Lo !Xaus nella nebbia del cambiamento climatico

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Il grido della iena maculata sul pan che si estende, tondo come un cratere lunare, dinanzi allo !Xaus Lodge, annuncia che i messaggeri sono ormai alle porte. La mattina dopo ci svegliamo alle 6, perché bisogna incamminarsi molto presto per una esplorazione a piedi sulle colline, insieme alla nostra guida San, di nome Khali, un giovane non ancora trentenne. Khali ha lo sguardo acuto dei cercatori di tracce. Ho con me Il mondo perduto del Kalahari, di Laurens Van Der Post, un altro libro dimenticato in Italia, e forse in Europa, che racconta però degli ultimi anni, attorno al 1950-1960, in cui nel Kalahari centrale gruppi superstiti di San vivevano ancora la vita strappata loro dai genocidi ottocenteschi. Questo libro non è in stile National Geographic: maestoso, accattivante e competitivo. È invece zeppo di sensibilità europea, quel genere di sguardo indagatore sulle pieghe riposte del mondo che si affina sulla letteratura. Più ci affidiamo a Khali per scandagliare le colline e le dune attorno a noi, più comprendo che cosa intendesse Van der Post, un sudafricano bianco, quando affermava che “il boscimane autentico è contenuto nei ritmi delle stagioni”. 

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Per le nazioni non bianche e non bantu di questa porzione di Africa australe il clima non era un superfluo elemento naturale, che si può scegliere di ignorare anche quando evidenze inoppugnabili ne dimostrano l’alterazione a causa dell’uso dei combustibili fossili. Il clima non era cioè una risorsa, bensì, molto più semplicemente, una condizione del Kalahari che avvolge gli esseri viventi del deserto, compenetrandosi nei loro ritmi vitali. Ma questa mattina qui allo !Xaus avremo una prova del fatto che il clima sta già cambiando anche nel Kalahari. L’estate del 2018 è stata tra le più torride degli ultimi quindici anni, per il numero di Paesi che hanno dovuto fronteggiare temperature ben più alte della media del periodo. L’Artico si riscalda ed è questo a rendere le ondate di calore in ogni parte del mondo sempre più estreme, avverte uno studio appena pubblicato su Nature Communications (The influence of Arctic amplification on mid-latitude summer circulation). Stamattina lo !Xaus è avvolto da un nebbia pesante e ghiacciata che rende invisibile il pan sotto di noi; il veld delle colline è coperto da una spuma bianca, l’umidità eccessiva, ostile alla sabbia, bagna cattiva il camminamento in legno che collega la nostra capanna alla terrazza centrale. 

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Anthony mi spiega che “la nebbia è assolutamente inusuale qui, non la vedevamo da tre anni. Il tempo, non c’è un giorno uguale all’altro, ieri nel primo pomeriggio ha piovuto”. E non aggiunge altro, perché siamo in stagione secca. Usciremo comunque a piedi, benché, avverte Khali, “il leone non ama la nebbia. Non vede bene in lontananza a causa della foschia e quindi è innervosito in una mattina come questa”. Le istruzioni sono sempre le stesse: se ce lo troviamo davanti, rimanere immobili. Lo !Xaus del resto non ha nessun tipo di recinzione, te lo ripetono di continuo, e Anthony, con il suo inglese sporcato di accento puro afrikaans, ci fa dell’ironia continua. È un uomo di una cinquantina di anni, alto almeno un metro e novanta, con i capelli bianchi e gli occhi azzurri come il ghiaccio. Eppure, anche lui è un piccolo uomo dinanzi alla immensità delle colline, dei pan e dei loro predatori, liberi, una immensità che resiste, si oppone, persiste da sola, senza di lui, e senza di noi, anche se lui è sudafricano di Pretoria. La sua ironia è come un atto di rispettosa sottomissione, di sorridente abdicazione, a ciò che ancora è selvaggio sul Pianeta. Anthony appartiene allo !Xaus, e invece lo !Xaus appartiene solo a se stesso, ed è per questo che il loro amore reciproco è possibile. 

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Il pride di leoni che si muove qui attorno da almeno 4-5 anni è stato studiato e monitorato dal Kgalagadi Lions Project, che si è concluso nel 2014. Le foto dei leoni dello !Xaus, scolorite dal succedersi dei giorni, sono appese sulla terrazza centrale. Di ogni nuovo nato e di ogni adulto ci sono date e nomi propri: questi felini sono amici di cui si ricevono sporadiche, ma affettuose notizie nel corso dei mesi, notizie che arrivano dalle scorribande in Botswana, oltre l’Auob, lungo il Nossob, e poi a nord, fino a Grootkolk e il Kaa Gate, in Botswana. Chiunque raggiunga lo !Xaus è interrogato su di loro, perché qui nel Kgalagadi le informazioni sugli animali sono raccolte attraverso il passa parola, lo scambio di indicazioni sugli avvistamenti. 

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Su un territorio di 38mila chilometri quadrati, vasto quanto l’Olanda, ogni segnalazione è fondamentale per capire, e registrare, lo stato delle popolazioni. Ti chiedono di prender nota di cosa vedi anche i provider, come Expert Africa, di Londra, che offrono supporto logistico alla organizzazione del viaggio. I San, però, essendo i migliori cercatori di tracce del Kalahari, lavorano non di rado con i ricercatori esperti di leoni, come ad esempio gli uomini di Panthera. 

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Lo scorso novembre, 4 leoni si sono presentati di nuovo allo !Xaus; almeno 30, poi, sono stati visti a Mata Mata, a nord, un punto nevralgico, a circa un paio di ore di jeep da qui. Anche per i leoni del Kalahari risuona, reperto fossile sonoro, onda acustica leggerissima sul veld, il saluto dei boscimani San: “Buongiorno. Ti ho visto da lontano, e sto morendo di fame / Buongiorno ! Ero morto, ma ora che siete venuti, vivo di nuovo”. 

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Mentre avanziamo sulla sabbia granulosa, lucida, che si sgrana tra le dita, la nebbia mi ricorda una altra oscurità, che pose le fondamenta del moderno spirito europeo, l’oscurità del Faust di Goethe: “E conoscessi il mondo, che cos’è/ che lo connette nell’intimo/tutte le forze che agiscono, e i semi eterni, vedessi/senza frugare più tra le parole”. Lo abbiamo fatto, non frughiamo più tra le parole. Il nostro intendimento, la nostra volontà non può più assomigliare al tenue aggrapparsi di gocce di nebbia su di una ragnatela nel deserto. Era troppo poco per Faust. Gli abbiamo dato ascolto. Fino a camminare nella nebbia, nel Kalahari, in pieno luglio 2018. 

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La !Xaus Community è la porta dell’eternità

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Occorre più o meno una ora e mezza di jeep per raggiungere, viaggiando verso ovest, lo !Xaus partendo da Kamqua. Questa parte del Kgalagadi non è pianeggiante: le dune compatte formano un paesaggio collinare, con rade acacie solitarie e un veld ininterrotto di cespugli di Stipagrostis amabilis. La jeep procede su un continuo alternarsi di salite e ripide discese, che le ruote 4×4 aggrediscono slittando: i bordi dei solchi scavati dai pneumatici sono diventati alti come contrafforti, e arrivano quasi ai cerchioni. Procediamo a non più di 30 o 40 chilometri orari, ma l’aria gelata del tramonto ci si schianta addosso velocissima e implacabile dandoci la sensazione di star correndo a perdifiato sulle dune, sempre più in alto, verso l’eternità. 

Il paesaggio stesso sembra aver perso la sua dimensione terrena per aprirsi all’atmosfera, dove il sole va spegnendosi all’avanzare delle tenebre. Le dune rosse del Kgalagadi sprigionano poteri cosmologici e rivelano di nuovo gli elementi primordiali di cui è fatto il mondo. La radiazione ultravioletta, decisa a non morire prima di aver completato il proprio lavoro di creazione, trasforma ogni sfumatura di colore in una unica tonalità arancione. Una gazzella steenbok e una aquila Chanting Gostwawk, in un secondo che rimane immediatamente fissato nella infinità del tempo, ci osservano, chiusi in un enigmatico silenzio di attesa. 

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Spingendoci sempre più verso ovest, le colline e le dune rosse prendono possesso di tutto, sovvertendo gli equilibri di potere di ogni forma di civiltà. Agguantano i nostri strumenti fotografici e telefonici, regolano i giri del motore diesel della jeep, vanificano la nostra mappa geografica del Kgalagadi. Entriamo in un regno dove tutto può ricominciare da capo, ciò che è e ciò che potrà essere. Una fragranza sconcertante, pastosa, di tuberi dolci aleggia sui cespugli verde acqua e satura il nostro olfatto. In Europa, millenni fa, i Greci chiamarono un simile profumo ambrosia, e lo immaginarono come un privilegio degli Dei. Ma qui non ci sono Dei europei. E neppure le pretese dei figli di Prometeo. In questo sprofondare, salendo sulle colline, nella immensità non misurabile del tempo profondo – il tempo che in biologia evolutiva designa lo spazio cronologico lungo il quale ciò che è ha avuto l’opportunità di diventare ciò che appunto è – risorge, questa è la mia impressione – il primo pensiero dell’uomo su se stesso, sugli animali, sulle piante, sugli enti. “Diventare una specie è un processo, non un evento”, ha scritto Carl Safina su Yale Environment 360; e in questo divenire le estinzioni stesse rappresentano la continuità della vita: “la vita intera presente oggi non è il prodotto di una serie di estinzioni; ogni specie, ogni individuo vivente è parte di una linea di discendenza che non si è ancora estinta lungo miliardi di anni”.

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Per questo gli animali che stanno attorno a noi, qui, ora, nel veld freddo della sera, portano con sé storie millenarie. I loro geni, il loro stesso aspetto è la sintesi del passato, del presente e del futuro. Gli animali sono messaggeri del tempo. Per questo sono gli Dei autentici di quel luogo remoto in cui ancora adesso in Antropocene riposano le radici di noi umani. Può darsi, questo provo a pensare chilometro dopo chilometro, che i Greci lo abbiano pensato questo luogo remoto, ma dalle loro premesse emerse infine la nostra civiltà europea bianca, che, lo si ammetta o meno, ha purtroppo deciso la partita sull’intero Pianeta. Il pensiero aurorale, come Heidegger chiamava il principio dell’interrogazione filosofica prima di Platone, fu in grado di cogliere l’importanza imperitura di questo luogo remoto? E se ciò non accadde, le scienze naturali, oggi, sono abbastanza vaste da cogliere il significato ontologico di ciò che hanno scoperto? Non è forse la conservazione una consapevolezza su tutto questo che aspira a diventare legge, diritto e legislazione universale?

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La magnificenza del territorio che appartiene alla !Xaus Community va al di là delle nostre capacità di comprensione. Mentre il direttore del lodge, Anthony, ci accoglie attorno a noi suona una musica di sconcerto e stupore così nuova da disintegrare la nostra lingua e il nostro linguaggio. Qualunque cosa sia, nell’animo e nella genetica di Homo sapiens, il luogo remoto da cui proveniamo, la storia che abbiamo intrapreso negli ultimi cinque secoli ce ne ha distanziati con effetti nefasti che ora mettono in pericolo la sopravvivenza di tutti. Lo !Xaus è lo scrigno in cui provare a recuperare i pezzi del puzzle. Ed ecco che il buio della notte è su di noi e laggiù, sotto lo scintillio di galassie di stelle, sul pan, il grido di una iena maculata annuncia l’inizio. 

Kamqua, Kgalagadi: affidare la propria vita ai leoni

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Ma non tutto il Sudafrica è un posto felice per la megafauna. A questo punto ci sono da dire altre cose, che hanno sì a che fare con il leone del Kgalagadi, ma in forme decisamente meno accattivanti. Il Sudafrica è un Paese di ombre e oscurità, per dire il meno. Molta di questa oscurità non ha origine nella segregazione razziale e nell’apartheid, ma in decisioni prese dopo che la Nazione decise di imboccare la strada del post colonialismo e della propria emancipazione spirituale. Gli animali sono una voce di PIL per il Sudafrica. E i leoni rendono parecchio. 

L’allevamento dei leoni in cattività in ranch, game farms, fattorie è un business in crescita, denunciato nel 2015 dal documentario Blood Lions e poi a settembre del 2016 durante la COP 17 della Convenzione Mondiale per la Biodiversità che si svolse proprio a Johannesburg. Molte nazioni, tra cui il Botswana, si batterono allora fino all’ultimo voto per un upgrading di Panthera leo in Appendix I della classificazione internazionale Cites. Questo avrebbe significato spostare il leone dallo status “vulnerabile” ( in cui è dal 1996) alla condizione di “minacciato”, con lo scopo di rendere illegale su scala mondiale il commercio di ogni parte della carcassa di un qualunque esemplare morto: denti, ossa, pelle, cranio, artigli. Da un punto di vista biologico, il leone appartiene alla famiglia delle pantere, e questo lo pone comodamente accanto alla tigre, sempre più rara, nella medicina tradizionale cinese aggiornata al terzo millennio. Per questo le sue ossa valgono una montagna di dollari. Nel 2016 il Sudafrica ottenne infine ciò che voleva, e cioè bloccare l’upgrading e continua indisturbato a rilasciare permessi per le farms. Il lion breeding è un affare che, come ha qualche giorno fa ha ammesso una investigazione dettagliata della EMS Foundation insieme a BAN ANIMAL TRADING, The Extinction Business – South Africa’s Lion Bone Trade, consente di fatturare sull’estinzione del leone, in collaborazione occulta con i cartelli asiatici del traffico di specie africane. L’indagine è stata annunciata da Africa Geographic, che mette a disposizione il pdf per chi volesse approfondire (con la raccomandazione che le foto dei leoni in attesa di essere macellati non sono facili da sostenere). 

Il Sudafrica comincia ad allevare leoni negli anni ’90 e secondo stime attendibili nel 1999 c’erano già almeno 1000 leoni in gabbia. Le statistiche attuali non danno certezze, proprio perché questo mercato gode di una impunità legislativa che trova i suoi appigli giuridici, secondo EMS e BAN, in falle del sistema CITES (che è un regolamento internazionale a cui devono attenersi gli Stati che ne abbiano firmato l’accordo, come il Sudafrica) e in palesi omissioni di controllo da parte del Ministero dell’Ambiente (Dipartimento per gli Affari Ambientali). Una ricognizione del 2015 condotta da Traffic e WildCru Oxford ( la task force inglese che monitorava anche Cecil the Lion in Zimbabwe) dava 9100 leoni in tutto il Sudafrica, cifra che comprendeva ogni tipo di leone del Sudafrica: quelli allevati erano circa il 68%, e cioè 6.188. Un numero impressionante, se si riflette sul totale di leoni rimasti in Africa, non più di 25mila. Nel 2017 il Ministero ha dichiarato che sul suolo nazionale ci sono 300 strutture impegnate nell’allevamento, senza fornire numeri complessivi. Infine, lo scorso giugno, lo stesso Ministero, nella persona del Ministro, Edna Molewa, annunciava che la quota di ossa di leoni esportabile dal Paese su base annua passava da 800 scheletri a 1500 scheletri. Questi 800 scheletri, per i parametri Cites, erano del tutto “conformi”. 

Secondo questa indagine, durata 18 mesi, il Sudafrica sta facilitando un ulteriore peggioramento: permettere che i leoni siano velocemente macellati in modo da vendere le loro ossa sui mercati asiatici. I mattatoi per leoni si moltiplicano nel Free State (Orange). Il 91% delle ossa esportate nel 2017 include anche i crani: “Questo dimostra che il commercio di ossa di leone in Sudafrica non è un sotto prodotto dell’industria, già esistente, della caccia da trofeo, bensì una industria interamente separata (…) il Ministro sta tentando, senza riuscirci, di far passare questa industria aberrante e distruttiva come una alternativa sostenibile ed etica al trophy hunting”. 

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Il Kgalagadi non è una area protetta chiusa (fenced). Scendere dalla propria jeep è un rischio che risponde solo al proprio libero arbitrio, ma poiché è inevitabile è consigliabile farlo in apposite aree di sosta. Soprattutto, il codice di condotta del Kgalagadi promuove una “cultura del leone e dei predatori”. Rispettare le regole (se ti trovi davanti un leone, non perdere il contatto visivo con il suo sguardo e indietreggia lentamente, non scrutare il paesaggio in lontananza nell’erba alta, non camminare lungo le piste sabbiose, rientra nei luoghi di sosta al calare delle tenebre) rende possibile, qui, una convivenza straordinaria non solo con i leoni veri che si aggirano ovunque, anche se non li vedi, ma con la propria paura. Alla fine, il leone del Kgalagadi diventa una presenza certa, continua, consustanziale all’alba, al caffè della mattina, al fuoco della sera. Lui è con te, e tu sei con lui. E’ una legge scritta in un tempo per noi ormai scomparso, ma è una legge genetica, e quindi incancellabile dalla nostra storia.

IMG_6889(Una pagina del magazine del SanParks disponibile allo !Xaus Lodge)

Questo non significa che quando leggi il cartello di avviso nelle aree di sosta non senti un brivido gelato lungo la schiena. Significa soltanto che accetti il predatore di vertice, il leone appunto, gli affidi la tua presenza così come lui è costretto a tollerare la tua. Nei libri di Elizabeth Marshall Thomas (che visse per anni nel Kalahari con la famiglia), di John Vaillant ( nella sua biografia della tigre siberiana), di Mark e Delia Owens (che trascorsero 7 anni nella Central Kalahari Game Reserve, Botswana) questa condizione ecologica è documentata da decine di esempi storici che trovano conferma nella civiltà San: il leone del Kalahari può convivere con gli esseri umani. E quindi anche con i visitatori occasionali. Il fatto che il Sudafrica esprima, come nazione, una cultura della conservazione così avanzata come quella del Kgalagadi e che, contemporaneamente, programmi su scala industriale lo sterminio di migliaia di leoni compromettendo anche le popolazioni selvatiche ( la domanda di ossa è a tal punto in crescita da motivare i bracconieri a spostarsi sui leoni wild) dimostra l’insufficienza degli apparati burocratici, come la Cites, dinanzi ai problemi biopolitici e culturali posti dall’esigenza di protezione del Pianeta. 

IMG_7083( i leoni del Kgalagadi, Predator Centre Nossob Gate)

Perché quando si legge che “Il Dipartimento per gli Affari Ambientali ha ripetutamente sostenuto che l’allevamento in cattività dei leoni per i cacciatori di trofei e il commercio di leoni vivi e dei loro scheletri è compatibile con la promozione del concetto di green economy”, è chiaro che la questione non riguarda solo il diritto di intendere il proprio patrimonio faunistico nei modi più consoni all’interesse nazionale. Qui si tratta di come il leone viene percepito in Sudafrica in termini economici e politici; di conseguenza, la questione del futuro del leone in Sudafrica – ricordiamo che il Sudafrica è insostituibile per la specie perché contiene due strongholds genetici, il Kgalagadi appunto e il Grande Kruger – dipende dalla possibilità che si attribuisca alla specie una dignità ecologica e storica e dunque un diritto genetico, evolutivo alla sopravvivenza. Questi aspetti culturali sono stati colti, nella loro vastità, da Paul Funston, Lion and Cheetah Program Senior Director per Panthera, che è stato anni al Kgalagadi: “I leoni selvaggi sono una tale fonte di orgoglio nazionale”. Un partito di opposizione al governo ANC, lo Inkhata Freedon Party, ha detto: “questa pratica non è altro se non la riduzione a prodotto commerciale (commodification) di un predatore di vertice dell’Africa, per il vantaggio economico di un pugno di persone, con un danno grande e disturbante per il brand South Africa”.

IMG_7085(due piccoli, foto esposta sempre al Predator Centre del Nossob Gate)

In una rete di affari transnazionale di questa portata, le aree protette non possono essere escluse dal bilancio. The Extinction Business cita anche un altro studio, uscito su PLOS ONE lo scorso ottobre, Questionnaire survey of the pan-African trade in lion body parts , che mette in correlazione il numero crescente di leoni avvelenati o uccisi in Mozambico, Zimbabwe, Sudafrica, Uganda e Tanzania con la domanda di ossa di felini in Cina e sud-est Asia. Secondo EMS, infatti, pezzi di leoni selvatici uccisi di frodo escono dal Paese in bagagli di passeggeri diretti in nazioni africane “di transito” verso l’Asia; nel 2017 all’aeroporto internazionale Tambo di Johannesburg sono state sequestrati 51 artigli e 19 denti in una valigia che sarebbe finita in Nigeria. Diciamo che considerato ciò che si vede al Tambo nei negozi del Duty Free, e che io e Davide vedremo in uscita dal Paese, ci sarà da riflettere non poco sull’ipocrisia che motiva e sostiene contraddizioni così profonde. Nei prossimi giorni uscirà un ulteriore studio sulle lion farms cui ha collaborato proprio Ian Michler, uno degli autori di Blood Lions. Qui le anticipazioni. 

Ma adesso siamo a Kamqua e l’ultima radiazione solare potente della giornata si riversa su di noi come una promessa che nessuno ha il diritto di negare. Le promesse sono il fondamento di ogni orizzonte e possono aspettare lunghi anni per essere soddisfatte. La !Xaus Community è una di queste promesse all’umanità tutta. 

Auob River, dove scorrono le epoche geologiche del Kalahari

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Ci troviamo ormai in un angolo remoto e felice del SA. Il Kgalagadi si spalanca davanti a noi con un silenzio che sembra invincibile. Immenso, di una purezza crudele in cui la vita, la nostra, la vita degli animali stessi, non è scontata, e neppure assuefatta alla dittatura dell’abitudine. Siamo soli su di una pista di sabbia sassosa, color crema. Decine di chilometri senza incontrare nessuna Jeep o Land Rover, sotto lo sguardo dei gemsbok dallo scatto sicuro e improvviso. Ma questa non è più la solitudine europea. “Per trovarsi in ciò che è senza confini – Im Grenzenlosen sich zu finden” scrisse Goethe, “scompare volentieri il singolo – Wird gern der Einzelne verschwinden”. 

Il Kgalagadi coincide con il mistero del Kalahari, che i geologi considerano “elusivo” come un felino. Proprio a causa della diversità degli aspetti geo-morfologici il dibattito sulla vera natura del Kalahari è ancora aperto. Sono evidenti, sul paesaggio, i segni di un feroce regime desertico di pioggia e umidità, eppure la vegetazione invernale è saldamente aggrappata alla sabbia. I cespugli ruvidissimi e pallidi dei sistemi a savana ci sono anche qui, se non fosse che il territorio attorno a noi non diventa mai distesa erbosa e piatta, ma cambia continuamente, e paesaggi differenti si danno il cambio cedendo l’uno dentro l’altro in una strana armonia sempre più enigmatica sotto l’avanzare del sole, dal suo zenit al primo pomeriggio. All’inizio, tra Houmoed e Monro, il veld riesce a sconfiggere la sabbia di dune alte fino a venti metri e sopporta le acacie haematoxylon dal tronco spesso e robusto, antiche di anni; le erbe ad alto fusto di Stipagrostis amabilis (di un opalescente verde turchese) e di Stipagrostis uniplumis (con i suoi tipici cespugli di un giallo oro infiacchito dalla mancanza di acqua ) convivono in prati resistenti, aggrappati alla superficie del suolo e ostili da millenni al passaggio degli erbivori. 

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Poi, lungo il corso dell’Auob, procedendo verso nord est, in direzione di Auchterlonie, le dune diventano più irregolari, compaiono le acacie mellifere e creste calcaree come fatte di stucco d’avorio decorano i profili delle dune più piatte e levigate. In questi anfratti simili a rifugi paleolitici si nascondono i leopardi, che approfittano delle grotte spoglie poste in altitudine per pattugliare il veld sottostante. Individuarli a occhio nudo è sostanzialmente impossibile, ma impareremo presto che per tutti i grandi felini del Kgalagadi le regole di avvistamento della savana non sono efficaci. Qui occorre scaltrezza, pazienza e un intuito inselvatichito per sapere dove un leone, al tramonto, ha scelto di tentare il suo coraggio. Perché ogni centimetro quadrato del paesaggio congiura contro lo sguardo umano, confonde, trae in seducenti inganni l’illusione di aver avvistato il lampo di una zampa o il movimento di un corpo, tra i cespugli. E’ come se il Kgalagadi stesso proteggesse le sue faune, rendendole così poco accessibili e così immensamente desiderabili. Decine di springbok, le gazzelle eleganti e flessuose del Kalahari, brucano l’erba secca e rugosa nutrendo le nostre aspettative con la loro continua vigilanza contro i predatori. Gli springbok sono erbivori generalisti che, come i gemsbok e i kudu, hanno tratto vantaggio dall’inaridimento dei pan negli anni venti del secolo scorso, fino a moltiplicarsi con enorme successo. Quarant’anni fa il numero di springbok, gnu e alcelafi rossi raggiunse le migliaia di esemplari: non c’è traccia di proporzioni del genere nelle fonti ottocentesche su questa area del Kalahari meridionale. L’impronta umana, e più tardi le scelte di amministrazione del parco, hanno plasmato ciò che vediamo oggi piegando antichi equilibri a nuovi rapporti di forza. Il numero dei felini non è cresciuto di pari passo, e tutte le specie soffrono qui di problemi analoghi se non uguali a tutte le aree faunisticamente ricche dell’Africa. Il SanParks dichiara 450 leoni (le stime sul Botswana non sono del tutto sicure), 150 leopardi e 200 ghepardi. Considerate le condizioni generali del ghepardo, questa cifra appare un quasi miracolo. Le iene sarebbero più numerose: 375 spotted, e 600 brown, la specie più rara. 

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Molti alberi, la corteccia annerita dalla sete, hanno cime mutile e grosse braccia spezzate. Altri sono già morti, ma presidiano il paesaggio senza arrendersi, e trattengono ancora il vigore e la resistenza delle loro migliori stagioni. Negli anni ’90 le condizioni climatiche del Kalahari sono diventate più fluttuanti. Qui cadono solo 200 mm di pioggia in un anno, e i due fiumi del parco, il Nossob, che segna il “confine” con il Botswana, e lo Auob, sono quasi sempre asciutti. I fiumi, se e quando piove, riescono a trattenere l’acqua solo in superficie e al Kgalagadi questo basta per interi decenni. Una vera e propria corrente scorre molto di rado in questi due fiumi: si ritiene che il Nossob abbia una portata di acqua tale da generare una corrente solo una volta ogni secolo. Nel 2016, però, le piogge furono eccezionali e lo Auob tornò ad essere un fiume. Chi viene qui non si lascia scoraggiare dall’aridità e dal freddo invernale, pari solo al massacrante caldo estivo. Nei prossimi giorni le minime notturne saranno sotto zero, ma la massima diurna di 25 – nient’affatto scontata – è ingannevole. Soffia costantemente un vento tagliente, che prende a pugni la faccia e gli occhi e che diventa gelido dal tramonto. Detto tutto questo, l’escursione termica può raggiungere i 20 gradi nel giro di sole tre ore, dalle 7 alle 10 di mattina.

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“Il KTP è uno degli ultimi parchi intatti del SA, con una interferenza umana ridotta considerata la sua estensione. E’ una vera wilderness e un vital natural heritage; gli animali sono abituati a vedere macchine ed esseri umani, ma devono sempre essere trattati come selvaggi – dice il codice di condotta del SanParks – Rispettare loro e il loro ambiente, cercando di avere sul parco il minor impatto possibile è cruciale per assicurare una gestione efficace della wildlife e della wilderness in nome di un futuro comune”. Si tratta qui di aderire ad una cultura della wilderness: ci sono delle restrizioni precise alla produzione di rumore e quindi alle cause di stress acustico per gli animali: dalle 9 di sera alle 7 del mattino tutto deve essere fermo. Un imperativo ripetuto nei campi tendati, ovunque, è di risparmiare l’acqua salata e oleosa, l’unica disponibile per lavarsi sommariamente. Le pozze d’acqua sono ormai quasi asciutte e le pompe a pannelli solari attendono la stagione delle piogge per ricominciare a lavorare a pieno regime. Questi pannelli solari – il SanParks ha pianificato l’energia rinnovabile in tutto il Kgalagadi – sono disorientanti. Sono indubbiamente giusti, ma inaspettati, e sono anche sicuramente aggiornati alla epoca dei cambiamenti climatici, ma ci vorrà del tempo per abituarsi alla loro presenza. 

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Del resto, ad Auchterlonie, tra Monro e Kamfersboom e poi ancora dopo Batulama, sono ancora visibili i resti di insediamenti umani in pietra del periodo coloniale. Su una duna c’è anche un piccolo museo, Le Righe House, riassorbita nel paesaggio, vestigia e frammento, ancora una volta, del passato ereditato. Molte epoche si sommano una all’altra nel Kgalagadi, e la sintesi che abbiamo di fronte a noi ci chiama a comprendere secondo percorsi non lineari. Le risposte ai problemi di oggi, ad esempio al bisogno di energia, quando riescono ad essere almeno abbozzate, pretendono che la domanda di giustizia degli uomini e degli animali trovi sempre una riformulazione proprio dove l’eredità iniqua del passato ha più crudamente trasformato situazioni, sentimenti, percezioni, e risorse naturali. 

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La maggior parte delle watehole, le pozze d’acqua artificiali, sono in questa parte del parco. Sono contrassegnate da cippi in pietra, con il nome della pozza scritto in afrikaans. Anche queste indicazioni sulla pista principale appartengono agli uomini, ma non entrano in conflitto con la sostanza selvaggia del Kgalagadi. Molto utili per avere costantemente la misura di dove ci si trovi, soprattutto nel tardo pomeriggio, quando è urgente dirigersi verso i luoghi di riposo e ricovero notturno, i cippi delle waterhole sono anche i punti nevralgici in cui avvistare i predatori. 

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“L’introduzione dei waterhole ha diminuito il bisogno degli animali di migrare (ad esempio il wildebeest) e ha creato popolazioni più sedentarie – dichiara il Sanparks – e nondimeno l’adattamento ad un ambiente duro e così arido è eccezionale, con o senza le pozze di acqua artificiali”. E’ la storia delle zebre e degli springbok, che prosperano nel Kalahari in modo diverso da un secolo e mezzo fa, in un clima in cui non esiste un giorno che sia uguale al precedente. Un clima in cui, quanto alla luce, non si dà secondo che sia identico al prossimo. La radiazione solare è cangiante e così varia da richiedere un adattamento continuo delle lenti fotografiche. Sono ormai le 17 del pomeriggio e attraversiamo il Gemsbok Plein lungo l’Auob, verso Kamqua. Da qui saliremo sulle colline di nord ovest per raggiungere, insieme ad una guida San, la !Xaus Community. Sì, siamo in un angolo felice del Sudafrica.

Twee Rivieren, il XXI secolo alla sbarra

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Alle 10.40 mancano solo 20 chilometri al Twee Rivieren, il gate di ingresso al Kgalagadi. Un gruppo di San in evidenti condizioni di povertà piantona un albero di acacia e un vecchio mima una danza rituale. Il suo corpo è di una magrezza estrema, ha perso il tono muscolare agile e scattante della sua gente, tipico dei cacciatori raccoglitori. E’ una scena deprimente, che fa a pugni con un cartello allegro e vivace che annuncia una “farm kitchen”, probabilmente uno di quei latifondi ormai così diffusi in Sudafrica dove si allevano specie selvatiche a scopo commerciale. Ci sono ancora vacche e capre che pascolano sulla sabbia nei pressi di alcuni kraal di pastori, e siamo ormai a soli 15 chilometri dal gate. Le case sono capanne in lamiera, che però hanno elettricità da pannelli solari. Un certa cupezza tenebrosa circonda questi insediamenti rurali. 

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Eppure, qualcosa di inesorabile sta già accadendo, e il conta chilometri non può fare altro che accompagnarne l’approssimarsi. Il confine con il parco risucchia il ventunesimo secolo, lo interroga e si prepara a presentarci la sua proposta. Saremo pronti ad accettarla? Siamo davvero sicuri di avere abbastanza energie psicologiche ed emotive da fronteggiare l’immensità ancora viva di ciò che pur sta ormai scomparendo dalla maggior parte del Pianeta? Siamo disposti a prenderci la responsabilità di vedere ciò che vedremo? Da dove proviene ciò che dimora dentro il Kgalagadi? Dal tempo, almeno questa risposta, almeno una, s’è presentata chiara e bella nitida negli indizi e nelle tracce sul nostro cammino: nel corpo emaciato del vecchio San, nella carcassa dello sciacallo spappolato sull’asfalto, nelle ossa dello springbok e nei cespugli turchesi del veld che Davide ha affettuosamente chiamato “gli alberi blu”. La vita viene dal tempo, dalla vertiginosa profondità di tutto ciò che è già morto alle nostre spalle, dalla continuità che lo scomparire ritmico di milioni di esseri viventi vegetali e animali produce attraverso la loro estinzione perenne. Ciò che persiste trova la sua continuità in un indomabile assentarsi delle cose. Ciò che è perduto per sempre riempie di sé ciò che rimane. Questa assenza è il territorio selvaggio dentro noi umani. 

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Parcheggiamo la Duster nel piccolo parcheggio dove è obbligatorio sostare prima di aver sbrigato le formalità burocratiche e amministrative di ingresso nel parco. Un bungalow di canne di bambù e muratura ospita entrambe le autorità di frontiera del Kgalagadi, la Repubblica Sudafricana e il Botswana. Il simbolo del Sudafrica è il gemsbok, la poderosa gazzella dal manto grigio-lilla e le corna simili a sarisse persiane, mentre l’araldo del Botswana è il licaone, il cane selvatico. Paghiamo le fees del parco in Rand e ritiriamo una seconda mappa, insieme a materiale informativo del SanParks, l’ente governativo di gestione del parco per il Sudafrica. Il leone è il dominatore assoluto dell’Impero in cui ci apprestiamo ad entrare. Eppure, la stessa rivista del SanParks tace sulle ragioni più strutturali per cui i leoni del Kgalagadi sono così importanti per il futuro della specie. Queste ragioni coincidono con le caratteristiche stesse del Kgalagadi: una porzione di deserto del Kalahari composto da almeno 20 differenti paesaggi che corrispondono ad altrettanti tipi di vegetazione. Tutto questo rispecchia un tipo di leone: il leone criniera nera del Kgalagadi. 

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Bruce Patterson del Field Museum di Chicago ha studiato a lungo la plasticità del leone: “Gli studi su un singolo ecosistema necessariamente generano una visione incompleta della specie. Non possono rendere conto del numero di unità evolutive, spiegare le contrastanti informazioni sul comportamento, l’ecologia e anche l’aspetto o determinare i membri della specie, lo status e le minacce in tutto il range. I leoni variano in modo impressionante nella morfologia, nella genetica, nei comportamenti e nell’ecologia” ( On the nature and significance of variability in lions – Panthera leo, Evolutionary Biology (2007) 34:55-60). Oggi le prospettive di conservazione per il leone sono discusse all’interno di un cambio di paradigma: bisogna ragionare per “landscape” e cioè per popolazioni, non solo perché la specie è ormai molto frammentata sotto l’equatore (anche nelle strongholds) ma anche perché le popolazioni sono straordinariamente adattate agli ecosistemi in cui sopravvivono. Il ragionamento per landscape è utile anche per progettare l’auspicato ampliamento delle aree da proteggere in quanto adeguate ad ospitare il ritorno dei leoni. In definitiva, comprendere sempre di più e sempre meglio come singole popolazioni, come quella del Kgalagadi, si muovono, cacciano e si riproducono è di vitale importanza per progettare la protezione del pool genetico dell’intera specie. 

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Ma accanto al leone, nel Kgalagadi prosperano le cosiddette “serie complete” di erbivori e un numero enorme di onnivori e carnivori opportunisti. Una rapida galleria fotografica di ciò che sta dentro le terre selvagge del Kalahari del sud è per forza di realtà piuttosto incompleta. Quando la sbarra del check point documenti si alza e ci lascia passare il confine è ormai superato. Come gli intrepidi trekker boeri, anche se ad anni luce dalla loro mentalità e dal loro ardimento, non torniamo più indietro.

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Il Twee Rivieren è l’ultimo avamposto prima del deserto e i pochi turisti che sostano qui in questo momento dell’anno hanno a disposizione dal SanParks attrezzature per il barbecue e qualche alloggio coperto anche se rudimentale, in caso di necessità. C’è una pompa di benzina, l’ultima fino al Nossob Gate, e un negozio di generi alimentari. Frutta sciroppata, minestre essiccate Knor, acqua potabile, pies di cipolle e pollo, e anche pelli di springbok conciate per diventare tappeto. Mangiamo con gli scarponi che affondano nella sabbia color crema delle dune del Twee Rivieren, disposti a sperimentare la proposta del confine. Del Kgalagadi.  

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Kalahari Red Dune Route

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Attraversiamo il distretto industriale di Upington percorrendo  la Swartmodder, per infilarci sulla Route 360 e proseguire dritto lungo i 200 chilometri di “zona cuscinetto” tra gli insediamenti umani e il Kgalagadi. Un cartello stradale indica la direzione del parco, verso Askham. E’ un annuncio, un urlo che arriva dalla fine di questi duecento chilometri, dalla sabbia sdrucciolevole del Kalahari, come se volesse scuotere la nostra epoca, che ci sta cucita addosso, dalle sue fondamenta. Le buffle zone sono territori di confine in cui il paesaggio umano, e cioè le coltivazioni, le mandrie e le greggi, cedono lentamente il passo agli habitat selvatici. In certi contesti, ad esempio in Uganda, spostandosi verso il Queen Elizabeth, ci sono solo “farmlands and exotic trees”, come racconta il Lion Recovery Fund, il gruppo non governativo più avanzato nell’analisi del futuro del leone con cui collabora anche la Leonardo Di Caprio Fundation. Il Queen Elizabeth è una benedizione, ma questo non rende l’assedio meno perverso. Nella Tanzania del nord il passaggio di testimone tra Antropocene africano ed ecosistema è brutale: campi di mais e villaggi impoveriti accompagnano lo sguardo di chi, venendo dal Lake Manyara, sale verso il Rift, per entrare a NgoroNgoro e scivolare poi nella piana erbosa del Serengeti. Lo stacco è netto, la cicatrice tra i due lembi della realtà spessa e non più negoziabile. Una delle due parti ha già perso. Per sempre. 

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E’ così che la teoria della separazione della wilderness invocata dai Britannici del Capo a inizio Novecento come principio cardine della salvaguardia faunistica non è del tutto superata. La parola parco implica confini e del resto sono proprio le buffle zone a ribadire che i confini di un parco, ancora oggi, dividono noi da loro. Il contesto umano dal contesto animale non addomesticato. I parchi non sono luoghi di riconciliazione o di compromesso, sono decisioni già consolidate a cui adattarsi. Il Trattato di Versailles della conservazione è scritto. I duecento chilometri della Route 360 sono però una altra cosa. Appartengono al Kalahari, ce ne accorgiamo quando l’asfalto scorre sotto le ruote della Duster come se fosse una unica, nuova dimensione del Pianeta Terra, aggrappata ad un cielo a grumi di nuvole blu e grigie profondo quanto l’irrequietezza perenne della nostra specie, di noi uomini. A Nonieput questo cielo concede a qualunque cosa respiri sotto di lui una pioggia caduca e fuggevole, a grosse gocce simili a biglie. Uno sciacallo giace morto sull’asfalto, dopo aver tentato di attraversare, il primo della sua famiglia di canidi furbi e incredibilmente adattabili a presentarsi a noi, e un cartello avvisa che i rapaci si aggirano con occhio scaltro sopra i cespugli. Siamo già nel Kalahari, ci siamo già dentro in questo inverno 2018 dell’Africa del sud, sulle sabbie rosse disidratate che corrono dietro i finestrini. 

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Qui le persone sopravvivono allevando pecore e capre. Qualche gregge pascola sulla sabbia l’erba che ha il colore dell’oro, del turchese marino e della salvia. Le bestie appartengono a insediamenti umani modesti e minuscoli. A Norokeipan si raccoglie il sale in una salina bianchissima, scorticata. Poco più avanti, dopo un lodge abbandonato, incontriamo un pastore a cavallo. Siamo al miglio 163: colline di sabbia rossa riempiono i trencentosessanta gradi di orizzonte che sta tra noi, dentro la Duster, e il possente mondo esterno. Poi ecco che, improvvisamente, alla nostra destra, compare il profilo marrone di un enorme pan, il tipico lago secco salato del Kalahari, una distesa piatta e infida – sotto la crosta dura potrebbe esserci fango ancora umido – a forma circolare, che assomiglia ad una isola, il modulo geometrico primordiale del Kalahari meridionale e centrale. 

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Siamo al Goerapan, una conca pianeggiante soffusa di giallo, uno spazio autonomo nella grandezza dello spazio che lo contiene. Ecco perché qui si forma nel cervello una percezione diretta, verosimile degli animali selvatici. Si riesce ad immaginarli muoversi nello spazio, la profondità della danza di dune che si espandono fin dentro il Kalahari è anch’essa un movimento che diventa uno con lo spostarsi e il camminare degli animali, mentre ogni specie della terra e del cielo prosegue per il suo viaggio incastonata nello spazio e lo spazio, per conto suo, dà ritmo, consistenza e significato al frullare delle ali o all’incedere degli zoccoli. Il pensiero è geografia. Andare, mettersi sulle tracce di questi animali, e raggiungere la grandezza dello spazio là in fondo, dove le dune rosse sconfiggono la misura della distanza e sono, imperturbabili, soltanto Pianeta Terra. Di questo cammino per noi perduto, dileggiato dall’epoca della tecnologia padrona di ogni sentimento, parlava Thoreau al principio di Walden:  “Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza (….)” perché “c’è una alternativa al perseguimento del superfluo: avventurarsi subito nella vita”. Il pensiero è geografia. 

Poco dopo il pan Davide accosta. A un paio di metri sotto il bordo sabbioso della strada, in fondo alla scarpata c’è lo scheletro scomposto di uno springbok.

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Esaminiamo le piccole vertebre e il cranio bianco ripulito da ogni traccia organica. Le sue ossa sono ormai solo frammenti, la morte l’ha colta molto tempo prima, eppure è il suo mondo, non la materia, a sembrarmi un mondo in dissoluzione. Nell’Ottocento le genti Ottentotte dicevano agli inglesi che lo springbok è sempre esistito e che quindi non viene da nessun luogo, non ha una origine. I boscimani del Kalahari centrale custodivano un mito analogo su se stessi: “da dove viene il boscimane? Un sogno ci ha sognati”, racconta Laurens van der Post. Ma le gazzelle e le genti San e Mier conobbero ciò che prima di loro avevano conosciuto gli Ottentotti. La fauna che conoscevano da millenni non era eterna, era preda, così come lo erano loro, preda di qualcosa di così inaudito che anche oggi, francamente, non è facile farsene una idea. Lungo la 360 ci sono negozi di biltong, la carne selvatica secca del Kalahari, insaporita con erbe aromatiche e sale. Si mastica biltong in silenzio mentre si osservano gli animali attorno alle pozze d’acqua, in attesa dei leoni. Il biltong è un cibo ricco di storia, un simbolo del destino di uomini e animali del Sudafrica. Nel 1931 una delle ragioni per la proclamazione del Kalahari Gemsbok NP fu l’intenzione di prevenire l’eccessiva caccia agli erbivori per mano dei “cacciatori di biltong”. Molti Mier erano cacciatori di questo tipo, essendo stati privati dei diritti di proprietà sulla terra. Negli ultimi tre decenni dell’Ottocento i Mier avevano vissuto di allevamento di bovini e pastorizia entro i confini di quello che è oggi il Kgalagadi, ma la perdita della terra, a causa della legislazione progressivamente razzista del Paese, li spinse su altre fonti di approvvigionamento. Persa la terra, si diedero alla caccia per vendere il biltong e infine la dichiarazione del Gemsbok park li condannò anche a perdere la caccia, perché erano cacciatori sgraditi e pericolosi per la “salute” della fauna. 

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Conflitti disperati, che pur conclusi nelle fase acuta ( quella dei morti, degli abusi, degli sconfitti) segnano ancora il Kgalagadi. Proprio come un secolo fa, sulla pelle degli animali e delle persone si combatte, si mercanteggia, si impone potere. Gli allevatori di ovini continuano ad essere in guerra con il caracal, la lince del deserto, che uccide e mangia gli agnelli causando ingenti danni economici. Da metà degli anni ’70 il caracal da queste parti è un problema, e non certo una star come negli sporadici documentari BBC che riescono a filmarlo. E’ in buona compagnia. I leoni del Kgalagadi non hanno mai firmato la pace con nessuno. 

Gus Mills è stato il ricercatore sudafricano che ha speso più tempo nel Kgalagadi fra gli anni ’70 e la fine degli anni ’90. L’African Lion Group, nonostante sia in pensione, lo cita ancora tra i massimi conoscitori del parco. In un paper uscito su Koedoe nel 1978  Mills parlava della convivenza con i leoni del parco: “Durante gli ultimi anni ci sono stati considerevoli problemi con i leoni che passavano attraverso le fences lungo i confini sud e sud-occidentali del parco, in particolare dentro l’insediamento del Mier Coloured Settlement. I leoni però si spostavano anche dai villaggi Mier verso le fattorie sudafricane. Predavano su prede selvatiche, ma occasionalmente anche sulle pecore”. La prassi del KGNP ( Kalahari Gemsbok NP) prevedeva di riportare i leoni dentro il parco. Ma tavolata l’abbattimento era l’unica via di uscita. Secondo Mills, gli esemplari che uscivano erano giovani maschi in cerca di un loro pride e di un futuro. In un solo anno, dal gennaio del 1975 al gennaio del 1976, dovettero essere abbattuti 15 leoni. A quel tempo il Nossob River segnava il confine tra la parte sudafricana dell’area protetta ( Il Kalahari Gemsbok, 9591 Kmq ) e il Gemsbok NP che era per intero in Botswana (esteso per 24.800 Kmq). Era chiaro che il Botswana giocava la parte principale nella sopravvivenza dei leoni. Mills si era infatti accorto che i leoni del Nossob proseguivano verso Nord e sconfinavano in Botswana. La loro vita era transfrontaliera. 

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Le Must River, il cuore duro dei pionieri

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Sono le 7 di mattina a Upington, Sudafrica. Oggi partiremo per l’obiettivo della nostra spedizione, il Kgalagadi, il primo parco transfrontaliero in Africa, nato il 12 maggio del 2000, la conservation area più importante di questa porzione di Africa – paragonabile solo al KaZa, il Kavango Zambesi. Quel giorno di maggio di diciotto anni fa, il presidente del Botswana, Festus Mogae, e il presidente del Sudafrica ( si parlava di un accordo dal 1992 ) definirono il Kgalagadi “peace park”, il parco della pace, per via dell’accordo sulla riappropriazione dei diritti di permanenza dei San e dei Mier all’interno del parco dopo un secolo e mezzo di violenze razziali ed espropriazioni coatte. Nel 2000 finiva un’era della protezione degli spazi selvaggi del Sudafrica moderno, un’epoca in cui la totale separazione di territori ricchi di fauna e di flora era un imperativo quasi morale. Nel 2000 cominciò un nuovo pensiero, che lasciava filtrare in ogni documento l’obbligo alla condivisione delle risorse (i migliaia di Rand che entrano con il turismo, i diritti di caccia e di insediamento di fattorie e villaggi) e la partecipazione dei popoli non bianchi all’idea stessa di “parco nazionale”. Il Kgalagadi sarebbe stato un simbolo di riconciliazione, un esperimento dalle potenzialità grandiose, la dimostrazione che un discorso transfrontaliero sulle specie da proteggere poteva essere nelle menti e nei cuori della politica sudafricana, e dei suoi vicini, come il Botswana. Poteva insomma nascere qualcosa di diverso dal Kruger, di più complicato, di più ostico, e di più remoto. Genti e animali stretti in un vincolo giuridico di nuova elaborazione post apartheid e che però rappresentava tutta la questione della conservazione, e non certo solo in Sudafrica. Non c’è destino animale che non sia un destino di uomini. Questo disse Il Kgalagadi sin dal suo primo giorno. 

Non ci sono più di dieci gradi stamattina e infiliamo le nostre giacche a vento di piumino senza esitazione. Nel salone centrale del Le Must manca il riscaldamento: un condizionatore spento ci osserva dalla parete perplesso e intristito, mentre il freddo condensato in umidità appanna la vetrata alla nostra sinistra, da cui vediamo il fiume Orange e i canneti lontani. I rapaci non sono ancora usciti allo scoperto e gli uccelli del giardino sembrano ignari di un pericoloso gatto domestico che alla fine riesce a infilarsi in cucina. La domestica del Le Must è timida e gentile con noi, e accende subito il fuoco a gas sotto le padelle per preparare uova e bacon.

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Anche lei non avrà neppure quaranta anni, e ha addosso quell’aspetto dimesso e desolato delle ragazze di Steer, la sera prima. Il suo pile infeltrito mi sembra una protezione insufficiente contro il freddo che deve aver sopportato per essere lì di primo mattino, apposta per noi. Donne sfinite dalla fatica di un lavoro che non possono amare, dal peso di famiglie esigenti a cui vorrebbero dare molto di più. Bevendo il caffè, do una occhiata in giro. Questo posto ha un arredamento austero e determinato, come il cuore duro dei pionieri olandesi che si spingevano, famiglie a carico, sino al limite del Kalahari.

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Non ricordo più dove ho letto che non tutti i popoli hanno lo spirito dei pionieri ed è indubbiamente così. Chiunque abbia portato fino all’Orange questi piatti rosa Rococò di produzione francese ebbe un coraggio tanto vasto da sentirsi a casa sua contemplando orizzonti ostili e crudeli. Indietro non voleva tornare. Perché indietro non si torna, e perché poteva appartenere ad un altro luogo, migliore per lui dei vezzosi giardini di Versailles, se solo avesse voluto abbastanza con quel volere che non accetta ragioni e impara a sopravvivere dicendo di no.

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Fatto sta che poderosi NO ripetuti da queste parti per decenni portarono infine all’espropriazione totale delle terre delle genti indigene, ingiustizia nient’affatto risolta in venti anni di democrazia. La spartizione equa della terra è una questione rovente nel Sudafrica del presidente ANC Cyril Ramaposa. Secondo la BBC, alla fine dell’apartheid nel 1994 il governo dello African National Congress “disse di voler restituire il 30% ai proprietari precedenti entro il 2014”. I proprietari legittimi erano i neri a cui nel 1913, attraverso il Native Land Act, venne impedito di acquistare o affittare terra nel “white South Africa”. Di fatto, solo il 10% della terra adatta a fattorie è stato restituito. E da qui si è ricominciato a discutere su come redistribuire, ossia, in sintesi, su come far fronte ad una domanda di giustizia ancora assetata. 

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