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Sulle orme di Von Humboldt sull’Isola dei Musei di Berlino

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In preparazione della spettacolare mostra sui fratelli Alexander e Wilhelm von Humbold al DHM – Deutsches Historisches Museum di Berlino (inaugurazione il prossimo 19 novembre) cresce di intensità nella capitale tedesca il dibattito sul ruolo dei musei nell’Europa che verrà.  Alexander fu un geniale ed avventuroso geografo, tra i messimi esploratori dell’America Latina; suo fratello Wilhelm, invece, scelse la strada degli studi umanistici e si dedicò alla filosofia ed alla linguistica. Due menti affini, poliedriche, che seppero esprimere le due anime profonde dell’Europa tra il XVIII e il XIX secolo, passaggio decisivo nella costruzione della modernità economica e scientifica. Due biografie che, da sole, ci raccontano delle contraddizioni implicite nella spinta espansionistica del vecchio continente, fatta di schiavismo, scoperte botaniche e geologiche, rapacità commerciale e una intuizione raffinatissima sul posto dell’uomo nel cosmo. 

In una epoca di estinzione i musei stanno ritornando ad essere, nonostante la retorica low cost dell’intrattenimento di massa, ciò per cui furono progettati ormai secoli fa: luoghi in cui è possibile, nello sgomento e nella fascinazione, scoprire le cause remote delle attitudini culturali umane che ci hanno condotto al nostro sconvolgente presente di distruzione del Pianeta. Qualunque tipo di museo è coinvolto in questo processo di auto-riconoscimento (le tracce del nostro ingegno, delle nostre conquiste e delle nostre elaborazioni morali sono ovunque), ma un ruolo senza dubbio singolare lo hanno, ormai, le collezioni etnologiche di Berlino, che dicono con sconcertante attualità quanto sia indispensabile ripensare la nostra relazione con il continente africano. La crisi migratoria in corso ci obbliga infatti a chiederci con urgenza chi siano i popoli con cui abbiamo a che fare e per quale motivo sembra che l’unico atteggiamento possibile nei confronti dell’Africa, per buona parte degli Europei, sia di pietistica commiserazione. Per questo la mostra sui fratelli Von Humbold arriva al momento giusto nel posto giusto. 

Al centro di quell’impressionante “acropoli della memoria e del futuro” che è, oggi, l’Isola dei Musei di Berlino. 

L’attitudine all’esplorazione degli Humboldt è alla radice dell’impresa economica moderna, cioè la costruzione di un capitalismo transoceanico in grado di connettere tutti i mercati del globo. Ma è anche il carattere originario dell’esperienza scientifica. La scorsa primavera SCIENCE ha pubblicato un vasto reportage che svela la verità delle nostre collezioni scientifiche: per i primi naturalisti del ‘700 era indispensabile appoggiarsi ai capitani in forza sulla rotta degli schiavi per recuperare piante, animali, ossa, insetti che poi divennero, nelle capitali europee del nebbioso nord, reperti. In maniera non diversa l’etnologia ottocentesca nasce in un clima di curiosità ed esotismo, razzismo e ferrea volontà di studio, ma è proprio la sua ansia descrittiva che ha finito con l’acconsentire alla rapina di oggetti d’arte africana, gli stessi che ora sono custoditi nei principali musei europei. Capolavori rubati, trafugati, sulla cui restituzione si rincorrono oggi pareri discordanti. Felwine Sarr, l’economista e filosofo senegalese incaricato nel 2018 dal presidente francese Emanuelle Macron di stilare, insieme alla storica Bénédicte Savoy, un rapporto speciale sulla questione della restituzione, ha spiegato l’intera questione a DIE ZEIT con una chiarezza encomiabile: “ Si tratta di rifondare una relazione tra Africa ed Europa. La questione della restituzione è soltanto il primo livello di un dibattito non così interessante. La terza parte del nostro Rapporto (ndr, per Emanuelle Macron) è, a onor del vero, la più importante, ma anche la meno discussa. Di solito nessuno la legge. Eppure qui noi abbiamo parlato di nuovi legami etnici e della loro chance di divenire effettivi. Poiché gli oggetti, è questo, sono ormai parte tanto dell’Africa quanto dell’Europa. Sono oggetti rituali, ma sono anche pezzi da museo. Se prendiamo sul serio questa forma di ‘creolizzazione’, allora questi oggetti possono essere interpretati come dei mediatori, degli strumenti, per ricostruire la storia e avvicinare l’una all’altra Africa ed Europa. Soltanto a quel punto saremo in grado di trovare un terreno comune di cooperazione e rispetto”. 

La collega di Sarr, Bénédicte Savoy, è una delle curatrici della mostra su Humboldt. Di tutto questo non c’è traccia sui giornali italiani, benché il nostro Paese sia dal 2013 al centro del tifone tropicale delle migrazioni dall’Africa all’Europa. Quando si tratta di Africa, la stampa nostrana o insiste su retoriche da sinistra obsoleta (dedita al piagnisteo piuttosto che alla analisi della realtà) o, all’opposto, dà spazio ai deliri razzisti della destra semianalfabeta. Si ottiene così l’obiettivo inconscio di perpetuare gli stereotipi sull’Africa tipici degli anni Settanta e Ottanta (africani poveri, malnutriti, morti di fame, che non potrebbero mai avere qualcosa da dire alla coltissima Europa). Non è un caso che un discorso del genere permei ogni partito politico, come si è visto a ottobre nella Leopolda di Firenze, trampolino per Italia Viva. Matteo Renzi s’è lanciato in una concione sulla necessità di aiutare a casa loro gli Africani, installando però milioni di pannelli solari europei nel deserto del Sahara in modo da ottenere, a casa altrui, la nostra indipendenza energetica. Questa narrativa Renzi la sfrutta anche sulla sua pagina Facebook. Domenica 3 novembre ha postato un articolo di giornale (probabilmente dal Corriere della Sera), di sapore neocoloniale ( Eni, Coldiretti e Bonifiche Ferraresi che investono sull’agricoltura sostenibile in Ghana): “L’unico modo per gestire l’immigrazione è investire in Africa. Farlo come Europei, non lasciarlo fare ai cinesi. Aiutarli a casa loro, si direbbe con uno slogan. Eni, Coldiretti e Bonifiche ferrarei ci stanno provando sul serio. Bravi!”. Quindi il messaggio è chiaro. Essendo incapaci di sviluppare un proprio modello economico post capitalista, i paesi dell’Africa occidentale come il Ghana vanno ricolonizzati seguendo le linee guida (già viste) dell’esportazione dello sviluppo. Tacendo delle voci africane, come Sarr, che rivendicano il diritto dell’Africa di pensare da sola, di riscoprire la propria autonomia di rappresentazione nel XXI secolo. Questo neocolonialismo ignorante e suicida (i cambiamenti climatici imporranno la loro agenda all’Europa, attraverso le genti africane, nonostante le sparate da boy scout cattolico di Matteo Renzi) può essere sconfitto esplorando gli oggetti di un museo. Nel tempo dell’estinzione, delle macerie e della memoria, le tracce dei nostri atteggiamenti culturali più spietati e antichi stanno nei musei, nei libri, nelle opere d’arte. In ciò che abbiamo creato, o rubato, mentre imparavamo a diventare sempre più crudeli, con il Pianeta e i nostri simili. 

Intanto, in attesa della conferenza stampa di inaugurazione della mostra al DHM, è uscito in Germania il libro dello storico storico americano H.Glenn Penny: Sulle orme di Humboldt. La tragica storia della etnologia tedesca”. Glenn si sofferma sulla figura di Adolf Bastian, un ex medico di marina che negli ultimi 25 anni dell’Ottocento fondò le collezioni berlinesi sulla scorta di una idea oggi dismessa di raccolta museale: una iper-collezione, un Museo dei Popoli, e cioè il museo universale dell’umanità tutta. Bastian non credeva quindi che il museo dovesse essere una platea di oggetti esotici in mostra, ma una officina in grado di produrre conoscenza. La sua impostazione, per Glenn, è andata persa a tutto vantaggio della concezione del museo come prodotto preconfezionato senza un largo orizzonte. Di qui la sua opposizione allo Humboldt Forum: “sarà solo una altra collezione senz’anima, con in più un bar per bersi un espresso”. L’alternativa dovrebbe assomigliare alle speranze di Adolf Bastian: fare di questo luogo un posto in cui apprendere la storia delle sue collezioni, con l’aiuto di curatori e studiosi di quei Paesi da cui gli oggetti artistici provengono. Per ora, non è affatto cosa da poco che nella fredda Berlino di inizio inverno le quasi perdute foreste tropicali dell’Africa centrale ed Occidentale abbiano una voce, che rincorre le nostre voci, che cercano la sua.