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ESCLUSIVA – L’impatto umano sulle specie minacciate si estende ormai sull’84% della Terra

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(Niassa, Mozambico: pratica dello slush and burn, abbatti e brucia, per liberare terreni adatti all’agricoltura)
È appena uscita su PLOS BIOLOGY (“Hotspots of human impact on threatened terrestrial vertebrates”la prima analisi globale degli impatti delle attività umane su 5.475 specie minacciate calcolata sulla aree geografiche di distribuzione di queste specie. Lo studio ha cioè verificato in quali regioni del Pianeta gli otto principali fattori di distruzione delle biodiversità si sovrappongono alla presenza di popolazioni animali a rischio di estinzione. Gli autori hanno preso in considerazione 1277 mammiferi, 2.120 uccelli e 2.060 anfibi, identificando gli “hotspot” della Terra, ossia le regioni dove la biodiversità è maggiormente sotto pressione, e anche i “cool spot”, le zone-rifugio, dove invece specie più resilienti hanno maggiori possibilità di sopravvivere nei decenni a venire.  

Comprendere secondo quali schemi spaziali e geografici la pressione umana coincide con le specie maggiormente sensibili al risciò di estinzione è determinante per pianificare gli sforzi di conservazione. E per stilare l’elenco, purtroppo, delle priorità. Mappare le minacce alla biodiversità non è sufficiente: bisogna capire, questo l’intento dello studio, dove l’intensità del disturbo umano coincide con la presenza di una popolazione cruciale per la sopravvivenza a lungo termine di una specie. 

Moreno Di Marco, ricercatore presso il CSIRO Land & Water, EcoSciences Precinct, di Brisbane Australia e alla Sapienza di Roma, co-autore della mappatura, spiega: “Nell’approccio che abbiamo utilizzato le specie minacciate sono osservate in correlazione spaziale con i processi distruttivi che le minacciano e a cui esse sono sensibili. L’associazione spaziale innesca un impatto sulla specie che si trova a fronteggiare insieme una o più minacce. Uno hotspot è una area in cui questi impatti, che agiscono sulla specie, possono essere individuati: un alto numero di specie che coesistono con un alto numero di minacce prodotte dall’uomo. Invece i cool spot sono quelle aree che ospitano sì un alto numero di specie minacciate ma in assenza delle minacce che sono direttamente collegate a loro, e perciò funzionano come rifugi”. 

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I risultati di questo studio sono, ancora una volta, molto cupi: “In media, il 38% del range di distribuzione di una specie è sottoposto agli effetti di uno e più fattori di minaccia. I mammiferi sono il gruppo tassonomico più colpito, il 52% del loro home range è ormai soggetto a minacce di forte impatto. Preoccupante è che un quarto di tutte le specie considerate subisce le conseguenze di una qualche minaccia su più del 90% del proprio areale. Solo un terzo di tutte le specie è al sicuro”. I driver di distruzione presi in considerazione sono quelli ufficiali della “Impronta umana”, la human footprint, riconosciuti dalla IUCN e pubblicati nel 2016 su Nature: edifici e costruzioni, campi coltivati, pascoli, la densità demografica umana, le luci notturne, le ferrovie, le strade a larga percorrenza come le autostrade, il traffico marittimo. Insomma, il complesso delle attività commerciali e industriali che sostengono gli insediamenti umani in continua espansione. 

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(Credits: WCS by Paul Mulondo)

“L’impatto umano sui vertebrati già minacciati è ubiquo e si estende sull’84% della superficie terrestre. Ci sono forti variazioni spaziali, con un picco allarmante nell’Asia del Sud Est, e anche negli hot spot gli effetti differiscono tra gruppi tassonomici distinti. La Malesia è il punteggio più alto sulla media calcolata (125 specie colpite), seguita dal Brunei e da Singapore (rispettivamente 124 e 112)”. Le foreste tropicali umide a latifoglie del sud est del Brasile e Indonesia si collocano al secondo posto fra i biomi maggiormente disturbati. L’Europa e il Centro America emergono come hot spot globali soprattutto per i mammiferi e per gli anfibi. L’impatto sugli uccelli è omogeneo, con picchi di interferenza grave nel sud est Asia e anche del sud est del Sudamerica. Le mangrovie hanno la più alta proporzione di specie compromesse (61-3%), seguite dalle foreste temperate a latifoglie e le foreste miste (60.7%). Di contro, come è intuibile, la tundra e la foresta boreale ha le percentuali più basse (14.6% e 29%, rispettivamente). 

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(Tsavo, Kenya)

Un punto molto interessante dello studio è la coesistenza, all’interno, di una stessa area geografica di specie minacciate e di specie invece che in quella area hanno trovato un rifugio, un cool spot in gergo tecnico. Una condizione che riguarda l’80% del Pianeta. Il rischio di estinzione è infatti una funzione sinergica tra le caratteristiche intrinseche di una specie e il tipo di minaccia presente. In altre parole, non tutte le specie rispondono in maniera identica ad una stessa minaccia a ragione del proprio tipo di adattamento e dei propri tratti ecologici. Ad esempio, in Sudafrica i grandi felini, come i leoni, hanno grosse difficoltà, mentre un felino di medie dimensioni, il serval, rivela uno studio recente condotto in un impianto petrolchimico a 130 chilometri da Johannesburg, prospera nelle aree industriali dismesse: “Questo è un buon esempio. In generale, una strada o una ferrovia possono avere effetti devastanti per i mammiferi che tentano di attraversale, ma non per gli uccelli che le volevano sopra – dice James Allan, tra gli autori della ricerca uscita su PLOS BIOLOGY, della School of Earth and Environmental Sciences, University of Queensland, Australia, un esperto nella mappatura degli habitat wild – Oppure, considera i pascoli, in Africa: i grandi mammiferi come i leoni e gli erbivori come le zebre possono coesistere con le mandrie, ma gli anfibi delle pozze d’acqua no. Gli hot spot e i cool spot si susseguono l’uno con l’altro in conseguenza della ricchezza di specie: dove ci sono molte specie, osserviamo che l’impatto delle minacce studiate è simultaneo su molte di esse e che tante altre invece ne sono al riparo. Questo si osserva bene in Brunei, che ha la media più alta come rifugio di specie: è incredibilmente ricco e quindi le sue foreste risultano meno compromesse delle loro analoghe in Malesia e Indonesia”. Tra questi rifugi ci sono la Liberia, in Africa, per i mammiferi e gli anfibi, e le Ande, in Sud America, dove sopravvive, in popolazioni frammentate, il magnifico gatto andino (Leopardus jacobita): “Abbiamo incluso moltissimi felini nel nostro studio, perché sono quasi tutti ormai minacciati”, spiega Allan. 

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(Western Ghats, India)

Aggiunge Moreno di Marco: “Nella nostra ricerca abbiamo scoperto che queste aree sono sia hot spot che cool spot per diverse specie. Si tratta di aree molto ricche, ma su cui insistono solo alcune minacce specifiche con effetti diretti sulle specie, come ad esempio la caccia eccessiva, e non invece la perdita di habitat.  Qui, molte specie minacciate sono in declino ma ci sono anche altre specie in difficoltà che possono vivere senza la pressione di minacce per loro significative”. 

Le implicazioni di questo censimento sulla conservazione sono piuttosto importanti. Di nuovo, si pone l’accento sul fatto, cruciale eppure sistematicamente ignorato, che “la frammentazione riduce la proiezione di habitat particolarmente adatti alla distribuzione di certe specie, riducendo i loro movimenti e aumentando il loro rischio di estinzione”. Due punti sono determinati sul futuro: primo, gli sforzi di protezione daranno benefici se terranno conto dei rifugi di biodiversità rimasti e, secondo, questi stessi rifugi sono i luoghi critici perché le specie sviluppino gli adattamenti loro richiesti da un Pianeta in rapidissima trasformazione. 

 

ESCLUSIVA – I territori ancora selvaggi sono in estinzione tanto quanto le specie animali, avvertono gli ecologi su NATURE

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(Credits: Julie Larsen)

Le terre selvagge rimaste sul nostro Pianeta – la wilderness – stanno diventando sempre più importanti nel controbilanciare gli effetti dei cambiamenti climatici e nell’assicurare la sopravvivenza di noi umani fornendo servizi ecosistemi essenziali. Eppure, sono in estinzione, ed è urgente parlare di una crisi di estinzione della wilderness, analoga alla crisi di estinzione della biodiversità. Questa la inquietante conclusione di uno studio iniziato nel 2009 e pubblicato domani su Nature ( volume 563, 1 novembre 2018, Protect the last of the wild) da un gruppo di ricercatori che hanno costruito una mappa delle ultime wilderness del Pianeta. 

L’allarme arriva a 48 ore di distanza dall’uscita del Living Planet 2018 del WWF, che mostra come in meno di 50 anni le popolazioni di vertebrati non domesticati sia crollato del 60%. 

Soltanto un secolo fa, rivela lo studio di Nature, usavamo il 15% del Pianeta per l’allevamento e l’agricoltura. Oggi il 77% delle terre emerse (esclusa l’Antartide) e l’87% degli oceani è ormai stato modificato dalle attività umane. Nonostante questo, le terre selvagge non godono ancora  di uno status politico concreto: “il contributo degli ecosistemi intatti non è stato ancora inserito in nessuna cornice politica internazionale, ad esempio il Piano Strategico per la Biodiversità delle Nazioni Unite oppure l’accordo di Parigi sul clima”. James Allan, postdoc e fellow research alla School of Biological Sciences della University of Queensland, St. Lucia, Australia, tra gli autori dello studio, mi spiega infatti: “Il consenso scientifico attorno all’importanza delle aree wilderness è recente ed in crescita e non era ancora mainstream al tempo degli accordi di Parigi. Inoltre, prima che le nostre mappe fossero pubblicate, nessuna delle nuove aree definibili come wilderness era ancora così minacciata. C’era una mal comprensione dovuta al fatto che queste aree erano lontane dalle persone, che quindi non ne erano direttamente danneggiate. Le mappe hanno invece mostrato che quelle terre selvagge venivano distrutte e che era urgente proteggerle. Dovremmo essere sicuri che nei prossimi summit la wilderness sia inclusa nei negoziati”. 

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(Credits: Julie Larsen)

Per mappare la wilderness del Pianeta sulle terre emerse, gli autori hanno usato 8 indicatori ambientali che esprimono la pressione umana sugli ecosistemi, in una risoluzione di 1 chilometro quadrato. Questi indicatori sono: ambienti ricoperti da edifici, campi coltivati, terre destinate al pascolo, densità di popolazione, luci notturne, ferrovie, strade a grande percorrenza e corsi d’acqua percorsi da traffico marittimo. Nel 2013 è stata invece mappata la “sea wilderness”, gli oceani intatti dal punto di vista ecologico, impiegando 16 indicatori tra cui la pesca, il traffico marittimo industriale, lo scarico in acqua di fertilizzanti. Una wilderness, sui continenti o al largo degli oceani, è tale quando è priva di pressione umana su di una area geografica continua di 10.000 chilometri quadrati. Una estensione che pone il problema della frammentazione degli habitat in modo drammatico.

La wilderness infatti non è sostituibile, poiché le sue caratteristiche ecologiche sono uniche: “Alcuni conservazionisti sostengono che certe aree in ecosistemi frammentati e degradati in altro modo siano più importanti degli ecosistemi intatti. Le aree frammentate (separate tra loro da campi coltivati, insediamenti umani, strade, NdR) possono fornire servizi cruciali, come i proventi del turismo e fornire quindi benefici alla salute umana, o, anche, essere ricchi di biodiversità minacciata. Eppure, numerosi studi stanno cominciando a rivelare che gli ecosistemi più intatti della Terra hanno ancora tutta una serie di funzioni sempre più cruciali”, avverte lo studio. Secondo James Allan, “Abbiamo bisogno di entrambe le strategie: mettere in sicurezza tutti gli ecosistemi intatti su scala globale, in modo che da garantire un successo di conservazione di lungo periodo; mettere in sicurezza i posti più importanti per le specie minacciate, con lo scopo di evitare estinzioni nell’immediato. I due approcci sono complementari, uno non esclude l’altro”. 

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(Credits: James Allan)

Nelle terre selvagge ciò che conta è appunto la conservazione sui tempi lunghi, per motivi strettamente evolutivi: “Le aree wilderness sono gli unici posti che contengono mix di specie al loro livello naturale di abbondanza. Sono anche le uniche aree – spiega lo studio su Nature – che supportano i processi ecologici alla base della biodiversità su scale temporali evolutive. In quanto tali, quindi, esse sono serbatoi di informazioni genetiche e agiscono come aree di riferimento per gli sforzi di riconversione in condizioni selvagge di terre degradate e di ambienti marini”. Questi aspetti sono cruciali per il mantenimento del “Pianeta vivente”, ossia della cornice di proliferazione e di differenziazione delle specie animali e vegetali del Pianeta, ciò che James Allan chiama “evoluzione naturale”: “Solo nella wilderness le specie si possono evolvere al di fuori dell’influenza umana, essenzialmente come pura evoluzione naturale. Si tratta di una importante risorsa per la nostra stessa comprensione del Pianeta. Quando discutiamo di evoluzione naturale intendiamo che nei paesaggi ormai degradati possono ancora esserci le stesse specie che vivono nella wilderness, ma in numeri più ridotti, in popolazioni più piccole e quindi con una ecologia che sarà diversa, più innaturale”.  La defaunazione, infatti, il processo di lento assottigliamento delle popolazioni di una specie, come hanno dimostrato le ricerche di Rodolfo Dirzo della Stanford, ha catastrofiche ricadute sistemiche: i cambiamenti di composizione numerica delle comunità animali si risolvono in un impatto diretto sulla diversità filogenetica e su tutte le interazioni trofiche che coinvolgono animali, piante, batteri e infine i pattern climatici di un habitat. 

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(Credits: DCSL)

Questo studio rende inoltre chiaro quanto la wilderness sia cruciale per fronteggiare i problemi attuali innescati dalla nostra espansione e dal nostro uso delle risorse. Questi territori funzionano come rifugio per specie ormai braccate in terra e nelle acque oceaniche. Negli oceani, esse rappresentano gli ultimi Eden per i predatori di vertice, come i tonni, i marlin e gli squali. Ma la wilderness svolge anche un ruolo protettivo contro i devastanti cambiamenti climatici che entro questo secolo imporranno alterazioni significative al Pianeta. Le foreste integre sono in grado di sequestrare molto più carbonio dall’atmosfera delle aree degradate: “I modelli basati sulla geografia, sulle piogge e sul gradiente di deforestazione rivelano ormai fino a che punto le aree wilderness regolino il clima e il ciclo dell’acqua – su scala locale, regionale e globale. Queste aree forniscono una protezione contro gli eventi meteorologici estremi e contro gli avvenimenti geologici”. In presenza di uno tsunami, ad esempio, una barriera corallina in salute offre alle coste una protezione doppia rispetto ad un reef devastato dallo sbiancamento, della pesca illegale con esplosivi o con il cianuro. Lo studio non dimentica poi di citare le popolazioni di nativi che abitano ancora queste regioni, popoli marginalizzati nell’organigramma attuale della civiltà, con pochissimi diritti politici e modelli di adattamento ambientale di straordinario valore storico, paleo-genetico e culturale. Come le specie animali ancora selvagge, anche queste genti umane sono insostituibili nella nostra coscienza di Homo sapiens sapiens. 

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Ma dove si trovano queste regioni wild? Il futuro del 70% delle terre selvagge rimaste è nelle assemblee parlamentari di Canada, Brasile, Russia, Stati Uniti, Australia. Ma la mappa riserva anche qualche sorpresa: Chad, Mauritania, Niger presentano indici migliori di nazioni come il Sudafrica e la Tanzania. La Russia è l’avamposto di resistenza del prossimo secolo per predatori di vertice magnifici come la tigre siberiana, mentre il delta dell’Okavango e il Botswana (compreso il Kgalagadi Transfrontier Park) sono i due hot spot critici per il leone africano allo stato di natura. Particolarmente urgente è una presa di posizione sull’Antartide. Il continente deve diventare off limit per ogni tipo di esplorazione mineraria o estrattiva e servono “rigorose procedure di controllo biologico che riducano al minimo il rischio che i visitatori introducano specie invasive”.

Perché il Pianeta rimanga selvaggio sono indispensabili misure forti da subito, e vincolanti, avvertono gli autori. Bisogna riscrivere parte della cornice giuridica della conservazione. In primo luogo documentare in modo serio le capacità di sequestro e accumulo di carbonio dall’atmosfera delle foreste e degli habitat, per poi inserire questa funzione ecologica della wilderness nella Convenzione sul Clima delle Nazioni Unite (UNFCCC). Attraverso questo passaggio i Paesi firmatari degli accordi dovranno inserire la protezione delle terre selvagge nella loro strategia di riduzione delle emissioni serra. L’obiettivo “molto ambizioso, eppure raggiungibile” è di definire e quindi conservare il 100% di tutto ciò che oggi è ancora wild. Un obiettivo globale renderebbe infatti più facile mobiliare risorse economiche anche per i governi e per soggetti pronti ad investire come il Global Environment Facility, un programma internazionale di finanziamento. Un secondo passaggio è imporre al settore privato la protezione delle terre selvagge come assist strategico, attraverso l’introduzione di performance standard, soprattutto per organizzazioni come la World Bank e l’International Finance Corporation (a sua volta agenzia affiliata alla World Bank), oltre alle banche di sviluppo regionali. 

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Il tempo per implementare tutto questo sta però inesorabilmente finendo. La spaventosa realtà con cui dobbiamo fare i conti è, a parere degli autori, l’estinzione degli habitat selvaggi secondo parametri di intensità e di irreversibilità identici a quelli, come è intuibile, delle specie. Non sarà possibile tornare indietro, una volta, se dovesse accadere, che avremo scelto di estinguere il Pianeta su cui viviamo: “è impossibile ripristinare o rendere di nuovo selvaggio un ecosistema nelle stesse condizioni di una wilderness. Noi non possiamo ricreare la wilderness – spiega James Allan – Perciò abbiamo deciso di parlare di estinzione. Crediamo che mettere nella giusta cornice quanto accade sia importante per portare il significato della perdita della wilderness al pubblico e alle organizzazioni come le banche. Non ci sono altre opzioni al di fuori della protezione di queste enormi aree”. 

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(Antartica)