ESCLUSIVA – I territori ancora selvaggi sono in estinzione tanto quanto le specie animali, avvertono gli ecologi su NATURE

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(Credits: Julie Larsen)

Le terre selvagge rimaste sul nostro Pianeta – la wilderness – stanno diventando sempre più importanti nel controbilanciare gli effetti dei cambiamenti climatici e nell’assicurare la sopravvivenza di noi umani fornendo servizi ecosistemi essenziali. Eppure, sono in estinzione, ed è urgente parlare di una crisi di estinzione della wilderness, analoga alla crisi di estinzione della biodiversità. Questa la inquietante conclusione di uno studio iniziato nel 2009 e pubblicato domani su Nature ( volume 563, 1 novembre 2018, Protect the last of the wild) da un gruppo di ricercatori che hanno costruito una mappa delle ultime wilderness del Pianeta. 

L’allarme arriva a 48 ore di distanza dall’uscita del Living Planet 2018 del WWF, che mostra come in meno di 50 anni le popolazioni di vertebrati non domesticati sia crollato del 60%. 

Soltanto un secolo fa, rivela lo studio di Nature, usavamo il 15% del Pianeta per l’allevamento e l’agricoltura. Oggi il 77% delle terre emerse (esclusa l’Antartide) e l’87% degli oceani è ormai stato modificato dalle attività umane. Nonostante questo, le terre selvagge non godono ancora  di uno status politico concreto: “il contributo degli ecosistemi intatti non è stato ancora inserito in nessuna cornice politica internazionale, ad esempio il Piano Strategico per la Biodiversità delle Nazioni Unite oppure l’accordo di Parigi sul clima”. James Allan, postdoc e fellow research alla School of Biological Sciences della University of Queensland, St. Lucia, Australia, tra gli autori dello studio, mi spiega infatti: “Il consenso scientifico attorno all’importanza delle aree wilderness è recente ed in crescita e non era ancora mainstream al tempo degli accordi di Parigi. Inoltre, prima che le nostre mappe fossero pubblicate, nessuna delle nuove aree definibili come wilderness era ancora così minacciata. C’era una mal comprensione dovuta al fatto che queste aree erano lontane dalle persone, che quindi non ne erano direttamente danneggiate. Le mappe hanno invece mostrato che quelle terre selvagge venivano distrutte e che era urgente proteggerle. Dovremmo essere sicuri che nei prossimi summit la wilderness sia inclusa nei negoziati”. 

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(Credits: Julie Larsen)

Per mappare la wilderness del Pianeta sulle terre emerse, gli autori hanno usato 8 indicatori ambientali che esprimono la pressione umana sugli ecosistemi, in una risoluzione di 1 chilometro quadrato. Questi indicatori sono: ambienti ricoperti da edifici, campi coltivati, terre destinate al pascolo, densità di popolazione, luci notturne, ferrovie, strade a grande percorrenza e corsi d’acqua percorsi da traffico marittimo. Nel 2013 è stata invece mappata la “sea wilderness”, gli oceani intatti dal punto di vista ecologico, impiegando 16 indicatori tra cui la pesca, il traffico marittimo industriale, lo scarico in acqua di fertilizzanti. Una wilderness, sui continenti o al largo degli oceani, è tale quando è priva di pressione umana su di una area geografica continua di 10.000 chilometri quadrati. Una estensione che pone il problema della frammentazione degli habitat in modo drammatico.

La wilderness infatti non è sostituibile, poiché le sue caratteristiche ecologiche sono uniche: “Alcuni conservazionisti sostengono che certe aree in ecosistemi frammentati e degradati in altro modo siano più importanti degli ecosistemi intatti. Le aree frammentate (separate tra loro da campi coltivati, insediamenti umani, strade, NdR) possono fornire servizi cruciali, come i proventi del turismo e fornire quindi benefici alla salute umana, o, anche, essere ricchi di biodiversità minacciata. Eppure, numerosi studi stanno cominciando a rivelare che gli ecosistemi più intatti della Terra hanno ancora tutta una serie di funzioni sempre più cruciali”, avverte lo studio. Secondo James Allan, “Abbiamo bisogno di entrambe le strategie: mettere in sicurezza tutti gli ecosistemi intatti su scala globale, in modo che da garantire un successo di conservazione di lungo periodo; mettere in sicurezza i posti più importanti per le specie minacciate, con lo scopo di evitare estinzioni nell’immediato. I due approcci sono complementari, uno non esclude l’altro”. 

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(Credits: James Allan)

Nelle terre selvagge ciò che conta è appunto la conservazione sui tempi lunghi, per motivi strettamente evolutivi: “Le aree wilderness sono gli unici posti che contengono mix di specie al loro livello naturale di abbondanza. Sono anche le uniche aree – spiega lo studio su Nature – che supportano i processi ecologici alla base della biodiversità su scale temporali evolutive. In quanto tali, quindi, esse sono serbatoi di informazioni genetiche e agiscono come aree di riferimento per gli sforzi di riconversione in condizioni selvagge di terre degradate e di ambienti marini”. Questi aspetti sono cruciali per il mantenimento del “Pianeta vivente”, ossia della cornice di proliferazione e di differenziazione delle specie animali e vegetali del Pianeta, ciò che James Allan chiama “evoluzione naturale”: “Solo nella wilderness le specie si possono evolvere al di fuori dell’influenza umana, essenzialmente come pura evoluzione naturale. Si tratta di una importante risorsa per la nostra stessa comprensione del Pianeta. Quando discutiamo di evoluzione naturale intendiamo che nei paesaggi ormai degradati possono ancora esserci le stesse specie che vivono nella wilderness, ma in numeri più ridotti, in popolazioni più piccole e quindi con una ecologia che sarà diversa, più innaturale”.  La defaunazione, infatti, il processo di lento assottigliamento delle popolazioni di una specie, come hanno dimostrato le ricerche di Rodolfo Dirzo della Stanford, ha catastrofiche ricadute sistemiche: i cambiamenti di composizione numerica delle comunità animali si risolvono in un impatto diretto sulla diversità filogenetica e su tutte le interazioni trofiche che coinvolgono animali, piante, batteri e infine i pattern climatici di un habitat. 

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(Credits: DCSL)

Questo studio rende inoltre chiaro quanto la wilderness sia cruciale per fronteggiare i problemi attuali innescati dalla nostra espansione e dal nostro uso delle risorse. Questi territori funzionano come rifugio per specie ormai braccate in terra e nelle acque oceaniche. Negli oceani, esse rappresentano gli ultimi Eden per i predatori di vertice, come i tonni, i marlin e gli squali. Ma la wilderness svolge anche un ruolo protettivo contro i devastanti cambiamenti climatici che entro questo secolo imporranno alterazioni significative al Pianeta. Le foreste integre sono in grado di sequestrare molto più carbonio dall’atmosfera delle aree degradate: “I modelli basati sulla geografia, sulle piogge e sul gradiente di deforestazione rivelano ormai fino a che punto le aree wilderness regolino il clima e il ciclo dell’acqua – su scala locale, regionale e globale. Queste aree forniscono una protezione contro gli eventi meteorologici estremi e contro gli avvenimenti geologici”. In presenza di uno tsunami, ad esempio, una barriera corallina in salute offre alle coste una protezione doppia rispetto ad un reef devastato dallo sbiancamento, della pesca illegale con esplosivi o con il cianuro. Lo studio non dimentica poi di citare le popolazioni di nativi che abitano ancora queste regioni, popoli marginalizzati nell’organigramma attuale della civiltà, con pochissimi diritti politici e modelli di adattamento ambientale di straordinario valore storico, paleo-genetico e culturale. Come le specie animali ancora selvagge, anche queste genti umane sono insostituibili nella nostra coscienza di Homo sapiens sapiens. 

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Ma dove si trovano queste regioni wild? Il futuro del 70% delle terre selvagge rimaste è nelle assemblee parlamentari di Canada, Brasile, Russia, Stati Uniti, Australia. Ma la mappa riserva anche qualche sorpresa: Chad, Mauritania, Niger presentano indici migliori di nazioni come il Sudafrica e la Tanzania. La Russia è l’avamposto di resistenza del prossimo secolo per predatori di vertice magnifici come la tigre siberiana, mentre il delta dell’Okavango e il Botswana (compreso il Kgalagadi Transfrontier Park) sono i due hot spot critici per il leone africano allo stato di natura. Particolarmente urgente è una presa di posizione sull’Antartide. Il continente deve diventare off limit per ogni tipo di esplorazione mineraria o estrattiva e servono “rigorose procedure di controllo biologico che riducano al minimo il rischio che i visitatori introducano specie invasive”.

Perché il Pianeta rimanga selvaggio sono indispensabili misure forti da subito, e vincolanti, avvertono gli autori. Bisogna riscrivere parte della cornice giuridica della conservazione. In primo luogo documentare in modo serio le capacità di sequestro e accumulo di carbonio dall’atmosfera delle foreste e degli habitat, per poi inserire questa funzione ecologica della wilderness nella Convenzione sul Clima delle Nazioni Unite (UNFCCC). Attraverso questo passaggio i Paesi firmatari degli accordi dovranno inserire la protezione delle terre selvagge nella loro strategia di riduzione delle emissioni serra. L’obiettivo “molto ambizioso, eppure raggiungibile” è di definire e quindi conservare il 100% di tutto ciò che oggi è ancora wild. Un obiettivo globale renderebbe infatti più facile mobiliare risorse economiche anche per i governi e per soggetti pronti ad investire come il Global Environment Facility, un programma internazionale di finanziamento. Un secondo passaggio è imporre al settore privato la protezione delle terre selvagge come assist strategico, attraverso l’introduzione di performance standard, soprattutto per organizzazioni come la World Bank e l’International Finance Corporation (a sua volta agenzia affiliata alla World Bank), oltre alle banche di sviluppo regionali. 

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Il tempo per implementare tutto questo sta però inesorabilmente finendo. La spaventosa realtà con cui dobbiamo fare i conti è, a parere degli autori, l’estinzione degli habitat selvaggi secondo parametri di intensità e di irreversibilità identici a quelli, come è intuibile, delle specie. Non sarà possibile tornare indietro, una volta, se dovesse accadere, che avremo scelto di estinguere il Pianeta su cui viviamo: “è impossibile ripristinare o rendere di nuovo selvaggio un ecosistema nelle stesse condizioni di una wilderness. Noi non possiamo ricreare la wilderness – spiega James Allan – Perciò abbiamo deciso di parlare di estinzione. Crediamo che mettere nella giusta cornice quanto accade sia importante per portare il significato della perdita della wilderness al pubblico e alle organizzazioni come le banche. Non ci sono altre opzioni al di fuori della protezione di queste enormi aree”. 

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(Antartica)

 

 

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Kgalagadi, il parco nazionale dove la geografia diventa destino


Che cosa è la wilderness? Questo è uno degli interrogativi più radicali che porterò nel Kgalagadi. Quando si parla di conservazione poca è generalmente l’attenzione per il lessico, e cioè per il backstage di ogni parola utile a descrivere i motivi per cui dovremmo proteggere le specie e i loro habitat. Ma in Antropocene – nel XXI secolo – nessuna parola è innocente: ogni sostantivo e verbo delle nostre lingue europee sopporta il peso della nostra storia. Il linguaggio non è senza colpa, contiene i progetti e i crimini di una civiltà. Al principio degli anni ’50, Martin Heidegger avvertì che “per lo più e troppo spesso ciò che è stato detto noi lo incontriamo solo come il passato di un parlare”. Tutte le domande che contiene la wilderness non appartengono solo al passato, ma anche al nostro presente.
I dati raccolti dal team di ricerca di James Allan della University of Queensland lo hanno confermato: il Kgalagadi è una wilderness. In quanto habitat ancora selvaggio, e parco transfrontaliero con il Kalahari meridionale che sta già in Botswana, il Kgalagadi custodisce ancora due dimensioni in rapida rarefazione, e cioè lo spazio e il tempo. Lo spazio è l’estensione del parco nazionale ( 37mila Kmq) che consente alle specie migratorie, soprattutto gli erbivori, di spostarsi liberamente, e ai grossi predatori di vertice, come i leoni, di andare in dispersione. Il tempo è l’orologio dell’evoluzione, il crono a disposizione degli spazi selvaggi perché l’algoritmo dell’evoluzione (il cocktail di fattori genetici ed ambientali che plasmano l’aspetto e le caratteristiche adattative di una specie) faccia il suo corso. Tempo e spazio sono due fattori interdipendenti e interconnessi, che nelle megalopoli sovraffollate di esseri umani dell’Antropocene tendono a volatilizzarsi sotto gli effetti, psicologicamente massacranti, della concentrazione di persone, cose, macchine e rumori artificiali. Il tempo è dunque geografia. Nella relazione tra il tempo e la geografia degli spazi ancora risparmiati all’agricoltura ed agli insediamenti umani va ricercato il significato della wilderness.

Nei grandi parchi transfrontalieri, come il Kgalagadi, il tempo è geografia, perché è scritto dentro il paesaggio. L’ecosistema è plasmato dallo scorrere del tempo, che trascorrendo nel corso delle ere geologiche diventa habitat e determina aspetto ed ecologia delle faune che vi abitano. Questo discorso è particolarmente rilevante per la storia del leone del Kalahari (Panthera leo leo), che è cioè che rimane, in termini quantitativi, del leone del Capo (Felis leo capensis) estinto già a metà Ottocento, preda ambita e “peste” per gli allevatori Boeri (Afrikaner) del non ancora nato Sudafrica. Il tempo lavora contro il leone nel continente africano, ormai, perché è diventato un tempo esclusivamente umano. Nel suo ultimo secolo di storia il leone africano ha perso il 75% del suo range originario. Sapevamo che cosa questo avrebbe significato sin dai primi anni Duemila, ma soltanto oggi i numeri ufficiali approvati da Panthera suonano per quello che sono, e cioè impietosi: non è collassato soltanto lo spazio, inteso in senso quantitativo, della specie, ma anche parte del suo passato evolutivo, e cioè il patrimonio genetico che nel corso di decine di migliaia di anni ha reso il leone ciò che è oggi. Lo spazio e il tempo sono variabili preziose in ogni area protetta, ormai, e al Kgalagadi con una certa importanza, perché il parco è transfrontialiero. Qui è ancora legittimo parlare della filogeografia del leone africano. Esplorare il concetto di filogeografia (phylogeography), e cioè il modo in cui, nello topografia del continente africano, erano disposte le diverse popolazioni di leoni, e i loro diversi adattamenti, è indispensabile per capire che cosa è la wilderness.

Secondo stime del 2004, in Africa i sistemi a savana coprono 13,5 milioni di chilometri quadrati, ma soltanto il 25% (ossia 3,4 milioni di Kmq) è adatto ai leoni. Nell’Africa subsahariana, dove sono concentrate le ultime popolazioni numericamente consistenti, nel 1960 abitavano 229 milioni di persone, che nel 2050 saranno 863 milioni. Sono cifre che da sole dovrebbero indurre una riflessione sulla “geografia reale” del leone (Fonte: Size of savannah Africa: a Lion’s (Panthera leo) view, Biodiversity Conservation (2013) 22:17-35). Oggi, al principio del XXI secolo, dedurre dalla realtà al suolo una mappa di cosa è stato il leone, non è semplice, ma cruciale per il futuro: “Comprendere i processi filo-geografici che coinvolgono le specie in pericolo è determinante per interpretare la loro storia evolutiva e progettare strategie di conservazione. I leoni forniscono una opportunità-chiave per esplorare queste processi; e tuttavia, una mancanza di diversità genetica e la scarsità di campioni adeguati ha fino ad ora impedito questa investigazione (…) Scopriamo che i leoni sub-sahariani costituiscono la base dei leoni moderni (Ndr, la base genetica), perché supportano un modello unico di evoluzione del leone moderno (Ndr, con un unico focus geografico di espansione della specie), equivalente al modello più recente dell’evoluzione umana dall’Africa”(Fonte: The origin, current diversity and future conservation of the modern lion (Panthera Leo), Wildlife Conservation Unit di Oxford, Proc.R.Soc. B (2006) 273, 2119-2125 ). Tra gli autori dello studio da cui è tratto questo passaggio c’è Noboyuki Yamaguchi, tra i massimi esperti della genetica di popolazione del leone. Ma che cosa significa studiare la differenziazione geografica (filo-geografia, dal latino phylum, specie, razza ) del leone? La storia della specie, ricostruita tanto sulle fonti storiche quanto sul materiale genetico – che comprende anche campioni raccolti nei reperti dei musei di storia naturale di Africa ed Europa – ci mostra dove siamo nella parabola di questa stessa specie: cosa è già perduto per sempre, quanto è rimasto e infine quali possibilità ha di sopravvivere ciò che è rimasto. Dal confronto parallelo con le testimonianze storiche (diari, taccuini, compendi tassonomici) e con le rilevazioni genetiche possiamo mettere a fuoco la verità sullo status dei leoni e il posto che le popolazioni odierne hanno nel quadro economico del turismo come strategia di conservazione.

Karl Jaspers sosteneva che l’uomo contemporaneo è Bodenlos, non ha più una terra che lo ospiti, nonostante abbia conquistato tutto il Pianeta. Homo sapiens ha infatti trasformato lo spazio in una risorsa, mettendo in secondo piano, cioè al di fuori da schemi di sfruttamento orientati al profitto, lo spazio come fonte (source), una dimensione culturale che è stata ricordata dagli attivisti Lakota di Standing Rock. Anche per Heidegger l’uomo della seconda metà del Novecento è heimatlos, privo di una patria, un concetto che Umberto Galimberti intende come condizione esistenziale di colui che non trova più “corrispondenza e riscontro” nel mondo. Gli habitat abitati dalle altre specie sono lo spazio perduto alla civiltà e quindi lo spazio da cui Homo sapiens si è consapevolmente tirato fuori: sono contesto ecologico, ma anche contesto esistenziale, territori in cui gli esseri umani pensano la propria civiltà in termini di prelievo di risorse e non più di co-appartenenza al Pianeta. Se anzi vogliamo andare fino in fondo nel sondare che cosa significa lo spazio come risorsa, ci troviamo in un ragionamento nuovo: lo spazio è una questione esistenziale per Homo sapiens, pensare al Pianeta come spazio riguarda il modo in cui abbiamo disegnato la nostra idea di esistenza lungo almeno gli ultimi due millenni di storia umana.

Jaspers definiva ciò che ci sta attorno, il nostro ambiente e il nostro essere sul Pianeta, con la parola Umgreifende, che in tedesco significa “ciò che raccoglie attorno”. Anche la coscienza umana è Umgreifende: “L’Umgreifende che noi siamo (das Umgreifende das wir selbst sind) dischiuso a quell’Umgreifende che è l’essere stesso (das Umgreifende das Sein selbst ist)”, spiega Umberto Galimberti. Per Jaspers, l’essere umano si trova in un ambiente che accoglie ed avvolge, ma anche che si mostra (che esiste) a prescindere da ogni progetto di utilizzo. Ogni uomo è dunque immerso in uno spazio che è orizzonte, paesaggio, geografia. Una consapevolezza piena e appagante dell’esistenza non può dunque accadere in mancanza del sentimento di appartenenza spaziale ad un luogo (Ort) che definisce la posizione dell’essere umano rispetto alla vita, intesa come evento biologico e psichico. Anche nel pensiero di Heidegger la riflessione sull’alienazione moderna della civiltà umana è legata ad un linguaggio spaziale. Lo scenario costante da cui la storia prende avvio è per Heidegger la verità dell’essere: la storia umana su questo Pianeta è Geschichte, ossia ciò che è “mandato” (dal verbo schiken, mandare, da cui anche Schiksal e Geschickt, destino ) e quindi “venuto ad essere”, non soltanto perché è accaduto, ma anche perché è stato possibile. Per Heidegger c’è, in altre parole, non solo l’evidenza di ciò che è già accaduto, ma anche la possibilità che dall’orizzonte amplissimo della vita qualcosa possa accadere (es gibt, la forma impersonale per dire “c’è” che letteralmente però suona “si dà”). La imprevedibilità dell’accadere, di ogni accadimento biologico, si fonde così con la comprensione filosofica della nostra realtà, nel senso che la storia del nostro Pianeta non è solo storia della specie Homo sapiens, ma soprattutto storia della evoluzione delle specie in sincrono con le trasformazioni geologiche del Pianeta stesso. L’evoluzione come fondamento primo dell’evento biologico è la verità dell’essere, è es gibt. E sappiamo bene, da Darwin in avanti, come l’evento biologico su larga scala dipenda dal caso e cioè dalla non deterministica contingenza della mutazione (das Verborgene, in termini heideggeriani, ciò che in quanto ancora non accaduto potrebbe anche non accadere e sussiste come possibilità). Rispetto ad Homo sapiens, il Pianeta è nella posizione eterna del es gibt. Per questo motivo, la verità dell’essere (e cioè della vita) è per Heidegger soprattutto rischio:

“Ogni ente è arrischiato. L’essere è il puro semplice rischio. Esso arrischia noi: gli uomini. Arrischia i viventi. L’ente è, in quanto è di volta in volta affidato al rischio. Ma l’ente rimane rischiato nell’essere, cioè in un rischio. Di conseguenza l’ente è esso stesso arrischiante, cioè rimesso al rischio. L’ente è in quanto va nel rischio in cui è lasciato andare. L’essere dell’ente è il rischio” (dal saggio Perché i poeti? Del 1946).

Ma è nella wilderness – le porzioni di Pianeta non ancora soggiogate alle attività umane dove sopravvivono le megafaune, come appunto il Kgalagadi – che il rischio della vita si dà, è cioè ancora intatto nella possibilità del suo accadere secondo processi evolutivi non pianificati dalla civiltà antropocenica. La wilderness è quindi spazio per la vita animale e vegetale (physis, come la chiamavano i Greci, termine che Heidegger problematizza interrogandone di nuovo i significati perduti) e spazio per il pensiero umano, cioè per un pensiero originario, esistenziale e libero dalle logiche produttive della civiltà tecnologica. Il rischio è infatti sempre libertà e per questo anche Jaspers può affermare che l’esistenza è tale solo in quanto “esistenza possibile (moegliche Existenz).

Ciò che si osserva in un parco nazionale, in una area protetta, sotto il sole aspro della savana, è la wilderness come physis, cioè come accadere biologico (dal greco phuo, nascere, venire alla luce, sbocciare). Da questo punto di vista, una area protetta, dalla caratteristiche eccezionali (wild) come il Kgalagadi non dovrebbe essere considerata speciale, perché contiene e mostra invece le condizioni basiche, anche da un punto di vista culturale, della vita sul Pianeta. Il fatto che invece consideriamo gli habitat selvaggi qualcosa di straordinario dipende dalla alienazione contemporanea dall’evento biologico; in Antropocene, la civiltà umana privilegia la megalopoli e attribuisce ai confini, ossia alla espansione illimitata delle proprie attività in opposizione alle foreste, alle comunità animali ed agli ecosistemi ancora integri, un sentimento di sicurezza e di dominio, costringendosi però a limitare la propria esperienza esistenziale dell’esserci sul Pianeta (Dasein). Scrive Umberto Galimberti: “Rompendo ogni confine Homo sapiens ha fondato la polis, ma fondando la polis è divenuto apolis, solitario, senza frontiere”.

Continua