La Germania (e l’Europa) mandano in pensione il Faust di Goethe

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Tra gli animali in via di estinzione andranno presto annoverati anche i lettori di Goethe. Dal 2021 nel Nordrhein Westfalia il Faust, avverte un editoriale uscito lo scorso 13 ottobre sulla edizione on line del settimanale DIE ZEIT, sarà fuori dal canone di opere letterarie indispensabili per conferire l’Abitur. Sì a Lessing, Kleist e Schiller, ma non al capolavoro di Goethe. In Germania, l’Abitur è l’esame che bisogna sostenere al termine di un percorso scolastico analogo al liceo, ma molto più serio e impegnativo, ed è indispensabile per accedere all’università. Finora l’Abitur è stata una garanzia di una formazione scolastica di alto livello, e di tutto rispetto. Il dibattito scolastico tedesco è ovviamente federale, non ci riguarda, ma questa decisione getta una lunga ombra sul destino dell’Europa, sulla strada che abbiamo imboccato e sulle conseguenze collettive che ne deriveranno. E la questione, diciamolo subito, non riguarda affatto né malinconie nazionaliste, né simpatie politiche di destra, né passioni malsane per una identità intrisa di orgoglio farlocco. Qui la questione riguarda la scelta di tutelare il diritto delle nuove generazioni ad acquisire strumenti critici fondamentali a comprendere il presente, che, guarda caso, non è certo epoca tranquilla e confortevole, ma aperta ad un esperimento mortale senza precedenti storici che prende la forma della catastrofe ecologica.

Ci sono molte visioni, e opinioni, su ciò che andrebbe intrapreso per aumentare il consenso dell’opinione pubblica attorno alla emergenza climatica, e alla crisi di estinzione. Le ipotesi si spostano dalla militanza attiva, alla disobbedienza civile, alla disponibilità costante di informazioni attendibili sui mezzi di informazione, anche qualora emittenti televisive ed editori siano controllati da gruppi economici compromessi con i settori dei combustibili fossili e la loro rete di interessi sovranazionali. Ma ciò su cui raramente si discute è la rilevanza assoluta di una istruzione robusta nella capacità personale di mettere a fuoco la catastrofe. 

In Italia, come ha ricordato di recente il giurista Sabino Cassese a Piazza Pulita, ci sono 30 milioni di persone che sono analfabeti funzionali, ossia uomini e donne (anche giovani) privi delle competenze linguistiche e concettuali necessarie per leggere un libro e scrivere in linguaggio essenziale che cosa hanno fatto in un qualunque giorno lavorativo. Il problema, tuttavia, esiste anche in Europa, ed è stato il filosofo francese Alain Finkielkraut a meglio inquadrare questa tendenza generale. In una trasmissione radiofonica del 2007 (pubblicata in Italia per Spirali Edizioni con il titolo Che cosa è la Francia ?) Finkielkraut discusse, con diversi ospiti, del problema della fine dell’ammirazione per il passato, e della sua aura ispiratrice, nelle menti e nei cuori delle nuove generazioni. Il punto di partenza della sua indagine era lo scollamento evidente, nella società francese, tra i modelli classici della Repubblica, modelli civici e politici, e il tessuto sociale disoccupato, di origine musulmana, o semplicemente di classe operaia autoctona, che non trova più nessun motivo di appeal né in Racine né in Hugo né in De Gaulle. Gli ospiti di Finkielkraut intessono, puntata dopo puntata, un dialogo sconcertante su una nuova condizione culturale europea e francese: la disidratazione del pensiero critico e il crollo del principio di realtà, nutriti da un disinteresse pressoché totale per opere dell’ingegno, pittoriche e letterarie, considerate paccottiglia noiosa e ormai muta. È in altre parole quella condizione che qui, su Tracking Extinction, io ho definito più volte morte del passato. 

Nel corso del programma lo storico Pierre Nora la descrisse così:  “C’è una sorta di solidarietà tra passato e avvenire. Gli schemi di intelligibilità del passato erano un tempo funzione della prescienza o del presentimento che si aveva dell’avvenire. Potevano quindi essere gli schemi della restaurazione, quelli del progresso o quelli della rivoluzione. Questi tre schemi di intelligibilità del passato sono diventati tutti ampiamente caduchi. ” Era d’accordo il semiologo Paul Thibaud: “Oggi l’avvenire è ciò che difendiamo contro il passato. Il paradosso del nostro tempo è che faccia a faccia con il passato c’è un certo rifiuto del debito”. Di nuovo Pierre Nora: “Si può parlare di una crisi della filiazione. Abbiamo la sensazione di essere brutalmente tagliati fuori e separati dal passato. Forse non c’è mai stata una rottura simile nella storia dell’umanità, salvo al momento del Rinascimento o della fine dell’Antichità. Un tempo sapevamo di chi eravamo figli, mentre oggi siamo figli di tutto e di nessuno”. E quindi Finkielkraut: “Credo si potrebbe tornare ancora una volta a Renan per chiarire ulteriormente la distinzione tra nazione storica e nazione memoriale. Eredità e progetto nel contempo, la prima associa la presenza del passato (avere fatto grandi cose insieme) alla preoccupazione dell’avvenire (volerne fare ancora). La seconda disattiva l’eredità rendendo il passato al passato e ostentandolo come puro spettacolo”. 

Anche la messa in pensione del Faust di Goethe è destinata a funzionare come una operazione politica orientata a disinnescare la bomba del pensiero critico. Le opere complesse hanno questo vantaggio, permettono di riconoscere la propria complessità di esseri umani, e quindi la difficoltà intrinseca nei processi decisionali. Sapersi corruttibili, fragili ed enormemente avidi, ossia umani, è indispensabile per affrontare l’esperienza del mondo in un modo emotivamente maturo. Il pensiero critico proviene dalla comprensione della complessità irriducibile delle cose del mondo. Se leggiamo il Faust, ci accorgiamo che questi elementi sono calibrati in una alchimia poetica non solo potente, ma archetipica e moderna: Faust non è un uomo alla ricerca di qualcosa che non gli appartiene, ma che pur desidera. Al contrario, è uno stimato scienziato e medico che però vuole di più ed è disposto a vendere l’anima al Demonio pur di mettere a tacere la frustrazione insaziabile di non sapere tutto, di non potere tutto. Quando gli riesce, con il maleficio satanico, di diventare quasi onnipotente non esita a suggerire a Mefistofele di sbarazzarsi di due poveri vecchi che con la loro capannuccia e i loro tigli in fiore gli impediscono di costruire una torre che svetti sopra il cielo del cosmo. Altro che un vecchio dalla rinomata rispettabilità professionale in piena crisi di mezza età, che finisce con il sedurre, in puro stile MeToo una ragazza di una classe sociale decisamente inferiore alla sua, come lo descrive lo ZEIT parafrasando il riassunto che ne farebbero gli adolescenti tedeschi di oggi. Questo è il manager di una corporation strafatto di cocaina con un caveaux zeppo di capolavori, come il Virgil di Tornatore in La migliore offerta. 

Oggi istituzioni culturali e ministeri dell’istruzione sono impegnati a svilire l’istruzione perché sanno benissimo che annientare il pensiero tragico (ossia lo sguardo smagato, dialettico sul mondo) è la formula indiretta della costruzione di una obbedienza inattaccabile. I giovani italiani e tedeschi non leggono Faust, forse, non perché Faust sia obsoleto, ma perché si insegna loro che il sublime è faccenda da profumeria e cosmesi, da Instagram insomma, e non dimensione neuropsicologica del loro cervello altamente complesso. Lo scopo ultimo della semplificazione è relegare nell’oblio il carattere faustiano di Homo sapiens, per non doverci accorgere che, su questo Pianeta, siamo diventati dei mostri. Perché anche in questo orrore c’è del sublime: una specie tra specie, che fino a 40mila anni fa conviveva con qualcuno di diversissimo da noi, il Neanderthal, noi, signori e signori, una specie figlia di una alchimia enigmatica di clima, geni e puro caso, che però ha disintegrato il suo stesso contesto vitale. Senza neanche bisogno di Satana. 

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XR, La dignità è politica allo stato puro

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Se c’è una parola che descrive al meglio i primi quattro giorni della ribellione internazionale di Extinction Rebellion in Inghilterra, in Francia e in Germania è questa: dignità. Di solito la dignità è un atteggiamento mentale che viene ricondotto alla integrità interiore di un individuo, alla sua disponibilità a non rinunciare al rispetto di sé in nome del beneficio altrui. Possiamo però affermare che l’aggravarsi della crisi ecologica ha ormai indotto una rapida riformulazione della dignità umana: oggi, ha dignità chi ha deciso di ribellarsi, ossia di assumere una visione di se stesso e del mondo aggiornata al XXI secolo. Una visione del mondo, è indispensabile ripeterlo, storica. Coerente, in altre parole, con la nostra epoca, che è l’unica che ci è toccato in sorte di vivere. E a cui apparteniamo. Non esiste responsabilità storica al di fuori di un sentimento di sé fondamentalmente storico. Si diventa responsabili della propria condotta solo quando si comprende che la propria epoca storica è il prodotto di azioni, intendimenti e scelte. È cioè opera umana. La dignità dei rivoltosi di Londra e Parigi è radicata in questo principio politico. 

La dignità è politica allo stato puro: fomenta il senso critico, getta il seme dell’indignazione, fortifica la reattività alle menzogne propagandistiche della politica ufficiale (obiettivi climatici derogabili al 2050 o anche 2100, insofferenza per il disaccoppiamento degli investimenti verdi dalle voci di spesa e quindi dalle necessità di pareggio della prossima legge di Bilancio).  Ma avere un atteggiamento dignitoso oggi significa soprattutto voler vedere le cose per come sono e non insistere in una vanità di facciata, che relega le informazioni scientifiche sul collasso del Pianeta a pettegolezzo rompiscatole. L’opposto della dignità, lo dimostrano gli attivisti di Extinction Rebellion, è la superficialità storicamente alienata. 

In UK sono già state arrestate almeno 1000 persone, tra cui un 95enne. Il 10 ottobre è avvenuto l’impensabile (talvolta ciò che non si ha neppure l’ardire di desiderare è invece ciò di cui si avrebbe massimamente bisogno): gli attivisti inglesi hanno bloccato il salone delle partenze del City Airport di Londra, si sono arrampicati sul tetto del terminal e uno di loro è riuscito anche a filmarsi mentre ostacolava le operazioni di imbarco passeggeri su un volo di linea. Un campione sportivo para-olimpico, James Brown, si è seduto in cima ad un aereo della British Airways che avrebbe dovuto partire per lo Sciphol di Amsterdam. A Parigi, da 4 giorni, qualche decina di francesi è accampata allo Chatelet, nel centro di Parigi, con attrezzature igieniche di fortuna e cucine da campo. A Berlino l’occupazione pacifica di suolo pubblico è cominciata lunedì alle 4 e mezza di mattina nel cuore del Tiergarten, attorno alla Siegessaeule (Grosser Sterne) e prosegue con la tattica dello sciame di dimostranti che compaiono a piccoli gruppi in giro per la capitale, usando la messaggistica in tempo reale di Telegram. Molti civili hanno portato ai manifestanti tè caldo e generi di prima necessità ( fa già freddo a Berlino, e piove). 

Sappiamo, in Europa, che il tempo del realismo non è quasi mai il tempo della politica ufficiale, se non a vicende belliche avviate. Ma lo è per la rivoluzione, invece, che, per quanto a lance spezzate, infiacchita dal consumismo di 7 decenni di doping antropologico, è quanto mai attuale nella misura in cui la sua alternativa è un totale annientamento della vita degna di essere vissuta. Perché dobbiamo essere molto chiari, potremo ancora vivere, certo, in un mondo sempre più caldo, ma bisogna essere consci che ci riusciremo solo con il coltello tra i denti. Proprio in questi giorni lo Environmental Audit Committee del Parlamento inglese, come riferisce Extinction Rebellion, ha espresso “una profonda preoccupazione sull’impatto dell’innalzamento dei prezzi del cibo per le fasce più poveri e vulnerabili della popolazione in Inghilterra, e la compiacenza del governo su questa questione”. Un paio di esempi piuttosto eloquenti: in Francia, è in corso una crisi della cipolla ( la varietà pregiata Cévennes). A causa delle piogge eccessive i raccolti sono diminuiti del 30%. Nel 2018 la Lettonia, sempre a causa del crollo nella produzione delle cipolle, aveva dichiarato uno stato di emergenza. L’autunno 2018 e l’inverno 2019 sono stati la stagione della crisi del cavolo cappuccio ( i crauti, per intenderci) in Germania. Troppa siccità. 

Intanto, la IUCN Species Survival Commission (il network mondiale più importante che riunisce 9000 esperti nella conservazione delle specie), nel corso della riunione plenaria di Abu Dhabi (6-9 ottobre) ha lanciato un nuovo appello perché ci si renda conto che l’estinzione della biodiversità va presa sul serio: “Ci rivolgiamo ai governi, ai donatori istituzionali e alla società civile affinché siano attuate misure di emergenza per salvare le specie a maggior rischio di estinzione (…) perché sia riconosciuto il legame tra il rischio naturale e il rischio finanziario”. Infine, “ci rivolgiamo a ogni individuo, soprattutto ai giovani, perché prendano una posizione e si alzino in piedi per parlare per la salvezza di tutte le specie”. 

A differenza dei cambiamenti climatici, abbiamo a disposizione un sostantivo che denota uno stato d’animo molto preciso per dire che cosa è l’estinzione: solitudine. Una sconfinata distesa di miliardi di esseri umani, come ha scritto E.O.Wilson; ma, soprattutto, il silenzio terrificante dell’unica specie rimasta condannata a guardarsi allo specchio, trovandoci solo il proprio volto, senza più il conforto del confronto con l’altro. Cioè, in parole da bar, con la ricchezza polimorfa della vita. 

 

Il traffico di specie selvatiche è più ampio del previsto e coinvolge l’intero albero della vita

White-rumped Shama - Credit Gabby Salazar
(Uno sciama groppabianca in vendita in un mercato di Yogyakarta, Java, Indonesia)

Il commercio di specie selvatiche (per cibo di lusso, preparati della medicina tradizionale e animali da compagnia) rappresenta una delle cause più rilevanti di estinzione dei vertebrati su scala globale, e sta peggiorando, avverte uno studio appena uscito su SCIENCE (Global Widlife Trade Across the Tree of Life, 4 October 2019). Le stime complessive, elaborate sui dati disponibili per la IUCN e la Cites Red List, sono del 40-60% peggiori di quanto ci si aspettasse. Ogni anno, migliaia di piante ed animali selvatici vengono prelevati dai loro habitat per soddisfare una domanda di mercato definitiva dagli autori “insaziabile”. Il traffico illegale fattura dagli 8 ai 21 miliardi di dollari annui ed è uno dei business più ramificati e redditizi del mondo. 

“Il commercio di specie selvatiche coinvolge, in media, il 18% dei vertebrati rimasti sulla Terra. Il nostro censimento mostra che 5579 delle 31.745 specie di vertebrati vengono messi in commercio, con una percentuale più altra tra gli uccelli (23% su 10.278 specie) e tra i mammiferi (27% di 5420 specie) rispetto invece a quanto accade ai rettili (12% di 9563 specie) e agli anfibi (9% di 6484 specie)”. 

Da un punto di vista geografico, la mappa del traffico riserva delle sorprese. Da anni la preoccupazione dei ricercatori è concentrata sul sud est dell’Asia, ma ormai sono al centro del commercio anche il Sud America, l’Africa centrale e sud orientale, e addirittura l’Himalaya. Bisogna considerare che stiamo parlando degli ultimi bacini particolarmente ricchi di biodiversità di questi continenti, soprattutto per quanto riguarda gli uccelli, come è il caso delle Ande, per via di ciò che rimane della foresta Atlantica, e dell’Amazzonia orientale per gli anfibi. L’Africa, invece, e il Madagascar e pure l’Australia esportano maggiormente mammiferi catturati illegalmente. La caccia al “pet” esotico è una prerogativa dei tropici, ma ancora una volta raggiunge ormai l’Himalaya. 

Lo studio tuttavia riesce a gettare luce su un aspetto ancora più importante di questo tipo di traffico, di cui si parla troppo poco: “le specie emblematiche (ndr, come il rinoceronte o i grandi felini, o il pangolino) rappresentano solo una piccola, benché ben pubblicizzata, parte del commercio di specie animali. Se cambiano le preferenze culturali, il traffico di wildlife può molto rapidamente condurre una specie sino all’estinzione”. Questo avviene perché il mercato risponde al capriccio della moda e nessuna specie è davvero al sicuro. I flussi di denaro, e quindi la cattura, si spostano a seconda dei gusti dominanti, con un effetto di espansione della minaccia incontrollabile. Un esempio di tutto questo è la crescente richiesta del “casco” osseo simile all’avorio del bucero dall’elmo (Rhinoplax vigil), un uccello endemico della Malesia e dell’Indonesia. A partire dal 2012 ne sono finiti in vendita decina di migliaia e ora la specie è criticamente minacciata. In pratica, commercializzata fino all’estinzione. 

Il fatto che gli esseri umani non si facciano scrupoli nello sfruttare le specie che risultino eccentriche o particolari per i gusti di compratori benestanti delle megalopoli urbane del Pianeta ha però delle conseguenze macro-evolutive. In pratica, il commercio illegale di animali selvatici ha un impatto diretto sul futuro di intere famiglie animali, perché il prelievo funziona come una potatura selettiva dell’albero della vita. Quando una specie è esaurita, si passa tranquillamente ad una delle stessa famiglia, o dello stesso genere, con caratteristiche affini per il piumaggio, il pelo, il canto. Si insiste cioè sulla “prossimità evolutiva” delle specie, che, essendo simili da un punto di vista biologico, possono rimpiazzare senza troppe difficoltà i parenti già estinti. 

Java Sparrow - Credit Gabby Salazar
(Passeri di Java in vendita nel mercato di uccelli canori di Purwokerto, Java, Indonesia)

“A dispetto di uno sfruttamento molto vasto, gli esseri umani tendono a focalizzarsi su specifici individui dell’albero della vita, che possono essere indicati come significativi indicatori filogenetici nel commercio di animali selvatici attraverso tutti gli ordini (taxa). La mancanza di un prelievo casuale nel traffico illegale, sull’intero albero della vita animale, implica una particolare sensibilità per alcuni clade selezionati (ndr, un clade è un gruppo di specie con caratteristiche simili)”, aggiungono gli autori. “Abbiamo verificato che le specie con una grande massa corporea sono più commercializzate di quelle più piccole (…) e che quindi la probabilità di finire nella rete del commercio è positivamente correlata alla taglia dell’animale”. Ma soprattutto, bisogna tenere presente che “nel corso dei millenni, le società umane primitive hanno sempre insistito sulle specie molto grandi cacciando per la propria sussistenza, un comportamento che ha modificato gli schemi bio-geografici che osserviamo oggi nella stazza dei grandi animali del Pianeta. La nostra analisi mostra che questo schema continua ancora oggi, con gli umani moderni, grazie al commercio di specie selvatiche”. Questo significa che in Antropocene valgono ancora i modi di sfruttamento delle faune del Pianeta che, nel Pleistocene, hanno annientato la megafauna. Su di una piano strettamente ecologico, il carattere da super-predatore di Homo sapiens continua dunque ad esprimersi secondo modelli economici consolidati, sia nella Preistoria che nella storia propriamente detta. È il paradigma di estinzione, che corrisponde ad un inarrestabile, almeno finora, paradigma di espansione. 

Il riconoscimento dei tratti somatici maggiormente ricercati permette dunque di avanzare ipotesi attendibili sul rischio di commercializzazione di specie finora al sicuro: “Abbiamo identificato tra le 303 e le 3152 specie a rischio in conseguenza della loro similarità filogenetica con i loro conspecifici già sul mercato (….) Considerata la massa corporea, sono già a rischio tra le 11 e le 35 specie di mammiferi”. 

David P. Edwards, docente di Conservation Science alla University of Sheffield, Regno Unito, tra gli autori dello studio, sulle implicazioni che tutto questo ha sulla conservazione delle specie in un prossimo futuro: “Il commercio di specie selvatiche è uno dei maggiori driver della attuale crisi di estinzione, in tutto il mondo, e può rapidamente spostare una specie da una condizione di minaccia molto piccola ad un rischio di estinzione reale. Ad esempio, il verdino grande (ndr, un magnifico uccello verde smeraldo) era considerato con ‘minima preoccupazione’ dalla IUCN nel 2012, fino a quando questa specie vinse il concorso per uccelli canori President’s Cup in Indonesia. É stato inserito nella lista dei ‘minacciati’ sette anni dopo. Abbiamo bisogno di una più marcata attenzione sul commercio delle specie selvatiche all’interno della revisione degli Obiettivi di Aichi. Questo dovrebbe includere finanziamenti da parte dei governi per rafforzare il monitoraggio del commercio effettuato dalla IUCN, in modo da identificare i rischi più rapidamente. Ovvio, servirebbero molte più risorse per affrontare il commercio nei suoi vari aspetti, man mano che emergono, e per avere una comprensione più profonda di come potrebbe essere un prelievo sostenibile e legale. Sul modello, ad esempio, delle quote di pesca in Europa o delle quote di permesso di caccia sull’alce e l’orso negli Stati Uniti”. 

(Photo Credits: Brett Scheffers, Department of Wildlife Ecology and Conservation, University of Florida, tra gli autori dello studio).

Zambia, i leoni si spostano tra il Kafue e il Luangwa nonostante fattorie, villaggi e campi coltivati

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(un campione di pelle di quelli analizzati per la ricerca. Credits: Caitlin J. Curry)

Sta accadendo qualcosa ai leoni dello Zambia. Nel Paese ce ne sono circa 1200 su 200mila chilometri quadrati di savana. Non è poco, considerato che la specie ha perso ormai il 75% del suo home range originario. Ma lo studio sul DNA mitocondriale di 409 individui uscito su PLON ONE (Genetic analysis of African lions (Panthera leo) in Zambia support movement across anthropogenic and geographical barriers) ha dimostrato ancora una volta che per parlare seriamente del futuro del leone dobbiamo parlare del futuro dello spazio. Gli autori della ricerca, Caitlin Curry della Texas A&M University, Paula White della University of California e James Derr sempre della Texas A&M University, sono riusciti a documentare con analisi genetiche che i leoni dello Zambia sono già divisi in due sub-popolazioni, che corrispondono alle loro aree protette di residenza: la Luangwa Valley Ecosystem, nella parte orientale del Paese, e il Kafue National Park, ad occidente. Benché lontane e separate anche sotto il profilo genetico, tra queste due popolazioni c’è però una continuità. Alcuni leoni maschi si sono spostati tra il Luangwa e il Kafue aprendo la pista ad un flusso genico sorprendente che si riteneva impossibile viste le condizioni geografiche del territorio in questione.

Il Kafue è un “sistema” di aree sotto una qualche forma di protezione e regolamentazione giuridica, essendo circondato da un mosaico di game reserve ( Game Management Areas), come il Grande Kruger in Sudafrica. Tanto il Kafue quanto il Luangwa sono considerati “lion stronghold” e cioè popolazioni numericamente abbastanza numerose da essere cruciali per il futuro della specie perché ancora lontane dal rischio (fatale) di inbreeding. Nelle roccaforti si può ancora tentare un ragionamento di protezione della specie sui tempi lunghi. E però tutto quello che sta tra i due parchi nazionali è un “patchwork antropogenico di città e fattorie considerato inabitabile per i leoni”. 

L’evidenza della diversità delle due sub-popolazioni, nel complesso, è un risultato sicuramente prevedibile: come ogni altra specie anche le caratteristiche genetiche del leone tendono ad essere influenzate dalla caratteristiche geografiche dei propri habitat, e quindi a differenziarsi. Tutti i grandi felini altamente plastici, come il giaguaro e la tigre, sono stati capaci, nella loro lunga storia evolutiva, di colonizzare interi continenti. I leoni del deserto della Namibia hanno un adattamento specifico, così come lo avevano quelli della catena montuosa dell’Atlante, abituati al freddo e alla neve in inverno. Questo è il motivo fondamentale per cui il crollo numerico della specie negli ultimi venti anni ha assottigliato la diversità genetica della specie e quindi la possibilità di fronteggiate i cambiamenti ecosistemici dovuti al riscaldamento del Pianeta previsti per i prossimi decenni. Cambiamenti che modificheranno i landscape africani in cui, oggi, poche migliaia di leoni ancora prosperano. La ricerca conferma dunque che ogni habitat rimasto possiede caratteristiche irripetibili, un fattore determinante nel patrimonio genetico della popolazione di leoni che ci abita.

“La valle del Luangwa nello Zambia orientale è una propaggine del sistema della Grande Rift Valley. Questa regione sembra esercitare un effetto di isolamento geografico, come mostra la presenza di alcune possibili sottospecie endemiche, ad esempio lo gnu di Coockson (Connochaetes taurinus cooksoni) e (forse) la giraffa di Thornicroft (Giraffa camelopardalis thornicrofti) e una sottospecie di zebra endemica dello Zambia che ha un pattern di strisce unico (Equus quagga crawshayi)”, spiegano gli autori. Nell’intero Paese proprio la giraffa è presente solo nel Luangwa, il che rende questo parco fatalmente importante per la biodiversità della regione. 

Mentre il DNA mitocondriale (trasmesso dalla sola madre) non mostra evidenze di un flusso di geni tra le due sub-popolazioni, l’analisi dei geni nucleari suggerisce invece che ci sia un flusso genico dei maschi (male mediate gene flow). I geni delle femmine, che rimangono anche da adulte vicine al gruppo in cui sono nate e cresciute, confermano la presenza storica delle due popolazioni ciascuna nel proprio parco nazionale; mentre è invece chiaro che alcuni maschi, spostandosi attraverso la “terra di mezzo” di insediamenti umani e fattorie, hanno innescato un processo di rimescolamento genico, che corrisponde ad un arricchimento, sui tempi lunghi, di entrambe le popolazioni. 

I 446 campioni analizzati (peli, pelle, ossa, tessuti vari) sono stati forniti da The Zambia Lion Project (ZLP) e raccolti durante il periodo 2004-2012 insieme alla Zambia Wildlife Authority anche nelle game area contigue ai due parchi nazionali. 

Caitlin Curry, raggiunta via mail: “Sì, i leoni hanno bisogno di spazio per potersi spostare e richiedono molto di più di quanto forniscono loro le aree protette. Aver capito che i leoni si muovono nonostante le barriere che li costringono entro certi limiti è davvero importante per il futuro della conversazione. I leoni hanno infatti grandi home range e possono camminare anche per centinaia di migliaia di chilometri se non viene loro impedito. L’aumento dell’influenza umana ha frammentato l’habitat del leone con la conseguenza che la dispersione dei maschi è diminuita e così anche il flusso genico. Se le popolazioni rimangono del tutto isolate le une dalle altre, la diversità genetica diminuisce e si verificano le condizioni per la riproduzione tra consanguinei. Alla fine, questo conduce dritto ad un crollo della popolazione con effetti nocivi sulla salute. Bisogna mantenere il flusso genico, specialmente quando si tratta di una specie che deve poter contare su vasti territori”. 

La storia dei leoni dello Zambia ci dice che non sempre i conti degli esseri umani corrispondono alle reali necessità di una specie. L’ecologia reale di una specie può deludere le nostre aspettative, che quasi sempre vorrebbero definire matematicamente gli habitat senza tener conto della imprevedibilità della vita e anche del talento adattativo di predatori complessi e intelligenti come i grandi felini. 

( in Zambia è legale la caccia da trofeo; in teoria gli introiti e le revenues dovrebbero andare in parte anche alle comunità locali, ma pare che dal 2016 il circolo virtuoso di denaro contante si sia interrotto. Riporta infatti AFRICA GEOGRAPHIC: “In a statement (see end of article) issued to the media by the CRBs, communities have received no concession fees since 2016 and no hunting revenue since 2018. The statement points out that by law, the CRBs are entitled to 15% of the concession fees and 45% of the hunting revenue, while the chiefs who run the communities receive 5% of both. The CRBs use these funds to support employment of over 1,000 community scouts, community coordinators and bookkeepers, and to support community development projects (including the establishment of bore holes, schools and clinics) in the game management areas (GMAs)”. L’articolo completo a questo link. 

A chi fa comodo Fridays for Future

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(una shopping bag di Comme des Garcons in polipropilene, un derivato del petrolio, fabbricata in Vietnam e venduta alla Rinascente a 128 euro)

Vigliacchi di ogni genere hanno infine deciso di dire la loro sugli scioperi scolastici del venerdì, che avrebbero l’ingrato ma obbligato compito di risvegliare la coscienza civile assopita dallo shopping permanente sul fatto che si stanno sciogliendo Artico e Antartide. I più scettici, i più indifferenti, i più sdegnosi han deciso di sbattere in prima pagina i giovani rivoltosi, per far vedere che sì, si sono accorti che è una notizia. Alessandro Sallusti chiosa a StaseraItalia (Rete4): “Greta non vuole nemmeno i pannelli solari”. Enrico Mentana, che, a suo dire, fa un telegiornale tutto politico e quindi il Pianeta che cosa volete che c’entri, ieri ha raccontato del venerdì di protesta con la saggezza dei capelli bianchi: “Molti di quelli che criticano questi ragazzi negli anni ’60 erano in piazza con uno spirito di rivolta meno pacifico di quello di questi studenti”. Giampiero Mughini, sempre a StaseraItalia, ha elogiato il diritto all’aria condizionata come conquista di civiltà. Qualcosa è dunque cambiato davvero, se Mentana, che ha sempre ignorato Extinction Rebellion, si è accorto che siamo sull’orlo di un baratro? Non credo. Penso invece che l’attenzione di certo giornalismo dovrebbe mettere i dirigenti del Fridays for Future sul chi va là; se il potere, qualunque esso sia, ti fa la corte, è perché gli piaci troppo. Non gli dai fastidio, ha bisogno di te per continuare a fare le sue porcate. 

Fridays for Future è diventato, stiamo parlando del dibattito politico in Italia, un palcoscenico per l’ambientalismo ormai stereotipato, e sterile, che finalmente, aggrappandosi agli slogan di nuova generazione, riesce nell’impresa di darsi uno smalto fresco di fabbrica. Premessa obbligatoria per chi desideri continuare a leggere: le cose che dice Greta Thunberg sono sacrosante e se lei ha il privilegio di dirle alle Nazioni Unite fa bene a dirle. È anche comprensibile che una sedicenne parli con le lacrime in gola del suo futuro senza spazi selvaggi, branchi di balene e foreste boreali. Ma il modo in cui Fridays for Future si sta creando il suo spazio nel nostro Paese di ombre ne ha eccome, ombre che, probabilmente, hanno la le loro ragioni anche nella inevitabile immaturità adolescenziale di chi, vista la sua anagrafica, non può ancora avere una visione ben calibrata della situazione complessiva del Pianeta.

Parliamo intanto di come fa un movimento praticamente vergine a farsi conoscere (lasciamo perdere il miracolo dei social media: Extinction Rebellion lo ha dimostrato, serve un ufficio stampa professionista per piazzarsi nella testa della gente comune). A Milano il movimento ha accettato di essere rappresentato pro bono da Green Media Lab di via Savona, una agenzia di comunicazione di un certo prestigio che copre anche marchi come Patagonia. E che lavora a stretto giro con LifeGate, uno dei business più all’avanguardia nel far convivere sviluppismo capitalista, greenwashing e content marketing green. Lo scorso 24 maggio Fridays for Future Milano aveva già dato prova di ammiccare con compiacimento a questo tipo di retorica ambientalista molto pragmatica (perché continuare a parlare di sviluppo arricchisce il gradiente di modernità e moda dei manager all’avanguardia) partecipando ad una tavola rotonda in Triennale con Simone Molteni, direttore scientifico, appunto, di Lifegate. In quell’occasione Molteni disse: “L’incontro in Triennale è la prima occasione per passare da una pura protesta ad una fase costruttiva (…) Le aziende hanno una opportunità di dimostrare che possono cogliere l’occasione per essere veri agenti del cambiamento”. Tradotto: a neanche un anno dalla fondazione in terra di Svezia degli scioperi per il clima il movimento è già chiamato ( dall’alto dei poteri economici controllati dagli adulti, guarda caso) a passare dalla rabbia ai fatti, dalla protesta alla burocrazia, dalla occupazione degli spazi pubblici ai permessi di libera manifestazione. Che ci sia dell’ingenuità pazzesca nell’aver accettato un invito del genere, è fuori di dubbio. Mai si è visto nella storia dei partiti più o meno organizzati della dissidenza autentica una genesi così rapidamente degenerata in giocattolo di potere nelle mani dei soliti noti. Opporsi significa opporsi, e cioè avere il coraggio di dire, io non ci sto, e ne pago le conseguenze. Farsi accettare nei salotti eleganti della borghesia milanese (la stessa che prende voli intercontinentali a iosa) non esprime abilità nel negoziare, ma è invece un atto di clamorosa insufficienza politica. E il punto è proprio questo: bisogna maturare politicamente per esprimere una visione del mondo. Extinction Rebellion non è organizzata da un pugno di adolescenti con le magliette di Calvin Klein, ma da gente con i capelli bianchi come Roger Hallam. 

Sempre nella giornata di ieri Massimo Cacciari, uno dei pochi pensatori veri di questo Paese, persona coltissima, con pubblicazioni Adelphi e non Edizioni Ambiente, ha sputato fuori proprio questa opinione (per criticare il mondo bisogna sapere di cosa si sta parlando) in una intervista al corriere.it (Sciopero clima, Massimo Cacciari: “Se continuiamo ad affrontare i problemi alla Greta, siamo fritti”): “I problemi non si affrontano in termini ideologico-sentimental-patetico (…) Non è dicendo mi avete rubato i sogni che si affrontano i problemi. Piuttosto capendo i problemini che sfuggono totalmente alla bambina. Bisogna porsi il problema delle risorse disponibili. Se uno sviluppo economico è compatibile con l’ambiente”. La giornalista chiede dunque a Cacciari se non gli sembra che, comunque, Greta stimoli la nascita di una coscienza critica tra i suoi coetanei: “Ma non nascono così le coscienze critiche!  Lentamente, faticosamente, con la formazione. Greta dovrebbe andarci a scuola. Forse si renderebbe conto che lei è svedese, i ragazzi che scioperano sono europei, ma in piazza non ci sono né indiani, né cinesi, né brasiliani”. A dar addosso a Cacciari non è stato il solito negazionista di destra, ma Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club e di QualeEnergia, che su Twitter ha così commentato le parole di Cacciari: “Stavolta l’hai proprio tappata. Grande superficialità e distacco dalla realtà. Lasciali ai vari Feltri e a certo giornalismo supponente certi attacchi”. Equiparare Cacciari a Feltri è a dir poco ridicolo. Ma molto interessante è invece che un rappresentante noto dell’ambientalismo italiano si schieri a spada tratta contro un punto di vista non celebrativo sugli scioperi del venerdì. Sembra insomma che, adesso che una nuova icona, Greta Thunberg, è comparsa sulla scena a colmare un vuoto di rappresentatività simbolica, come ha scritto Diego Infante su LTECONOMY.IT, ancor meno di prima si possa discutere su che cosa davvero servirebbe per invertire la rotta contro l’iceberg.

Perché la questione vera non è quanti di questi giovani in piazza sappiano cosa è il cambiamento climatico, ma quanti sappiano da dove viene il cambiamento climatico. E cioè dal nostro stile di vita. Compreso il loro. La tonalità retorica essenziale dei venerdì di protesta è la responsabilità derogata agli adulti, ai grandi, alle multinazionali, che di certo hanno colpe molto serie. Ma le 415 ppm di CO2 in atmosfera stanno lì in conseguenza della nostra comodità di vita, del comfort elevato a categoria esistenziale di massa, e per smuoverci dalla poltrona del lusso fossile (riscaldamento, vestiti in poliammide, cibo al supermercato), signori e signori, servono sacrifici. Anche dei giovani, perché anche i giovani devono essere pronti a volere molto di meno di quanto sono stati educati a desiderare. Punto. In Italia i cambiamenti climatici sono sempre stati raccontati dal punto di vista degli ingegneri, degli economisti e dei climatologi. È totalmente mancata una interpretazione antropologica della condizione attuale del Pianeta. Si è aperta così una voragine sotto la casa dell’ambientalismo militante, che quasi sempre non sa di cosa parla perché non ha il coraggio di essere abbastanza radicale. È cioè di mettere sulle spalle di chiunque la responsabilità della propria esistenza a carburante fossile. 

Il secondo scivolone sulla saponetta Fridays for Future Milano l’ha fatto accettando che ieri in corteo ci andasse Beppe Sala, il Sindaco delle Olimpiadi Senza Neve. Sala ha reso noto che entro Natale inviterà in Consiglio Comunale a Palazzo Marino i giovani studenti e intervistato in manifestazione ha detto: “Noi non siamo contro la crescita, siamo contro la crescita illimitata. Con il buon senso un nuovo ambientalismo può funzionare e deve funzionare”. Apprendiamo dunque, per quanto già lo intuissimo, che Beppe Sala non conosce i dati più aggiornati sulla totale insufficienza del cosiddetto capitalismo green per affrontare il collasso della biosfera (rimando all’ottimo Why Growth Can’t Be Green di Jason Hickel pubblicato da foreingpolicy.com, che cita dati in peer review). È da tempo chiarissimo che Sala, dopo la furbissima impresa di Expo 2015 per nutrire il Pianeta, stia ora tentando di passare per un riformista illuminato, il liberale borghese degli scooter elettrici a noleggio che va bene per tutte le stagioni del politicamente corretto, le stagioni, per dirla in breve, che non hanno nulla a che spartire con la catastrofe del Pianeta perché la minimizzano da sempre. Come possa un movimento rivoluzionario accompagnarsi ad un politico della scaltrezza di Sala non è dato immaginarlo. Detta meglio: di nuovo ingenuità, o forse una punta di ambizione di protagonismo. 

Quando tutto è già franato, ognuno dice la sua perché si è accorto che il mondo è crollato mentre lui coltivava margherite e rose al Petit Trianon di Versailles. Nessun rivoluzionario è mai stato vezzeggiato dalla stampa ufficiale nella fase propulsiva della lotta, se non da quei giornali che si schierano, pagando di tasca propria, a favore dei rivoltosi. Se fino ad ora, fino a questa epoca di macerie e di rovine, la rivoluzione è stata appannaggio delle banche dell’ira, come la mette già Peter Sloterdiik, ossia di un capitale emotivo furibondo di risentimento e revanscismo pronto a esplodere con inaudita violenza prometeica, oggi invece, nel pieno della battaglia civile per salvare, forse, qualcosa del Pianeta vivente, il compito di ciascuno è tener viva la rabbia sana della rivolta. 

UN Climate Summit, l’eredità tradita

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Dando seguito al discorso di ieri di Greta Thunberg alle Nazioni Unite, ripropongo qui per la prima volta un mio saggio pubblicato a dicembre del 2015, subito dopo la firma del cosiddetto accordo sul clima di Parigi, un gigantesco “fake”, come lo definì James Hansen, il fisico della NASA che alla fine degli anni Ottanta denunciò al Congresso degli Stati Uniti il riscaldamento dell’atmosfera. Il saggio venne incluso dal magazine on line del Politecnico di Milano climalteranti.it tra i migliori contributi usciti su Parigi. Lo ripropongo perché la Thunberg ha fatto appello a sentimenti e intuizioni che allora eravamo in pochi a discutere, e che invece sono al centro del passaggio di civiltà che stiamo vivendo: l’eredità, il debito, l’elaborazione psicologica del crimine contro l’umanità che è l’ecocidio in corso. Un pugno di generazioni umane ha deciso di prendere in ostaggio il futuro geologico del Pianeta, con conseguenze inimmaginabili per i giovani e i bambini di oggi.

Sottolineando il peso specifico della realtà rispetto alle manipolazioni politiche, Hannah Arendt richiamava l’attenzione sulla “persistenza intransigente e irragionevole della mera fattualità”. Ora, è questo il nuovo, inedito muro di gomma contro cui il buon senso e anche le legittime preoccupazioni civili per il futuro del Pianeta si sono scontrate all’interno del testo dell’accordo sul clima che ha chiuso la Cop21 di Parigi. Muro di gomma perché l’ottimismo politico ha preso il posto dei rapporti dell’IPCC, delle evidenze scientifiche e degli allarmi saldamente ancorati su dati soggetti alle più rigorose peer review, insomma quel corpus di verità oltre ogni negazionismo che l’ambientalismo militante ci aveva promesso essere il nostro punto di riferimento non negoziabile per salvare il Pianeta e affrontare la crisi climatica.

L’accordo di Parigi ci restituisce invece una realtà ben diversa: si può usare la parola “accordo” quando accordo non c’è sui modi, le misure, le procedure e i tempi della decarbonizzazione, visto che la carta di Parigi è ampiamente volontaria (sin da Copenhagen 2009 ci era stato detto che occorreva, al contrario, un trattato vincolante). La soglia di sicurezza di + 2°C di aumento delle temperature medie globali entro il secolo è giudicata poco plausibile, mentre si auspica un impegno di riduzione delle emissioni in un range tra + 2°C e possibilmente meno di + 1,5 °C. Il fatto è molto semplice: certo che sarebbe meglio scendere sotto 1,5 °C, ma i piani di riduzione che le 195 nazioni partecipanti alla conferenza di Parigi hanno inoltrato prima dell’inizio della discussione possono garantire uno sforzo di contenimento del riscaldamento globale al massimo entro i +2,7 °C, uno scenario confermato dai calcoli del World Resource Institute. L’economista ambientale William Nordhaus (il suo ragionamento è uscito sulla New York review of Books) ha detto fuori dai denti: “Il cambiamento climatico è fondamentalmente un free-rider problem in cui i Paesi hanno forti incentivi a mentire ed emettere più emissioni, quindi un accordo su base volontaria probabilmente non funzionerà”.

C’è dunque, comunque si rigirino queste 27 pagine della carta di Parigi, una incoerenza di fondo, che George Monbiot su The Guardian ha sintetizzato con franchezza: “In confronto a ciò che avrebbe potuto essere, questo è un miracolo. In confronto a ciò che dovrebbe essere, è un disastro. Dubito che qualcuno dei negoziatori creda che non ci sarà un incremento delle temperature oltre 1,5 come risultato di queste discussioni. Come il preambolo all’accordo riconosce, anche i 2 gradi, considerando le deboli promesse che i governi hanno portato a Parigi, è enormemente ambizioso. Benché negoziati da alcune nazioni in buona fede, i risultati reali ci vincolato a cambiamenti climatici pericolosi per alcuni e letali per altri (…) Una combinazione di mari acidificati, barriere coralline morte e Artico in scioglimento significano che tutte le catene alimentari marine potrebbero collassare. Sulla terra ferma, le foreste potrebbero ritirarsi, i fiumi prosciugarsi e i deserti espandersi. L’estinzione di massa sarà il tratto distintivo della nostra epoca. Questo è il tipo di successo a cui hanno applaudito i delegati. E quanto al fallimento, in che termini? Mentre le bozze precedenti specificavano date e percentuali, il testo finale punta solo a ‘raggiungere il picco globale di emissioni serra il più presto possibile’. Il che significa tutto o niente”. James Hansen, che alla fine degli anni Ottanta con le sue ricerche sulla fisica dell’atmosfera alla NASA contribuì in modo determinante alla scoperta del riscaldamento in corso, è stato ancora più esplicito: l’accordo di Parigi è una frode e una truffa (fake, in inglese). E la ragione è lampante: nessun trattato vincolante, nessun impegno preciso, nessuna carbon tax.

Ma per provare ad avanzare ipotesi sul significato di tutto questo – che non riguarda un ingrediente tra cento sull’etichetta di un prodotto qualsiasi da supermercato, ma l’assetto chimico, fisico e biotico del Pianeta nei prossimi decenni – bisogna fare un passo indietro, e dare spazio alle domande. René Char scrisse che “le parole sanno di noi ciò che noi ignoriamo di loro”. La carta di Parigi viene chiamata accordo, ma contiene piuttosto un consenso di massima sull’urgenza della minaccia climatica – così lo ha definito anche la BBC World Service, consenso – e i commentatori ne hanno descritto lo spessore storico come comunanza di intenti di tutti i Paesi del mondo. Dunque, che cosa è la carta di Parigi? Ma, era di questo che avevamo parlato nel 1992 a Rio quando concordammo la Convenzione sul Clima? Era questo che intendeva raggiungere il defunto Protocollo di Kyoto? Un consenso sul fatto che bruciare combustibili fossili altera la chimica dell’atmosfera?

A pochi giorni dall’apertura della Cop, Lucia Graves sul Pacific Standard ha scritto: “Dopo che hai ridotto le tue aspettative, puoi anche essere ottimista”. E il collega Brad Plumer su Vox aggiungeva: “Il punto, a Parigi, è dare impeto agli sforzi che già sono in corso, non fissare nuovi impegni”. Nei precedenti due decenni, le periodiche riunioni della UNFCCC (la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici) miravano a fissare le quote di riduzione per ciascun Paese, ma in Francia si chiedeva ai partecipanti un “contributo ragionevole”, cioè compatibile con i propri obiettivi di crescita economica. L’escamotage del carbon badget, il “deposito” di CO2 ancora spendibile prima di superare la linea rossa – concetto proposto con grandi strombazzate di entusiasmo dall’ultimo Rapporto IPCC del 2013 – secondo il The New York Times è basato su un obiettivo che le nazioni ricche si sono cucite addosso a proprio esclusivo vantaggio. Cioè per continuare a bruciare fonti fossili in attesa di miracoli tecnologici o conversioni energetiche di non precisata programmazione. In che direzione ci portano queste osservazioni? Quale è lo scenario che si nasconde dietro questo groviglio di sofismi, procrastinazioni, mascheramenti?

Alain Finkielkraut sostiene che “la parola processo sottrae l’azione alla tragedia o al caso”. L’implosione del processo negoziale per un accordo sul clima è il cuore dei fatti di Parigi. La sua ragione più scabrosa; la disillusione di un intero movimento ambientalista che si è retto per due decenni sull’utopia di far convergere piani diversi di civiltà in un unico pezzo di carta, immaginato come la sintesi estrema e coraggiosa di due secoli di storia dell’umanità, e al contempo apologia dei Paesi ricchi che scoprirono le virtù del carbone al principio dell’Ottocento (il Messia sotterraneo, come lo chiamò il poeta russo Aleksandr Blok),  e perciò miraggio capace di saldare tutti i debiti con le nazioni in via di sviluppo. Ciò che si manifesta con evidenza brutale nella carta di Parigi è il fallimento di questa impostazione, la cui ammissione è semplicemente inconcepibile per ragioni non solo politiche, ma soprattutto culturali e vien da dire spirituali. Perché il gioco al ribasso perseguito a qualunque costo per salvaguardare l’impianto teorico di Rio 92, questo fronte delle aspettative al minimo pur di ci aiuta – tutti – a passare sotto silenzio il vuoto più ingombrante della storia della scienza del clima e della sua capacità di cambiare i destini politici del XXI secolo. La mancanza di un pensiero sul mondo. La capacità di pensarlo, un Pianeta.

Non è un caso, infatti, che alcune delle categorie in discussione a Parigi siano state, ancora una volta, il debito e la giustizia climatica. La questione dell’eredità – il tipo di Pianeta che lasceremo alle generazioni future – sostanzia il vuoto nel sottosuolo della carta di Parigi. Per poter lasciare in eredità un mondo vivibile, dovremmo infatti prima di tutto ereditare noi un Pianeta. Ma la difficoltà contemporanea di tradurre esperienze, numeri e fatti in una narrativa coerente, con le aporie e le aperture che qualunque narrativa vitale comprende, sta alla base del tragico deficit di comprensione del riscaldamento globale. Il contesto che ci sta attorno mostra sintomi chiari di questo sfilacciamento della capacità di dire le cose. I nostri scottanti problemi con l’atmosfera indicano infatti un “punto di faglia” delle società contemporanee che il pensiero psicoanalitico indaga a partire dagli studi di Alain Miller negli anni ’80: la difficoltà del simbolico di integrare il reale, di assumerlo e di farne esperienza.

Nella fantasia di un “mondo puro a rinnovabili”, un mondo non fossile, persiste la fantasia della restitutio ad integrum che inibisce di partenza lo sforzo cognitivo di ereditare per davvero una esperienza storica producendosi in qualcosa di nuovo. Nessuno mette in dubbio che le nazioni in via di sviluppo abbiano delle valide ragioni. Non si deve negare che un debito pure esista, ma si dovrebbe altrettanto fortemente riconoscere che a mancare, per un decente futuro economico ed energetico, non sono solo i quattrini da investire in basic energy research, ma un pensiero sul futuro che riconosca al passato fossile una sua legittimità. In altre parole, se visto da un punto di vista dell’eredità, il passato industriale non è una colpa, o una espropriazione di diritti, o un delitto ambientale, ma una configurazione di civiltà. In questa ammissione – la consistenza storica dell’industrializzazione e del benessere fossili – risiede la possibilità di operare delle scelte, responsabili e ponderate. L’atto della scelta implica un coinvolgimento nel proprio passato che informa di sé il futuro nella misura in cui ne mostra i limiti e i confini. Liquidare il passato come dagherrotipo inutile o come reperto archeologico giudicato sul tribunale delle intenzioni attuali  (condannare tout court l’industrializzazione come un crimine) impedisce di riconoscere la vera posta in palio, e cioè la direzione di civiltà in cui tutti siamo ormai avviati. Questa direzione ci è chiara sin da Rio 92, quando vennero elaborati strumenti di profitto chiamati offsetting e carbon trade. Si disse allora che attribuire un valore economico alla natura era l’unico modo per proteggerla. L’anidride carbonica poteva quindi entrare in Borsa con l’imprimatur dell’etica ambientale. La mercificazione dell’atmosfera è un sintomo di ciò che Slavoj Zizek ha chiamato capacità plastica del capitale e Lacan discorso del capitalista. Oggi la medesima logica funziona attraverso la carta di Parigi: questo accordo non accordo stimolerà l’economia e il passaggio alle rinnovabili risolverà tutti i nostri problemi con la biosfera.

Lo scorso aprile lo scrittore americano Jonathan Franzen ha scritto sul New Yorker un lungo articolo intitolato Carbon Capture per cui è stato letteralmente massacrato da tutta la stampa che conta nel dibattito sul clima. La ragione non è che Franzen nega il riscaldamento globale, ma che lo contestualizza. Nel dominante monocultural thinking sulla questione climatica, il ragionamento di Franzen è apparso come una eresia. Per Franzen, il cambiamento climatico così come è detto sui media è una escatologia, una narrativa, che rischia di eclissare la complessità delle interazioni tra uomo e ambiente. Da scrittore impegnato nella protezione delle specie avicole, Franzen affronta uno dei tabù intoccabili dell’utopia di questi ultimi venti anni: dove mettiamo le rinnovabili? Quel che conta nella posizione di Jonathan Franzen non è se abbia ragione o meno; quel che conta è che assumere criticamente la questione del cambiamento climatico è indispensabile per non finire preda di fantasie e idealizzazioni. Perché le sue osservazioni sono pur ancorate sugli impressionanti numeri di questa conversione energetica indispensabile, numeri messi ad esempio nero su bianco da Justin Gillis su The New York Times del 1 dicembre scorso. Gillis cita come fonti i rapporti dei Deep Decarbonization Pathways Projects: tutto il mondo a rinnovabili entro il 2050 implica, per i soli Stati Uniti, 156mila turbine eoliche off shore entro i prossimi 35 anni, e il doppio sul continente; per quanto riguarda l’Europa, si parla di 3000 turbine offshore entro 20 anni. E un parco auto mondiale completamente elettrificato. Nel new low carbon ethos che la carta di Parigi dovrebbe aver consacrato ci sta che il prezzo attuale del petrolio è al minimo storico grazie allo shale americano, con cui l’amministrazione Obama sta facendo a pezzi la wilderness del Dakota. E ci sta anche che sempre secondo James Hansen l’opzione del nucleare è indispensabile.

Hannah Arendt scrisse che “il diseredato non può accedere ad una esistenza individuale”. Infatti, commenta Finkielkraut, il tempo umano, per la Arendt, è “il quadro durevole entro cui è possibile esercitare l’azione e la creazione”, un quadro su cui gli oggetti della storia (il Padre) non evaporano e non sono messi da parte, ma funzionano come elementi significanti del divenire. L’amarezza che le menti più illuminate hanno espresso attorno alla carta di Parigi – anche il sentimento di delusione di quanti in questi anni si sono spesi in nome di un ideale di giustizia e di razionalità nel nostro uso del Pianeta – acquista importanza se lo guardiano sotto questa lente dell’eredità vigile, che non si accontenta di formule olofrastiche, andando invece alla ricerca di una continuità fertile con il passato industriale che nella lezione tratta da quel passato individui il suo stesso limite. Questo limite è che è già troppo tardi per contenere le conseguenze ecologiche non tanto delle nostre scelte politiche, quanto piuttosto delle implicazioni sistemiche della nostra capacità culturale e tecnologica di superare la barriera energetica di tipo fotosintetico attingendo alle riserve nette primarie fossili. Nel 1992 era ancora possibile progettare un mondo a +1,5 °C ma le nostre società avanzate – tutti noi, è bene ripeterlo – hanno preferito una altra direzione. Il lavoro psichico che abbiamo davanti non è dunque la decarbonizzazione, ma l’elaborazione di un pensiero sulla nostra specie e la sua relazione ecologica con il Pianeta.

Amazzonia in fiamme, Panthera: rimasti senza home range 500 giaguari

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A causa degli incendi che da oltre un mese imperversano nella foresta tropicale amazzonica, sarebbero almeno 500 i giaguari rimasti senza un habitat in Bolivia e Brasile, riferisce Panthera Cats. Un pericolo di incalcolabile portata per il futuro di popolazioni già frammentate e per una specie che ha già perso il 40% del suo habitat ed è ora anche minacciata dalla ripresa della caccia di frodo, perché in Asia anche questo gatto, come il leone, comincia ad essere considerato un valido sostituto delle tigre nella medicina tradizionale cinese. Lo scorso 23 agosto le stime erano di 100 giaguari dispersi, ma anche la cifra attuale di 500 esemplari è destinato probabilmente a salire. 

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Spiega Esteban Payan, Panthera South America Regional Director: “Gli incendi sono un grave colpo ad una wildlife estremamente preziosa, alle terre ancora selvagge e alle comunità umane che trovano riparo e sostentamento nelle foreste. I numeri ci dicono che almeno 500 giaguari sono rimasti senza home range o sono anche morti, insieme ad un quantità non definibile di specie più piccole, più diffuse e ancora più vulnerabili. Purtroppo, almeno finché non arriveranno le piogge, la situazione generale è destinata a peggiorare”. 

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(Armadillo gigante)

In Bolivia soprattutto gli incendi hanno divorato una parte consistente di un habitat insostituibile per diverse specie di felini del continente sudamericano. Una ricognizione recente dell’area di Santa Cruz, riferisce Panthera, ha permesso di comparare e sovrapporre le mappe delle porzioni di foresta divorate dal fuoco e quelle degli home range dei felini del cosiddetto “catscape”, un territorio unico di 2 milioni di ettari in cui coesistono 8 specie di gatti: giaguaro, puma, ocelotto, margay, oncilla, jaguarundi, gatto di Geoffrey e gatto delle pampas. A parte il giaguaro, gli altri sono tutti “small cats”, specie magnifiche di cui tuttavia sappiamo ancora molto poco, tutte già estremamente rare. Ocelotto e margay sono stati decimati dalla caccia per via della loro pelliccia maculata fino al principio degli Ottanta. L’oncilla, il jaguarundi e il Geoffrey sono talmente difficili da avvisare che ne esistono solo un manciata di fotografie rintracciabili su Google. 

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(Marsh Deer)

Il quartiere generale di Panthera, il San Miguelito Ranch, si trova proprio a ridosso delle aree in fiamme. Le stime dei giaguari dispersi sono basate sull’assessment del Brazilian National Institute for Space Research (INPE, su 4.281 chilometri quadrati di foresta) e sui dati dello Environmental Secretariat of the Governor’s office of Santa Cruz (raccolti su 2.440.000 ettari di foresta). 

La London Review of Books accusa di nazismo chi osa parlare di sovrappopolazione e dei diritti delle popolazioni native

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(Photo Credit: Extinction Rebellion London, manifestazione del 24 agosto 2019 per protestare contro i roghi nella foresta Amazzonica)

Chi parla di sovrappopolazione umana, di demografia insostenibile e dell’inferno che attende le decine di milioni di uomini e donne che abiteranno le megalopoli di domani su un Pianeta con estati a 50 gradi risponde ad una ideologia politica di tipo nazista, e per questo simpatica ai suprematisti bianchi. È questa la tesi sconcertante pubblicata dalla London Review of Books lo scorso 6 settembre nell’articolo Green and White Nationalism? firmato da Elizabeth Chatterjee. In questo editoriale l’autrice si dichiara convinta che anche l’attenzione per i gruppo etnici in minoranza  – come gli Indios dell’Amazzonia, gli Hadzabe della Tanzania, i San del Kalahari – sia per gli ambientalisti un abile trucco per mascherare un primitivismo più vicino al Nazismo che al riconoscimento di civiltà non occidentali. 

La Chatterjee compila infatti un elenco di nefandezze storiche che a suo dire l’ambientalismo avrebbe commesso alleandosi con il razzismo istituzionalizzato, e quindi considerando gli ecosistemi ancora integri (wilderness) prima un privilegio dei bianchi ai danno dei nativi, e poi un diritto dei benpensanti e dei bennati a danno di masse di poveri confinati nelle periferie dell’ignoranza e del degrado ecologico. Che la netta separazione tra terre selvagge da conservare a qualunque costo, previa espulsione delle popolazioni indigene, sia stato un capitolo del pensiero ecologista sul Pianeta non è in discussione. Ma ricondurre un passaggio storico ad una ideologia dominante e attuale è a dir poco fuorviante: “Il legame tra ambientalismo e razzismo non è nuovo. I romantici avvocati della wilderness antica spesso cercavo di escluderne le popolazioni native in stato di povertà – scrive la Chatterjee – Madison Grant, che collaborò alla fondazione del Bronx Zoo, del Glacier National Park e della Save the Redwoods Leaugue, era anche autore di un trattato sulla eugenetica intitolato The Passing of the Great Race (1916)”. 

Il problema demografico, emerso negli anni Sessanta e Settanta, sarebbe quindi un corollario del razzismo eugenetico, e ancora una volta il nemico numero uno è Paul Ehrlich, professore emerito a Stanford, che nel 1968 pubblicò The Population Bomb e “dipinse New Dehli come un inferno, predicendo che centinaia di milioni di persone sarebbero morte di stenti”. Evidentemente Elizabeth Chatterjee ignora la siccità devastante che non solo questa estate ha ridotto in ginocchio il Chennai, in India, ma che ormai, come ha spiegato il World Resources Institute, è solo un sintomo di un gravissimo stress idrico che ormai affligge 17 nazioni del mondo: “attraverso una nuova modellistica idrogeologica, il WRI ha scoperto che il prelievo di acqua, su scala globale, è più che raddoppiato dagli anni ’60 a causa del crescere della domanda – e che non ci sono segnali di un rallentamento di questa domanda”. Siamo oltre 4 miliardi in più rispetto agli anni ’60.

Il corrente tasso di estinzione delle specie superiore di 10mila volte al normale livello di scomparsa ( il background extinction rate) non è sufficiente, per la London Review of Books, per considerare seriamente la proporzione tra il numero di esseri umani che nascono e muoiono sulla Terra e la relazione di continuità tra lo spazio che accaparriamo per noi e quello che rimane per gli animali. Chatterjee cita poi con disgusto il saggio di Garrett Hardin The Tragedy of the Commons, che Science pubblicò nel dicembre del 1968. Hardin “dichiarava che la libertà di riprodursi è intollerabile e che quindi solo la coercizione avrebbe potuto prevenire il collasso ecologico”. I limiti della libertà sono ormai oggetto di investigazione filosofica, come ho scritto qualche giorno fa commentando il lungo editoriale uscito su Die Zeit domenica scorsa ( Teufel traegt Oeko). Anche un intellettuale altrimenti piuttosto avverso alla sensibilità di sinistra come Peter Sloderdijk ha espresso platealmente la tesi, nel saggio Cosa è successo nel XX secolo ? secondo cui l’approdo finale della crisi climatica, ormai irreversibile, potrebbe essere una dittatura nera e verde al tempo stesso. Nera, perché un regime è pur sempre un regime; verde, perché quando arriveremo alla fine dei trend biologici in atto non avremo più possibilità alcuna di scelta. A quel punto, sarà allora chiaro, del tutto paradossalmente ma non meno realmente, che il prezzo ultimo della libertà assoluta di disporre di noi stessi come ci aggrada è la perdita radicale della libertà in nome della sopravvivenza. La questione della coercizione, e del necessario arretramento della democrazia, non ha dunque nulla a che vedere con gli estremismi, i fascismi, il Nazismo o chissà quale altra tendenza politica genocidiaria, come invece sembra suggerire l’autrice. Si tratta invece di inquadrare storicamente il rischio di dover rinunciare alla democrazia sotto la pressione insostenibile degli esiti ultimi del nostro esercizio della libertà, ossia di una imbarazzante critica della ragione che già Adorno, nel lontanissimo 1946, pose come problema centrale della modernità. 

Per Chatterjee “ il mainstream verde ha un problema: ha stretto alleanza con l’ideologia senza radici del globalismo, esemplificata dall’accordo di Parigi, come ha notato Paul Kingsnorth”. E quindi i Verdi di ogni dove si sarebbero trovati di fronte alla necessità di rafforzare “il sentimento del luogo e dell’appartenenza”, sposando le popolazioni indigene non bianche un tempo lasciate ai loro ghetti. Ecco allora che vanno finalmente bene i Lakota Sioux di StandingRock, come fonte di rinnovata ispirazione. E qui la Chatterjee compie il miracolo logico di un articolo surreale: “Una generazione più giovane di ambientalisti ha respinto una tale enfasi sulla autenticità e sull’appartenenza a un luogo come irrevocabilmente macchiata dai legami con Heidegger e per estensione con il Nazismo”. La prova di queste affiliazioni sarebbe che anche uno psicopatico come Anders Behring Breivik, che nel 2011, in una isola vicino Oslo, uccise 77 persone, si diceva d’accordo con il ritorno alla natura. Ma non basta: siccome anche Marine Le Pen ha dichiarato, a ridosso delle elezioni europee dello scorso maggio, che “i confini sono il più grande alleato dell’ambiente (…) e che chi ha radici nella propria casa è un ecologista, mentre il nomade non si cura dell’ambiente perché non ha patria”, allora i Verdi di ogni partito han da badare a se stessi. Non lo sanno, ma potrebbero nutrire simpatie naziste. 

Un pressappochismo di tal fatta è veramente impressionante e risponde al bisogno dei negazionisti, perché chi nega che la demografia umana sia una faccenda delle più scottanti va a braccetto con coloro che negano il riscaldamento del Pianeta, di screditare le analisi più imbarazzanti sullo stato delle cose con pastoni di informazioni vere, ma prive di correlazioni storiche coerenti con il contesto odierno. Ma forse qui bisogna invece andare a prendere altrove gli estremi del ragionamento. La London Review of Books è una rivista di raffinata cultura letteraria, e c’è da chiedersi quanti di chi vi scrive non abitino a Islington, Kensigton e via discorrendo, lontani anni luce dalle maleodoranti baraccopoli con stronzi che galleggiano in acqua delle megalopoli sul Golfo di Guinea o in India. Oggi è nazista ignorare la necessità urgentissima di parlare di una riduzione delle nascite, perché persistendo in questa forma di negazionismo si condannano milioni di bambini a vivere in condizioni dinanzi alle quali dovremmo tutti desiderare di avere un appartamento nella Los Angeles di Blade Runner 2049. 

Antropocene di Burtynsky Baichwal de Pencier, un documentario poco originale con un messaggio chiaro: dobbiamo smettere di fare figli.

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Le verità ultima del documentario Antropocene – l’epoca umana, filmato da Jennifer Baichwal, Edward Burtynsky e Nicholas de Pencier (l’ho visto ieri in una anteprima per i giornalisti, ma il film sarà nelle sale dal prossimo 19 settembre) l’ha detta un ranger armato della riserva di Ol Peejeta Conservancy, in Kenya: “Siamo custodi, ma anche nemici. Perché anche noi siamo esseri umani”. Tradotto: siamo qui con licenza di sparare sui bracconieri, ma poiché anche noi apparteniamo alla specie umana siamo corresponsabili e correi della mattanza di animali che ci ha condotti alla sesta estinzione di massa. Alla Ol Pejeeta guardano a vista con il Kalashnikov l’ultimo rinoceronte bianco del Pianeta.

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Antropocene è sicuramente un documentario da far accapponare la pelle. Eppure, ho assistito ad uno spettacolo di indifferenza e di ipocrisia anche tra i presenti in sala. Cominciano a scorrere sullo schermo i titoli di coda e già una giornalista dietro di me chiedeva alla sua amica se avesse già fatto l’abbonamento per la rassegna dei film di Venezia. All’uscita, un giovane reporter commentava con aria compita, “ci vuole, deve girare un film così”, riuscendo nella titanica impresa di condensare l’orrore della nostra agnizione di specie assassina con la banalità più cristallina. Nessuna rabbia, nessuna indignazione, nessuna lacrima, nessun dolore. Una apatia incondizionata, per sconfiggere la quale serve, ebbene sì, una rivolta civile. Singolare infatti risulta l’adesione alla promozione del film di Extinction Rebellion Italia, che a differenza di quanto accade nel Regno Unito, non ha ancora bloccato nessuna strada ad alta percorrenza in nessun centro cittadino, né a Roma né a Milano, ma che ha appicciato il suo logo al comunicato stampa. Per essere della partita, pur non avendo nessun programma. Mentre è più comprensibile, nella strategia col maglione di cachemire della zona 1, la partecipazione di Fridays For Future. C’è da chiedersi infatti quanti di questi giovani così impegnati a frequentare i salotti buoni abbiano rinunciato alle vacanze estive per limitare le proprie emissioni serra. 

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Non è un documentario che dica qualcosa di nuovo, questo, almeno per chi mastica regolarmente informazioni sullo stato del Pianeta; mentre è un documentario da vedere per lo spettatore comune, il cittadino ignaro e chiunque voglia finalmente porsi una domanda sul mondo, e smetterla di rosicchiare patatine davanti a Facebook. Siamo nel XXI secolo, ci suggerisce Antropocene, e poiché ognuno è responsabile dell’epoca storica in cui gli è toccato di vivere “il cambiamento comincia dal riconoscere che abbiamo impresso al Pianeta trasformazioni ormai irreversibili”. 

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(Australia, Grande Barriera Corallina: coralli sbiancati dall’acidificazione delle acque oceaniche causata dall’aumento di CO2 in atmosfera).
Costruito come una sequenza di “cornici geografiche” ( la troupe ha girato in 20 Paesi e 43 differenti locations), con una forte impronta fotografica, il documentario esplora una galleria di devastazioni che arrivano ormai a stuprare la conformazione stessa del Pianeta, ossia gli strati geologici e i processi di sedimentazione che in 4.5 miliardi di anni hanno plasmato il globo. Un difetto significativo del film è che il capitolo sull’estinzione arriva a cinque minuti dalla fine, come se la cancellazione degli ultimi 65 milioni di anni di evoluzione non sia la conseguenza indesiderata numero uno di quanto visto nell’ora precedente.

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(Houston, Texas: raffineria)

Anche se le immagini scelte per raccontare la nostra indifferenza per gli altri animali non sono state curate tanto quanto il resto, per quanto riduttiva è eloquente la scelta di filmare l’atteggiamento di decine di bambini viziati e ipernutriti davanti a una tigre di Sumatra in gabbia nello zoo di Londra. Abituare i propri figli a pensare che il posto giusto per gli animali sia una prigione fa parte delle strategie educative del capitalismo avanzato. Ma prepara anche gli adulti di domani al momento in cui gli animali liberi sopravviveranno solo in sparute riserve cintate e controllate da eserciti armati, accessibili solo per i ricchi del Pianeta. I programmi didattici di migliaia di genitori pieni di riverente tenerezza per la propria prole, disposti a condannare a morte una specie di gatto maestoso come la tigre di Sumatra, sono quanto di più aberrante circondi oggi la distruzione della biodiversità.

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(miniera di sali di potassio)

Perù, deserto di Atacama, vasche di decantazione del litio, minerale pregiatissimo indispensabile per le batterie dei cellulari, delle auto elettriche e dei pannelli solari. Guardate questa foto e provate a dire, onestamente, con il cuore in mano, che lo sviluppo sostenibile non è una grande menzogna. Uno dei responsabili dell’impianto, intervistato sull’impatto del proprio lavoro, risponde: “Sono orgoglioso di lavorare per un settore che produce sviluppo per il mondo intero”. 

Nigeria, Makoko, falegnameria sul Golfo di Guinea, punto di raccolta dei tronchi degli alberi da legname pregiato abbattuti nelle ultime foreste dell’interno del Paese. Qui non ci sono le macchine ciclopiche che scavano e grattano carbone dalla miniera di Hambach, Germania. Qui c’è la forza delle braccia di decine di uomini che spingono a mano tonnellate di tronchi sotto le seghe. A loro non rimarrà quasi nulla di questa impresa maledetta, che è tagliare tutte le foreste per le case di lusso dell’uomo bianco. Una scenario di crudeltà senza vie di uscita, auto-inflitta, coloniale, che dice, non siamo mai usciti dalla piantagione della Virginia, perché la piantagione è il Capitalismo stesso. Donne e ragazze portano canestri stracolmi di segatura e li riversano su una montagna di trucioli che è lo scarto finale delle decine di migliaia di anni impiegati dalla foresta tropicale della Nigeria per diventare quello che è oggi. 

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Lagos, Nigeria. Congregazione di credenti cristiani in festa. La sovrappopolazione, risultato finale della distruzione, dovuta al colonialismo, delle società autoctone e dei loro equilibri economici, come spiega Felwine Sarr in Afrotropia, si esprime in questa chiesa ignara del proprio numero, diventata indifferente al traffico infernale di Lagos, alla spazzatura, alla disoccupazione, all’estinzione delle foreste esattamente come l’addetto alla produzione del litio si sente orgoglioso di contribuire al successo planetario della Apple. 

Discarica di Dandora, Kenya. La discarica di spazzatura e plastica più grande del Kenya e la più grande dell’Africa. Un camion carico di sacchetti transita a passo d’uomo tra pareti di immondizia, su una strada di fango, sdrucciolevole, nera, fangosa, la terra che un tempo era savana ridotta a pattumiera. Qui vivono 250mila persone. Qui lavorano 6mila persone. E ancora, una donna intervistata dice rivolta a noi: “Sono orgogliosa di lavorare nella discarica più grande del continente”. Lo voglio scrivere chiaro: di fronte a queste immagini, in Occidente, dovremmo vergognarci a fare figli. E chiunque faccia un figlio senza pensare a queste cose, non è solo un incosciente. È un collaborazionista. Commette un reato. E un giorno sarà maledetto. 

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Rogo di avorio, Kenya. Nel 2016 il Presidente del Kenya, Ururu Kenyatta, presiedette alla distruzione di 100 tonnellate di avorio, corrispondenti a 10mila elefanti, per un valore di 150 milioni di dollari. Una attivista per la protezione degli elefanti intervistata sul significato di questo rogo di elefanti, risponde: “Su una di queste zanne c’è scritto Amboseli. È il parco nazionale dove ho lavorato per un periodo anni fa. Non posso più fare niente perché questo elefante non venga ucciso, ma farò tutto ciò che posso per evitargli di essere de-sacrilizzato e di diventare un soprammobile”.

Norilsk, Siberia, impianto per la fusione di materiali siderurgici. Se l’inferno ha una volto, questo volto corrisponde alle fonderie in cui centinaia di uomini consumano le loro vite per produrre la materia prima di macchine e dispositivi che faranno fuori altre comunità, altri villaggi, altre specie.

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Una catena di produzione della distruzione ricondotta a funzione matematica, a protocollo, a organizzazione. “Il problema è che qui non c’è ossigeno, perché non c’è neanche un albero”, dice una voce fuori campo, mentre tu vedi alcuni giovani che fanno il bagno in un fiume del colore della merda, nella città più inquinata della Federazione Russa. L’essere umano si abitua a qualunque cosa, anche ad un impiego ad Auschwitz, ed è per questo che è altamente probabile che ci abitueremo anche a un Pianeta simile ad un immenso campo di sterminio. 

 

Hambach, Germania. La miniera di carbone e la sua macchina escavatrice di proporzioni record (è la più grande del mondo, ci lavorano sopra 12 operai) mangia, divora, e vuole terra.

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E allora i villaggi vicini, un tempo dediti alla coltura delle carote, vengono mandati via, espropriati, le loro case abbattute, e anche la chiesa viene tirata giù, perché al presente assoluto dell’annichilamento della vita nulla deve sfuggire, neppure la tradizione, la religione, la memoria, il ricordo. Niente. Questo è il presunto progresso: uccidere il passato (la vita biologica ha un passato perché l’evoluzione avviene nel corso del tempo) per dare i viventi in pasto al mostro di un presente suicidario.  

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TRAFFIC, venti compagnie ittiche stanno decimando le popolazioni di squali e razze negli oceani del Pianeta

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Nonostante la storica decisione della CITES, all’ultima conferenza delle parti tenutasi a Ginevra (Cop 18) lo scorso agosto, di listare gli squali mako in Red List, limitandone così la caccia e il commercio, uno studio speciale di TRAFFIC – An overview of major shark traders, catchers and Species di  Nicola Okes e Glenn Sant- pubblicato oggi presenta ancora un quadro complessivo estremamente drammatico per il futuro degli squali, e delle razze, del Pianeta. Gli autori hanno monitorato – si legge nel report – le 20 più importanti compagnie specializzate nella cattura di fauna ittica del mondo e le tendenze che i prodotti derivati dalla carcasse di squalo hanno seguito in due periodi di tempo, dal 1990 al 2003 e poi dal 200o al 2007. I dati raccolti hanno permesso di meglio analizzare quanto è successo nell’ultimo decennio considerato, dal 2007 al 2017.

Ogni anno vengono catturate quasi 600mila tonnellate cubiche di questi animali marini ogni anno, e a spartirsi il bottino sono soltanto 20 compagnie, colossi globali della pesca e del commercio ittico: l’80% del pescato di queste compagnie nel periodo 2007-2017: “quasi l’80% delle catture  è avvenuto nell’Oceano Atlantico e nei mari adiacenti, il 33% nel Pacifico (soprattutto centro occidentale) il 27% nell’Oceano Indiano. 

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I passaporti di questi venti colossi della pesca grossa a squali e razze sono sorprendentemente vari, e in ordine di milioni di tonnellate cubiche di pescato: Indonesia, Spagna, India, Messico, Stati Uniti, Argentina, Taiwan, Malesia, Brasile, Nigeria, Nuova Zelanda, Portogallo, Francia, Giappone, Pakistan, Iran, Peru, Corea, Yemen, Ecuador. L’Indonesia è al primo posto con oltre 110 milioni di tonnellate cubiche. 

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Stiamo parlando di un gruppo di specie particolarmente sensibile al rischio di estinzione. La pesca globale analizzata nel report riguarda 153 specie e 28 gruppi tassonomici (squali, razze e chimere insieme), di fatto una enormità che insiste su una condizione generale di queste famiglie tassonomiche già decimate nei decenni passati. Il 17% degli squali e delle razze è listato in Red List come “criticamente minacciato”, “in pericolo” e “vulnerabile”; a ciò va aggiunto che un altro 13% è ormai “quasi minacciato” e che i dati a disposizione non sono completi e attendibili per il 47% delle specie. In numeri, 14 specie di squali e 27 specie di razze sono in Appendix II, e possono ormai essere catturati solo attraverso il sistema di permessi CITES. “Gli squali sono particolarmente vulnerabili all’over-fishing a causa della loro crescita molto lenta – spiega TRAFFIC – una maturità completa che arriva relativamente tardi e una bassa fecondità. La loro grande distribuzione territoriale e la natura migratoria pongono ulteriori difficoltà nello sforzo di implementare misure efficaci per prevenire il loro eccessivo sfruttamento. Soltanto il 23% delle specie di quali e di razze è considerato a bassa preoccupazione dalla Red List, la proporzione più bassa tra tutte le specie di vertebrati”. 

Alla faccia di molte nobili dichiarazioni di intenti – la Cina ne ha bandito l’importazione nel 2011, con un crollo di mercato dell’80% – la zuppa a base di pinne di squalo continua ad essere, nell’Asia orientale, una preparazione gastronomica estremamente popolare e ricercata, sopratutto nelle occasioni di festa e nelle cerimonie, riferisce TRAFFIC. Secondo dati FAO queste abitudini alimentari c’erano già negli anni Cinquanta, ma, in aggiunta ai gusti asiatici, quello che sta davvero cambiando sono le rotte commerciali della carne di squalo e di razza: “Su scala globale, le flotte di pesca industriale e artigianale riforniscono i mercati in Asia di pinne di squalo e di razza; invece, la carne di questi stessi squali viene sempre di più dirottata lungo canali di approvvigionamento separati, che alimentano la crescente domanda in Europa e Sud America”. 

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Tra il 2000 e il 2016 “una media di 16.177 milioni di tonnellate cubiche per anno di prodotti derivati dallo squalo sono stati importati in questa regione asiatica per un valore complessivo di 294 milioni di dollari. L’importatore più cospicuo è Hong Kong ( 9.069 milioni di tonnellate / anno), seguito dalla Malesia – riporta sempre TRAFFIC – (2.556 milioni di tonnellate/anno), dalla Cina continentale (1.868 milioni di tonnellate/anno) e infine da Singapore (1.587 milioni di tonnellate/anno).

“Un certo numero di specie protette dai regolamenti CITES sono prese in considerazione in questo rapporto, e tra di esse c’è lo squalo argenteo ( Carcharhinus falciformis) e lo squalo blu ( Prionace glauca). Nel solo 2017 ne sono stati cacciati, di quello blu, 103.528”. Al di là delle comprensibili raccomandazioni per un uso maggior sostenibile della carne di squalo, di cui la cornice giuridica CITES costituisce un efficace strumento internazionale, rimane da chiedersi se sia mai possibile, con questi numeri, puntare a una pesca che abbia davvero caratteristiche compatibili con la sopravvivenza di 28 gruppi tassonomici. Sono infatti indici di proporzione che, da sole, bastano a dare l’idea di una estinzione di massa più che plausibile. La fame di proteine animali è in crescita in un Pianeta sovrappopolato di esseri umani, una condizione ecologica de facto insostenibile che va a sommarsi a mode gastronomiche probabilmente accettabili con qualche miliardo di esseri umani in meno seduti a tavola. 

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(Vicino Wolf Island, Galapagos Islands. Photo: Daniel Versteeg / WWF)

Photo Credit: TRAFFIC.