Kgalagadi, il parco nazionale dove la geografia diventa destino


Che cosa è la wilderness? Questo è uno degli interrogativi più radicali che porterò nel Kgalagadi. Quando si parla di conservazione poca è generalmente l’attenzione per il lessico, e cioè per il backstage di ogni parola utile a descrivere i motivi per cui dovremmo proteggere le specie e i loro habitat. Ma in Antropocene – nel XXI secolo – nessuna parola è innocente: ogni sostantivo e verbo delle nostre lingue europee sopporta il peso della nostra storia. Il linguaggio non è senza colpa, contiene i progetti e i crimini di una civiltà. Al principio degli anni ’50, Martin Heidegger avvertì che “per lo più e troppo spesso ciò che è stato detto noi lo incontriamo solo come il passato di un parlare”. Tutte le domande che contiene la wilderness non appartengono solo al passato, ma anche al nostro presente.
I dati raccolti dal team di ricerca di James Allan della University of Queensland lo hanno confermato: il Kgalagadi è una wilderness. In quanto habitat ancora selvaggio, e parco transfrontaliero con il Kalahari meridionale che sta già in Botswana, il Kgalagadi custodisce ancora due dimensioni in rapida rarefazione, e cioè lo spazio e il tempo. Lo spazio è l’estensione del parco nazionale ( 37mila Kmq) che consente alle specie migratorie, soprattutto gli erbivori, di spostarsi liberamente, e ai grossi predatori di vertice, come i leoni, di andare in dispersione. Il tempo è l’orologio dell’evoluzione, il crono a disposizione degli spazi selvaggi perché l’algoritmo dell’evoluzione (il cocktail di fattori genetici ed ambientali che plasmano l’aspetto e le caratteristiche adattative di una specie) faccia il suo corso. Tempo e spazio sono due fattori interdipendenti e interconnessi, che nelle megalopoli sovraffollate di esseri umani dell’Antropocene tendono a volatilizzarsi sotto gli effetti, psicologicamente massacranti, della concentrazione di persone, cose, macchine e rumori artificiali. Il tempo è dunque geografia. Nella relazione tra il tempo e la geografia degli spazi ancora risparmiati all’agricoltura ed agli insediamenti umani va ricercato il significato della wilderness.

Nei grandi parchi transfrontalieri, come il Kgalagadi, il tempo è geografia, perché è scritto dentro il paesaggio. L’ecosistema è plasmato dallo scorrere del tempo, che trascorrendo nel corso delle ere geologiche diventa habitat e determina aspetto ed ecologia delle faune che vi abitano. Questo discorso è particolarmente rilevante per la storia del leone del Kalahari (Panthera leo leo), che è cioè che rimane, in termini quantitativi, del leone del Capo (Felis leo capensis) estinto già a metà Ottocento, preda ambita e “peste” per gli allevatori Boeri (Afrikaner) del non ancora nato Sudafrica. Il tempo lavora contro il leone nel continente africano, ormai, perché è diventato un tempo esclusivamente umano. Nel suo ultimo secolo di storia il leone africano ha perso il 75% del suo range originario. Sapevamo che cosa questo avrebbe significato sin dai primi anni Duemila, ma soltanto oggi i numeri ufficiali approvati da Panthera suonano per quello che sono, e cioè impietosi: non è collassato soltanto lo spazio, inteso in senso quantitativo, della specie, ma anche parte del suo passato evolutivo, e cioè il patrimonio genetico che nel corso di decine di migliaia di anni ha reso il leone ciò che è oggi. Lo spazio e il tempo sono variabili preziose in ogni area protetta, ormai, e al Kgalagadi con una certa importanza, perché il parco è transfrontialiero. Qui è ancora legittimo parlare della filogeografia del leone africano. Esplorare il concetto di filogeografia (phylogeography), e cioè il modo in cui, nello topografia del continente africano, erano disposte le diverse popolazioni di leoni, e i loro diversi adattamenti, è indispensabile per capire che cosa è la wilderness.

Secondo stime del 2004, in Africa i sistemi a savana coprono 13,5 milioni di chilometri quadrati, ma soltanto il 25% (ossia 3,4 milioni di Kmq) è adatto ai leoni. Nell’Africa subsahariana, dove sono concentrate le ultime popolazioni numericamente consistenti, nel 1960 abitavano 229 milioni di persone, che nel 2050 saranno 863 milioni. Sono cifre che da sole dovrebbero indurre una riflessione sulla “geografia reale” del leone (Fonte: Size of savannah Africa: a Lion’s (Panthera leo) view, Biodiversity Conservation (2013) 22:17-35). Oggi, al principio del XXI secolo, dedurre dalla realtà al suolo una mappa di cosa è stato il leone, non è semplice, ma cruciale per il futuro: “Comprendere i processi filo-geografici che coinvolgono le specie in pericolo è determinante per interpretare la loro storia evolutiva e progettare strategie di conservazione. I leoni forniscono una opportunità-chiave per esplorare queste processi; e tuttavia, una mancanza di diversità genetica e la scarsità di campioni adeguati ha fino ad ora impedito questa investigazione (…) Scopriamo che i leoni sub-sahariani costituiscono la base dei leoni moderni (Ndr, la base genetica), perché supportano un modello unico di evoluzione del leone moderno (Ndr, con un unico focus geografico di espansione della specie), equivalente al modello più recente dell’evoluzione umana dall’Africa”(Fonte: The origin, current diversity and future conservation of the modern lion (Panthera Leo), Wildlife Conservation Unit di Oxford, Proc.R.Soc. B (2006) 273, 2119-2125 ). Tra gli autori dello studio da cui è tratto questo passaggio c’è Noboyuki Yamaguchi, tra i massimi esperti della genetica di popolazione del leone. Ma che cosa significa studiare la differenziazione geografica (filo-geografia, dal latino phylum, specie, razza ) del leone? La storia della specie, ricostruita tanto sulle fonti storiche quanto sul materiale genetico – che comprende anche campioni raccolti nei reperti dei musei di storia naturale di Africa ed Europa – ci mostra dove siamo nella parabola di questa stessa specie: cosa è già perduto per sempre, quanto è rimasto e infine quali possibilità ha di sopravvivere ciò che è rimasto. Dal confronto parallelo con le testimonianze storiche (diari, taccuini, compendi tassonomici) e con le rilevazioni genetiche possiamo mettere a fuoco la verità sullo status dei leoni e il posto che le popolazioni odierne hanno nel quadro economico del turismo come strategia di conservazione.

Karl Jaspers sosteneva che l’uomo contemporaneo è Bodenlos, non ha più una terra che lo ospiti, nonostante abbia conquistato tutto il Pianeta. Homo sapiens ha infatti trasformato lo spazio in una risorsa, mettendo in secondo piano, cioè al di fuori da schemi di sfruttamento orientati al profitto, lo spazio come fonte (source), una dimensione culturale che è stata ricordata dagli attivisti Lakota di Standing Rock. Anche per Heidegger l’uomo della seconda metà del Novecento è heimatlos, privo di una patria, un concetto che Umberto Galimberti intende come condizione esistenziale di colui che non trova più “corrispondenza e riscontro” nel mondo. Gli habitat abitati dalle altre specie sono lo spazio perduto alla civiltà e quindi lo spazio da cui Homo sapiens si è consapevolmente tirato fuori: sono contesto ecologico, ma anche contesto esistenziale, territori in cui gli esseri umani pensano la propria civiltà in termini di prelievo di risorse e non più di co-appartenenza al Pianeta. Se anzi vogliamo andare fino in fondo nel sondare che cosa significa lo spazio come risorsa, ci troviamo in un ragionamento nuovo: lo spazio è una questione esistenziale per Homo sapiens, pensare al Pianeta come spazio riguarda il modo in cui abbiamo disegnato la nostra idea di esistenza lungo almeno gli ultimi due millenni di storia umana.

Jaspers definiva ciò che ci sta attorno, il nostro ambiente e il nostro essere sul Pianeta, con la parola Umgreifende, che in tedesco significa “ciò che raccoglie attorno”. Anche la coscienza umana è Umgreifende: “L’Umgreifende che noi siamo (das Umgreifende das wir selbst sind) dischiuso a quell’Umgreifende che è l’essere stesso (das Umgreifende das Sein selbst ist)”, spiega Umberto Galimberti. Per Jaspers, l’essere umano si trova in un ambiente che accoglie ed avvolge, ma anche che si mostra (che esiste) a prescindere da ogni progetto di utilizzo. Ogni uomo è dunque immerso in uno spazio che è orizzonte, paesaggio, geografia. Una consapevolezza piena e appagante dell’esistenza non può dunque accadere in mancanza del sentimento di appartenenza spaziale ad un luogo (Ort) che definisce la posizione dell’essere umano rispetto alla vita, intesa come evento biologico e psichico. Anche nel pensiero di Heidegger la riflessione sull’alienazione moderna della civiltà umana è legata ad un linguaggio spaziale. Lo scenario costante da cui la storia prende avvio è per Heidegger la verità dell’essere: la storia umana su questo Pianeta è Geschichte, ossia ciò che è “mandato” (dal verbo schiken, mandare, da cui anche Schiksal e Geschickt, destino ) e quindi “venuto ad essere”, non soltanto perché è accaduto, ma anche perché è stato possibile. Per Heidegger c’è, in altre parole, non solo l’evidenza di ciò che è già accaduto, ma anche la possibilità che dall’orizzonte amplissimo della vita qualcosa possa accadere (es gibt, la forma impersonale per dire “c’è” che letteralmente però suona “si dà”). La imprevedibilità dell’accadere, di ogni accadimento biologico, si fonde così con la comprensione filosofica della nostra realtà, nel senso che la storia del nostro Pianeta non è solo storia della specie Homo sapiens, ma soprattutto storia della evoluzione delle specie in sincrono con le trasformazioni geologiche del Pianeta stesso. L’evoluzione come fondamento primo dell’evento biologico è la verità dell’essere, è es gibt. E sappiamo bene, da Darwin in avanti, come l’evento biologico su larga scala dipenda dal caso e cioè dalla non deterministica contingenza della mutazione (das Verborgene, in termini heideggeriani, ciò che in quanto ancora non accaduto potrebbe anche non accadere e sussiste come possibilità). Rispetto ad Homo sapiens, il Pianeta è nella posizione eterna del es gibt. Per questo motivo, la verità dell’essere (e cioè della vita) è per Heidegger soprattutto rischio:

“Ogni ente è arrischiato. L’essere è il puro semplice rischio. Esso arrischia noi: gli uomini. Arrischia i viventi. L’ente è, in quanto è di volta in volta affidato al rischio. Ma l’ente rimane rischiato nell’essere, cioè in un rischio. Di conseguenza l’ente è esso stesso arrischiante, cioè rimesso al rischio. L’ente è in quanto va nel rischio in cui è lasciato andare. L’essere dell’ente è il rischio” (dal saggio Perché i poeti? Del 1946).

Ma è nella wilderness – le porzioni di Pianeta non ancora soggiogate alle attività umane dove sopravvivono le megafaune, come appunto il Kgalagadi – che il rischio della vita si dà, è cioè ancora intatto nella possibilità del suo accadere secondo processi evolutivi non pianificati dalla civiltà antropocenica. La wilderness è quindi spazio per la vita animale e vegetale (physis, come la chiamavano i Greci, termine che Heidegger problematizza interrogandone di nuovo i significati perduti) e spazio per il pensiero umano, cioè per un pensiero originario, esistenziale e libero dalle logiche produttive della civiltà tecnologica. Il rischio è infatti sempre libertà e per questo anche Jaspers può affermare che l’esistenza è tale solo in quanto “esistenza possibile (moegliche Existenz).

Ciò che si osserva in un parco nazionale, in una area protetta, sotto il sole aspro della savana, è la wilderness come physis, cioè come accadere biologico (dal greco phuo, nascere, venire alla luce, sbocciare). Da questo punto di vista, una area protetta, dalla caratteristiche eccezionali (wild) come il Kgalagadi non dovrebbe essere considerata speciale, perché contiene e mostra invece le condizioni basiche, anche da un punto di vista culturale, della vita sul Pianeta. Il fatto che invece consideriamo gli habitat selvaggi qualcosa di straordinario dipende dalla alienazione contemporanea dall’evento biologico; in Antropocene, la civiltà umana privilegia la megalopoli e attribuisce ai confini, ossia alla espansione illimitata delle proprie attività in opposizione alle foreste, alle comunità animali ed agli ecosistemi ancora integri, un sentimento di sicurezza e di dominio, costringendosi però a limitare la propria esperienza esistenziale dell’esserci sul Pianeta (Dasein). Scrive Umberto Galimberti: “Rompendo ogni confine Homo sapiens ha fondato la polis, ma fondando la polis è divenuto apolis, solitario, senza frontiere”.

Continua

 

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I leoni di Richard Lydekker

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È il 1758 quando Linneo trova un posto per il leone nelle scienze naturali, e nella storia umana, coniando il nome di Panthera leo. Ma con buona pace del padre onorario della tassonomia, gli impavidi cacciatori, e i ruvidi esploratori britannici, del secolo successivo, aggiunsero a quel nome il peso delle osservazioni dirette nelle savane orientali bruciate dalla stagione secca, tornando a riferire in patria, nelle sale ombrose dei musei di storia naturale, notizie più variegate su un predatore magnifico, di cui abbiamo scritto il destino in modo impietoso.

Fino a tutti gli anni ’70 del secolo scorso c’erano 24 differenti nomi per Panthera leo. Gli studi genetici sul DNA mitocondriale hanno ridimensionato l’ansia descrittiva di quel periodo, lungo, della storia naturale. Oggi, infatti, si ritiene che solo il leone berbero (estinto) e il leone asiatico (glorificato dai fregi degli Hittiti oggi al British Museum di Londra eppure ridotto a 500 esemplari nel Gir, in India) siano delle sottospecie. In questo palinsesto geografico e genetico vastissimo, la storia dei leoni della provincia britannica del Capo, in Sudafrica, è particolarmente articolata e si incrocia, ancora una volta, con la suggestione impressa nelle menti e nei cuori degli esploratori dai grossi maschi dalla criniera nera. La criniera nera assomiglia a un indizio cruciale in una indagine investigativa. Spunta sempre sulle pagine ispessite e ingiallite dei tomi ottocenteschi in cui è scritta, per sempre, la storia di Panthera leo.

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Per dipanare i fili ingarbugliati di ciò che era ancora possibile vedere in Africa agli inizi del Novecento, bisogna partire dal nome. Il cosiddetto leone del Capo (Felis capensis) venne identificato nel 1830; ma nel 1842 H.Smith parlava di Felis leo melanochaitus o melanochoetus, e ne precisava di nuovo il range nella provincia del Capo di Buona Speranza (Fonte: Southern African Mammals 1758-1951, British Museum Natural History London). Nel 2006, un paper pubblicato su Conservation Genetics (Lost populations and preserving genetic diversity) fissa il nome in Panthera leo melanochaita definizione che circolava comunque nell’Ottocento. Da un punto di vista strettamente genetico, il leone del Capo non è separato dagli altri 20mila leoni africani esistenti. Molti di coloro che avvistavano il leone in quelle province vedevano maschi imponenti con la criniera folta e nera e pensarono che il leone del Capo dovesse essere un leone specifico del Capo con la criniera scurissima. Il capensis era anche melanochaitus.

 

Questa popolazione di leoni viveva nelle pianure interne del Sudafrica e ad occidente del Great Eastern Escarpement (che separa, in longitudine, i distretti occidentali, lungo la linea Capo-Kruger, dalle regioni centro orientali del Paese). Probabilmente questi leoni vennero sterminati tutti entro il 1850. Ma il colonialismo bianco aveva lasciato la sua impronta infame anche sulle faune del Capo, i cui leoni finivano in gabbia per allietare la buona società europea. L’Olanda possedette il Capo fino al 1814 quando gli Inglesi ne ottennero la sovranità definitiva, e la corona importava leoni per i serragli (menagerie) del re o dei dignitari di corte; nello zoo privato dello Stadtholder, Principe William V, ce ne erano diversi, tanto che il noto zoologo Peter Pallas che visitò l’Aja nel periodo 1763-67 poté descriverli a fondo. È molto probabile che anche i leoni dipinti da Rembrandt fossero leoni del Capo, osservati da dietro le sbarre nell’Olanda coloniale. I loro parenti del Maghreb, i leoni berberi, avevano subito una sorte simile, pure loro catturati per morire in uno zoo, e presto portati all’estinzione dalla caccia e dagli svaghi alla moda nelle città fredde e inospitali del Nord. Fu così che dopo circa un secolo (1700-1850) si cominciò a cercare leoni negli habitat più umidi dell’Africa Occidentale, e dell’India. Per tutte queste ragioni, non è escluso che oggi esemplari in cattività in Europa posseggano ancora la linea di discendenza del leone berbero, e di quello del Capo di Buona Speranza.

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Considerato che da un punto di vista strettamente genetico il leone del Capo non era separato dagli altri 20mila leoni africani esistenti ai giorni nostri, ma sapendo che gli attuali leoni del Sudafrica sono in parte stati reintrodotti, proprio in conseguenza dell’estinzione delle popolazioni locali di Felis capensis tra la metà dell’Ottocento e l’inizio Novecento; nella consapevolezza scientifica che le roccaforti storiche di Panthera leo nel Paese sono oggi solo 3 (il Grande Kruger NP, il Kgalagadi Transfrontier NP e la Greater Mapungubwe Transfrontier Conservation Area) rimane una domanda aperta, e cioè se qualcosa della eredità genetica dei leoni del Capo è effettivamente rimasto nel Sudafrica attuale sul lato del Kgalagadi, dove sopravvive il mito turistico dei “leoni criniera nera”, e sul lato delle game reserves che da questo parco transfrontaliero con il Botswana hanno ricevuto esemplari reintrodotti. Attualmente, non ci sono ricerche sul campo che possano fornire dati a proposito. Ma il vuoto che il commiato del Felis capensis si è lasciato alle spalle è condensato nella geografia frammentata e monca delle popolazioni di leoni “intensively managed” del Sudafrica del XXI secolo.

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Craig Packer ha dimostrato che la criniera nera non è un tratto ereditario. Dipende, invece, da una molteplicità di fattori intrinseci ed estrinseci. E così, possiamo essere sicuri che i maschi criniera nera del Kgalagadi non sono una eccezione. Dove ci porta, allora, la paleo-storia del leone? Di certo, ciò che noi sappiamo e possiamo ricostruire, guardando alla specie nella sua interezza, è che il tracollo della megafauna del Pleistocene e poi, in una sincronia fatale, l’espansione delle popolazioni umane, hanno indotto un collasso del range di Panthera leo in ogni direzione; sappiamo anche che i leoni del Pleistocene appartenevano ad un linea evolutiva diversa rispetto ai leoni attuali (Fonte: Conservation genetics, 2005 – Molecular genetic variation). Già negli studi condotti tra il 1987 e il 1997 è consolidata la consapevolezza che “le popolazioni più periferiche erano state ormai spazzate via in tempi storici”. Le variabili in gioco in questa condizione ecologica ormai riconosciuta sono sostanzialmente due. La prima è la contrazione catastrofica dei range disponibili, la seconda è la adattabilità ecologica di una specie come Panthera leo: un predatore di vertice, capace di adattarsi ad ambienti molto vari (come il giaguaro e la tigre, del resto). Infatti, come ogni specie di grossa taglia, dotata di un homerange molto ampio, anche i leoni mostrano una grande variabilità morfologica. Questo significa che più un predatore si è evoluto per occupare numerosi habitat, più aumenta la variabilità del suo fenotipo in quei tratti che risultano plastici, come appunto la criniera. Fino a soli 100 anni fa i leoni africani apparivano molto diversi perché erano molto numerosi. Il collasso della specie non è stato solo quantitativo, questo lo leggiamo spesso sui giornali, lo diamo per scontato ormai, è stato anche un collasso qualitativo. Le differenze regionali, l’adattamento ambientale e climatico, le caratteristiche intrinseche sono tutti fattori che si combinano tra loro nel produrre, alla fine, la ricchezza evolutiva di una specie, il modo in cui un grosso predatore si è espresso lungo tutta la sua storia millenaria. Basta osservare le mappe con i range perduti per chiedersi se il leone non sia ormai giunto alla fine del percorso che l’evoluzione gli ha assegnato negli ultimi 100mila anni.

Tra Ottocento e Novecento, in mancanza di riscontri genetici, gli errori di classificazione si susseguivano proprio sulla scorta delle osservazioni dirette. Le controversie tassonomiche abbondavano tra gli zoologi che si occupavano di felini, non erano affatto rare, e questo perché le differenze regionali, finanche quelle della colorazione del manto, inducevano talvolta a credere di essere di fronte a specie e non a varianti locali. La difficoltà di capire correttamente quale fosse lo home range del leone africano come specie, a prescindere dalle popolazioni locali, sarebbe stata superata solo con l’analisi genetica. Le macchie sono il tipo più comune di “connotato ornamentale” nella famiglia dei felini, ma il fatto che compaiono spesso in associazione con le striature ricorda che tutte le macchie attuali (le rosette del leopardo, le rosette che circondano una macchia nera nel giaguaro, le macchie aperte a nuvola del leopardo nebuloso e infine quelle evanescenti del leone africano) sono una variante di un prototipo ancestrale che si è poi evoluto lungo una filogenesi di spettacolare bellezza e diversità. Una filogenesi che i britannici al tempo della regina Vittoria definivano cosmopolitan.

Lo stesso Neuman, che aveva collaborato ad altri compendi a più autori su grandi mammiferi africani grazie alla sua specializzazione sui felini, a quanto scritto in un articolo uscito nel 1900 sui Zoologische Jahrbuecher di Jena, riteneva, sbagliando, che il leone masaico (Massai-Loewe, in tedesco) fosse una forma distinta rispetto al leone somalo (Somali-Loewe).  Un compendio del 1899 – cui contribuirono i migliori in campo in quel momento storico, tra cui il Lydekker, il Kirby e lo stesso Neuman, e cacciatori come Selous  – edito da Arnold  A.J. Major e H.A.. Bryden ( Great and small games of Africa; an account of the distribution, habitats and natural history of the sporting manuals with personal hunting experience, London Rowland Limited 1899) raccoglie in una sintesi favorevolmente aperta a domande ancora inesplorate le conoscenze sui leoni africani date per attendibili al principio del nuovo secolo, un secolo che si sarebbe rivelato per loro fatale: “Non ci sono due pelli esattamente identiche nella forma. I leoni in genere sono più scuri delle leonesse, ma queste ultime trattengono sulla parte bassa delle zampe i segni distintivi (bars) e le macchie (spots) dell’età infantile dichiarando così la loro discendenza  da un antenato con una colorazione meno uniforme ( a less uniformrly – coloured ancestor). Qualche volta si incontrano anche  leoni senza un solo accenno di criniera; ma quando la criniera è presente, essa varia moltissimo in spessore e colore a seconda dell’individuo”. Il fotografo Deon de Villiers, che lavora in Botswana con Wilderness Safaris, è riuscito a scattare, nella Qorokwe Concession, una fotografia ad una leonessa che mostra, nelle zampe posteriori, esattamente questo tratto fenotipico, delle striature longitudinali sulle zampe posteriori.

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(Credits: Deon de Villiers)

Del resto, il Kirby, in questo stesso volume, aveva documentato pure una rarissima presenza di macchie sugli arti posteriori degli esemplari adulti: “i piccoli presentano striature trasversali e macchie fitte sugli arti. Questi specifici connotati vanno perduti con l’età adulta, e soltanto poche macchie rimangono nella parte bassa delle zampe negli individui maturi” (“litter are barred with transverse stripes and thickly spotted on the limbs. These marks are lost as they grow older, only a very few spots being retained on the lower limbs of adults”). A fine Ottocento si riteneva che il leone venisse da antenati striati proprio perché nei cuccioli queste striature erano ancora visibili.

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Queste testimonianze convergono tutte sul volume che Richard Lydekker, il quale conosceva il lavoro di Kirby e vi faceva sempre riferimento nelle sue descrizioni, curò venti anni più tardi (The game animals of Africa) e di cui abbiamo già parlato. La convinzione che nelle leonesse adulte persistessero le macchie risaliva infatti ad un periodo ancora posteriore, se è vero che nel 1896 lo Handbook of Carnivora – con la sezione dei felini curata proprio da Richard Lydekker – riferiva: “Faint spots sometimes observable  on the flanks and under parts of the adult, especially in the lioness”. Qualche anno dopo, Lyddeker, ragionando secondo criteri tassonomici, avrebbe ascritto questa particolarità al Felis leo masaica, cioè alle popolazioni dell’Africa orientale tedesca che comprendeva anche la Tanzania, e ovviamente l’odierno Serengeti. Lydekkerfornisce dunque nel 1908 una fotografia scattata ad un esemplare in cattività, allo Zoologischer Garten di Berlino. L’allora direttore dello Zoo, Ludwig Beck, che scattò la fotografia, aveva ricevuto un maschio il 2 luglio del 1896, mentre questa femmina era arrivata a Berlino il 3 agosto 1905. Entrambi gli animali erano stati registrati sul giornale interno del giardino come Uncia leo massaica Neuman. Ancora il Neuman dunque, su cui Lyddeker sapeva di poter contare.

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Major e Bryden (che aveva una vasta esperienza in Botwsana) erano comunque consapevoli che il panorama ecologico del leone africano era quanto mai vario, al punto che le generalizzazioni potevano falsare la comprensione dei tratti caratteristici della specie, che si esprimevano anche sul piano etologico: “I singoli leoni di un singolo distretto geografico differiscono grandemente nel temperamento; i leoni del dottor Livingstone e le bestie misteriose (uncanny beasts) di Jules Gérard sono creature completamente differenti”.

Nella seconda metà dell’Ottocento i grossi maschi competitivi con criniere scure e folte erano più numerosi di quanto non siano oggi, forse per ragioni micro-climatiche o magari anche per una migliore fittness delle popolazioni nel complesso. C’erano più leoni e meno persone, radicalmente meno persone di quante ce ne siano oggi, e quindi i leoni stavano meglio. L’assottigliamento della diversità genetica causato dalla restrizione degli habitat e poi il progressivo isolamento geografico delle popolazioni hanno portato il leone nella condizione che gli studi più aggiornati sulla defaunazione mostrano in modo chiarissimo: prima viene una perdita irreversibile a livello delle popolazioni, poi arriva l’estinzione. La storia registrata negli archivi, quindi, riscrive parte del dibattito odierno sulle riserve come unica chance per il futuro del leone in Africa. Il Sudafrica ha già molto da dire in proposito, essendo l’unica nazione africana ad avere tre categorie di leoni, e quindi tre ipotesi sul loro futuro: quelli selvaggi, quelli delle riserve (sotto stretto controllo riproduttivo) e quelli allevati per essere massacrati dai cacciatori di trofei occidentali (cunned lions). Ed è infatti la storia passata e contemporanea del Sudafrica che ci dice che se anche le riserve arginano adesso l’emorragia di una specie ben poco hanno a che vedere con la distribuzione geografica e la diversità genetica di un predatore capace di adattamenti su scala continentale. C’è pur stata un’epoca in cui l’esploratore italiano Vittorio Zammarano diceva della regione somala dei fiumi Ueli-Scebeli ciò che adesso possiamo dire solo del Botswana: “Non credevo, a dire il vero, che esistessero in Somalia dei leoni abituati, come le tigri in India, a passare le loro giornate negli acquitrini”.

 

La paleo-storia del leone africano è inscritta nelle nostre esperienze umane, insieme ai fori e ai solchi lasciati dai proiettili dei cacciatori, e poi anche alle stoppie dei campi di mais che hanno preso il posto delle savane. Ha scritto Jorge Louis Borges: “Un uomo si propose il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”. Noi ci siamo ormai incamminati in quel labirinto insieme al leone, ma procediamo ad occhi bendati e troppo sicuri del nostro senso dell’orientamento.

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Ringraziamenti: Wilderness Safaris, Enrico Muzio del Museo di Storia Naturale di Milano per il generoso e puntuale aiuto nella ricerca bibliografica e a tutto lo staff della Biblioteca del Museo

 

Spotted lions?

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I grandi cacciatori di inizio Novecento battevano l’Africa con un fiuto selvatico; le grandi savane occidentali e orientali erano per loro teatro di qualcosa che esplodeva davanti agli occhi dei colonizzatori bianchi: l’immensità dello spazio. Alcuni animali furono i protagonisti di una stagione iniqua della storia europea sul continente, una storia di disprezzo e ingiustizia, e però anche di esplorazioni spericolate, acritiche, arroganti, condotte da gente che raccoglieva notizie sugli animali senza le aspettative di un ricercatore, o la tenerezza di un ambientalista. Il leone è forse il più importante. “The roar is one of the most marked characteristics of the lions; and, when heard at night pealing through the forest, is inexpressibly grand – almost, if not quite, the most sublime sound in nature. When several lions are roaring in concert, near the listener, the volume of sound is tremendous, the air vibrating and the ground trembling. Heard amidst the uproar of a tropical night’s storm, when the litghting’s flash rends the sky in twain, leaving pitchy blackness behind, it is truly awe-inspiring”, scrisse F.Vaughan Kirby nel 1899 parlando del leone del Capo di Buona Speranza. Lo reincontreremo più avanti.

Sono pagine come queste che fecero nascere il “mito” del leone per gli Europei, un archetipo che non è ancora svanito e che sostiene l’illusione che i leoni siano ancora abbastanza numerosi da far vibrare le savane nelle notti di tempesta. Non è purtroppo così: la specie sta collassando ad una velocità difficilmente percepibile (il turismo in Tanzania, Kenya, Namibia, Botswana e Sudafrica è potentemente incentrato sulla presenza dei predatori): -43% in termini numerici negli ultimi venti anni, secondo il network Panthera, e soprattutto una perdita di habitat originario del 75%. Oggi, il detto romano “hic sunt leones” non è più un toponimo istintivo, ma un ricordo sfumato. Ma, fino a che punto sfumato? Dai tempi dei circhi imperiali del primo secolo dopo Cristo, sin dentro il regno della regina Vittoria nel Novecento, ad essere cambiato per sempre è solo il numero dei leoni africani o c’è qualche cosa in più?

Il film del 1996 The Ghost and the Darkness racconta la storia di due leoni maschi che attaccarono per mesi gli operai impegnati nella costruzione della Uganda Railway sul fiume Tsavo, in Kenya. Gli animali – stupendi – scelti dalla produzione avevano il tratto generalmente più apprezzato dai non esperti in un grosso maschio, e cioè la criniera: foltissima e marrone intenso. Un errore madornale, perché i maschi, in habitat molto caldi, possono avere criniere ridotte al minimo (erano così quelli del Cameroon e del Senegal rimasti ormai solo una leggenda orale). Ma la criniera è un indicatore fondamentale per numerosi aspetti fisiologici, ambientali e comportamentali della specie, come ha documentato Craig Packer in un quasi ventennale studio tra Serengeti e NgoroNgoro, in Tanzania (Science, VOL 297, 23 August 2002). Ai giorni nostri, nel Kgalagadi, tra Sudafrica e Botswana, le guide turistiche parlano di “leoni dalla criniera nera”, di cui Google riporta ottime fotografie. Il Kgalagadi fa parte di un enorme scacchiere geografico, che si estende su Sudafrica nord occidentale, Botswana e Zimbabwe occidentale ( lo Okavango-Hwange Ecosystem) che rappresenta il secondo bacino numericamente e geneticamente più consistente rimasto alla specie. Che tipo di variabilità fenotipica rimane in questo habitat ancora abbastanza integro da essere ormai insostituibile per il futuro delle grandi faune africane sotto l’equatore? Questa storia comincia proprio dai leoni criniera nera del Kgalagadi. Sono da soli? O i grandi reportage, in genere, sono focalizzati sui parchi nazionali più famosi dove i leoni presentano un colore più dorato, con criniere color cioccolato?

Craig Packer puntualizza che “gli effetti dell’ambiente sui tratti morfologici possono essere sostanziali, addirittura più decisivi degli effetti genetici e dei vantaggi riproduttivi”. La criniera, in particolare, è un tratto altamente plastico nel leone africano, molto sensibile alle temperature. Soprattutto, continua Packer “subspecies differences in mane characteristics may have a genetic component, but individual males can grow longer manes when moved to cooler habitats”. La criniera nera non è una eccezione: dipende dal livello di testosterone (più è scura, più alta è la quantità di ormone in circolo) e dall’età, ma in un adulto può addirittura variare mensilmente da un mese all’altro. E però non è un tratto ereditario (“we could find no measurable signs of inheritability”). L’importanza delle condizioni ambientali sul fenotipo fa sì che le criniere siano più scure negli habitat più freddi, aspetto che è stato ben documentato nel Serengeti e nel cratere di NgoroNgoro, hot spots contigui in cui però le differenze sono chiaramente osservabili: “The floor of the Crater is surrounded by cool highlands; the Serengeti woodlands are adjacent to the hot, humid Lake Victoria basin”, infatti “NgoroNgoro males have the darkest manes as adults, whereas those born in Serengeti woodlands have the shortest manes”. Per tutti i leoni, conclude Packer, vale che “mane are darker during the cooler months of the year, and males that reach adult size during hotter-than-average years mantained significantly shorter manes throughout their lives”.

 

Noi abbiamo perso gli habitat freddi del leone, che coincidevano sostanzialmente con il Nord Africa, e con la catena montuosa dell’Atlante. Nell’Ottocento, in queste regioni, il leone veniva chiamato il sultano dell’Atlante e anche il monarca dell’Africa. Un raccolta di memorie del 1856 – Gerard, the lion killer (New York, Derby and Jackson 1856, translated by Charles H. Whitehead)  – racconta cosa vide sulle colline di Zerazer e nella valle di Mahouna, attuale Algeria, il cacciatore francese Jules Gérard, che vi trascorse un decennio. La gente del posto, suffragata da testimonianze orali di europei, usava parlare di 3 tipi di leoni: uno nero, uno rossiccio o fulvo e un terzo grigio. Gli Arabi avevano 3 nomi diversi per questi felini (rispettivamente, el aldrea, el asfar, el zarzouri). Le differenze nel manto corrispondevano ad altrettante varianti comportamentali: il leone nero era quello più temuto, perché aveva una testa più possente, e anche le spalle e le zampe erano più robuste. La criniera era ugualmente nera, folta e molto lunga, tanto da scendere fino a terra. Secondo Gérard, questo leone non si spostava – come gli altri – ma rimaneva fino a tre decenni nello stesso posto, un lasso di tempo decisamente fantasioso visto che la vita media di un leone è attorno ai dieci anni. E’ molto probabile che i leoni su cui si intrecciavano immaginazione e mito fossero grossi maschi altamente competitivi come quelli descritti da Packer nel Serengeti. Il naturalista e biogeografo R.Lydekker (membro della Zoological Society e curatore di paleontologia al Natural History Museum di Londra), nel suo ricchissimo compendio sui big games, le prede più ambite di ogni cacciatore britannico, siamo nel 1908, riassume e uniforma le altre fonti disponibili identificando il leone dalla criniera bruno scuro, foltissima, nel Felis leo barbara, e cioè il leone della terra dei Berberi, il Maghreb appunto. Non si trattava solo di voci, ma di conoscenze condivise. Anche Owen Lechter (Big hunting in North Western Rhodesia, London, John Long limited 1911), che partì dall’Inghilterra per la Rhodesia con il sogno (poi frustrato) di abbattere un maschio adulto, sapeva che, se avesse incontrato un leone nel bush, il felino non avrebbe avuto “such fine black manes as the North African lions”. Infatti, Owen era ben consapevole che “lions grow much finer manes in cold than in hot climates, and this may account for the absence of really  good manes in the majority of the Northeastern Rhodesian animals”.

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Questi esemplari dovevano nondimeno essere abbastanza frequenti da lasciar supporre che appartenessero ad una specie separata, e, d’altro canto, abbastanza maestosi da colpire i cacciatori occidentali che si scambiavano descrizioni omogenee, tanto quanto quelle odierne composte dalle foto dei turisti nelle savane orientali. Per gli inglesi e i francesi di inizio Novecento, il leone algerino era nero.

Quanto alla criniera nera, però, è pur vero che compariva un po’ dappertutto in Africa, forse più frequentemente di oggi. La sua presenza è registrata dai taccuini dei cacciatori anche in Rhodesia (rara, ma possibile), in Africa centrale e nella Colonia del Capo, dove era “enormously long, thick and black” (Lydekker). Anche il leone del Capo si riteneva fosse una specie a parte (tra Ottocento e Novecento la classificazione tassonomica tendeva a privilegiare le differenze di fenotipo arrivando a classificare tutti i leoni africani in specie separate su base regionale), il Felis leo capensis, cacciato fino all’estinzione alle soglie del XX secolo. L’estirpazione del leone dal Capo è una storia cruenta, che ci dice come, sempre e ovunque, le premesse della conservazione siano state scritte nel passato, e che nessuna politica ambientale attuale è una carta intonsa e limpida. L’esperienza che gli esseri umani hanno consumato con gli animali è inesorabilmente storica. Scrive Lydekker con una nota di amarezza: “The steady march of civilisation in South Africa has considerably limited the range of the lion; and as the vast herds of game upon which it depend for food have been swept away, it has been forced to retire into remoter regions. From much of the South Africa of Gordon Cumming it has vanished completely; while many parts of Mashona-Matabililand and the Transvaal will never again resound with its mighty voice. A few lions linger in Zuzuland, Swaziland, Amatongaland and the Libombo range; and they are still numerous in the wilder parts of Rhodesia, Ngamiland (NB, attuale Botswana, Okavango Delta, Moremi Game Reserve), Khamaland, along the Limpopo river, and in the Matamiri bush”. Ancora oggi, in alcune delle regioni elencate qui, la rimozione delle prede naturali del leone è un fattore di stress sempre più grave per la specie. Il bushmeat è il silent killer del leone africano secondo il network Panthera, e un recente studio fondato su una raccolta dati approfondita è appena uscito su Biological Conservation proprio sul delta dell’Okavango ( Illegal bushmeat hunters compete with predators and threaten wild herbivore populations in a global tourism hotspot, Biological Conservation 210 (2017) 233-242). Ciò che rimane della  “leggenda” dei leoni criniera nera è, forse, oggi, ristretta al Kgalagadi in avvistamenti abbastanza numerosi da diffondere sul web, e nei circuiti degli eco-safari, la voce della loro presenza (tswalu.com ad esempio). Certo, per ora mancano studi genetici in grado di dire di più su un tratto – la criniera nera – che è comunque inscritta nel fenotipo della specie.

Il capitolo sul leone di Ronald Nowak, un “classico” sui mammiferi, (Mammals of the World, The John Hopkins Press 1999) è basato sulla straordinaria mole di osservazioni raccolte nel Serengeti da George Schaller negli anni Settanta del secolo scorso. Trenta anni fa le variazioni di colore nel manto erano ancora evidenti: “The coloration varies widely, from light buff and silvery gray to yellowish red and dark ochraceous brown. The male’s mane is usually yellow, brown or reddish brown in yiunger animals, but tends to darken with age and may be entirley black”. Quel che sappiamo, grazie anche alla serie di dati analizzati da Craig Packer, è che il binomio temperatura/colore criniera ha un potenziale  notevolissimo nel determinare l’aspetto di un leone, e che il cambiamento climatico nei prossimi decenni ne testerà tutto il peso. In altre parole, in un futuro ormai imminente, anche questa condizione (oltre alla frantumazione degli habitat, al bracconaggio, al bushmeat) modificherà i leoni africani. Lo studio di Packer porta ad una conclusione che chiama in causa i cambiamenti ambientali che i sistemi a savana subiranno nei prossimi decenni: “Altough we could find no heritability in darkness, mate choice for dark manes might confer indirect genetic benefits as well as direct fitness effects. Heat appears to be the dominant ecological factor shaping the lion’s mane (…) Long term climate forecasts predict an increase of 1.3 °C to 4.6 °C in the region by the year 2080; thus manes are likely to become shorter and lighter in these populations”. Lungo una sequenza consequenziale sottilissima, eppure inderogabile, il petrolio e il carbone riusciranno infine a influire anche sull’aspetto del più grande felino africano.

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Nel manuale ufficiale della IUCN sui carnivori del Pianeta ( Handbook of the mammals of the world, 1.Carnivores, Lynx Edicion 2009, In Association with IUCN) si legge: “The coat patterns of juvenile lions chealrly show that this species also has rosettes (…) The basic function of coat pattern is clearly that of camouflage, and the differences between species can in most cases be explained in terms of habitat differences”. Chiunque abbia avuto l’opportunità di vedere da vicino un leone in un parco nazionale africano sa di cosa si sta parlando: evanescenti, le macchie dei giovani sub-adulti rimandano all’antenato comune  di tutti i felini,e allo schema primitivo del manto, che era maculato. Leopardi, ocelotti e giaguari portano ancora il testimone di questo paleo-capitolo dei loro legami genetici. Ma qui c’è anche dell’altro, perché gli autori si riferiscono a delle differenze ambientali che modellano il “camouflage” dei leoni. I cacciatori e gli esploratori del secolo scorso – le stesse fonti che ci hanno accompagnato nella scoperta dei leoni criniera nera del Nord Africa e del Serengeti – riferiscono notizie sbalorditive.

Nel 1914, Rowland Ward (Records of Big Games”, London, Rowland Ward Limited 1914, The Jungle, 167 Piccadilly) nota che “The East African lions (Felis masaica) is distinguished by the persistence in the adult, especially the female, of the chocolate spots of the cubs”. Anche Lydekker riporta le stesse notizie, sottolineando che è soprattutto la femmina che ha la parte interna delle zampe posteriori “with large chocolate spots; and the lion is also spotted in much the same manner”. L’Africa orientale sotto dominio tedesco in quel periodo corrispondeva al Burundi, al Rwanda e alla Tanzania. Forse qualcosa di simile era stato scritto sui diari di viaggio anche in Abissinia e Somalia, se Lyddeker si può permettere di aggiungere che i leoni di queste regioni sono grigio-giallognoli, hanno grandi orecchie e una lunga coda e “often more or less spotted”.

Craig Packer, rispondendo via mail a questo interrogativo, se fosse davvero possibile che esistessero leoni maculati in Africa, non ritiene che queste notizie facciano riferimento ad un tipo di leone drammaticamente diverso da quelli che vivono oggi nei medesimi habitat: “Young lions have spots and these spots usually remain visible until they are about 2 years of age – but a few older animals retain their spots, especially on their flanks”. Philippe Bouché, un esperto di genetica della specie che fa ricerca nella W-Arli-Penjabi, l’area protetta transfrontaliera tra Burkina Faso e Niger in cui persiste l’ultima popolazione di leoni occidentali, conferma che “adult West African Lions, like any other lion don’t have spots. Maybe the author confound it with a leopard or a young lion”. Bouché aggiunge che il DNA ha rivelato che i leoni occidentali sono più strettamente imparentati con i leoni asiatici (di cui rimangono circa 600 in India) che con quelli dell’Africa sud-orientale. La mappa si infittisce, e perde forse chiarezza. I frammenti e le tracce del secolo scorso rendono opaca la realtà odierna, perché lasciano intuire un passato in qualche modo più variegato e ricco del nostro presente. Oggi il leone è minacciato, assediato, le sue popolazioni frammentate (Fences divide lion conservationists, by Traci Watson, 322 NATURE, vol 503, 21 November 2013). Ma la formula IUCN “a rischio di estinzione” (che non è ancora ufficiale per il leone) disseminata sui media di tutto il mondo non riesce più a descrivere la storia di una specie fino a 100 anni fa strepitosamente diversificata e capace di adattamenti ambientali eclettici che sono oggi un pallido ricordo. La chiude, la mette invece sotto chiave, nei confini pur indispensabili della tassonomia, che non possono però possedere più il sapore acre e aromatico delle colline blu di Muchiga, in Zimbabwe. Per quanto imprecise, frettolose o talvolta scorrette le note di un taccuino o di un vecchio diario – come una opera di letteratura di valore mediocre unica sopravvissuta al rogo di una immensa biblioteca antica – sono fotogrammi che danno la misura del tempo concesso ad una specie.

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(le foto di archivio sono state scattate al Museo di Storia Naturale di Milano)

 

 

Fare ostaggi

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La “natura” attuale non è un dato di fatto, bensì un prodotto storicamente determinato.  A partire dal XVIII secolo la tradizione filosofica europea ha plasmato la figura della natura come “orrore meraviglioso” e “estasi infinita” influenzando il modo in cui le società complesse impararono ad osservare gli habitat e gli ecosistemi man mano che i cambiamenti economici indotti dalla Rivoluzione Industriale restringevano lo spazio delle Natura. Crescevano la malinconia e la nostalgia per un mondo che andava scomparendo, e che veniva percepito sempre più spesso in opposizione morale con l’urbanizzazione e la civiltà della macchina.

Ma a partire dagli anni Novanta del secolo scorso – quando la consapevolezza della crisi ecologica esplode – si impone un fattore determinante per le politiche ambientali dei decenni a venire: la valorizzazione economica della natura. Da questo momento la Natura non è più solo Natura, comunque la si voglia intendere, perché, assorbita nel discorso del capitale economico-finanziario, essa diventa un terreno di caccia per interessi commerciali e di business. A questo puno la Natura ha già smesso da tempo di essere la savana africana di Hemingway o la Sierra di Muir. Non è più un paesaggio sconfinato e intatto, ma un mosaico di riserve, aree protette o parchi nazionali – magnifici – che hanno il compito improbo di conservare la diversità biologica contro l’assedio di una umanità senza più confini. Se prendiamo in considerazione il costo dei migliori safari di lusso in Botswana ( nel Makkadikadi Salt Pans, sul delta dell’Okavango e nel Kgalagadi, transfrontaliero con il Sud Africa, ovvero le ultime enormi aree selvagge del continente), è facile rendersi conto di quanto ci avesse visto giusto Thoreau: “Ma verrà forse il giorno in cui questa terra sarà smembrata in parchi per così dire di svago, di cui solo pochi godranno in modo limitato ed esclusivo, in cui i recinti saranno moltiplicati e altre invenzioni respingeranno gli uomini sulla strada pubblica”.

I parchi nazionali non esprimono le esigenze della conservazione: mostrano invece quanto sia difficile per noi tenere un posto per la Natura nel mondo reale. Il design dei grandi parchi, da una prospettiva filosofica, liquida l’eredità ecologica perché confina la wildlife in una dimensione protetta tagliata e cucita sulla misura stessa dei nostri desideri. Nel suo romanzo La casa tonda, la scrittrice americana Louise Eldrich è riuscita a cogliere questa dimensione (come gli spazi densi delle ombre della storia siano ingombri di sensi di colpa e conti aperti ) descrivendo lo stato mentale di un adolescente ojibwe che entra in un cimitero indiano del North Dakota dove sono seppelliti molti dei suoi antenati: “Vissero e morirono troppo in fretta negli anni della creazione della riserva, morirono prima di poter essere registrati e in tale numero che era difficile ricordarli tutti senza sentirsi straziati e senza dire, come faceva mio padre qualche volta leggendo testi di storia locale: E l’uomo bianco fece la comparsa e li schiacciò e li spinse sottoterra. E così, aver paura di entrare nel cimitero di notte voleva dire avere paura non degli amorevoli antenati che vi erano sepolti, ma del colpo basso alla nostra storia che mi stavo preparando ad assorbire. Il vecchio cimitero era pieno delle sue complicazioni”. I parchi nazionali pullulano delle nostre complicazioni. Più che incarnare soluzioni realistiche alla perdita di biodiversità essi costituiscono una esemplificazione del nostro atteggiamento verso le altre specie: confinare, contenere, reprimere, tenere a bada, mantenere sotto controllo. Fare ostaggi.

Georgina Mace ha spiegato su Nature come è cambiata l’idea di conservazione negli ultimi 60 anni. Prima degli anni ’60 la conservazione corrispondeva al modello “nature for itself” ( la natura per se stessa), con un focus specifico sulla wilderness come spazio originario, disabitato e intatto. A partire dagli anni ’70 e poi negli anni ’80, però, l’espandersi delle attività umane e i loro impatti ( distruzione degli habitat, iper-sfruttamento delle risorse, specie invasive) sposta l’attenzione su una visione “nature despite people” (la natura a dispetto delle persone). È in questo periodo che diventano rilevanti nuovi concetti come “minima popolazione vitale” per la sopravvivenza di una specie sui tempi lunghi. Negli anni ’90, grazie all’influenza dell’Earth Summit di Rio del 1992, cresce la consapevolezza che i danni agli ecosistemi hanno una scala globale e che i processi di estinzione sono entrati in una fase di accelerazione. I servizi ecosistemici (nature’s benefits) non sono sostituibili e la gestione degli habitat, si diceva allora, deve seguire un approccio integrato. Ma anche le persone non possono più stare fuori dall’amministrazione delle specie e dei loro habitat. È l’approccio “nature for people” (shared human-nature environment) che considera gli esseri umani una parte non trascurabile della Natura, compresa quella sottoposta al degrado e all’erosione. Tutto molto giusto e corretto. Ma che cosa manca a questa impostazione? Il discorso della conservazione è sempre stato orientato sul trovare un posto per la Natura. Non si è mai discusso quindi sul fatto che la Natura esiste a prescindere da noi, come se la Natura non avesse più, ormai, nessuna consistenza ontologica. Ecco allora che il problema della conservazione, a guardare a fondo, si mostra per quello che è: siamo ancora in grado di pensare la Natura come spazio dove la vita si manifesta ed accade? Siamo ancora capaci di pensarci come esseri viventi che condividono la storia biologica ed evolutiva della Natura? Ernst Juenger aveva chiara questa questione quando scriveva (Oltre la linea): “Ma la libertà non abita nel vuoto, essa dimora piuttosto nel disordinato e nell’indifferenziato, in quei territori che sono sì, organizzabili ma che non appartengono all’organizzazione. Vogliamo chiamarla la ‘terra selvaggia’ (die Wildnis): la terra selvaggia è lo spazio dal quale l’uomo può sperare non solo di condurre la lotta, ma anche di vincere. Non è più naturalmente una terra selvaggia di tipo romantico. È il terreno primordiale della sua esistenza, la boscaglia da cui egli un giorno irromperà come un leone”.

I Romantici, però, possedevano pur qualche idea che non dovremmo considerare un fossile inutile. La wilderness come costruzione culturale (“the full continuum or a natural landscape that is also cultural”, scrive William Cronon) nasce dopo la Rivoluzione Industriale. Prima della macchina a vapore, la Natura romantica offriva il vantaggio di pensare il Pianeta come il Tutto, cioè come il “contenitore ontologico” della nostra esperienza della natura, il Da-sein stesso direbbe Heidegger. L’essere umano che contemplava un paesaggio alpino non si era auto-escluso dal Tutto, ma ne condivideva i presupposti. Il sublime era quindi una esperienza della realtà. Per questo i filosofi romantici, come ad esempio Schelling, parlavano di “anima del mondo” (Weltseele) intendendo con “anima” le ragioni ultime della vita che accomunavano uomini, piante e animali: il sublime era contenuto nella natura in quanto “vincolo”, legame di appartenenza. Oggi siamo in una epoca che funziona secondo paradigmi completamente diversi: all’esperienza si è sostituito il gadget. Il gadget ha trasformato la natura in turismo e profitto, enfatizzando al massimo lo spettacolo e facendo del sublime un post su Facebook. Ma se tutto è un gadget, non rimane niente da elaborare e quindi da ereditare perché il gadget è per definizione un oggetto ludico confinato nel presente. Il gadget produce consumo, non esperienza.

La gravità delle condizioni presenti ( negli ultimi 40 anni abbiamo perso la metà dei vertebrati terrestri) spinge quindi ad un ripensamento radicale non solo della Natura, ma del posto che oggi ha questa natura nel definire il nostro essere Homo sapiens. Al centro del discorso ambientalista non c’è più, quindi, soltanto la definizione di wilderness, ma anche una concezione in divenire dell’eredità, cioè dell’intreccio tra l’identità costitutiva, storica, evolutiva degli esseri umani e il modo in cui le civiltà complesse stanno modificando per sempre le condizioni della vita sul Pianeta.

C’è un certo accordo ormai attorno al fatto che le aree protette, pur giocando un ruolo molto importante nella tenuta delle biodiversità su scala globale non siano sufficienti sui tempi lunghi per garantire la sopravvivenza di moltissime specie. Il tasso attuale di estinzione è di 100 volte superiore al normale “eclissarsi” delle specie nel tempo profondo. Ma altri dati sono forse ancora più significativi. L’85% delle riserve protette ha ormai perduto le foreste circostanti, che funzionano come “buffer zones” (zone cuscinetto) rispetto a fattori di distruzione molto diversificati, che vanno dal bracconaggio, al taglio illegale, all’espansione dei terreni agricoli. Ormai, si parla perciò dell’urgenza di “elaborare un nuovo modo di pensare attorno alla gestione del nostro paesaggio rurale e peri-urbano”. Rispetto a soli trenta anni fa nelle aree protette è diminuito anche il numero di alberi a lunga crescita, e stiamo parlando di un trend ubiquo. Nel solo continente africano sono in costruzione o a progetto 33 “massive development corridors”, cioè unità di infrastrutture per implementare la mobilità delle merci e delle persone tra l’interno e gli snodi commerciali sulla costa: almeno una grande strada, e qualche volta anche un oleodotto o una linea elettrica. Si calcola che questi corridoi di infrastrutture passeranno attraverso 400 aree protette e potrebbero impattare seriamente su almeno 2000 aree selvagge.

 D’altro canto i servizi ecosistemici calcolati e definiti come capitale economico rinnovabile non corrispondono al “valore intrinseco” di specie e habitat, quanto piuttosto ad un gradiente di sfruttamento a scopo di profitto. Al contrario, l’attribuzione di un valore economico a piante ed animali rafforza i problemi che le società avanzate dimostrano nel considerare legittima la co-presenza e la co-esistenza con ecosistemi abitati da altri esseri viventi. Secondo una ricerca del gruppo di ricerca WildCru presso la Oxford University, quasi nessuno dei sostenitori via Facebook della causa di Cecil the Lion era a conoscenza della condizione delle savane africane, e del fatto che Panthera leo è in estinzione. Ma cosa proteggere allora, e perché?