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Con Extinction Rebellion l’autocoscienza della rivolta è ormai azione di massa

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(Waterloo Bridge, Credits: Twitter streaming)

Extinction Rebellion ha tenuto. Il movimento è riuscito a mantenere in tensione l’opinione pubblica e la città di Londra per due settimane: dal 15 aprile scorso la necessità di una rivolta non violenta, ma pesantemente ostruttiva sui punti nevralgici del sistema economico-sociale che è ormai la nostra trappola, è azione di massa, disobbedienza critica, presa di posizione fisica di fronte all’imminenza del collasso ecologico. Jeremy Corbin ha annunciato che mercoledì prossimo il Labour sosterrà una mozione per votare in Parlamento la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale. Non esagerano gli attivisti di Extinction Rebellion che chiamano ad una mobilitazione di tutti i cittadini in un momento storico senza precedenti.

Si impone dunque qualche riflessione, alla vigilia di un rimescolamento di assetti e rendite di posizione all’interno dell’ambientalismo mondiale, che per 25 anni ha sostenuto, con la complicità indiretta dei media, la linea soft e oggi si trova invece di fronte alla rinascita di una categoria di realtà che credevamo smarrita nelle ceneri del tracollo europeo del 1945: la rivoluzione.

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Intanto, Extinction Rebellion ha posto forte e chiaro al centro della realtà questo fatto, che viviamo una epoca di rovine. La rapidità dei cambiamenti climatici e a maggior ragione l’estinzione della biodiversità terrestre – del nostro Pianeta come contesto vitale, ricordiamolo, in senso biologico, chimico e fisico – ci pongono cioè in quella condizione del tutto speciale che Hannah Arendt definì “il terrore della necessità”. In una tempesta perfetta di immiserimento economico, instabilità sociale e incertezza politica la comunità moderna tende a reagire affidandosi alle mani di colui che promette di poter arginare il terrore di un cataclisma collettivo con speranze megalomani, sosteneva la Arendt, riferendosi alle grandi dittature. Ma la Arendt riconosceva anche che il riconoscimento di una enorme minaccia comune è un innesco politico formidabile per grossi cambiamenti, che si tratta poi di governare o di subire. Extinction Rebellion, facendo appello alla verità delle cose, pone la società britannica dinanzi alla tremenda necessità di un risveglio brutale, e pragmatico. Il terrore della necessità, allora, è il porsi nelle condizioni psicologiche di sentire, fin dentro ogni fibra del proprio corpo e del proprio cervello pensante, che il pericolo è gravissimo, incombente e mortale. 

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Di qui il ragionamento politico di Extinction Rebellion non può che condurre ad una seconda figura antropologica intrinseca al nostro tempo, e alla ribellione: dobbiamo abituarci al deserto, alle rovine che ci circondano. Perché solo in questo modo è possibile aprire le porte ad una autocoscienza della rivolta. Nessuno si rivolta contro una dittatura se non avverte la condizione mostruosa di servilismo, annichilimento emotivo e impoverimento delle basilari condizioni di sopravvivenza materiale che quella dittatura gli ha imposto. La nostra dittatura è il capitalismo avanzato. Per i moltissimi giovani che hanno occupato il suolo londinese al Marble Arch, sul Waterloo Bridge, a Oxford Circurs e il lunedì di Pasqua anche la hall del Museo di Storia Naturale di Kensington questo significa dire finalmente basta ad una economia di promesse. Ormai è chiaro che i costrutti sociali e psicologici su cui si fondano la crescita e l’inserimento sociale nel nostro Occidente ricchissimo e rapace non sono più in grado di reggere il peso delle nuove generazioni. Per i giovani non rimarrà nulla. É cioè giunta a svelare il suo inganno quella “strategia della conservazione”, per dirla con Horckheimer e Adorno, che pretendeva un adeguamento totale dell’individuo alle ragioni razionali dell’efficiente meccanismo industriale e tecnologico moderno. In cambio di un inserimento sociale vantaggioso e psicologicamente sostenibile. I giochi sono invece fatti e il collasso della biosfera consegna ai giovani, e ai quarantenni, una verità decisamente più amara. Il sistema così come è non garantisce la conservazione dei singoli cittadini, ma solo la loro manovrabilità in un contesto politico-economico di manipolazione perenne. 

E nondimeno anche i vecchi e gli anziani hanno avuto un ruolo nelle due settimane di rivolta, un ruolo che forse nessuno si aspettava. Abbiamo osservato un nuovo tipo di vecchiaia, a Londra: gente che non va dal parrucchiere a tingersi i capelli per far finta di avere trenta anni, e che non trascorre il tempo a consumare la propria disillusione. Gente, invece, che vive fino in fondo, e cioè in una completezza etica, il grane dono che ha ricevuto in sorte dal Secolo Breve, dalla Grande Accelerazione e dai combustibili fossili: essere ancora in salute, camminare sulle proprie gambe, godere di una mattinata di sole. Insomma, avere ancora tempo per progettare. 

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Ancora una volta, dunque, la cultura europea – perché Extinction Rebellion è un movimento europeo e in nome di questa appartenenza europea, a differenza di 350.org di Bill McKibben, può dire ciò che ha detto e ottenere ciò che ottiene – pone la questione del tempo al centro del dilemma esistenziale e politico contemporaneo. Il tempo come progresso muore sul pink boat di Oxford Circus; ma morto è anche il passato orientativo e assiomatico dell’umanismo occidentale fatto di diritti civili, ceto medio e razionalità tecnologica; e allora, guardando alla responsabilità ecologica, come dobbiamo ormai porci nei confronti del nostro recente passato? Delle nostre colpe? Siamo messianicamente responsabili anche delle aspettative che ci hanno preceduti, come riteneva Walter Benjamin? Siamo cioè chiamati a dare risposte qui, oggi, alle pretese di cambiamento di 25 anni di promesse verdi buone come carta igienica del profitto? Non sappiamo ancora, è troppo presto, se dar ragione a Benjamin. Ma sappiamo che il modo in cui sceglieremo di gestire la cronologia del futuro, i decenni davanti a noi, ci inchiodano, nella misura etica più radicale possibile, alla nostra identità evolutiva. E quindi al legame indissolubile di ciascuno di noi con il Pianeta. 

Cosa dobbiamo aspettarci dal Rebellion Day del 15 aprile?

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(Credits: Extinction Rebellion France on FB)

Il Rebellion Day del prossimo 15 aprile segna l’inizio di una revisione dei presupposti su cui si pretende costruita la nostra Europa. Ne La dialettica dell’Illuminismo, l’opera geniale che già tutto dice sulle cause del collasso della biosfera, Max Horkheimer e Theodor Adorno rileggono la storia di Odisseo e delle Sirene. Odisseo sa che per sconfiggere la minaccia posta contro di lui dal potere arcaico del mito a nulla gli servirà una opposizione frontale. Nessuno può sopravvivere per davvero al canto delle Sirene. Ha bisogno di furbizia: “l’astuzia è sfida divenuta razionale”. 

Infatti, argomentano Horkheimer e Adorno, “Odisseo non tenta di seguire una altra via da quella che passa davanti all’isola delle Sirene. E non tenta neppure di fare assegnamento sul suo sapere superiore e di porgere libero ascolto alle maliarde, nell’illusione che gli basti come scudo la sua libertà”. La soluzione al dilemma – voler ascoltare, cedere alla lusinga del piacere naturale, al richiamo seduttivo della natura contro la cultura – sta nel vizio di forma del contratto mitico: non sta scritto da nessuna parte che non si possa ascoltare le sirene legati all’albero maestro. E quindi “proprio in quanto, tecnicamente illuminato, si fa legare, Odisseo riconosce la strapotenza arcaica del canto. Egli si china al canto del piacere, e lo sventa, così, come la morte (…) l’ascoltatore legato è attirato dalle Sirene come nessun altro. Solo ha disposto le cose in modo che, pur caduto, non cada in loro potere”. 

Nella lettura dei due francofortesi, l’astuzia di Odisseo rappresenta la ragione illuministica. La razionalità capace di mettere in equazione il mondo intero, che però continua a sentire l’irresistibile chiamata di quella natura che ha razionalmente soggiogato. Horkheimer e Adorno vedono cioè nel mito delle Sirene una forma preistorica del modo in cui la ragione che tutti siamo abituati da secoli a venerare ha raggiunto il culmine del suo potere: negando la natura, che però torna sempre come residuo non elaborato, come conto da pagare, come termine non mediato del gioco mai chiuso che è l’esistenza terrena del soggetto pensante, di Homo sapiens insomma. Odisseo si salva la pelle, ma non vuole salvarsi senza aver ascoltato, e non può rinunciare ad ascoltare, e quando la nave finalmente procede oltre egli porta nel cuore il rimpianto malinconico del piacere disatteso. Il nostro rampante “Illuminismo” ha sì plasmato a sua immagine e somiglianza il mondo, ma lo ha anche compromesso al punto da porre a rischio se stesso. La “ragione” di kantiana memoria, ci dicono Horkheimer e Adorno, è il fondamento di una struttura di dominio sociale ed ecologico insieme. Schiavi della razionalità assoluta, perché essere razionali ci avrebbe liberato dai vincoli della natura, siamo rimasti impigliati nelle conseguenze della razionalità. 

La storia di Odisseo e delle Sirene pone insomma, su più piani, la questione della libertà e se non sia o meno il caso di discutere su quanto la razionalità efficientissima della civiltà capitalistica eroda, invece, le libertà fondamentali degli esseri viventi, tutti, animali e persone. Ed è di libertà che parleremo infatti il 15 aprile prossimo durante il Rebellion Day, quando Extinction Rebellion bloccherà Londra per dare inizio ad un cambiamento nell’atteggiamento che siamo soliti riservare alla fine del nostro stesso Pianeta. È una ribellione. Non violenta, ma comunque un atto di ribellione.

Contro cosa, allora, siamo in rivolta il 15 aprile? Prima di tutto, contro l’inerzia, che è ormai una forma sofisticata di consenso programmato. La mostruosa efficienza del sistema produttivo ( e nella produzione vanno incluse anche le industrie del piacere, la pubblicità, l’editoria, lo spettacolo) ha forgiato il carattere e l’indole di noi tutti. Adeguarsi in silenzio sembra essere l’unico modo, a quanto pare, per sopravvivere. Ma la libertà di essere ciò che si desidera, e quindi la libertà di dissentire rispetto ai modelli dominanti, è il nucleo di ogni rivoluzione. Non possiamo aspirare ad un cambiamento se non aspirando alla nostra specifica forma di libertà. Alla nostra voce personale, autonoma. Le condizioni di distruzione della biosfera e dell’atmosfera sono le stesse che ci vogliono atrocemente non-liberi. Scegliere dunque di aderire alla ribellione con Extinction Rebellion significa scegliere la propria libertà. Ancora una volta, è evidente fino a che punto la causa della dignità umana sia una cosa sola con la causa della dignità delle faune e degli ecosistemi. La natura seducente che Odisseo sentiva in sé, e che però, uomo già moderno, doveva tenere a freno per riuscire a tornare a casa. 

Il secondo punto di rivolta sono le diseguaglianze sociali. Extinction Rebellion ha posto sin dall’inizio come strutturale alla propria attività la povertà crescente, la mancanza di un futuro economicamente stabile per chi oggi ha 30 anni, e la rovina dei precari 40enni che hanno pagato sulla propria pelle la rivoluzione globale digitale di epoca clintoniana. Si è liberi non solo quando si può vivere del proprio lavoro, ma anche quando quel lavoro non ti chiede un tributo di sangue, ossia un inquadramento totale, dittatoriale, all’ordine già scritto, già dato per storicamente definitivo. Questo ordine ormai solidificato, come se nulla al di fuori di esso potesse sussistere, è il collasso della biosfera. Libertà e giustizia sociale sono domande politiche la cui radice è quella stessa razionalità assoluta scritta nella logica del profitto che ha mandato a carte quarantotto il sistema climatico terrestre. 

Extinction Rebellion insiste: bisogna che i governi dicano la verità ai cittadini, su come siamo messi. E cioè ammettano che tutto ciò che ci era stato promesso (il benessere eterno, il progresso, la fine della storia) non si è realizzato. Perché non poteva realizzarsi essendo fondato sulla distruzione del Pianeta, ossia del contesto esistenziale e biologico, insieme, da cui l’umanità dipende.