La civiltà dell’angoscia in cerca dell’aurora

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Durante la notte il richiamo stridulo dello sciacallo sferzava la crosta salata del pan. Lo abbiamo udito distintamente, e poi anche una iena maculata deve aver raggiunto la terrazza della nostra capanna, perché il suo ringhio acuto era vicinissimo e circospetto. Questa mattina esploreremo una regione più interna rispetto alle dune rosse che circondano lo !Xaus. Il paesaggio è avvolgente, sinuoso e forte. Ci addentriamo in una valle segnata da macchie di cespugli grigi ormai morti: la prima parte del fusto è nera e quasi incenerita dalla siccità. Intere vallate di erba alta piegata dal vento cambiano colore al solo trascorrere in cielo di una nube,  e assomigliano a praterie aperte su cui rare acacie funzionano come bussole improvvisate, ma salde. Un tasso del miele attraversa improvvisamente il veld: è veloce, infastidito e ben deciso a non farsi guardare più a lungo del necessario. La striscia argentea lungo i fianchi, sul manto folto e nero carbone, si staglia luminosa come un fulmine sul veld. È un attimo, ed è già scomparso. Non tornerà sui suoi passi, è un animale aggressivo e però molto schivo, che riesce a scontrarsi anche con i leoni. In un clima desertico un tasso è pur sempre una preda. Qui non lo vedevano da anni e la notizia del suo avvistamento è accolta con entusiasmo dallo staff di Anthony. 

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Questo paesaggio libera il pensiero, lo pulisce e inventa dentro le funzioni cognitive del cervello nuovi ordini di conseguenze e cause efficienti. Le valli scivolano via e riemergono come ondulati pendii; un pozzo, con pompa a energia solare e un grosso serbatoio verde smeraldo, è frequentato da uno sciacallo che perlustra il terreno in cerca di insetti.

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Ovunque si insinua il sentimento africano che ogni giorno accade, senza bisogno di essere misurato da un orologio. Più tardi, mentre prendo appunti sulla terrazza dello !Xaus, stormi di decine di fringuelli testa rossa si posano sulle strutture in legno del lodge, a pochi metri da me, e dopo pochi secondi, compatti, riprendono il volo tutti insieme e raggiungono il pan, per poi riprendere questo stesso movimento ciclico verso lo !Xaus, solo un attimo dopo essersi posati sulla acacia morta del lago salato, la stessa dove la iena maculata, al tramonto, ripete il suo urlo predatorio. Sono ipnotizzanti, per via del loro canto incessante e il frullio massiccio di decine di piccole ali invisibili nella macchia rossa carminio delle teste rivolte verso l’aria fresca, in quota, e il sole brillante del mezzogiorno. Non riesco a fotografarli, non posso fotografarli: mi sfuggono, perché vengono per salutare e ad un saluto non si può rispondere semplicemente con una Canon. I fringuelli testa rossa sono una cosa sola con il vento che martella le orecchie e li sostiene in volo. 

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Il vento stesso, in questa parte sud occidentale del Kalahari, ha una voce.  Dietro le colline decade e poi fischia improvvisamente, come se tornasse finalmente a casa. Modellato dal vento, lo spazio si espande e si contrae e poi si distende di nuovo seguendo il profilo geografico del paesaggio. Passiamo ore nel primo pomeriggio ad osservare gli alcelafi rossi (Harteebest) che seguono le piste scavate dagli zoccoli giorno dopo giorno sul pan rosso: bevono tutti insieme, e poi, adempiuto al loro compito, si disperdono. Una coppia di struzzi li fissa dal bordo del pan. La tranquillità di questa ora meridiana è così immobile da sembrare, nell’udito e nella vista, una incarnazione della solitudine. Ma è solo un miraggio, una ruggine europea, perché qui la solitudine non esiste, neppure quando la senti nel fondo del tuo animo perché si è infilata nella valigia. 

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In uno dei giorni scorsi abbiamo visitato un piccolo laboratorio di manufatti San. Il profilo di un grosso felino, un leopardo o una leonessa, decorava il guscio eburneo di un uovo di struzzo, l’avorio dei San. Le suppellettili decorative rispondono ad un bisogno antico degli esseri umani, ma ci sono altri aspetti del sentire, che abbiamo sviluppato in Europa negli ultimi tre secoli come danni collaterali della nostra espansione economica. L’ansia, ad esempio. Qui nel Kalahari l’ansia non c’è, c’è solo la paura, quando serve e quando capita, ad esempio faccia a faccia con un leone o un leopardo. L’ansia è civile, urbana, salottiera. Prende il tè alle cinque del pomeriggio, vive di ignoranza su di sé e gode della propria inutilità. La paura invece ha uno scopo e non tormenta oltre misura il cuore dell’uomo. Lo trafigge, lo uccide, lo fa a pezzi, ma non approfitta della debolezza della nostra intelligenza, quando tentiamo di trovarle un accordo con i nostri sensi.

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L’Europa del XVII secolo, della Amsterdam di Rembrandt, delle pellicce di visone russo, della pittura a olio di lino, dei commerci transoceanici in mano a borghesi finalmente ricchissimi, ha creato la civiltà dell’angoscia. Non penso sia casuale che un danese figlio di un uomo d’affari molto rispettabile che speculava sulle piantagioni di canna da zucchero, e sugli schiavi africani, nel Nuovo Mondo, e cioè Soeren Kirkegaard, abbia infine elaborato con dignità filosofica questo inedito sentimento dell’Europa rapace e geniale, e cioè l’angoscia, proprio mentre il colonialismo si affermava come forza capace di eradicare modi di essere Homo sapiens non occidentali. Figure spirituali come l’angoscia non possono che essere consustanziali ad una civiltà radicalmente urbana, avanzata nelle sue pretese di comprensione concettuale della realtà, disperatamente fantasiosa nelle sue creazioni artistiche. Sarà pur vero che Ernst Cassirer, con la sua cultura enciclopedica orgoglio dei benpensanti di Amburgo, e della Germania del Kaiser, rappresentava l’acme della erudizione occidentale, ma l’angoscia di una civiltà sempre più consumata dalla potenza dei propri successi spalancò l’abisso su noi tutti. Non sempre conoscere tutto spalanca le porte alla concreta possibilità della felicità. I San, dice Laurens Van Der Post, intendevano questa possibilità come uno stare dentro le proporzioni: “Il boscimane, ovunque andasse, conteneva in sé la simmetria della terra, e ne era profondamente contenuto. Il suo spirito era logicamente simmetrico perché, spostandosi sulla corrente di una istintiva certezza di appartenenza, egli rimaneva nell’ambito delle proporzioni assegnategli dal fato. Prima che noi tutti giungessimo a frantumare la sua condizione naturale, non mi risulta in alcun modo certo ch’egli avesse trasceso le proprie proporzioni”. 

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Per questo motivo qui, nel Kalahari, e in Sudafrica, fu sconfitto, perché coloro che hanno vinto la partita non avevano proporzioni. Noi stessi siamo giunti qui da un posto lontanissimo, ma in modo nient’affatto simile al luogo remoto annunciato dalla iena sotto le stelle. Heidegger chiamava questo luogo, che corrisponde al nome del nostro Paese di origine sul passaporto, metafisica. La formidabile tragedia del vincitore globale veniva recitata nel teatro di Dioniso, ad Atene, ma è soltanto qui allo !Xaus, e cioè in Africa, al culmine dell’Antropocene, che te ne puoi accorgere. La metafisica è la decisione conscia e consapevole di dar corso alla volontà costi quel che costi. È la storia del dominio del modello occidentale del Pianeta, fino al cambiamento climatico e alle 410 ppm di CO2 in atmosfera e agli ultimi 20mila leoni dell’Africa. È la storia dell’angoscia e di queste figure spirituali inaudite, distruttive, spuntate come sottoprodotti del genio urbano europeo, che Freud, in una Vienna non troppo diversa dalla Amburgo di Cassirer, definiva disagio della civiltà. Il teatro di Dioniso è il nostro luogo lontanissimo in cui abbiamo cominciato a contemplare fin dove poteva condurci la abilità di costruzione di nicchia. 

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Ma allora, che cosa ne è della conservazione se siamo al termine di un percorso inevitabile? Occorrerebbero migliaia di posti come la concessione dello !Xaus, come il Kgalagadi, per proteggere almeno metà del Pianeta. Ma non solo in virtù delle caratteristiche ecologiche di queste valli: qui si intravede, sulla linea dell’orizzonte, il bisogno di andare oltre i presupposti, ormai secchi, dell’Occidente. Del vincitore. Povera di una alternativa già eloquente, già soddisfacente, non posso fare altro che leggere, ad alta voce, la mattina presto, davanti al pan, un passo di Nietzsche: 

“Chi, anche solo in una certa misura, è giunto alla libertà della ragione non può più sentirsi sulla terra nient’altro che un viandante, non un viaggiatore diretto a una meta finale, perché questa non esiste. Ben vorrà invece guardare e tenere gli occhi ben aperti, per rendersi conto di come veramente procedano tutte le cose nel mondo; perciò non potrà legare il suo cuore saldamente ad alcuna cosa particolare: deve esserci in lui stesso qualcosa di errante, che trovi la sua gioia nel mutamento e nella transitorietà (…) Quando silenziosamente, nell’equilibrio dell’anima mattinale, egli passeggerà sotto gli alberi, gli cadranno intorno dalle cime e dai recessi del fogliame solo cose buone e chiare, i doni di tutti quegli spiriti liberi che abitano sul monte, nel bosco e nella solitudine e che, simili a lui, nella loro maniera ora gioiosa ora meditabonda sono viandanti e filosofi. Nati dai misteri del mattino, essi meditano come mai il giorno, fra il decimo e il dodicesimo rintocco di campana, possa avere un volto così puro, così luminoso, così trasfiguratamene sereno: essi cercano la filosofia del mattino”. 

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“Gli animali sono persone della più antica razza”

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Ma quello che era troppo poco per Faust era sufficiente per la civiltà dei San. I cacciatori raccoglitori furono spazzati via dall’Africa australe da un blend di fattori storici, molto inquietanti se esaminati da vicino, perché sembrano mostrare che un unico modello culturale ed economico, di matrice europea-occidentale, ha finito col prevalere a livello planetario in virtù delle stesse ragioni che ne determinano oggi il collasso ecologico. Se il vincitore non fosse a sua volta un perdente, non saremmo questa mattina, insieme a Khali, sulle colline spazzate di luce dello !Xaus. 

All’aeroporto di Upington sono esposte tavole del SASA (South African San Institute) che raccontano la storia dei San. “Le pratiche culturali seguite fino a poco tempo fa dai cacciatori raccoglitori dell’Africa del Sud sono attestate a partire da 25mila anni fa”. In seguito, circa 2500 anni fa, gruppi di San chiamati Khoe-Khoe “acquisirono l’abilità di allevare animali. Emigrarono in Sudafrica, portando con loro la pastorizia e una organizzazione sociale diversa dai San”. I San, da parte loro, non divennero semi-sedentari e continuarono a vivere delle risorse del deserto. 
I Khoe-Khoe comprendono tre popoli attualmente ancora presenti nella Repubblica: i Nama, i Griqua e i Korana. Furono due gli avvenimenti che infine decisero del destino dei San, ossia l’invasione Bantu (circa 1800 anni fa) e l’arrivo dei coloni bianchi a partire dal 1652. Sono Bantu i gruppo etnici neri che oggi comprendono la maggior parte della popolazione sudafricana: Zulu, Xhosa e Tswana. I Bantu erano pastori di bovini e agricoltori ed entrarono in competizione con i nomadi del deserto, i San appunto. Secondo Laurens Van der Post, sul boscimane si riversava un tipo particolare di disprezzo razzista poiché “i valori europei erano talmente legati al possesso e ad altri aspetti materiali che forse i nuovi venuti trovavano una base comune nel fatto che l’Ottentotto ( NdR: una ulteriore etnia presente nella colonia del Capo) aveva un concetto obiettivo della proprietà”. 

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Le persone di etnia San con cui parliamo qui allo !Xaus sono gli epigoni di rivolgimenti storici molto profondi, che compressero e alterarono il mosaico antropologico originario del Kalahari tra Namibia e Sudafrica. “Secondo le fonti storiche orali, c’erano diversi gruppi San nel Kalahari meridionale. La popolazione numericamente più consistente si riferiva a se stessa come home people o Sasi, un terminale generale per boscimani San (…) nel 1911 e 1936 i ricercatori europei identificarono il gruppo dominante San nel Kalahari meridionale come Khomani-San. I contigui gruppi San includevano gli Anni e i Khattia. Ad essi vennero aggiunti i Namani ( i boscimani di alta statura) e gli Hanaseb (Kruipers), ossia San che provenivano dalla Namibia e che parlavano lingue Nama”. !Xaus è una parola Nama: significa “cuore”. 

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L’ecosistema del Kalahari contiene ancora i frutti del deserto necessari per sopravvivere, uomini e animali, in un clima così secco e duro. Le foglie ad alto contenuto proteico della Acacia erioloba, nutrono i bovini nei giorni peggiori della stagione secca.

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Lo tsamma, il melone del deserto, dalla polpa ricca di acqua, disseta gli sciacalli e gli esseri umani quando non piove per mesi. Dai suoi semi si ricava una farina adatta alla cottura. Un tempo, ricorda Van Der Post, la donna boscimane del Kalahari portava sempre con sé “un grosso pestello e un mortaio per ricavare farina da noci, semini di leone, erba, nonché per polverizzare la carne secca destinata ai bambini privi di denti e ai vecchi”. La sabbia nasconde frutti e vegetali: tuberi simili a carote e barbabietole, patate, porri, patate dolci e “carciofi”, cetrioli dalla buccia spinosa. Khali ce li indica. 

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Per noi Europei il bisogno di catalogare coincide da secoli con l’aspirazione alla conoscenza. A partire da Linneo, la tassonomia esige di porre ordine nella cornucopia biologica del Pianeta: fornire ogni pianta o animale di un nome, che lo connetta al resto dei viventi, lungo linee di parentela sempre più esatte e precise, è indispensabile per potersi appropriare della vita. La catalogazione ha sempre funzionato per noi come un mettere-in-una-categoria. Per noi Europei, la volontà di far appartenere le specie animali e vegetali a categorie di pensiero ha significato sì conoscere a fondo le ragioni fisiologiche, chimiche, fisiche delle specie, ma ci ha allontanato irreparabilmente dal modo in cui esse stanno sul Pianeta a prescindere da noi.

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Forse i cacciatori raccoglitori disponevano di una conoscenza del paesaggio e dei suoi elementi che non aveva lo scopo recondito di possedere, poiché non volevano possedere il deserto o i suoi animali. Hans Georg Gadamer riteneva che l’intero Occidente fosse pervaso dal problema della volontà: che cosa era lecito volere nei confronti dell’onnipotente Dio cristiano, nel Medioevo, e poi quali fossero le conseguenze di un volere altamente costruttivo, capace di plasmare ogni aspetto della realtà, nel Rinascimento, nel violento e artistico Seicento e poi nella Modernità sempre più laica del post 1789. Indubbiamente, oggi vogliamo tutto, anzi, abbiamo già preso tutto. Ma a cosa potremmo mai essere chiamati, allora, in Antropocene? Non si presentano risposte, qui allo !Xaus, e più le si cerca, più sfuggono. Il sole riprende ad ardere, vanificando la nebbia, e sembra di assistere per la prima volta all’alba del mondo. 

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Una aurora senza parole – non riusciamo ad averne per impossessarci del nostro sguardo sulle dune – simile però alla trama sottile della rugiada sui cespugli. Estremamente fragile, una continuità lontanissima nel tempo, la cui origine è perduta solo perché è eterna. Questa fragilità è un legame forte come un tendine di springbok e questo legame è una continuità. Noi umani riusciamo a non essere profughi, per quanto ben adattati nelle nostre megalopoli dotate di reti metropolitane, solo quando custodiamo una continuità con il passato. C’è una frase di Hegel che ho sempre trovato così inquietante, perché è dannatamente vera e ad annunciarne la verità è un animale: “è solo nel crepuscolo che la civetta di Minerva comincia il suo volo”. Quella sera, allo !Xaus, un gufo ci attendeva al principio delle tenebre. 

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(Nota: il titolo è un detto San riferito da Laurens Van Der Post)

 

Lo !Xaus nella nebbia del cambiamento climatico

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Il grido della iena maculata sul pan che si estende, tondo come un cratere lunare, dinanzi allo !Xaus Lodge, annuncia che i messaggeri sono ormai alle porte. La mattina dopo ci svegliamo alle 6, perché bisogna incamminarsi molto presto per una esplorazione a piedi sulle colline, insieme alla nostra guida San, di nome Khali, un giovane non ancora trentenne. Khali ha lo sguardo acuto dei cercatori di tracce. Ho con me Il mondo perduto del Kalahari, di Laurens Van Der Post, un altro libro dimenticato in Italia, e forse in Europa, che racconta però degli ultimi anni, attorno al 1950-1960, in cui nel Kalahari centrale gruppi superstiti di San vivevano ancora la vita strappata loro dai genocidi ottocenteschi. Questo libro non è in stile National Geographic: maestoso, accattivante e competitivo. È invece zeppo di sensibilità europea, quel genere di sguardo indagatore sulle pieghe riposte del mondo che si affina sulla letteratura. Più ci affidiamo a Khali per scandagliare le colline e le dune attorno a noi, più comprendo che cosa intendesse Van der Post, un sudafricano bianco, quando affermava che “il boscimane autentico è contenuto nei ritmi delle stagioni”. 

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Per le nazioni non bianche e non bantu di questa porzione di Africa australe il clima non era un superfluo elemento naturale, che si può scegliere di ignorare anche quando evidenze inoppugnabili ne dimostrano l’alterazione a causa dell’uso dei combustibili fossili. Il clima non era cioè una risorsa, bensì, molto più semplicemente, una condizione del Kalahari che avvolge gli esseri viventi del deserto, compenetrandosi nei loro ritmi vitali. Ma questa mattina qui allo !Xaus avremo una prova del fatto che il clima sta già cambiando anche nel Kalahari. L’estate del 2018 è stata tra le più torride degli ultimi quindici anni, per il numero di Paesi che hanno dovuto fronteggiare temperature ben più alte della media del periodo. L’Artico si riscalda ed è questo a rendere le ondate di calore in ogni parte del mondo sempre più estreme, avverte uno studio appena pubblicato su Nature Communications (The influence of Arctic amplification on mid-latitude summer circulation). Stamattina lo !Xaus è avvolto da un nebbia pesante e ghiacciata che rende invisibile il pan sotto di noi; il veld delle colline è coperto da una spuma bianca, l’umidità eccessiva, ostile alla sabbia, bagna cattiva il camminamento in legno che collega la nostra capanna alla terrazza centrale. 

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Anthony mi spiega che “la nebbia è assolutamente inusuale qui, non la vedevamo da tre anni. Il tempo, non c’è un giorno uguale all’altro, ieri nel primo pomeriggio ha piovuto”. E non aggiunge altro, perché siamo in stagione secca. Usciremo comunque a piedi, benché, avverte Khali, “il leone non ama la nebbia. Non vede bene in lontananza a causa della foschia e quindi è innervosito in una mattina come questa”. Le istruzioni sono sempre le stesse: se ce lo troviamo davanti, rimanere immobili. Lo !Xaus del resto non ha nessun tipo di recinzione, te lo ripetono di continuo, e Anthony, con il suo inglese sporcato di accento puro afrikaans, ci fa dell’ironia continua. È un uomo di una cinquantina di anni, alto almeno un metro e novanta, con i capelli bianchi e gli occhi azzurri come il ghiaccio. Eppure, anche lui è un piccolo uomo dinanzi alla immensità delle colline, dei pan e dei loro predatori, liberi, una immensità che resiste, si oppone, persiste da sola, senza di lui, e senza di noi, anche se lui è sudafricano di Pretoria. La sua ironia è come un atto di rispettosa sottomissione, di sorridente abdicazione, a ciò che ancora è selvaggio sul Pianeta. Anthony appartiene allo !Xaus, e invece lo !Xaus appartiene solo a se stesso, ed è per questo che il loro amore reciproco è possibile. 

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Il pride di leoni che si muove qui attorno da almeno 4-5 anni è stato studiato e monitorato dal Kgalagadi Lions Project, che si è concluso nel 2014. Le foto dei leoni dello !Xaus, scolorite dal succedersi dei giorni, sono appese sulla terrazza centrale. Di ogni nuovo nato e di ogni adulto ci sono date e nomi propri: questi felini sono amici di cui si ricevono sporadiche, ma affettuose notizie nel corso dei mesi, notizie che arrivano dalle scorribande in Botswana, oltre l’Auob, lungo il Nossob, e poi a nord, fino a Grootkolk e il Kaa Gate, in Botswana. Chiunque raggiunga lo !Xaus è interrogato su di loro, perché qui nel Kgalagadi le informazioni sugli animali sono raccolte attraverso il passa parola, lo scambio di indicazioni sugli avvistamenti. 

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Su un territorio di 38mila chilometri quadrati, vasto quanto l’Olanda, ogni segnalazione è fondamentale per capire, e registrare, lo stato delle popolazioni. Ti chiedono di prender nota di cosa vedi anche i provider, come Expert Africa, di Londra, che offrono supporto logistico alla organizzazione del viaggio. I San, però, essendo i migliori cercatori di tracce del Kalahari, lavorano non di rado con i ricercatori esperti di leoni, come ad esempio gli uomini di Panthera. 

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Lo scorso novembre, 4 leoni si sono presentati di nuovo allo !Xaus; almeno 30, poi, sono stati visti a Mata Mata, a nord, un punto nevralgico, a circa un paio di ore di jeep da qui. Anche per i leoni del Kalahari risuona, reperto fossile sonoro, onda acustica leggerissima sul veld, il saluto dei boscimani San: “Buongiorno. Ti ho visto da lontano, e sto morendo di fame / Buongiorno ! Ero morto, ma ora che siete venuti, vivo di nuovo”. 

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Mentre avanziamo sulla sabbia granulosa, lucida, che si sgrana tra le dita, la nebbia mi ricorda una altra oscurità, che pose le fondamenta del moderno spirito europeo, l’oscurità del Faust di Goethe: “E conoscessi il mondo, che cos’è/ che lo connette nell’intimo/tutte le forze che agiscono, e i semi eterni, vedessi/senza frugare più tra le parole”. Lo abbiamo fatto, non frughiamo più tra le parole. Il nostro intendimento, la nostra volontà non può più assomigliare al tenue aggrapparsi di gocce di nebbia su di una ragnatela nel deserto. Era troppo poco per Faust. Gli abbiamo dato ascolto. Fino a camminare nella nebbia, nel Kalahari, in pieno luglio 2018. 

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La !Xaus Community è la porta dell’eternità

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Occorre più o meno una ora e mezza di jeep per raggiungere, viaggiando verso ovest, lo !Xaus partendo da Kamqua. Questa parte del Kgalagadi non è pianeggiante: le dune compatte formano un paesaggio collinare, con rade acacie solitarie e un veld ininterrotto di cespugli di Stipagrostis amabilis. La jeep procede su un continuo alternarsi di salite e ripide discese, che le ruote 4×4 aggrediscono slittando: i bordi dei solchi scavati dai pneumatici sono diventati alti come contrafforti, e arrivano quasi ai cerchioni. Procediamo a non più di 30 o 40 chilometri orari, ma l’aria gelata del tramonto ci si schianta addosso velocissima e implacabile dandoci la sensazione di star correndo a perdifiato sulle dune, sempre più in alto, verso l’eternità. 

Il paesaggio stesso sembra aver perso la sua dimensione terrena per aprirsi all’atmosfera, dove il sole va spegnendosi all’avanzare delle tenebre. Le dune rosse del Kgalagadi sprigionano poteri cosmologici e rivelano di nuovo gli elementi primordiali di cui è fatto il mondo. La radiazione ultravioletta, decisa a non morire prima di aver completato il proprio lavoro di creazione, trasforma ogni sfumatura di colore in una unica tonalità arancione. Una gazzella steenbok e una aquila Chanting Gostwawk, in un secondo che rimane immediatamente fissato nella infinità del tempo, ci osservano, chiusi in un enigmatico silenzio di attesa. 

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Spingendoci sempre più verso ovest, le colline e le dune rosse prendono possesso di tutto, sovvertendo gli equilibri di potere di ogni forma di civiltà. Agguantano i nostri strumenti fotografici e telefonici, regolano i giri del motore diesel della jeep, vanificano la nostra mappa geografica del Kgalagadi. Entriamo in un regno dove tutto può ricominciare da capo, ciò che è e ciò che potrà essere. Una fragranza sconcertante, pastosa, di tuberi dolci aleggia sui cespugli verde acqua e satura il nostro olfatto. In Europa, millenni fa, i Greci chiamarono un simile profumo ambrosia, e lo immaginarono come un privilegio degli Dei. Ma qui non ci sono Dei europei. E neppure le pretese dei figli di Prometeo. In questo sprofondare, salendo sulle colline, nella immensità non misurabile del tempo profondo – il tempo che in biologia evolutiva designa lo spazio cronologico lungo il quale ciò che è ha avuto l’opportunità di diventare ciò che appunto è – risorge, questa è la mia impressione – il primo pensiero dell’uomo su se stesso, sugli animali, sulle piante, sugli enti. “Diventare una specie è un processo, non un evento”, ha scritto Carl Safina su Yale Environment 360; e in questo divenire le estinzioni stesse rappresentano la continuità della vita: “la vita intera presente oggi non è il prodotto di una serie di estinzioni; ogni specie, ogni individuo vivente è parte di una linea di discendenza che non si è ancora estinta lungo miliardi di anni”.

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Per questo gli animali che stanno attorno a noi, qui, ora, nel veld freddo della sera, portano con sé storie millenarie. I loro geni, il loro stesso aspetto è la sintesi del passato, del presente e del futuro. Gli animali sono messaggeri del tempo. Per questo sono gli Dei autentici di quel luogo remoto in cui ancora adesso in Antropocene riposano le radici di noi umani. Può darsi, questo provo a pensare chilometro dopo chilometro, che i Greci lo abbiano pensato questo luogo remoto, ma dalle loro premesse emerse infine la nostra civiltà europea bianca, che, lo si ammetta o meno, ha purtroppo deciso la partita sull’intero Pianeta. Il pensiero aurorale, come Heidegger chiamava il principio dell’interrogazione filosofica prima di Platone, fu in grado di cogliere l’importanza imperitura di questo luogo remoto? E se ciò non accadde, le scienze naturali, oggi, sono abbastanza vaste da cogliere il significato ontologico di ciò che hanno scoperto? Non è forse la conservazione una consapevolezza su tutto questo che aspira a diventare legge, diritto e legislazione universale?

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La magnificenza del territorio che appartiene alla !Xaus Community va al di là delle nostre capacità di comprensione. Mentre il direttore del lodge, Anthony, ci accoglie attorno a noi suona una musica di sconcerto e stupore così nuova da disintegrare la nostra lingua e il nostro linguaggio. Qualunque cosa sia, nell’animo e nella genetica di Homo sapiens, il luogo remoto da cui proveniamo, la storia che abbiamo intrapreso negli ultimi cinque secoli ce ne ha distanziati con effetti nefasti che ora mettono in pericolo la sopravvivenza di tutti. Lo !Xaus è lo scrigno in cui provare a recuperare i pezzi del puzzle. Ed ecco che il buio della notte è su di noi e laggiù, sotto lo scintillio di galassie di stelle, sul pan, il grido di una iena maculata annuncia l’inizio. 

Commercio di ossa di leone: ”La cornice giuridica della conservazione in Sudafrica è spezzata”

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Pubblico per intero l’intervista sul commercio di ossa di leone che mi ha rilasciato Smaragda Louw, di BAN – Animal Trading, uno delle NGO che ha edito l’investigazione appena uscita The Extinction Business. Come giornalista ambientale, ritengo eticamente doveroso affrontare per esteso questa storia, prima di procedere con il racconto della spedizione nel Kgalagadi. Tutte le fotografie di questo post mi sono state gentilmente fornire da Smaragda Louw.

Oggi il Sudafrica può esportare legalmente 1500 scheletri di leoni. Cosa è cambiato rispetto al recente passato?

I leoni africani sono listati in CITES Appendix II. Una nota aggiunta alla classificazione CITES durante la COP17 di Johannesburg (2016) permette il commercio dal Sudafrica di parti del corpo di leoni allevati, soggetti ad una quota definita dal Dipartimento degli Affari Ambientali (DEA). La nota è criticabile, perché cerca di regolare una industria indecente che non dovrebbe essere riconosciuta nemmeno in prima battuta. È importante dire l’ovvio: il Sudafrica non è obbligato a vendere ossa di leone da un accordo multilaterale come il CITES. Tutte le informazioni che abbiamo riguardo le esportazioni di ossa e scheletri provengono dal database CITES sul commercio. Durante gli anni 2005-2014, questo database indicò il numero totale di leoni che erano stati esportati legalmente dalla RSA (Repubblica Sudafricana), e questo numero era 19.666. Ci sono approssimativamente 250 ossa in uno scheletro di leone. Perciò, il numero di ossa che sarebbero state esportate dalla RSA conformemente alla quota proposta è 200.000. Si tratta di una mera stima, certo, ma è chiaro che la quota proposta (di 1500, ndr) ha il potenziale di eccedere il numero di leoni esportati dal RSA durante i 9 anni del periodo considerato (2004-2014). La quota proposta dal DEA si riferisce a scheletri completi di leoni, e quindi queste cifre illustrano la disparità tra la quota proposta adesso e le pratiche degli anni passati. 

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Ho letto sul magazine AGRISA.CO.ZA e su PROPERTY24.COM che i cambiamenti climatici stanno spingendo sempre più allevatori di bestiame a convertire i loro ranch in game farm. Ritiene che il business dell’estinzione che descrivete nella vostra investigazione possa essere, da qualche punto di vista, una conseguenza del cambiamento climatico? Una conseguenza terrificante, certo, ma un passaggio di livello nello sfruttamento biopolitico delle risorse naturali e viventi. 

Non credo che il cambiamento climatico abbia niente a che vedere con la proliferazione delle wildlife farm. Il Sudafrica è una destinazione per i cacciatori, e la maggior parte, se non tutte le wildlife farm, offrono la possibilità di cacciare gli animali allevati. Un esempio sono le giraffe: la giraffa è in estinzione in Africa, ma non in Sudafrica. La ragione, tuttavia, è duplice: l’esportazione di giraffe verso la Cina ha raggiunto letteralmente proporzioni epiche in Sudafrica, dove più di 500 giraffe sono state spedite negli zoo cinesi. La caccia alla giraffa in Sudafrica è molto popolare tra i cacciatori stranieri. L’allevamento di specie selvatiche è semplicemente una forma di avidità e non c’entra con la conservazione.

IMG_4926(Tiger in captivity at Brian Boswell’s Zoo – Natal Zoological Garden. Esporta in tutto il mondo).

L’allevamento di leoni e tigri è molto lucrativo, visto che uno scheletro di leone può essere venduto per 100 milioni di RAND. Questo è il fattore trainante. Lo sviluppo dell’industria dell’allevamento del leone non può essere spiegata con la logica, la scienza, la cultura o la moralità. È una peculiarità storica. In una prima fase si è sviluppata l’industria dei leoni allevati per essere cacciati (canned lions). 

IMG_6284(Credits: EMS Foundation)

Cacciatori benestanti, soprattutto americani, venivano qui per cacciare i leoni. Si trattava di leoni non selvaggi perché quelli selvaggi erano troppo pochi per essere abbattuti e una simile caccia sarebbe risultata troppo costosa e pericolosa per la maggior parte dei cacciatori americani. Per rifornire gli americani, servivano schemi di rifornimento di leoni più a buon mercato ed è così che nacque l’industria dei leoni allevati, che col tempo divenne una caratteristica unica del Sudafrica. I cacciatori americani venivano a frotte in Sudafrica per abbattere col fucile leoni indifesi. Poi, ne esportavano le spoglie come trofei negli USA. In seguito la legislazione americana ha bandito l’importazione di trofei di questo tipo. Il risultato fu un forte declino dell’industria del ‘canned hunting’ e quindi una inaspettata, eccessiva disponibilità di leoni nati in cattività. Serviva un nuovo mercato e fu trovato nell’esportazione di ossa verso i Paesi del sud est Asia. 

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Per coprire l’industria con un alone di rispettabilità, le strutture per l’allevamento dei leoni vennero spacciate al pubblico come istituzioni per l’educazione, devote alla cura dei piccoli, alle passeggiate con i leoni e anche come luoghi per feste esotiche. Quello che il pubblico non sospetta né sa è che questi leoni, allattati con il biberon e trattati come animali da compagnia, saranno macellati, come vacche, una volta adulti, per un solo scopo, arrivare alle loro ossa. L’industria è basata su di una rappresentazione fallace e sulla frode dall’inizio alla fine e non può essere giustificata se non con l’avidità. Mente al pubblico e ne sfrutta i sentimenti per indurli a spendere soldi per coccolare i piccoli di leone e camminare con loro, senza dire una parola sul fatto che la destinazione finale di quei leoni è una bevanda ritenuta magica bevuta da uomini a migliaia di chilometri di distanza.

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(Shared on Social Media – Source not sure, maybe UKULULA Facility)

Ciò che emerge qui è un Paese avvolto nelle ombre. Il turismo è una fonte di orgoglio e guadagno, un business con tutti i crismi che sostiene la conservazione e una certa idea di nazione. Ma queste strutture che allevano leoni parlano di qualcosa di diverso. Come possono coesistere queste due tendenze? In che modo il Sudafrica si confronta con il proprio patrimonio naturalistico ? 

L’allevamento della wildlife, l’esportazione di questi animali magnifici e il sistema di permessi provinciale, nonché quello CITES, e i loro procedimenti, hanno elementi di segretezza e sono altamente fallati. Hai ragione, questo Paese è avvolto in ombre create da coloro che sono responsabili della conservazione. Subito la pubblicazione della nostra indagine – The Extinction Business – il Parlamento ha convocato una interrogazione sul captive breding dei leoni destinati alla caccia, su come esso stia compromettendo il ‘brand’ del Sudafrica. È chiaro che la questione del danno al brand nazionale apre un contenzioso, e mentre alla maggior parte delle organizzazioni di caccia è stato chiesto di presenziare alla interrogazione, hanno avuto l’opportunità di partecipare soltanto tre organizzazioni che parlano per il rispetto dei diritti degli animali: BAN – Ban Animal Trading South Africa, EMS Foundation and Born Free. Una nuova pubblicazione questa settimana, che segue un paper in peer-review condotto dal South African Institute of International Affairs (ne abbiamo parlato nel precedente post, tra gli autori Ian Michler, ndr), rivela che il la riproduzione in cattività dei predatori (leoni, tigri, puma) potrebbe costare al Sudafrica 54 milioni di RAND nel prossimo decennio (oltre 3 miliardi di euro). 

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C’è uno tsunami di critiche domestiche ed internazionali contro la RSA, con molti soggetti impegnati nella conservazione, ricercatori che studiano il leone ed NGO che affermano che il supporto incondizionato del governo a questa industria distruttiva non può avere basi scientifiche, o trovare ragioni in una prospettiva etica, di turismo o del benessere degli animali. Il commercio di ossa di leoni del DEA danneggia il brand Sudafrica e anche il turismo. Molte persone fanno affidamento su di un impiego fisso nel turismo. La loro vita è sulla linea di fuoco, e questo per favorire una elite predatoria che commercia in ossa. Il turismo stesso è un asset nazionale. Il Sudafrica fronteggia una marea di pubblicità negativa a causa della sua compromissione con questo commercio scioccante. I turisti sceglieranno di spendere altrove i loro soldi. Ci opponiamo fermamente a ogni commercio di ossa di leoni allevati. La reputazione di responsabilità del Sudafrica in ciò che è la conservazione delle sue popolazioni di specie wild in pericolo o minacciate è stata irreparabilmente danneggiata.

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Su di un piano culturale, che cosa è il Leone per il Sudafrica? Pensi che ci siano differenze nel modo in cui I differenti gruppi etnici della Repubblica considerano questa questione?
Il leone è il simbolo dell’Africa e per la maggior parte delle persone è ripugnante assistere a questa commercializzazione, dell’allevamento e del macello. Ti chiedo di guardare questo video.

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Avete riscontrato che la legislazione in vigore della CITES ha delle falle ed è incompleta per arginare e definire questo commercio, Sembra che la cornice giuridica della conservazione non riesca a fare il punto sul tipo di sfruttamento che questo business comporta. Si tratta di qualcosa di biopolitico: “fare di animali vivi materiale grezzo da profitto”. Pensi che il destino del leone in Sudafrica mostri un problema di questo tipo?

La cornice giuridica della conservazione in Sudafrica è spezzata. Il Dipartimento degli Affari Ambientali ha devoluto molte delle sue responsabilità, come ad esempio il rilascio dei permessi CITES alle province – e alcune province non implementano la legislazione nazionale che offre una sorta di protezione più alta agli animali. Il contesto giuridico in Sudafrica è la ragione vera per cui il benessere degli animali nelle strutture per il captive breeding è compromessa, poiché la responsabilità legale cade nelle crepe del sistema mentre i diversi dipartimenti governativi tentano di provare il loro ruolo. Non solo il destino del leone africano è in pericolo, ma tutte le specie selvatiche (wildlife) in Sudafrica corrono il rischio dell’estinzione se la legge non rimetterà mano urgentemente ai propri parametri. 

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Nel vostro Rapporto si legge che il governo ha una “ideologia sull’animale selvaggio e il suo uso sostenibile”: puoi dirmi di più su questo atteggiamento? A tuo parere, perché il governo include questo sfruttamento nella green economy?

Il governo del Sudafrica non ha offerto nessuna definizione o spiegazione della sua idea di ‘uso sostenibile’. Come il governo possa mettere in correlazione un indefinito uso sostenibile e la green economy, è difficile da capire in termini logici. Chiaramente, il governo crede che l’industria crei posti di lavoro e porti valuta straniera, ma questa è una rappresentazione del tutto fuorviante. Non soltanto i volontari si aspettano di pagare per avere un ruolo nella cosiddetta conservazione lavorando negli allevamenti (sottraendo anche lavoro alla gente del posto), ma la nostra indagine mostra che i commercianti dichiarano il valore degli scheletri come beni tassabili per l’esportazione e ogni cosa è firmata dalla DEA. 

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Kamqua, Kgalagadi: affidare la propria vita ai leoni

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Ma non tutto il Sudafrica è un posto felice per la megafauna. A questo punto ci sono da dire altre cose, che hanno sì a che fare con il leone del Kgalagadi, ma in forme decisamente meno accattivanti. Il Sudafrica è un Paese di ombre e oscurità, per dire il meno. Molta di questa oscurità non ha origine nella segregazione razziale e nell’apartheid, ma in decisioni prese dopo che la Nazione decise di imboccare la strada del post colonialismo e della propria emancipazione spirituale. Gli animali sono una voce di PIL per il Sudafrica. E i leoni rendono parecchio. 

L’allevamento dei leoni in cattività in ranch, game farms, fattorie è un business in crescita, denunciato nel 2015 dal documentario Blood Lions e poi a settembre del 2016 durante la COP 17 della Convenzione Mondiale per la Biodiversità che si svolse proprio a Johannesburg. Molte nazioni, tra cui il Botswana, si batterono allora fino all’ultimo voto per un upgrading di Panthera leo in Appendix I della classificazione internazionale Cites. Questo avrebbe significato spostare il leone dallo status “vulnerabile” ( in cui è dal 1996) alla condizione di “minacciato”, con lo scopo di rendere illegale su scala mondiale il commercio di ogni parte della carcassa di un qualunque esemplare morto: denti, ossa, pelle, cranio, artigli. Da un punto di vista biologico, il leone appartiene alla famiglia delle pantere, e questo lo pone comodamente accanto alla tigre, sempre più rara, nella medicina tradizionale cinese aggiornata al terzo millennio. Per questo le sue ossa valgono una montagna di dollari. Nel 2016 il Sudafrica ottenne infine ciò che voleva, e cioè bloccare l’upgrading e continua indisturbato a rilasciare permessi per le farms. Il lion breeding è un affare che, come ha qualche giorno fa ha ammesso una investigazione dettagliata della EMS Foundation insieme a BAN ANIMAL TRADING, The Extinction Business – South Africa’s Lion Bone Trade, consente di fatturare sull’estinzione del leone, in collaborazione occulta con i cartelli asiatici del traffico di specie africane. L’indagine è stata annunciata da Africa Geographic, che mette a disposizione il pdf per chi volesse approfondire (con la raccomandazione che le foto dei leoni in attesa di essere macellati non sono facili da sostenere). 

Il Sudafrica comincia ad allevare leoni negli anni ’90 e secondo stime attendibili nel 1999 c’erano già almeno 1000 leoni in gabbia. Le statistiche attuali non danno certezze, proprio perché questo mercato gode di una impunità legislativa che trova i suoi appigli giuridici, secondo EMS e BAN, in falle del sistema CITES (che è un regolamento internazionale a cui devono attenersi gli Stati che ne abbiano firmato l’accordo, come il Sudafrica) e in palesi omissioni di controllo da parte del Ministero dell’Ambiente (Dipartimento per gli Affari Ambientali). Una ricognizione del 2015 condotta da Traffic e WildCru Oxford ( la task force inglese che monitorava anche Cecil the Lion in Zimbabwe) dava 9100 leoni in tutto il Sudafrica, cifra che comprendeva ogni tipo di leone del Sudafrica: quelli allevati erano circa il 68%, e cioè 6.188. Un numero impressionante, se si riflette sul totale di leoni rimasti in Africa, non più di 25mila. Nel 2017 il Ministero ha dichiarato che sul suolo nazionale ci sono 300 strutture impegnate nell’allevamento, senza fornire numeri complessivi. Infine, lo scorso giugno, lo stesso Ministero, nella persona del Ministro, Edna Molewa, annunciava che la quota di ossa di leoni esportabile dal Paese su base annua passava da 800 scheletri a 1500 scheletri. Questi 800 scheletri, per i parametri Cites, erano del tutto “conformi”. 

Secondo questa indagine, durata 18 mesi, il Sudafrica sta facilitando un ulteriore peggioramento: permettere che i leoni siano velocemente macellati in modo da vendere le loro ossa sui mercati asiatici. I mattatoi per leoni si moltiplicano nel Free State (Orange). Il 91% delle ossa esportate nel 2017 include anche i crani: “Questo dimostra che il commercio di ossa di leone in Sudafrica non è un sotto prodotto dell’industria, già esistente, della caccia da trofeo, bensì una industria interamente separata (…) il Ministro sta tentando, senza riuscirci, di far passare questa industria aberrante e distruttiva come una alternativa sostenibile ed etica al trophy hunting”. 

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Il Kgalagadi non è una area protetta chiusa (fenced). Scendere dalla propria jeep è un rischio che risponde solo al proprio libero arbitrio, ma poiché è inevitabile è consigliabile farlo in apposite aree di sosta. Soprattutto, il codice di condotta del Kgalagadi promuove una “cultura del leone e dei predatori”. Rispettare le regole (se ti trovi davanti un leone, non perdere il contatto visivo con il suo sguardo e indietreggia lentamente, non scrutare il paesaggio in lontananza nell’erba alta, non camminare lungo le piste sabbiose, rientra nei luoghi di sosta al calare delle tenebre) rende possibile, qui, una convivenza straordinaria non solo con i leoni veri che si aggirano ovunque, anche se non li vedi, ma con la propria paura. Alla fine, il leone del Kgalagadi diventa una presenza certa, continua, consustanziale all’alba, al caffè della mattina, al fuoco della sera. Lui è con te, e tu sei con lui. E’ una legge scritta in un tempo per noi ormai scomparso, ma è una legge genetica, e quindi incancellabile dalla nostra storia.

IMG_6889(Una pagina del magazine del SanParks disponibile allo !Xaus Lodge)

Questo non significa che quando leggi il cartello di avviso nelle aree di sosta non senti un brivido gelato lungo la schiena. Significa soltanto che accetti il predatore di vertice, il leone appunto, gli affidi la tua presenza così come lui è costretto a tollerare la tua. Nei libri di Elizabeth Marshall Thomas (che visse per anni nel Kalahari con la famiglia), di John Vaillant ( nella sua biografia della tigre siberiana), di Mark e Delia Owens (che trascorsero 7 anni nella Central Kalahari Game Reserve, Botswana) questa condizione ecologica è documentata da decine di esempi storici che trovano conferma nella civiltà San: il leone del Kalahari può convivere con gli esseri umani. E quindi anche con i visitatori occasionali. Il fatto che il Sudafrica esprima, come nazione, una cultura della conservazione così avanzata come quella del Kgalagadi e che, contemporaneamente, programmi su scala industriale lo sterminio di migliaia di leoni compromettendo anche le popolazioni selvatiche ( la domanda di ossa è a tal punto in crescita da motivare i bracconieri a spostarsi sui leoni wild) dimostra l’insufficienza degli apparati burocratici, come la Cites, dinanzi ai problemi biopolitici e culturali posti dall’esigenza di protezione del Pianeta. 

IMG_7083( i leoni del Kgalagadi, Predator Centre Nossob Gate)

Perché quando si legge che “Il Dipartimento per gli Affari Ambientali ha ripetutamente sostenuto che l’allevamento in cattività dei leoni per i cacciatori di trofei e il commercio di leoni vivi e dei loro scheletri è compatibile con la promozione del concetto di green economy”, è chiaro che la questione non riguarda solo il diritto di intendere il proprio patrimonio faunistico nei modi più consoni all’interesse nazionale. Qui si tratta di come il leone viene percepito in Sudafrica in termini economici e politici; di conseguenza, la questione del futuro del leone in Sudafrica – ricordiamo che il Sudafrica è insostituibile per la specie perché contiene due strongholds genetici, il Kgalagadi appunto e il Grande Kruger – dipende dalla possibilità che si attribuisca alla specie una dignità ecologica e storica e dunque un diritto genetico, evolutivo alla sopravvivenza. Questi aspetti culturali sono stati colti, nella loro vastità, da Paul Funston, Lion and Cheetah Program Senior Director per Panthera, che è stato anni al Kgalagadi: “I leoni selvaggi sono una tale fonte di orgoglio nazionale”. Un partito di opposizione al governo ANC, lo Inkhata Freedon Party, ha detto: “questa pratica non è altro se non la riduzione a prodotto commerciale (commodification) di un predatore di vertice dell’Africa, per il vantaggio economico di un pugno di persone, con un danno grande e disturbante per il brand South Africa”.

IMG_7085(due piccoli, foto esposta sempre al Predator Centre del Nossob Gate)

In una rete di affari transnazionale di questa portata, le aree protette non possono essere escluse dal bilancio. The Extinction Business cita anche un altro studio, uscito su PLOS ONE lo scorso ottobre, Questionnaire survey of the pan-African trade in lion body parts , che mette in correlazione il numero crescente di leoni avvelenati o uccisi in Mozambico, Zimbabwe, Sudafrica, Uganda e Tanzania con la domanda di ossa di felini in Cina e sud-est Asia. Secondo EMS, infatti, pezzi di leoni selvatici uccisi di frodo escono dal Paese in bagagli di passeggeri diretti in nazioni africane “di transito” verso l’Asia; nel 2017 all’aeroporto internazionale Tambo di Johannesburg sono state sequestrati 51 artigli e 19 denti in una valigia che sarebbe finita in Nigeria. Diciamo che considerato ciò che si vede al Tambo nei negozi del Duty Free, e che io e Davide vedremo in uscita dal Paese, ci sarà da riflettere non poco sull’ipocrisia che motiva e sostiene contraddizioni così profonde. Nei prossimi giorni uscirà un ulteriore studio sulle lion farms cui ha collaborato proprio Ian Michler, uno degli autori di Blood Lions. Qui le anticipazioni. 

Ma adesso siamo a Kamqua e l’ultima radiazione solare potente della giornata si riversa su di noi come una promessa che nessuno ha il diritto di negare. Le promesse sono il fondamento di ogni orizzonte e possono aspettare lunghi anni per essere soddisfatte. La !Xaus Community è una di queste promesse all’umanità tutta. 

Auob River, dove scorrono le epoche geologiche del Kalahari

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Ci troviamo ormai in un angolo remoto e felice del SA. Il Kgalagadi si spalanca davanti a noi con un silenzio che sembra invincibile. Immenso, di una purezza crudele in cui la vita, la nostra, la vita degli animali stessi, non è scontata, e neppure assuefatta alla dittatura dell’abitudine. Siamo soli su di una pista di sabbia sassosa, color crema. Decine di chilometri senza incontrare nessuna Jeep o Land Rover, sotto lo sguardo dei gemsbok dallo scatto sicuro e improvviso. Ma questa non è più la solitudine europea. “Per trovarsi in ciò che è senza confini – Im Grenzenlosen sich zu finden” scrisse Goethe, “scompare volentieri il singolo – Wird gern der Einzelne verschwinden”. 

Il Kgalagadi coincide con il mistero del Kalahari, che i geologi considerano “elusivo” come un felino. Proprio a causa della diversità degli aspetti geo-morfologici il dibattito sulla vera natura del Kalahari è ancora aperto. Sono evidenti, sul paesaggio, i segni di un feroce regime desertico di pioggia e umidità, eppure la vegetazione invernale è saldamente aggrappata alla sabbia. I cespugli ruvidissimi e pallidi dei sistemi a savana ci sono anche qui, se non fosse che il territorio attorno a noi non diventa mai distesa erbosa e piatta, ma cambia continuamente, e paesaggi differenti si danno il cambio cedendo l’uno dentro l’altro in una strana armonia sempre più enigmatica sotto l’avanzare del sole, dal suo zenit al primo pomeriggio. All’inizio, tra Houmoed e Monro, il veld riesce a sconfiggere la sabbia di dune alte fino a venti metri e sopporta le acacie haematoxylon dal tronco spesso e robusto, antiche di anni; le erbe ad alto fusto di Stipagrostis amabilis (di un opalescente verde turchese) e di Stipagrostis uniplumis (con i suoi tipici cespugli di un giallo oro infiacchito dalla mancanza di acqua ) convivono in prati resistenti, aggrappati alla superficie del suolo e ostili da millenni al passaggio degli erbivori. 

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Poi, lungo il corso dell’Auob, procedendo verso nord est, in direzione di Auchterlonie, le dune diventano più irregolari, compaiono le acacie mellifere e creste calcaree come fatte di stucco d’avorio decorano i profili delle dune più piatte e levigate. In questi anfratti simili a rifugi paleolitici si nascondono i leopardi, che approfittano delle grotte spoglie poste in altitudine per pattugliare il veld sottostante. Individuarli a occhio nudo è sostanzialmente impossibile, ma impareremo presto che per tutti i grandi felini del Kgalagadi le regole di avvistamento della savana non sono efficaci. Qui occorre scaltrezza, pazienza e un intuito inselvatichito per sapere dove un leone, al tramonto, ha scelto di tentare il suo coraggio. Perché ogni centimetro quadrato del paesaggio congiura contro lo sguardo umano, confonde, trae in seducenti inganni l’illusione di aver avvistato il lampo di una zampa o il movimento di un corpo, tra i cespugli. E’ come se il Kgalagadi stesso proteggesse le sue faune, rendendole così poco accessibili e così immensamente desiderabili. Decine di springbok, le gazzelle eleganti e flessuose del Kalahari, brucano l’erba secca e rugosa nutrendo le nostre aspettative con la loro continua vigilanza contro i predatori. Gli springbok sono erbivori generalisti che, come i gemsbok e i kudu, hanno tratto vantaggio dall’inaridimento dei pan negli anni venti del secolo scorso, fino a moltiplicarsi con enorme successo. Quarant’anni fa il numero di springbok, gnu e alcelafi rossi raggiunse le migliaia di esemplari: non c’è traccia di proporzioni del genere nelle fonti ottocentesche su questa area del Kalahari meridionale. L’impronta umana, e più tardi le scelte di amministrazione del parco, hanno plasmato ciò che vediamo oggi piegando antichi equilibri a nuovi rapporti di forza. Il numero dei felini non è cresciuto di pari passo, e tutte le specie soffrono qui di problemi analoghi se non uguali a tutte le aree faunisticamente ricche dell’Africa. Il SanParks dichiara 450 leoni (le stime sul Botswana non sono del tutto sicure), 150 leopardi e 200 ghepardi. Considerate le condizioni generali del ghepardo, questa cifra appare un quasi miracolo. Le iene sarebbero più numerose: 375 spotted, e 600 brown, la specie più rara. 

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Molti alberi, la corteccia annerita dalla sete, hanno cime mutile e grosse braccia spezzate. Altri sono già morti, ma presidiano il paesaggio senza arrendersi, e trattengono ancora il vigore e la resistenza delle loro migliori stagioni. Negli anni ’90 le condizioni climatiche del Kalahari sono diventate più fluttuanti. Qui cadono solo 200 mm di pioggia in un anno, e i due fiumi del parco, il Nossob, che segna il “confine” con il Botswana, e lo Auob, sono quasi sempre asciutti. I fiumi, se e quando piove, riescono a trattenere l’acqua solo in superficie e al Kgalagadi questo basta per interi decenni. Una vera e propria corrente scorre molto di rado in questi due fiumi: si ritiene che il Nossob abbia una portata di acqua tale da generare una corrente solo una volta ogni secolo. Nel 2016, però, le piogge furono eccezionali e lo Auob tornò ad essere un fiume. Chi viene qui non si lascia scoraggiare dall’aridità e dal freddo invernale, pari solo al massacrante caldo estivo. Nei prossimi giorni le minime notturne saranno sotto zero, ma la massima diurna di 25 – nient’affatto scontata – è ingannevole. Soffia costantemente un vento tagliente, che prende a pugni la faccia e gli occhi e che diventa gelido dal tramonto. Detto tutto questo, l’escursione termica può raggiungere i 20 gradi nel giro di sole tre ore, dalle 7 alle 10 di mattina.

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“Il KTP è uno degli ultimi parchi intatti del SA, con una interferenza umana ridotta considerata la sua estensione. E’ una vera wilderness e un vital natural heritage; gli animali sono abituati a vedere macchine ed esseri umani, ma devono sempre essere trattati come selvaggi – dice il codice di condotta del SanParks – Rispettare loro e il loro ambiente, cercando di avere sul parco il minor impatto possibile è cruciale per assicurare una gestione efficace della wildlife e della wilderness in nome di un futuro comune”. Si tratta qui di aderire ad una cultura della wilderness: ci sono delle restrizioni precise alla produzione di rumore e quindi alle cause di stress acustico per gli animali: dalle 9 di sera alle 7 del mattino tutto deve essere fermo. Un imperativo ripetuto nei campi tendati, ovunque, è di risparmiare l’acqua salata e oleosa, l’unica disponibile per lavarsi sommariamente. Le pozze d’acqua sono ormai quasi asciutte e le pompe a pannelli solari attendono la stagione delle piogge per ricominciare a lavorare a pieno regime. Questi pannelli solari – il SanParks ha pianificato l’energia rinnovabile in tutto il Kgalagadi – sono disorientanti. Sono indubbiamente giusti, ma inaspettati, e sono anche sicuramente aggiornati alla epoca dei cambiamenti climatici, ma ci vorrà del tempo per abituarsi alla loro presenza. 

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Del resto, ad Auchterlonie, tra Monro e Kamfersboom e poi ancora dopo Batulama, sono ancora visibili i resti di insediamenti umani in pietra del periodo coloniale. Su una duna c’è anche un piccolo museo, Le Righe House, riassorbita nel paesaggio, vestigia e frammento, ancora una volta, del passato ereditato. Molte epoche si sommano una all’altra nel Kgalagadi, e la sintesi che abbiamo di fronte a noi ci chiama a comprendere secondo percorsi non lineari. Le risposte ai problemi di oggi, ad esempio al bisogno di energia, quando riescono ad essere almeno abbozzate, pretendono che la domanda di giustizia degli uomini e degli animali trovi sempre una riformulazione proprio dove l’eredità iniqua del passato ha più crudamente trasformato situazioni, sentimenti, percezioni, e risorse naturali. 

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La maggior parte delle watehole, le pozze d’acqua artificiali, sono in questa parte del parco. Sono contrassegnate da cippi in pietra, con il nome della pozza scritto in afrikaans. Anche queste indicazioni sulla pista principale appartengono agli uomini, ma non entrano in conflitto con la sostanza selvaggia del Kgalagadi. Molto utili per avere costantemente la misura di dove ci si trovi, soprattutto nel tardo pomeriggio, quando è urgente dirigersi verso i luoghi di riposo e ricovero notturno, i cippi delle waterhole sono anche i punti nevralgici in cui avvistare i predatori. 

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“L’introduzione dei waterhole ha diminuito il bisogno degli animali di migrare (ad esempio il wildebeest) e ha creato popolazioni più sedentarie – dichiara il Sanparks – e nondimeno l’adattamento ad un ambiente duro e così arido è eccezionale, con o senza le pozze di acqua artificiali”. E’ la storia delle zebre e degli springbok, che prosperano nel Kalahari in modo diverso da un secolo e mezzo fa, in un clima in cui non esiste un giorno che sia uguale al precedente. Un clima in cui, quanto alla luce, non si dà secondo che sia identico al prossimo. La radiazione solare è cangiante e così varia da richiedere un adattamento continuo delle lenti fotografiche. Sono ormai le 17 del pomeriggio e attraversiamo il Gemsbok Plein lungo l’Auob, verso Kamqua. Da qui saliremo sulle colline di nord ovest per raggiungere, insieme ad una guida San, la !Xaus Community. Sì, siamo in un angolo felice del Sudafrica.