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L’enigma dei leoni criniera nera del Kalahari

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In quale territorio bisogna entrare per incontrare il leone? E’ sufficiente varcare i confini di una area protetta per fare esperienza della wildlife? La risposta tradizionale a queste domande è l’effetto-wow che i safari più esclusivi promettono in Kenya, in Tanzania, in Namibia e in Botswana. Le specie iconiche del continente africano sono cartoline note in tutto il mondo. Il turismo organizzato conta moltissimo sulla forza persuasiva dell’effetto -wow e ne fa un alleato della conservazione. Però, non è tutto qui. La vicenda di Cecil the lion è emblematica: nonostante il terremoto di indignazione via FB contro il dentista-cacciatore una ricerca approfondita del WildCru di Oxford ha stabilito che solo una percentuale irrisoria delle persone affettivamente coinvolte nel destino di Cecil conosceva la situazione del leone in Africa, ossia il rischio concreto della sua estinzione. Il punto di vista che proverò ad argomentare qui conduce quindi in una altra direzione. Il territorio del leone del Kgalagadi, e di qualunque altra popolazione wild di leoni in Africa, non è soltanto un habitat per questa specie. Un territorio selvaggio svela i limiti del nostro modo di pensare in Antropocene e ne propone di nuovi. Parlando dunque a noi di noi stessi, la wilderness ci offre l’opportunità di fermarci ad ascoltare ciò che ci circonda e di concederci il rischio di riflettere. 

Nel 1952, in una conferenza alla Radio Bavarese, Heidegger così si espresse sul significato del pensare in una epoca dominata dal ragionamento logico-matematico (la conferenza confluì poi nell’opera oggi nota con il titolo Che cosa significa pensare? ): “Non c’è un ponte che conduca dalla scienza al pensiero; l’unico passaggio possibile è il salto. Il luogo dove questo salto ci conduce non è solo l’altro lato dell’abisso, ma una regione totalmente diversa”. La condizione umana è stata a tal punto ridisegnata dalla tecnica che per pensare questo cambiamento epocale occorre ri-pensare il modo in cui ormai guardiamo all’umano e al Pianeta. Tradotto in parole più semplici, noi pensiamo la “natura” e le altre specie non per ciò che esse sono ma attraverso il filtro dell’epoca tecnologica e dei suoi stupefacenti apparati di manipolazione della materia vivente. La regione totalmente diversa è dunque una condizione del pensiero capace di mettere in discussione gli assunti del parlare comune (ad esempio, la reazione emotiva e inconcludente seguita all’uccisione di Cecil the Lion). Seguendo il discorso di Heidegger è necessario non chiedersi a cosa serve una specie o un habitat in funzione di interessi economici più o meno diretti, quanto piuttosto che cosa è una specie nel suo habitat. Questo tipo di esplorazione pone al centro della ricerca i legami storici, genetici, ecologici (il come di una specie) che decidono, tutti insieme, delle caratteristiche biologiche (il che cosa di una specie).

Proviamo allora ad avventurarci nel come del leone africano. La scomparsa degli spazi selvaggi altera la percezione che abbiamo del Pianeta e sottrae realismo al nostro sguardo. Perché lo semplifica. Secondo lo African Lion Group, il leone è una specie privilegiata per aprire gli occhi sulle conseguenze storico-genetiche della frammentazione degli habitat. E la ragione sta nel fatto che nell’ultimo secolo e mezzo le condizioni di vita del leone sono drasticamente mutate. Se considero il leone africano solo per come lo vedo oggi, affidandomi sostanzialmente al racconto turistico, non riesco a costruirmi una idea complessiva della specie: “Servono indizi per comprendere le popolazioni di leoni del passato e fare previsioni sul loro futuro” dal momento che “le stime complessive delle popolazioni, da sole, significano poco in assenza di una conoscenza dettagliata su dove si trovano i leoni” (Fonte: The size of savannah Africa: a lion’s (Panthera leo) view , DOI 10.1007/s10531-012-0381-4 ). Le informazioni quantitative non sono sufficienti: servono dati qualitativi (genetici, storici) sulle popolazioni rimaste, come quella del Kalahari meridionale. 

I leoni dalla criniera nera del Kalahari sono uno degli enigmi che svela l’importanza degli studi di popolazione sul leone africano. 

Uno studio di genetica di popolazione uscito nel 2013 su Conservation Genetics ( Genetic perspective on Lion Conservation Units in Eastern and Southern Africa, DOI 10.1007/s10592-013-0453-3 ) osserva che: “C’è un interesse teorico nel livello di differenziazione regionale e adattamento locale mostrato da un predatore molto diffuso. Storicamente, l’interesse per questo argomento si è focalizzato sulla differenziazione morfologica e tassonomica”. Gli autori dello studio hanno lavorato su campioni raccolti nello storico home range del leone in Asia (Iran e India), in Africa centro-occidentale (Maghreb, Senegal e Sudan) e nell’Africa sud-orientale, compreso il Kgalagadi. I leoni dell’Africa orientale e meridionale – quindi anche quelli del Sudafrica e del Botswana – presentano differenze genetiche rispetto ai cugini dell’Africa centro-occidentale, pur appartenendo alla stessa specie. 

Per quanto riguarda il leone del Kgalagadi, gli aplotipi del suo pool genetico (un aplotipo è una combinazione di varianti nella sequenza del DNA su di un particolare cromosoma) fanno gruppo con i leoni dell’Africa orientale ed hanno però una struttura unica di legami di parentela (unique structure assignment). Ma “in assenza di ulteriori campioni da questa regione e dalle aree ad est è impossibile determinare le affinità geografiche di questa popolazione”. Raccogliendo i riscontri ottenuti con le analisi genetiche e le testimonianze storiche, oggi è possibile affermare che il nome Panthera leo melanochaita ( leone dalla criniera nera) fu introdotto nel 1858 per indicare il leone della provincia del Capo in Sudafrica, ma che “i leoni del Capo non erano diversi dagli altri leoni del Sudafrica e che le loro grandi criniere erano una conseguenza del clima di quelle regioni”. Bisogna però tenere presente che “le ricostruzioni filogenetiche recuperano in modo robusto una maggiore dicotomia all’interno dei leoni, dicotomia che separa i leoni di Asia e nord-ovest-centro Africa da quelli del sud-est Africa”. Sui leoni del Kgalagadi possiamo dunque dire: “Al momento è difficile risolvere la tassonomia dei leoni dell’Africa orientale e dell’Africa del sud, che sono tutti considerati qui come Panthera leo melanochaita. A dispetto della loro più sofisticata variabilità genetica, l’analisi filogenetica non identifica un clade in modo affidabile (….) Le conclusioni riguardo la distribuzione di Panthera leo leo (ndr, il leone africano) e Panthera leo melanochaita (ndr, il leone dell’africa meridionale ed orientale del continente) risultano limitate dai pochi siti geografici di recupero dei campioni, specialmente in centro-Africa”. 

L’analisi geografica è talmente importante nello studio della specie che nel 2006 Barnet e Yamaguchi – due “mostri sacri” su questo argomento -hanno supposto di individuare un cluster regionale di leoni in una area geografica enorme che comprende Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centro Africana, Sudan ed Ethiopia. Dove ci porta tutto questo? Le differenziazioni geografiche probabilmente erano marcate prima che l’espansione economica e demografica umana, insieme alla caccia indiscriminata in epoca coloniale, decimassero la specie. Tracce di questa differenziazione sussistono ancora oggi. Ed è di queste che la conservazione deve tener conto, sovrapponendosi ed intersecandosi con le pressioni economiche del turismo, soprattutto quando si discute sullo spostamento di esemplari da una area protetta ad una altra per ripopolare contesti lions-free: “Le translocazioni possono causare ibridazione tra linee di discendenza diverse e quindi erosione degli adattamenti locali delle popolazioni e fallimenti riproduttivi”. Bisogna cioè usare “genotipi compatibili”. I leoni del Kgalagadi non sono i leoni del Kruger e del Pilanesberg e presentano affinità con i cugini delle pianure orientali della Tanzania. 

Storia coloniale, genetica, geografia del continente e ragionamenti attualissimi sulla translocazione ( si pensi ai leoni del Kruger spostati ad Akagera, in Rwanda, per ripopolare il parco nazionale): questo è il come del leone africano. Non semplicemente una descrizione degli individui e dei pride presenti in un certo contesto, questo non è sufficiente. Ogni descrizione sul campo è completa solo se integrata con informazioni e rimandi disposti a raggiera attorno al post-it colorato su cui è scritta la parola LEONE. Si tratta di un territorio aperto e rischioso, perché sfida il nostro sguardo ossidato su questo predatore, uno sguardo conformato e conformista. 

E questo è precisamente il passaggio in cui il discorso su Panthera leo e le grandi aree protette non può limitarsi ad una riflessione economica sul turismo. Qui, infatti, entra in scena il nuovo modo di pensare di cui abbiamo parlato all’inizio. Se analizziamo la narrativa corrente sui leoni africani non riusciamo a spostarci da una rappresentazione monocorde della specie, che dipende dalla potenza degli obiettivi Canon e Nikon. In questa vicenda ci siamo noi occidentali come turisti e ci sono soprattutto le genti africane come persone in carne ed ossa quotidianamente coinvolte nella protezione di un predatore in habitat certo splendidi, ma assediati da imperativi economici non rimandabili. Eppure, non possiamo non vedere che il turismo oscura l’importanza di quello sguardo attento alle particolarità regionali della specie che ancora troviamo nei taccuini degli esploratori scritti alla luce fioca del fuoco dei bivacchi nelle savane di inizio Novecento. In definitiva, il leone del Sudafrica non lo si capisce ragionando secondo i parametri del turismo. Il leone del Sudafrica lo si capisce ragionando in termini storici e genetici. Cioè, heideggerianamente, sostituendo ad un pensiero che si riduce a rappresentare le grandi faune (vorstellendes Denken) per trarne utilizzi e profitti ad un pensiero che si pone in ascolto della presenza altrui (Ereignis) per accoglierne l’esistenza. 

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Kgalagadi, il parco nazionale dove la geografia diventa destino


Che cosa è la wilderness? Questo è uno degli interrogativi più radicali che porterò nel Kgalagadi. Quando si parla di conservazione poca è generalmente l’attenzione per il lessico, e cioè per il backstage di ogni parola utile a descrivere i motivi per cui dovremmo proteggere le specie e i loro habitat. Ma in Antropocene – nel XXI secolo – nessuna parola è innocente: ogni sostantivo e verbo delle nostre lingue europee sopporta il peso della nostra storia. Il linguaggio non è senza colpa, contiene i progetti e i crimini di una civiltà. Al principio degli anni ’50, Martin Heidegger avvertì che “per lo più e troppo spesso ciò che è stato detto noi lo incontriamo solo come il passato di un parlare”. Tutte le domande che contiene la wilderness non appartengono solo al passato, ma anche al nostro presente.
I dati raccolti dal team di ricerca di James Allan della University of Queensland lo hanno confermato: il Kgalagadi è una wilderness. In quanto habitat ancora selvaggio, e parco transfrontaliero con il Kalahari meridionale che sta già in Botswana, il Kgalagadi custodisce ancora due dimensioni in rapida rarefazione, e cioè lo spazio e il tempo. Lo spazio è l’estensione del parco nazionale ( 37mila Kmq) che consente alle specie migratorie, soprattutto gli erbivori, di spostarsi liberamente, e ai grossi predatori di vertice, come i leoni, di andare in dispersione. Il tempo è l’orologio dell’evoluzione, il crono a disposizione degli spazi selvaggi perché l’algoritmo dell’evoluzione (il cocktail di fattori genetici ed ambientali che plasmano l’aspetto e le caratteristiche adattative di una specie) faccia il suo corso. Tempo e spazio sono due fattori interdipendenti e interconnessi, che nelle megalopoli sovraffollate di esseri umani dell’Antropocene tendono a volatilizzarsi sotto gli effetti, psicologicamente massacranti, della concentrazione di persone, cose, macchine e rumori artificiali. Il tempo è dunque geografia. Nella relazione tra il tempo e la geografia degli spazi ancora risparmiati all’agricoltura ed agli insediamenti umani va ricercato il significato della wilderness.

Nei grandi parchi transfrontalieri, come il Kgalagadi, il tempo è geografia, perché è scritto dentro il paesaggio. L’ecosistema è plasmato dallo scorrere del tempo, che trascorrendo nel corso delle ere geologiche diventa habitat e determina aspetto ed ecologia delle faune che vi abitano. Questo discorso è particolarmente rilevante per la storia del leone del Kalahari (Panthera leo leo), che è cioè che rimane, in termini quantitativi, del leone del Capo (Felis leo capensis) estinto già a metà Ottocento, preda ambita e “peste” per gli allevatori Boeri (Afrikaner) del non ancora nato Sudafrica. Il tempo lavora contro il leone nel continente africano, ormai, perché è diventato un tempo esclusivamente umano. Nel suo ultimo secolo di storia il leone africano ha perso il 75% del suo range originario. Sapevamo che cosa questo avrebbe significato sin dai primi anni Duemila, ma soltanto oggi i numeri ufficiali approvati da Panthera suonano per quello che sono, e cioè impietosi: non è collassato soltanto lo spazio, inteso in senso quantitativo, della specie, ma anche parte del suo passato evolutivo, e cioè il patrimonio genetico che nel corso di decine di migliaia di anni ha reso il leone ciò che è oggi. Lo spazio e il tempo sono variabili preziose in ogni area protetta, ormai, e al Kgalagadi con una certa importanza, perché il parco è transfrontialiero. Qui è ancora legittimo parlare della filogeografia del leone africano. Esplorare il concetto di filogeografia (phylogeography), e cioè il modo in cui, nello topografia del continente africano, erano disposte le diverse popolazioni di leoni, e i loro diversi adattamenti, è indispensabile per capire che cosa è la wilderness.

Secondo stime del 2004, in Africa i sistemi a savana coprono 13,5 milioni di chilometri quadrati, ma soltanto il 25% (ossia 3,4 milioni di Kmq) è adatto ai leoni. Nell’Africa subsahariana, dove sono concentrate le ultime popolazioni numericamente consistenti, nel 1960 abitavano 229 milioni di persone, che nel 2050 saranno 863 milioni. Sono cifre che da sole dovrebbero indurre una riflessione sulla “geografia reale” del leone (Fonte: Size of savannah Africa: a Lion’s (Panthera leo) view, Biodiversity Conservation (2013) 22:17-35). Oggi, al principio del XXI secolo, dedurre dalla realtà al suolo una mappa di cosa è stato il leone, non è semplice, ma cruciale per il futuro: “Comprendere i processi filo-geografici che coinvolgono le specie in pericolo è determinante per interpretare la loro storia evolutiva e progettare strategie di conservazione. I leoni forniscono una opportunità-chiave per esplorare queste processi; e tuttavia, una mancanza di diversità genetica e la scarsità di campioni adeguati ha fino ad ora impedito questa investigazione (…) Scopriamo che i leoni sub-sahariani costituiscono la base dei leoni moderni (Ndr, la base genetica), perché supportano un modello unico di evoluzione del leone moderno (Ndr, con un unico focus geografico di espansione della specie), equivalente al modello più recente dell’evoluzione umana dall’Africa”(Fonte: The origin, current diversity and future conservation of the modern lion (Panthera Leo), Wildlife Conservation Unit di Oxford, Proc.R.Soc. B (2006) 273, 2119-2125 ). Tra gli autori dello studio da cui è tratto questo passaggio c’è Noboyuki Yamaguchi, tra i massimi esperti della genetica di popolazione del leone. Ma che cosa significa studiare la differenziazione geografica (filo-geografia, dal latino phylum, specie, razza ) del leone? La storia della specie, ricostruita tanto sulle fonti storiche quanto sul materiale genetico – che comprende anche campioni raccolti nei reperti dei musei di storia naturale di Africa ed Europa – ci mostra dove siamo nella parabola di questa stessa specie: cosa è già perduto per sempre, quanto è rimasto e infine quali possibilità ha di sopravvivere ciò che è rimasto. Dal confronto parallelo con le testimonianze storiche (diari, taccuini, compendi tassonomici) e con le rilevazioni genetiche possiamo mettere a fuoco la verità sullo status dei leoni e il posto che le popolazioni odierne hanno nel quadro economico del turismo come strategia di conservazione.

Karl Jaspers sosteneva che l’uomo contemporaneo è Bodenlos, non ha più una terra che lo ospiti, nonostante abbia conquistato tutto il Pianeta. Homo sapiens ha infatti trasformato lo spazio in una risorsa, mettendo in secondo piano, cioè al di fuori da schemi di sfruttamento orientati al profitto, lo spazio come fonte (source), una dimensione culturale che è stata ricordata dagli attivisti Lakota di Standing Rock. Anche per Heidegger l’uomo della seconda metà del Novecento è heimatlos, privo di una patria, un concetto che Umberto Galimberti intende come condizione esistenziale di colui che non trova più “corrispondenza e riscontro” nel mondo. Gli habitat abitati dalle altre specie sono lo spazio perduto alla civiltà e quindi lo spazio da cui Homo sapiens si è consapevolmente tirato fuori: sono contesto ecologico, ma anche contesto esistenziale, territori in cui gli esseri umani pensano la propria civiltà in termini di prelievo di risorse e non più di co-appartenenza al Pianeta. Se anzi vogliamo andare fino in fondo nel sondare che cosa significa lo spazio come risorsa, ci troviamo in un ragionamento nuovo: lo spazio è una questione esistenziale per Homo sapiens, pensare al Pianeta come spazio riguarda il modo in cui abbiamo disegnato la nostra idea di esistenza lungo almeno gli ultimi due millenni di storia umana.

Jaspers definiva ciò che ci sta attorno, il nostro ambiente e il nostro essere sul Pianeta, con la parola Umgreifende, che in tedesco significa “ciò che raccoglie attorno”. Anche la coscienza umana è Umgreifende: “L’Umgreifende che noi siamo (das Umgreifende das wir selbst sind) dischiuso a quell’Umgreifende che è l’essere stesso (das Umgreifende das Sein selbst ist)”, spiega Umberto Galimberti. Per Jaspers, l’essere umano si trova in un ambiente che accoglie ed avvolge, ma anche che si mostra (che esiste) a prescindere da ogni progetto di utilizzo. Ogni uomo è dunque immerso in uno spazio che è orizzonte, paesaggio, geografia. Una consapevolezza piena e appagante dell’esistenza non può dunque accadere in mancanza del sentimento di appartenenza spaziale ad un luogo (Ort) che definisce la posizione dell’essere umano rispetto alla vita, intesa come evento biologico e psichico. Anche nel pensiero di Heidegger la riflessione sull’alienazione moderna della civiltà umana è legata ad un linguaggio spaziale. Lo scenario costante da cui la storia prende avvio è per Heidegger la verità dell’essere: la storia umana su questo Pianeta è Geschichte, ossia ciò che è “mandato” (dal verbo schiken, mandare, da cui anche Schiksal e Geschickt, destino ) e quindi “venuto ad essere”, non soltanto perché è accaduto, ma anche perché è stato possibile. Per Heidegger c’è, in altre parole, non solo l’evidenza di ciò che è già accaduto, ma anche la possibilità che dall’orizzonte amplissimo della vita qualcosa possa accadere (es gibt, la forma impersonale per dire “c’è” che letteralmente però suona “si dà”). La imprevedibilità dell’accadere, di ogni accadimento biologico, si fonde così con la comprensione filosofica della nostra realtà, nel senso che la storia del nostro Pianeta non è solo storia della specie Homo sapiens, ma soprattutto storia della evoluzione delle specie in sincrono con le trasformazioni geologiche del Pianeta stesso. L’evoluzione come fondamento primo dell’evento biologico è la verità dell’essere, è es gibt. E sappiamo bene, da Darwin in avanti, come l’evento biologico su larga scala dipenda dal caso e cioè dalla non deterministica contingenza della mutazione (das Verborgene, in termini heideggeriani, ciò che in quanto ancora non accaduto potrebbe anche non accadere e sussiste come possibilità). Rispetto ad Homo sapiens, il Pianeta è nella posizione eterna del es gibt. Per questo motivo, la verità dell’essere (e cioè della vita) è per Heidegger soprattutto rischio:

“Ogni ente è arrischiato. L’essere è il puro semplice rischio. Esso arrischia noi: gli uomini. Arrischia i viventi. L’ente è, in quanto è di volta in volta affidato al rischio. Ma l’ente rimane rischiato nell’essere, cioè in un rischio. Di conseguenza l’ente è esso stesso arrischiante, cioè rimesso al rischio. L’ente è in quanto va nel rischio in cui è lasciato andare. L’essere dell’ente è il rischio” (dal saggio Perché i poeti? Del 1946).

Ma è nella wilderness – le porzioni di Pianeta non ancora soggiogate alle attività umane dove sopravvivono le megafaune, come appunto il Kgalagadi – che il rischio della vita si dà, è cioè ancora intatto nella possibilità del suo accadere secondo processi evolutivi non pianificati dalla civiltà antropocenica. La wilderness è quindi spazio per la vita animale e vegetale (physis, come la chiamavano i Greci, termine che Heidegger problematizza interrogandone di nuovo i significati perduti) e spazio per il pensiero umano, cioè per un pensiero originario, esistenziale e libero dalle logiche produttive della civiltà tecnologica. Il rischio è infatti sempre libertà e per questo anche Jaspers può affermare che l’esistenza è tale solo in quanto “esistenza possibile (moegliche Existenz).

Ciò che si osserva in un parco nazionale, in una area protetta, sotto il sole aspro della savana, è la wilderness come physis, cioè come accadere biologico (dal greco phuo, nascere, venire alla luce, sbocciare). Da questo punto di vista, una area protetta, dalla caratteristiche eccezionali (wild) come il Kgalagadi non dovrebbe essere considerata speciale, perché contiene e mostra invece le condizioni basiche, anche da un punto di vista culturale, della vita sul Pianeta. Il fatto che invece consideriamo gli habitat selvaggi qualcosa di straordinario dipende dalla alienazione contemporanea dall’evento biologico; in Antropocene, la civiltà umana privilegia la megalopoli e attribuisce ai confini, ossia alla espansione illimitata delle proprie attività in opposizione alle foreste, alle comunità animali ed agli ecosistemi ancora integri, un sentimento di sicurezza e di dominio, costringendosi però a limitare la propria esperienza esistenziale dell’esserci sul Pianeta (Dasein). Scrive Umberto Galimberti: “Rompendo ogni confine Homo sapiens ha fondato la polis, ma fondando la polis è divenuto apolis, solitario, senza frontiere”.

Continua

 

Kgalagadi, l’ultima Africa davvero selvaggia 

( mappa di inizio Novecento – il Kgalagadi National Park è qui chiamato ancora Kalahari Gemsbok National Park ) 

Un team di ricercatori della University of Queensland, Australia ( School of Earth and Environmental Sciences ) ha progettato, e pubblicato su Nature , una mappa aggiornata delle ultime, splendide aree selvagge del Pianeta (“last of the wild”), avvertendo che c’è “un urgente bisogno di rendersi conto che questi posti non sono sostituibili” nel sistema biologico che chiamano Terra. James Allan, che figura tra gli autori, conferma che il Kgalagadi national park (Sudafrica/Botswana) ha un posto d’onore in questa lista per quanto riguarda la wilderness africana:
“Il Kgalagadi e’ incluso nella nostra mappa Last Of the Wild, insieme al delta dell’Okavango in Botswana. Sulla base del nostro studio, direi certamente ch questo tipo di aree ha la struttura di mega riserve – sono ciò gli ultimi grandi territori completamente wild che supportano le grandi faune africane – e dovrebbe essere fatto ogni sforzo per mantenerle libere da attività industriali e dall’uso umano su larga scala. Naturalmente ciò per il Kgalagadi esclude i boscimani e la loro del tutto unica biocultura. Un altro punto molto importante e’ la qualità di una area protetta : il Kgalagadi ha una impronta umana molto bassa ed è perciò titolato ad essere definito wilderness molto meglio di altre aree pur protette”.
Negli ultimi venti anni abbiamo perso 1/10 di tutte le zone wild del globo, e cioè circa 3,3 milioni di Kmq. Ciò che lo studio di Allan e dei colleghi sottolinea è anche il significato eco-culturale della wilderness, aprendo, come di recente succede sempre più spesso, a considerazioni filosofiche su quanto sta accadendo agli spazi non colonizzati dall’uomo e alle loro faune non domesticate: “Molti servizi ecosistemici derivano dai territori che possiamo definire wilderness e sono un risultato diretto della loro estensione geografica, che permette loro di funzionare come sistemi auto-organizzati”. E’ la wilderness che “supporta gli ultimi, intatti gruppi di popolazioni di faune di grandi dimensioni, specie con uno home range ampio e che migrano: è per questo che i territori wild sono gli ultimi posti sulla Terra dove gli scienziati possono studiare la biodiversità e i processi naturali indipendentemente dalla moderna società umana”. In parole più semplici, è solo nella wilderness che possiamo farci una idea completa dei meccanismi basici della vita sul nostro Pianeta. Ed è solo qui che esistono ancora culture umane – come i San del Kgalagadi – che vivono secondo “profondi legami bioculturali” con gli ecosistemi, una alternativa radicale al modello occidentale che ha preso il sopravvento a partire dal XVI secolo dell’era moderna.

Per questo, usando una compilazione aggiornata della pressione umana sull’ambiente, il team di Allan ha proposto una rivisitazione delle aree attualmente protette con lo scopo di includere più wilderness nei processi decisionali della World Heritage Convention, la convenzione delle Nazioni Unite che designa gli habitat naturali più rilevanti della Terra. Un discorso che vale anche per gli oceani e la loro “ocean wilderness“.

Purtroppo moltissima attenzione su giornali e social media è focalizzata soltanto sui parchi  nazionali mentre “a dispetto del valore ambientale, ecologico e bio-culturale ben documentato delle aree wilderness, queste stesse aree non sono state considerate come una priorità della conservazione e ancora manca un riconoscimento esplicito e sistematico della loro importanza in forti accordi multilaterali sull’ambiente come ad esempio la Convention on Biological Diversity o la World Heritage Convention”. La proposta del paper è di rafforzare l’importanza della wilderness nel discorso complessivo sulla biodiversità del Pianeta (in termini sia quantitativi che qualitativi) e quindi il ruolo che gli spazi ancora intatti rispetto alle attività umane ad alto impatto hanno nel definire i luoghi “di assoluto valore universale” (oustanding universal value, nel lessico UNESCO). Perché non è affatto scontato che un tratto di savana o di foresta tropicale sia wild, anche se è giuridicamente protetto. Mentre il Kgalagadi soddisfa appieno questi criteri :

“Non tutte le aree protette pur essendo protette sono in condizioni abbastanza buone o sufficientemente estese per avere ancora le funzioni ecologiche naturali di una wilderness. Credo che i mega parchi come il Kgalagadi – conclude Allan – siano importanti per l’Africa, proprio per i grandi mammiferi che li abitano. Ma bisogna stare attenti a usare la parola ‘primordiale’ per spiegare che cosa vuol dire wilderness. Ha un significato soggettivo e a molti non piace. Meglio dire ‘ecologicamente intatto’ o ‘in buone condizioni ecologiche’. Wilderness vuol dire sostanzialmente un habitat privo di disturbo umano“.