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La danza del silenzio

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Il tramonto è fratello della sincerità. Solo al declinare del sole i vecchi fantasmi, mai esausti, vengono a bussare alla porta e reclamano la nostra attenzione. Sarebbe impossibile aspettare il sorgere del nuovo giorno, domani, se non si desse loro udienza. E così è anche nel Kalahari. Sono le sei di sera : siamo su una duna a qualche chilometro dallo !Xaus, di cui intravediamo le capanne, marrone mogano, sul bordo del pan. Con noi è Hendrik, un collega di Khali di poche parole. Si intuisce in lui un animo robusto, duro anche, piallato sulla pelle e nello sguardo da tutte le avversità che ha visto accadere senza poterci fare nulla. Un uomo che avrebbe moltissimo da raccontare, ma che preferisce tenerselo per sé. Lo rispetto per questa ritrosia e per la sua coerenza. Ma stasera sento che il suo silenzio è una forma di linguaggio e che ne comprendo la traduzione.

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L’ultima radiazione solare disegna sul veld strisce di rosso corallo che incendiano corridoi di luce sui cespugli blu, spegnendo ogni esitazione, eccitando l’ardore del coraggio, rinnegando ogni dolore. Non c’è posto per la vigliaccheria in questo momento e noi avremo pochi minuti per ascoltare i nostri fantasmi come un tempo i progenitori di Hendrik facevano con i loro antenati. Achinua Achebe ne Il crollo così descrive quanto contasse per le genti Yoruba della Nigeria il sentimento di vicinanza con gli antenati: “Il mondo dei vivi non era del tutto staccato dal mondo degli antenati. C’erano spostamenti dall’uno all’altro, soprattutto in occasione delle feste, e anche quando  moriva un vecchio, perché un vecchio era molto vicino agli antenati. La vita di un uomo, dalla nascita alla morte, era una successione di riti di transizione che lo avvicinavano sempre di più ai suoi antenati”. Il paradosso di noi Europei, mi pare, è che pretendiamo di parlare di conservazione degli habitat e delle specie facendo finta che la filogenesi sia solo un aspetto della intelaiatura genetica della vita, e non, anche, l’unico modo con cui le forme viventi prosperano sul nostro Pianeta. Noi compresi.

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Nel 2001 uscì sulla PNAS un paper del biogeografo David S. Woodroof, che era stato un allievo di Stephen J. Gould (Declines of biomes and biotas and the future of Evolution). All’inizio del millennio Woodroof provava a tracciare la mappa della crisi della biodiversità, insistendo sugli aspetti genetici della frammentazione degli habitat e della pressione demografica umana: “La percentuale di processi evolutivi muterà nei diversi gruppi di specie e la speciazione nei grandi vertebrati può dirsi essenzialmente conclusa (…) La densità demografica umana è ora più di 30 volte quella prevista per ogni animale onnivoro della nostra taglia e si stima che ci siamo impossessati di oltre il 40% della produzione netta primaria del Pianeta per i nostri soli scopi”. La conservazione, a parere di Woodroof, dovrebbe salvare la diversità filogenetica,  in uno scenario a cento anni da oggi su un Pianeta decisamente più caldo e soprattutto con una drastica frammentazione degli ecosistemi ancora integri. Il problema più grosso, dunque, è la salvaguardia della continuità evolutiva all’interno delle specie: “Una delle lezioni della paleontologia è che il range geografico di una specie è un buon indicatore della sua probabilità di sopravvivere ad un evento di estinzione di massa, ad una era glaciale e in generale a massicci cambiamenti ambientali. Di particolare interesse è la risposta di singole specie al cambiamento climatico e la probabilità che si formino nuovi gruppi di specie analoghi alle ‘comunità disarmoniche’ del tardo Pleistocene. In passato, singole specie e specie che interagivano tra loro si sono spostate piuttosto che adattate, ma dispersioni di questo tipo non saranno più possibili in futuro”. Il flusso dei geni (gene flow) diminuirà nelle popolazioni native di un certo habitat: la “erosione genetica” diventerà una caratteristica inevitabile nelle popolazioni isolate, proprio come nelle 45 piccole e cintate riserve sudafricane (meno di 1000 Kmq), dove, secondo il National Lion Biodiversity Management Plan del 2015, vivono circa 800 leoni. Il tempo dei grandi mammiferi volge al termine: gli antenati se ne stanno andando. Non c’è più posto neppure per loro. 

IMG_4809(mappa della concessione dello !Xaus nella terrazza centrale del lodge)

Parliamo, io e Hendrik. Parliamo dei Khomani San, disegnando sulla sabbia rossa gli alberi genealogici approssimativi sopravvissuti alla colonizzazione bianca. A un certo punto cito gli Ottentotti del Capo di Buona Speranza. Ottentotto è un nomignolo olandese, attribuito al gruppo etnico dei Khoin, che parlavano una lingua simile a quella dei San, il cui tratto distintivo erano i “clic”, tipici suoni avulsivi ignoti ai ceppi linguistici indoeuropei. Oggi gli antropologi usano anche per i Khoin il termine Khoi-San, ma i Khoin non erano i San del Kalahari. Erano una altra nazione di pastori, che viveva nelle regioni interne tra il fiume Orange e il Gran Nama, o Gran Karoo, un altopiano a sud ovest che sfiora il Kalahari al confine occidentale con la Namibia. Nei romanzi di Wilbur Smith gli Ottentotti compaiono come fedeli servitori dei bianchi, affidabili e astuti, ma progressivamente sottomessi al conquistatore. Come fu per i San, le carestie, le necessità di una economia agricola e pastorale in espansione e le politiche razziali del governo coloniale causarono il loro annientamento. Su di loro Hendrik pronuncia la parola fatale che ancora nessuno ha mai osato pronunciare qui allo !Xaus: “Gli Ottentotti sono estinti”. 

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Estinti. Scomparsi per sempre dalla faccia della Terra. Ridotti a nulla e dissolti in un ordine successivo a loro, che ha deciso di non volerli, di poter fare a meno di loro, che anzi era decisamente meglio rinunciare a loro, tanto ormai non contavano più nell’assetto chiamato Colonia del Capo. Come il quagga, l’erbivoro simile alla zebra che avremmo potuto incontrare anche qui. Era considerato una peste dagli agricoltori e quindi cacciato per la carne e la pelle.

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L’ultimo allo stato selvaggio morì nel 1870, l’ultimo in cattività allo zoo di Londra nel 1872. Ci sono solo 5 foto al mondo di questa specie. Quando ero piccola, un esemplare impagliato dava il benvenuto ai visitatori del Museo di Storia Naturale di Milano. Estinti come animali, come gli animali.  Lo sguardo di Hendrik non è rancoroso, è solo colmo di solitudine. Io vedo la sua solitudine. La stessa del leone africano, quando, il giorno prima, avevo mostrato a Khali una fotografia di un leone berbero in cattività fotografato da Joel Sartore nel 2013 allo Pizen Zoo, nella repubblica Ceca. Khali non sapeva che nei secoli scorsi una sottospecie di leone abitasse le montagne dell’Atlante, nel Maghreb. Storie di vecchi leoni, buone per i pignoli della tassonomia, vecchi leoni finiti nel ripostiglio dell’archeologia, estinti e dimenticati. 

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( una delle lanterne notturne ad energia solare lungo le passerelle in legno dello !Xaus Lodge)

Mostro ad Hendrik una collana che ho trovato nella sabbia, mentre ci arrampicavamo sulla duna da cui osserviamo il tramonto. È fatta di bozzoli di falena, mi spiega, in cui sono stati inseriti dei semi di tsamma, il melone del deserto: non è una collana, ma un sonaglio per le caviglie che indossano gli uomini quando danzano la danza della pioggia. E comincia a mimare questa danza. Allora, nei suoi passi ritmati, compare l’uomo che è sempre dietro il suo silenzio coscienzioso. È ciò che è in una esistenza anni luce dalla mia che però non potrò più dimenticare. Il suo silenzio diventa la sua danza. La sua danza si scioglie nel tramonto. La mattina successiva, al momento degli addii, gli dirò queste stesse parole, che considero la nostra conversazione un patrimonio per l’eternità. Lui ricambierà la mia stretta di mano, ma, ancora una volta, in silenzio. 

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Ma anche scendere dalle colline dello !Xaus per tornare sull’Auob è un po’ come riprendere il cammino terrestre dopo aver sentito il sapore dell’eternità. Sembrava che il lungo come-back potesse durare per sempre. I chilometri non avevano confini. Noi stessi non avevamo più confini. Non c’era più dolore, né speranza, né perdita. C’era solo l’aria satura dell’ossigeno che, dopo due milioni e mezzo di anni di evoluzione, scambiava col sangue negli alveoli polmonari, pompando la vita avanti, ancora un po’. Qui, su queste colline, canta Hoelderlin: “a questo uomo fatto a somiglianza degli Dei fu dato il più pericoloso dei beni, il linguaggio, perché – creando distruggendo cadendo ritornando alla Maestra, alla Madre eternamente viva – testimoniasse il suo essere, l’essere erede, l’avere imparato da lei, divina fra tutte le cose, l’Amore che tutto regge (Dem Götterähnlichen, der Güter Gefährlichestes, die Sprache, dem Menschen gegeben damit er schaffend, zerst örend, und untergehend, und wiederkehrend zur ewiglebenden, zur Meisterin und Mutter, damit er zeugte, was er sei, geerbet zu haben, gelernt von ihr, ihr Göttlichstes, die allerhaltende Liebe). Colonna sonora: Ghost Town dei Radical Face.

La civiltà dell’angoscia in cerca dell’aurora

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Durante la notte il richiamo stridulo dello sciacallo sferzava la crosta salata del pan. Lo abbiamo udito distintamente, e poi anche una iena maculata deve aver raggiunto la terrazza della nostra capanna, perché il suo ringhio acuto era vicinissimo e circospetto. Questa mattina esploreremo una regione più interna rispetto alle dune rosse che circondano lo !Xaus. Il paesaggio è avvolgente, sinuoso e forte. Ci addentriamo in una valle segnata da macchie di cespugli grigi ormai morti: la prima parte del fusto è nera e quasi incenerita dalla siccità. Intere vallate di erba alta piegata dal vento cambiano colore al solo trascorrere in cielo di una nube,  e assomigliano a praterie aperte su cui rare acacie funzionano come bussole improvvisate, ma salde. Un tasso del miele attraversa improvvisamente il veld: è veloce, infastidito e ben deciso a non farsi guardare più a lungo del necessario. La striscia argentea lungo i fianchi, sul manto folto e nero carbone, si staglia luminosa come un fulmine sul veld. È un attimo, ed è già scomparso. Non tornerà sui suoi passi, è un animale aggressivo e però molto schivo, che riesce a scontrarsi anche con i leoni. In un clima desertico un tasso è pur sempre una preda. Qui non lo vedevano da anni e la notizia del suo avvistamento è accolta con entusiasmo dallo staff di Anthony. 

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Questo paesaggio libera il pensiero, lo pulisce e inventa dentro le funzioni cognitive del cervello nuovi ordini di conseguenze e cause efficienti. Le valli scivolano via e riemergono come ondulati pendii; un pozzo, con pompa a energia solare e un grosso serbatoio verde smeraldo, è frequentato da uno sciacallo che perlustra il terreno in cerca di insetti.

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Ovunque si insinua il sentimento africano che ogni giorno accade, senza bisogno di essere misurato da un orologio. Più tardi, mentre prendo appunti sulla terrazza dello !Xaus, stormi di decine di fringuelli testa rossa si posano sulle strutture in legno del lodge, a pochi metri da me, e dopo pochi secondi, compatti, riprendono il volo tutti insieme e raggiungono il pan, per poi riprendere questo stesso movimento ciclico verso lo !Xaus, solo un attimo dopo essersi posati sulla acacia morta del lago salato, la stessa dove la iena maculata, al tramonto, ripete il suo urlo predatorio. Sono ipnotizzanti, per via del loro canto incessante e il frullio massiccio di decine di piccole ali invisibili nella macchia rossa carminio delle teste rivolte verso l’aria fresca, in quota, e il sole brillante del mezzogiorno. Non riesco a fotografarli, non posso fotografarli: mi sfuggono, perché vengono per salutare e ad un saluto non si può rispondere semplicemente con una Canon. I fringuelli testa rossa sono una cosa sola con il vento che martella le orecchie e li sostiene in volo. 

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Il vento stesso, in questa parte sud occidentale del Kalahari, ha una voce.  Dietro le colline decade e poi fischia improvvisamente, come se tornasse finalmente a casa. Modellato dal vento, lo spazio si espande e si contrae e poi si distende di nuovo seguendo il profilo geografico del paesaggio. Passiamo ore nel primo pomeriggio ad osservare gli alcelafi rossi (Harteebest) che seguono le piste scavate dagli zoccoli giorno dopo giorno sul pan rosso: bevono tutti insieme, e poi, adempiuto al loro compito, si disperdono. Una coppia di struzzi li fissa dal bordo del pan. La tranquillità di questa ora meridiana è così immobile da sembrare, nell’udito e nella vista, una incarnazione della solitudine. Ma è solo un miraggio, una ruggine europea, perché qui la solitudine non esiste, neppure quando la senti nel fondo del tuo animo perché si è infilata nella valigia. 

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In uno dei giorni scorsi abbiamo visitato un piccolo laboratorio di manufatti San. Il profilo di un grosso felino, un leopardo o una leonessa, decorava il guscio eburneo di un uovo di struzzo, l’avorio dei San. Le suppellettili decorative rispondono ad un bisogno antico degli esseri umani, ma ci sono altri aspetti del sentire, che abbiamo sviluppato in Europa negli ultimi tre secoli come danni collaterali della nostra espansione economica. L’ansia, ad esempio. Qui nel Kalahari l’ansia non c’è, c’è solo la paura, quando serve e quando capita, ad esempio faccia a faccia con un leone o un leopardo. L’ansia è civile, urbana, salottiera. Prende il tè alle cinque del pomeriggio, vive di ignoranza su di sé e gode della propria inutilità. La paura invece ha uno scopo e non tormenta oltre misura il cuore dell’uomo. Lo trafigge, lo uccide, lo fa a pezzi, ma non approfitta della debolezza della nostra intelligenza, quando tentiamo di trovarle un accordo con i nostri sensi.

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L’Europa del XVII secolo, della Amsterdam di Rembrandt, delle pellicce di visone russo, della pittura a olio di lino, dei commerci transoceanici in mano a borghesi finalmente ricchissimi, ha creato la civiltà dell’angoscia. Non penso sia casuale che un danese figlio di un uomo d’affari molto rispettabile che speculava sulle piantagioni di canna da zucchero, e sugli schiavi africani, nel Nuovo Mondo, e cioè Soeren Kirkegaard, abbia infine elaborato con dignità filosofica questo inedito sentimento dell’Europa rapace e geniale, e cioè l’angoscia, proprio mentre il colonialismo si affermava come forza capace di eradicare modi di essere Homo sapiens non occidentali. Figure spirituali come l’angoscia non possono che essere consustanziali ad una civiltà radicalmente urbana, avanzata nelle sue pretese di comprensione concettuale della realtà, disperatamente fantasiosa nelle sue creazioni artistiche. Sarà pur vero che Ernst Cassirer, con la sua cultura enciclopedica orgoglio dei benpensanti di Amburgo, e della Germania del Kaiser, rappresentava l’acme della erudizione occidentale, ma l’angoscia di una civiltà sempre più consumata dalla potenza dei propri successi spalancò l’abisso su noi tutti. Non sempre conoscere tutto spalanca le porte alla concreta possibilità della felicità. I San, dice Laurens Van Der Post, intendevano questa possibilità come uno stare dentro le proporzioni: “Il boscimane, ovunque andasse, conteneva in sé la simmetria della terra, e ne era profondamente contenuto. Il suo spirito era logicamente simmetrico perché, spostandosi sulla corrente di una istintiva certezza di appartenenza, egli rimaneva nell’ambito delle proporzioni assegnategli dal fato. Prima che noi tutti giungessimo a frantumare la sua condizione naturale, non mi risulta in alcun modo certo ch’egli avesse trasceso le proprie proporzioni”. 

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Per questo motivo qui, nel Kalahari, e in Sudafrica, fu sconfitto, perché coloro che hanno vinto la partita non avevano proporzioni. Noi stessi siamo giunti qui da un posto lontanissimo, ma in modo nient’affatto simile al luogo remoto annunciato dalla iena sotto le stelle. Heidegger chiamava questo luogo, che corrisponde al nome del nostro Paese di origine sul passaporto, metafisica. La formidabile tragedia del vincitore globale veniva recitata nel teatro di Dioniso, ad Atene, ma è soltanto qui allo !Xaus, e cioè in Africa, al culmine dell’Antropocene, che te ne puoi accorgere. La metafisica è la decisione conscia e consapevole di dar corso alla volontà costi quel che costi. È la storia del dominio del modello occidentale del Pianeta, fino al cambiamento climatico e alle 410 ppm di CO2 in atmosfera e agli ultimi 20mila leoni dell’Africa. È la storia dell’angoscia e di queste figure spirituali inaudite, distruttive, spuntate come sottoprodotti del genio urbano europeo, che Freud, in una Vienna non troppo diversa dalla Amburgo di Cassirer, definiva disagio della civiltà. Il teatro di Dioniso è il nostro luogo lontanissimo in cui abbiamo cominciato a contemplare fin dove poteva condurci la abilità di costruzione di nicchia. 

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Ma allora, che cosa ne è della conservazione se siamo al termine di un percorso inevitabile? Occorrerebbero migliaia di posti come la concessione dello !Xaus, come il Kgalagadi, per proteggere almeno metà del Pianeta. Ma non solo in virtù delle caratteristiche ecologiche di queste valli: qui si intravede, sulla linea dell’orizzonte, il bisogno di andare oltre i presupposti, ormai secchi, dell’Occidente. Del vincitore. Povera di una alternativa già eloquente, già soddisfacente, non posso fare altro che leggere, ad alta voce, la mattina presto, davanti al pan, un passo di Nietzsche: 

“Chi, anche solo in una certa misura, è giunto alla libertà della ragione non può più sentirsi sulla terra nient’altro che un viandante, non un viaggiatore diretto a una meta finale, perché questa non esiste. Ben vorrà invece guardare e tenere gli occhi ben aperti, per rendersi conto di come veramente procedano tutte le cose nel mondo; perciò non potrà legare il suo cuore saldamente ad alcuna cosa particolare: deve esserci in lui stesso qualcosa di errante, che trovi la sua gioia nel mutamento e nella transitorietà (…) Quando silenziosamente, nell’equilibrio dell’anima mattinale, egli passeggerà sotto gli alberi, gli cadranno intorno dalle cime e dai recessi del fogliame solo cose buone e chiare, i doni di tutti quegli spiriti liberi che abitano sul monte, nel bosco e nella solitudine e che, simili a lui, nella loro maniera ora gioiosa ora meditabonda sono viandanti e filosofi. Nati dai misteri del mattino, essi meditano come mai il giorno, fra il decimo e il dodicesimo rintocco di campana, possa avere un volto così puro, così luminoso, così trasfiguratamene sereno: essi cercano la filosofia del mattino”. 

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( la citazione da Nietzsche proviene da Umano troppo umano I, edizione Adelphi del 1965, capitolo 2, paragrafo 638, pp. 304-305)

“Gli animali sono persone della più antica razza”

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Ma quello che era troppo poco per Faust era sufficiente per la civiltà dei San. I cacciatori raccoglitori furono spazzati via dall’Africa australe da un blend di fattori storici, molto inquietanti se esaminati da vicino, perché sembrano mostrare che un unico modello culturale ed economico, di matrice europea-occidentale, ha finito col prevalere a livello planetario in virtù delle stesse ragioni che ne determinano oggi il collasso ecologico. Se il vincitore non fosse a sua volta un perdente, non saremmo questa mattina, insieme a Khali, sulle colline spazzate di luce dello !Xaus. 

All’aeroporto di Upington sono esposte tavole del SASA (South African San Institute) che raccontano la storia dei San. “Le pratiche culturali seguite fino a poco tempo fa dai cacciatori raccoglitori dell’Africa del Sud sono attestate a partire da 25mila anni fa”. In seguito, circa 2500 anni fa, gruppi di San chiamati Khoe-Khoe “acquisirono l’abilità di allevare animali. Emigrarono in Sudafrica, portando con loro la pastorizia e una organizzazione sociale diversa dai San”. I San, da parte loro, non divennero semi-sedentari e continuarono a vivere delle risorse del deserto. 
I Khoe-Khoe comprendono tre popoli attualmente ancora presenti nella Repubblica: i Nama, i Griqua e i Korana. Furono due gli avvenimenti che infine decisero del destino dei San, ossia l’invasione Bantu (circa 1800 anni fa) e l’arrivo dei coloni bianchi a partire dal 1652. Sono Bantu i gruppo etnici neri che oggi comprendono la maggior parte della popolazione sudafricana: Zulu, Xhosa e Tswana. I Bantu erano pastori di bovini e agricoltori ed entrarono in competizione con i nomadi del deserto, i San appunto. Secondo Laurens Van der Post, sul boscimane si riversava un tipo particolare di disprezzo razzista poiché “i valori europei erano talmente legati al possesso e ad altri aspetti materiali che forse i nuovi venuti trovavano una base comune nel fatto che l’Ottentotto ( NdR: una ulteriore etnia presente nella colonia del Capo) aveva un concetto obiettivo della proprietà”. 

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Le persone di etnia San con cui parliamo qui allo !Xaus sono gli epigoni di rivolgimenti storici molto profondi, che compressero e alterarono il mosaico antropologico originario del Kalahari tra Namibia e Sudafrica. “Secondo le fonti storiche orali, c’erano diversi gruppi San nel Kalahari meridionale. La popolazione numericamente più consistente si riferiva a se stessa come home people o Sasi, un terminale generale per boscimani San (…) nel 1911 e 1936 i ricercatori europei identificarono il gruppo dominante San nel Kalahari meridionale come Khomani-San. I contigui gruppi San includevano gli Anni e i Khattia. Ad essi vennero aggiunti i Namani ( i boscimani di alta statura) e gli Hanaseb (Kruipers), ossia San che provenivano dalla Namibia e che parlavano lingue Nama”. !Xaus è una parola Nama: significa “cuore”. 

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L’ecosistema del Kalahari contiene ancora i frutti del deserto necessari per sopravvivere, uomini e animali, in un clima così secco e duro. Le foglie ad alto contenuto proteico della Acacia erioloba, nutrono i bovini nei giorni peggiori della stagione secca.

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Lo tsamma, il melone del deserto, dalla polpa ricca di acqua, disseta gli sciacalli e gli esseri umani quando non piove per mesi. Dai suoi semi si ricava una farina adatta alla cottura. Un tempo, ricorda Van Der Post, la donna boscimane del Kalahari portava sempre con sé “un grosso pestello e un mortaio per ricavare farina da noci, semini di leone, erba, nonché per polverizzare la carne secca destinata ai bambini privi di denti e ai vecchi”. La sabbia nasconde frutti e vegetali: tuberi simili a carote e barbabietole, patate, porri, patate dolci e “carciofi”, cetrioli dalla buccia spinosa. Khali ce li indica. 

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Per noi Europei il bisogno di catalogare coincide da secoli con l’aspirazione alla conoscenza. A partire da Linneo, la tassonomia esige di porre ordine nella cornucopia biologica del Pianeta: fornire ogni pianta o animale di un nome, che lo connetta al resto dei viventi, lungo linee di parentela sempre più esatte e precise, è indispensabile per potersi appropriare della vita. La catalogazione ha sempre funzionato per noi come un mettere-in-una-categoria. Per noi Europei, la volontà di far appartenere le specie animali e vegetali a categorie di pensiero ha significato sì conoscere a fondo le ragioni fisiologiche, chimiche, fisiche delle specie, ma ci ha allontanato irreparabilmente dal modo in cui esse stanno sul Pianeta a prescindere da noi.

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Forse i cacciatori raccoglitori disponevano di una conoscenza del paesaggio e dei suoi elementi che non aveva lo scopo recondito di possedere, poiché non volevano possedere il deserto o i suoi animali. Hans Georg Gadamer riteneva che l’intero Occidente fosse pervaso dal problema della volontà: che cosa era lecito volere nei confronti dell’onnipotente Dio cristiano, nel Medioevo, e poi quali fossero le conseguenze di un volere altamente costruttivo, capace di plasmare ogni aspetto della realtà, nel Rinascimento, nel violento e artistico Seicento e poi nella Modernità sempre più laica del post 1789. Indubbiamente, oggi vogliamo tutto, anzi, abbiamo già preso tutto. Ma a cosa potremmo mai essere chiamati, allora, in Antropocene? Non si presentano risposte, qui allo !Xaus, e più le si cerca, più sfuggono. Il sole riprende ad ardere, vanificando la nebbia, e sembra di assistere per la prima volta all’alba del mondo. 

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Una aurora senza parole – non riusciamo ad averne per impossessarci del nostro sguardo sulle dune – simile però alla trama sottile della rugiada sui cespugli. Estremamente fragile, una continuità lontanissima nel tempo, la cui origine è perduta solo perché è eterna. Questa fragilità è un legame forte come un tendine di springbok e questo legame è una continuità. Noi umani riusciamo a non essere profughi, per quanto ben adattati nelle nostre megalopoli dotate di reti metropolitane, solo quando custodiamo una continuità con il passato. C’è una frase di Hegel che ho sempre trovato così inquietante, perché è dannatamente vera e ad annunciarne la verità è un animale: “è solo nel crepuscolo che la civetta di Minerva comincia il suo volo”. Quella sera, allo !Xaus, un gufo ci attendeva al principio delle tenebre. 

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(Nota: il titolo è un detto San riferito da Laurens Van Der Post)

 

Lo !Xaus nella nebbia del cambiamento climatico

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Il grido della iena maculata sul pan che si estende, tondo come un cratere lunare, dinanzi allo !Xaus Lodge, annuncia che i messaggeri sono ormai alle porte. La mattina dopo ci svegliamo alle 6, perché bisogna incamminarsi molto presto per una esplorazione a piedi sulle colline, insieme alla nostra guida San, di nome Khali, un giovane non ancora trentenne. Khali ha lo sguardo acuto dei cercatori di tracce. Ho con me Il mondo perduto del Kalahari, di Laurens Van Der Post, un altro libro dimenticato in Italia, e forse in Europa, che racconta però degli ultimi anni, attorno al 1950-1960, in cui nel Kalahari centrale gruppi superstiti di San vivevano ancora la vita strappata loro dai genocidi ottocenteschi. Questo libro non è in stile National Geographic: maestoso, accattivante e competitivo. È invece zeppo di sensibilità europea, quel genere di sguardo indagatore sulle pieghe riposte del mondo che si affina sulla letteratura. Più ci affidiamo a Khali per scandagliare le colline e le dune attorno a noi, più comprendo che cosa intendesse Van der Post, un sudafricano bianco, quando affermava che “il boscimane autentico è contenuto nei ritmi delle stagioni”. 

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Per le nazioni non bianche e non bantu di questa porzione di Africa australe il clima non era un superfluo elemento naturale, che si può scegliere di ignorare anche quando evidenze inoppugnabili ne dimostrano l’alterazione a causa dell’uso dei combustibili fossili. Il clima non era cioè una risorsa, bensì, molto più semplicemente, una condizione del Kalahari che avvolge gli esseri viventi del deserto, compenetrandosi nei loro ritmi vitali. Ma questa mattina qui allo !Xaus avremo una prova del fatto che il clima sta già cambiando anche nel Kalahari. L’estate del 2018 è stata tra le più torride degli ultimi quindici anni, per il numero di Paesi che hanno dovuto fronteggiare temperature ben più alte della media del periodo. L’Artico si riscalda ed è questo a rendere le ondate di calore in ogni parte del mondo sempre più estreme, avverte uno studio appena pubblicato su Nature Communications (The influence of Arctic amplification on mid-latitude summer circulation). Stamattina lo !Xaus è avvolto da un nebbia pesante e ghiacciata che rende invisibile il pan sotto di noi; il veld delle colline è coperto da una spuma bianca, l’umidità eccessiva, ostile alla sabbia, bagna cattiva il camminamento in legno che collega la nostra capanna alla terrazza centrale. 

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Anthony mi spiega che “la nebbia è assolutamente inusuale qui, non la vedevamo da tre anni. Il tempo, non c’è un giorno uguale all’altro, ieri nel primo pomeriggio ha piovuto”. E non aggiunge altro, perché siamo in stagione secca. Usciremo comunque a piedi, benché, avverte Khali, “il leone non ama la nebbia. Non vede bene in lontananza a causa della foschia e quindi è innervosito in una mattina come questa”. Le istruzioni sono sempre le stesse: se ce lo troviamo davanti, rimanere immobili. Lo !Xaus del resto non ha nessun tipo di recinzione, te lo ripetono di continuo, e Anthony, con il suo inglese sporcato di accento puro afrikaans, ci fa dell’ironia continua. È un uomo di una cinquantina di anni, alto almeno un metro e novanta, con i capelli bianchi e gli occhi azzurri come il ghiaccio. Eppure, anche lui è un piccolo uomo dinanzi alla immensità delle colline, dei pan e dei loro predatori, liberi, una immensità che resiste, si oppone, persiste da sola, senza di lui, e senza di noi, anche se lui è sudafricano di Pretoria. La sua ironia è come un atto di rispettosa sottomissione, di sorridente abdicazione, a ciò che ancora è selvaggio sul Pianeta. Anthony appartiene allo !Xaus, e invece lo !Xaus appartiene solo a se stesso, ed è per questo che il loro amore reciproco è possibile. 

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Il pride di leoni che si muove qui attorno da almeno 4-5 anni è stato studiato e monitorato dal Kgalagadi Lions Project, che si è concluso nel 2014. Le foto dei leoni dello !Xaus, scolorite dal succedersi dei giorni, sono appese sulla terrazza centrale. Di ogni nuovo nato e di ogni adulto ci sono date e nomi propri: questi felini sono amici di cui si ricevono sporadiche, ma affettuose notizie nel corso dei mesi, notizie che arrivano dalle scorribande in Botswana, oltre l’Auob, lungo il Nossob, e poi a nord, fino a Grootkolk e il Kaa Gate, in Botswana. Chiunque raggiunga lo !Xaus è interrogato su di loro, perché qui nel Kgalagadi le informazioni sugli animali sono raccolte attraverso il passa parola, lo scambio di indicazioni sugli avvistamenti. 

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Su un territorio di 38mila chilometri quadrati, vasto quanto l’Olanda, ogni segnalazione è fondamentale per capire, e registrare, lo stato delle popolazioni. Ti chiedono di prender nota di cosa vedi anche i provider, come Expert Africa, di Londra, che offrono supporto logistico alla organizzazione del viaggio. I San, però, essendo i migliori cercatori di tracce del Kalahari, lavorano non di rado con i ricercatori esperti di leoni, come ad esempio gli uomini di Panthera. 

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Lo scorso novembre, 4 leoni si sono presentati di nuovo allo !Xaus; almeno 30, poi, sono stati visti a Mata Mata, a nord, un punto nevralgico, a circa un paio di ore di jeep da qui. Anche per i leoni del Kalahari risuona, reperto fossile sonoro, onda acustica leggerissima sul veld, il saluto dei boscimani San: “Buongiorno. Ti ho visto da lontano, e sto morendo di fame / Buongiorno ! Ero morto, ma ora che siete venuti, vivo di nuovo”. 

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Mentre avanziamo sulla sabbia granulosa, lucida, che si sgrana tra le dita, la nebbia mi ricorda una altra oscurità, che pose le fondamenta del moderno spirito europeo, l’oscurità del Faust di Goethe: “E conoscessi il mondo, che cos’è/ che lo connette nell’intimo/tutte le forze che agiscono, e i semi eterni, vedessi/senza frugare più tra le parole”. Lo abbiamo fatto, non frughiamo più tra le parole. Il nostro intendimento, la nostra volontà non può più assomigliare al tenue aggrapparsi di gocce di nebbia su di una ragnatela nel deserto. Era troppo poco per Faust. Gli abbiamo dato ascolto. Fino a camminare nella nebbia, nel Kalahari, in pieno luglio 2018. 

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La !Xaus Community è la porta dell’eternità

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Occorre più o meno una ora e mezza di jeep per raggiungere, viaggiando verso ovest, lo !Xaus partendo da Kamqua. Questa parte del Kgalagadi non è pianeggiante: le dune compatte formano un paesaggio collinare, con rade acacie solitarie e un veld ininterrotto di cespugli di Stipagrostis amabilis. La jeep procede su un continuo alternarsi di salite e ripide discese, che le ruote 4×4 aggrediscono slittando: i bordi dei solchi scavati dai pneumatici sono diventati alti come contrafforti, e arrivano quasi ai cerchioni. Procediamo a non più di 30 o 40 chilometri orari, ma l’aria gelata del tramonto ci si schianta addosso velocissima e implacabile dandoci la sensazione di star correndo a perdifiato sulle dune, sempre più in alto, verso l’eternità. 

Il paesaggio stesso sembra aver perso la sua dimensione terrena per aprirsi all’atmosfera, dove il sole va spegnendosi all’avanzare delle tenebre. Le dune rosse del Kgalagadi sprigionano poteri cosmologici e rivelano di nuovo gli elementi primordiali di cui è fatto il mondo. La radiazione ultravioletta, decisa a non morire prima di aver completato il proprio lavoro di creazione, trasforma ogni sfumatura di colore in una unica tonalità arancione. Una gazzella steenbok e una aquila Chanting Gostwawk, in un secondo che rimane immediatamente fissato nella infinità del tempo, ci osservano, chiusi in un enigmatico silenzio di attesa. 

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Spingendoci sempre più verso ovest, le colline e le dune rosse prendono possesso di tutto, sovvertendo gli equilibri di potere di ogni forma di civiltà. Agguantano i nostri strumenti fotografici e telefonici, regolano i giri del motore diesel della jeep, vanificano la nostra mappa geografica del Kgalagadi. Entriamo in un regno dove tutto può ricominciare da capo, ciò che è e ciò che potrà essere. Una fragranza sconcertante, pastosa, di tuberi dolci aleggia sui cespugli verde acqua e satura il nostro olfatto. In Europa, millenni fa, i Greci chiamarono un simile profumo ambrosia, e lo immaginarono come un privilegio degli Dei. Ma qui non ci sono Dei europei. E neppure le pretese dei figli di Prometeo. In questo sprofondare, salendo sulle colline, nella immensità non misurabile del tempo profondo – il tempo che in biologia evolutiva designa lo spazio cronologico lungo il quale ciò che è ha avuto l’opportunità di diventare ciò che appunto è – risorge, questa è la mia impressione – il primo pensiero dell’uomo su se stesso, sugli animali, sulle piante, sugli enti. “Diventare una specie è un processo, non un evento”, ha scritto Carl Safina su Yale Environment 360; e in questo divenire le estinzioni stesse rappresentano la continuità della vita: “la vita intera presente oggi non è il prodotto di una serie di estinzioni; ogni specie, ogni individuo vivente è parte di una linea di discendenza che non si è ancora estinta lungo miliardi di anni”.

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Per questo gli animali che stanno attorno a noi, qui, ora, nel veld freddo della sera, portano con sé storie millenarie. I loro geni, il loro stesso aspetto è la sintesi del passato, del presente e del futuro. Gli animali sono messaggeri del tempo. Per questo sono gli Dei autentici di quel luogo remoto in cui ancora adesso in Antropocene riposano le radici di noi umani. Può darsi, questo provo a pensare chilometro dopo chilometro, che i Greci lo abbiano pensato questo luogo remoto, ma dalle loro premesse emerse infine la nostra civiltà europea bianca, che, lo si ammetta o meno, ha purtroppo deciso la partita sull’intero Pianeta. Il pensiero aurorale, come Heidegger chiamava il principio dell’interrogazione filosofica prima di Platone, fu in grado di cogliere l’importanza imperitura di questo luogo remoto? E se ciò non accadde, le scienze naturali, oggi, sono abbastanza vaste da cogliere il significato ontologico di ciò che hanno scoperto? Non è forse la conservazione una consapevolezza su tutto questo che aspira a diventare legge, diritto e legislazione universale?

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La magnificenza del territorio che appartiene alla !Xaus Community va al di là delle nostre capacità di comprensione. Mentre il direttore del lodge, Anthony, ci accoglie attorno a noi suona una musica di sconcerto e stupore così nuova da disintegrare la nostra lingua e il nostro linguaggio. Qualunque cosa sia, nell’animo e nella genetica di Homo sapiens, il luogo remoto da cui proveniamo, la storia che abbiamo intrapreso negli ultimi cinque secoli ce ne ha distanziati con effetti nefasti che ora mettono in pericolo la sopravvivenza di tutti. Lo !Xaus è lo scrigno in cui provare a recuperare i pezzi del puzzle. Ed ecco che il buio della notte è su di noi e laggiù, sotto lo scintillio di galassie di stelle, sul pan, il grido di una iena maculata annuncia l’inizio. 

Auob River, dove scorrono le epoche geologiche del Kalahari

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Ci troviamo ormai in un angolo remoto e felice del SA. Il Kgalagadi si spalanca davanti a noi con un silenzio che sembra invincibile. Immenso, di una purezza crudele in cui la vita, la nostra, la vita degli animali stessi, non è scontata, e neppure assuefatta alla dittatura dell’abitudine. Siamo soli su di una pista di sabbia sassosa, color crema. Decine di chilometri senza incontrare nessuna Jeep o Land Rover, sotto lo sguardo dei gemsbok dallo scatto sicuro e improvviso. Ma questa non è più la solitudine europea. “Per trovarsi in ciò che è senza confini – Im Grenzenlosen sich zu finden” scrisse Goethe, “scompare volentieri il singolo – Wird gern der Einzelne verschwinden”. 

Il Kgalagadi coincide con il mistero del Kalahari, che i geologi considerano “elusivo” come un felino. Proprio a causa della diversità degli aspetti geo-morfologici il dibattito sulla vera natura del Kalahari è ancora aperto. Sono evidenti, sul paesaggio, i segni di un feroce regime desertico di pioggia e umidità, eppure la vegetazione invernale è saldamente aggrappata alla sabbia. I cespugli ruvidissimi e pallidi dei sistemi a savana ci sono anche qui, se non fosse che il territorio attorno a noi non diventa mai distesa erbosa e piatta, ma cambia continuamente, e paesaggi differenti si danno il cambio cedendo l’uno dentro l’altro in una strana armonia sempre più enigmatica sotto l’avanzare del sole, dal suo zenit al primo pomeriggio. All’inizio, tra Houmoed e Monro, il veld riesce a sconfiggere la sabbia di dune alte fino a venti metri e sopporta le acacie haematoxylon dal tronco spesso e robusto, antiche di anni; le erbe ad alto fusto di Stipagrostis amabilis (di un opalescente verde turchese) e di Stipagrostis uniplumis (con i suoi tipici cespugli di un giallo oro infiacchito dalla mancanza di acqua ) convivono in prati resistenti, aggrappati alla superficie del suolo e ostili da millenni al passaggio degli erbivori. 

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Poi, lungo il corso dell’Auob, procedendo verso nord est, in direzione di Auchterlonie, le dune diventano più irregolari, compaiono le acacie mellifere e creste calcaree come fatte di stucco d’avorio decorano i profili delle dune più piatte e levigate. In questi anfratti simili a rifugi paleolitici si nascondono i leopardi, che approfittano delle grotte spoglie poste in altitudine per pattugliare il veld sottostante. Individuarli a occhio nudo è sostanzialmente impossibile, ma impareremo presto che per tutti i grandi felini del Kgalagadi le regole di avvistamento della savana non sono efficaci. Qui occorre scaltrezza, pazienza e un intuito inselvatichito per sapere dove un leone, al tramonto, ha scelto di tentare il suo coraggio. Perché ogni centimetro quadrato del paesaggio congiura contro lo sguardo umano, confonde, trae in seducenti inganni l’illusione di aver avvistato il lampo di una zampa o il movimento di un corpo, tra i cespugli. E’ come se il Kgalagadi stesso proteggesse le sue faune, rendendole così poco accessibili e così immensamente desiderabili. Decine di springbok, le gazzelle eleganti e flessuose del Kalahari, brucano l’erba secca e rugosa nutrendo le nostre aspettative con la loro continua vigilanza contro i predatori. Gli springbok sono erbivori generalisti che, come i gemsbok e i kudu, hanno tratto vantaggio dall’inaridimento dei pan negli anni venti del secolo scorso, fino a moltiplicarsi con enorme successo. Quarant’anni fa il numero di springbok, gnu e alcelafi rossi raggiunse le migliaia di esemplari: non c’è traccia di proporzioni del genere nelle fonti ottocentesche su questa area del Kalahari meridionale. L’impronta umana, e più tardi le scelte di amministrazione del parco, hanno plasmato ciò che vediamo oggi piegando antichi equilibri a nuovi rapporti di forza. Il numero dei felini non è cresciuto di pari passo, e tutte le specie soffrono qui di problemi analoghi se non uguali a tutte le aree faunisticamente ricche dell’Africa. Il SanParks dichiara 450 leoni (le stime sul Botswana non sono del tutto sicure), 150 leopardi e 200 ghepardi. Considerate le condizioni generali del ghepardo, questa cifra appare un quasi miracolo. Le iene sarebbero più numerose: 375 spotted, e 600 brown, la specie più rara. 

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Molti alberi, la corteccia annerita dalla sete, hanno cime mutile e grosse braccia spezzate. Altri sono già morti, ma presidiano il paesaggio senza arrendersi, e trattengono ancora il vigore e la resistenza delle loro migliori stagioni. Negli anni ’90 le condizioni climatiche del Kalahari sono diventate più fluttuanti. Qui cadono solo 200 mm di pioggia in un anno, e i due fiumi del parco, il Nossob, che segna il “confine” con il Botswana, e lo Auob, sono quasi sempre asciutti. I fiumi, se e quando piove, riescono a trattenere l’acqua solo in superficie e al Kgalagadi questo basta per interi decenni. Una vera e propria corrente scorre molto di rado in questi due fiumi: si ritiene che il Nossob abbia una portata di acqua tale da generare una corrente solo una volta ogni secolo. Nel 2016, però, le piogge furono eccezionali e lo Auob tornò ad essere un fiume. Chi viene qui non si lascia scoraggiare dall’aridità e dal freddo invernale, pari solo al massacrante caldo estivo. Nei prossimi giorni le minime notturne saranno sotto zero, ma la massima diurna di 25 – nient’affatto scontata – è ingannevole. Soffia costantemente un vento tagliente, che prende a pugni la faccia e gli occhi e che diventa gelido dal tramonto. Detto tutto questo, l’escursione termica può raggiungere i 20 gradi nel giro di sole tre ore, dalle 7 alle 10 di mattina.

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“Il KTP è uno degli ultimi parchi intatti del SA, con una interferenza umana ridotta considerata la sua estensione. E’ una vera wilderness e un vital natural heritage; gli animali sono abituati a vedere macchine ed esseri umani, ma devono sempre essere trattati come selvaggi – dice il codice di condotta del SanParks – Rispettare loro e il loro ambiente, cercando di avere sul parco il minor impatto possibile è cruciale per assicurare una gestione efficace della wildlife e della wilderness in nome di un futuro comune”. Si tratta qui di aderire ad una cultura della wilderness: ci sono delle restrizioni precise alla produzione di rumore e quindi alle cause di stress acustico per gli animali: dalle 9 di sera alle 7 del mattino tutto deve essere fermo. Un imperativo ripetuto nei campi tendati, ovunque, è di risparmiare l’acqua salata e oleosa, l’unica disponibile per lavarsi sommariamente. Le pozze d’acqua sono ormai quasi asciutte e le pompe a pannelli solari attendono la stagione delle piogge per ricominciare a lavorare a pieno regime. Questi pannelli solari – il SanParks ha pianificato l’energia rinnovabile in tutto il Kgalagadi – sono disorientanti. Sono indubbiamente giusti, ma inaspettati, e sono anche sicuramente aggiornati alla epoca dei cambiamenti climatici, ma ci vorrà del tempo per abituarsi alla loro presenza. 

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Del resto, ad Auchterlonie, tra Monro e Kamfersboom e poi ancora dopo Batulama, sono ancora visibili i resti di insediamenti umani in pietra del periodo coloniale. Su una duna c’è anche un piccolo museo, Le Righe House, riassorbita nel paesaggio, vestigia e frammento, ancora una volta, del passato ereditato. Molte epoche si sommano una all’altra nel Kgalagadi, e la sintesi che abbiamo di fronte a noi ci chiama a comprendere secondo percorsi non lineari. Le risposte ai problemi di oggi, ad esempio al bisogno di energia, quando riescono ad essere almeno abbozzate, pretendono che la domanda di giustizia degli uomini e degli animali trovi sempre una riformulazione proprio dove l’eredità iniqua del passato ha più crudamente trasformato situazioni, sentimenti, percezioni, e risorse naturali. 

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La maggior parte delle watehole, le pozze d’acqua artificiali, sono in questa parte del parco. Sono contrassegnate da cippi in pietra, con il nome della pozza scritto in afrikaans. Anche queste indicazioni sulla pista principale appartengono agli uomini, ma non entrano in conflitto con la sostanza selvaggia del Kgalagadi. Molto utili per avere costantemente la misura di dove ci si trovi, soprattutto nel tardo pomeriggio, quando è urgente dirigersi verso i luoghi di riposo e ricovero notturno, i cippi delle waterhole sono anche i punti nevralgici in cui avvistare i predatori. 

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“L’introduzione dei waterhole ha diminuito il bisogno degli animali di migrare (ad esempio il wildebeest) e ha creato popolazioni più sedentarie – dichiara il Sanparks – e nondimeno l’adattamento ad un ambiente duro e così arido è eccezionale, con o senza le pozze di acqua artificiali”. E’ la storia delle zebre e degli springbok, che prosperano nel Kalahari in modo diverso da un secolo e mezzo fa, in un clima in cui non esiste un giorno che sia uguale al precedente. Un clima in cui, quanto alla luce, non si dà secondo che sia identico al prossimo. La radiazione solare è cangiante e così varia da richiedere un adattamento continuo delle lenti fotografiche. Sono ormai le 17 del pomeriggio e attraversiamo il Gemsbok Plein lungo l’Auob, verso Kamqua. Da qui saliremo sulle colline di nord ovest per raggiungere, insieme ad una guida San, la !Xaus Community. Sì, siamo in un angolo felice del Sudafrica.