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Forse in Botswana le origini di Homo sapiens (e della libertà)

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Il 28 ottobre è uscito su Nature ( “Human origins in a southern African palaeo-wetland and first migrations”) uno studio paleonantropologico estremamente suggestivo: la culla geografica di tutti gli esseri umani moderni sarebbe in Botswana, in una area oggi collocabile tra il delta del fiume Okavango e le regioni aridissime dei Makgadikgadi Salt Pans, al centro del deserto del Kalahari. Homo sapiens così come lo conosciamo, la specie, cioè, in grado di colonizzare e dominare tutto il Pianeta, non sarebbe nata nell’Africa Orientale, ma in Botswana. I nostri progenitori sarebbero dunque una piccola comunità di cacciatori raccoglitori di 200mila anni fa geneticamente affini ai Khoisan, o boscimani, che in poche migliaia ancora abitano il Botswana centrale e meridionale. Questo studio, che ha immediatamente suscitato dibattito e non sempre consenso tra gli esperti, non si basa sulla comparazione di reperti fossili, ma sulla analisi del mitogenoma, ossia del dna mitocondriale di 1217 individui appartenenti a diversi gruppi etnici africani. 

Il dibattito sul tassello numero uno del puzzle evolutivo umano attraversa una fase particolarmente fertile di ipotesi. E incrocia la discussione sul futuro del Pianeta, aggiungendo elementi di peso filosofico alla ricostruzione della nostra identità primaria, che è poi quella di specie. Questo è il motivo principale per cui vale la pena parlarne senza indugi, salvaguardando tutta la complessità dell’argomento. 

Nel suo articolo su Scientific American sulle novità dal Botswana, Richard Conniff ha ricordato un secondo studio, pubblicato sempre su Nature ( il 10 settembre scorso: “Deciphering African late middle Pleistocene hominin diversity and the origin of our species”). Gli autori avvertono che “le origini di Homo sapiens rimangono oggetto di controversia. L’estensione dello schema geografico della diversità morfologica fra gli ominidi africani nel periodo centrale del tardo Pleistocene è in parte sconosciuta, fatto che preclude una definizione precisa dei limiti di variabilità dei primi Homo sapiens e della interpretazione dei fossili presi uno per uno”. Sappiamo cioè ancora molto poco non solo dei primi Sapiens, ma dei contesti geografici in cui si sono evoluti e se tra le singole popolazioni ci fossero delle differenze. Il processo evolutivo che ha condotto a noi, questo pare chiaro, fu complesso ed esistettero, nel contesto africano, linee di derivazione diverse: non tutte contribuirono a dare origine ad Homo sapiens. “Sulla base dei fossili disponibili, Homo sapiens sembra essere nato dalla confluenza di popolazioni-fonte dell’Africa meridionale e orientale, mentre i fossili nordafricani potrebbero rappresentare una popolazione che confluì per ibridazione nei Neandertal durante la fase mediana del tardo Pleistocene”. In generale, la cornice teorica sulla questione dell’origine dei Sapiens è stata profondamente modificata, si legge in questo studio, non solo dalle ultime scoperte, ma anche da diverse tecniche analitiche, compresa la paleo-genetica. Secondo l’ipotesi che colloca in Botswana la culla della nostra specie, ci furono due grandi migrazioni, entrambe collegate ad alterazioni climatiche, che spinsero i Sapiens verso altre regioni del continente: la prima, 130mila anni fa, verso nord-est, in una fase più umida; e la seconda, attorno ai 110mila anni fa, verso il sud ovest. I fossili rimangono però indizi fondamentali nella ricostruzione di un passato cruciale per tutto il Pianeta ed è sulla non sufficiente considerazione dei resti fossili (e della loro provenienza), a tutto vantaggio delle evidenze genetiche, che, ad esempio Ian Tattersall – raggiunto via email – esprime i suoi dubbi sulla rilevanza complessiva dell’ipotesi Botswana. Dice Tattersall: “Ritengo molto probabile che gli esseri umani moderni siano i discendenti di una piccola popolazione ancestrale collocata in Africa. Il Botswana potrebbe andare bene, come molti altri luoghi. Ma a questa distanza nel tempo, e sapendo che le popolazioni umane tendono a spostarsi e a mischiarsi, è inverosimile che quanto è registrato nel dna mitocondriale potrà decidere in via definitiva questo interrogativo”. 

Quando osserviamo le grandezze temporali in gioco nelle linee di discendenza che hanno prodotto prima le scimmie antropomorfe del Miocene, poi le australopitecine, quindi Homo erectus e poi, in qualche luogo e per qualche motivo, Homo sapiens, la immensità del tempo geologico ed evolutivo ci sommerge. Quasi trenta milioni di anni per giungere agli ultimi diecimila in cui è cambiata letteralmente ogni cosa. Eppure, è proprio in questa enorme distanza spazio-tempo che possiamo provare a comprendere quanto casuale e imprevista sia stata la nostra comparsa, in mezzo a specie che ci assomigliavano, ma che non erano “umani” nel senso che attribuiamo a questa parola. La sensazione quasi istintiva di potere che proviamo oggi quando contempliamo gli altri animali è solo un prodotto secondario della nostra evoluzione. Molto più semplicemente, se ci guardiamo alle spalle, possiamo ricostruire occasioni adattative e soluzioni anatomiche che, come negli esperimenti condotti in un grande laboratorio, hanno infine tentato la sorte con Homo sapiens. L’incertezza scientifica, la sostanziosa mancanza di fossili, che grava sui passaggi cruciali di questa storia evolutiva, può anche rappresentare un vuoto fondamentale della nostra coscienza. Ci sono molte lacune nella nostra identità, non sappiamo tutto di noi e quindi siamo costretti a fare i conti con dubbi morali sempre più enigmatici sul posto che occupiamo sul Pianeta e sulle scelte che compiamo.  Siamo coinvolti nel nostro stesso buio, in una tenebra che è emozionante, e che però dà anche le vertigini. Abbiamo imparato ad essere radicalmente liberi, ma non sappiamo con precisione da dove ci venga questa passione per la libertà. 

Quello che, invece, sappiamo è che le indagini paleontologiche sulle origini umane ci pongono faccia a faccia con gli antenati. Specie estinte che stanno sulla nostra linea di derivazione, padri fondatori, generazioni di pionieri (come i pittori della grotta di Chauvet di 36mila anni fa): tutti soggetti, ossia protagonisti, di un passato che non smette di dare forma al nostro presente attraverso i vincoli biologici della nostra identità più profonda. Dal punto di vista morale dunque, oltre che scientifico, non esiste discorso sul futuro che non sia anche un discorso sul passato. 

Il pensiero africano contemporaneo ci può essere di grande aiuto per inquadrare correttamente il ruolo della evoluzione nella definizione delle nostre attuali responsabilità, perché in molti pensatori africani è ancora vivo un problema teoretico che in Europa consideriamo (a torto) superato, ossia il problema di dove mettere il passato, di come dargli valore senza rinnegare il futuro. L’economista e filosofo senegalese Felwine Sarr esplora spesso questi argomenti e anzi li pone al centro del movimento di rinnovamento della coscienza collettiva africana. Come è facilmente intuibile, l’analisi della condizione culturale e psicologica delle nazioni africane è segnata dalla frattura coloniale. Ma Sarr ragiona in realtà su di un aspetto della questione del passato che coinvolge tutti noi uomini e donne del XXI secolo su di un piano di responsabilità storica sottovalutato in Europa. Qualunque passato umano è ormai costellato di delitti e atrocità, in ogni continente. Proprio per questo, sostiene Sarr, “la condizione della vera crescita e della creatività si deve ancorare al diventare più antichi e anche più nuovi. Su questo rapporto il lavoro di memoria, di storia, di riconciliazione con le multiple fonti della propria identità ma anche recupero e riordino è imperioso”. 

È un discorso africano, è vero, che però, seguendo la sollecitazione di Wole Soynka a chiedersi che cosa l’Africa possa fare per il mondo oggi, può avere una sua coerenza anche per noi e mostrarci una strada. Un discorso sugli antenati ( paleo-antropologico e genetico) è indispensabile, se vogliamo provare a costruire un discorso nuovo sul Pianeta, i suoi animali, i suoi habitat e il suo futuro. È, per citare ancora Soynka, “self apprehension”: capire se stessi appropriandosi di se stessi. In un prisma temporale. 

Avvertenza: per tutti gli interessantissimi dubbi sulla ipotesi Botswana Richard Conniff mi ha consigliato di leggere questa analisi uscita su The Atlantic.