached in 2017, a further significant drop from the 662 rhinos illegally killed in 2016 and 826 in 2015. However, Minister Molewa also noted a rise in the number of elephants poached in the park—some 67 in 2017, a worrying development and further evidence of organised criminal activity taking place there. Furthermore, the rhino decrease in Kruger has been offset by increases in reported poaching in KwaZulu Natal (KZN), amid allegations of corruption in dealing with rhino-related crime in the province and the dismissal of “One of South Africa’s top anti-rhino poaching cops” 
But this is not only a provincial KZN problem, as at a national level, efforts to address rhino poaching appear to be hampered by the dysfunctional National Prosecuting Authority and Crime Intelligence division of the South African Police Service (SAPS), two of the country’s main crime fighting institutions. In February 2016, David Mabunda, Chief Executive of Ezemvelo KZN Wildlife, highlighted the “…increasing levels of corruption among our ranks, the police, immigration officials and other law­ enforcement and professional services such as veterinarians. The number of corruption cases in wildlife management is making our efforts to achieve success more difficult.”
Although official poaching figures are still awaited from other rhino range States, unofficial figures suggest there has been an overall drop in rhino poaching across Africa in 2017. However, combatting rhino poaching effectively will require a concerted global effort, greater information sharing between law enforcement agencies in source and consumer countries and targeted investigations aimed at dismantling criminal networks with tentacles that span the globe. 
In September 2017, TRAFFIC revealed disturbing new evidence of criminal networks of Chinese origin operating in South Africa processing rhino horn locally into beads, bracelets, bangles and powder to evade detection and provide ready-made products to consumers in Asia, mainly in Viet Nam and China, and called for increased resources to be made available to already over-stretched law enforcement efforts. 
In the meantime, despite various amendments, South Africa has still to adopt and implement its National Integrated Strategy to Combat Wildlife Trafficking. “TRAFFIC calls on South Africa urgently to adopt and implement its national strategy to combat wildlife trafficking: the potential growth of new markets for rhino products is a deeply worrying development that needs to be nipped in the bud—we’re far from seeing the light at the end of this very long, dark tunnel,” said Milliken.

WWF Canada chiede al governo di stanziare 1,4 miliardi di dollari per la protezione degli habitat selvaggi 

WWF Canada ha chiesto al governo canadese di stanziare almeno 1,4 miliardi di dollari del bilancio federale per la protezione degli habitat selvaggi. Il governo renderà noto soltanto a marzo come le risorse finanziarie saranno distribuite per gli anni a venire, ma dopo la pubblicazione dei dati sullo stato reale dei suoi ecosistemi – in un paese considerato ancora ampiamente intatto ( il 50% delle specie monitorate in Canada tra cui i grandi mammiferi sono purtroppo ormai in declino ) – stavolta il WWF spinge per una valutazione più completa. 
In una lettera diffusa via web Megan Leslie, presidente e Ceo di WWF Canada, ha spiegato che “il denaro non è sufficiente. Per arginare davvero il collasso della wildlife abbiamo bisogno di qualcosa di più di una infusione di denaro contante. Dobbiamo rivoluzionare il nostro approccio alla conservazione”. Leslie si riferisce al dibattito in corso sul futuro dello spazio selvaggio e sulla constatazione che le faune del pianeta potranno sopravvivere solo in territori abbastanza vasti da contenere funzioni ecologiche intatte: gli studi recenti del WWF mostrano che i trend in corso per la biodiversità globale, se qualcosa non cambia, ci porteranno ad una perdita del 67% delle popolazioni di specie selvagge entro il 2020, l’anno in cui faremo i conti con gli Aichi Targets, e cioè gli obiettivi per la conservazione posti al 2020. Il Canada si era impegnato a proteggere il 17% del suo territorio ( compresi fiumi e laghi ) ma nel 2016 si era appena al 10,5%. 
La questione – come è ormai chiaro anche in Africa – e’ solo una: lo spazio, quanto siamo disposti a concederne alle altre specie. Non basta che un parco nazionale sia qualitativamente splendido, deve essere anche molto, molto grande. Leslie: “per ottenere risultati consistenti nelle nuove aree protette la qualità e’ importante tanto quanto la qualità. Non possiamo sempre scegliere di cogliere i frutti scarsi di territori spogli e poveri di faune selvatiche dove ci sono anche poche minacce umane”. 
Inoltre, si legge nella lettera, “Un piano federale ben progettato può rafforzare la riconciliazione con le comunità indigene applicando le loro conoscenze e coinvolgendole direttamente nell’identificazione delle aree naturali più importanti, nonché nella loro gestione”. 

I “valori” sono davvero utili per proteggere le specie animali ? 

IMG_2766Fino a non molto tempo fa la conservazione riguardava gli strumenti migliori per individuare i trend di popolazione, il rischio di estinzione e quindi i progetti più efficaci per proteggere le specie e i loro habitat. Oggi, però, la filosofia della conservazione nasconde uno scontro ben più ambiguo. Da una parte stanno coloro che si sono adeguati alle regole del mercato e ne invocano il potere salvifico (la cosiddetta New Conservation), dall’altra coloro che pretendono di continuare a rispettare la Natura in quanto ricchezza biologica. I neo-conservazionisti tendono a schivare i rischi impliciti nel “per sempre” che l’estinzione presuppone, perché di fatto progettano di potersi sbarazzare della responsabilità ecologica (che, insegnava Hans Jonas, è diacronica) come di un orpello del passato pre-illuministico.

Come ha fatto notare Michael Soulé l’opzione “human-friendly vision” è incompatibile con le misure necessarie a contenere il collasso delle specie su di un Pianeta con una popolazione umana in continua crescita. Nuove dimensioni della relazione Natura/Cultura sono già chiaramente visibili sull’orizzonte. La solidarietà “trans-species” tra elefanti ed esseri umani in Kenya, ad esempio, ma soprattutto il cosiddetto offsetting nature, ossia la pianificazione, secondo standard finanziari ed economici avanzati, di un profitto disegnato sul valore intrinseco delle risorse naturali, che non vanno depredate perché insostituibili. La Natura, secondo questa impostazione, fornisce servizi che rendono migliore la vita degli esseri umani e che non possiamo quindi permetterci di perdere. L’aporia di fondo del ragionamento fondato sull’offsetting è che l’estinzione della biodiversità non riguarda i sistemi di produzione, ma il tipo di civiltà che li elabora.

La questione deve quindi essere posta in termini sistemici. Il primo interrogativo rilevante è se gli strumenti di offsetting abbiano davvero credibilità e autorevolezza; una seconda domanda riguarda la loro efficacia nel controbilanciare gli impatti distruttivi delle attività umane, cosa su cui permangono molti dubbi riconosciuti dalla stessa IUCN. Heidegger ha insegnato che un pensiero può essere considerato come istanza definitiva – cioè come pensiero sufficientemente valido da fondare l’azione – soltanto se tutto il pensabile è già stato pensato. L’offssetting si regge reggono su presupposti aprioristici. Esso assume infatti a propri che appiccicare un plusvalore traducibile in quotazioni di borsa agli ecosistemi significhi, automaticamente, riconoscere loro un valore. In realtà questo plusvalore ritaglia addosso alle altre specie un significato economico che prescinde dal valore biologico intrinseco agli animali, alle foreste, ai laghi, agli oceani. La traduzione in prezzo calcolato in dollari degli esseri viventi è un progetto umano, che non ha niente a che vedere con lo statuto di questi stessi esseri viventi. Non stupisce, dunque, che contabilizzare la Natura non ci abbia portato molto oltre l’allarme globale dei primi anni Novanta.

La contraddizione intrinseca del modello “offsetting nature” è ben illustrata da Heidegger nel ragionamento su che cosa sia, effettivamente, un valore: “Quando si caratterizza qualcosa come valore, ciò che è così valutato viene ammesso solo come oggetto della stima umana. Ma ciò che qualcosa è nel suo essere non si esaurisce nella sua oggettività (Gegenstaendigkeit), e ciò tanto meno se l’oggettualità considerata (Gegenstaendlichkeit) ha il carattere del valore. Ogni valutazione, quando è una valutazione positiva, è una soggettivazione. Essa non lascia essere l’ente, ma lo fa valere solo come oggetto del proprio fare”. Quindi, conclude Heidegger, “pensare contro i valori non vuol dire sbandierare l’assenza di valori e la nientità dell’ente, ma portare la radura della verità dell’essere davanti al pensiero, contro la soggettivazione dell’ente ridotto a mero oggetto”. L’impostazione mercantilistica non ci aiuta a dare un valore alla Natura, ma ci consente di tenerla dentro i nostri progetti. (M.Heidegger, Lettera sull’umanismo, Adelphi 1995).

Nel 2015 un gruppo di brillanti ricercatori, in testa Erle Ellis della Maryland, negli Stati Uniti, ha proposto un manifesto sui problemi della biosfera che ha dato, nel bene e nel male, una scossa di elettricità alle prospettive sul futuro. Questi ecologi sostengono che la via per uscire dalla crisi è smettere di sognare che l’essere umano debba dipendere dalle risorse naturali (sic): il miglior modo per salvare la Natura, come la storia della industrializzazione a carbone e petrolio dimostrerebbe, è invece puntare tutte le nostre fiches sull’urbanizzazione a megalopoli (per altro già in fase avanzata), sull’agricoltura e la piscicoltura intensive (per risparmiare spazio alle altre specie), sulla desalinizzazione e sull’energia nucleare (per stabilizzare il clima, con un generoso aiuto dalla CCS, la Capture Carbon Storage) nella certezza che la popolazione umana raggiungerà il picco demografico ( per poi declinare ) entro questo secolo e che i limiti ecologici non esistono più.

Se c’è un gruppo di ricercatori che sta smontando, anche in modo brusco, la visione romantica e religiosa della nostra specie sono gli Ecomodernisti. Il loro sforzo di documentazione paleo-ecologica non deve essere sminuito. L’Ecomodernismo risponde ad una esigenza storica, e cioè capire meglio chi siamo per approntare soluzioni adeguate all’Antropocene. Un buon inizio per leggere lo stato attuale della biosfera senza preconcetti utopici o categorie religiose. Eppure, uno dei limiti macroscopici del Manifesto è la clamorosa sottovalutazione degli effetti collaterali. Gli esseri umani sono eccezionalmente bravi a dimenticare il principio di precauzione e a gettarsi a capofitto in invenzioni dall’esito imprevedibile. Come sosteneva anche Steve Jobs, Homo sapiens è capace di inventare strumenti e progettare oggetti, cioè letteralmente di assemblare ciò che prima non esisteva. Ma gli attrezzi che escono dal suo genio implicano degli effetti collaterali che investono sia la Natura che la Cultura in modo imprevedibile, e soprattutto secondo scale temporali diacroniche. Ciò che sembra ottimo oggi potrebbe rivelarsi apocalittico domani. In altre parole, ciò che succede il giorno della dopo della messa sul mercato di qualcosa di nuovo non è lineare. Una ulteriore caratteristica dell’effetto collaterale è poi il suo cambio di status: le conseguenze di una invenzione non rimangono nel loro originario campo di applicazione, ma si espandono. Investono gli aspetti sociali, emotivi, psicologici dei gruppi umani. E una volta riconosciuti, se si sono dimostrati pericolosi, gli effetti collaterali non possono più essere affrontati con la sola prassi perché non sono più quello che erano all’inizio. Facciamo qualche esempio: la plastica, il motore a scoppio, il carbone e il petrolio, la polvere da sparo, i fertilizzanti di sintesi e i mangimi proteici per gli erbivori ruminanti da allevamento, la poliammide, gli idrofluorocarburi, l’automobile, internet e gli smartphone. Le complicazioni dell’intelligenza umana non si diluiscono nella semplice quantificazione delle modifiche imposte all’ambiente esterno. I nostri strumenti tecnologici, per affermarsi, hanno richiesto anche un cambiamento, lento, ma progressivo, nella civiltà umana. Un cambio di paradigma nel nostro modo di intendere che cosa è la vita, e, di conseguenza, come vogliamo sfruttare la materia vivente per realizzare le nostre aspettative.

IMG_2919La tecnologia, infatti, presuppone un nuovo tipo di essere umano, e non semplicemente un nuovo genere di strumenti. Ancora una volta fu Heidegger a comprendere questo passaggio di livello nell’esperienza umana: “Si vede adesso quel che già Nietzsche riconobbe in termini metafisici, cioè che l’economia macchinale dell’età moderna, il calcolo meccanico totale di tutto l’agire e di tutto il programmare richiede, nella sua forma incondizionata, una nuova umanità che vada oltre l’umano finora esistito. Non basta possedere carri armati, aeroplani, mezzi di comunicazione; non basta neanche disporre di uomini in grado di far funzionare tutto ciò; e non basta nemmeno che l’uomo si limiti a padroneggiare la tecnica come se essa fosse qualcosa di indifferente, al di là di utilità e danno, costruzione e distruzione, utilizzabile a piacere da parte di chiunque per qualsiasi scopo. C’è bisogno di una umanità che sia radicalmente adeguata alla essenza fondamentale, unica nel suo genere, della tecnica moderna e della sua verità metafisica, cioè che si lasci interamente dominare dall’essenza della tecnica per guidare e utilizzare così, proprio essa stessa, i singoli processi e le singole possibilità della tecnica. All’economia macchinale incondizionata è adeguato, nel senso della metafisica di Nietzsche, soltanto il super-uomo, e viceversa: l’uno ha bisogno dell’altra per l’instaurazione del dominio incondizionato sulla terra”.

L’estinzione è una perdita di storia evolutiva. Le piante e gli animali che attualmente vivono sul nostro Pianeta sono solo l’1-2% delle specie esistite negli ultimi 600 milioni di anni. Un evento di estinzione di massa si caratterizza per la perdita di un ingente numero di taxa. Tuttavia, una analisi dettagliata delle grandi estinzioni del passato ci mostra diversi schemi di estinzione, come ha evidenziato Douglas Erwin, perché differenti sono i “tratti” di storia evolutiva implicati e, quindi, inabissati nel tempo profondo: “Una revisione degli episodi di estinzione di massa illustra che differenti unità di misura colgono differenti dimensioni di perdita di storia evolutiva”. Tutto questo significa che l’estinzione cancella opzioni evolutive, tratti di strada che fino ad un certo punto si erano rivelati efficaci, ma anche percorsi appena intrapresi. L’estinzione non è la semplice uscita di scena di una singola specie, a cui magari siamo affezionati, ma la fine di un segmento di storia biologica, e delle possibilità potenzialmente in divenire in essa implicite. Espandendo il ragionamento, la diversità filogenetica di un habitat è la fotografia reale di questa diversità vivente, la coesistenza di specie che provengono da percorsi evolutivi differenti. È questa pluralità paleostorica ereditata dal passato che costituisce il patrimonio e la ricchezza della biodiversità. La filogenesi è quindi uno degli elementi che, negli studi recenti, viene tenuto in considerazione per identificare gli schemi generali correlati al rischio di estinzione all’interno di larghi gruppi di specie. Quel che si è capito, in termini generali, è che il rischio di estinzione non è casuale dal punto di vista filogenetico. La conseguenza più immediata è che le differenze biologiche tra i taxa sono almeno in parte responsabili dei diversi gradienti di rischio. Il rischio di estinzione, come ha documentato Rodolfo Dirzo, è quindi “una funzione sinergica tra i tratti intrinseci ad una specie e il tipo di minaccia esterna”.

Gli studi di filogenetica riferiti al rischio di estinzione mostrano che la nostra relazione con le faune funziona su due piani temporali: è sincronica e diacronica. Anzi, l’estinzione stessa è una relazione sia sincronica che diacronica. La biodiversità, infatti, non è soltanto la variabilità tra specie e all’interno di una stessa specie, ma anche il patrimonio genetico espresso lungo milioni di anni di evoluzione. La civiltà umana si è sviluppata all’interno di questo immenso patrimonio genetico. Noi esseri umani abbiamo dunque un legame cronologico orizzontale (sincronico) con le specie di cui abbiamo imparato a servirci e con cui ci siamo co-evoluti; ma, attraverso la fondazione delle civiltà, nel percorso dalla preistoria alla storia, abbiamo fatto esperienza degli effetti diacronici del nostro incontro con le specie che, entrate in contatto con noi, si sono estinte.

È la diacronia, l’insieme dei processi evolutivi della biosfera, la condizione insuperabile in cui le società avanzate si pongono rispetto tanto al tempo profondo quanto al futuro del Pianeta. Homo sapiens vive sincronicamente con il suo passato. Secondo Giorgio Agamben, gli antenati sono i “significanti instabili” del tempo presente, che continuano a circolare fuori del loro mondo all’interno del discorso sociale e storico. Possono essere percepiti come un ostacolo, una bussola rassicurante. Quel che conta è che essi contribuiscono al funzionamento e al mantenimento del corpus sociale. Né il passato né il presente hanno infatti la capacità di creare il futuro da sé. Il passato e il futuro si danno significato l’uno attraverso l’altro nel farsi del presente. I significanti instabili “fluttuano” continuamente tra ciò che precede le nuove generazioni e ciò che esse saranno in grado di esprimere. La vita su questo Pianeta possiede un tratto diacronico – la trasmissione dei geni implicita nel processo evolutivo – mentre la diversità filogenetica rivela che il presente è sempre misurato sul passato. Le civiltà complesse, insomma, vivono sulla faglia dell’intersezione tra Natura e Cultura, e quindi, nel linguaggio di Agamben, tra Aion (il tempo umano) e Chronos (le epoche geologiche).

 

Francesco Bianchi e il coraggio della verità sull’Accademia di Brera 


Nel suo celebre corso al College de France, poi diventato un saggio intitolato Il coraggio della verità, Michel Foucault spiegò perché dire ad alta voce come stanno le cose non è pratica etica comune ( si chiaman in greco ” parresia”, che significa avere disposizione interiore e intellettuale a dire la verità ): le persone abbastanza sincere da denunciare il conformismo sociale e i rischi che questo comporta rischiano l’ostracismo, diventano fastidiose, sono un insopportabile acufene nella monotonia di chi preferisce stare in poltrona a veder tutto andare a rotoli. Comportamenti di questo tipo danno il loro colore inquietante alla cronaca ambientale e riguardano ogni ambito della vita sociale. Venerdì scorso 1 dicembre nella sala numero 1 dell’Accademia di Brera a Milano e’ accaduto qualcosa di diverso: una voce di opposizione radicale ma di schietta intelligenza s’e’ levata contro la cosiddetta riforma Franceschini, l’uso commerciale di Brera e la connivenza di quanti – nel corpo docente e nel mondo culturale in generale – stanno a guardare il degrado morale del nostro Paese. 
Il giovane restauratore Francesco Bianchi ha discusso la sua tesi di laurea – e l’installazione artistica che ne ha sostenuto i presupposti teorici, di cui vedete una foto qui sopra – in una aula gremita di studenti e curiosi che da mesi seguivano la sua interrogazione all’amministrazione dell’Accademia, condotta anche all’interno delle audizioni con il corpo docenti e la rappresentanza studentesca : può un luogo di sapere e formazione alla libertà (libertà di ispirazione, di ricerca, di visione e di mondo) diventare un ufficio marketing, che affitta il cortile settecentesco a party privati e i locali di studio a sfilate di moda ? In che cosa consiste la responsabilità di un artista verso il pauroso vuoto di senso sociale e collettivo che oggi si infiltra ovunque vi sia consenso acritico e una confortevole appartenenza alla massa ? Francesco ha costruito un ragionamento su tutto questo partendo dal concetto di lacuna: cosa manca al discorso collettivo, quale mancanza sorregge lo sguardo dell’artista e il coinvolgimento del pubblico, perché il mancante – come direbbe Lacan – può essere una colla di nuova formulazione per entrare in relazione politica e psicologica con il nostro tempo. 

“Ho sviluppato un’installazione site-specific in cui ho sostituito per 5 giorni (dal 1 al 5 novembre) la targa dell’accademia di Brera con una fatta da me. la nuova targa riporta la scritta ‘accademia degli spiriti belgi – liceo conformista’; il riferimento è a uno scritto di Charles Baudelaire intitolato Pauvre Belgique in cui racconta della propria permanenza a Bruxelles. in questo periodo nota il grave conformismo e la poca attenzione degli abitanti della città, incapaci di idee individuali e di uscire da un pensiero di massa” spiega Francesco, “Lo stesso conformismo e la stessa indifferenza sono evidenti in Accademia: agli occhi di chi dovrebbe riconoscersi non solo in un’istituzione riconosciuta a livello mondiale, ma soprattutto in un luogo pregno di storia che continua a vibrare e a vivere nonostante tutto, il palazzo assume il significato etimologico più basico della parola lacuna: la radice europea lak- richiama una superficie concava, adatta a raccogliere. in questo contesto di indifferenza e opportunismo l’accademia non è niente di più di uno spazio da occupare”.

Non a caso Francesco ha saputo costruire un ragionamento ibrido sul fatto artistico come atto di consapevolezza ontologica e personale, partendo dalla domanda sull’essere di Heidegger e approdando alla rivendicazione di una responsabilità storica quotidiana, individuo per individuo, avanzata da Jankelevitch. La lacuna è segnale di allarme, sveglia “al rintocco della mezzanotte”, spazio psicologico prima ancora che intellettuale per pensare il presente e farne qualcosa di nuovo.

Per Francesco la commissione di laurea ha chiesto la menzione di merito. Nell’ovazione che ha fatto seguito alla proclamazione del voto pieno con lode è però risuonata soprattutto una ammirazione rovente per un giovane studioso e artista che ha avuto il coraggio di dire la verità non dall’alto di una cattedra universitaria o di un movimento di opinione favorito da nomi illustri e inviti televisivi, che nulla rischia, ma facendosi forte della propria passione civile. Francesco ha sfidato i potenti di Brera senza volgarità e arroganza ma con la spavalderia che solo la cultura può fornire a chi studia seriamente, vive con rabbia e gioia e vuole un mondo diverso. Una lezione degna del 14 luglio 1789 e che moltissimi ambientalisti impegnati in marchette commerciali dovrebbero imparare .
PS ho conosciuto per caso Francesco Bianchi in biblioteca Braidense lo scorso settembre. Aveva sotto braccio Il trattato del ribelle di Ernst Jünger . 

Kgalagadi, l’ultima Africa davvero selvaggia 

( mappa di inizio Novecento – il Kgalagadi National Park è qui chiamato ancora Kalahari Gemsbok National Park ) 

Un team di ricercatori della University of Queensland, Australia ( School of Earth and Environmental Sciences ) ha progettato, e pubblicato su Nature , una mappa aggiornata delle ultime, splendide aree selvagge del Pianeta (“last of the wild”), avvertendo che c’è “un urgente bisogno di rendersi conto che questi posti non sono sostituibili” nel sistema biologico che chiamano Terra. James Allan, che figura tra gli autori, conferma che il Kgalagadi national park (Sudafrica/Botswana) ha un posto d’onore in questa lista per quanto riguarda la wilderness africana:
“Il Kgalagadi e’ incluso nella nostra mappa Last Of the Wild, insieme al delta dell’Okavango in Botswana. Sulla base del nostro studio, direi certamente ch questo tipo di aree ha la struttura di mega riserve – sono ciò gli ultimi grandi territori completamente wild che supportano le grandi faune africane – e dovrebbe essere fatto ogni sforzo per mantenerle libere da attività industriali e dall’uso umano su larga scala. Naturalmente ciò per il Kgalagadi esclude i boscimani e la loro del tutto unica biocultura. Un altro punto molto importante e’ la qualità di una area protetta : il Kgalagadi ha una impronta umana molto bassa ed è perciò titolato ad essere definito wilderness molto meglio di altre aree pur protette”. 
Negli ultimi venti anni abbiamo perso 1/10 di tutte le zone wild del globo, e cioè circa 3,3 milioni di Kmq. Ciò che lo studio di Allan e dei colleghi sottolinea è anche il significato eco-culturale della wilderness, aprendo, come di recente succede sempre più spesso, a considerazioni filosofiche su quanto sta accadendo agli spazi non colonizzati dall’uomo e alle loro faune non domesticate: “Molti servizi ecosistemici derivano dai territori che possiamo definire wilderness e sono un risultato diretto della loro estensione geografica, che permette loro di funzionare come sistemi auto-organizzati”. E’ la wilderness che “supporta gli ultimi, intatti gruppi di popolazioni di faune di grandi dimensioni, specie con uno home range ampio e che migrano: è per questo che i territori wild sono gli ultimi posti sulla Terra dove gli scienziati possono studiare la biodiversità e i processi naturali indipendentemente dalla moderna società umana”. In parole più semplici, è solo nella wilderness che possiamo farci una idea completa dei meccanismi basici della vita sul nostro Pianeta. Ed è solo qui che esistono ancora culture umane – come i San del Kgalagadi – che vivono secondo “profondi legami bioculturali” con gli ecosistemi, una alternativa radicale al modello occidentale che ha preso il sopravvento a partire dal XVI secolo dell’era moderna.  

Per questo, usando una compilazione aggiornata della pressione umana sull’ambiente, il team di Allan ha proposto una rivisitazione delle aree attualmente protette con lo scopo di includere più wilderness nei processi decisionali della World Heritage Convention, la convenzione delle Nazioni Unite che designa gli habitat naturali più rilevanti della Terra. Un discorso che vale anche per gli oceani e la loro “ocean wilderness“. 

Purtroppo moltissima attenzione su giornali e social media è focalizzata soltanto sui parchi  nazionali mentre “a dispetto del valore ambientale, ecologico e bio-culturale ben documentato delle aree wilderness, queste stesse aree non sono state considerate come una priorità della conservazione e ancora manca un riconoscimento esplicito e sistematico della loro importanza in forti accordi multilaterali sull’ambiente come ad esempio la Convention on Biological Diversity o la World Heritage Convention”. La proposta del paper è di rafforzare l’importanza della wilderness nel discorso complessivo sulla biodiversità del Pianeta (in termini sia quantitativi che qualitativi) e quindi il ruolo che gli spazi ancora intatti rispetto alle attività umane ad alto impatto hanno nel definire i luoghi “di assoluto valore universale” (oustanding universal value, nel lessico UNESCO). Perché non è affatto scontato che un tratto di savana o di foresta tropicale sia wild, anche se è giuridicamente protetto. Mentre il Kgalagadi soddisfa appieno questi criteri :

“Non tutte le aree protette pur essendo protette sono in condizioni abbastanza buone o sufficientemente estese per avere ancora le funzioni ecologiche naturali di una wilderness. Credo che i mega parchi come il Kgalagadi – conclude Allan – siano importanti per l’Africa, proprio per i grandi mammiferi che li abitano. Ma bisogna stare attenti a usare la parola ‘primordiale’ per spiegare che cosa vuol dire wilderness. Ha un significato soggettivo e a molti non piace. Meglio dire ‘ecologicamente intatto’ o ‘in buone condizioni ecologiche’. Wilderness vuol dire sostanzialmente un habitat privo di disturbo umano“.