Le diseguaglianze sociali sono il miglior alleato del negazionismo climatico

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Questo 24 maggio è iniziato in modo entusiasmante. Stamattina Yanis Varoufakis, candidato al Parlamento Europeo con Diem25, ha ritweettato una mia riflessione sulle ormai imminenti elezioni continentali. Scrivevo infatti che un volantino elettorale come il suo, in cui la crisi climatica viene nominata apertamente, non potrebbe mai essere il volantino del Partito Democratico, per cui il collasso del Pianeta è solo un soprammobile retorico. La generosità di Yanis Varoufakis mi ha fatto pensare ad una domanda che una studentessa del corso di giornalismo della università IULM di Milano mi ha posto qualche settimana fa. Eleonora stava scrivendo la sua tesi di fine Master e mi chiedeva che ruolo avesse Extinction Rebellion nel panorama attuale dei movimenti ambientalisti europei. Aveva letto i miei interventi sul movimento, trovandoci molto più sugo di quanto pubblicato sulle testate nazionali dei grandi editori. Ma come arrivare ad un blog indipendente nell’oceano di titoli, nomi e siti web di cui pullula la Rete, se non lo conosci in anticipo, si chiedeva dunque Eleonora. 

In parole semplici: come fare informazione ambientale, se non hai un brand editoriale che sostenga la tua firma ?

Una domanda tutt’altro che scontata e che molto ha a che spartire con la nostra epoca di collasso ambientale, e di crescenti povertà. Le diseguaglianze sociali sono infatti il miglior alleato del negazionismo climatico, e della censura sull’estinzione del mondo vivente. E questo accade perché il giornalismo indipendente è stato gravemente minato nelle sue stesse fondamenta dal crescere della precarietà economica, per non dire della fame vera e propria, dei reporter ambientali. C’è una correlazione molto stretta, e molto preoccupante, tra le paghe indecenti che porta a casa chi scrive di atmosfera e biosfera e la disintegrazione del diritto civile all’informazione sulla distruzione del sistema climatico terrestre e l’annichilamento della biodiversità. Maggiore è la povertà netta dei giornalisti che hanno scelto di dedicarsi al XXI secolo, e non al gossip, e maggiore è la lacuna di consapevolezza di cui soffre l’opinione pubblica. Sono argomenti che pertengono alla giustizia sociale, di cui in Italia si parla pochissimo e che invece vanno in prima pagina sui giornali anglosassoni perché, nonostante tutte le contraddizioni della Brexit e dell’amministrazione Trump, nei Paesi di lingua inglese sopravvive un orgoglio democratico che considera ancora i giornali un presidio di coscienza collettiva, e non solo una corte di interessi corporativi e di lustrini fake buoni per i salotti dei talk delle 20.30. 

Partire da una famiglia economicamente svantaggiata compromette l’accesso a professioni di alto contenuto intellettuale, perché in queste professioni il lavoro semi-gratuito è il primo passaggio di un curriculum appetibile per un editore. Nel giornalismo la principale voce di spesa di questo percorso sono i viaggi in giro per il mondo. Se non te li puoi permettere, sei fuori per principio, e non perché non hai talenti da spendere. Sam Friedman e Daniel Laurison hanno discusso la verità imbarazzante del “tetto di cristallo della carriera” in un saggio piuttosto ruvido su The Guardian: The class pay gap: how it pays to be privileged. Ma anche Mongabay, un magazine di enorme qualità sulle questioni ambientali, aveva pubblicato l’anno scorso una inchiesta impressionante scritta da Jeremy Hance sui professionisti nel settore della conservazione della biodiversità: senza soldi di famiglia la maggior parte dei brillanti ecologi laureati nei migliori atenei inglesi finiscono a servire il caffè da Sturbucks. Anche per gli esperti di grandi felini vale lo stesso discorso dei reporter ambientali: bisogna viaggiare, pagarsi soggiorni a zero retribuzione per mesi presso le NGO, e tante altre cose che sono incompatibili con un conto corrente a zero sterline. Se in Italia avessimo a disposizione inchieste di questo tipo ci accorgeremmo che la crisi climatica, per non parlare della defaunazione del Pianeta, sono ancora dei fantasmi per moltissimi di noi non tanto perché forti soggetti economici hanno fatto di tutto per non diffondere il panico, quanto piuttosto perché chi voleva raccontare la verità doveva scegliere tra mangiare o morire Don Chisciotte. 

Dopo 30 anni di retorica a buon mercato sul “sogno americano” se ne sono accorti anche negli USA. È di qualche giorno fa la notizia, riportata da The Wall Strett Journal, che almeno 50 scuole di livello useranno un nuovo indice di misurazione della diseguaglianze sociali per conteggiare quanto contino la povertà, la violenza di strada e le difficoltà quotidiane di sopravvivenza nel decidere l’accesso di giovani di valore nei migliori college del Paese. Il nuovo sistema di ranking – denominato “adversity score” – è stato elaborato dal College Board, una NGO con sede a New York. In una nota rinascita alla CBS, il CEO della NGO, David Coleman, ha detto: “Lungo la sua storia, il College Board ha sempre avuto come focus la scoperta di talenti che passano inosservati. L’Environmental Context Dashboard getta una luce sugli studenti che hanno dimostrato una notevole ricchezza di iniziative nel superare sfide e che hanno raggiunto di più, con meno. Il Dashboard aiuterà i colleghi ad essere testimoni della forza degli studenti in una larga porzione dell’America che è stata trascurata”. Tra gli indici che compongono il punteggio finale c’è il reddito della famiglia di origine, il livello di istruzione dei genitori e il valore della casa in proprietà in cui si abita, o, all’apposto, il costo di una abitazione. 

Tutto questo mi ha ricordato la parabola semi sconosciuta, ancorché eccezionale, di Jens Munk, uno dei più ardimentosi esploratori artici dei primi decenni del Seicento, un navigatore leggendario, di nazionalità danese, a cui il giornalista ambientale Thorkild Hansen dedicò una biografia, pubblicata in Italia da Iperborea (Il capitano Jens Munk). Jens era il migliore, nessuno aveva dubbi su questo. Lo sapeva il Re, lo sapevano i suoi dignitari. Ma quando si trattò di assegnare un capitano alla circumnavigazione dell’Africa il posto finì ad Ove Ghiedde, un nobile spocchioso e incompetente che però aveva il vanto del rango sociale. Scrive Hansen: “Questa è una legge che entra spesso in vigore per le alte nomine: un uomo può essere incapace, inadatto a eseguire il compito che gli è stato affidato; ma non è determinante. Può essere di origine modesta, un ex mozzo, sì, un bastardo: neanche questo conta. Un’unica cosa è richiesta, un’unica condizione è necessaria perché ci si accorga di te, si amino i tuoi lati ridicoli, si ammiri il talento che non hai, ti si accordi potere e autorità, ti si giudichi bello, intelligente, importante, insostituibile. Un’unica cosa. Detto in confidenza e a bassa voce: devi avere soldi. Più ne hai e più te ne daremo. Più vorrai accettarne e più ti ringrazieremo”. 

Eccoci ai fatti, dunque. “La scrittura corre il pericolo di diventare una professione d’élite”, perché molti autori sono di fatto sovvenzionati, sponsorizzati e mantenuti dai soldi del proprio compagno, o compagna, o da un secondo lavoro, per stare a galla. Lo dice il rapporto annuale della Authors’ Licensing and Colletive Society del Regno Unito. Il reddito medio annuo di uno scrittore inglese è di 10.500 sterline, identico a quello di un giornalista free lance italiano. Il rischio intrinseco a questa condizione sociale è che l’informazione, perché di solito i giornalisti scrivono anche libri, si restringa sempre di più sino a diventare una fotografia molto, molto sfuocata di ciò che effettivamente il mondo è. 

Kath Viner direttrice di The Guardian lo aveva già denunciato un paio di anni fa, scrivendo cose che nessuno in Italia scriverebbe mai sul Corriere della Sera. ( A mission for journalism in a time of crisis, 16 novembre 2017). La Viner cita Ethan Zuckerman, che insegna al MIT di Boston: “potremmo ripensare il nostro ruolo di giornalisti pensandoci come persone che danno una mano…trovare luoghi dove i giornalisti, su di un piano individuale e collettivo, possono essere il più efficaci possibili, ed influenti”. I blog seri ed indipendenti potrebbero essere una di queste strade, una delle opzioni positive sul tavolo. Una delle risposte attendibili e solide alla domanda di Eleonora.

Ma vediamo come la Viner argomenta la sua adesione, in quanto direttrice del migliore giornale del mondo, alla riflessione di Zuckerman: “Per far questo, i giornalisti devono conquistarsi la fiducia di coloro al cui aiuto hanno intenzione di dedicarsi. Dobbiamo, allora, mostrare una maggiore capacità di rappresentare le società che vogliamo rappresentare. Coloro che appartengono ai media provengono sempre più massicciamente dallo stesso, privilegiato settore della società: questo problema è peggiorato negli ultimi decenni. Stando ad un report del governo del 2012 sulla mobilità sociale nel Regno Unito, mentre molte professioni sono ancora ‘dominate da una élite sociale’, il giornalismo si colloca dietro la medicina, la politica e anche le scienze forensi nell’aprire la porta a persone di strati sociali svantaggiati. ‘Dunque nel giornalismo si è verificato uno spostamento ancor più significativo verso l’esclusività sociale rispetto a qualunque altra professione’, conclude il rapporto. Questo conta parecchio, perché chi viene da background esclusivi, omogenei, difficilmente conosce qualcuno colpito direttamente, e dolorosamente, dalla crisi del nostro tempo, e men che meno spende il suo tempo nei luoghi dove queste crisi stanno avendo luogo. Le organizzazioni che fanno informazione ed hanno staff composti in larga parte da persone che vengono da background sociali simili sono molto meno inclini a riconoscere le questioni che invece la gente comune nota nelle proprie comunità ogni giorno come ‘notizie’; le discussioni all’interno di questi outlet di notizie saranno dunque inevitabilmente plasmate dai privilegi che i partecipanti condividono tra loro”. 

Come trovare allora un punto di equilibrio? Credo che oggi una seconda risposta alla domanda di Eleonora l’abbia data proprio Yanis Varoufakis. Qualche settimana fa, nella sua casa di Atene, gli hanno chiesto come pensava di partire con un movimento politico che non aveva certo la struttura di un partito, e quindi neppure le sue ricorse capillari. Varoufakis ha detto, be’, abbiamo deciso di cominciare, semplice. Questo principio – decidere di metterci tutte le energie possibili, cercando fonti, persone che hanno qualcosa di originale da dire proprio sulla crisi del nostro tempo, puntare su un intimo sentimento di giustizia professionale, ambientale ed etica – è il fondamento del giornalismo indipendente. Lo vogliamo fare perché sentiamo di doverlo fare. La questione quindi è: intendere il giornalismo ambientale, a questo punto della crisi, come una scelta di vita, come una posizione personale e intellettuale. 

Certo, poi, che la libertà ha anche bisogno di sponsor. Ha bisogno di lettori attenti, seri, gente che ha voglia di approfondire perché è stufa marcia dello skim reading. Leggere un articolo e postarlo vuol dire affidarlo a Google, che è il più potente ufficio stampa dei free lance. I click si trasformano in percentuali appetibili su Google Analytics, che a sua volta funziona come un gigantesco ufficio PR gratuito per chiunque, con pubblicità o sponsorship, voglia fare reddito sulle idee di qualcuno, e sul suo modo di esprimerle. Questo è l’unico circuito virtuoso su cui il giornalismo ambientale ha una speranza di sopravvivenza nell’imminente futuro italiano: trovare fondi attraverso una qualità rintracciata e segnalata dai lettori, da tutti coloro insomma che hanno voglia, sul serio, di capirci qualcosa e sono disposti a fermarsi cinque minuti sulle ricerche, a volte lunghe anni, dei reporter indipendenti. È questo che ho condiviso stamattina con Yanis Vaorufakis. 

 

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